Un Ottimo Esempio Di American Music Dal Più Britannico Dei “Cantautori”In Circolazione. Ray Davies – Americana

ray davies americana

Ray Davies – Americana – Sony Legacy

Sir Raymond Douglas Davies, detto Ray (anche lui è stato alla fine nominato baronetto, o Knight Bachelor se preferite, per il suo servizio alle arti britanniche, molto più tardi di altri colleghi, ma in modo doveroso) pubblica con questo nuovo album Americana quello che probabilmente è il suo miglior album solista, in una carriera che in questo senso non è stata fulgida, ma i meriti acquisiti in oltre 50 anni alla guida dei Kinks lo sono certamente e lo indicano come uno dei più grandi “cantori” della scena musicale inglese, londinese in particolare, nello specifico Fortis Green, nel quartiere di Muswell Hill, nel nord della capitale britannica, in una famiglia non certo agiata, con sette tra fratelli e sorelle, e una provenienza “proletaria”. Ma Ray Davies è stato anche il Dandy per eccellenza, grande appassionato e studioso dei costumi e delle usanze della Terra di Albione, ma pure innamorato della musica americana, anzi “Americana”, che è pure il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 2013 e di cui questo album avrebbe dovuto essere la controparte audio, costruito come una sorta di adattamento di quelle memorie sotto forma di canzoni e brevi intermezzi parlati.

Devo ammettere che ad un primo ascolto il disco non mi aveva colpito in modo particolare, pur essendo il sottoscritto un grande fan della sua opera omnia con i Kinks, ma i dischi solisti in passato non mi avevano mai colpito più di tanto, a partire dal primo Return To Waterloo del 1985, che era una sorta di rimasticatura parziale di brani già usciti in Word Of Mouth dei Kinks, e che non era uscito a nome della band a causa dei soliti continui ed immancabili dissidi con il fratello Dave Davies. Anche The Storyteller del 1998 era stata una occasione per ripercorrere la sua storia e quella del gruppo, sotto la ragione sociale della famosa trasmissione televisiva americana; Other People’s Lives, il CD del 2006, quello di maggior successo commerciale in ambito solista, sarebbe stato un eccellente disco per chiunque, ma non per Ray Davies, in definitiva buono ma non eccelso, come pure il successivo Working Man’s Café del 2007, probabilmente comunque il suo migliore fino ad oggi. In mezzo ci sono state varie reunion dei Kinks, dischi celebrativi con orchestra e un album di duetti nel 2010, con grandi ospiti, See My Friends, peraltro piuttosto bello, ma accolto da critiche assai contrastate.

Invece questo nuovo Americana sta ricevendo un nugolo di giudizi positivi, alcuni addirittura entusiasti, altri più composti, ma non si può negare sia un eccellente album, forse, ancora una volta, non un capolavoro assoluto, ma un disco intriso delle influenze americane di Davies filtrate attraverso il suo essere tipicamente british: non per nulla il tutto è stato inciso con una band americana, i Jayhawks (e con altri musicisti), ma nei Konk Studios di Tottenham, in piena Londra. Le canzoni raccontano proprio il rapporto di Ray Davies con gli Stati Uniti, a partire dalla iniziale title track Americana, una morbida (e splendida) ballata che si apre sui tocchi di un pianoforte e delle chitarre acustiche, poi entra una pedal steel, Melvin Duffy, le chitarre e le tastiere degli altri Jayhawks, che con le loro armonie vocali costruiscono una atmosfera sonora molto West Coast, ma con le peculiarità del nostro, che con pochi tratti ci fa immergere in questa sorta di sogno glorioso ad occhi aperti. Anche John Jackson, il co-produttore con Ray e Guy Massey (anche brillante ingegnere del suono) del disco, ha i suoi meriti, e le sue chitarre aggiunte sono tra  i punti di forza del sound, oltre all’uso continuo delle tastiere, Karen Grotberg, Ian Gibbons e lo stesso Davies, molto ben inserite negli arrangiamenti ariosi e complessi.

