Le Buone Tradizioni Di Famiglia! Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote

wilson fairchild songs our dads wrote

Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote – BFD CD

I Wilson Fairchild, duo musicale formato da due cugini provenienti dalla Virginia, Wil e Langdon Reid, è uno dei rari casi di una band che cambia nome a carriera in corso: i due infatti avevano iniziato la carriera, pubblicando anche un paio di CD, come Grandstaff, ma poi pare che il nome creasse problemi ad essere compreso e così lo hanno mutato in Wilson Fairchild, ottenuto mettendo insieme i loro middle names (non che adesso il nome sia così memorizzabile). Indagando più a fondo, però, ho scoperto che i due altri non sono che i figli di Don e Harold Reid, cioè i due membri più importanti degli Statler Brothers, gruppo vocale country-gospel famoso negli anni sessanta e settanta (ma che hanno fatto dischi fino al 2002), il quale, pur avendo vinto diversi premi come gruppo country vocale dell’anno, deve gran parte della sua notorietà al fatto di essere stati per anni al servizio di Johnny Cash. Ma i due Reid Senior, che erano tra l’altro gli unici fratelli all’interno del gruppo (Statler era un nome di fantasia, preso da una marca di fazzoletti di carta!), hanno scritto anche diverse canzoni, nove delle quali sono entrate a far parte di questo CD di debutto dei figli Wil e Langdon (è il loro primo full length, alle spalle hanno solo un EP uscito nel 2013), intitolato significativamente Songs Our Dads Wrote.

Un omaggio sincero e sentito alle loro origini, un lavoro che mostra rispetto per il passato ed amore per la musica, due cose che oggi sono purtroppo sempre più rare: per far meglio risaltare la bellezza delle canzoni i Reid Jr., che sono tra l’altro dotati di due gran belle voci, hanno deciso di rivestire le melodie con il minimo indispensabile di strumenti, una scelta che fa loro onore, anche se commercialmente non avranno grandi benefici. Infatti in queste dieci canzoni (l’ultima, The Statler Brothers Song, è l’unica scritta dai figli e non dai padri, e tra l’altro già pubblicata 8 anni fa con la vecchia “ragione sociale”) troviamo solo le due chitarre acustiche dei nostri, l’armonica di Buddy Greene, una leggera percussione ad opera di Andy Hubbard ed un dobro in un paio di brani: nient’altro, a parte alcuni interventi vocali di Jimmy Fortune, un ex membro degli Statler Brothers anche se solo dal 1983. Le canzoni sono tutte molto belle, sia quando vengono riproposte con l’arrangiamento simile all’originale sia quando assumono un approccio più moderno, ed il lavoro dei due cugini è doppiamente meritevole, in quanto ci fanno riscoprire un gruppo oggi abbastanza dimenticato.

Il disco inizia benissimo con la bella Left Handed Woman, una limpida country song dalla melodia fluida e diretta, solo con le due chitarre dei nostri e l’armonica (che è quasi lo strumento solista), ma non si sente la mancanza di altro: se volete un termine di paragone, sembra di sentire una versione stripped-down della Nitty Gritty Dirt Band d’annata. Nella deliziosa I’ll Even Love You Better Than I Did Then, c’è anche una percussione appena accennata, che dona maggiore profondità ad un brano decisamente bello e fruibile, con i due che armonizzano davvero bene, mentre How Are Things In Clay, Kentucky? è quasi più folk che country, e mantiene le caratteristiche dei due brani precedenti, cioè una melodia semplice ma di spessore allo stesso tempo, con il solito accompagnamento scarno ma perfettamente bilanciato. Si sente che le canzoni sono state scritte in un’altra epoca, anche se l’approccio dei nostri è piuttosto contemporaneo: la pura e tersa She’s Too Good vede affacciarsi un dobro, Second Thoughts e Some I Wrote sono due scintillanti country songs ancora dal motivo classico e di presa sicura, con un refrain splendido la prima ed un’atmosfera d’altri tempi la seconda. Guilty rimanda direttamente ai canti folk appalachiani, ritmo spedito ed ottimo ritornello corale, mentre con la cristallina A Letter From Shirley Miller torniamo ai giorni nostri, per una squisita country ballad dall’aria nostalgica. L’album si chiude con la veloce He Went To The Cross Loving You, un brano originariamente di matrice gospel che i nostri trasformano in un riuscito country tune bucolico, e con la già citata The Statler Brothers Song, un sentito omaggio dei due ai propri padri, che pone termine ad un vero e proprio labor of love, e che è una dimostrazione pratica che il futuro ha le radici nel passato.

Marco Verdi

Tempo Di Antologie: Ottime, Anche Se Con Poche Sorprese! Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark/Old Crow Medicine Show – Best Of/Harry Belafonte – When Colors Come Together

nitty gritty fishin' in the dark

Nitty Gritty Dirt Band – Fishin’ In The Dark: The Best Of The NGDB – Rhino CD

Old Crow Medicine Show – Best Of Old CrowMedicine Show – Nettwerk CD

Harry Belafonte – When Colors Come Together: The Legacy Of Harry Belafonte – Legacy/Sony CD

Solitamente il momento migliore per immettere sul mercato discografico un greatest hits è quello natalizio, ma talvolta le etichette scelgono altri periodi, forse proprio per non venire risucchiate nel vortice delle pubblicazioni stagionali: oggi vi parlo di tre antologie uscite da poco, diverse tra loro (ma tra le prime due c’è più di un’affinità), con il comune denominatore della buona musica.

Non credo che chi legge questo blog non conosca la Nitty Gritty Dirt Band, storico gruppo country-rock californiano in giro da ben cinquant’anni (è uscito solo pochi mesi il bellissimo Circlin’ Back, album live commemorativo di cui ho parlato proprio su queste pagine virtuali), una band che ha sempre coniugato ottima musica e vendite cospicue, e pubblicando un capolavoro assoluto nel 1971 con il triplo Will The Circle Be Unbroken, un magnifico album di country e bluegrass con diversi padri del genere come ospiti ed un’operazione anche culturale di altissimo livello. Questa nuova antologia intitolata Fishin’ In The Dark ha però qualche problema: da un lato, con le sue 21 canzoni su un singolo CD offre una panoramica abbastanza esauriente della carriera del gruppo guidato da Jeff Hanna (pur con qualche mancanza, mi viene in mente per esempio House At Pooh Corner), ed è indispensabile per chi non li conosce e volesse avere un’infarinatura, dall’altro potrebbe però ricadere addirittura nella categoria “fregature” di cui ci occupiamo ultimamente, in quanto il disco altro non è che la fusione di due vecchie e famose antologie del gruppo, Twenty Years Of Dirt e More Great Dirt, prese pari pari ed unite con estrema nonchalance.

