Ma E’ Ancora Vivo, Eccome! Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue, La Recensione.

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Van Morrison – Duets: Re-Working The Catalogue – Yada/Yasca – RCA/Sony – 24-03-2015 “Ma è ancora vivo!”: circa un mesetto fa così titolavo il post dove vi annunciavo l’uscita del nuovo disco di “Van The Man”, ora l’attesa è finita e il nostro amico è vivo e vegeto, pronto anche a lui a compiere i 70 anni alla fine di agosto, e li festeggia con un bel disco di duetti, andando a pescare nel suo enorme catalogo passato di canzoni, lasciando per una volta da parte i classici per rivisitare episodi cosiddetti minori, che parlando però di uno come Van Morrison , tali non sono, diciamo meno conosciuti. Inutile dire che l’album suona un gran bene e lui ha ancora una voce strepitosa, non sempre, forse, i suoi partners sono all’altezza, ma nel complesso il disco pare destinato a diventare un piccolo classico del suo catalogo, per rimanere in tema con il titolo e in ogni caso l’arte del duetto è sempre stata insita nella natura di Morrison. Quindi andiamo a vedere, brano per brano, cosa succede in questo Duets. Per l’occasione si è preso come collaboratori per completare l’album, registrato lo scorso anno tra Belfast e Londra, non uno ma addirittura due produttori, Don Was e Bob Rock, e dall’aria che si respira nel disco sembra che si sia divertito parecchio a farlo, a giudicare dalle risate di compiacimento tra i due alla fine di How Can A Poor Boy?, il duetto dal vivo con Taj Mahal, o la complicità che traspare nello scambio di battute musicali tra lui e Chris Farlowe nella rilettura di Born To Sing, il brano più recente, apparso nel disco omonimo del 2012.

1. Some Peace Of Mind – Van Morrison & Bobby Womack Il brano che apre questa raccolta era stato in origine pubblicato nel doppio album (l’unico in studio dell’irlandese) del 1991, Hymns To The Silence. E Morrison in un’intervista recente https://www.youtube.com/watch?v=1mYkDbmJ8S8 dice che non era a conoscenza delle cattive condizioni di salute di Womack che sarebbe morto a fine giugno del 2014, anzi, gli pareva in buona forma, almeno esteriormente. Il brano viene proposto in una versione più grintosa rispetto a quella del 1991, con Van e Bobby che si alternano alla voce solista e poi armonizzano nel finale, mentre un bel arrangiamento di archi e fiati irrobustisce il sound della canzone, con due soli di sax e trombone che lo impreziosiscono. Un classico esempio di soul alla Van Morrison, tanto per aprire alla grande.

2. If I Ever Needed Someone – Van Morrison & Mavis Staples La voce di Mavis Staples ha combattuto mille battaglie sonore nel corso degli anni e risente, con una certa raucedine, del passare del tempo, ma è ancora animata dal fuoco del gospel e del soul e in questa versione di un brano che appariva su His Band And The Street Choir, un disco del 1970, è assolutamente paritaria con il “vecchio” Van, per un risultato che emoziona non poco, grande musica.

3. Higher Than The World – Van Morrison & George Benson

Questo brano viene da Inarticulate Speech Of The Heart, uno degli album più spirituali della discografia del rosso irlandese, che in questo caso appoggia il suo stile al jazz-soul di Benson, con una versione ritmata e mid-tempo dove l’artista americano ha modo di mettere in evidenza il suo vellutato stile chitarristico e anche accenni del suo tipico scat vocale, piacevole senza essere memorabile, bello l’assolo di sax nel finale, ma a memoria l’originale mi sembrava più bello.

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4. Wild Honey – Van Morrison & Joss Stone

Wild Honey era su Common One, un altro dei dischi del periodo soul celtico degli anni ’80 e Joss Stone se la cava alla grande, mettendo a disposizione del suo ospite quella bella voce che la conferma come uno dei migliori giovani talenti del soul contemporaneo https://www.youtube.com/watch?v=10lpglxnM0I , l’interscambio tra le due voci è perfetto, e per una volta entrambi possono duettare tra pari, su uno sfondo quasi jazzato di gran classe. Il tono della voce di Van pare essere quasi compiaciuto e deliziato nello splendido finale con i due in assoluta libertà.

5. Whatever Happened To P.J. Proby – Van Morrison & P.J. Proby P.J. Proby ormai veleggia verso i 77 anni, ma già nel 2002 il nostro Van si chiedeva cosa gli fosse successo, in questo piccolo divertissement che all’origine si trovava su Down To Road. Il vecchio texano (ma tutti sono convinti che sia inglese, perché lì si è svolta la sua carriera), una dozzina di anni dopo gli fa sapere che tutto va bene e dimostra di essere ancora in grado di fare un bel duetto tra leggende, anche se il brano obiettivamente era e rimane, in questo caso, “minore”!

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6. Carrying A Torch – Van Morrison & Clare Teal

Clare Teal è considerata una delle più grandi cantanti jazz inglesi contemporanee (sentire per credere https://www.youtube.com/watch?v=0ppqwywWias), quella che ha avuto in tempi recenti il contratto più sostanzioso da una etichetta discografica. La voce è in effetti deliziosa e contribuisce non poco alla bellezza di una ballata sentimentale come Carrying A Torch, sempre tratta da Hymns To The Silence, dove gli archi e il piano sono gli altri elementi portanti di questo intenso brano.

7. The Eternal Kansas City – Van Morrison & Gregory Porter

The Eternal Kansas City era su A Period of Transition, forse a ragione considerato il disco “più brutto” del primo periodo di Van Morrison, anche se non si direbbe, a giudicare da questa versione registrata con Gregory Porter, una delle stelle del nuovo jazz americano https://www.youtube.com/watch?v=zbBbI8N2qJc , vincitore del Grammy 2014 di categoria ed in possesso di una voce in grado di spaziare con estrema facilità tra jazz e soul, come dimostra in questa canzone, anche grazie all’intermezzo strumentale che è jazz puro e all’incrociarsi libidinoso delle due voci https://www.youtube.com/watch?v=r5iS336UiDw .

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8. Streets Of Arklow – Van Morrison & Mick Hucknall Veedon Fleece è uno dei miei album preferiti in assoluto di Van Morrison, uno dei più complessi ed intensi della sua discografia e Streets Of Arklow una delle canzoni più belle del disco. Questa versione che segna l’incontro tra i due “rossi” mantiene la magia mistica dell’originale ed è uno dei punti più alti di questo album di duetti, anche grazie a “Mister Simply Red” Mick Hucknall che realizza una delle migliori interpretazioni vocali della sua carriera. Perfetta. 9. These Are The Days – Van Morrison & Natalie Cole La canzone era una delle più belle in Avalon Sunset, uno degli album di maggior successo della carriera di Morrison, quello per intenderci che conteneva anche Whenever God Shines His Light e Have I Told You Lately. Si tratta di una ballata mid-tempo, leggera e scorrevole, che si attaglia perfettamente alla voce di Natalie Cole. van morrison 4

10. Get On With The Show – Van Morrison & Georgie Fame

Georgie Fame è stato l’organista della band di Morrison dal 1989 al 1997, ma è stato anche uno degli artisti di maggior successo nelle classifiche inglesi degli anni ’60 con ben tre brani al numero uno, poi si è ritagliato una carriera R&B e Jazz che prosegue a tutt’oggi: i due vanno a nozze con questa canzone tratta da What’s Wrong With This Picture?, un disco dei primi anni 2000 uscito per la Blue Note, qui ripreso in una divertente versione a tempo di cha-cha-cha.

11. Rough God Goes Riding – Van Morrison & Shana Morrison

La figlia di Van, Shana, ha già duettato parecchie volte con il babbo, sia nei suoi dischi come in quelli del padre e fa la sua porca figura (nel senso che canta veramente bene) in questa bellissima riscrittura di un brano che appariva in origine su The healing game, il disco del 1997 che è uno dei migliori del Morrison dell’ultimo periodo. Classico celtic soul con Van che però viene interrotto e sfumato quando cominciava ad infervorarsi da par suo nel finale della canzone, che rimane comunque tra le più soddisfacenti dell’album.

