Questa Volta Non Si Scherza, Bentornati A Bordo. The Nighthawks – All You Gotta Do

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The Nighthawks – All You Gotta Do – EllerSoul

Imperterriti, più o meno una volta all’anno (anche se lo scorso anno avevano “bigiato”), tornano i Nighthawks, dalla loro base di Richmond, Virginia, tramite la piccola etichetta EllerSoul, continuano a sfornare piacevoli album di blues (con innesti, rock, soul e R&B) e anche se non hanno più il vigore delle loro prove migliori degli anni ’70, quando sotto la doppia guida di Jimmy Thackery e Mark Wenner, erano una delle più eccitanti formazioni di blues-rock del panorama americano, comunque non deludono gli appassionati. Thackery non suona con loro ormai da diverso tempo (facciamo 31 anni) e quei livelli ormai sono forse solo un bel ricordo, ma la band, come si dice negli States, è “still alive and well”, anche se, se mi passate un ardito gioco di parole, quella sorta di esperimento unplugged del 2015, Back Porch Party, non era poi troppo viv(ace), specie considerando che ne avevano già fatto un altro pure nel 2009. Questa volta la spina è riattaccata e il suono è più brillante, gagliardo a tratti: come dimostra subito That’s All You Gotta Do, un poderoso blues-rock dal repertorio di Jerry Reed, con Wenner, pimpante ad armonica e voce, Paul Bell  a tutto riff e Johnny Castle e Mark Stutso, che pompano di gusto su basso e batteria, e tutta la band che mette a frutto, quel lavoro vocale corale che hanno messo a punto negli ultimi anni e dà alle canzoni una patina rock gioiosa e frizzante.

Se c’è da suonare il blues comunque non si tirano mai indietro, come in una piacevole When I Go Away, scritta da Larry Campbell per i Dixie Hummingbirds, quindi anche con un deciso retrogusto gospel, o più “rigorosi” in una brillante e scandita Baby, I Want To Be Loved dal songbook di Willie Dixon, con Mark Wenner che soffia a fondo nella sua armonica. Let’s Burn Down The Cornfield di Randy Newman diventa un minaccioso blues a tutta slide, con Paul Bell che lavora di fino con il bottleneck con risultati eccellenti. Anche quando fanno da sé, come in Another Day, scritta e cantata da Johnny Castle, o in VooDoo Doll, dalla penna di Stutso, un’aura tra rock e R&B bianco alla Blood, Sweat And Tears, si respira nei rispettivi brani, con risultati che sembravano perduti da tempo. Ninety Nine di Sonny Boy Williamson permette a Mark Wenner di dimostrare nuovamente perché è tuttora considerato uno dei migliori armonicisti bianchi.

Pure Three Times A Fool, una bella ballata soul dell’accoppiata Nardini e Stutso, certifica della ritrovata vena dei Nighthawks, poi ribadita nell’eccellente cover di Isn’t That So di Jesse Winchester, un altro ottimo brano che aggiunge anche uno spirito swamp, quasi alla Tony Joe White o alla Creedence, grazie alla chitarra “riverberata” di Paul Bell. E la cover di Snake Drive di R.L. Burnside, con un micidiale call and response tra l’armonica di Wenner e la slide di Bell, è ancora meglio, veramente fantastica. Blues For Brother John, uno strumentale scritto da Mark Wenner, ha forti agganci con Spoonful e altri classici delle 12 battute, ma nel blues è sana usanza “prendere in prestito”, di solito non si offende nessuno. E come ciliegina sulla torta di un album che è il loro migliore da “illo tempore”, per concludere una versione sparatissima di Dirty Waters degli Standells, che sembra uscire da qualche vecchio vinile degli Stones o degli Yardbirds, pure citati a colpi di riff classici nella parte strumentale. Peccato si fatichi a trovare il CD, ma questa volta ne varrebbe la pena: bentornati “Falchi della Notte”!

Bruno Conti

Sprazzi Di Gran Classe, Ma… Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys

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Jimmy Thackery And The Drivers – Spare Keys – White River Records                      

A due anni dal precedente Wide Open http://discoclub.myblog.it/2014/10/04/filo-meno-bello-del-solito-jimmy-thackery-and-the-drivers-wide-open/  torna Jimmy Thackery con i fedeli Drivers, che per l’occasione sono Rick Knapp al basso e George Sheppard alla batteria, mentre Chris Reddan lo ha sostituito nel periodo in cui era stato assente per un intervento alla spalla, e quindi appaiono entrambi, ciascuno in sei brani dell’album. Album che conferma il periodo interlocutorio di Thackery con le ultime uscite, buone ma non eccelse, l’ultimo album sopra la media era stato l’ottimo Live In Detroit del 2010 e in parte Feel The Heat del 2011.. Anche nei 12 brani del nuovo album, tutti firmati dallo stesso Jimmy, ci sono vari pezzi in cui si gusta l’eccelsa tecnica chitarristica del nostro, che non si discute, ma altri in cui la sua voce rende ancora meno brillanti composizioni di per sé non fantastiche. Poi in ogni brano ci sono momenti in cui la tecnica, il gusto, il brio di Thackery vengono comunque a galla ma, a mio parere, in modo meno continuo che in passato.

