Una Eredità Per Nulla Smarrita, Anzi Molto “Viva”! Outlaws – Legacy Live

outlaws legacy live

*NDB Leggendo un commento su loro Live dell’86 che vedete a fianco, e che a grandi linee condivido, mi sono accorto che non avevo ancora postato la recensione di questo doppio dal vivo degli Outlaws, uscito qualche tempo fa, e visto che il Southern rock è sempre bene accetto sul Blog e il Live è notevole, rimedio subito.

Outlaws – Legacy Live – 2 CD SPV/Steamhammer

Ultimamente c’è stata una vera proliferazione di pubblicazioni dedicate a dischi dal vivo degli Outlaws, spesso eccellenti, come il Los Angeles 1976, o comunque molto buone, vedi Live At The Bottom Line Live ’86, entrambi editi dalla Cleopatra http://discoclub.myblog.it/2016/09/14/meglio-il-live-uscito-lo-scorso-anno-anche-male-the-outlaws-live-at-the-bottom-line-new-york-86/ . Ora esce questo Legacy Live, registrato nel tour del 2015 dall’ultima formazione della band, quella che vede presenti dei membri originali solo il cantante e chitarrista Henry Paul e il batterista Monte Yoho. Con loro ci sono anche, nella line-up comunque a tre chitarre, Steve Grisham (Henry Paul Band, Brothers Of The Southland), già presente nel periodo 1983-1986 e Chris Anderson (anche con Dickey Betts, Lucinda Williams e Lynyrd Skynyrd) dal 1986 al 1989, entrambi alla solista, oltre al bassista Randy Threet e al tastierista Dave Robbins, tutti (ri)entrati nella band negli anni 2000. Non c’è più Hughie Thomasson, l’altro leader, scomparso nel 2007, mentre nel disco del 2012 It’s About Pride, l’ultimo in studio, alla chitarra c’era l’ottimo Billy Crain. E contrariamente alle mie aspettative (e a quelle di molti altri fan) anche questo doppio dal vivo è molto buono, la band della Florida è in gran forma e propone il proprio southern aggressivo e chitarristico con una grinta e una vivacità che latitano in altre formazioni storiche del rock sudista.

Niente di nuovo, e ci mancherebbe, ma i nostri non appaiono bolliti e neppure troppo sopra le righe, riuscendo a non fare troppo rimpiangere il periodo d’oro degli anni ’70, il 1975 per la precisione, l’anno di uscita del primo album, di cui nel tour si festeggiava il 40° Anniversario. 21 canzoni (compresa la breve intro iniziale) dove scorrono i grandi successi del gruppo, ma anche alcuni brani tratti da It’s About Pride: si parte subito bene con una gagliarda There Goes Another Love Song, che mette subito in evidenza anche gli elementi country presenti nel DNA del gruppo, sia con ottime armonie vocali, sia con il sound dove le chitarre sono regine, ma la melodia non è mai assente, senza esagerare con continue prove troppo muscolari (che non mancano comunque, non temete). Eccellente anche un altro classico come Hurry Sundown, dove i classici e continui rilanci del loro credo musicale sono in bella evidenza, con assoli di chitarra che si susseguono a ritmo serratissimo. Ma pure la recente Hidin’ Out In Tennessee non sfigura rispetto al vecchio repertorio, con le chitarre spesso impegnate ad armonizzare all’unisono nel classico sound à la Outlaws e poi scatenarsi in micidiali call and response; Freeborn Man era su Lady In Waiting, quando c’era ancora Billy Jones, ed è la consueta perfetta miscela di country e rock di gran classe, anche con cambi di tempo repentini e raffinati. Ma nell’alternanza tra nuovi e vecchi pezzi non ci sono discrepanze, buoni entrambi, come conferma la riffatissima Born To Be Bad del 2012 dove sembra di ascoltare degli ZZ Top più melodici, o Song In The Breeze dal 1° omonimo album.

Girl From Ohio ricorda un pezzo di country-rock degli Eagles, della Nitty Gritty o dei Poco, mentre nell’unisono splendido delle soliste in Holiday sembra di ascoltare i Wishbone Ash migliori. Poi, certo, ci sono i cavalli di battaglia: Gunsmoke, di nuovo da Hurry Sundown o la lunga e tirata Grey Ghost, la title-track del disco omonimo, dove si apprezza di nuovo il finissimo intrecciarsi delle varie chitarre soliste; si torna di nuovo al country velocissimo e corale di una South Carolina che mi ha ricordato di nuovo moltissimo i primi Eagles e nell’attimo successivo passiamo ad una ballata mid-tempo avvolgente come So Long e ancora a una Prisoner, tratta da Lady In Waiting, che ondeggia tra Pink Floyd ed Allman Brothers. Cold Harbor,elettroacustica e raccolta, quasi alla CSNY, è seguita da Trail Of Tears, dall’inedito Once an Outlaw, l’ultima prova postuma con Thomasson. Notevole pure la corale It’s About Pride, dove risalta anche il piano di Robbins, ma a ben vedere non c’è un brano debole in questo bellissimo doppio dal vivo, come conferma il gran finale, prima con la scatenata Waterhole, che rievoca certi strumentali splendidi dei dischi dei Poco, poi la deliziosa Knoxville Girl, sempre dal primo classico album e Green Grass And High Tides, che è la loro Free Bird, un vero festival delle chitarre elettriche, tredici minuti di pura goduria dove le soliste si rincorrono, si intrecciano e si scatenano in modo splendido. E non è finita, perché pure l’entusiasmante (Ghost) Riders In The Sky dimostra che gli attuali Outlaws, almeno dal vivo, non hanno nulla da invidiare alla loro versione più giovane dei tempi che furono. Grande disco!

Bruno Conti

Ancora Una Volta Degni Della Loro Fama! Blue Rodeo – 1000 Arms

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Blue Rodeo – 1000 Arms – TeleSoul Records Canada

Ogni appassionato della buona musica ha una predilezione particolare per un gruppo o un solista, al di fuori dei grandi nomi più ricorrenti: il sottoscritto ce l’ha, tra gli altri, per i canadesi Blue Rodeo. Chi legge queste pagine virtuali avrà visto sempre giudizi più che lusinghieri di chi scrive per la band di Jim Cuddy e Greg Keelor, che considero una delle migliori in assoluto di quelle uscite nell’ultimo trentennio (come si vede dai video non sono più dei giovanotti), tra i migliori eredi della grande tradizione che ha avuto soprattutto nella Band l’esempio più fulgido nell’ambito Americana, country-rock, roots music, come diavolo volete chiamarlo, in generale tra i gruppi provenienti dal continente nord-americano. Dopo l’eccellente Live At Massey Hall dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/12/06/dei-migliori-album-dal-vivo-del-2015-blue-rodeo-live-at-massey-hall/ , i Blue Rodeo tornano con questo 1000 Arms, il loro quattordicesimo album di studio, che conferma una rinnovata verve del quintetto canadese, dopo le derive un filo più bucoliche del peraltro ottimo In Our Nature http://discoclub.myblog.it/2013/11/14/festeggiano-25-anni-e-spiccioli-di-carriera-con-un-grande-di/ , e del successivo album di carattere natalizio http://discoclub.myblog.it/2014/12/07/il-solito-disco-natalizio-blue-rodeo-merrie-christmas-to-you/ . Il gruppo raramente ha sbagliato un colpo, con loro si va a colpo quasi sicuro Nell’album in questione appare per l’ultima volta il membro aggiunto (ma in pratica fisso nella band da 17 anni) Bob Egan, sopraffino suonatore di pedal steel e mandolino fin dai tempi di Palace Of Gold. Ovviamente il gruppo ruota soprattutto intorno alle canzoni, alle voci e armonie vocali di Cuddy e Keelor, ma anche il secondo chitarrista (con Cuddy) Colin Cripps e il tastierista Michael Boguski contribuiscono con i loro tocchi di finezza al risultato finale, oltre al dancing bass inimitabile del veterano Bazil Donovan.