12. Fire In The Belly – Van Morrison & Steve Winwood

L’incontro tra due delle più belle voci della musica britannica avviene sulle note della bluesata Fire In The Belly, sempre tratta da The healing game, e i due cantano, cazzo che se cantano, scusate, mi è scappato, ma ci voleva.Oggigiorno, in una pletora di dischi inutili dove ci vengono magnificati e propinati improbabili cantanti provenienti da talent show e gare sonore varie, presentati come fenomenti, sentire due che cantano (e suonano, sentire l’assolo di organo di Steve Winwood) così è un vero piacere per le orecchie https://www.youtube.com/watch?v=aH9R0KN7y5s

13. Born To Sing – Van Morrison & Chris Farlowe A proposito di gente nata per cantare, come recita il titolo del brano, Born To Sing, che era anche il titolo dell’ultimo album di Van Morrison sino ad oggi (in effetti era No Plan B), pure il duetto con Chris Farlowe,  uno che a livello di talenti canterini non scherza, è notevole. Tra Sam Cooke e Ray Charles i due si sfidano in un brano fiatistico di grande appeal, musica “semplice”, in fondo stanno “cantando il blues”, ma lo fanno con un impegno ed una passione sempre ammirevoli, non scalfita dal passare degli anni e senza quell’aria di deja vu o se preferite, “già sentito”, che ogni tanto percorre stancamente certi dischi dell’irlandese, ma per il sottoscritto, che è assolutamente imparziale, ci mancherebbe, potrebbe anche cantare l’elenco del telefono e andrebbe sempre bene, ma non è il caso di questo disco. La rivista Mojo che ultimamente non sempre era stata tenera con i dischi di George Ivan Morrison gli ha assegnato le canoniche quattro stellette che spettano ai dischi “importanti”!

14. Irish Heartbeat – Van Morrison & Mark Knopfler Irish Heartbeat era il titolo della title-track del disco registrato da Morrison con i Chieftains nel 1988, un brano bellissimo nella versione originale, ma se è possibile questa registrata con Mark Knopfler nel suo studio è ancora più bella, a conferma dello stato di grazia raggiunto dall’ex Dire Strait con l’ultimo Tracker e che viene ribadita in questo brano dove nel finale Van vocalizza e duetta nel suo modo inconfondibile con la chitarra di Knopfler. Stupenda versione. Il brano era stato inciso per la prima volta su Inarticulate Speech Of The Heart. https://www.youtube.com/watch?v=_oPb2Ma9z2M.

15. Real Real Gone – Van Morrison & Michael Bublé Nell’anticipazione sul Blog del nuovo album ipotizzavo, sulla base dell’ascolto di questo solo brano, che se perfino il brano cantato con Michael Bublé era bello, l’intero album si preannunciava, come poi è stato, un successo a livello creativo e di idee; la canzone Real Real Gone, è una delle tipiche composizioni gioiose di Morrison, di quelle da cantare a voce spiegata, orecchiabili e radiofoniche, ma sempre a livello sublime in confronto a quello che si ascolta abitualmente on the radio.

16. How Can A Poor Boy? – Van Morrison & Taj Mahal Si finisce a tempo di Blues, John Lee Hooker e Jimmy Witherspoon che erano due dei partner abituali di Morrison, quando voleva cantare il blues, non ci sono più, ma Taj Mahal è ancora in grado di infiammare le dodici battute con la sua classe immensa e i due, come dicevo all’inizio del Post si divertono davvero tra loro e divertono l’ascoltatore con questa versione incandescente di How Can A Poor Boy?, un brano che si trovava su Keep It Simple, ma in questo nuovo duetto è infinitamente superiore. Chi paventava la ciofega o la patacca non tema, questo Duets è un grande disco, con due o tre brani non dico scarsi, ma “normali”, e il resto decisamente sopra la media, esce martedì 24 marzo.

Bruno Conti

“Fenomeni” Musicali Naturali! Hurricane Ruth – Born On The River

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Hurricane Ruth – Born On The River – Hurricane Ruth

Sul retro copertina sono raffigurati quattro loschi figuri: da destra, Compare Turiddu, alla coppola e baffo mafioso, il sosia più giovane di Ozzy Osbourne, la di lui moglie Sharon, o un’altra sosia? E un altro personaggio con cappellino alla City Angels. Come dite? Sono i componenti della Hurricane Ruth Band! Scusate, non li avevo riconosciuti. Ruth LaMaster (un cognome imperioso) è una veterana della scena rock blues americana da oltre un trentennio, ma questo Born On The River è solo il secondo disco (dopo Power Of The Blues… del 2012) che esce a nome della band americana e quindi scusate se non ero informato. Tornando seri, la nostra amica, come l’incipit della recensione lascia intuire, non è una novellina, ma ha sempre operato ai margini, anche della scena indipendente. Nativa e residente in quel di Beardstown, Illinois, non proprio uno dei centri del blues mondiale, questa signora si è costruita negli anni una solida reputazione per essere una delle voci più energiche e potenti nell’ambito del blues elettrico, ma di  quelli che quasi sconfinano nell’hard rock e comunque ad altra gradazione chitarristica e vocale; finezze magari poche, ma tanta grinta ed esperienza maturate in lunghi anni on the road https://www.youtube.com/watch?v=hdWEqxGvo4E . Per intenderci, come tipo di sound siamo dalle parti di Dana Fuchs o Beth Hart (forse senza quella classe e varietà di temi musicali, anzi senza forse, ma i Led Zeppelin piacciono a tutte) o dei più giovani Blues Pills, guidati da Elin Larsson http://discoclub.myblog.it/2014/10/08/pillole-rinvigorenti-blues-pills-cddvd/ .

I brani sono tutti firmati dalla stessa LaMaster, per la parte testi e da David Lumsden (compare Turiddu), la chitarra solista, Gary Davis (il sosia di Ozzy) al basso e Jim Engel (il City Angel) alla batteria: undici brani di rockin’ blues dalla struttura rocciosa, che partono con la lunga title-track Born On The River, costruita intorno ai continui riff di Lumsden, che poi sale al proscenio con una serie di soli, magari dalla grana grossa, ma di indubbia efficacia e che saranno apprezzati da chi ama questo stile tirato e rockeggiante, poco originale se volete, ma impreziosito dalle evoluzioni della poderosa voce della brava Ruth, che tiene fede al suo soprannome di Uragano, conquistato sul campo. La sezione ritmica picchia con energia e nella successiva Make Love To Me, quando il tempo rallenta, ci si avvicina alle atmosfere più consone ad un blues cadenzato e ribaldo,  per quanto sempre sul cattivello, con il solito Lumsden che macina assolo dopo assolo https://www.youtube.com/watch?v=487P_RxVvgw . Slow Burn potrebbe essere addirittura un brano dei primi Black Sabbath, involontariamente evocati nella presentazione scherzosa dei musicisti, molto heavy, dark e minacciosa, con chiari agganci all’hard rock di marca Seventies.

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The Walls è uno slow blues, ma sempre di quelli granitici, con la signora LaMaster che conferma le sue virtù vocali. Dance, Dance, Norma Jean è un boogie-rock à la ZZ Top, con citazioni dei grandi nomi del rock nel testo del brano, divertente e coinvolgente, sempre con grande impegno di Ruth e del chitarrista David Lumsden https://www.youtube.com/watch?v=WgcaEbvsxyk , mentre Money Train comincia a mostrare la corda di una certa ripetitività, anche se continuano a darci dentro di impegnohttps://www.youtube.com/watch?v=ZG6yxVn-mpw  e pure Cold Day In Hell e Big Helen sono solo ulteriori, piccole, variazioni sul tema, forse la seconda più raffinata e ricercata. Work It è un brano rock più classico e compatto, una sorta di canzone alla Black Crowes prima maniera, se avessero avuto una vocalist femminile in formazione, e anche Whiskey Chute ha queste connotazioni da rock sudista nella struttura del pezzo, più agile e meno “massiccio” di molti brani precedenti, prima di lasciarci con un altro festival del riff come la conclusiva Real Good Woman che conclude con grinta e compattezza, ma in un ambito abbastanza ripetuto e risaputo, per quanto ben strutturato. Se amate il genere acquistate con fiducia, sicuramente non indispensabile.