Il surf-blues-rock dello strumentale iniziale Candy Apple Red è scintillante e ricco di tutta la classe indiscutibile di Jimmy, con continue variazioni di timbri e soluzioni sonore della chitarra, e anche la sezione ritmica lavora di fino, e la successiva Blues All Night tiene fede al titolo del brano, un lento  atmosferico ricco di intensità e tecnica, un po’ alla maniera del vecchio Roy Buchanan (anche nella voce, purtroppo), con la solista carica di effetti e riverberi, lancinante e tirata allo spasimo. You Can’t Come Back è un bel rock-blues, sempre appesantito dal non esaltante lavoro vocale di Thackery, e con la solista stranamente trattenuta, meglio lo slow fascinoso, quasi una ballata, No More Than Me, molto raffinato e ricco di feeling, con la sei corde del nostro a cesellare alcuni passaggi strumentali di pregio, che rivitalizzano la parte vocale, francamente moscia. Fighting In The Jungle è una sorta di voodoo rock, pressante e molto mosso anche a livello ritmico, con il lavoro della solista ricco di effetti e dal fluire poderoso, seguita da I’ve Got News For You che sembra (quasi) un pezzo di quelli più rock à la Roy Orbison, in tutto meno che nella voce, ribadisco purtroppo, gli interventi della chitarra non son sufficienti per redimerlo (facciamo una colletta per pagargli un cantante,  come di recente ha fatto Ronnie Earl).

La lunga I Even Lost The Blues vira sul jazz-blues after-hours, manco a farlo apposta proprio alla Ronnie Earl, peccato che Thackery si ostini a cantare, mentre  sulla parte strumentale non si discute. E infatti il turbinio R&R scuola Link Wray/Lonnie Mack dello strumentale Five Inch Knife è da manuale, come pure l’intensissimo slow blues di una magnifica Same Page On Demand dove il nostro rivolta la sua solista come un calzino. Puttin’ The Word Out ha la grinta rock chitarristica dei vecchi brani dei Nighthawks, ma, e scusate se mi ripeto, non ha la voce del primo Mark Wenner. Bella Noche è una strana commistione di ritmi tex-mex di frontiera e struggenti pezzi strumentali a cavallo tra Santo & Johnny e Los Lobos, sulla carta sembra strano, ma vi giuro che nel disco funziona. E niente male anche l’ulteriore strumentale conclusivo, una ondeggiante The Barber’s Guitar, un pezzo tra reggae, ritmi caraibici e le immancabili impennate della solista di Jimmy Thackery, sempre in possesso di un feeling e di una sensibilità di tocco uniche.

Quindi ancora una volta obiettivo raggiunto: al solito molte luci e qualche ombra, non un capolavoro e neppure la sua opera migliore, ma questo signore sa sempre suonare (non mi dispiacerebbe comunque vederlo dal vivo, vedi sopra, è fantastico) e quindi il disco, destinato soprattutto agli appassionati della chitarra, si ascolta comunque con grande  piacere.

Bruno Conti

La Via Italiana Al Blues 1. Paolo Bonfanti – Back Home Alive

paolo bonfanti back home alive

Paolo Bonfanti – Back Home Alive – Club De Musique Records/IRD

Lo stato dell’arte del blues (e anche del rock) in Italia è alquanto strano. Ovviamente soprattutto per ciò che riguarda i praticanti in lingua inglese, raramente sui grandi giornali o in televisione, non certo per scarsa qualità quanto per il provincialismo al contrario di certa stampa italiana che li considera prodotti inferiori. E invece ci sono fior di artisti italiani che navigano in questo mare tempestoso del “non solo blues”: penso a gente come Paolo Bonfanti, di cui tra un attimo, la Gnola Blues Band, i Mandolin’ Brothers, in passato Treves (ma anche oggi, non è in pensione), Fabrizio Poggi, che in tempi recenti ci hanno regalato ottimi album tra blues, roots-rock, folk, country, rock vero e proprio, spesso con risultati nettamente superiori a quelli di moltissimi colleghi d’oltreoceano. Prendete questo Back Home Alive, partendo dai credits che riportano: produzione artistica Steve Berlin (proprio quello dei Los Lobos), mixaggio David Simon-Baker (fonico, sempre dal giro Los Lobos) e mastering di David Glasser ( sta curando le ristampe dei Grateful Dead per il cinquantenario), le foto sono di Guido Harari, altro italiano (ok è nato a Il Cairo!), famoso in tutto il mondo per le sue istantanee di Lou Reed, Zappa, in Italia De André, anche lui genovese come Bonfanti. Che tra gli ospiti di questa serata del 28 febbraio al Teatro Comunale di Casale Monferrato ha voluto anche l’appena citato “Puma di Lambrate”, più noto come Fabio Treves.