Prima del secondo brano c’è un breve intermezzo parlato, che evidenzia lo spirito quasi “teatrale” di questa narrazione ( e che forse prelude a futuri sviluppi in tal senso di questo progetto), ma che; a mio modesto parere; spezzano il fluire della musica: in ogni caso The Deal, in viaggio verso la vita dorata di Los Angeles, è un altro brillante esempio della grande facilità con cui il musicista inglese è in grado di costruire melodie che ti entrano subito in circolo e la sua proverbiale abilità nei testi si conferma in questo idilliaco, ma anche sardonico, quadretto della società americana, quasi a tempo di valzer e con un ritornello insinuante, secondo la sua famosa opinione per cui le canzoni devono avere un verso, il ritornello e il bridge e difficilmente si discosta da questo credo, forse gli mancano i riff del fratello Dave, ma Poetry è decisamente più rock, con la sua tipica e unica voce in bella evidenza, mentre le melodie ricordano il periodo classico di fine anni ’60- primi anni ’70, non più solo la band pop dei singoli, ma quella raffinata di album come Village Green Preservation Society, Arthur, Lola Muswell Hillbillies, trasferite sul suolo americano, nazione che agli inizi di carriera li aveva rifiutati, ma poi in seguito li aveva accolti a braccia aperte, ovviamente nella visione di Davies la “poesia” non c’è, sostituita dal consumismo, ma glielo e ce lo dice, con una soavità e una ironia sopraffine, e con melodie avvolgenti e deliziose. Good Time Gals, è meno brillante dei tre brani precedenti, uno schizzo quasi acustico, malinconico, dove comunque si apprezza la bella voce di Karen Grotberg che duetta con la sua voce soave con Ray, tra piano, tastiere e chitarre acustiche appena accennate. Mentre nella successiva A Place In Your Heart la Grotberg viene utilizzata di nuovo, ma in modo più dinamico e mosso, in un brano dove si vira anche verso improvvise aperture sonore country e vaudeville, delicati valzeroni con fisarmonica e archi, oltre alle armonie vocali della premiata ditta Jayhawks. 

Mystery Room rievoca il famoso episodio di New Orleans, dove viveva all’epoca, quando un incontro ravvicinato con un rapinatore quasi gli costò la vita e il brano assume le sonorità scure e misteriose della città della Louisiana, anche se non mi sembra tra le più riuscite del disco, forse fin troppo carica e drammatica, ma visto l’argomento trattato ci sta. La narrazione si lega a quella di Rock’n’Roll Cowboys, una canzone dedicata a Alex Chilton, preceduta da un breve talking Silent Movie, in cui Ray rievoca il loro ultimo incontro a New Orleans, dove entrambi abitavano all’epoca, e i loro discorsi sulla musica e soprattutto sulle canzoni, di cui tutti e due sono stati formidabili autori, e il fatto che mentre chiacchieravano amabilmente in questo commiato la televisione iniziò a trasmettere un vecchio film in bianco e nero sui cowboys, e così nasce la canzone, qualche anno dopo, un tributo ai vecchi rockers che sono come i cowboys, una razza forse in via di estinzione, anche se a giudicare dal brano non si direbbe, uno dei più riusciti e sentiti dell’intero album, con un bellissimo break di chitarra elettrica nella parte centrale, e sicuramente uno dei brani più “americani” nel suono del CD. Change For Change, per quanto sempre interessante nel testo che racconta dei cambiamenti in corso nella società americana, a livello musicale è una specie di blues futuribile, giocato su una chitarra acustica, piccole percussioni, piano e trattamenti elettronici, però abbastanza irrisolto, mentre la successiva, breve, narrata, The Man Upstairs cita all’inizio la celebre All Day And All Of The Night, ma è proprio un intramuscolo. Heard That Beat Before è una pigra e delicata canzone, un misto del Ray Davies classico e un blues molto old fashioned e laidback, pure questa piacevole ma non memorabile.