Un’operazione in sé discutibile (ed è strano perché la Rhino di solito si comporta in modo serio), che ha anche il difetto di fermare la carriera del gruppo al 1988 e di ignorarne il seguito, oltre a non comprendere alcunché dai tre volumi di Will The Circle Be Unbroken (ma per quelli forse ci vorrebbe un’antologia a parte). Dal punto di vista musicale comunque niente da dire, anche se vengono ignorati album fondamentali del gruppo come All The Good Times e Stars & Stripes Forever, e dagli anni settanta vengono presi solo tre pezzi: la splendida Mr. Bojangles, grande classico di Jerry Jeff Walker ed anche la loro incisione più nota, la lunga Ripplin’ Waters, da sempre al centro delle loro esibizioni live, e la solare e caraibica An American Dream. Il resto è tutto anni ottanta, con sonorità più radiofoniche ma sempre piacevoli e coinvolgenti, con sonorità molto californiane e talvolta vicine al sound degli Eagles (Make A Little Magic, I’ve Been’ Lookin’), o pezzi come Cadillac Ranch (proprio quella del Boss, in una scintillante versione country-rock), Workin’ Man, Baby’s Got A Hold On Me, le deliziose Partners, Brothers And Friends e Face On The Cutting Room Floor, le splendide Fishin’ In The Dark e Long Hard Road. Consigliato solo a chi non ha niente del gruppo, o a chi vuole un bel dischetto di country-rock da tenere in macchina.

old crow medicine show best of

Gli Old Crow Medicine Show sono il miglior gruppo del recente revival old-time country & bluegrass (o come lo vogliate chiamare), meglio di pochissimo a mio parere rispetto agli Avett Brothers (che sono più rock), e più nettamente dei comunque bravi Trampled By Turtles (mentre i Mumford & Sons, un tempo fantastici, credo che li stiamo perdendo…): anzi, per il sottoscritto gli OCMS sono addirittura la migliore band in assoluto tra quelle venute fuori nel nuovo millennio, un quintetto che rielabora la tradizione con grande grinta, inventiva, creatività e tecnica, alternando sapientemente brani originali a cover, e suggellando il tutto con un feeling mostruoso che viene fuori soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Questo Best Of potrebbe però risultare un po’ prematuro, anche perché, essendo pubblicato dalla loro vecchia etichetta (la Nettwerk), prende in esame solo i primi tre CD (ed un EP), ignorando gli ultimi due lavori, gli splendidi Carry Me Back e Remedy.

Ma, a monte di tutto, è comunque un grande piacere riascoltare canzoni come la strepitosa Wagon Wheel (un testo inedito di Bob Dylan musicato da Keith Secor), un capolavoro, una delle più belle canzoni degli ultimi quindici anni; ma gli OCMS sono anche altro, come lo scintillante folk Down Home Girl, il trascinante country’n’roll Alabama High-Test, il limpido bluegrass Big Time In The Jungle, la deliziosa Take ‘Em Away, la coinvolgente Fall On My Knees, suonata a velocità forsennata, o la stupenda I Hear Them All. Ci sono anche due inediti molto belli: Black-Haired Québécoise, cantata parzialmente in francese, uno squisito brano di stampo zydeco (anche se manca la fisarmonica) e dal ritornello vincente, e Heart Up In The Sky, un folk-grass cristallino e suonato alla grande. Fra meno di due mesi gli OCMS daranno alle stampe 50 Years Of Blonde On Blonde, fedele cronaca di un concerto dello scorso anno in cui hanno riproposto nota per nota (ovviamente alla loro maniera) il classico album di Dylan: un lavoro attesissimo e che figurerà certamente tra i dischi dell’anno.

harry belafonte when colors come together

Oggi di lui si parla molto poco, ma Harry Belafonte è stato uno dei più grandi cantanti americani di sempre; è ancora vivo e vegeto (ha da poco compiuto 90 anni), ma ho parlato di lui al passato in quanto è discograficamente fermo al 1988 per quanto riguarda i dischi in studio, mentre il suo ultimo lavoro in assoluto è l’ottimo An Evening With Harry Belafonte And Friends del 1997. Originario di Harlem ma di origini giamaicane da parte di madre e martinicane di padre, è noto per aver portato il calypso, musica tipica delle isole caraibiche, nelle case di milioni di americani, con una serie di canzoni indimenticabili, piene di suoni e colori, ma anche arrangiate in maniera sopraffina ed eseguite con la sua grande voce (una di quelle voci che sarebbero in grado di cantare qualsiasi cosa), diventando uno degli artisti più influenti del suo tempo: uno come Jimmy Buffett secondo me gli deve la vita, ma anche autori più distanti dal suo genere lo hanno sempre tenuto in grande considerazione (non ultimo Bob Dylan, che ebbe la prima esperienza discografica professionale proprio su una canzone di Harry, suonando l’armonica su Midnight Special nel 1962, qualche mese prima di incidere il suo album di debutto).

Ma Harry è stato anche un apprezzato attore ed un paladino dei diritti civili, una figura decisamente carismatica che oggi viene omaggiata proprio per i suoi novanta anni con questa bellissima antologia intitolata When Colors Come Together, 19 canzoni rimasterizzate in maniera spettacolare (alcune non sembrano affatto vecchie di 60 anni) che offrono una panoramica completa ai molti che oggi non hanno mai sentito parlare di lui. La migliore antologia di Harry sul mercato è certamente il Greatest Hits triplo uscito nel 2000, ma questa viene sicuramente subito dopo; c’è anche una incisione nuova, alla quale però Belafonte non ha partecipato: si tratta della title track, che in realtà è una versione di Island In The Sun affidata ad un coro di bambini, una cosa di cui avrei sinceramente fatto a meno. Ma il resto, che prende in esame materiale di tre decadi (’50, ’60 e ’70) è splendido, a partire dalla celeberrima Banana Boat Song (Day-O), una canzone che conoscono tutti, anche chi non ha mai comprato neppure un disco in vita sua, ci sono anche Matilda e Jamaica Farewell, due pezzi famosissimi. Poi ci sono imperdibili versioni di noti traditionals (All My Trials, On Top Of Old Smokey), o di standard contemporanei (Abraham, Martin And John), o ancora classici folk come Those Three Are On My Mind di Pete Seeger e Pastures Of Plenty di Woody Guthrie. Grande musica, un coinvolgente caleidoscopio di suoni e colori (Jump In The Line e la versione originale di Island In The Sun sono una goduria), alternate a ballate da pelle d’oca come Scarlet Ribbons o la natalizia Mary’s Boy Child.