Al solito Jim Cuddy è quello dalla voce più solare, giovanile, che rimanda a Paul Cotton o Richie Furay dei Poco, mentre Greg Keelor ha un timbro più roco e crepuscolare, anche se il meglio lo danno, come di consueto, negli splendidi intrecci vocali che sono il loro marchio di fabbrica. E le canzoni di qualità non mancano neppure in questa occasione: che sia il country-rock riflessivo dell’iniziale splendida Hard To Remember, con il marchio di Keelor, tocchi jingle-jangle quasi byrdsiani, quelle armonie vocali immancabili e un suono caldo ed avvolgente https://www.youtube.com/watch?v=j44YVch6Qbk , oppure una solare I Can’t Hide This Anymore, un brano di Cuddy, che con il suo mandolino e le chitarre acustiche ed elettriche, sembra uscito da uno dei primi dischi dei Poco o degli Eagles. Molto bella anche la mossa Jimmy Fall Down dove fa capolino anche una armonica https://www.youtube.com/watch?v=dg0B_-eX-6I  o la riflessiva Long Hard Life, dove Jim Cuddy racconta di una relazione finita male con la consueta passione. Rabbit’s Foot di nuovo a guida Keelor, vira decisamente verso il rock, sembra un pezzo, e pure di quelli belli, di Tom Petty con gli Heartbreakers, di nuovo chitarre tintinnanti, ritmi incalzanti e intrecci vocali splendidi, fino ad un break chitarristico da manuale; 1000 Arms è una delle consuete ballate strappacuore di Cuddy, con la pedal steel sugli scudi, come se il country-rock degli anni ’70 non fosse mai tramontato.

Dust To Gold viceversa è uno di quei pezzi più “lunatici” ed ombrosi di Greg Keelor, con la pedal steel, l’organo e il piano a sottolineare l’atmosfera più cupa della canzone, sempre infiorata dalle loro armonie vocali inconfondibili https://www.youtube.com/watch?v=E4ZhU8aQEZ4 . Superstar, con un corno francese ad arricchire il sound, è uno dei consueti tuffi di Cuddy nell’amato songbook beatlesiano, a passo di carica e con una melodia accattivante, controcanti vorticosi ed interventi chitarristici e pianistici ficcanti https://www.youtube.com/watch?v=SXDSLFQv5NI ; Mascara Tears con Cuddy al Wurlitzer, è pero un brano crepuscolare di Keelor che sembra uscire da On The Beach di Neil Young, tra pedal steel e organo “piangenti”. Can’t Find My Way Back To You, un altro resoconto su un amore finito male di Cuddy (sono sfortunati questi ragazzi!) ha però una bella melodia vivace e mossa, ancora con tocchi younghiani, ma anche aperture country-blues deliziose, mentre So Hard To See è un’altra delicata ballata, questa volta di impianto decisamente acustico, con una spennellata di guitar-synth che fa le veci di una sezione archi e il piano e le chitarre acustiche a caratterizzarne il sound. A chiudere il solito pezzo epico che i Blue Rodeo ci riservano sempre per il gran finale: The Flame è uno dei loro classici brani in crescendo, firmato da Keelor (anche se sul disco tutte le canzoni sono marchiate Cuddy-Keelor), un organo quasi doorsiano, la solita pedal steel e le chitarre che scaldano l’atmosfera nella vibrante parte centrale strumentale. Gran finale per un ottimo album, ancora una volta degno della loro fama.

Bruno Conti

Da Lassù, Country-Rock Natalizio Made In Italy. Piedmont Brothers Band – A Piedmont Christmas

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The Piedmont Brothers Band – A Piedmont Christmas – MRM Records/Appaloosa Ird

Una breve premessa: qualche mese fa, durante l’estate, avrei dovuto recensire l’ultimo album dei Piedmont Brothers Compasses And Maps, poi per vari impegni, sul Buscadero e nel Blog, mi sono ritrovato a rimandare la recensione di quel CD, programmandola per i primi giorni di agosto, fino a che, il 6, purtroppo, gli amici della Ird mi hanno comunicato che Marco Zanzi, il leader della band, era morto dopo una battaglia di circa due anni con un tumore al pancreas. A quel punto non mi sono più sentito di scrivere quella recensione, per timore di fare una sorta di sciacallaggio postumo su un album di unmusicista che se ne era andato. Poi nei mesi successivi, a mente fredda, alcune volte ci ho ripensato, ripromettendomi di parlare comunque della band. Quindi quale occasione migliore che l’uscita di questo CD di canzoni natalizie che era comunque già stato programmato dalla famiglia per una uscita nel periodo invernale. Perché il buon Marco, anche nel periodo più buio della sua malattia, aveva comunque continuato a lavorare e ad incidere nuove canzoni, a dispetto della situazione.

Il disco, e non lo dico per piaggeria, è molto bello e piacevole, quella consueta miscela di country-rock, bluegrass e musica cantautorale, confezionata con gran classe e passione, da Marco Zanzi e Ron Martin, i due co-fondatori di questa band, da sempre coadiuvati da una ampia cerchia di amici, nel corso di sei album (più questi due e compreso un disco di “rarità”) e un paio di Zanzi come solista. Tra gli “amici” gli ultimi a partecipare sono stati Richie Furay, leggendario leader dei Poco, una delle migliori formazioni di country-rock che abbia mai calcato i palcoscenici, e la figlia Jesse Furay Lynch, ma nell’album appaiono anche collaboratori di lunga data. come Katherine Kelly Walczyk, Rosella Cellamaro Doug Rorrer, che si alternano alle voci nei vari brani, con Martin Cecilia Marco Zanzi. Nel disco precedente, Compasses And Map, apparivano alcuni dei grandi luminari del country-rock e del bluegrass, gente come Gene Parsons dei Byrds, Patrick Shanahan della Stone Canyon Band di Ricky Nelson, Rick Roberts dei Firefall e dei Flying Burrito Brothers, alle prese con brani originali e riprese di classici come Tequila Sunrise degli Eagles, Sweet Baby James di James Taylor, Indian Summer di Paul Cotton, dei già citati Poco, It Doesn’t Matter dei mitici Manassas di Stephen Stills Chris Hillman, Teach Your Children di Graham Nash Here Without You di Gene Clark, tutte in versioni brillanti e ricche di verve, in grado di rinverdire i fasti di gente come i citati Poco, Flying Burrito Brothers, Byrds, Eagles, ma anche dei Dillards, grazie al banjo a 5 corde di cui Zanzi era un vero virtuoso, agli impasti tra voci maschili e femminili, e alla perizia strumentale dei vari musicisti impegnati: del vero country-rock made in Italy. Un disco assolutamente da avere per gli appassionati del genere, come pure il disco di Natale, A Piedmont Christmas.