Long Drive Home To Tarzana viceversa è un brano tra i migliori del disco: “New England To Hollywood Seems So Far Away…” narra Ray, in questo breve trattato sul Sogno Americano e la sua realizzazione, in una strada che è pero lunga ed impervia e non sembra mai arrivare ad una conclusione, ma il protagonista ci prova comunque ad arrivare verso questo Paradiso bramato che è la California dei suoi sogni (quella di Hollywood Boulevard in Celluloid Heroes forse?), e lo fa appunto in una ballata deliziosa, con le “solite” armonie vocali, le chitarre accarezzate e la voce suadente e complice di Davies, e un sound morbido e molto tipico della West Coast evocata dalla canzone. The Great Highway è uno dei rari pezzi rock del CD, molto vicino al sound dei Kinks del periodo americano, della Second Coming, quella riuscita di fine anni ’70, primi anni ’80, con le chitarre che ruggiscono a tutto riff  e Ray che canta con grinta e c’è persino spazio per un assolo dell’elettrica di Gary Louris. Ma, come detto, in precedenza c’era stato un primo tentativo, in cui la band inglese era stata respinta dalla American Federation of Musicians,e bandita per quattro anni, e quindi gli Invaders erano stati ricacciati in Inghilterra, dove avrebbero continuato ad influenzare i musicisti americani (tra cui i Jayhawks stessi) e ad essere a loro volta influenzati dalla musica americana, come dimostra peraltro il sound di questo brano, tutto chitarre acustiche, mandolini, fisarmoniche e un’aria roots corale che fa più Nashville che Londra. A chiudere il cerchio non manca il lieto fine, presunto o vero, di una Wings Of Fantasy, dove i sogni giovanili di Davies “belle ragazze, cowboys, soldi e successo” sembrano realizzarsi nella “land of the free”, come diceva la precedente canzone: il pezzo è più rock e brillante di altri, con la consueta costruzione preferita dal musicista di Fortis Green, ricordata prima, ovvero verso, ritornello, bridge, e una bella melodia, che non manca mai. Per concludere, un buon disco, a tratti brillante in alcuni brani, magari non memorabile, per quanto probabilmente il migliore della sua carriera solista e con più di un eco del glorioso passato, come si suol dire, averne di dischi così: non male per un presunto bollito quasi 73enne sul viale del tramonto!

Bruno Conti

Puro Pop Britannico Non Adulterato! Squeeze – Cradle To The Grave

squeeze cradle to the grave

Squeeze – Cradle To the Grave – Love Records/Virgin/Universal 

Come dissero efficacemente, non volendolo, i discografici americani, in un momento di profonda ed involontaria bigotteria, quando rinominarono il primo disco americano di Nick Lowe da Jesus Of Cool a Pure Pop For Now People, nel lignaggio dei musicisti inglesi, a partire dai Beatles e dai Kinks (ma ce ne sono altre decine), passando per i 10cc e gli ELO di Jeff Lynne, poi giù giù fino a Costello, Dave Edmunds, Nick Lowe ed i loro Rockpile, gli stessi Squeeze, c’è tutta una stirpe di musicisti che si sono dedicati alla difficile arte della creazione della perfetta musica pop. Chris Difford e Glenn Tilbrook, che sono da circa 40 anni depositari del marchio Squeeze, sono tra i più ostinati praticanti di detta arte: partiti sul finire dell’epopea “pub rock”, mentre si trasformava in punk-rock e poi in new wave, la band inglese, sin dal primo singolo Take I’m Yours e il primo EP del 1977, hanno creato una lunga serie di canzoni che era sempre alla ricerca di quella difficile forma. Attraverso tre diversi periodi, con scioglimenti e riformazioni del gruppo, più o meno ogni decade, con o senza Jools Holland, storico sodale e pianista originario della band, non presente nell’ultima incarnazione degli Squeeze, quella che li vede di nuovo sotto la vecchia ragione sociale dal 2007, ma che discograficamente aveva prodotto solo un disco nel 2010, Spot The Difference, dove avevano re-inciso i vecchi successi, finalmente approdano, dopo oltre cinque anni di preparazione, al primo album di materiale nuovo, questo Cradle To The Grave, che fa seguito a Domino, uscito nel lontano 1998 e che francamente era stato una mezza delusione.

Ovviamente nel pop degli Squeeze ricorrono tutte le anime del pop britannico ricordate sopra, e anche molte influenze musicali americane, ma il loro stile compositivo in coppia risente soprattutto della lezione di Lennon/McCartney, nel loro caso ancora più “perfezionata”, perché, almeno agli inizi, Difford, scriveva solo i testi e Tilbrook le musiche, poi negli anni hanno deciso di scrivere “words and music” by Difford & Tilbrook. Il  pop-rock dei due è stato sempre abbastanza orecchiabile e in fondo anche commerciale (non è il male assoluto), e questo nuovo album non fa nulla per cambiare l’approccio, ma c’è sempre quel guizzo di genialità, sia nelle musiche che nei testi, che li pone un gradino sopra gli altri e li rende comunque una istituzione della musica britannica: dodici nuove canzoni, circa 45 minuti di delizie di “puro pop”, da quello scanzonato e divertente dell’iniziale title-track, con tanto di ukulele, pianino da music hall, le solite armonie vocali (questa volta anche vagamente gospel), da sempre loro marchio di fabbrica e un’aria da fine dell’impero britannico, passando per i vaghi ritmi disco (ma giusto un tocco) di Nirvana, “nobilitata” da arrangiamenti di archi e da una chitarra-sitar che profuma di anni ’60, oltre a strati di tastiere sognanti e lo voci spesso sovrapposte dei due, Difford un tono più basso e Tilbrook più giovanile e spensierato https://www.youtube.com/watch?v=0fidOiAFXK0 .