Un grandissimo, che è giunto il momento di riscoprire.

Marco Verdi

Una Grande Serata Per Chiudere Il Cerchio! Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back

nitty gritty dirt band circlin' back

Nitty Gritty Dirt Band & Friends – Circlin’ Back: Celebrating 50 Years – NGDB/Warner CD – DVD

Oggi si parla molto poco della Nitty Gritty Dirt Band, e ci si dimentica spesso che nei primi anni settanta fu una delle band fondamentali del movimento country-rock californiano in voga all’epoca, che vedeva Byrds e Flying Burrito Brothers come esponenti di punta. Formatisi nel 1966 a Long Beach (e con un giovanissimo Jackson Browne nel gruppo, con il quale purtroppo non esistono testimonianze discografiche), la NGDB stentò parecchio durante i primi anni, trovando poi quasi per caso un inatteso successo con la loro versione del classico di Jerry Jeff Walker Mr. Bojangles (ancora oggi il loro brano più popolare), tratto dall’ottimo Uncle Charlie And His Dog Teddy. Ma, bei dischi a parte (All The Good Times ed il doppio Stars & Stripes Forever sono due eccellenti album del periodo), la loro leggenda iniziò quando nel 1972 uscì Will The Circle Be Unbroken, un triplo LP magnifico, nel quale il gruppo rivisitava brani della tradizione country con un suono più acustico che elettrico e come ospiti vere e proprie leggende come Mother Maybelle Carter, Merle Travis, Roy Acuff, Earl Scruggs, Jimmy Martin e Doc Watson, e che anticipava quella riscoperta della musica e delle sonorità dei pionieri che oggi è molto diffusa, ma all’epoca era quasi rivoluzionaria: un disco che, senza esagerare, potrebbe essere definito da isola deserta, e che negli anni ha avuto due seguiti (1989 e 2002), entrambi splendidi ed a mio giudizio imperdibili, ma che non ebbero l’impatto del primo volume.

Dalla seconda metà degli anni settanta la carriera del gruppo prese una china discendente (fino al 1982 si accorciarono pure il nome, ribattezzandosi The Dirt Band), per poi ridecollare nella seconda parte degli ottanta, in coincidenza con la rinascita del country, con ottimi album di successo come Hold On e Workin’ Band. Negli ultimi 25 anni la loro produzione si è alquanto diradata, anche se sempre contraddistinta da una qualità alta, portando però il gruppo a non essere più, per usare un eufemismo, sotto i riflettori: lo scorso anno però i nostri hanno deciso di riprendersi la scena festeggiando i 50 anni di carriera con un bellissimo concerto, il 14 Settembre, al mitico Ryman Auditorium (che sta a Nashville come la Royal Albert Hall sta a Londra), preludio ad una lunga tournée celebrativa in corso ancora oggi. Circlin’ Back è il risultato di tale concerto, un bellissimo CD dal vivo (esiste anche la versone con Dvd aggiunto) nel quale la NGDB riprende alcune tra le pagine più celebri della sua storia, con l’aiuto di una bella serie di amici e colleghi. I nostri avevano già celebrato i 25 anni nel 1991 con l’eccellente Live Two Five, che però vedeva sul palco solo i membri del gruppo, ma con questo nuovo CD siamo decisamente ad un livello superiore.

Il nucleo storico dalla band è rappresentato da Jeff Hanna e Jimmy Fadden, ed è completato da John McEuen, vera mente musicale del gruppo e comunque con loro dal 1967 al 1986 e poi di nuovo dal 2001 ad oggi, e da Bob Carpenter, membro fisso dai primi anni ottanta (mentre l’altro dei compagni “storici” Jimmy Ibbotson, fuori dal 2004, è presente in qualità di ospite), con nomi illustri a completare la house band quali Byron House al basso, Sam Bush al mandolino e violino e Jerry Douglas al dobro e steel, i quali contribuiscono a dare un suono decisamente “roots” alle canzoni. La serata si apre con una vivace versione di You Ain’t Goin’ Nowhere di Bob Dylan, più veloce sia di quella di Bob che dei Byrds, con assoli a ripetizione di mandolino, dobro, violino e quant’altro, una costante per tutta la serata: ottima partenza, band subito in palla e pubblico subito caldo. Il primo ospite, e che ospite, è John Prine, con la mossa e divertente Grandpa Was A Carpenter (era sul secondo volume di Will The Circle Be Unbroken) e la splendida Paradise, una delle sue più belle canzoni di sempre: John sarà anche invecchiato male, ma la voce c’è ancora (a dispetto di qualche scricchiolio) e la classe pure. My Walkin’ Shoes, un classico di Jimmy Martin, è il primo brano tratto dal Will The Circle del 1972, ed è uno scintillante bluegrass dal ritmo forsennato, un bell’assolo di armonica da parte di Fadden e McEuen strepitoso al banjo; sale poi sul palco Vince Gill, che ci allieta insieme ai “ragazzi” con la famosissima Tennessee Stud (Jimmy Driftwood), nella quale ci fa sentire la sua abilità chitarristica, dopo aver citato Doc Watson come fonte di ispirazione, e la fa seguire da Nine Pound Hammer, di Merle Travis, altro bluegrass nel quale duetta vocalmente con Bush, e tutti suonano con classe sopraffina, con il pubblico che inizia a divertirsi sul serio.