Sono dieci brani, alcuni scritti per l’occasione, altri pescati dalla tradizione, altri ancora firmati da autori non notissimi ma assolutamente validi nell’ambito country e dintorni, forse l’unico autore noto, ma soprattutto tra gli appassionati, è Steve Goodman, di cui viene ripresa una deliziosa e delicata Colorado Christmas, che non a caso è proprio il brano cantato dalla inconfondibile voce di Richie Furay (https://www.youtube.com/watch?v=x1obUh4bqe0, con le armonie vocali della figlia Jesse, e un bellissimo intreccio strumentale creato dal violino di Anna Satta e dal mandolino, dal banjo e dalle chitarre a 6 e 12 corde, del bravissimo pluristrumentista Marco Zanzi. Jesse Furay Lynch canta la più tipicamente natalizia Beautiful Star Of Betlehem, un valzerone country dove la voce alla Emmylou Harris della Lynch ben si intreccia con le armonie vocali di Marco e con svolazzi di chitarra, violino e pedal steel. Altrove, come nella iniziale, vorticosa, Christmastime In The Blue Ridge, cantata da Ron Martin, sembra di ascoltare il bluegrass dei vecchi Dillards o dei Seldom Scene, grazie anche gli inserti di dobro di Alessandro Grisostolo che ben si amalgamano con il picking degli altri musicisti, tra cui Zanzi, qui al mandolino. La “tradizionale” The Holly And The Ivy, cantata da  Katherine Kelly Walczyk, ha degli agganci con la musica tradizionale celtica, grazie alle sue melodie ariose e coinvolgenti ed alla bella voce della Walczyk.

Mary Did You Know, ancora con il violino della Satta in bella evidenza, grazie al sue testo che richiama la natività è uno dei brani più tipicamente natalizi, sempre godibile ed intenso al contempo. The Shepherd’s Dream, un’altra favola stagionale, cantata con voce appassionata da Ron Martin e scritta dallo stesso Marco Zanzi, che la guida con il suo banjo, è un altro eccellente esempio di quel bluegrass-country che è sempre stato il marchio di fabbrica dei Piedmont Brothers, gruppo del tutto all’altezza delle sue controparti americane, il break della solista elettrica di Marco avrebbe fatto il suo figurone nei dischi di tutte le band che abbiamo citato fino ad ora. Notevole anche uno strumentale d’atmosfera come The Goodliest Land, dove i vari solisti si alternano alla guida del pezzo. Rosella Cellamaro canta con voce squillante un’altro brano tipicamente natalizio come la dolce ballata Mother Mary’s Cradle Song Doug Rorrer è la voce solista nel bluegrass scatenato con uso di banjo Back Home (On Christmas Eve) Martin e la Walczyk si alternano come voci soliste nella quasi cameristica There’s A New Kid In Town, una cover di un vecchio brano di Keith Whitley, altro nome noto soprattutto agli appassionati, ma che si ricorda nella versione della Nitty Gritty Dirty Band, altro nume tutelare dei Piedmont. Che altro aggiungere? Se volete fare o farvi un bel regalo, diverso dal solito, siete ancora in tempo ad acquistare questo A Piedmont Christmas che sicuramente negli scaffali dei negozi non farà concorrenza a Michael Bublé o Mario Biondi, ma vi darà più soddisfazioni, se amate questa musica. Se volete saperne di più il sito della band è sempre attivo http://www.piedmontbrothersband.com/home.

Bruno Conti

“Puro” Country-Rock Anni ’70! Pure Prairie League – My Father’s Place, Roslyn, New York 1976

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Pure Prairie League – My Father’s Place, Roslyn, New York 1976 – Live Wire 

I Pure Prairie League sono stati una delle formazioni migliori di country-rock nel periodo d’oro del genere nella prima metà inoltrata degli anni ’70, e su questo non ci piove. Hanno pubblicato dieci album tra il marzo 1972 quando usciva il primo omonimo LP e il febbraio 1981 quando veniva pubblicato Something In The Night, i primi otto per la RCA, gli ultimi due per la Casablanca. Ma i migliori sono i primi quattro, fino a If The Shoe Fits, il disco uscito nel gennaio del 1976 e che la band promuove in questo broadcast trasmesso dalla WLIR di New York, un concerto tenuto nello storico locale newyorkese My Father’s Place, con la seconda miglior formazione in assoluto della band, senza più Craig Fuller, che aveva dovuto abbandonare i PPL nel 1972 per strani problemi con la giustizia, dopo l’uscita del secondo album Bustin’ Out, quello per intenderci che conteneva Amie, la loro canzone più famosa, che però era diventata un successo solo nel 1975, a 3 anni dalla data di uscita originale. Poi Fuller, eccellente cantante, avrebbe avuto una buona carriera, prima con gli American Flyer, nel duo Fuller & Kaz e infine nei riformati Little Feat, a cavallo degli anni ’80-’90, da allora se ne sono un po’ perse le tracce anche se guida oggi i riformati Pure Prairie League con cui ha inciso l’ottimo All In Good Time del 2005, e che totalizzano ancora un centinaio di concerti ogni anno.

In questo concerto del 1976 Larry Goshorn è il nuovo chitarrista, entrato in sostituzione di Fuller dal 1974, mentre il leader e voce solista è George Ed Powell, con John David Call a pedal steel, dobro e banjo, che è il punto di forza della band, e Michael Connor alle tastiere, Michael Reilly al basso e Billy Hinds alla batteria, a completare la line-up. Diciamo che proprio a voler essere obiettivi al 100% i PPL,  per chi scrive, sono stati comunque un gradino al di sotto di formazioni come Poco, Flying Burrito, i primi Eagles, New Riders, Ozark Mountain Daredevils, New Riders e Nitty Gritty, ma secondo la critica americana, Bustin’ Out (per AllMusic il miglior disco country-rock di sempre) soprattutto e Two Lane Highway (per Rolling Stone alla pari con Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds, una gemma assoluta nel genere) vengono considerati tra i migliori album in assoluto di country-rock nel periodo d’oro del genere e questo concerto non ha comunque nulla da invidiare al Live ufficiale Takin’ The Stage, uscito l’anno successivo, anzi il suono è più ruspante e meno “lavorato”.


