Dopo Chuck Berry Se Ne E’ Andato Anche The “Fat Man”, Uno Degli Ultimi Grandi Del Rock And Roll! E’ Morto Ieri A 89 Anni Fats Domino

fats domino fifties

Fats_Domino_1977

Ormai a difendere il fortino del R&R è rimasto solo Jerry Lee Lewis, visto che ieri, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato anche Antoine “Fats” Domino”, nella sua casa, in quel di Harvey, Louisiana, una cittadina non lontana dall’area metropolitana della sua amata New Orleans, di cui è stato uno dei rappresentanti e cantori più importanti. Fats Domino, nato proprio a New Orleans, il 26 febbraio del 1928 (quindi con lui condivido il giorno del compleanno), un musicista che ha saputo riunire nel suo stile prima il rhythm and blues e poi il rock’n’roll, pianista formidabile, cantante dalla voce particolare e unica, dolce, vellutata ed insinuante, grande autore di canzoni, in coppia soprattutto con il suo produttore Dave Bartholomew, ha influenzato intere generazioni di musicisti, uno dei primi neri a saper sfondare nel mercato della musica dei bianchi (cosa che qualche anno dopo sarebbe riuscita anche a Chuck Berry), già nel 1953 la sua The Fat Man, incisa nel 1949, arrivò a vendere fino ad oltre un milione di copie.

Poi il suo stile e le sue canzoni si sono riverberate su tutta la musica, arrivando ad influenzare Paul McCartney che scrisse Lady Madonna come una sorta di risposta alla sua Blue Monday, uno dei tantissimi splendidi brani che ne hanno caratterizzato la carriera: come non ricordare anche Ain’t That A Shame (che fu usata nella colonna sonora di American Graffiti), I’m In Love Again, Blueberry Hill, I’m Walkin’ (pure questa era in American Graffiti https://www.youtube.com/watch?v=oqs5gkyH930), My Girl Josephine e decine di altre canzoni splendide, raccolte in un consistente numero di album, che negli anni ’50, il suo periodo di maggior fama, uscivano al ritmo di due o tre all’anno, e che almeno fino alla fine degli anni ’60 hanno continuato a essere pubblicati a getto continuo, per diradarsi negli anni ’70 e ’80, ma ogni tanto il buon Fats piazzava ancora la zampata del leone, in una discografia che tra album originali, ristampe, antologie, dischi dal vivo, è arrivata a superare i 100 dischi (non tutti fantastici a dire il vero, ogni tanto si raschiava il fondo del barile).

Forse l’ultimo importante ad uscire fu un Live From Austin, Texas, della fortunata serie registrata negli studi televisivi della città texana, che però sebbene fu pubblicato dalla New West nel 2006, sia in CD come in DVD, era stato registrato nel 1986.

Non va dimenticato che Fats Domino, come detto, era anche un formidabile pianista, uno che ha influenzato, oltre al McCartney citato prima, anche altri musicisti di New Orleans, da Allen Toussaint Dr. John, oltre ad altri grandi pianisti R&R che sarebbero venuti dopo di lui, come Jerry Lee Lewis e Little Richard e fu influenzato a sua volta da Smiley Lewis (ma anche un musicista onorario di New Orleans come Randy Newman gli deve moltissimo). E Elvis anche se non suonava nulla, non vogliamo citarlo? https://www.youtube.com/watch?v=54sVT4CtmEM. Una delle ultime apparizioni pubbliche (anzi probabilmente l’ultima) di Domino fu in un episodio della serie Treme, dedicata appunto a New Orleans, nel 2012

Ma le sue sorti sono sempre state legate alla città della Louisiana: nel corso del famoso Uragano Katrina Fats Domino ad un certo punto fu tra le persone dichiarate morte a causa degli allegamenti seguiti alle piogge torrenziali, salvo essere ritrovato dalla Guardia Costiera qualche giorno dopo i tragici eventi. Dopo l’Uragano il nostro pubblicò un album Alive And Kickin’ per raccogliere fondi per le popolazioni stremate dalle conseguenze dell’Uragano.

Credo che l’ultima sua esibizione dal vivo sia stata al famoso locale Tipitina nel maggio del 2007 e suonava ancora, ragazzi e non,  se suonava.

Negli ultimi anni a causa della malattia (a parte l’apparizione a Treme) non lo si era visto più spesso in giro, anche se alcuni filmati suoi giravano ancora in rete, tipo quello di un incontro con Dave Barholomew, che di anni oggi ne ha 98, avvenuto nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=JAxjEWjbuXI, con i due che si scambiavano ricordi sui vecchi tempi e su una canzone in particolare. La vedete qui sotto, forse, ma forse, la sua più bella.