Bruno Conti

Sono 70 Anche Per Lui. Si Potevano Festeggiare Meglio, Ma Non E’ Detto! Eric Clapton – Forever Man

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Eric Clapton – Forever Man – 3CD – 2CD – 2 LP – Reprise/Warner 28-04-2015

Il 30 Marzo anche il vecchio “Enrico Manolenta” compie 70 anni! E per l’occasione la Reprise, una delle etichette per cui ha inciso Eric Clapton, pubblicherà una compilation retrospettiva dedicata al materiale che il chitarrista inglese ha inciso per il gruppo Warner (che come è noto non è proprio il migliore della sua carriera, ma ha comunque delle punte di nota). Purtroppo non si è colta l’occasione per pubblicare un cofanetto antologico che raccogliesse il meglio di tutta la sua carriera, quindi multilabel, e magari ricco di inediti, ma mai dire mai, c’è sempre tempo – infatti si parla da tempo anche della ristampa potenziata di No Reason To Cry, il disco uscito nel 1976 a cui parteciparono Bob Dylan, Van Morrison e la Band, curata da Bill Levenson  e di un non meglio identificato Slowhand Box Live, dedicato ai 50 anni di carriera concertistica, dagli Yardbirds ai prossimi concerti alla Royal Albert Hall, mi sembra di essere Biscardi quando parlo di questi “sgub” – e comunque in passato di box ne sono già usciti parecchi. L’operazione ha tutta l’aria di essere stata organizzata in fretta e furia, visto che l’uscita è prevista per il 28 aprile, quasi un mese dopo il compleannno di Clapton, ma magari mi sbaglio visto che è pubblicizzata anche sul suo sito, con varie edizioni Bundle, come le chiamano loro, di quelle composite e costose, con magliette, litografie, tazze e quant’altro. In un certo senso forse è meglio che non ci siano inediti, considerando che spesso quei pochi pezzi aggiunti sono croce e delizia per fans e collezionisti, costretti ad acquistare confezioni spesso costose per un minimo di materiale extra, ma non sembrerebbe questo il caso, leggendo le tracklists delle varie edizioni, quella doppia e quella tripla, con un CD di materiale dal vivo:

FOREVER MAN TRACK LISTINGS

3CD and Digital Download Edition
CD1 – Studio
01.  Gotta Get Over
02.  I’ve Got A Rock ‘N’ Roll Heart
03.  Run Back To Your Side
04.  Tears In Heaven
05.  Call Me The Breeze
06.  Forever Man
07.  Believe In Life
08.  Bad Love
09.  My Father’s Eyes
10.  Anyway The Wind Blows – with J.J. Cale
11.  Travelin’ Alone
12.  Change The World
13.  Behind The Mask
14.  It’s In The Way That You Use It
15.  Pretending
16.  Riding With The King – with B.B. King
17.  Circus
18.  Revolution
CD2 – Live
01.  Badge
02.  Sunshine Of Your Love
03.  White Room
04.  Wonderful Tonight
05.  Worried Life Blues
06.  Cocaine
07.  Layla (Unplugged)
08.  Nobody Knows You When You’re Down & Out (Unplugged)
09.  Walkin’ Blues (Unplugged)
10.  Them Changes – with Steve Winwood
11.  Presence Of The Lord – with Steve Winwood
12.  Hoochie Coochie Man
13.  Goin’ Down Slow
14.  Over The Rainbow
CD3 – Blues
01.  Before You Accuse Me
02.  Last Fair Deal Gone Down
03.  Hold On, I’m Comin’ – with B.B. King
04.  Terraplane Blues
05.  It Hurts Me Too
06.  Little Queen Of Spades
07.  Third Degree
08.  Motherless Child
09.  Sportin’ Life Blues – with J.J. Cale
10.  Ramblin’ On My Mind
11.  Stop Breakin’ Down Blues
12.  Everybody Oughta Make A Change
13.  Sweet Home Chicago
14.  If I Had Possession Over Judgement Day
15.  Hard Times Blues
16.  Got You On My mind
17.  I’m Tore Down
18.  Milkcow’s Calf Blues
19.  Key To The Highway – with B.B. King
2CD and Digital Download Edition
CD1
01.  Gotta Get Over
02.  I’ve Got A Rock ‘N’ Roll Heart                            
03.  Anyway The Wind Blows – with J.J. Cale                    
04.  My Father’s Eyes                                          
05.  Motherless Child                                          
06.  Pretending                                                
07.  Little Queen Of Spades                                    
08.  Bad Love                                                  
09.  Behind The Mask
10.  Tears In Heaven
11.  Change The World
12.  Call Me The Breeze
13.  Forever Man
14.  Riding With The King – with B.B. King
15.  It’s In The Way That You Use It                           
16.  Circus
17.  Got You On My Mind
18.  Travelin’ Alone
19.  Revolution
CD2 – Blues
01.  Before You Accuse Me
02.  Last Fair Deal Gone Down
03.  Hold On, I’m Comin’ – with B.B. King
04.  Terraplane Blues
05.  It Hurts Me Too
06.  Little Queen Of Spades
07.  Third Degree
08.  Motherless Child
09.  Sportin’ Life Blues – with J.J. Cale
10.  Ramblin’ On My Mind
11.  Stop Breakin’ Down Blues
12.  Everybody Oughta Make A Change
13.  Sweet Home Chicago
14.  If I Had Possession Over Judgement Day
15.  Hard Times Blues
16.  Got You On My mind
17.  I’m Tore Down
18.  Milkcow’s Calf Blues
19.  Key To The Highway – with B.B. King

Quindi tanti auguri a Eric Clapton per il suo compleanno, che verrà festeggiato anche con un tour mondiale (forse tour è troppo, saranno due date al Madison Square Garden e sette alla Royal Albert Hall nel mese di maggio), ma, per fortuna, non sarò tra i fruitori di questo disco fondamentalmente inutile (mi chiedo sempre chi li concepisce)!

Per ingannare l’attesa.

Bruno Conti

Folk-Rock Per Il Nuovo Millennio: Una Delle Migliori Interpreti! Brandi Carlile – The Firewatcher’s Daughter

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Brandi Carlile – The Firewatcher’s Daughter – Ato Records

Come certo saprete se leggete il Blog abitualmente (e comunque, nel caso, lo ribadisco ora) al sottoscritto Brandi Carlile piace parecchio, anche gli ultimi due album che a livello critico diciamo che hanno avuto una reazione controversa, http://discoclub.myblog.it/2011/05/23/from-seattle-with-love-brandi-carlile-live-at-benaroya-hall/ e http://discoclub.myblog.it/2012/06/03/comunque-si-brandi-carlile-bear-creek/, a chi scrive non erano dispiaciuti per niente. Certo i due migliori rimangono The Story e Give Up The Ghost, due dischi che avevano seguito l’ottimo esordio omonimo del 2005, ora giunge questo The Firewatcher’s Daughter, quinto album di studio, che la riporta ai suoi massimi livelli qualitativi: nuova casa discografica (ora incide per la “indipendente” ATO di Dave Matthews, dopo un decennio con la potente Sony), ma sempre vecchi collaboratori, i Twins, Tim e Phil Hanseroth, altrettanto importanti nella composizione e nell’arrangiamento dei brani, anzi, a ben vedere, leggendo i credits del CD, la presenza dei gemelli, come autori delle canzoni, è addirittura superiore a quella della stessa Brandi.