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Le armonie vocali di Call, Reilly, Goshorn e Powell sono eccellenti, John Call alla pedal steel è eccezionale, alla pari con Rusty Young, Buddy Cage, Sneaky Pete e gli altri virtuosi dello strumento, mentre il repertorio ha anche sussulti di classico rock americano alla Doobie Brothers o Little Feat, momenti di bluegrass, e cavalcate chitarristiche, ma anche ampio uso di tastiere, come nella lunga e conclusiva You’re Between Me, uno dei brani scritti da Fuller o nella travolgente Aren’t You Mine con Call e Goshorn al proscenio https://www.youtube.com/watch?v=BX4XdAE30gk , per non parlare di Two Lane Highway un brano che non ha nulla da invidiare ai migliori Poco o Eagles https://www.youtube.com/watch?v=5WzBurY41_A , o la bellissima Amie, sempre di Craig Fuller, una delle più belle country-rock songs di sempre. Ottime anche Kansas City Southern un brano di Gene Clark guidato dalla incalzante steel di Call, le cover di I’ll Fix Your Flat Tire, Merle, scritta da Nick Gravenites, a tempo di western swing e il R&R classico firmato Buddy Holly di That’ll Be The Day. Come pure una Country Song estratta dal primo album, che tiene pienamente fede al proprio titolo, sempre sulle ali della steel di Call, veramente travolgente https://www.youtube.com/watch?v=JFcC6YCh-hE , e anche Harvest un brano di Goshorn che esplora il lato più rock della band, un po’ alla Loggins And Messina, per non parlare di ballate suadenti come Sun Shone Lightly https://www.youtube.com/watch?v=ClwYh84326c . La qualità sonora è più che buona, il contenuto merita e la band ci mette del suo, un buon documento degli anni dorati del country-rock, da non perdere.

Bruno Conti

Tra Le Migliori Jam Band In Circolazione. The String Cheese Incident – Song In My Head

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The String Cheese Incident – Song In My Head – SCI Fidelity Records

Si tratta del primo disco in studio da nove anni a questa parte, solo il quinto della loro discografia (live e collaborazioni a parte), esce per festeggiare il 20° Anniversario di attività degli String Cheese Incident ed è prodotto da Jerry Harrison, si proprio lui, quello dei Talking Heads! Elaboriamo partendo da questi dati. Dieci brani nuovi, o almeno mai registrati in studio in precedenza, visto che parecchi erano già stati testati in concerto in questi ultimi dieci anni. I nomi principali della band, per fortuna, sono i soliti: Bill Nershi, il leader, chitarrista e cantante, Michael Kang, mandolino, violino, chitarra e anche lui vocalist, Kyle Hollingsworth, alle tastiere (come vedremo molto presenti in questo disco) e al canto, sezione ritmica con Keith Moseley al basso, e all’armonica quando serve nei brani country, Michael Travis, batteria e Jason Hann alle percussioni, ospite al banjo Chris Pandolfi.

Globalmente formano una delle migliori Jam bands presenti sul territorio americano. Diciamo che in questa ultima decade Jerry Harrison non si è dannato l’anima con il suo lavoro di produttore: ricordiamo l’album dei Rides lo scorso anno, i vari dischi di Kenny Wayne Shepherd antecedenti all’ultimo e il mega successo dei Lumineers, ma in questo disco si sente la sua impronta. In Song In My Head troviamo dieci brani, tutti abbastanza lunghi, ma non lunghissimi, tra i quattro e i sette minuti la durata, e tutti completamente diversi come genere l’uno dall’altro: il bluegrass ed il country che erano due degli elementi distintivi da cui partivano le idee per le lunghe jam presenti nei loro concerti e relativi dischi dal vivo, oltre a quelli “normali” qualche decina di titoli nella serie On The Road, sembrano abbastanza scomparsi, a favore di un approccio più eclettico e ritmico, comunque sempre presente nelle variazioni rock, psichedeliche, progressive e jazzate della loro carriera.

Anche se per la verità quando una infila il CD nel lettore parte una Colorado Blue Sky, tutta banjo, mandolini, chitarre, armonie vocali, puro bluegrass/country, sembrano i Poco, se non i Dillards o qualsiasi grande band country-rock dei primi anni ’70, l’organo di Hollingsworth in agguato, ma poi parte l’improvvisazione, i migliori Grateful Dead sono dietro l’angolo, le chitarre elettriche di Nershi (che firma il brano) e Kang disegnano linee strumentali di grande fascino ma anche virtuosismi a iosa, senza perdere di vista la quota acustica e vocale, entrambe curatissime, un inizio fantastico Poi parte Betray The Dark, firmata da Michael Chang, e ti viene da controllare il lettore, un attimo di distrazione e ho infilato Abraxas o Santana 3 nel lettore? Con Santana, Shrieve e Gregg Rolie, più tutti i percussionisti indaffaratissimi! No, confermo, sono proprio gli String Cheese Incident e il brano è pure molto bello, con l’aspetto ritmico della migliore Santana Band molto presente, e anche l’assolo di organo di Hollingsworth bellissimo, non ne sentivo uno così coinvolgente da quei tempi gloriosi, una meraviglia e poi quando partono le chitarre, una vera goduria https://www.youtube.com/watch?v=j5cf6Rsag4k . A questo punto cosa devo aspettarmi per il terzo brano? Let’s Go Outside, è un bel funky-rock alla Sly & Family Stone o per restare in tempi moderni tipo Vampire Weekend, chitarre choppate e tastiere analogiche si fanno strada tra il notevole lavoro dei vari cantanti prima del breve intermezzo quasi radiofonico della parte centrale, ma con una raffinatezza che è quasi sconosciuta nel pop moderno, e qui si vede lo zampino di Harrison. Song In My Head parte acustica ma poi diventa un boogie-rock degno di una grande jam band quale gli SCI sono, dal vivo dovrebbe fare sfracelli, con tastiere e chitarre pronte a sfidarsi con le evoluzioni vocali del gruppo.

Struggling Angel porta un ulteriore cambio di atmosfere, sembra un brano degli Eagles più country, quelli di Desperado o On The Border, con tanto di armonica. A questo punto cosa dobbiamo aspettarci, i Talking Heads? Partendo dai ritmi caraibici che ricordano certe cose sempre dei Vampire Weekend o del Paul Simon più scanzonato, ma anche un pizzico di Jimmy Buffett e un giro di basso irresistibile, Can’t Wait Another Day ci porta da quelle parti, ma ci arriviamo lentamente e nella successiva Rosie, che potrebbe uscire indifferentemente da Fear of Music (I Zimbra) dei Talking Heads o da qualche ritmo afro alla Fela Kuti, con densi strati di tastiere e percussioni https://www.youtube.com/watch?v=2gXx50gy8_M . In mezzo c’è So Far From Home, un pezzo rock divertente ma più scontato, non male comunque, con i soliti tocchi country-bluegrass tipici del loro stile, ideali per le improvvisazioni dal vivo, ma organo e chitarra “viaggiano” anche nella versione in studio https://www.youtube.com/watch?v=Xl5FTMmCMrg . Stay Through, una collaborazione tra Chang e Jim Lauderdale (?), con il suo groove tra reggae e R&B mi convince meno, un po’ buttata lì, più Tom Tom Club che Talking Heads, non particolarmente memorabile anche se sempre ben suonata. Conclude la lunga Colliding, un’altra sferzata di rock ad alta densità percussiva, con tastiere, anche synth e chitarre molto trattate che aggiungono un tocco di modernità alle procedure del disco di studio, senza cedere troppo ad un suono commerciale. Nell’insieme piace, anche se non si può gridare al capolavoro, ma secondo me un bel 7 in pagella, e non in condotta, se lo merita. E il 24 giugno esce Fuego, il nuovo album di studio dei Phish!