Il tutto esce per una piccola etichetta di Courmayeur, un prodotto di ottima qualità artistica sin dalla confezione molto curata. Ovviamente quello che conta principalmente è il contenuto musicale e anche in questo caso ci siamo in pieno. Accompagnato dal suo gruppo elettrico, Paolo Bonfanti, voce solista e chitarre, con Alessandro Pelle alla batteria e Nicola Bruno al basso, Roberto Bongianino all’accordion (per i non anglofili sarebbe la fisarmonica), strumento che dà un tocco inconsueto al sound, collocandolo a cavallo tra le paludi della Louisiana e i sobborghi di Los Angeles dei Los Lobos. Quindi tanto blues, “musica delle radici” naturalmente, ma anche rock potente e tirato, come è chiaro fin dall’iniziale The Seeker, un brano che porta la firma di Pete Townshend  e anche se non è tra i brani più famosi degli Who, ha comunque l’imprinting e la grinta della band inglese, granitici power riffs adattati ai suoni dei barrios di LA, con la chitarra di Paolo che corre veloce e ricca di inventiva sulle note di un pezzo che è puro classic rock. E’ un attimo e siamo dalle parti del Sud degli States, A Nickel And A Nail un vecchio pezzo di O.Wright, grande cantante soul della scuderia di Willie Mitchell, ma la canzone la facevano anche Roy Buchanan, Otis Clay, Billy Price (il cantante di Buchanan), Ruthie Foster in tempi recenti, non so Paolo da dove l’ha presa (poi gliel’ho chiesto e mi ha detto che conosceva l’originale) ma il pezzo ha mantenuto il suo spirito tra blues e soul. Terror Time, il primo brano “autoctono”, è un blues di quelli raffinati, alla Robben Ford o se preferite alla Mike Bloomfield, solista jazzy e il tocco della fisa che fa le veci delle tastiere o dell’armonica.

Hands Of A Gambler è una ballata mid-tempo, da storyteller, quasi springsteeniana, ma anche con uno spirito texano, con la fisarmonica alla Ponty Bone di Bongianino, mentre Second World, con la sua insinuante andatura funky-blues viene dal primo album solista di Paolo, On My Backdoor Someday, disco prodotto a Nashville nel 1992. In Takin’ A Break si vira di nuovo verso la forma canzone, mid-tempo, malinconica e struggente il giusto, per tornare al rock misto a blues o viceversa di Route One,  dove viene estratto il “collo di bottiglia” per una bella cavalcata nello slippin’ and slidin’ appunto a tempo di slide. I’m Just Tryin’ era sullo stesso disco ed è un R&R di quelli scatenati, alla Blasters, per non parlare solo dei classici, con la chitarra a pungere come si conviene. Time Ain’t Changed At All è una ballata dylaniana, una sorta di answer song che ci dice che i tempi purtroppo non sono cambiati per niente, ma almeno questo valzerone è una bellissima canzone. Guard My Heart è un omaggio ai Nighthawks di Mark Wenner, altro grande armonicista ed è l’occasione per portare sul palco Fabio Treves per una rimpatriata a tempo di boogie. Slow Blues For Bruno, dall’ultimo eccellente disco Exile On Backstreets non è dedicata al sottoscritto, ma è il classico lentone blues strumentale dove Paolo Bonfanti mette tutto quello che ha nella sua chitarra per dedicarci un assolo che rivaleggia con quelli dei grandi dello strumento e anche Bongianino non scherza con il suo accordion. E per concludere in bellezza, una ottima versione di Franklin Tower, in puro Grateful Dead style, per ricordare i 50 anni della band di Garcia e Co in bello stile: bella musica e bella serata, disponibile per tutti da gustare.

Bruno Conti

Valorosi Bluesmen Italiani Sempre Più “Vivi”! Paolo Bonfanti -Back Home Alive

paolo bonfanti back home alive

Vi aveo annunciato, qualche giorno prima della fine di febbraio, la data in cui sarebbe stato registrato questo concerto dal vivo, in quel di Casale Monferrato al Teatro Comunale, proprio il 28 febbraio. Ora il CD è disponibile, è stato pubblicato dalla Club De Musique Records/Distr. IRD, si chiama Back Home Alive e vede l’ottimo Paolo rivisitare parte del suo vecchio catalogo, anche con alcune puntatine nel songbook degli Who, dei Nighthawks (con Fabio Treves all’armonica) e dei Grateful Dead. Il concerto è molto buono (lui è uno dei migliori italiani del “non solo blues”) e quindi anche il relativo dischetto, e il resoconto completo lo leggerete prima sul prossimo Buscadero (come sapete scrivo pure lì)! Nell’attesa vi ricordo le date del tour di Paolo per i mesi di Luglio, quello che resta, e agosto. Non mancate, perché lui è bravo, e gli piace pure John Hiatt (ci siamo incontrati a Milano al concerto e abbiamo fatto quattro chiacchiere):

Luglio 2015

Sab 18 – Duo w/R. Bongianino + Red Wine – Limone P.te (CN) – piazza d. Municipio
Dom 19 – Solo – Baveno (NO) – Festambiente (Circolo ARCI)
Ven 24 – w/ F. Marza Band (special guest) – Ruffano (LE) – Ruffano Blues Festival
Sab 25 – Trio – Roddino (CN) – “C’era una volta Matarìa d’ Langa”
Gio 30 – w/ Slow Feet – Genova – Porto Antico
Ven 31 – Trio – Riva Trigoso (GE) – Borgo Renà

Agosto 2015

Sab 1 – Band – Serralunga di Crea – fraz. Madonnina (AL) – p.zza L. e C. Balbo
Mar 4 – Duo w/ R. Bongianino – L’Aquila – “Blues sotto le stelle”
Gio 6 – Trio – Albenga (SV) – “Live in Albenga” (p.zza S. Domenico)
Sab 8 – w/ M. Coppo – Bolbeno (TN) –
Dom 16 – Trio – Oristano – Blues Festival
Lun 17 – Trio – Budoni (OT) – piazza
Mar 18 – Trio – Porto Torres – “Trittico di Mare” (loc. Il Ponte-Balai)
Gio 20 – Duo w/ A. Pelle – Vinadio (CN) – “Fortissimo”
Ven 21 – Solo – Lavagna (GE) – Genoa Club (v. G.B. Campodonico 58)
Dom 30 – Band – Varazze (SV) – Porto

Alla prossima.