Insomma, come dice il titolo del Post, Brandi Carlile è sicuramente uno dei migliori nuovi talenti della canzone americana, in perenne bilico tra folk, country, canzone d’autore e, in questo album, anche una forte componente di brani rock più energici, influenza venuta alla luce grazie ad un ascolto continuo e prolungato, da parte di Brandi e dei gemelli Hanseroth, della musica dei Fleewood Mac anni ’70, così hanno confidato loro stessi in alcune interviste per la promozione del nuovo album. Disco creato nei Bear Creek Studios, in una serie di veloci sessioni di registrazione realizzate dopo un lungo lavoro di preparazione e studio dei nuovi brani, effettuato nell’arco dei quasi tre anni che sono intercorsi dalla pubblicazione del precedente CD. Ci sono vari produttori in azione, dagli stessi Brandi e i gemelli, passando per Ryan Hadlock, Trina Shoemaker e Jerry Streeter, che hanno curato più la parte tecnica, ma il risultato non è confuso e pasticciato, al contrario regala alle canzoni una ampia gamma di temi, anche sonori, pur mantenendo una certa unformità di fondo. Tra i musicisti presenti si segnalano Josh Neumann al cello e agli archi, Jay Kardong alla pedal steel, Brian Griffin alla batteria, mentre i due Hanseroth suonano tutto il resto, con Brandi Carlile anche lei molto presente a chitarre e tastiere. L’unico ospite esterno è Mike McCready dei Pearl Jam, alla chitarra in Blood Muscle Skin And Bone, un brano che oscilla tra pop e rock da arena, forse non ai massimi livelli, pur essendo tra i più orecchiabili del disco.

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Già, le canzoni: Wherever Is Your Heart, è un esempio tipico dello stile compositivo della Carlile, una delle poche in grado di coniugare con successo folk, canzone d’autore e pop https://www.youtube.com/watch?v=d004yhBFmHI , grazie ad una voce sincera e partecipe, ricca di fuoco e passione, ma anche di tenerezza e delicati intrecci vocali folk nella bellissima The Eye, dove Brandi e i gemelli armonizzano con una leggiadria e una grazia difficilmente riscontrabili nella musica di oggi https://www.youtube.com/watch?v=gL5Qxj37huw (comunque tratti non assenti anche in molti altri musicisti), e che un tempo erano marchio di fabbrica degli artisti più interessanti. Per The Things I Regret sono stati scomodati i Mumford And Sons, perché il brano ha quella struttura a marcetta, con coretti ricorrenti, tipica della band inglese https://www.youtube.com/watch?v=bem32zF_w48 , ma la nostra giovane amica di Ravensdale, faceva questo tipo di canzoni fin dagli esordi, quando i Mumford non esistevano neppure. Mainstream Kid è un brano rock molto tirato https://www.youtube.com/watch?v=i4Y_ZHw10Vw, non diverso da quelli che facevano  ad inizio carriera i Lone Justice di Maria McKee, e la Carlile per l’occasione sfoggia una pimpante voce con toni quasi punk, mentre la chitarra di Tim Hanseroth inanella riff ed assoli con grande voluttà; Beginning To feel the years è una dolce nenia di stampo folk, dalla scarna strumentazione, una chitarra acustica acustica arpeggiata, un piano, sullo sfondo il cello di Neumann e una elettrica appena accenata.

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Ancora una chitarra con un leggero fingerpicking in Wilder (We’re Chained), un piccolo gioiellino folk scritto dal solo Tim Hanseroth, mentre la precedente era firmata dal gemello Phil, anche in questo caso i soliti deliziosi coretti dei tre protagonisti e piccole coloriture di cello a rendere più intima la canzone. Di Blood Muscle Skin And Bone si è detto, uno dei pezzi più radiofonici e rock dell’album https://www.youtube.com/watch?v=E75lFSq8enc , al contrario della successiva I Belong To You, viceversa uno dei brani più dolci, già nel suo repertorio live da qualche anno, con la classica weeping pedal steel di Kardong che gli dona un imprimatur quasi country-folk, per poi aprirsi in una ariosa parte melodica nel finale in leggero crescendo, quando entra il resto della strumentazione https://www.youtube.com/watch?v=h8g7qdOA1o8 . Ma in questo disco la nostra Brandi ha voglia di R&R, Alibi, in bilico tra echi degli anni sessanta e i Fleetwood Mac più sghembi di Lindsey Buckingham https://www.youtube.com/watch?v=Xz46LUc0Ze8 , viaggia ancora sulle ali di una grinta inconsueta https://www.youtube.com/watch?v=9-1xyUBgNo4 , ribadita anche in Stranger At My Door, quella che cita la “figlia del Firewatcher” del titolo dell’album, di nuovo a tempo di marcia, più elettrica e con citazioni celtiche nel finale, quando le chitarre vibrano di feedback. Sentimenti in libertà anche in Heroes And Songs, altro brano tipico del songbook della Carlile, solo voce, chitarre elettriche in fingerpicking e in leggera distorsione e, puf, siamo al finale, Murder In the city, l’unica cover del disco, un vecchio brano degli Avett Brothers che era su Gleam ma anche nel Live, Vol. 3 della definitiva consacrazione, con il cello di Josh Newman, compagno di viaggio di Brandi dal 1° album che rieccheggia quello di Joe Kwon, nel raccolto e conciso arrangiamento che lo contraddistingue. Il talento e la classe non mancano https://www.youtube.com/watch?v=VSZjEN3W7mk  e il disco è entrato addirittura al nono posto della classifica americana, a conferma che tra tante Taylor Swift, Kelly Clarkson, Drake e compagnia cantante anche facendo buona musica si può andare nei Top 10 delle vendite, per fortuna. E a fine anno l’hanno invitata a cantare al Radio City Music Hall, uno dei miti di New York!

Bruno Conti

P.s Nel 2008 era già bravissima come testimonia questo concerto al Newport Folk Festival

che è anche l’occasione per ricordarvi, visto che non l’avevo ancora fatto, che la MV (Music Vault) ossia la vecchia organizzazione del leggendario Bill Graham, da alcuni mesi sta inserendo gratuitamente filmati vecchi e nuovi tratti dal fantastico archivio che prima era disponibile solo a pagamento. Basta che clicchiate su https://www.youtube.com/channel/UCLmGm_X2L5Dt3W_8187gtmg  e vi si apre un mondo intero!

La Classe Non E’ Acqua, 2! Robben Ford – Into The Sun

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Robben Ford – Into The Sun – Mascot/Provogue 31-03-2015

Se vi chiedete il perché del 2 nel titolo, data per scontata la classe di Robben Ford, è semplicemente perché avevo già usato lo stesso titolo, un paio di anni fa, per la recensione di Memphis di Boz Scaggs (a proposito, a fine mese esce il nuovo album, A Fool To Care, che si annuncia eccellente, con Bonnie Raitt e Lucinda Williams). Ma veniamo all’anteprima di questo Into The Sun, anche lui in uscita il 31 marzo. Tra l’altro ho realizzato un’intervista con Robben, che dovreste leggere sul numero di aprile del Buscadero.