Bruno Conti

Novità Di Gennaio Parte Ia. Railroad Earth, Blackie And The Rodeo Kings, Mary Chapin Carpenter, Lucinda Williams, Mark Lanegan, Poco

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Con l’anno nuovo riparte la rubrica dedicata alle novità discografiche, dopo la lunga pausa, praticamente dalla prima decade di dicembre a metà gennaio non era più uscito quasi nulla, se non alcuni dischi “minori”, ma non per questo meno interessanti, recensiti con Post as hoc. Come pure alcuni dischi come Springsteen, Rosanne Cash (devo ammettere che, avendo visto finalmente la confezione della versione Deluxe singola di The River And The Thread, veramente bella, per una volta, sono d’accordo con la casa discografica che ha realizzato questa confezione, costa, ma ne vale la pena, oltre che per i contenuti eccellenti), Bocephus King e altri, sono stati recensiti in anteprima. Alcuni cofanetti di prossima uscita hanno avuto lo spazio delle anticipazioni a lunga gittata, per cui nel confermarvi che i tre dischi sopra citati, oltre al volume 12B della serie dei singoli della Motown sono usciti ieri, 14 gennaio, vediamo cosa altro c’è, diviso in due parti, visto che i titoli interessanti (almeno per il Blog, poi esce altro che non ci interessa) sono parecchi (e alcuni di questi sicuramente avranno diritto anche ad una recensione personalizzata)!

Dall’America il nuovo CD dei Railroad Earth, si chiama Last Of The Outlaws esce su etichetta Black Bear e conferma la band di Todd Sheaffer e John Skehan tra le più interessanti in ambito Bluegrass/Country/Rock/Jam http://www.youtube.com/watch?v=cKxYLjj6tdg  . Cè un lungo brano All That’s Dead May Live Again, diviso in quattro parti, che supera i dieci minuti di lunghezza e anche Grandfather Mountain sfiora i nove minuti, ma in alcuni brani mi sembra di scorgere anche un lavoro più rifinito e minuzioso a livello di canzoni, con dei brani che ricordano, per certi versi, anche i vecchi pezzi dei migliori Poco, quelli degli inizi, con un occhio pure alla melodia. Bel disco in ogni caso http://www.youtube.com/watch?v=5UzLANcRML4

Dal Canada arriva il nuovo disco, South, il settimo o l’ottavo (a seconda se Let’s Frolic e Let’s Frolic Again valgono per uno o per due) dei Blackie And The Rodeo Kings, dopo il bellissimo Kings And Queens del 2011, quello delle collaborazioni con tante voci femminili http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/. Questa volta Stephen Fearing, Colin Linden e Tom Wilson, in rigoroso ordine alfabetico, rivolgono la loro attenzione al suono del Sud degli Stati Uniti (anche se il primo brano si chiama North http://www.youtube.com/watch?v=VbI0pFbkEF0da qualche parte bisogna pur partire) e, manco a dirlo, ancora una volta centrano l’obiettivo, con la loro miscela di country, rock, roots music, un pizzico di blues, tre belle voci e penne http://www.youtube.com/watch?v=g8JvKDoQvi0 . L’etichetta non è più la gloriosa True North dei tempi passati e neppure la Dramatico dell’ultimo disco ma una nuova File Under Music, un nome, un auspicio, basta aggiungere good e poi partire alla ricerca del disco.

mary chapin carpenter songs from the movielucinda williams lucinda williams

Altre due uscite che riguardamo in questo caso voci femminili. Il primo è il nuovo disco di Mary Chapin Carpenter, Songs From The Movies, etichetta Zoe Music/Rounder/Universal, è uscito ieri 14 gennaio http://www.youtube.com/watch?v=McLl3UUl67k . Si tratta delle rivisitazione in chiave orchestrale di alcuni brani classici del repertorio della cantante americana, con gli arrangiamenti a cura di Vince Mendoza, una orchestra di 63 elementi e un coro di quindici, più la partecipazione, tra gli altri, di Peter Erskine, Luis Conte e Matt Rollings. Registrato agli Air Studios di Londra, proprio quelli fondati da Goerge Martin. Forse vi sarà capitato di leggere delle recensioni non particolarmente favorevoli dell’album, per non dire negative, dopo quelle entusiatiche che avevano accolto il precedente Ashes And Roses (http://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/), mentre altri, tra cui il famoso sito Allmusic, ne parlano in termini entustiatici. Come saprà chi legge questo Blog io sono un grande estimatore della cantante di Washington, DC (ma nata a Princeton, NJ) ma devo dire che questa volta, pur avendo sentito il disco un po’ frettolosamente sono più d’accordo con le recensioni negative, anche se non in modo radicale. In effetti è un po pallosetto, ma non così brutto e noioso come dipinto, e nessuna delle nuove versioni è superiore a quelle originali, insomma Joni Mitchell con Travelogue aveva fatto decisamente meglio. Comunque proverò a sentirlo meglio, in caso lo recensisco.

Per Lucinda Williams si tratta della ristampa, in versione doppia Deluxe, dell’omonimo Lucinda Williams, uscito in origine nel 1988 e poi ristampato una prima volta in CD nel 1998 per la Koch Records, con alcune bonus tracks. Si tratta del terzo album della discografia della Williams, quello con Passionate Kisses, brano casualmente portato al successo proprio dalla Mary Chapin Carpenter di cui leggete qui sopra http://www.youtube.com/watch?v=IMGMT3_Dx4k . E anche Changed The Locks aveva avuto una cover di pregio da parte di Tom Petty nella colonna sonora di She’s The One. Quindi un disco di quelli belli, da non confondere con i due acustici degli esordi registrati a cavallo fine anni ’70, primi anni ’80. Il remastering è stato finanziato con l’ormai collaudato sistema del crowdfunding attraverso Pledge Music e nel secondo dischetto c’è un intero concerto registrato a Eindhoven in Olanda nel 1989 con Gurf Morlix alla chitarra, più altri sei pezzi sempre registrati dal vivo per varie emittenti radiofoniche http://www.youtube.com/watch?v=g1sob8iICHw . Esce per la Thirty Tigers e costa poco più di un singolo, quindi direi che si può, anzi si deve, fare. Bello, anzi bellissimo!

mark lanegan has godpoco legend inidan summer

Per finire due ristampe, anzi una antologia con rarità e un twofer, 2in1.