Beautiful Game, sempre con i ricchi arrangiamenti e le melodie semplici delle loro migliori canzoni, Glenn che suona praticamente qualsiasi tipo di strumento, nel caso, oltre alle chitarre, anche un vecchio Mini Moog che arricchisce e caratterizza il tono del brano; in Happy Days, altra gioiosa costruzione di puro McCartney sound, Tilbrook ci regala un piccolo solo di chitarra che oscilla deliziosamente tra jazz e R&R per poi tornare nel finale al sitar guitar e ai coretti gospel reiterati https://www.youtube.com/watch?v=-lDZfjSBcy0 . Piacevolissime pop songs anche Open e Only 15, con armonie vocali e ricchi arrangiamenti che pescano dal songbook di Beatles e Beach Boys, ma anche da quel pop revivalistico di fine anni ’70. Top Of The Form, nei testi si rifà a Ray Davies e nella musica al loro vecchio produttore Elvis Costello, mentre Sunny è praticamente Eleanor Rigby parte due, solo archi e qualche tocco di Moog, per un brano che cita Hendrix nel testo ed è composito e letterario come molti parti della fantasia di Difford, autore assai raffinato https://www.youtube.com/watch?v=JKn4B2vBpo8 . Haywire, con la sua pedal steel aggiunta, miscela sonorità americane ed inglesi come usavano fare i vecchi Brinsley Schwarz https://www.youtube.com/watch?v=ue7nMMHYkwo  e Honeytrap, di nuovo con moog e chitarre acustiche che convivono pacificamente, è piacevole ma innocua, meglio allora l’avvolgente e beatlesiana Everything, un mid tempo malinconico, tipico di questa geniale band inglese, che poi conclude l’opera con Snap, Crackle And Pop, altra variegata e raffinata costruzione di pop stratificato, ricco nei particolari sonori, con il consueto ritornello cantabile e quelle armonie vocali immancabili. Probabilmente un album non imperdibile o memorabile, ma se amate certo pop-rock di qualità qui c’è parecchio materiale da gustare.

Bruno Conti    

Una Delle “Glorie” Della Big Easy! Tommy Malone – Poor Boy

 

tommy malone poor boy

Tommy Malone – Poor Boy – M.C. Records/Ird

New Orleans, alla rinfusa, è stata la culla del jazz, del Dixieland, del ragtime, di Louis Armstrong e di King Oliver, di Jerry Roll Morton e Sidney Bechet: la Big Easy ci ha dato, nel dopoguerra, anche i primi barlumi del R&B e del R&R con Fats Domino e Dave Bartholomew, passando per Professor Longhair, Huey Piano Smith, giù giù fino ad arrivare a Dr. John, Allen Toussaint, Meters e Neville Brothers, che si possono considerare gli inventori del funky di New Orleans. Ma nella City Of New Orleans, NOLA, c’è anche una forte componente di bianchi, circa un terzo della popolazione, e quindi ci sono alcuni “cani sciolti” che ibridano, meticciano molti di questi stili con il rock americano classico, la british invasion, il blues, i Little Feat. Due di loro, i fratelli Dave e Tommy Malone, si sono inventati dei gruppi straordinari come i Radiators (From New Orleans) e i Subdudes.

 