Buy For Me The Rain è una gentile e tersa country ballad tratta dal primo, omonimo album dei nostri, molto gradevole ed anche inattesa dato che come dice Hanna non la suonavano da 35 anni; è il momento giusto per l’arrivo di Jackson Browne, accolto da una vera e propria ovazione, il quale propone il suo classico These Days, in una versione decisamente intima e toccante, e poi si diverte con l’antica Truthful Parson Brown, un brano degli anni venti dal chiaro sapore old time tra country e jazz, davvero squisito. E’ la volta quindi della sempre bella e brava Alison Krauss, che ci delizia con una sublime e cristallina Keep On The Sunny Side, notissimo country-gospel della Carter Family, e con la bella Catfish John, scritta da Bob McDill (ed incisa da tanti, tra cui anche Jerry Garcia), country purissimo con ottima prestazione di Douglas al dobro; Alison rimane sul palco, raggiunta da Rodney Crowell, che esegue due suoi pezzi, la solare e godibilissima An American Dream, un brano che sembra scritto per Jimmy Buffett, e la bellissima ed intensa Long Hard Road.

Poteva forse mancare Mr. Bojangles? Assolutamente no, così come non poteva mancare il suo autore, Jerry Jeff Walker, che impreziosisce con la sua grande voce ed il suo carisma una canzone già splendida di suo: uno dei momenti più emotivamente alti della serata. Fishin’ In The Dark è stato uno dei maggiori successi della NGDB, che in questa rilettura torna ad essere un quintetto in quanto è raggiunta da Jimmy Ibbotson, e la canzone rimane bella e coinvolgente anche in questa veste meno radio-friendly di quella originale del 1987. Il vivace medley Bayou Jubilee/Sally Was A Goodun, dove il gruppo si lascia andare ad un suono più rock, prelude al gran finale di Jambalaya, il superclassico di Hank Williams (in una travolgente versione tutta ritmo) ed alla conclusiva, e non poteva che essere così, Will The Circle Be Unbroken, con tutti quanti sul palco a celebrare la carriera di uno dei più importanti gruppi country-rock di sempre, altri sei minuti di puro godimento sonoro.

Gran bel concerto, inciso tra l’altro benissimo: praticamente imperdibile.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture Autunno 2016, Parte I. David Bromberg, Nitty Gritty Dirt Band, Bon Iver, Bob Weir, Billy Bragg/Joe Henry, Devendra Banhart

david bromberg band the blues, the whole blus and nothing but the blues

Riprendiamo con la rubrica della anticipazioni discografiche dopo la pausa estiva (non del Blog che veniva regolarmente aggiornato ogni giorno anche in questo periodo): partiamo con qualche titolo in uscita tra il 23 e il 30 settembre. L’unica eccezione sarebbe il nuovo CD della David Bromberg Band The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, che ha una data di pubblicazione ufficiale per il 14 ottobre, tramite l’etichetta Red House, ma visto che sulle nostre lande è già approdato da qualche giorno, tramite la distribuzione Ird, ve lo segnalo comunque.

Si tratta di un eccellente ritorno di Bromberg alle sue radici musicali, con un disco di poderoso blues elettrico, prodotto da Larry Campbell, finanziato con il crowdfunding, tredici brani di autori classici, qualche traditional e anche canzoni di autori più recenti, un paio dello stesso David:

Walking Blues (Robert Johnson)
How Come My Dog Don’t Bark When You Come ‘Round (Unknown)
Kentucky Blues (George ” Little Hat” Jones)
Why Are People Like That ? (Bobby Charles)
A Fool For You (Ray Charles)
Eyesight To The Blind (Sonny Boy Williamson)
900 Miles (Traditional)
Yield Not To Temptation (Deadric Malone)
You’ve Been A Good Ole Wagon (John Willie Henry)
Delia (Traditional)
The Blues, The Whole Blues, Nothing But The Blues (Gary Nicholson & Russell Smith)
This Month (David Bromberg)
You Don’t Have to Go (David Bromberg)

La band è composta da Mark Cosgrove, chitarra elettrica e mandolino, Nate Grower, violino, Butch Amiot, basso e Josh Kanusky, batteria, più una sezione fiati impiegata in cinque brani e, tra gli ospiti, Bill Payne, al piano e all’organo in sette brani, oltre a Teresa Williams, la moglie Campbell, che guida le voci di supporto in Yeld Not To Temptation. Inutile dire (ma lo dico) che il disco è molto bello.

billy bragg joe henry shine a light

Altro album molto bello, è il disco del mese di settembre del Buscadero, la rivista per cui collaboro (un po’ di promozione), parliamo di Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad, CD dell’accoppiata Billy Bragg & Joe Henry, in uscita il 23 p.v, per la Cooking Vinyl. Si tratta, come dice il titolo, di field recordings, ovvero registrazioni sul campo, effettuate in giro per varie stazioni ferroviarie degli Stati Uniti, in un viaggio da Chicago a Los Angeles, alle prese con la grande tradizione della canzone americana.

1. “Rock Island Line” – Traditional (Recorded by Lead Belly, Lonnie Donegan)
2. “The L&N Don’t Stop Here Anymore” – Jean Ritchie
3. “The Midnight Special” – Traditional (Lead Belly)
4. “Railroad Bill” – Traditional (Riley Puckett)
5. “Lonesome Whistle” – Hank Williams
6. “KC Moan” – Traditional (The Memphis Jug Band)
7. “Waiting for a Train” – Jimmie Rodgers
8. “In the Pines” – Traditional (Lead Belly, The Louvin Brothers)
9. “Gentle on My Mind” – John Hartford (Glen Campbell, Aretha Franklin)

https://www.youtube.com/watch?v=xxHQk9-zZWw

10. “Hobo’s Lullaby” – Goebel Reeves (Woody Guthrie)
11. “Railroading on the Great Divide” – Sara Carter (The Carter Family)
12. “John Henry” – Traditional (Doc Watson)
13. “Early Morning Rain” – Gordon Lightfoot

Un inglese e un americano che si comprendono alla perfezione, per un disco semplice ma profondo.

devendra banhart ape in pink marble

Sempre il 23 settembre, per la Nonesuch/Warner esce il nuovo album di Devendra Banhart Ape In Pink Market. Segue di tre anni il precedente Mala, uscito nel 2013  e che non mi aveva entusiasmato. Tra i collaboratori di Devendra che che ha scritto, prodotto, arrangiato ed inciso quello che è il suo nono disco da solista, ricordiamo i soliti Noah Georgeson e Josiah Steinbrick.