Ma il tempo di lasciarci purtroppo è arrivato anche per lui e quindi gli auguriamo che lo Spirito del R&R, e del R&B, suo fratello, lo accompagnino anche in questo ultimo viaggio, bye bye Fats!

Bruno Conti

Un Ennesimo Cofanetto Fondamentalmente (In)Utile. Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings

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Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings – 3 CD Rca/Legacy – 28-07-2017

Per elaborare meglio sul titolo: fondamentalmente (in)utile escluso per i fans sfegatati di Elvis Presley, che però questo box potrebbero averlo, in quanto era già stato pubblicato nel 2012, a tiratura limitata, dall’etichetta FTD (Follow That Dream) specializzata proprio nella riedizione di rare chicche dell’opera di Presley. A tutti gli altri ricordo che esiste (oltre ad una tonnellata di uscite più o meno ufficiali, dove questo materiale si trova in abbondanza e in disparate versioni) il cofanetto, della serie di tre volumi dedicati dalla RCA alla opera omnia di Elvis, intitolato The King Of Rock’N’Roll, che come sottotitolo fa proprio The Complete 50’s Masters, e quindi, a differenza degli altri due, riporta già tutte le registrazioni ufficiali complete degli anni ’50. Per i fan(atici) comunque questo triplo comprende anche quel bel libro che vedete effigiato sopra, curato dallo specialista Ernst Mikael Jørgensen, 120 pagine che raccontano gli eventi di quei due anni in cui furono registrate le canzoni per la Sun Records di Sam Phillips, oltre ad un secondo CD con alcune alternate takes e frammenti di brani incisi all’epoca (ma già apparsi, come detto prima, nelle miriadi di ristampe uscite in questi ultimi 15 anni), e un terzo CD, con registrazioni dal vivo, soprattutto al Louisiana Hayride, di Shreveport, Louisiana, dove pare sia contenuta “ben” una versione (forse) inedita di I Forgot to Remember to Forget, registrata nel 1955. Scusate l’ironia, ma qui siamo al feticismo puro e oltre.

Comunque ecco la tracklist completa dei contenuti del cofanetto:

CD1]
1. My Happiness
2. That’s When Your Heartaches Begin
3. I’ll Never Stand In Your Way
4. It Wouldn’t Be the Same Without You
5. Harbor Lights
6. I Love You Because
7. That’s All Right
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon
10. Tomorrow Night
11. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’)
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. Just Because
14. Good Rockin’ Tonight
15. Milkcow Blues Boogie
16. You’re a Heartbreaker
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
18. Baby, Let’s Play House
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
20. I Forgot to Remember to Forget
21. Mystery Train
22. Trying to Get to You
23. When It Rains, It Really Pours
24. That’s All Right
25. Blue Moon of Kentucky
26. I Love You Because
27. Tomorrow Night

[CD2]
1. Harbor Lights (Takes 1 – 2, 3/M)
2. Harbor Lights (Take 4)
3. Harbor Lights (Takes 5 – 8)
4. I Love You Because (Takes 1 – 2)
5. I Love You Because (Take 3)
6. I Love You Because (Takes 4 – 5)
7. That’s All Right (Takes 1 – 3)
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon (Takes 1 – 4)
10. Blue Moon (Take 5)
11. Blue Moon (Takes 6 – 8)
12. Blue Moon
13. Dialogue (Fragment before “Tomorrow Night”)
14. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’) [Incomplete Take]
15. Good Rockin’ Tonight (Fragment from Vocal Slapback Tape)
16. I Don’t Care if the Sun Don’t Shine (Takes 1 – 3/M)
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 1)
18. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 2)
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 3)
20. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 4 – 5)
21. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 6 – 7)
22. How Do You Think I Feel (Guitar Slapback Tape, Rehearsals + Take 1)
23. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 1)
24. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 2 – Rehearsal 1
25. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 5/M)
26. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Takes 6 – 8)

[CD3]
1. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
2. Blue Moon of Kentucky
3. Shake, Rattle And Roll
4. Fool, Fool, Fool
5. Hearts of Stone
6. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
7. Tweedlee Dee (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
8. Shake, Rattle and Roll
9. KSIJ Radio commercial with DJ Tom Perryman
10. Money Honey
11. Blue Moon of Kentucky
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. That’s All Right (Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
14. Tweedlee Dee
15. Money Honey
16. Hearts of Stone
17. Shake, Rattle and Roll
18. Little Mama
19. You’re a Heartbreaker
20. Good Rockin’ Tonight
21. Baby, Let’s Play House
22. Blue Moon of Kentucky
23. I Got a Woman
24. That’s All Right
25. Tweedlee Dee
26. That’s All Right
27. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
28. Baby, Let’s Play House
29. Maybellene
30. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
31. Bob Neal Radio Promotion Spot
32. I Forgot to Remember to Forget