Mark Lanegan esce con questo doppio Has God Seen My Shadow? An Anthology 1989-2011, pubblicata dalla benemerita Light In The Attic, raccoglie materiale tratto dai suoi album solisti e dalle varie collaborazioni, nel corso degli anni, con Isobel Campbell, Soulsavers, Queens Of The Stone Age e Gutter Twins, 20 brani in tutto, più un secondo dischetto con 12, dicasi dodici, brani inediti http://www.youtube.com/watch?v=t6Mex48Eixk . Questo il contenuto:

Disc 1:
Bombed
One Hundred Days
Come To Me
Mirrored
Pill Hill Serenade
One Way Street
Kimiko’s Dream House
Low
Resurrection Song
Shiloh Town
Creeping Coastline Of Lights
Lexington Slow Down
Last One In The World
Wheels
Mockingbirds
Wild Flowers
Sunrise
Carnival
Pendulum
The River Rise

Disc 2 (all previously unreleased):
Dream Lullabye
Leaving New River Blues
Sympathy
To Valencia Courthouse
A Song While Waiting
Blues For D (Vocal Version)
No Contestar
Big White Cloud
Following The Rain
Grey Goes Black
Halcyon Daze
Blues Run The Game (Live)
Anche questo costa all’incirca come un singolo, quindi, uomo avvisato…

Se ne parlava giusto sopra in riferimento ai Railroad Earth. Legend e Indian Summer dei Poco erano usciti negli anni ’90 e ’00 anche in versione CD, ma spesso in versioni non di grande qualità sonora, in qualche caso tratte dai dischi in vinile, a parte le edizioni giapponesi, spesso costose e di difficile reperibilità. Ora la BGO provvede a ristamparli in un unico dischetto che contiene entrambi gli album. Indian Summer, uscito in origine per la MCA nel 1977 http://www.youtube.com/watch?v=iZOuSSmkoaY (é questo quello con la ristampa orribile della Lemon, presa pari pari dal vinile) e Legend del 1978, sempre MCA, il disco di maggior successo della formazione americana http://www.youtube.com/watch?v=a1cZ05l5jrs . Forse gli ultimi due album decenti, anzi buoni, del grande gruppo country-rock per il quale ammetto una grande ammirazione, soprattutto per i dischi dal 1969 al 1974 su Epic (più il live del 1976) che secondo chi scrive, sono tra i migliori in assoluto usciti nel genere, bellissimi e spesso sottovalutati. E Keeping The Legend Alive uscito nel 2004 e poi di nuovo nel 2006 come Alive In The Heart Of The Night è un bellissimo disco dal vivo http://www.youtube.com/watch?v=yoPJdvowc5Y , con Paul Cotton, Rusty Young, George Grantham e Richie Furay in qualche brano, di nuovo in formazione, quasi la migliore formazione del gruppo dove negli anni hanno militato anche Jim Messina , Randy Meisner e Timothy B. Schmit. Se vi capita.

Alla prossima.

Bruno Conti

Festeggiano 25 Anni (E Spiccioli) Di Carriera Con Un Grande Disco! Blue Rodeo – In Our Nature

blue rodeo in our nature

Blue Rodeo – In Our Nature – Continental Song City/Blue Rose/IRD

Appartengo alla categoria di quelli che pensano che i Blue Rodeo siano una delle migliori band espresse dal rock degli ultimi trenta anni, sempre e comunque. Con due dei migliori autori e cantanti mai usciti dalla scena canadese: Jim Cuddy e Greg Keelor, con il sovrappiù di un ottimo bassista come Bazil Donovan, da sempre con loro. La critica più ricorrente (o il miglior complimento) che viene fatto alla loro musica è quella che i dischi sono sempre molto simili tra loro, ma secondo chi scrive è proprio questo il loro grande merito, il sound che hanno forgiato in questi anni è assolutamente perfetto, in un ambito più ampio che li inserisce nel filone country-rock-roots, Americana (anche se sono canadesi, il continente è quello), con mille rivoli e derivazioni che li uniscono alla Band, agli alfieri del country-rock anni 60/70 (Buffalo Springfield-Poco-Graham Parsons/Flying Burrito), ma anche al rock classico dei Beatles e dei Byrds (per l’eccellente uso delle armonie vocali e una facilità sopraffina nel creare melodie raffinate).

Forse giova loro il fatto di avere due leader, che fin dagli esordi, nella seconda metà degli anni ’80,i brani li firmano insieme Cuddy/Keelor, anche se poi si riconoscono quasi sempre la vena musicale e le voci, più tipicamente country-rock, dalle tonalità “alte”, dolce, ma in grado di essere più grintosa, per Jim Cuddy, più malinconica e riflessiva, dalle tonalità più “basse” per Greg Keelor, pur essendo in grado di essere interscambiabili. Di questo In Our Nature ho letto che è una sorta di ritorno alla forma migliore dopo un lunga assenza (veramente The Things We Left Behind era uscito quattro anni fa, ed era stato salutato, giustamente, come uno dei migliori in assoluto), ma i giudizi, anche il mio (grande-musica-dal-canada-blue-rodeo-all-the-things-we-left-b.html), sono assolutamente opinabili, quindi si accettano, ma si possono anche confutare. Per cui accetto il “ritorno alla forma”, ma è in corso già da parecchio tempo, ammesso che se ne sia mai andata, perché non ricordo dischi brutti dei Blue Rodeo, ma ammetto di essere parziale. La differenza rispetto al disco precedente risiede in un sound più rilassato, forse meno tirato a momenti (nel disco del 2009 c’erano alcuni lunghi brani con epiche cavalcate chitarristiche, tra Young e la psichedelia), frutto dell’ambiente più intimo in cui è stato registrato, ovvero nello studio situato nella fattoria di Greg Keelor dove era stato registrato, 20 anni fa, Five Days In July, uno dei loro dischi migliori in assoluto. Discograficamente parlando la band, tra l’altro, non è rimasta ferma in questo periodo: oltre ai dischi solisti di Cuddy e Keelor, sono uscite la ristampa potenziata di Outskirts, per il 25° dall’uscita originale e un bellissimo cofanetto 1987-1993, solo per il mercato canadese, che copre il periodo classico per la Warner Music, entrambi nel 2012.

E ora questo In Our Nature conferma il momento magico, l’aggiunta negli ultimi anni al nucleo originale, del multi strumentalista Bob Egan, già del giro Wilco, e dell’ottimo tastierista Michael Boguski (che copre il ruolo lasciato vagante dal grande Bob Wiseman, che era l’altro asso nella manica del gruppo nei primi anni) ha aggiunto una maggiore varietà di temi sonori, anche se l’apertura con New Morning Sun è puro Blue Rodeo sound, country-rock classico, con la voce di Cuddy in primo piano, su un tappeto di chitarre e tastiere fantastico e poi quelle armonie vocali incredibili, da ammazzare per averle, melodie ampie ed ariose che ricordano le terre sconfinate del Canada, le chitarre spiegate che si rincorrono dai canali dello stereo, gran musica, semplice ma irresistibile.

Wondering ha un’andatura più malinconica, supportata da uno splendido piano elettrico, dal suono liquido, su cui si innesta la voce maschia e matura di Keelor, che poi si intreccia nuovamente con quella degli altri componenti, un “uno-due” da stendere chiunque e siamo solo agli inizi. Over Me è decisamente country west-coastiano, con un bell’incidere elettroacustico, sempre Cuddy in questa alternanza dei solisti (tra CSN e i migliori America, che nei primi album erano un fior di gruppo). Anche Never Too Late ha quell’incedere, tra florilegi di acustiche ed elettriche, ricorda una Sister Golden Hair degli America, cantata dai Beatles o dalla Band, con un bellissimo dancing bass di Donovan, suono caldo ed avvolgente. When The Truth Comes Out aggiunge un bellissimo organo hammond al suono nitido delle chitarre, molto beatlesiane.