Bruno Conti

Live “Senza Spina” Per Pochi Intimi! The Nighthawks – Back Porch Party

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The Nighthawks – Back Porch Party – Eller Soul

Secondo il modesto parere di chi scrive i Nighthawks non fanno più un bel disco dai tempi di American Landscape, o addirittura un gran disco dagli anni ’70, quando in formazione c’era ancora Jimmy Thackery, e visto che negli ultimi anni mi è capitato spesso di recensire album del quartetto blues americano http://discoclub.myblog.it/2014/09/08/longevi-prolifici-pero-ne-hanno-fatti-cosi-tanti-the-nighthawks-444/ , l’ho detto e ripetuto più volte, quindi mi scuso se lo avete già letto, ma questa è la verità. I dischi non sono mai brutti, anzi, la passione non manca, la classe e il mestiere neppure, ma latita quel sacro fuoco che un tempo animava i dischi e le performances dal vivo della storica band di Mark Wenner: anche la trovata, l’escamotage, come volete chiamarla, di registrare un disco unplugged, senza amplificazione elettrica, dal vivo in studio, l’avevano già utilizzata per Last Train To Bluesville, disco registrato nel 2009 per una emittente radiofonica e pubblicato nel 2010 con buoni riscontri di critica http://discoclub.myblog.it/2011/01/16/vecchie-glorie-5-the-nighthawks-last-train-to-bluesville/ .

Per questo Back Porch Party ripetono l’esperimento:anche se a giudicare dagli applausi scarni ci saranno una cinquantina di persone presenti, forse meno, negli studi di registrazione Montrose a Richmond, Virginia dove è stato registrato l’album. Per l’occasione almeno i Nighthawks cambiano completamente il repertorio rispetto al precedente disco unplugged, pur andando sempre a pescare nel repertorio di classici R&R, blues e swing, ma non mi pare che il disco decolli mai verso vette stratosferiche, il divertimento non manca, Wenner è sempre fior di armonicista, anche se la voce a tratti perde un po’ i colpi, ben bilanciata però da quelle di tutti gli altri componenti del gruppo che si alternano con successo alla guida vocale dei brani, spesso anche con armonie vocali d’insieme pimpanti ed accattivanti, Stutso e Castle sono una sezione ritmica agile e tecnicamente in grado di sopperire alla mancanza dei volumi “elettrici”, Paul Bell è chitarrista che riesce a giocare le sue carte anche nella dimensione “senza spina”, ma può bastare?

In ogni caso il CD è piacevole e divertente, nello swingante R&R della iniziale Rock This House, un vecchio brano del repertorio del Jimmy Rodgers bluesman o nella spiazzante rivisitazione di un brano come Walkin’ After Midnight, canzone da sempre legata ad una voce femminile, come ad esempio quella di Patsy Cline, o nei rockabilly Jana Lea, dove affiora il vecchio impeto, e Hey Miss Hey, presa a tutta velocità. C’è anche pathos nella versione intensa di una Down The Hole che si ricorda nel repertorio di Tom Waits, brano in cui Wenner soffia con vigore nell’armonica, ma non attizza più di tanto questa dimensione unplugged in un classico come Tiger in Your Tank, che ha ben altra potenza nell’originale di Muddy Waters o nella recente poderosa ripresa nel live di Joe Bonamassa. E anche Matchbox, quella di Ike Turner e Rooster Blues, non resteranno negli annali delle dodici battute, pur essendo versioni oneste e sentite. Rollin’ Stone, pure nella versione unplugged, non perde lo status del super classico, però ne ho sentite versioni migliori (quelle due o trecento), mentre Down To My Last Million Tears illustra anche il lato country “scoperto” dalla band nell’ultima parte di carriera e Back To The City è un altro swing che fa il paio con l’iniziale Rock This House. Pare che il sei politico non usi più, che ne dite di tre stellette per una stiracchiata sufficienza?

Bruno Conti  

Un Filo Meno Bello Del Solito! Jimmy Thackery And The Drivers – Wide Open

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Jimmy Thackery And The Drivers – Wide Open – White River Records

Dopo un lungo filotto di dischi, prima per la Blind Pig, poi per la Telarc, e anche uno dal vivo per la Dixiefrog, pure Jimmy Thackery si è dovuto piegare alle logiche di mercato, quindi etichetta indipendente autogestita, e questo Wide Open è il secondo CD che esce con questo sistema di distribuzione, dopo Feel The Heat del 2011. Forse ricorderete che avevo parlato abbastanza bene di quell’album (e sarebbe difficile il contrario) http://discoclub.myblog.it/2011/06/18/questo-uomo-suona-jimmy-thackery-and-the-drivers-feel-the-he/  ma non benissimo, pur essendo chi scrive convinto che Thackery sia uno dei migliori chitarristi attualmente in circolazione, e non solo in ambito rock-blues. Convinzione maturata in decenni di ascolti, prima con i Nighthawks e poi, da una ventina di anni, con i Drivers, in varie incarnazioni, in mezzo ci sono stati anche gli Assassins, i cui dischi sono di difficile reperibilità. Diciamo che anche lui, come Ronnie Earl o Danny Gatton (che addirittura non cantano), e prima ancora Roy Buchanan non brillavano come vocalisti: Thackery se la cava, ma non è un fulmine di guerra, Robillard, che peraltro non è certo Otis Redding o Sam Cooke, è decisamente meglio.