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Sinceramente ho perso il conto del numero dei dischi dell’artista californiano, ma credo che tra album a nome suo, con i fratelli e collaborazioni varie con altri musicisti e gruppi, gli album dove appare il nome di Robben Ford (non come ospite), superino abbondantemente le trentacinque unità. Quello che è certo è che gli ultimi tre sono usciti per la Mascot/Provogue, questo Into The Sun incluso, e secondo la critica, almeno nei due precedenti, si era segnalato un certo ritorno di Robben verso le sue radici più blues http://discoclub.myblog.it/2014/01/30/ecco-giorno-nashville-lo-scorso-anno-robben-ford-esce-il-4-febbraio/. A giudicare dai primi ascolti del nuovo album (effettuati in streaming parecchie settimane prima dell’uscita e senza molte informazioni a disposizione sui musicisti coinvolti, ospiti a parte) mi sembra che invece in questa occasione si sia optato per un tipo di suono più eclettico e variegato, magari a tratti un filo più leccato, che è da sempre la critica che gli fanno i suoi detrattori, grande tecnica e bravura infinita, ma un suono fin troppo algido e preciso a momenti. Ford, nella presentazione del disco, ha parlato di un disco solare (vedi titolo) e positivo, molto ritmato e diversificato negli stili usati, spingendosi a dichiarare che si tratta di uno dei suoi migliori in assoluto (ma avete mai sentito un artista dire, “sì in effetti l’album è bruttino, potevo fare meglio”?).

Undici brani in tutto, cinque dove appaiono ospiti molto diversi tra loro, quattro scritti in collaborazione con un certo Kyle Swan, musicista, vocalist e polistrumentista dall’approccio particolare, di cui fino a questo album ignoravo l’esistenza, diciamo un tipo “strano” https://www.youtube.com/watch?v=31FenhgSS3M . Comunque non mi sembra che l’influenza di Swan sia molto marcata, e in ogni caso per uno che ha suonato con Joni Mitchell e Miles Davis nulla di nuovo! L’ingegnere del suono al solito è Niko Bolas, collaboratore di lunga data di Robben Ford, che rende il tutto nitido e ben calibrato (ma sempre dall’intervista ho ricavato che il produttore è tale Kozmo Flow ?!?), per i musicisti che suonano azzardo la presenza della sua ultima sezione ritmica, Wes Little, il batterista e Brian Allen, il bassista, anche in A Day In Nashville e Jim Cox alle tastiere. Il risultato sonoro, come si diceva, è più eclettico del solito, Rose Of Sharon, tra acustico ed elettrico, ad occhio (e a orecchio) sembra una di queste collaborazioni con Swan, molto raffinata e ricercata, con lo spirito jazz-blues della chitarra di Ford che cerca di inserirsi in melodie più complesse (ma nell’intervista mi ha detto che Swan non c’entra nulla). Ma Day Of The Planets ha  questo annunciato sound molto solare ed immediato, tocchi soul, una ritmica esuberante e le tastiere che colorano il solito lavoro magistrale della solista di Robben, dal suono inconfondibile, più misurato rispetto ad altre occasioni. Howlin’ At The Moon, con la presenza di alcune voci femminili di supporto, ha un suono decisamente più rock-blues e carnale con la chitarra che fa sentire una presenza più decisa, ben supportata dall’eccellente lavoro di sezione ritmica e tastiere, oltre ad una ottima interpretazione vocale; molto piacevole anche l’incalzante Rainbow Cover, con le cristalline evoluzioni della solista di Robben inserite in una canzone di impronta decisamente pop-rock, ma di classe.

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La voce maschia di Keb’ Mo’ ben si accoppia con quella di Robben Ford, in un duetto gospel-blues, Justified https://www.youtube.com/watch?v=YisOj_37zUw , dove si apprezza anche la sacred steel del bravissimo Robert Randolph, il piano honky-tonk di Jim Cox, il tutto coronato da un classico assolo di Ford. ZZ Ward è una giovane cantante americana, di recente opening act anche per Eric Clapton, fautrice di un blues-rock leggero, forse più blue-eyed soul https://www.youtube.com/watch?v=4zzeoEjh_ig  che ben si sposa con le sonorità sempre raffinate della chitarra di Robben, che donano una magica aura sospesa e sognante a una notevole Breath Of Me, mentre per High Heels And Throwing Things, un duetto con Warren Haynes, il suono si fa decisamente più maschio e vibrante https://www.youtube.com/watch?v=89wEudH-AMQ , un funky-rock gagliardo dove la slide guizzante del musicista dei Gov’t Mule ben si sposa con la solista del titolare, in una continua alternanza di licks. Cause Of War è un altro bel pezzo, energico e dalla struttura decisamente rock-blues, con un torrido riff di chitarra e un sound tirato inconsueto per Ford, mentre la successiva e complessa So Long 4 You rimane in questo spirito chitarristico presentando un duetto con il maestro della slide Sonny Landreth, in gran spolvero. Ci avviciniamo alla conclusione, prima con una Same Train che anche grazie alla presenza di una armonica (non so chi la suona) alza la quota blues di un album che cresce con il passare dei brani anche grazie al solismo sempre diversificato di Ford, poi con Stone Cold In Heaven, che vede la presenza di Tyler Bryant, leader e solista degli Shakedown, uno dei nomi emergenti del nuovo rock americano http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , che imbastisce un bel duetto a colpi di solista con Robben. Forse aveva ragione lui, in effetti sembra uno dei suoi migliori dischi di sempre.

Bruno Conti

 

“Sconosciuti”, Ma Validi! Gordon Bonham Blues Band – Live/Notes From The Underground

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Gordon Bonham Blues Band – Live/Notes From The Underground –Way Gone Records

Mi scuserete se ancora una volta apro questa recensione sulle solite considerazioni relative all’immane numero di formazioni blues (e dintorni) che popolano la scena musicale americana e la scelta difficile, e spesso casuale, per cui di alcune si parla e di altre no. La risposta è semplice, oltre alle evidenti questioni di tempo (la giornata ha solo 24 ore, fatta la tara sul periodo notturno), spesso la scelta deriva da una “commissione” per recensire un CD, ma anche dalla curiosità per qualcosa che si è letto e comunque moltissimi artisti, anche meritevoli, rimangono degli sconosciuti per chi scrive. Nell’occasione tocca a Gordon Bonham con la sua Blues Band essere “scoperto”: ovviamente appartiene alla categoria dei meritevoli (ce ne sono anche moltissimi che, al di là del rispetto che meritano per la passione che li anima, possono rimanere tranquillamente nell’anonimato): con tre album alle spalle, il primo acustico del 1997, e poi due elettrici con il gruppo, usciti rispettivamente nel 1998 https://www.youtube.com/watch?v=Acvd5J9_2_I  e nel 2012 https://www.youtube.com/watch?v=9LK4gNRfL9A , ha improvvisamente alzato la sua frequenza di pubblicazioni con questo disco dal vivo, Notes From The Undeground, registrato live nei sotterranei (da lì il titolo) dei Midwest Audio Studios a Bloomington, Indiana, patria del nostro amico Mellencamp, e poi mandato in onda da una piccola emittente radiofonica locale. Questo giustifica il minimo contributo del pubblico, in quanto si percepisce, a giudicare dagli applausi, la presenza di un piccolissimo contingente di presenti, che comunque non fanno mancare il loro appoggio a questa performance del settembre 2012, che mette in luce un gruppo che si districa con abilità nelle varie sfumature del blues, non saranno cinquanta (come quelle del grigio), ma si spazia dal classico Chicago blues, a shuffles texani, swing della West Coast e derive boogie, rock’n’roll e blues-rock, con molto rispetto per i nomi intramontabili delle 12 battute, misti al repertorio originale della band.