Paradise, Tell Me Again, nuovamente country-rock d’annata, la byrdsiana Mattawa, la stupenda ballata pianistica Made Up Your Mind (che poi diventa sontuosa nel finale), la title-track nuovamente sulle ali del piano elettrico, che si schiude in un finale quasi jazz-psych, la deliziosa In The Darkness,la folkeggiante You Should Know e la delicata Tara’s Blues, con una bellissima pedal steel, fino alla conclusione gloriosa con la lunga Out Of The Blue, una lunga ballata (scritta da Robbie Robertson) che sembra un incrocio tra il Dylan di Pat Garrett e i Procol Harum (quell’organo magico bachiano), ma è quintessenzialmente Blue Rodeo. Mi prostro e confermo la mia ammirazione incondizionata, sono veramente bravi!

Bruno Conti     

“Prima Di Mezzanotte” Se Ne E’ Andato! JJ Cale 1938-2013

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Se ne è andato venerdì sera intorno alle 20.00 allo Scripps Hospital di La Jolla in California, per un attacco cardiaco. Avrebbe compiuto 75 anni il 5 dicembre. Sul suo sito http://www.jjcale.com/, dove troverete molte notizie interessanti, viene detto che non sono richieste donazioni ma se siete amanti degli animali, come era JJ Cale, potete fare delle offerte ad associazioni e rifugi per i vostri “amici” preferiti: non fiori ma opere di bene, come si usa dire!

Come aveva dichiarato nel documentario To Tulsa and Back: On Tour With JJ Cale l’origine di quel misterioso “JJ”, essendo il nostro registrato all’anagrafe come John Weldon Cale derivava dalla solerzia del vecchio proprietario del locale Whisky a Go Go di Hollywood, California, che per non confonderlo con John Cale dei Velvet Underground decise di chiamarlo JJ Cale. E tale è rimasto per tutta la vita.

Una vita molto discreta e ritirata, che non gli ha impedito di scrivere alcune delle canzoni più belle degli anni ’70 e di essere considerato, insieme a Jimi Hendrix, il chitarrista preferito di Neil Young. Ma la sua fama è legata soprattutto al sodalizio con Eric Clapton, che ha portato ad imperitura fama brani come After Midnight e Cocaine, un intero album in collaborazione nel 2006 The Road To Escondido e la recente partecipazione all’album di Clapton Old Sock nel brano Angel, da lui scritta e dove cantava e suonava la chitarra.

Tra gli altri brani celebri di JJ Cale, cantati da altri, c’è sicuramente Call Me The Breeze che appariva su Second Helping dei Lynyrd Skynyrd, ma è stata interpretata anche da Johnny Cash, Mason Proffit, Bobby Bare ed altri. Come decine di versioni dei suoi brani nel corso degli anni. Il sottoscritto, in particolare, ricorda una bellissima cover di Magnolia, registrata dai Poco su Crazy Eyes.

Quello stile calmo, rilassato, tranquillo, dolce, ma ricco di blues e swing, era ben descritto da un singolo vocabolo americano: “laidback”. E anche Mark Knopfler ci ha costruito metà della sua carriera. I primi sei dischi da Naturally del 1972 (quello con Call Me The Breeze, After Midnight e Magnolia) fino a Shades del 1981, passando per Troubadour, quello del 1976 con Cocaine sono fondamentali, titoli brevi, stringati, facili da memorizzare.

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Ovviamente anche nella produzione successiva ci sono album validi e canzoni sparse qui è là che testimoniano l’unicità di questo personaggio e la sua gran classe e signorilità che non sono tratti secondari di un musicista che è sempre stato più amato dai suoi colleghi che dal grande pubblico.

E per questo a maggior ragione, grazie di tutto!

JJ Cale Oklahoma City 5-12-1938 / La Jolla 26-07-2013 RIP!

Bruno Conti

It’s Only Country-Rock (E Un Pizzico di Southern), But I Like It! Zac Brown Band – Uncaged

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Zac Brown Band – Uncaged – Atlantic Records – 10-07-2012

E per essere precisi e tassonomici, anche qualche tocco di bluegrass, reggae e jam rock (soprattutto dal vivo), ma fondamentalmente la Zac Brown Band fa del sano, onesto, country-southern-rock, come dicono peraltro loro stessi. Questo Uncaged è il loro quinto album di studio (il terzo per una major) a cui aggiungiamo tre dischi dal vivo, tra cui lo strepitoso Pass The Jar. Non saranno originalissimi (ma come dico spesso, chi lo è ultimamente?) però suonano con una freschezza, una grinta, una voglia di divertire e divertirsi, e soprattutto una bravura, invidiabili.

La formazione si è ampliata nel corso degli anni fino a stabilizzarsi nell’attuale settetto che vede violino e percussioni affiancarsi alle classiche tre chitarre del southern rock, ma Clay Cook e Coy Bowles, i due solisti con Brown, si alternano anche alle tastiere e a vari strumenti a corda, soprattutto nei tuffi nel country o nel bluegrass più classico. E in più c’è la voce di Zac Brown, una di quelle voci tipiche del country-rock della più bell’acqua, alla Richie Furay o Paul Cotton dei Poco più commerciali (ma sempre di gran classe, gruppo che ho amato molto), ma a chi scrive ricorda anche Kenny Loggins o il Craig Fuller dei Pure Prairie League, quel timbro arioso che consente di passare dal country al rock nello spazio di una battuta.

Anche questo Uncaged ha tutto gli elementi per piacere agli appassionati del classico suono americano: dalle arie scanzonate ed orecchiabili (nel senso più nobile del termine) dell’iniziale Jump Right In, scritta in coppia con Jason Mraz, con elementi caraibici e country miscelati con le consuete perfette armonie vocali si passa al rock sudista della tirata Uncaged con l’organo che si aggiunge al muro di chitarre e un suono che ricorda i classici di Marshall Tucker o Charlie Daniels Band, i due gruppi che meglio sapevano fondere il country e il rock nel filone southern. Goodbye In Her Eyes è una lunga ballata, l’unico brano che supera i cinque minuti, in un crescendo irresistibile, con gli strumenti che entrano nel tessuto acustico del brano, di volta in volta, chitarre acustiche, poi il violino, le fantastiche armonie vocali, le percussioni, fino all’ingresso di basso e batteria e la struttura aperta del brano che promette lunghissime jam strumentali, come d’uso, nei loro concerti dal vivo, il brano migliore del disco.