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Però la qualità come solista è pari ai nomi citati. Anche questo nuovo CD non lo annovererei sicuramente tra i suoi migliori in assoluto, palma che potrebbe spettare, Nighthawks a parte, ai due in coppia con Tab Benoit, a We Got It, dove ripercorreva il repertorio di Eddie Hinton, con l’aiuto dei Cate Brothers, ai vari Live, e ad altri CD dell’epoca Blind Pig e Telarc. Per questo Wide Open Jimmy Thackery si è preso il suo tempo, un paio di anni per concepire i brani e poi per registrarli ad Aprile di quest’anno negli studi di Cadiz, Ohio, con i due pards, Mark Bumgarner al basso e George Sheppard alla batteria https://www.youtube.com/watch?v=rgO3-xcOIbw . Il risultato è un disco più rilassato, a tratti jazzato, a tratti “atmosferico”, non privo delle sue feroci cavalcate chitarristiche rock-blues, ma che si può definire tanto eclettico quanto discontinuo, Wide Open per dirla con il buon Jimmy. Si parte con il jazz-blues swingato di Change Your Tune, con un cantato assai “rilassato” di Thackery, che però alla solista può suonare quello che vuole, con una disinvoltura disarmante. Anche Minor Step ha un taglio jazzistico, uno strumentale che oscilla tra Wes Montgomery, Robben Ford e certe cose di Ronnie Earl, niente male insomma. Coffee And Chicken è il primo vero blues, i Drivers rendono omaggio al loro nome e il nostro comincia ad affilare le stilettate della sua chitarra, anche se la parte cantata è sempre troppo sforzata. King Of Livin’ On My Own vira addirittura verso lidi country, con Thackery impegnato all’acustica in un brano che non è proprio un capolavoro. Hard Luck Man è il Thackery che più ci piace, un blues-rocker ricco di riff, con una grinta alla Nighthawks e la chitarra che “vola” https://www.youtube.com/watch?v=eeS2Bv4xdkY . Shame Shame Shame, il brano più lungo di questa collezione, quasi otto minuti, è uno strano slow blues elettroacustico dove Thackery si cimenta alla slide acustica, ma non resterà negli annali del blues.

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Molto meglio parlando di blues lenti una You Brush Me Off dove Jimmy se la batte con il miglior Ronnie Earl, uno di quei classici brani in crescendo che si gustano tutti d’un fiato https://www.youtube.com/watch?v=WHwKuLLngo8 , mentre Someone Who’s Crying Tonight, nonostante la presenza di Reese Wynans all’organo Hammond, fatica a decollare, un altro lento più parlato che cantato, ancora vicino ad atmosfere vagamente outlaw country-rock, sempre in attesa di un assolo che non arriva mai. Keep My Heart From Breakin’ torna al rock-blues più sanguigno, quello che di solito impazza nei suoi dischi, ma Swingin’ Breeze è un brano più adatto ai dischi jazz di Robillard o di un Herb Ellis, uno strumentale suonato benissimo ma non è il genere chi mi aspetto da Thackery e Run Like The Wind, un blues acustico, solo voce e chitarra, non è che metta il fuoco alle chiappe dell’ascoltatore. Rimane la conclusiva Pondok, un interessante brano strumentale che rende omaggio all’arte dei citati Buchanan e Gatton, un esercizio di grande perizia tecnica che però non solleva completamente le sorti dell’album. Ovviamente parere personale, magari non condivisibile, ma sapete che amo essere sincero. Gli anni passano e Thackery è un distinto signore di 61 anni, ma mi aspettavo di più, la classe c’è, ma solo a tratti.

Bruno Conti

Longevi E Prolifici, Però Non Ne Hanno Fatti Così Tanti! The Nighthawks – 444

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The Nighthawks – 444 – Eller Soul Records

Visto che i 40 anni di carriera li hanno già festeggiati un paio di anni fa, vincendo il primo Blues Music Award della loro carriera (categoria album acustico del 2011!) con Last Train To Bluesville, un album che non mi pareva proprio completamente acustico, diciamo unplugged http://discoclub.myblog.it/2011/01/16/vecchie-glorie-5-the-nighthawks-last-train-to-bluesville/ e neppure il migliore di sempre per i Nighthawks, mentre meglio mi è sembrato il successivo Damn Good Time http://discoclub.myblog.it/2012/06/20/1000-e-non-piu-mille-vecchie-glorie-12-the-nighthawks-damn-g/ . Lo ripeto spesso, ma non essendo Paganini posso farlo, il vecchio gruppo era ben altra cosa: della formazione originale resiste Mark Wenner, grande armonicista e buon cantante, Mark Stutso, che ha condiviso anche 18 anni di carriera con i Drivers di Jimmy Thackery prima di passare alla concorrenza,  è un altro membro “anziano”, diciamo navigato, della band. Ma il problema, se di problema si tratta, è proprio Jimmy Thackery. Diciamocelo francamente, Paul Bell è un bravo chitarrista, molto eclettico, ma non ha la forza e il carisma che aveva (ed ha tuttora) uno come Thackery, una vera forza della natura, come solista, in grado di calarsi in profondità nelle radici del Blues in dischi come Jacks And Kings e Full House, dove c’erano anche Bob Margolin e Pinetop Perkins, o di rilasciare vere fucilate di energia R&R e blues-rock, in album come Rock And Roll, Open All Night, il Live At The Psichedelly, quindi tutto il periodo Adelphi, ma in ogni caso fino alla fuoriuscita del grande Jimmy, a metà anni ’80.