Nel passato di Tommy ci sono stati anche  Dustwoofie, Continental Drifters e Cartoons (se volete investigare, ma è roba più difficile da trovare del tesoro del Pirata Barbanera). I Subdudes sono in stand-by, ma possono risorgere da un momento all’altro https://www.youtube.com/watch?v=p1qckEX7Axw , e quindi Tommy Malone può regalarci un nuovo disco da solista, questo Poor Boy,a meno di un anno di distanza dall’ottimo Natural Born Days https://www.youtube.com/watch?v=K_zl1wAmZSM , di cui vi avevo parlato molto positivamente proprio lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2013/07/01/da-new-orleans-tommy-malone-natural-born-days/ . Quel disco, grazie anche alla produzione di John Porter, forse era superiore a questo, co-prodotto dallo stesso Malone con il vecchio pard nei Continental Drifters, Ray Ganucheau e con la fattiva collaborazione, come autore, di Jim Scheurich, compagno d’avventura nei Dustwoofie, che già aveva contribuito a parecchi brani del penultimo disco. Pur nella diversità degli stili, e con una produzione decisamente più spartana e cruda, la qualità delle canzoni è comunque sempre decisamente buona. Come ricorda lo stesso Dave, e come si percepisce ascoltando i brani del CD, sono riaffiorati quei vecchi ricordi di una serata del 1964, quando i tre fratelli Malone, nel tinello della loro casa, come milioni di altri americani, vedevano e sentivano per la prima volta i Beatles all’Ed Sullivan Show. E’ passato qualche annetto, ora il nostro amico di anni ne ha 57, ma evidentemente quella impronta è rimasta.

 

E quindi questa volta, tra le mille influenze del musicista di New Orleans, si affacciano pure Beatles, Big Star, Costello e Nick Lowe, il power pop e i Kinks. Prendete il brano d’apertura, You May Laugh, che se nel timbro vocale può ricordare Ray Davies, ma anche Costello,  nel ritornello cita volutamente il titolo di un brano dei Fab Four, e la musica è puro pop anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=VDeDuv3pk-U , rivisto con l’occhio di un artista che non si limita a copiare pedissequamente, ma, nel suo DNA, ha l’imprinting del musicista di gran qualità, quelli che sanno scrivere belle canzoni, e poi confezionarle in un tripudio di chitarre e armonie vocali, tamburelli e organo sullo sfondo. Ma Malone sa comporre anche brani come Pretty Pearls, che sembra un brano di Dylan (bellissimo lo stacco di armonica e gli interventi del piano) cantato da un giovane Roy Orbison meno melodrammatico (benché grandissimo), la doppia voce di Ganucheau è sempre deliziosa e il suono minimale ha comunque un fascino senza tempo. Mineral Girl è forse quella che più riprende le tematiche del suono blues, ma assai raccolto, dei Subdudes più roots. All Dressed Up, definita dallo stesso Malone “a party song for geriatrics” https://www.youtube.com/watch?v=FJu17-QI-bI , ha quell’aria rock’n’ roll mista a blues (sempre per via dell’armonica) dei Subdudes più tirati, con la slide di Tommy Malone che si divide gli spazi con l’organo di Sam Brady. We Both Lose ha un giro armonico beatlesiano innestato su un groove alla Rockpile o Big Star, ma sempre con quel tocco personale inconfondibile da artigiano del pop, chitarre acustiche ed elettriche a iosa.

 

Bumblebee, il pezzo firmato con l’amico Pat McLaughlin (grande cantautore!), potrebbe venire dal lato “giusto” di Nashville, pensate ad un brano di Nick Lowe scritto per i vecchi Brinsley Schwarz, con quella miscela di rock e country che tanti anni dopo si sarebbe chiamata Americana; peccato, come dicevo all’inizio, per il suono un po’ pasticciato della produzione che non sempre permette di godere appieno le delizie di questi piccoli piatti da gourmet del pop. Spesso sembra che la batteria sia suonata su qualche pezzo di cartone capitato per caso in studio e l’effetto di primitivo R&R alla Buddy Holly via George o Paul, come in Time To Move On, sia del tutto casuale (o forse è voluto e mi sbaglio io, può essere). Once In A Blue Moon è una ballatona acustica come potrebbe farla il miglior Lyle Lovett, se fosse stato anche lui davanti alla TV in quella lontana serata. Crazy Little John ha ancora quello spirito country-folk delizioso e nel finale Malone tira fuori il suo miglior accento soul di New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=8xux3N6np7c , prima con una intensa Talk To Me, cantata alla grande e poi con una cover inattesa di Stevie Wonder, Big Brother, che si trovava su quel capolavoro chiamato Talking Book; per la prima volta in vita sua Dave usa una batteria elettronica, a lui piace, io mi devo abituare, comunque il risultato è molto piacevole e la voce si gusta appieno. Bello, ma forse da lui ci si aspetta qualcosa di più!