Per chi non dovesse averli già, temo in pochi, ma non è detto, un acquisto quasi obbligato, anche per i fans compulsivi che non mancano e le grandi majors contano su questo. Inoltre, come tutti gli anni, si avvicina agosto, il 18, che sarà il 40° l’anniversario della morte di Elvis Presley. Vedo già i simboli dei dollari che scorrono, a mo’ di slot machine, sotto gli occhialoni da sole dei manager, visto che il cofanetto non te lo regalano! Io vi informo, poi decidete voi: la musica comunque, al di là di tutte le considerazioni fatte finora, come direbbe un mio “collega” televisivo, è epocale.

Bruno Conti

Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi

La Morte Questa Volta Purtroppo Fa 90: Se Ne E’ Andato Anche Chuck Berry, La “Vera” Leggenda del Rock And Roll!

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Qualche mese fa avevo pubblicato un Post dove si festeggiavano i 90 anni di Chuck Berry (lo potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2016/10/18/oggi-il-rock-and-roll-fa-90-soprattutto-chuck-berry-che-li-compie/ ), e quindi per parole, immagini, e tanti video, avevo già espresso la mia sconfinata ammirazione per quello che è stato probabilmente il più grande interprete del R&R di tutti i tempi, lo ribadisco oggi, insieme al mio rammarico per la sua purtroppo non inattesa (vista l’età) scomparsa. Lo vedete subito sotto insieme a due dei suoi “discepoli” preferiti! Quindi oggi il ricordo e il tributo sono a cura dell’amico Marco Verdi. Vi lascio alla lettura.

Bruno Conti

chuck berry john lennonchuck berry keith richards

Ormai è da un paio d’anni che i musicisti cadono come birilli al bowling, anche se in quest’ultimo caso, data l’età, novanta anni, ce lo potevamo anche aspettare; è però la caratura del personaggio che rende la perdita gravissima: è morto ieri, per cause ancora da stabilire, Charles Edward Anderson Berry, noto al mondo come Chuck Berry, vera e propria leggenda del rock’n’roll e tra gli inventori del genere. Anzi, per fare un paragone, Berry aveva per il rock’n’roll la stessa importanza di Hank Williams per la musica country e di Bob Dylan per la figura del cantautore moderno, in quanto fu il primo vero autore di canzoni rock (cosa che per esempio Elvis Presley non fu mai), con un songbook strepitoso e che lo fece diventare una figura di riferimento per tutti i musicisti rock (e non solo) di lì a venire, oltre ad essere anche un funambolico chitarrista, che inventò anche il tanto imitato duck walk (o davvero qualcuno pensava che fosse un’idea di Angus Young?). Nativo del Missouri, Chuck ebbe una giovinezza problematica, che lo portò diverse volte in riformatorio ed in prigione (anche per rapina a mano armata): appassionato di musica fin da giovanissimo, suonò in diverse band giovanili, fino a quando fu notato dal grandissimo pianista Johnnie Johnson che lo invitò a suonare nel suo gruppo. Talento naturale per il songwriting, Chuch fu in seguito raccomandato da Muddy Waters a Leonard Chess, fondatore della mitica Chess Records, per la quale Berry iniziò ad incidere nel 1955 (Maybellene fu il suo primo singolo).

A poco a poco Chuck si fece notare nell’ambiente, e molte sue canzoni divennero dei successi che lo affermarono come il più completo rock’n’roller in circolazione (e non è che in quegli anni la concorrenza non ci fosse: oltre ad Elvis, basti ricordare Carl Perkins, Roy Orbison, Buddy Holly, Gene Vincent, Eddie Cochran, Fats Domino, Bo Diddley e Jerry Lee Lewis, che ormai è rimasto l’unico ancora tra noi): diversi suoi brani entrati di diritto nel songbook americano provengono dal triennio 1955-1958 (Johnny B. Goode, Roll Over Beethoven, Too Much Monkey Busuness, Brown Eyed Handsome Man, Rock And Roll Music, Sweet Little Sixteen solo per citare le più note). Se Chuck non diventò la superstar numero uno del genere fu prima di tutto a causa del colore della sua pelle, dato che negli anni cinquanta i neri in America erano ancora considerati cittadini di serie B, ma anche per la sua attitudine non proprio da angioletto, che gli fece avere altri guai giudiziari (culminati con l’aver avuto rapporti con una minorenne, tra l’altro fatta entrare illegalmente in America proprio da lui, un “amico” di Trump) e che compromise di fatto la sua carriera negli anni a venire. Chuck continuò ad incidere negli anni sessanta e settanta (decade nella quale tornò alla Chess), pubblicando diverse canzoni diventate poi famose come Let It Rock, Nadine, You Never Can Tell, Promised Land, My Ding-A-Ling, ma senza più assaporare il successo, smettendo di fatto di incidere nel 1979 con l’album Rock It (ma è di qualche mese fa la notizia che quest’anno avremo il primo lavoro in studio di Berry in 40 anni, intitolato semplicemente Chuck, album che ora assume ancora più importanza proprio a causa della sua scomparsa).