In formazione poi è passata anche gente come Jimmy Nalls, Warren Haynes e James Solberg, ma è non più stata la stessa cosa, mentre spesso i dischi di Jimmy Thackery hanno recuperato la vecchia forza e il vigore dei tempi passati. Di tanto in tanto il gruppo centra l’obiettivo di rilasciare un buon album e, in ogni caso, i loro dischi sono sempre onesti manufatti di blues, destinati a soddisfare le aspettative degli appassionati del genere. Anche questo 444 (che non credo ricordi quasi 5 centurie di carriera, ma si riferisca, dal titolo di uno dei brani, ad uno specifico periodo della notte, 444 A.M.) si inserisce in questo filone: Walk That Walk è una cover di un brano di un gruppo minore di doo-wop degli anni ’50, i Du Droppers, con tutti i componenti che si cimentano con profitto in piacevoli armonie vocali che sostengono le evoluzioni all’armonica di Mr. Wenner.

Sempre efficace al canto e al “soffio” nelle classiche 12 battute di Livin’ The Blues, con le armonie che permangono, mentre la title-track è un rocker sulle tracce dei vecchi dischi Sun, con tanto di chitarra twangy di Bell, You’re gone ha sprazzi del vecchio vigore, con i “sapori” country che emergono, piacevoli e ben dosati, in una inconsueta, nel panorama musicale dei Nighthawks, Honky Tonk Queen, che tiene fede al proprio nome, spingendosi quasi in territori cari ai vecchi Commander Cody, con il valore aggiunto dell’armonica (però sono brani sentiti mille volte da altri gurppi, spesso in versioni anche migliori). Divertente il rockabilly boogie alla Elvis di Got A Lot Of Livin’, con Johnny Castle che pompa sul suo basso e Bell che fa il Link Wray o il Carl Perkins della situazione. Piacevolissima Crawfish, che era uno dei brani di Elvis preferiti da Joe Strummer, un nuovo tuffo negli anni ’50. E poi, finalmente, all’ottavo brano, in The Price Of Love, Paul Bell estrae il “collo di bottiglia” e con la sua slide ci permette di riassaporare il suono gagliardo e minaccioso dei primi anni del gruppo, con duetti chitarra-armonica di pregevole fattura.

High Snakes con vaghi sapori tra Texas e Messico, è un discreto slow d’atmosfera e Nothin’ But The Blues è qualcosa che dovrebbero fare più spesso, anche se l’energia, e il brano, stentano a decollare, a dispetto del buon lavoro di Bell e soprattutto di Wenner all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=Po3xVKFVw38 . No secrets è un altro blues rocker che ha echi del vecchio splendore, con la slide sugli scudi e Louisiana Blues è proprio quella di Muddy Waters, in una bella versione elettro-acustica, prima di concludere con Roadside Cross, una delicata ballata folk acustica con Akira Otsuka (?!?) che aggiunge il suo mandolino. Bella, ma c’entra poco con il resto del disco, eclettico fin troppo nelle sue scelte sonore, ma in ultima analisi, sempre più che dignitoso.

Bruno Conti   

1000 E Non Più Mille! Vecchie Glorie 12. The Nighthawks – Damn Good Time!

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The Nighthawks – Damn Good Time! – Severn Records

Per molti è il nome di un quadro di Edward Hopper, per altri è il nome di un gruppo di jazz (senza il The) ma per gli appassionati di rock (e blues) The Nighthawks è il nome del gruppo che nel lontano 1972 venne fondato da Mark Wenner e Jimmy Thackery con l’aiuto di Jan Zukowski e Pete Ragusa. Con il ritiro un paio di anni fa di Ragusa, dopo il profetico Last Train To Bluesville, della formazione originale rimane solo il cantante e armonicista Wenner, ma è sufficiente?

Il chitarrista che, dopo una lunga serie di sostituti si è insediato (da qualche anno) al posto di Thackery è Paul Bell, il cui curriculum riporta che ha suonato in molte influenti band della zona di Washington, DC tra cui, per oltre dieci anni, quella del leggendario Tommy Lepson. Con tutto il rispetto, ma chi cacchio è? Sarà anche bravissimo, ma non aggiunge molto alla “storia” dei Nighthawks, a differenza, come ho detto in altre recensioni di dischi recenti del gruppo, del batterista Mark Stutso che ha suonato per un paio di decadi con i Drivers proprio di Jimmy Thackery. Questa volta mi sembra che il gruppo abbia recuperato parte della propria proverbiale grinta (sempre presente nei concerti dal vivo): sarà l’approdo in una delle etichette storiche indipendenti del blues americano come la Severn che ha messo a disposizione il suo produttore ed ingegnere storico, David Earl, per questo Damn Good Time, sarà la scelta del materiale con un giusto rapporto tra cover, anche inconsuete, e materiale originale, ma il disco mi sembra che funzioni in modo onesto. Tutti si alternano al canto e ad armonizzare e il repertorio scorre tra una cover blues-rock di un Presley minore, come Too Much, con il gruppo trainato dall’armonica di Wenner e sembrano i Blasters in una buona serata (una volta era viceversa) e poi il “treno” rock della tirata Who You’re Workin’ For, un brano che porta la firma dell’ottimo Billy Price, lui sì una piccola leggenda del blue-eyed soul e a lungo cantante nel gruppo di Roy Buchanan e nella propria band, tutt’ora in circolazione, bello l’assolo di Bell.