Bruno Conti

I Migliori Dischi del 2010. Storie Collaterali.

rumer.jpgPaul Weller(1).jpgray-davies.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Una delle cose che mi affascina di queste classifiche di fine anno è il contorno dei giudizi di musicisti ed addetti ai lavori ai quali vengono chiesti quali sono i loro preferiti dell’anno (ma non solo): essendo un curioso per natura e sempre alla ricerca di nuova musica e nuovi nomi da scoprire (come se non bastassero gli arretrati negli ascolti di quella che c’è già e che sempre più si accumulano per motivi di mancanza di tempo, ma è una sorta di “sindrome” che ho sempre avuto, accetto suggerimenti ma poi mi piace valutare da solo). A questo proposito mi piace sfrucugliare nelle interviste alla ricerca di qualche “chicca” che mi è sfuggita. Ricordo ancora con piacere la “scoperta” dei Circulus, gruppo britannico tra folk, Gentle Giant e armonie vocali deliziose, per metterla in breve, avvenuta casualmente leggendo un’intervista in cui veniva chiesto a Stevie Winwood di citare un gruppo contemporaneo che gli ricordasse i suoi vecchi Traffic. Sono i piccoli piaceri della vita. A questo proposito ecco alcuni “consigli” estrapolati da alcune segnalazioni fatte da musicisti più o meno famosi e contenute nell’ultimo numero di Mojo (anche la scelta di questi nomi segue un criterio personale, in questo caso il mio).

“La mia amica” Rumer segnala tra i preferiti dell’anno, John Grant, She And Him Volume Two, l’album di debutto di Marina & The Diamonds, ma anche, dalle nebbie del passato, Terry Reid Seed Of Memory (conoscevo già molto bene, ma approvo), Richie Havens Mixed Bag, il Best Of di Jackie De Shannon (ottima scelta) ma anche The Greatest di Cat Power. Tra i dischi recenti anche l’ultimo Gil Scott-Heron I’m New Here. Confessa anche una curiosa abitudine di ascolto, che sarebbe la mia rovina, ovvero soffermarsi addirittura mesi su ogni singolo brano e quindi di non avere ancora completato l’ascolto di ogni canzone dei Carpenters e di Laura Nyro. In questo caso non posso seguirla, sarei ancora fermo agli anni ’60, forse ’70 appena iniziati!

Tra i nomi citati da Paul Weller una particolare preferenza va al disco di Erland And The Carnival (ma in questo Blog ne avrò parlato? Certo che sì previsioni-azzeccate-vediamo-cosa-hanno-detto-bo-ningen-john.html). Dei Tap Tap ammetto di ignorare tutto ma indagherò mentre Butterfly House dei Coral andrò a risentirlo più attentamente (ma quando?). Ci ricorda anche The Sea di Corinne Bailey Rae (che alterna brani eccellenti a altri più “normali”) e il disco di Laura Marling, molto bello, con la collaborazione di Mumford and Sons.

A proposito di questi ultimi anche Ray Davies li cita tra i suoi preferiti. Come pure Paloma Faith, Nonstoperotik di Black Francis e A Curious Thing di Amy MacDonald. Non sarà mica perché tutti collaborano nel suo disco See My Friends? Temo di sì e candidamente lo conferma.

Altri giudizi sparsi. L’ottimo Richard Hawley (che al momento fa coppia, artisticamente, con Lisa Marie Presley, con cui sta scrivendo e producendo il nuovo album) cita il delizioso Losing Sleep di Edwyn Collins che più volte sono stato sul punto di recensire ma per per un motivo o per l’altro è sempre rimasto nella pigna vicino al lettore CD, comunque è molto bello, piacevole pop inglese di gran qualità. Hawley cita anche Gift, il bellissimo album della coppia Eliza Carthy & Norma Waterson un-affare-di-famiglia-eliza-carthy-norma-waterson-gift.html, e in particolare fa riferimento al brano The Nightingale dedicato a Kate McGarrigle che non avevo ricordato nella mia recensione, faccio ammenda,

Mavis Staples che è una che di voci se ne intende (basta sentire il suo disco You Are Not Alone, citato da Sharon Jones) dice di avere scoperto recentemente Adele 19 ma di ritornare spesso a Nina Simone e Aretha Franklin (che pare stia meglio): come darle torto!