Non ho avuto occasione di ascoltarlo, a parte i due brani apparsi su YouTube, comunque non male. per cui non so dirvi.

nitty gritty dirt band circlin' back

Il  settembre esce, un po’ a sorpresa, per la Warner Nashville, questo Circlin’ Back Celebrating 50 Years che festeggia appunto i 50 anni di carriera della Nitty Gritty Dirt Band (in questi giorni, su etichetta Chesky, è uscito anche un disco solista di John McEuen, Roots Music Made In Brooklyn con vari ospiti pure quello, tra cui Bromberg, John Cowan, Steve Martin, Jay Ungar, John Carter Cash). Viene pubblicato sia in CD che in CD/DVD (entrambi solo per il mercato americano e il combo in esclusiva per Amazon USA).

E’ stato registrato al Ryman Auditorium di Nashville e ha il seguente contenuto, con gli ospiti evidenziati tra parentesi:

Tracklist
1. You Ain’t Going Nowhere
2. Grandpa Was a Carpenter (feat. John Prine)
3. Paradise (feat. John Prine)
4. My Walkin’ Shoes
5. Tennessee Stud (feat. Vince Gill)
6. Nine Pound Hammer (feat. Sam Bush with Vince Gill)
7. Buy for Me the Rain
8. These Days (feat. Jackson Browne)
9. Truthful Parson Brown (feat. Jackson Browne)
10. Keep on the Sunny Side (feat. Alison Krauss)
11. Catfish John (feat. Alison Krauss)
12. An American Dream (feat. Rodney Crowell with Alison Krauss)
13. Long Hard Road (The Sharecropper’s Dream) (feat. Rodney Crowell)
14. Mr. Bojangles (feat. Jerry Jeff Walker)
15. Fishin’ in the Dark (feat. Jimmy Ibbotson)
16. Bayou Jubilee / Sally Was a Goodun
17. Jambalaya
18. Will the Circle Be Unbroken

bob weir blue mountain

Sempre il 30 esce anche il primo disco solista in studio di Bob Weir Blue Mountain, dai tempi degli anni ’70: nel frattempo erano uscite delle collaborazioni Live con Rob Wasserman, dei dischi a nome Bobby And The Midnites, Ratdog e altro. La prima cosa che salta all’occhio guardando la copertina del CD, che verrà pubblicato dalla Sony Legacy, per dirla come qualche comico di cui al momento mi sfugge il nome, “come è diventato vecchio”, al di là dei 68 anni effettivi (69 al 16 ottobre). Comunque, considerazioni sull’età a parte, le canzoni del disco sono state scritte tutte insieme al cantautore Josh Ritter, la produzione è affidata a Josh Kaufman e Dan Goodwin, con lo stesso Weir, tra le collaborazioni niente nomi celeberrimi, a parte qualche membro dei National che lo accompagneranno nel prossimo tour americano ma non appaiono nel CD. Dodici brani nuovi scritti per l’occasione:

1. Only A River
2. Cottonwood Lullaby
3. Gonesville
4. Lay My Lily Down
5. Gallop On The Run
6. Whatever Happened To Rose
7. What The Ghost Towns Know
8. Darkest Hour
9. Ki-Yi Bossie
10. Storm Country
11. Blue Mountain
12. One More River To Cross

Sentiremo, dal primo brano sembra promettente.

bon iver -  22 a million

Viceversa, bruttissimo, o se preferite sorprendente in senso negativo, almeno per i miei gusti personali, e anche in base alle precedenti uscite, è il nuovo disco di Bon Iver 22, A Million, pubblicato dalla Jagaguwar sempre il 30 settembre. Un disco tutto costruito su campionamenti elettronici e cut’n’paste vocali che avrà purei suoi fans, ma il sottoscritto non rientra tra loro. Ve lo segnalo come monito, occhio alla penna, già i titoli sono significatvi:

Tracklist
1. 22 (OVER S∞∞N)
2. 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄
3. 715 – CRΣΣKS
4. 33 “GOD”
5. 29 #Strafford APTS
6. 666 ʇ
7. 21 M♢♢N WATER
8. 8 (circle)
9. ____45_____
10. 00000 Million

La prima volta che lo ho ascoltato in anteprima pensavo fosse un difetto delle canzoni, ma invece è proprio così. Come si usa dire, de gustibus…So che esiste questo filone elettronico e che per molti è la musica del futuro, ma non pensavo fosse così anche per Bon Iver, alias Justin Vernon, visti i dischi precedenti. Parere del tutto personale ovviamente e non cercate di convincermi del contrario.

Per oggi è tutto, ci sentiamo nei prossimi giorni per altre uscite future.

Bruno Conti

Country-Bluegrass Di Vecchio Stampo, Ma Con Nuova Freschezza. National Park Radio – The Great Divide

national park radio the great divide

National Park Radio – The Great Divide – Mri Associated

Sono in cinque, vengono dalla zona delle Ozark Mountains, e il loro stile si ispira (forse inconsciamente), o cosi sostiene il loro leader Stefan Szabo, a quello di gruppi come i primi Mumford And Sons, gli Avett Brothers, gli Old Crow Medicine e a tutto quel movimento che fa riferimento a bluegrass, country, folk, old mountain music, Americana e roots. Insomma una vecchia storia che si ripete, pensate anche a gruppi dei tempi che furono, Ozark Mountain Daredevils, Dillards, Country Gazette, certe cose più bluegrass della Nitty Gritty Dirt Band, tutti gruppi, gli ultimi quanto i primi, che Szabo dichiara di non avere mai sentito ai tempi o oggi, se non dopo essere entrato nel mondo della musica. Il nostro amico, che dichiara di essere un “vecchio tipo” di 30 anni che va per i 60, ha iniziato tardi a fare musica: sposato a 18 anni, a 21 aveva già due figli, e fino a 27 anni non ha iniziato a scrivere canzoni, accompagnandosi con una Fender Statocaster, poi venduta per passare ad un banjo a 6 corde accordato come una chitarra. Dal 2012 ha cominciato a cercare anime gemelle per proporre quella che era la sua musica (diversa da i successi da top 40 e dall’alternative Christian rock che ascoltava alla radio quando era un ragazzo), quindi una musica prettamente acustica che nasce dalla zona dell’Arkansas nei pressi delle Ozark Mountain, a Harrison, nelle vicinanze del Parco Nazionale del Buffalo National River, da cui ha preso il nome il gruppo.