Damn Good Time è un bel brano di impianto errebì, cantato dal batterista Stutso con i coretti del gruppo che conferiscono una aura soul, niente di straordinario ma molto piacevole. Johnny Castle, il bassista, ci regala una gradevole Bring Your Sister che ci porta nei territori power-pop del primo Nick Lowe. Send For Me era uno dei brani più “mossi” del repertorio di Nat King Cole, si fa per dire, la versione blues-swing cantata da Wenner non aggiunge molto all’originale. Minimum Wage è un altro dei brani originali presenti nel disco, scritta dalla coppia Nardini/Stutso e cantata da quest’ultimo, mi sembra senza mordente. Meglio il boogie di Georgia Slop dal repertorio di Jimmy McCracklin, brillante e vivace. Night Work  è un altro brano preso dal repertorio di Billy Price, con il quale i Nighthawks hanno lavorato, al di là del solido lavoro dell’armonica di Wenner l’originale era decisamente meglio. Anche Let’s Work Together di Wilbert Harrison, ma tutti la ricordano nella versione dei Canned Heat, ha un buon lavoro alla slide di Paul Bell oltre alla solita armonica, marchio di fabbrica del gruppo, però gli originali anche in questo caso erano migliori. Smack Dab In The Middle me la ricordavo in una grande versione di Ry Cooder, qui è fatta come uno swingettino innocuo. Meglio Down To My Last Million Tears ancora dell’accoppiata Nardini/Stutso, però siamo sempre lontani dal furore della vecchia band, il tempo passa per tutti. Uguale il discorso per Heartbreak Shake, sempre della stessa coppia, più orientata verso il R&B tinto di blues, onesta e ben suonata come il resto del CD, ma è sufficiente?

Bruno Conti  

P.S Il nome criptico del Post odierno vuole solo ricordare ai fedeli lettori (e anche a quelli non fedeli) che questo è il millesimo Post inserito nel Blog (in poco più di due anni, quindi una media di più di uno al giorno dal 2 novembre 2009, data di inizio). Nessuna velleità trionfalistica, un semplice dato statistico considerato che l’esatto numero lo ricavo solo io dai dati “privati” e il titolo è scaramantico, visto che ha portato bene per i due millenni che si sono susseguiti da allora!

Questo Uomo Suona! Jimmy Thackery and The Drivers – Feel The Heat

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Jimmy Thackery and The Drivers – Feel The Heat – White River Records  

Direi che già la copertina una “ideuzza” sul contenuto del disco ce la dà, comunque per chi non conosce, dopo il Live In Detroit, uno dei migliori dischi della sua pluridecennale carriera, Jimmy Thackery va sempre più underground e indipendente con questo Feel The Heat pubblicato da una piccola etichetta di scarsa reperibilità e il risultato finale non mi convince del tutto (ma averne comunque di dischi così, è solo che si diventa sempre più esigenti).  

Ho recensito parecchi album di Thackery negli ultimi anni e dai gloriosi giorni dei Nighthawks spesso ha saputo cavare dal cilindro delle prove di grande spessore, dall’accoppiata con Tab Benoit di Whiskey Store in studio e dal vivo passando per il fantastico tributo alla musica di Eddie Hinton con We Got It o un altro Live come Wild Night Out. Ma più o meno tutti i suoi dischi danno sempre grandi soddisfazioni agli appassionati della 6 corde, un po’ meno a chi ama anche le corde vocali ovvero le grandi voci.

Ma anche anche in questo CD, la quota chitarristica compensa abbondantemente per eventuali deficit vocali. Si tratti della lunga improvvisazione quasi ferale, alla Gov’t Mule, della poderosa Blind Man In the Night con la chitarra che viene rivoltata come un calzino da Thackery per estrarci sino all’ultima goccia di solismo o il tour de force quasi hendrixiano del fantastico surf-rockabilly-blues spaziale e strumentale di Hang Up and Drive dove chitarra e ritmi (s)corrono velocissimi. Ma anche nella cover morbida e un po’ blasé della Please Accept My Love di BB King che ultimamente va come il pane visto che l’ha ripresa anche Greg Allman nell’ultimo Low Country Blues, quello che si perde eventualmente nella parte vocale viene ripagato in un corposo e classico assolo della chitarra di Thackery.

Anche Take My Blues parte lenta e quasi acustica poi il buon Jimmy comincia a strapazzare la sua chitarra con voluttà e riporta il sorriso sul volto dell’ascoltatore (quella faccia da pirla da air guitar che ti viene quando ascolti degli assoli di questo livello)! Anche il morbido brano strumentale Bluphoria che tanto ricorda il sound della Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green contribuisce alla varietà di stili e “colori” chitarristici che percorrono questo Feel The Heat.