Come accennavo prima, Berry è stata una figura fondamentale per generazioni di musicisti venuti dopo di lui, in tutti i generi dal folk, al rock, al country fino al metal (e la pioggia di tweet pubblicati da varie celebrità nelle ultime 24 ore lo dimostra): per i Beatles (che incisero Roll Over Beethoven e Rock And Roll Music) era un idolo assoluto (specie per Lennon, che si esibì anche con lui nel famoso concerto di Toronto del 1969), per i Rolling Stones forse anche qualcosa in più di un idolo, direi una sorta di “padre musicale”, i Beach Boys rubarono il riff di Sweet Little Sixteen per la loro Surfin’ U.S.A., perfino un gruppo lontano dalle tematiche del nostro come la Electric Light Orchestra rivoltò come un calzino la sua Roll Over Beethoven e la fece diventare una hit planetaria (e l’unico singolo del gruppo a non portare la firma di Jeff Lynne). La figura di Berry era nell’immaginario collettivo a tal punto che anche nei film veniva citato spesso: i due casi più famosi che mi vengono in mente sono Michael J. Fox che suona una scatenata Johnny B. Goode di fronte ad un pubblico esterrefatto in Ritorno Al Futuro (e con Marvin Berry, cugino realmente esistito del nostro, che dal backstage fa sentire al telefono a Chuck la canzone fornendogli così l’ispirazione), ed il famoso ballo di John Travolta ed Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell in Pulp Fiction.

Per chi ancora non conoscesse l’immenso body of work di Chuck, oltre almeno al primo album After School Session, consiglio le tre imperdibili raccolte dedicate al periodo Chess, uscite nel 2008 (gli anni cinquanta), 2009 (i sessanta) e 2010 (i settanta), a meno che non vogliate spendere una fortuna ed accaparrarvi il megabox uscito nel 2014 per la Bear Family Rock And Roll Music: The Complete Studio Recordings. Vorrei ricordare Chuck con un brano tratto dal bellissimo film-concerto del 1987 Hail! Hail! Rock’n’Roll, nel quale Chuck si autocelebrava sul palco del Fox Theatre della natia St. Louis accompagnato da gente del calibro di Keith Richards, Eric Clapton, Robert Cray, Etta James, nonché il suo scopritore Johnnie Johnson. Lo vedete appena sopra.

Rest In Peace, Mr. Johnny B. Goode.

Marco Verdi

Oggi Il Rock And Roll Fa 90! Ma Soprattutto Chuck Berry Che Li Compie.

Chuck Berry performs at BB Kings

Chuck_Berry_1971 chuck berry duck walk

Charles Edward Anderson Berry detto Chuck Berry, nasceva il 18 ottobre del 1926 in quel di St. Louis, Missouri da una famiglia del ceto medio afroamericano e sarebbe stato quello che più di tutti, più di Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Carl Perkins Johnny Cash, ovvero il million dollar quartet, più di Fats Domino, Sister Rosetta Tharpe Bill Haley, che ne furono i precursori, fu colui che segnò il passaggio dal Rhythm And Blues al Rock And Roll. Stringendo molto e tralasciando gente come Little Richard, Bo Diddley Gene Vincent. O il R&R forse nacque con Rocket 88 di Jackie Brenston nel 1951…

Chuck Berry lo codificò con Maybellene nel 1955.

Secondo Keith Richards, o così ci racconta nel film Hail! Hail! Rock’n’Roll, lo fece prendendo le due note soliste di un piano nel jump blues, trasferendole alla chitarra elettrica, che divenne lo strumento principe della nuova musica (e già che c’era inventò anche il duck walk).

Ma prima ci furono tutta una serie di brani incredibili, per quello che è stato probabilmente anche il più grande autore di canzoni della storia del R&R (e non solo)!

Vediamone alcune delle più famose in sequenza: con Tina Turner.

Con un baffuto Bruce Springsteen.

Con John Lennon.

Nel film Pulp Fiction.

E con il suo ultimo grande successo, una canzone sul…come dire…non mi viene, su un organo, ma che non è uno strumento musicale: insomma ci siamo capiti!