Dicevamo che sono un quintetto, oltre a Szabo, voce solista, chitarra acustica, banjo e autore delle canzoni, Heath Shatwell, banjo e voce, Mike Womack, basso, Ed Barrett, batteria e il violinista Jon Westover, polistrumentista che suona anche altri strumenti a corda e le tastiere. Il suono che scaturisce dal loro album di esordio, questo Great Divide, ispirato dalla linea che divide in due longitudinalmente il continente americano, è, come si diceva, una miscela di country e bluegrass, principalmente acustico, ma con la grinta e l’attitudine di una band rock, infatti qualcuno con termine felice ha parlato di “Rock And Roll Americana”. In effetti sembra proprio di ascoltare molte delle band citate poc’anzi, tra folate poderose di banjo, chitarre acustiche, una ritmica quasi sempre impegnata sui ritmi del bluegrass ma con l’approccio di una band rock, un violino guizzante e la bella voce di Szabo che ricorda quelle dei vari Richie Furay, John Dillon e Steve Cash ( i due degli Ozarks), Doug Dillard, Jeff Hanna, fino ad arrivare agli attuali Seth e Scott Avett e Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show. Le undici canzoni sono tutte piuttosto belle, ma come in tutti gli album d’esordio confluisce il materiale preparato da tutta una vita e quindi poi sarà difficile ripetersi (a giudicare da altri brani che si trovano in rete non è detto però https://www.youtube.com/watch?v=C9hFOvLJ-e4  ), ma per il momento accontentiamoci.

I testi sono ispirati dallo spirito esplorativo dei pionieri, dalla sana provincia americana che non si accontenta di vivere secondo le regole del consumo, andare al college, trovare un lavoro, magari per la stessa società per 30 anni e passa e poi ritirarsi: Szabo predica la vita all’aria aperta, l’andare in canoa, fare camping, crescere la propria famiglia secondo sani principi, anche religiosi, preservare la natura (e quindi anche i Parchi Nazionali), seguire le proprie passioni e i propri amori, tutte bellissime cose sulla carta, nella tradizione del grande sogno americano, poi non sempre si riesce a realizzarli. Musicalmente si diceva che prevale questo country-bluegrass veloce e frizzante, esemplificato per esempio dall’iniziale title track The Great Divide, dove un banjo detta il ritmo frenetico che poi viene arricchito da vari altri strumenti a corda, acustiche, mandolini, e da una ritmica incalzante, begli intrecci vocali, soprattutto la voce pimpante di Stefan Szabo e una melodia ariosa che ti rimane in testa

Nella successiva There’s A Fire entra nell’insieme anche il violino guizzante di Jon Westover, sullo sfondo si agitano pure piccoli tocchi di tastiere, per un suono che è tutt’altro che monocorde, degno degli migliori canzoni degli Old Crow Medicine Show o degli Avett Brothers più roots, veramente coinvolgente. In Steady, che rallenta leggermente i tempi, entrano piccoli elementi vaudeville, con piano e organo e le deliziose armonie vocali che assumono un’aria un poco demodé ma non pacchiana, cosa di cui erano maestri quelli della Nitty Gritty https://www.youtube.com/watch?v=9te90CQ5N7E ; I Will Go On, una canzone incentrata sulla sopravvivenza nei difficili tempi che stiamo vivendo, riparte di grande lena, di nuovo con banjo e violino sugli scudi, oltre alle immancabili chitarre acustiche e a quel sound senza tempo della migliore tradizionale musicale americana, con l’appassionata voce di Szabo ad incorniciare il tutto, e qui l’energia almeno ricorda quella dei primi Mumford And Sons https://www.youtube.com/watch?v=1cXihlp5OAY .

Monochrome è una delle migliori canzoni dell’album, una ballata mid-tempo degna dei migliori brani del country-rock di inizio anni ’70, con le tastiere, piano e organo, che conferiscono un tocco di “modernita” (si fa per dire) degno della Band più rurale e genuina, con le canzoni di tutto il disco che hanno spesso questo spirito quasi antemico nel loro dipanarsi; Ghost, altro brano più intimo e raccolto, ma sempre con il picking vorticoso degli strumenti a corda e le evoluzioni del violino ben presenti, insomma si rallenta appena, ha uno svolgimento tra lo spirituale ed il religioso, pur sempre con quella leggera vena irriverente e scanzonata che scorre comunque nei pezzi di Szabo, peraltro assai godibili. Once Upon A Time, ancora per merito della voce brillante di Stefan Szabo, sembra un brano di quelli più belli degli Avett Brothers, con intrecci vocali e strumentali di grande fascino. Rise Above è bluegrass allo stato puro, al limite con qualche elemento gospel, una canzone dallo spirito positivo e ottimista, con chitarre, mandolino, banjo e sezione ritmica sempre impegnati nelle evoluzioni tipiche dello stile, e qui mi gioco di nuovo Old Crow Medicine Show e Nitty Gritty, e pure i Dillards, ma è solo per tracciare dei parallelismi con il meglio del genere. The Walking Song, per quanto piacevole, tra voce come filtrata da un megafono e l’uso del kazoo, è forse la traccia meno brillante del disco, mentre The Ground And The Knee, di nuovo una brillante folk-country song, un filo meno frenetica e con un coretto coinvolgente da memorizzare, e soprattutto la splendida ballata conclusiva, una Virginia che illustra anche il lato più melodico e raccolto del songbook di Szabo, con un violino struggnete, sono di nuovo ottimi esempi del talento compositivo del leader di questi National Park Radio. Promossi con pieno merito,

Bruno Conti

Un Vero Costruttore…Di Musica! Kevin Deal – There Goes The Neighborood

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Kevin Deal – There Goes The Neighborhood – Blindfellow Records

Ottavo album, a ben quattro (* sarebbero tre) di distanza dal precedente Seven, per il texano Kevin Deal, uno che abbiamo sempre seguito con piacere fin dal suo esordio nel 2000 con Honky Tonk’n’Churches. Deal è un texano di quelli giusti, in tredici anni non si è mai piegato alle leggi del marketing, ha sempre fatto la sua musica nei tempi che ha voluto: un rockin’country decisamente diretto e godibile, ma nello stesso tempo di spessore e ben lontano da certa paccottiglia che viene prodotta a Nashville. Particolare da non sottovalutare (e che si collega al titolo del post): Kevin ha ancora meno problemi a fare una musica che vende poco, solo per il piacere di farla, dato che la sua principale fonte di guadagno è l’azienda Deal Masonry, fondata dal padre e della quale è titolare, una ditta edile che si occupa della costruzione di ville e chiese in pietra (e quindi il titolo del suo primo CD non era casuale), un’attività a quanto pare molto ben avviata.