Brian Eno nomina una certa Anna Calvi che nonostante il cognome è inglese (anche se il babbo è ovviamente italiano), il suo album omonimo è uno di quelli di cui ho ascoltato frettolosamente alcuni brani su YouTube, anche perché il disco esce nel 2011. Eno ricorda anche Owen Pallett un canadese di talento (che spesso collabora con gli Arcade Fire) il cui ultimo disco si chiama Heartland e viaggia su territori di pop ricercato e sperimentale non lontano da certe cose di Sufjan Stevens tanto per fare un paragone. Il disco è stato registrato a Reykjavik in Islanda. Il buon Brian non poteva non ricordare anche un brano dei MGMT: anche perché si chiama Brian Eno.

Una curiosità è la citazione di Johnny Marr che dice di avere appena scoperto Se telefonando di Mina. Sarà contento Maurizio Costanzo che l’ha scritta insieme a Ennio Morricone!

kiss lady gaga.jpg

 

 

 

 

Per la serie “ma per favore!” Gene Simmons dei Kiss dice che il suo album preferito dell’anno è The Eraser di Thom Yorke (che è del 2006, ma non importa) poi ci consiglia The Envy da Toronto che, casualmente, incidono per la Simmons Records. E completa il capolavoro nominando Lady Gaga quinto membro onorario dei Kiss. E queste sono soddisfazioni!

Come vedete anche in questo Post qualche citazione e qualche consiglio ci scappano sempre. Soprattutto l’ultimo.

Bruno Conti

Novità Di Novembre Parte II. Eric Clapton, Depeche Mode, Ray Davies,Elvis Presley, James Blunt Eccetera

clapton crossroads guitar festival 2010.jpgdepeche mode tour.jpgelvis presely viva elvis.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Nuove liste ma, come al solito, prima alcune precisazioni. Per cominciare la settimana prossima verrà distribuito in Italia il famoso box dei vinili dei Grateful Dead annunciato un paio di mesi fa The Warner Bros Studio Albums. Escono anche, con un leggero anticipo sul ritardo, le due ristampe di Merry Clayton per la Repertoire mentre sembra subire un ennesimo rinvio al 22 novembre l’uscita del Box di 19 CD di Sandy Denny. In Inghilterra, Mojo in particolare, parlano un gran bene di una cantante Rumer il cui disco Seasons Of My Soul è uscito la settimana scorsa per la Atlantic. Sperando in una pubblicazione italiana, recensione nei prossimi giorni (confermo, è brava, anche se 5 stellette mi sembrano tante, una che pubblica un singolo che si chiama Aretha ha tutta la mia stima). Aveva già esordito una decina di anni fa in un gruppo La Honda che non è proprio rimasto nella storia della musica, il disco lo vedete qui sotto.

rumer seasons of my soul.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Passiamo alle uscite di martedì 9 novembre! Prima di tutto il doppio DVD Eric Clapton & Friends – Crossroads Guitar Festival 2010 (c’è anche il BluRay), registrato dal vivo il 26 giugno a Chicago: per fare prima ecco la tracklist completa, sembra ottima, c’è anche Pino Daniele a duettare con Joe Bonamassa!

 

 

Tracklist

 

CD 1 :
“Promise Land” – Sonny Landreth w/Eric Clapton

1. “Z. Rider” – Sonny Landreth

2. “Traveling Shoes” – Robert Randolph & The Family Band

3. “Going Down” – Pino Daniele, Joe Bonamassa, Robert Randolph & The Family Band

4. “Killing Floor” – Robert Cray w/Jimmie Vaughan & Hubert Sumlin

5. “Six Strings Down” – Jimmie Vaughan w/Robert Cray & Hubert Sumlin

6. “Waiting For The Bus” – ZZ Top

7. “Jesus Just Left Chicago” – ZZ Top

8. “Gypsy Blood” – Doyle Bramhall II

9. “In My Time Of Dying (Jesus Make Up My Dying Bed)” – Doyle Bramhall II

10. “Bright Lights” – Gary Clark Jr.

11. “Long Road Home” – Sheryl Crow w/Derek Trucks, Susan Tedeschi, Doyle Bramhall II & Gary Clark Jr.