E dal vivo a Londra nel 1972.

Se avete dei risparmi da parte, qui nel box da 18 CD della Bear Family c’è tutto!

chuck berry rock and roll music

Auguri Chuck!

Bruno Conti

Per Completare La Storia! Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings

roy buchanan the genius of the guitar

Roy Buchanan – The Genius Of The Guitar His Early Recordings – 2 CD Jasmine Records

In un documentario del 1971 Roy Buchanan venne definito “il più grande chitarrista sconosciuto del mondo”, quando non aveva ancora inciso un disco a nome suo, ma anche lui doveva avere avuto un passato ancora più da sconosciuto, e questa doppia antologia della Jazmine va a esaminare gli anni dal 1957 al 1962, quando il nostro era un giovanotto di belle speranze e negli anni del primo R&R, rockabilly e blues muoveva i primi passi come “guitar for hire”, suonando nei dischi di Dale Hawkins (quello di Susie Q per intenderci), Jerry Hawkins, e nel 1960 era il chitarrista della band di Ronnie Hawkins (il cugino di Dale), che poi sarebbe diventata The Band, e il cui bassista era Robbie Robertson, che studiò con attenzione lo stile di questo chitarrista dalla tecnica già allora fenomenale, che avrebbe suonato anche nei dischi di Merle Kilgore e Freddy Cannon, e di vari altri carneadi molto meno noti.

In questo doppio CD sono raccolti ben 44 brani (ma le durate dei pezzi dell’epoca difficilmente superavano i due minuti) che sicuramente non mancheranno di interessare i numerosi appassionati di Buchanan sparsi per il mondo, che dal 1988 della sua tragica scomparsa sono sempre alla ricerca di materiale nuovo od inedito, soprattutto dal vivo, che possa tenere viva la leggenda di questo grande virtuoso della chitarra, uno dei veri geni assoluti, per quanto misconosciuti, dello strumento. Ah, e per completare la saga degli Hawkins, che avevo letto ma non ricordavo, Jerry era il fratello di Dale, e pure il babbo era uno dei Sons Of The Pioneers originali. Tornando al loro chitarrista di fiducia, senza andare a spulciare brano per brano i contenuti di questo doppio (che comune potete leggere sotto), diciamo che ci sono anche molti motivi di interessi per gli appassionati della musica pre-Beatles, ben serviti anche da un libretto per una volta ricco di particolari sia sulla carriera di Buchanan che sui brani contenuti nei dischetti.

Disc 1

1. HOT TODDY – THE SECRETS
2. TWIN EXHAUST – THE SECRETS
3. THE JAM PART ONE – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
4. THE JAM PART TWO – BOBBY GREGG AND HIS FRIENDS
5. MY BABE – DALE HAWKINS
6. SOMEDAY ONE DAY – DALE HAWKINS
7. TAKE MY HEART – DALE HAWKINS
8. CLASS OF 59 – BOB LUMAN
9. MY BABY WALKS ALL OVER ME – BOB LUMAN
10. HE WILL COME BACK TO ME – ALIS LESLEY
11. MY BLUE HEAVEN – FREDDY CANNON
12. I GOT A HEART – JERRY HAWKINS
13. SWING DADDY SWING – JERRY HAWKINS
14. I WANT TO LOVE YOU – DALE HAWKINS
15. GRANDMA’S HOUSE – DALE HAWKINS
16. BUTTERCUP – BOB LUMAN
17. DREAMY DOLL – BOB LUMAN
18. I TAKE A TRIP TO THE MOON – MERLE KILGORE
19. IT’LL BE MY FIRST TIME – MERLE KILGORE
20. WILD, WILD WORLD – DALE HAWKINS
21. CHA CHA CHU – JERRY HAWKINS
22. LUCKY JOHNNY – JERRY HAWKINS

Disc 2

ROY BUCHANAN
1. MULE TRAIN STOMP – ROY BUCHANAN
2. PRETTY PLEASE – ROY BUCHANAN
3. RUBY BABY – CODY BRENNAN & THE TEMPS
4. AM I THE ONE – CODY BRENNAN & THE TEMPS
5. SHAKE THE HAND OF A FOOL – CODY BRENNAN & THE TEMPS
6. LONELY NIGHTS – JERRY HAWKINS
7. NEED YOUR LOVIN’ – JERRY HAWKINS
8. AFTER HOURS – ROY BUCHANAN
9. WHISKERS – ROY BUCHANAN
10. THE KICK STEP – PERRY MATES
11. GOTTA GO – PERRY MATES
12. BLUE SKIES – FREDDY CANNON
13. THE BLACKSMITH BLUES – FREDDY CANNON
14. ROUTE 66 – PAUL CURRY
15. HONEYSUCKLE ROSE – PAUL CURRY
16. THE SHUFFLE – BOBBY & THE TEMPS
17. MARY LOU – BOBBY & THE TEMPS
18. TEEN QUEEN OF THE WEEK – FREDDY CANNON
19. WILD GUY – FREDDY CANNON
20. THE TWIST/MOTHER’S CLUB TWIST – DANNY AND THE JUNIORS
21. WHEN THE SAINTS GO TWISTIN’ IN – DANNY AND THE JUNIORS
22. POTATO PEELER – BOBBY GREGG