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Che si basa sull’asse dei due leader del combo: Gordon Bonham (ovviamente nessuna parentela con il grande Bonzo), titolare del nome, chitarrista e cantante e Tom Harold, virtuoso armonicista e pure lui voce solista. Naturalmente siamo di fronte ad un prodotto per appassionati che pone il solito quesito, perché questo e non un altro? Non lo so, direi a caso! Tutti questi signori hanno un CV che enumera collaborazioni con grandi del passato: nel caso di Bonham, numerose frequentazioni con Pinteop Perkins, una decina di anni passati con il mandolinista blues Yank Rachell, il fatto di essere stato band leader con Bo Diddley e altre partecipazioni a tour e dischi di bluesmen vari, tutto fa curriculum, ma poi la qualità si giudica dai risultati https://www.youtube.com/watch?v=djZmxTX1Fqo . E il suono che esce da questo CD sembra fresco e pimpante, del buon blues elettrico che potrebbe ricordare i primi Fabulous Thunderbirds, band di cui hanno aperto i concerti in varie occasioni: e così ecco scorrere il classico shuffle a firma Bonham di Local Honey, con armonica e chitarra che si dividono gli spazi solisti, un hit minore tra blues e R&B di fine anni ’50 come Just A Little Bit, dal repertorio del carneade Roscoe Gordon, un pezzo comunque divertente e piacevole, The Hustle Is On un blues swingato, cantato da Harold, poi veramente gagliardo all’armonica, che era tra i cavalli di battaglia di T-Bone Walker, ma la facevano anche i T-Birds. Last Night è uno slow Chicago blues di quelli tosti di Walter Jacobs, e dopo una bella introduzione voce e chitarra, Bonham cede il proscenio brevemente a Tom Harold, che si conferma vero virtuoso dell’armonica, e poi nuovamente Gordon per un lungo assolo ricco di feeling che strappa l’applauso ai pochi presenti.

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Sempre dal repertorio di Little Walter (ma anche della Butterfield Blues Band) una ritmata Ain’t No Need To Go No Further, dove la guida passa nuovamente a Harold, che ci delizia con la sua mouth harp, e a completare la trilogia dedicata a Jacobs una frenetica It Ain’t Right. A sorpresa un omaggio a Bob Dylan con una bella versione di Down In the Flood, che ne esalta gli aspetti blues, poi il pallino torna a Bonham che ci offre una elegante esibizione all’acustica slide in Lookin’ For My Baby e nella consueta alternanza dei due solisti è la volta di Harold che esegue una sua composizione That’s My Baby, molto jump blues, con Special Recipe Blues che ritorna alle sonorità vicine ai Fabulous Thunderbirds, tra R&R e blues assai speziato. La conclusione è affidata ad un classico di Magic Sam, una solida e ritmata You Belong To Me che conferma il buon valore di questa Gordon Bonham Blues Band.

Bruno Conti

Tosto L’Amore, Ma Anche La Chitarra! Tinsley Ellis – Tough Love

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Tinsley Ellis – Tough Love – Heartfixer Music

Tinsley Ellis, da Atlanta, Georgia, ormai va per la sessantina anche lui (li compirà nel 2017), e quindi è ormai un veterano, ma è anche una delle rare certezze per gli appassionati del blues rock elettrico più vibrante e virtuosistico. Raramente (forse mai) sbaglia un disco, nei suoi CD si va sul sicuro che la qualità sarà sempre elevata: anche Tough Love, il nuovo album, che segue a circa un anno di distanza l’ottimo Midnight Blue http://discoclub.myblog.it/2014/01/18/degli-ultimi-veri-guitar-heroes-tinsley-ellis-midnight-blue/  è una conferma del suo stato di grazia perenne e della sua bravura. Ancora una volta con l’immancabile Kevin McKendree alle tastiere (ormai con lui da una decina d’anni, anche come tecnico e ingegnere del suono, in quel di Nashville) e Lynn Williams alla batteria, entrambi nella formazione classica di Delbert McClinton, per l’occasione Steve Mackey (da non confondere con l’omonimo bassista e produttore del giro Pulp) sostituisce Ted Pecchio al basso, completando quindi la lista dei collaboratori di McClinton, ulteriore garanzia di qualità. Ellis è un musicista alla Clapton o alla Mark Knopfler, cioè uno che fa un tipo di musica che prende spunto dal blues ma poi diventa rock classico anni ’70, belle canzoni, tutte firmate dal nostro, uno stile chitarristico inappuntabile, da vero virtuoso, ma senza esagerazioni, quindi anche con tocchi soul e R&B, ampie dosi di musica del Sud, ogni tanto quello spirito laidback che aveva il compianto JJ Cale, una bella voce, che non guasta e una facilità di esecuzione quasi disarmante nella sua semplicità.

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Il classico groove di Seven Years, la blues ballad che apre le danze, può ricordare i migliori esempi dello stile di Robert Cray, unito al solismo dei citati Clapton e Knopfler, con l’ottima band che crea un sottofondo piacevolissimo per le evoluzioni della solista e il cantato sicuro e vivace di Ellis https://www.youtube.com/watch?v=_qbyxR6GJUo , Midnight Ride, sposta il tiro verso un blues-rock più tirato, con gli ottimi organo e piano di McKendree (come faceva ai bei tempi Bobby Whitlock) a seguire le traiettorie sempre ricche di feeling della chitarra, che inanella un assolo dietro l’altro ottenendo un sound molto claptoniano, non dissimile da quello che Eric aveva negli anni in cui a produrlo, ai Criteria Studios di Miami, era il grande Tom Dowd (che ha lavorato anche con Tinsley Ellishttps://www.youtube.com/watch?v=WMmvQXC_eWc . Give It Away è una bella ballata di stampo acustico, con Tinsley che si produce alla slide per un brano dolce ed avvolgente, quasi pastorale, mentre Hard Work si avvicina a quel sound alla JJ Cale che vi ricordavo, McKendree si sposta al piano elettrico, Ellis opera alla slide elettrica sempre con ottimi risultati ed il risultato è un blues elettrico laidback prediletto dal buon JJ (e per proprietà transitiva da Knopfler e Clapton). Niente male anche All In the Name Of Love, altro brano dall’atmosfera sudista, più Memphis che Nashville, ma sempre Tennessee è, con quel sentimento soul/R&B che non manca mai di ammaliare, anche grazie alle tastiere avvolgenti di McKendree e ad una piccola sezioni fiati, Jim Hoke, sax e Steve Herrman, tromba, che alza la quota blue-eyed soul del brano.

Should I Have Lied è il classico slow blues, di quelli che non possono mancare in un album di Tinsley Ellis, atmosfera alla BB King (anche nell’uso appassionato della voce), con la chitarra che pennella una serie di soli, mirabili nella loro capacità di estrarre l’essenza del blues dalle corde della solista, con tonnellate di feeling https://www.youtube.com/watch?v=McSJdtOp2Zw . Leave Me è decisamente più rock, ma sempre con l’incedere classico che ricorda il miglior blues bianco dei tempi che furono, con il solito, ma mai scontato, interplay quasi telepatico tra chitarra e tastiere e anche The King Must Die, con la voce vissuta del nostro amico a raccontare vecchie storie di blues, unite all’appeal del miglior rock, con la solista ancora una volta a disegnare linee sentite mille volte, ma sempre affascinanti se eseguite da chi conosce a menadito l’argomento. Per Everything Tinsley Ellis sfodera pure l’armonica, strumento che usa di rado, ma di cui è comunque buon praticante, il risultato è un blues classico, con le dodici battute che sono le protagoniste assolute; la conclusione è affidata a In From The Cold, una canzone dove i musicisti mescolano le carte, Kevin McKendree aggiunge Mellotron e timpani, Ellis oltre che alla chitarra si cimenta anche al Wurlitzer, e il risultato è un brano quasi pinkfloydiano https://www.youtube.com/watch?v=IUwRIyi9I00 , con le atmosfere sospese care a Gilmour, pure grande appassionato di blues, qui sfidato a colpi di chitarra da un ispirato Ellis, che conferma ancora una volta la bontà della sua musica.

Bruno Conti

“Spietati” O “Imperdonabili”? The Unforgiven, Il Gruppo E Il Disco!