The Wind è un bluegrass elettrico frizzante, con violini, mandolini, chitarre, organo che si incrociano vorticosamente con le voci del gruppo per un intermezzo di puro country delizioso. Island Song (di Nic Cowan, l’unico brano non firmato da Brown con qualche componente della band, a rotazione), già dal titolo è una reggae song, genere che non amo particolarmente, ma in questo esercizio di white reggae rock si ascolta con piacere in questa calura estiva. Sweet Annie ha una apertura di organo alla Joe Cocker a Woodstock che poi diventa una ballata country mid-tempo con qualche retrogusto gospel, violino, steel e chitarre a contendersi il proscenio con le voci all’unisono dei componenti della band e la bella voce di Zac Brown che guida con autorevolezza le operazioni. Ancora l’organo in apertura di Natural Disaster che poi diventa una country song in crescendo con qualche reminiscenza con la Travelin’ Prayer del primo Billy Joel. Overnight è una trasferta virtuale in quel di New Orleans, una soul ballad morbida ed insinuante con la partecipazione di Trombone Shorty, sia a livello vocale che al suo strumento  di pertinenza, forse un tantino di melassa di troppo ma le classifiche e le radio hanno le loro esigenze (un piccolo peccatuccio ci può stare).

Lance’s Song rimette a posto le cose, una bella slow song malinconica con il violino e la steel a duettare con gli strumenti acustici a corda della band mentre Zac, con il consueto aiuto a livello armonie vocali dal resto del gruppo ci regala una bella performance in perfetto stile country. Day That I Die è un altro bel duetto, questa volta con Amos Lee, una canzone dalla atmosfere ariose e molto piacevoli che sfociano in un sound più commerciale senza mai essere troppo fastidiose, anzi, fatte per piacere a tutti (la Zac Brown Band vende moltissimo negli States) e se vogliamo è forse l’unico fattore negativo di questo album che è serbatoio di nuove canzoni per il repertorio Live della formazione e, nelle parole del chitarrista Clay Cook, il primo disco concepito come una costruzione unica e non un semplice insieme di canzoni. Io non ho colto queste finezze rispetto agli album precedenti, comunque nell’insieme l’album (come da titolo Post) mi è piaciuto e la conclusiva Last But Not Least, dal titolo quanto mai esplicativo, firmata in società con Mac McAnally, è una degna conclusione, nuovamente in territori decisamente country, per questo Uncaged.

Bruno Conti

Buon Country Rock Dal Texas Via Nashville. Eli Young Band – Life At Best

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 Eli Young Band – Life At Best – Republic Nashville

Vengono da Denton, Texas, sono attivi da una decina di anni e questo è il loro quarto album in studio più un live e sono il lato “accettabile” del country di Nashville. Mi spiego meglio: accettabile per chi segue il rock e non ama il country troppo “lavorato” che esce dalla capitale del Tennessee, per intenderci nelle classiche country americane a fianco di Miranda Lambert e Zac Brown Band, o Eric Church e Brad Paisley, trovate Taylor Swift, Lady Antebellum e ora Luke Bryan che sono i fondamenti di quel country-pop blando che però oppone una “strenua resistenza” (e con successo) all’hip-hop, rap, R’n’B e “tavanate” dance varie che dominano le classifiche Usa. In entrambi i lati dello schieramento ci sono cose buone ma perlopiù ad ascoltarli mi viene da piangere e non per la commozione. Peraltro, per documentarmi, devo ascoltarli e quindi non accetto critiche generiche tipo “perché non l’hai sentito!”, no purtroppo l’ho sentito e non ho fatto il mio compitino “copia e incolla” dei comunicati delle case discografiche, dove ovviamente tutto (per motivi promozionali) risulta bellissimo, stupendo, quand’anche addirittura innovativo, come risulta dall’80% dei Post che circolano in rete sulla musica. Preferisco fare da solo e dare dei pareri magari sbagliati ma personali.

Veniamo a questo Life At best della Eli Young Band che sto ascoltando in questi giorni insieme al nuovo dei Jayhawks Mockingbird Time che però esce il 13 settembre e quindi aspetto a recensirlo se no le case discografiche mi bacchettano e voi lo “dimenticate” prima ancora che esca. Ci sono delle analogie tra i due dischi: country-rock per entrambi, con abbondanti iniezioni pop per i Texani, più raffinato, quasi orchestrale a momenti, quello della band del Minnesota.

Ma detto questo, lasciamo da parte i Jayhawks per il momento: il nuovo album della Eli Young Band ha finora prodotto un singolo Crazy Girl, molto ruffiano verso il gentil sesso, che ha totalizzato più di mezzo milione di download (ufficiali) nelle classifiche digitali e si prepara a trascinare il CD nelle vette delle classifiche americane. E il brano, se volete saperlo, è estremamente piacevole, ritornello orecchiabile, bella voce, quella di Mike Eli, gradevole impasto di chitarre acustiche ed elettriche fornito da James Young, armonie vocali a tre voci come se i Poco o i Jayhawks non se ne fossero mai andati (appunto). Ma hanno anche dei buoni gusti nella scelta delle cover e la versione di If It Breaks Your Heart di Will Hoge anche se più “caramellosa” dell’originale ha quella andatura vagamente pettyana che può piacere agli amanti del rock e gli assoli di Young hanno la giusta urgenza.

Non tutto il resto brilla per originalità e per qualità, 14 brani per oltre cinquanta minuti forse sono troppo, specie quando le derive pop imposte dall’essere distribuiti da una major si fanno sentire. Ma come giustamente ha detto Eli in una intervista se vuoi farti conoscere in tutta l’America devi scendere a qualche compromesso, paradossalmente per loro sarebbe stato più facile rimanersene in Texas dove erano popolarissimi ed avrebbero guadagnato di più. Quindi “biscotto, biscotto, biscotto” come avrebbe detto Muttley e merito alla ballatona uptempo country Every Other memory ancora con grandi armonie vocali e pedal steel in evidenza. 

Se ai tempi gli America, per semplificare, erano la versione “orecchiabile” di CSN&Y ora questi Eli Young Band sono i figli “bastardi” del’alternative country di Uncle Tupelo, Wilco e Son Volt accoppiato con le “nuove” proposte di Zac Brown o dei conterranei della Randy Rogers Band come evidenziato nella solare On My way. Poi fateci caso, tutti questi gruppi citati. dal vivo sono moolto meglio che in studio, più brillanti, in grado di improvvisare senza problemi.

Per non tirarla troppo per le lunghe, il disco è assai piacevole con i pregi e i difetti che si controbilanciano e quindi alla fine si merita una sufficienza abbondante. Fate finta di essere negli anni ’70 quando accanto ai dischi di Captain Beefheart, Soft Machine, Tim Buckley, Can o Neu,che facevano figo, ho citato a capocchia, c’era anche il “piacere segreto” di ascoltarti di nascosto gli ELO o i Supertramp o i già citati America.

Niente di nuovo d’accordo, ma neppure Mumford and Sons, o i Fleet Foxes o perfino il recentemente citato Jonathan Wilson (mi assumo le mie responsabilità e confermo) fanno niente di nuovo, ma lo fanno un gran bene, è vero, meglio degli Eli Young Band (che mi sono anche simpatici  perché prima di uno dei vari incontri di football americano dovevano cantare l’inno americano e il cantante si è clamorosamente dimenticato le parole, lo trovate su YouTube), ma c’è posto per tutti, per il momento e c’è in giro molto di peggio, quindi se vi piace il country-rock orecchiabile qui trovate “trippa per gatti”!

Bruno Conti