Diciamo che, a grandi linee, nel primo CD ci sono brani dove Roy Buchanan era la chitarra solista in canzoni anche di particolare pregio storico, per esempio la versione di My Babe di Dale Hawkins, mentre nel secondo CD ci sono alcune delle prime tracce soliste su 45 giri del musicista dell’ Arkansas, ma la divisione è “molto” sottile. Ci sono due strumentali dei The Secrets del 1962, di cui in Twin Exhaust si apprezza la solista di Roy, sempre dal 1962 The Jam Part One & Two di Bobby Gregg & His Friends, in cui già si intuisce perché Buchanan sarebbe stato uno dei grandi dello strumento, pur se sommerso tra sax e organi vari; la versione di My Babe, il celebre brano di Willie Dixon scritto per Little Walter, nella versione di Dale Hawkins, sempre la Chess, diventa un aggressivo R&R con la twangy guitar di Buchanan.

Nel repertorio di Dale Hawkins c’era anche doo wop bianco come la divertente Someday One Day, o pezzi aggressivi alla Elvis come la bella Take My Heart. Bob Luman, tra country e rockabilly aveva una gran voce, mentre Freddy Cannon è stato uno che è entrato varie volte nei Top 10 delle classifiche. Jerry Hawkins, come il fratello, aveva grinta e ritmo, ma la chitarra si sentiva soprattutto nei pezzi di Dale, vedi I Want To Love You o Wild Wild World, comunque spesso in questi brani è comunque una presenza di contorno.

Ma nel disco 2, Mule Train Stomp, a nome Buchanan, del 1961, è uno strumentale del tutto degno di pezzi come The Rumble o simili, con la chitarra già selvaggia, e pure il lato B Pretty Please non scherza. E formazioni come Cody Brennan & The Temps già sparavano R&R come facevano Johnny Kidd & The Pirates sull’altro lato dell’oceano, con Mick Green alla chitarra, sentire Ruby Please per credere, o The Shuflle, prodotta da Leiber & Stoller. Tra i pezzi da ricordare anche una bluesata Lonely Nights, con Jerry Hawkins, del 1958, e una prima versione del suo classico After Hours, che poi re-inciderà per Second Album, già nel 1961 un lancinante slow blues degno della sua fama. E ancora una elegante Blue Skies per Freddy Cannon, una scatenata Route 66 con Paul Curry e una forsennata The Twist con Danny & The Juniors, e la conclusiva Potato Peeler un pezzo degno di Booker T& Mg’s. Sono i piccoli particolari che fanno la storia del rock, e qui ce ne sono tanti. L’inizio di una leggenda!

Bruno Conti

I Ragazzi Promettono Bene: Anteprima (Con Anniversario) Mudcrutch! Mudcrutch – 2 .

mudcrutch 2

*NDB. Piccola spiegazione del titolo. L’aggiunta (Con Anniversario) è semplicemente un promemoria tra noi, perché uno degli autori del Blog, Marco Verdi, oggi lunedì, festeggia il suo 5° anno di militanza, in quanto esordiva su “Disco Club Passione Musica” proprio il 16 maggio del 2011, con un Post sulla scomparsa di Calvin Russell. Visto che si festeggia o si commemora tutto (ultimamente molte, troppe scomparse) perché non farlo con qualcosa di piacevole? Si tratta anche del Post n.° 2335 del Blog, non male! Quindi vi lascio alla lettura dell’anteprima del nuovo album dei Mudcrutch che sarà nei negozi il prossimo 20 maggio.