There Goes The Neighborhood, la sua nuova fatica, prosegue il discorso avviato con i precedenti lavori, stavolta però con una maggiore attenzione verso la musica bluegrass e gospel: non è però un disco a tema, la base di partenza è sì la musica d’altri tempi, ma filtrata ed elaborata secondo i canoni di Kevin, ed il risultato è uno dei lavori più riusciti del nostro. Intanto sono tutti brani originali (tranne uno), è poi il trattamento di Deal e della sua band (Bob Penhall, Miles Penhall, Jim Bownds e Rick Hood) è tipicamente texano, quella miscela di country e rock piena di ritmo e feeling, nobilitata oltremodo dalla produzione (e partecipazione come membro aggiunto della band) del grande Lloyd Maines, che come tutti sapete è il miglior produttore del Lone Star State ed in dischi come questo ci sguazza.

La title track apre l’album, un bluegrass tune che più classico non si può, vivace e godibile, con banjo e dobro protagonisti e la voce di Kevin perfettamente in parte. Cosmic Accident è invece un puro honky-tonk texano, con un bel motivo di fondo ed un train sonoro diretto ed evocativo al tempo stesso. La mossa e godibile I Need Revival è country d’altri tempi, ancora con elementi bluegrass e Kevin calato alla perfezione nel suo elemento; l’annerita Big Prayer è invece un gospel-blues a forti tinte swamp, una canzone che non t’aspetti. Le sorprese continuano con un’intrigante versione del superclassico gospel Amazing Grace, arrangiata però come una rock ballad alla Joe Ely, con il passo tipico del grande texano di Amarillo ed uno splendido assolo di armonica: una versione spiazzante, ma di grande bellezza.

Gideon riprende il discorso country-grass, con il Texas che esce ad ogni nota: gran bella canzone, suonata e cantata alla grande (e la presenza di Maines si sente, eccome); Finish Well è una cowboy ballad coi controfiocchi, dove non mancano echi di Robert Earl Keen (sempre in Texas siamo), mentre la ritmata When Your Name Is Called è puro country di una volta, ricorda quasi certe sonorità dei primi anni settanta della Nitty Gritty Dirt Band. La bucolica A Long Time Ago anticipa l’intensa (più di sei minuti) Just Another Poet, un racconto western che potrebbe essere uscito dalla penna di Guy Clark (NDB. In uscita fra una decina di giorni con il nuovo album, My Favorite Picture Of You). Chiudono un ottimo album la bella King Jesus, un country-rock molto piacevole, ancora con Ely tra le note, e la lunga This Old Cross Around My Neck, elettrica, sfiorata dal blues, con un suggestivo crescendo che ce la fa gustare per tutti i suoi sette minuti abbondanti. Bravo Kevin, ancora un bel disco.

Marco Verdi

*NDB Anche questo, come i Field Report recensito ieri, in effetti è uscito all’incirca un annetto fa, luglio 2012, comunque rimane bello!

Quasi Meglio Di Emmylou! Matraca Berg – Love’s Truck Stop

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Matraca Berg – Love’s Truck Stop – Proper Records

Anzi direi di più! Quasi meglio della “miglior” Emmylou (Harris). Matraca Berg è una bella signora di quasi 49 anni (a febbraio, lo so non si dovrebbe dire), portati benissimo, cantante e autrice country, una delle migliori della scena di Nashville, dove vive felicemente con il marito Jeff Hanna, uno dei membri fondatori della Nitty Gritty Dirt Band. E questo è importante sottolinearlo, perché se la nostra amica Matraca è diventata celebre (negli States) soprattutto come autrice per cantanti di country diciamo tradizionale, commerciale anche, come Randy Travis, Michelle Wright, Deanna Carter, Trisha Yearwood, come cantante e autrice il suo stile si avvicina molto a quello della citata Emmylou, ma anche di Mary Chapin Carpenter, Nanci Griffith, Iris DeMent, insomma quelle brave. Non per nulla le hanno fatto fare solo cinque album, di cui due antologie, negli anni ’90 (peraltro tutti molto belli, nel genere) e poi è scomparsa dalle scene, fino allo scorso anno quando è stata ripescata dalla Dualtone per un disco, The Dreaming Fields, tra i migliori nel cantautorato country di qualità. Quello di quest’anno, Love’s Truck Stop, è anche meglio, ai livelli di quegli album country “speciali” che Emmylou Harris pubblicava a getto continuo negli anni ’70 e ’80 – poi non è che abbia iniziato a fare dischi brutti, ha solo spostato il suo raggio di azione verso uno stile più raffinato ma meno immediato, ma vi annuncio che a fine febbraio uscirà il suo album in coppia con Rodney Crowell per la Nonesuch che probabilmente la riporterà alle vecchie sonorità della Hot Band – tornando a Matraca Berg, si diceva che questo CD è notevole, e infatti la rivista inglese Maverick, specialista nel genere folk, country, rooos le ha assegnato addirittura cinque stellette, forse esagerando, nella sua recensione pubblicata ad ottobre.

Perché in effetti l’album, come avevo annunciato nella rubrica delle novità, è uscito già da un paio di mesi, ma visto che in questi giorni, tra una montagna di dischi in arretrato, mi è capitato di risentirlo e ne ho vieppiù apprezzato le qualità, ho deciso di approfondire la questione.

Questo Love’s Truck Stop riprende il filo del discorso interrotto nel 1997 dopo Sunday Morning To Saturady Night e riallacciato lo scorso anno con il già citato e ottimo The Dreaming Fields. Sono piccole storie e tragedie della vita di tutti i giorni, spesso presentate come metafore, con le protagoniste che di volta in volta si chiamano Mary o Magadalene, con un suono volutamente scarno e intimo, ma con tutti gli elementi della migliore country music: lap steel, violino, banjo, chitarra, armonica, il piano, suonato da lei stessa, e tante voci, ce ne sono ben dieci, utilizzate per delle armonie vocali da sogno. Senza dimenticare la voce della protagonista, Matraca Berg, che non ha nulla da invidiare appunto alla migliore Emmylou, la voce perfetta per il genere, capace di molte sfumature, melodica e ben strutturata, partecipe e variegata: quando si incontra proprio con Emmylou per una stupenda Magdalene, la storia di una giovanissima prostituta da strada, l’intreccio delle due voci dà i brividi ed è difficile districarle e distinguerle, con il tessuto sonoro del brano, solo acustica e una lontana lap steel, perfetto per il brano.