I’ll Be Your Driver è un bel rock-blues corposo che ricorda il Clapton d’annata o i migliori Nighthawks con la solita chitarra esplosiva mentre Bomb The Moon sono meno di tre minuti strumentali tra La bamba e un surf scatenato e lui suona sempre alla grande.

Come confermano I’m Gone e Wannabe altri ottimi esempi di rock-blues da manuale del perfetto chitarrista. La conclusione è affidata a una bellissima ballata tra country, soul, Mark Knopfler e Ry Cooder cantata alla grande da Ernie Cate quello che l’ha anche scritta insieme a Jimmy Thackery, Fading heart e qui si sente che c’è anche un ottimo cantante, esatto quello dei Cate Bros che già cantava nel tributo a Eddie Hinton; le armonie vocali di Reba Russell contribuiscono al fascino di questo brano e sapete cosa vi dico? Ascoltandolo un’ultima volta mentre scrivo queste righe mi devo ricredere, mi sa che ha ragione Thackery e ancora una volta alla fine ci regala un ottimo disco con più luci (tante) che ombre (poche). Quando ci vuole, ci vuole, per cui giudizio più che positivo!

Bruno Conti  

Vecchie Glorie 5. The Nighthawks – Last Train To Bluesville

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Ogni tanto ritorno a questa rubrica, oggi parliamo di Blues!

The Nighthawks Last Train To Bluesville – Rip Bang Records

Ormai anche i Nighthawks hanno superato la boa dei 35 anni di carriera visto che sono in attività dal lontano 1972 (anche se in effetti il primo album, il leggendario Rock’n’Roll risale al 1974) e quindi anche loro per rinverdire vecchi fasti, cercare nuovi stimoli approdano al disco Unplugged, si “accontentano” di farlo per un canale satellitare radiofonico BB King’s Bluesvile Channel irradiato da Sirius Xm che se non appare clamoroso e “glamorous” è sicuramente sincero e ruspante.

Il risultato non ha fermato la loro lenta decadenza (anche se dispiace dirlo) e dopo questo CD anche un altro dei membri fondatori della band ha lasciato l’ovile, parliamo del batterista e secondo vocalist Pete Ragusa che segue il bassista Jan Zukowski e il chitarrista originale Jimmy Thackery, il più bravo e decisivo del gruppo che ormai manca dal 1986 ma continua da allora una carriera solista che nel suo caso non ha mai segnato passi falsi anzi ogni disco è una piacevole sorpresa rimanendo a livelli qualitativi elevatissimi, ma questa come si usa dire è un’altra storia. Ma quando vogliono “tirano ancora”! Guarda qua.

Casualmente (o forse no?) a sostituire Ragusa è arrivato Mark Stutso che è stato per 18 anni il batterista di Jimmy Thackery & The Drivers, corsi e ricorsi storici.
I tempi gloriosi di Open All Night e Jacks and Kings tanto per citare due dei dischi fondamentali e must have della loro discografia sono da tempo alle spalle ma questo disco acustico anzi unplugged ha ancora delle frecce al suo arco anche se mi sembra inferiore al precedente American Landscape vincitore del Wammie Award per il miglior gruppo blues dell’area di Washington e che brillava soprattutto per alcune cover veramente notevoli, un paio di Dylan She Belongs To Me e Most Likely You Go.. e una pimpante Down in The Hole di Tom Waits.
Il repertorio di questo ultimo Last Train To Bluesville, come da titolo, è molto più orientato verso la ripresa di classici e quindi scorrono ben tre brani dal repertorio di Muddy Waters aka McKinley Morganfield, un Little Walter, un Chuck Berry, un Sonny Boy Williamson, un Bo Diddley e la ripresa in chiave più bluesy di I’ll Go Crazy di James Brown.
Completano l’opera la divertente hit dell’era pre- R&R scritta da Leiber & Stoller e resa famosa da Big Joe Turner The Chicken and The Hawk e una versione di Rainin’ In My Heart non quella di Buddy Holly ma il brano di Slim Harpo (James Moore).

Alcuni brani come la cover di Nineteen Years Old cantata da Mark Wenner, il cantante e armonicista che rimane l’unico membro originale della band, hanno echi del vecchio fuoco che ha sempre animato i Nighthawks e anche in questa dimensione acustica rendono un’idea della loro classe, la slide acustica di Paul Bell e l’armonica di Wenner duettano con grande vigore e Mark canta con trasporto ma in altri brani come nella cover della già citata I’ll Go Crazy cantata da Ragusa i risultati sono alquanto loffi (dal dizionario italiano: floscio, moscio, insulso).
Il disco è tutto in bilico, altalenante tra questi due aspetti, ad esempio You Don’t Love Me che è stata scritta da Bo Diddley ma tutti ricordiamo nella riscrittura di Willie Cobbs e nella versione fenomenale degli Allman Brothers (e che è stata cantata anche da Rhianna, ebbene sì!), dicevo che questo brano è bello vivo e pimpante mentre Rainin’ in my heart la trovo al limite del soporifero.
Comunque nel suo insieme il disco si guadagna una stiracchiata sufficienza, c’è di meglio in giro ma anche molto e sottolineo molto di peggio.

Bruno Conti