Mudcrutch – 2 – Reprise/Warner CD

Tra le varie uscite di questo ricco 20 Maggio 2016 ci sarà anche il secondo album dei Mudcrutch, ovvero la band giovanile di Tom Petty, prima che il biondo rocker della Florida iniziasse ad incidere dischi a suo nome: un album che giunge un po’ a sorpresa (anche se era annunciato da qualche mese), a ben otto anni dall’ottimo “esordio” con l’album omonimo, seguito lo stesso anno dal deludente (per la durata esigua, non per la qualità delle canzoni) Extended Play Live. La formazione non è cambiata, con ben tre quinti degli Heartbreakers a comporre il quintetto (oltre a Petty, che con questa band suona il basso, abbiamo Mike Campbell alla chitarra solista e Benmont Tench alle tastiere), oltre a Tom Leadon (fratello di Bernie, membro fondatore degli Eagles) alla chitarra ritmica e solista e Randall Marsh alla batteria. Rispetto al primo album abbiamo però delle differenze: intanto Mudcrutch aveva anche qualche cover, mentre in 2 (che fantasia per i titoli…) ci sono solo brani originali, e poi il suono qui è molto più diretto e rock’n’roll, mentre nel predecessore c’era qualche momento quasi psichedelico, accenni di jam e southern rock. E poi nel CD del 2008 Petty era il leader incontrastato, agli altri venivano lasciate le briciole, mentre qui anche a livello compositivo c’è più democrazia, in quanto ognuno a turno ha almeno uno spazio per sé (anche se Tom fa sempre la parte del leone), e la cosa sorprendente è che il disco non cala di livello come spesso accade in questi casi, quasi come se fosse sempre Petty il responsabile. E 2 è un grande disco di rock, a mio parere anche meglio del precedente, più conciso, con canzoni più dirette, quasi sempre di grande fruibilità ma con l’imprimatur di uno dei più grandi rocker viventi, qui in grandissima forma: anche Hypnotic Eye, l’ultimo disco di Tom con il suo gruppo abituale, era decisamente rock, ma qui siamo su un altro pianeta per quanto riguarda la qualità delle composizioni. Producono il tutto Petty e Campbell insieme al fido Ryan Ulyate, dando a 2 un suono molto classico ed anni settanta.

Trailer, che apre l’album, è splendida, un folk-rock scintillante tipico di Petty, con grande intro di armonica, echi di Byrds ed una di quelle melodie che si piantano in testa, un avvio strepitoso. Dreams Of Flying continua con lo stesso mood, altra rock’n’roll song cristallina, decisamente orecchiabile, belle chitarre, insomma il Tom Petty che amiamo di più; Beautiful Blue è più lenta ma sempre cadenzata, con il nostro che palesa l’influenza che la frequentazione di Jeff Lynne ha avuto su di lui: belle l’apertura melodica nel refrain e l’atmosfera molto seventies. La spedita Beautiful World è scritta da Marsh e vede Leadon alla voce solista, ed è un piacevole rock tune di stampo californiano, ancora con un ritornello vincente e Tench bravissimo come sempre al piano (e comunque l’influenza di Petty si sente), mentre I Forgive It All, che vede Tom riprendersi il microfono, è una deliziosa ballata acustica, pura, limpida ed un po’ dylaniana, con un motivo toccante: grande musica, una delle più belle, anche se è l’unica ballata in un disco molto rock.

The Other Side Of The Mountain, scritta e cantata da Leadon (la prima strofa, poi Petty prende le redini) è un veloce rock-grass che fonde mirabilmente chitarre elettriche e banjo, con grande assolo twang di Campbell, un vero rockin’ country & western tune. L’organo farfisa dà alla tonica Hope un sapore anni sessanta, i nostri suonano con la foga di una garage band ma con la tecnica di un gruppo di veterani, la ritmica picchia e Tom canta con la consueta “marpionaggine”: questo è rock deluxe! Welcome To Hell è invece opera di Tench, ed è un trascinante rock’n’roll alla Jerry Lee Lewis, una vera goduria per le orecchie, con Benmont che vocalmente ricorda un po’ Randy Newman; Save Your Water è byrdsiana al 100%, chitarre jingle-jangle come se piovesse, ritmo sempre alto e Tom alle prese con un motivo dei suoi, ma di quando è ispirato. Con la tosta e potente Victim Of Circumstance è il turno di Mike Campbell in un raro momento da lead vocalist (e non se la cava neanche male…a quando un disco da solista?), con la canzone che è un rock puro e semplice, naturalmente con le chitarre sugli scudi, un pezzo brillante e coinvolgente; chiude il CD la lunga Hungry No More, più attendista ma anche profonda, con il solito impasto chitarristico di prim’ordine ed un suono molto vicino a quello degli Spezzacuori.

Con Tom Petty si va (quasi) sempre sul sicuro, ma questo per quanto mi riguarda è, almeno fino ad oggi, il disco rock’n’roll dell’anno.