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The Unforgiven – The Unforgiven – Real Gone Music

Ormai anche le etichette specializzate in ristampe stanno un po’ raschiando il fondo del barile. In alcuni casi questo favorisce la scoperta di alcuni album di culto, magari sconosciuti, che erano scomparsi nella notte dei tempi o non erano mai apparsi. In altri casi ancora vengono ripescati personaggi o dischi di cui francamente non si sentiva la mancanza, spacciati per imperdibili dalle case discografiche che, ovviamente, fanno il loro mestiere, cioè “cercano” di vendere. E poi ci sono casi particolari. Prendiamo la ristampa di questo disco omonimo, il primo e ultimo, degli Unforgiven, che ai tempi fu un caso discografico. Siamo, più o meno, a metà degli anni ’80, quelli degli eccessi dell’industria discografica: un gruppetto di musicisti, capitanato da Steve Jones, ribattezzatosi John Henry Jones, per non confondersi con il chitarrista dei Sex Pistols, decide di iniziare un progetto partendo da un’immagine. Ovvero si presentano tutti vestiti come se fossero degli interpreti di qualche scena di Il Buono, Il Brutto E Il Cattivo, o qualche altro spaghetti western di Sergio Leone (Unforgiven di Clint Eastwood non era ancora uscito, cappotti lunghi, giacche e cappelli ispirati dalla iconografia di quei film, dichiarano che anche la musica si ispira in parte alle musiche di Morricone, e sapete una cosa?

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La rivista inglese NME li inserisce nella lista delle 5 o 10 grande promesse per il futuro, gli dedica un articolo di mezza pagina sulla rivista, senza avere sentito un secondo di musica, perché, come ricorda lo stesso Jones, il gruppo non aveva ancora inciso nulla. Ma quello che è più triste e che si scatena una lotta a suon di milioni di dollari tra le case discografiche dell’epoca, vinta dalla Elektra, che,  invece di buttare i soldi nel cesso, come usava negli anni dell’edonismo reaganiano, li mette sotto contratto per la pubblicazione di due album. Forse non ho detto che il tutto si svolge in California, e nel frattempo sono entrati in scena il manager dei Motley Crue, l’avvocato dei Metallica e altri personaggi dello show business locale. La formazione è inconsueta, visto che vede la presenza di ben quattro chitarristi, alcuni cresciuti a pane e punk, con puntate nello speed metal (Jones, per un breve periodo fu negli Overkill), ma nel gruppo ci sono pure un paio di talenti, nello specifico due chitarristi, uno John Hickman, anche secondo vocalist, tutt’ora un rispettato membro dei Cracker, mentre Todd Ross, fratello del chitarrista dei Rank and File, cult band del cow-punk californiano, che qualche punto di contatto con la musica degli Unforgiven ce l’aveva, era un solista notevole. Il disco, uscito nel 1986, prodotto da John Boylan, famoso per il suo lavoro nel disco di esordio dei Boston, vende “ben” 50.000 copie e il gruppo arriva fino al 185° posto delle classifiche di Billboard (caspita!). Riuscendo nel frattempo a farsi bandire dallo Stato del Colorado per gli eccessi nel corso del tour con gli ZZ Top e partecipando, sul lato positivo, a due edizioni del Farm Aid https://www.youtube.com/watch?v=_gaL-p9F2g4  e https://www.youtube.com/watch?v=PMAD2-GFZBw. Si, lo so, vi sto rompendo le balle con questi dettagli, la domanda che vi interessa è: ma è buono questo disco? Si e no. Tra echi di musica western morriconiana, classico rock californiano anni ’80, echi abbondanti dei Clash, punk e metal melodico, sonorità alla Big Country, soprattutto per l’uso quasi marziale della batteria, qualche tocco alla U2 o Pogues, ma anche influenze dei Def Leppard, il risultato è un guazzabuglio che avrebbe influenzato i Bon Jovi e i Guns’n’Roses che da lì a poco avrebbero dominato le classifiche.

Anche l’abitudine di cantare spesso tutti all’unisono, codificata nel “gang vocal” attribuito ai quattro musicisti non voci soliste, accentua quel suono antemico alla Pogues, Clash o U2, il problema è che, sovente, le canzoni non sono all’altezza. Il risultato finale comunque non è orrido: brani come l’iniziale All Is Quiet On The Western Front, con la sua batteria di quattro chitarre soliste, il ritmo incalzante dei Clash, periodo americano https://www.youtube.com/watch?v=GAxxR828uUg , Hang ‘em High, ispirata nel titolo a un altro famoso film di Clint Eastwood, a tratti morriconiana, a tratti quasi twangy, ma anche con una certa quota di tamarritudine https://www.youtube.com/watch?v=SoL7igUoVFo  e il singolo I Hear The Call, molto rock californiano, con coretti questa volta ben eseguiti, sono discrete costruzioni sonore. Roverpack, se non fosse per il solito gang vocal, è interessante nel suo incedere elettro-acustico, tra slide e influenze southern https://www.youtube.com/watch?v=kevtmJ2LWkg , mentre Cheyenne è addirittura una hard ballad mid-tempo, The Gauntlet sembra un brano dei primi Big Country e With My Boots On ha afflati country https://www.youtube.com/watch?v=_I4vx1iTBlE (qualcuno li ha classificati come una band country-rock!). C’è persino un brano, The Long Ride Out, inciso nella reunion del 2012, aggiunto come bonus nel CD. Senza strapparsi i capelli (se li avete) una ascoltata la merita. L’eventuale acquisto dipende dal vostro budget.

Bruno Conti

I “Basement Tapes” Di Un Artista Di Culto! David Wiffen – Songs From The Lost & Found

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David Wiffen – Songs From The Lost & Found – True North Records

Nei primi anni ’70 la scena canadese era in gran fermento, i vari Neil Young, Joni Mitchell,  Leonard Cohen, e, ancora agli inizi, Bruce Cockburn, erano da breve emersi come alcune delle realtà più preziose dell’intero universo musicale. David Wiffen invece, non riuscì ad affermarsi come avrebbe meritato, eppure il suo Coast To Coast Fever, prodotto da Cockburn (e ancor prima l’omonimo David Wiffen) è uno dei dischi che mi sono rimasti dentro il cuore, un album che chi lo possiede tiene stretto, chi non lo ha lo cerca ancora disperatamente (in vinile), non nel formato CD, in quanto è stato a suo tempo ristampato in digitale ed è ancora in circolazione. Coast To Coast Fever (73) è uno dei classici degli anni settanta, sconosciuto ai più, ma idolatrato da una ristretta cerchia di cultori, e il mito di David Wiffen, inglese di nascita e canadese di adozione, vive ancora grazie a quel disco. Il suo primo album è stato il live At The Bunkouse Coffeehouse Vancouver BC (65), seguito dall’omonimo David Wiffen (71), ristampato in via non ufficiale dall’Akarma (01), e recentemente dalla Water, disco che conteneva il capolavoro Driving Wheel (un brano entrato nella storia) https://www.youtube.com/watch?v=wNGnNA7gwKk  ripreso da numerosi artisti, tra i quali Tom Rush, Byrds, Greg Harris, Cowboy Junkies, Jayhawks, Roger McGuinn (per il sottoscritto la versione più bella), recentemente anche da David Bromberg nell’ultimo Only Slightly Mad e da molti altri.

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Mentre nel successivo citato “capolavoro”, Coast To Coast, alternava sue composizioni a quelle di amici cantautori del calibro di Bruce Cockburn, Willie P.Bennett e Murray McLauchlan, per esempio l’iniziale Skybound Station (un’altra delle più belle canzoni scritte da David https://www.youtube.com/watch?v=h0So5g-3F34 ), per rispuntare dopo una lunghissima pausa (causa gravi problemi personali) con South Of Somewhere (99), dove alternava nuovi brani con alcune vecchie composizioni, ma il risultato non era certamente al livello dei lavori precedenti. Inaspettatamente ora Wiffen torna con questo nuovo lavoro Songs From The Lost And Found, una nuova raccolta composta da 12 canzoni inedite, che provengono principalmente dagli anni ’70 e ’80 (il suo periodo di massimo splendore), insieme a 5 versioni alternative di brani già editi in South Of Somewhere, sempre contraddistinti dalla sua bellissima voce baritonale.