Ma tutto il disco è di alta qualità: dall’iniziale Love’s Truck Stop, cantata con il supporto di Pat McLaughlin, la weeping lap steel di Jason Goforth e la baritone guitar di Jeff Hanna, un esercizio perfetto su come deve essere suonata una grande country song, firmata in questo caso con Holly Gleason. Tutti i brani sono firmati con altri autori e questo contribuisce alla varietà dei temi. Her Name Is Mary, di nuovo con la Gleason, si avvale delle armonie vocali di Kim Carnes, ed è un altro bozzetto della America meno glamour, la storia di una giovane cameriera di 20 anni che vive la sua difficile storia in una America minore ed in difficoltà, cantata con grande partecipazione ed umanità, come nella grande tradizione della migliore canzone popolare americana.

Black Ribbons, scritta e cantata con due delle migliori rappresentanti delle ultime generazioni della musica country americana, Gretchen Peters e Suzy Bogguss, è un’altra malinconica cavalcata negli stilemi del genere. Anche in Foolish Flower prevalgono i tempi lenti, con un’armonica, suonata dalla stessa Matraca, ad unirsi al suono di chitarre, banjo e al violino di David Henry che è anche il produttore dell’album, il brano è scritto da Angaleena Presley e le armonie vocali sono a cura di Ashley Monroe e Jessi Alexander, altre rappresentanti del nuovo country. In quasi tutto il disco, come nell’ultimo della Chapin Carpenter, le atmosfere sono lente e malinconiche, con il cello spesso in evidenza, come in We’re Already Gone, dove appare come autrice e seconda voce, Angel Snow, altra cantautrice emergente della scena roots americana (appuntatevi tutti questi nomi, se già non le conoscete, perché vale la pena di approfondire): inutile dire che lo stile oscilla sempre tra Emmylou, Nancy Griffith, la Chapin Carpenter, volete aggiungere qualche spruzzata delle sorelle Lynn e Moorer? Fatelo.

I Buried Your Love, con cello, steel e il piano della Berg che virano verso atmosfere quasi bluesate, ma sempre molto raccolte. Detto di Magdalene anche My Heart Will Never Break This Way Again, già dal titolo non suggerisce variazioni sui temi non positivi, ma realistici, dell’amore e della vita ai giorni nostri, soprattutto visti dal punto di vista delle donne, stando alla brava Matraca c’è poco da stare allegri, perfino la natura è triste come riportato nella bellissima Sad Magnolia, dove un banjo, la solita steel, di nuovo l’armonica e le armonie vocali di Jeff Hanna ci riportano ai fasti della vecchia Nitty Gritty. Molto bella anche Waiting On A Slow Train, scritta con Phil Madeira, recente collaboratore di Emmylou Harris, e se la seconda voce non è quella della stessa Berg, raddoppiata, potrebbe essere di nuovo quella della Harris, tanto si somigliano. Conclude la ballata pianistica Fistful Of Roses che avrebbe fatto la sua bella figura anche nell’ultimo album di Iris DeMent. Disco di genere, ma assolutamente meritevole, per appassionati del buon country, ma non solo.

Visto che siamo alla fine, Happy New Year, anche se il mondo è finito il 21 dicembre, ma non ce ne siamo accorti, per cui eventualmente ci vediamo l’anno prossimo.

Bruno Conti

Altri “Muli” Di Valore Dalla Virginia. Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts

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Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts – Blue Rose 2012

I Wrinkle Neck Mules, quintetto originario di Richmond (Virginia), sono una delle band “minori” più interessanti del rock provinciale americano. Il gruppo capitanato dal chitarrista di origine armena Andy Stepanian, e coadiuvato da Mason Brent  alla pedal-steel e mandolino, Brian Gregory al basso, Stuart Gunter alla batteria e percussioni e Chase Heard al banjo e chitarre, esordisce con Minor Enough (2004), a cui faranno seguito Pull The Brake (2006), The Wicks Have Met (2007) e Let The Lead Fly (2009), il disco che indubbiamente li ha fatti conoscere ad un pubblico più vasto. Con questo nuovo lavoro, Apprentice To Ghost i Mules ampliano il loro suono, con una sezione ritmica più potente, da vera rock band, usando ogni tipo di strumento a corda, ma, nel parere di chi vi scrive,  principalmente continuando a scrivere canzoni valide, nella tradizione dell’alternative country più “roots”.

Basta ascoltare l’iniziale When The Wheels Touch Down, una ballata d’altri tempi, molto rock, voce grintosa e la batteria ben presente dentro il brano, mentre Stone Above Your Head è pura “Americana” (ricorda i primi Jayhawks). On Wounded Knee è un brano dal suono tosto, seguito dalla title-track, lenta e rilassata e con un delizioso intervento alla pedal-steel di Brent. Patience In The Shadows e Double Blade sono due composizioni classiche, con voci all’unisono, un suono leggermente garage e “feeling” da vendere. Un intrigante mandolino accompagna Parting Of The Clouds, mentre Leaving Chattanooga viaggia in territori cari a gruppi come la Nitty Gritty Dirt Band. Si torna alla country-song con Liberty Bell e Banks Of The James (con il banjo che domina) con un “sound” elettroacustico e crepuscolare, tipico del movimento “no depression”. La vivace e quasi galoppante Central Daylight Time (è come se i Beat Farmers si fossero riuniti (di questi tempi può succedere di tutto), precede la conclusiva Dry Your Eyes splendida ballata che inizia a lievitare sulle note del banjo di Chase Heard, che ci trasporta tutti nelle ampie distese tra Texas e Messico.

Tutte le canzoni sono accreditate all’intera band, quasi a rivendicare che nessun componente abbia un ruolo da leader fisso, la stessa filosofia che animava gruppi come gli Uncle Tupelo, Son Volt, Jayhawks di ieri, e i Reckless Kelly, Bottle Rockets, Blue Mountain di oggi. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una maturità e una perfezione nel delineare melodie e impasti vocali, che portano questi ragazzotti della Virginia a diversificarsi dalla massa di proposte roots e americana che inondano il mercato, in definitiva uno dei migliori CD degli ultimi mesi. Se amate il genere, non dimenticatevi dei Wrinkle Neck Mules, una band da tenere d’occhio, sapranno accontentarvi senza chiedere troppo in cambio, giusto quei 15-20 euro del CD.

Tino Montanari