12. “Our Love Is Fading” – Sheryl Crow w/Eric Clapton, Doyle Bramhall II & Gary Clark Jr,

13. “Blackwaterside” – Bert Jansch

14. “Mississippi Blues” – Stefan Grossman & Keb’ Mo’

15. “Roll And Tumble Blues” – Stefan Grossman & Keb’ Mo’

16. “One More Last Chance” – Vince Gill w/Keb’ Mo’, James Burton, Earl Klugh & Albert Lee

17. “Mystery Train” – Vince Gill w/James Burton, Albert Lee, Keb’ Mo’ & Earl Klugh

18. “Lay Down Sally” – Vince Gill w/Sheryl Crow, Keb’ Mo’, Albert Lee, James Burton & Earl Klugh

19. “Angelina” – Earl Klugh

20. “Vonetta” – Earl Klugh

21. “Who Did You Think I Was” – John Mayer Trio

22. “Ain’t No Sunshine” – John Mayer Trio

 

 

CD 2 :

1. “Midnight In Harlem” – Derek Trucks & Susan Tedeschi Band

2. “Coming Home” – Derek Trucks & Susan Tedeschi Band w/Warren Haynes

3. “Soulshine” – Warren Haynes

4. “Don’t Keep Me Wondering” – David Hidalgo & Cesar Rosas w/Derek Trucks

5. “Space Captain” – Derek Trucks & Susan Tedeschi Band w/Warren Haynes, David Hidalgo, Cesar Rosas & Chris Stainton

6. “Five Long Years” – Buddy Guy w/Jonny Lang & Ronnie Wood

7. “Miss You” – Buddy Guy w/Jonny Lang & Ronnie Wood

8. “Hammerhead” – Jeff Beck

9. “Nessun Dorma” – Jeff Beck

10. “Crossroads” – Eric Clapton

11. “Hands Of The Saints” – Citizen Cope & Eric Clapton

12. “I Shot The Sheriff” – Eric Clapton

13. “Shake Your Money Maker” – Eric Clapton & Jeff Beck

14. “Had To Cry Today” – Steve Winwood & Eric Clapton

15. “Voodoo Chile” – Eric Clapton & Steve Winwood

16. “Dear Mr. Fantasy” – Steve Winwood & Eric Clapton

17. “The Thrill Is Gone” – B.B. King & Ensemble

Esce anche il nuovo dal vivo dei Depeche Mode Tour Of The Universe Live In Barcelona in varie combinazioni: 2 CD + 2 DVD Deluxe Edition la più completa, CD + 2 DVD Standard edition, 2 Bluray. Potete scegliere!

Cosa sarà mai quel doppio CD di Elvis Presley Viva Elvis? Mah, doppio mah! Praticamente, per la serie, non c’è fine al pudore (e il Natale si avvicina) hanno pensato di prendere alcuni dei brani più noti di Elvis aggiungerci una nuova base a cui hanno aggiunto elementi garage rock, punk, urban e hip-hop al rockabilly, R&R, Delta Blues, Soul, Gospel, Vegas Pop e quant’altro dei dischi originali. Il risultato non l’ho sentito ma posso immaginare. Nel secondo CD dell’edizione Deluxe ci sono le versioni normali. Un lavoro più o meno simile l’avevano fatto con Love dei Beatles anche se in quel caso mi sembrava meglio.

ray davies see my friends.jpgtom jones greatest hits.jpgjames blunt some kind.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Il nuovo album di Ray Davies See My Friends stranamente è già nei negozi italiani da qualche giorno mentre in Inghilterra esce la settimana prossima. Le recensioni sono state molto altalenanti, da 1 (!?!) stelletta di Mojo a 2 1/2 di Jam alle tre e quattro del Buscadero. Nei prossimi giorni, se vi interessa vi do anche il mio parere. Nel frattempo vi ricordo che si tratta di un disco dove Ray Davies rivisita (per la seconda volta in pochi mesi) il suo vecchio catalogo con molti ospiti che vedete effigiati sulla copertina. Si va da Bruce Springsteen ai Mumford and Sons, dai Metallica a Lucinda Williams passando per Alex Chilton e Jackson Browne tra gli altri.

Dopo i dissapori di qualche mese fa sull’ottimo Praise and Blame di Tom Jones, quale migliore occasione per siglare la pace se non un bel doppio Greatest Hits Revisited. Com’è evidente dalla foto di copertina si parte dal primo numero uno del 1964 It’s Not Unusual per arrivare fino ai giorni nostri con l’ottima What Good Am I? dall’ultimo disco. Un ottima raccolta con 29 brani ideale per il periodo festivo.

James Blunt ritorna con il suo terzo album Some Kind Of Trouble, l’etichetta è sempre la Atlantic gruppo Warner. Il singolo Stay The Night è quasi brillante (senza il quasi) per gli standard melanconici soliti dell’ex soldatino inglese, il resto vi saprò dire.

Alla prossima.

Bruno Conti