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La magia regna sovrana fin dall’iniziale California Song che trasmette subito emozioni https://www.youtube.com/watch?v=44KJbEiNf5s , come pure nelle lunghe (oltre sei minuti) Ballad Of Jacob Marlowe https://www.youtube.com/watch?v=v94jB6YSWMQ  e Sweet Angel Take Me Home https://www.youtube.com/watch?v=rFs4fwCiFtY , passando per la delicata Your Room e le atmosfere folk di Come Down To The River, le quasi recitative Ballad Of The Inland Sailors e Any Other Rainy Day Aka Distant Star, sorrette solo da pochi accordi acustici, il sincopato ritmo di Bought And Paid-For Soul, per poi tornare ai toni più confidenziali di Let Your Love Light Shine e una Rocking Chair World solo voce e chitarra acustica. Le versioni alternative  sono qui riproposte nella loro prima “stesura” (per chi scrive sono migliorative rispetto a quelle pubblicate in precedenza), a partire da una ariosa Cool Green River, passando per la bellissima malinconia di Fugitive https://www.youtube.com/watch?v=zHDxc0feUCI , il quasi funky di una Fire On The Water inconsueta https://www.youtube.com/watch?v=urm4pJ_VhF8 , mentre No Desire For Texas viene cantata da David alla Jackson Browne, e Harlequin rimane sempre una canzone splendida (in questa versione anche impreziosita da un sax). Le due cover sono la pianistica Crazy Me (della brava cantautrice canadese Lynn Miles), e una intrigante rilettura di un brano dei Rolling Stones No Expectations (lo si trova in Beggar’s Banquethttps://www.youtube.com/watch?v=uHuUBQp0Vq0 .

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David Wiffen con questo Songs From The Lost & Found ci regala altre meravigliose “perle”, 17 canzoni perse e ritrovate di questo sfortunato “songwriter” che, nonostante il suo talento, ha dovuto abbandonare la carriera e lavorare come autista per gli “handicappati”, e quindi non ha avuto la stessa fortuna di altri artisti canadesi. Oggi alla soglia dei 73 anni, per chi scrive, Wiffen con questi suoi “Basement Tapes” trova la giusta e meritata ricompensa (magari sperando che ne saltino fuori altri).  Da ascoltare in religioso silenzio!

Tino Montanari

Non E’ La Sonda, Non E’ La Stele, Sarà Un Gruppo Canadese! Hey Rosetta – Second Sight

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Hey Rosetta – Second Sight – HR Music/Sonic Records

Quarto album per la band canadese Hey Rosetta (non un fatto casuale), originaria del Newfoundland, autrice di un indie rock, forse un termine riduttivo, molto raffinato e complesso, che può avvicinare il gruppo, per certe soluzioni sonore, ai più celebrati Arcade Fire, quelli prima della svolta “elettronica” dell’ultimo Reflektor,  che al sottoscritto non era piaciuto, vedremo l’imminente album solista di Will Butler, il fratello di Wim. Sono un quartetto, ma per l’ultimo album Second Sight https://www.youtube.com/watch?v=x1HRHWzdciw la formazione si è ampliata fino a sette elementi, aggiungendo tastiere, violino,cello, french horn e tromba alla classica base di chitarre, basso e batteria, con il leader Tim Baker, la voce solista ed altri componenti del gruppo spesso impegnati anche alle tastiere. Proprio la voce di è uno degli elementi distintivi della band: un timbro vocale che a tratti può ricordare quello di Paul Simon, ma anche gli impasti vocali dei Vampire Weekend, per esempio nell’iniziale, piacevolissima Soft Offering (For The Oft Suffering) https://www.youtube.com/watch?v=N28bjKh2aUQ , dove la voce di Baker, quando vira verso leggeri falsetti può portare alla mente pure Chris Martin dei Coldplay (sempre quelli dei primi tempi, quando erano un buon gruppo, non dimentichiamolo), una patina di leggera e non fastidiosa elettronica è sempre sparsa sulle melodie delle canzoni, spesso ritmate e coinvolgenti, mai troppo banali, con interessanti soluzioni sonore, come nella variegata Gold Teeth, con la voce dolce e leggera di Baker che guida in modo naturale il progredire di tutti i brani https://www.youtube.com/watch?v=A2MEbc9VL_k , anche Dream, con i suoi coretti ricorrenti, le chitarrine lavorate e l’ampio uso di tastiere, impiegate per rinforzare il suono, può rimandare ai citati Arcade Fire, e potrebbe avere anche un certo successo radiofonico con il suo pop raffinato.

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La lunga What Arrows, con un lieve crescendo che parte dall’intro voce, sempre in leggero falsetto, e chitarra acustica, e aggiunge strada facendo archi e tastiere, sezione ritmica e chitarre elettriche, per trasformarsi poi in un brano molto coinvolgente che, per strani percorsi mentali, mi ha ricordato i Church leggermente psichedelici di Heyday o Starfish, ma anche le migliori band indipendenti degli ultimi anni, con uno spiccato uso della melodia, ma anche la capacità di congegnare minisinfonie pop-rock intriganti https://www.youtube.com/watch?v=Uh0JC0Qt1Js . Interessante anche l’atmosfera sospesa e circolare che viene costruita in Promise, con tastiere e chitarre che circondano amorevolmente, in una complessa tessitura sonora, la voce raddoppiata e triplicata di Baker, per poi aprirsi improvvisamente in piccole esplosioni di energia. Eccellente anche la bellissima Kid Gloves, sempre in questo costante equilibrio tra pop super raffinato e art -rock, rivestito da strati di piano, tastiere e chitarre avvolgenti che non nascondono le melodie cantabili del brano, ma le rendono più affascinanti, come pure Neon Beyond, dove sembra di ascoltare una sorta di Paul Simon più futuribile, sempre circondato da questo muro di strumentazione che si raccoglie e si espande in continui squarci sonori, per poi richiudersi in moti più dolci ed intimi, alternando questa tendenza all’inno più roboante con la costruzione più sobria e meditata. Kintsukuroi, il singolo dell’album, esplica alla perfezione questa dicotomia tra derive pop e costruzioni sonore più complesse, con il suo ritornello coinvolgente ed una melodia ariosa e solare, resa ricchissima dalle geniali aperture strumentali, anche nello spazio dei soli tre minuti https://www.youtube.com/watch?v=Gu8HMFhITqw .

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Cathedral Bells, una delicata ballata che si apre con la voce solitaria di Tim, una chitarra acustica appena accennata e un organo, poi si sviluppa nuovamente nell’abituale catalogo di delizie sonore, senza perdere un briciolo della sua dolcezza e anche Alcatraz, l’altro brano che supera i sei minuti https://www.youtube.com/watch?v=7lG0VPXIk8c , non manca di affascinare l’ascoltatore con la sua strumentazione opima ed elaborata, arrangiamenti sempre ricchi di soluzioni sonore all’apparenza semplici, che nascondono un gusto per queste piccole perle soniche dove l’abilità nell’uso delle più moderne tecniche di produzione non nasconde solo un vuoto di idee, come spesso succede in chi osa il passo più lungo della gamba. E occorre dire che non c’è un brano brutto che sia uno, Harriet è un’altra ballata mossa  https://www.youtube.com/watch?v=CFen4mcA-R8 , sempre in bilico tra momenti ritmici più accentuati e strumentazione più ricca, nel caso per l’uso dei fiati e del pianoforte, mescolati alle “solite” chitarre e tastiere, a dare quel tocco in più ad un brano cantato con grande partecipazione da Tim Baker, che ci lascia infine con un’ultima, meravigliosa ballata pianistica come Trish’s Song, un brano quasi scarno rispetto alle epiche costruzioni delle canzoni precedenti ma che conferma il talento quasi innato di questo signore per la melodia più pura, grazie anche alle struggenti armonie vocali che sono il corollario quasi inevitabile per una canzone altresì così composta.

Bruno Conti