Marco Verdi

Una Riscoperta Quantomeno Opportuna! Roy Orbison – The MGM Years 1965-1973 & One Of The Lonely Ones

roy orbison mgm years front

Roy Orbison – The MGM Years 1965-1973 – Universal 13CD (14LP) Box Set 

Roy Orbison – One Of The Lonely Ones – Universal CD

Quando si parla di Roy Orbison, una delle più grandi voci rock di sempre, si tende a considerare principalmente la fase iniziale della sua carriera, quando cioè incidendo per la Monument pubblicò tutti i suoi maggiori successi, da Oh, Pretty Woman a Only The Lonely passando per Running Scared, Crying e In Dreams (solo per citare alcune tra le più note), oppure gli ultimi anni prima dell’improvviso decesso, quando era finalmente riuscito a riassaporare il piacere della popolarità, o perché no i suoi esordi presso la Sun Records, ma spesso ci si dimentica che, tra la seconda metà degli anni sessanta ed i primi anni settanta Roy si era accasato presso la MGM ed aveva continuato ad incidere con grande regolarità. Anni difficili per The Big O, sia professionalmente (i tempi e le mode stavano cambiando con rapidità, e c’era poco spazio nelle classifiche per le canzoni romantiche del nostro) sia dal punto di vista della vita privata, in quanto nel giro di poco tempo Roy perse in tragiche circostanze sia la prima moglie Claudette che due dei suoi tre figli (rispettivamente in un incidente stradale ed in un incendio casalingo). Ma Orbison non si diede per vinto, e si rifugiò nella musica più che mai, anche se con esiti commerciali incerti: la qualità delle sue incisioni si manteneva comunque su livelli medio-alti, come testimonia questo prezioso box che riunisce tutti i dischi incisi in quel periodo, aggiungendo una compilation di b-sides e brani apparsi solo su singolo, a cura dei tre figli superstiti di Roy (Wesley, Roy Jr. ed Alex), che si occupano degli archivi del padre dopo la scomparsa nel 2011 di Barbara, seconda moglie ed anche manager del cantante texano. Oltre al box The MGM Years (molto ben fatto e con un esauriente libretto di 65 pagine, anche se non a buon mercato – ma i vari CD sono stati ristampati anche singolarmente) i Roy’s Boys, così si fanno chiamare i tre figli, hanno pubblicato separatamente una vera chicca, cioè un intero disco inciso da Roy nel 1969 e mai messo in commercio, intitolato One Of The Lonely Ones, un album inciso di getto in risposta ai tragici eventi della sua vita. Ma andiamo con ordine.

roy orbison mgm years

 

The MGM Years: come già detto sono presenti gli undici album pubblicati da Roy in quel periodo (There Is Only One Roy Orbison, The Orbison Way, The Classic Roy Orbison, Sings Don Gibson, Cry Softly Lonely One, Roy Orbison’s Many Moods, Hank Williams The Orbison Way, The Big O, Roy Orbison Sings (titoli molto fantasiosi), Memphis e Milestones), rimasterizzati ad arte e presentati in pratiche confezioni simil-LP, una colonna sonora mai realizzata su CD (The Fastest Guitar Alive) ed il già citato B-Sides And Singles. Come già accennato, i dischetti presenti nel box (tutti molto corti e senza bonus tracks, si va da un minimo di 24 minuti ad un massimo di poco più di mezz’ora, a parte la compilation di singoli) sono decisamente godibili, senza particolari differenze di suono e stile tra uno e l’altro: la classe di Roy non la scopriamo certo oggi, ed in più in quegli anni aveva raggiunto una tale potenza e maturità vocale da consentirgli di affrontare con disinvoltura qualsiasi tipo di canzone, un po’ come Elvis negli anni settanta. Roy alterna le sue tipiche canzoni ricche di melodia (molte scritte con i partner abituali Bill Dees e Joe Melson) con altri pezzi più rock’n’roll, un uso degli archi misurato e non pesante e soprattutto la sua formidabile voce a rendere degne di nota anche le canzoni più normali. Qualche titolo sparso (ma potrei citarne il quadruplo): la nota Claudette, dedicata alla moglie quando era ancora in vita https://www.youtube.com/watch?v=tUZBijp0En0 , l’emozionante Crawling Back, Ride Away, la fluida Ain’t No Big Thing, la scintillante Go Away, la trascinante City Life, la drammatica Amy, l’insolita Southbound Jericho Parkway, una mini-suite di sette minuti con elementi psichedelici, non proprio il pane quotidiano per Roy.

Oppure interi album di alto livello, come Cry Softly Lonely One (che ha punte di eccellenza nella romantica She, la fulgida Communication Breakdown https://www.youtube.com/watch?v=5CHygiovJD8 , la classica title track, puro Orbison al massimo della sua espressività vocale, o il gioiellino pop Only Alive), o i tre album di cover (gli omaggi a due leggende della musica country come Don Gibson e Hank Williams, due dischi coi fiocchi, o Memphis, composto interamente di brani rock e country contemporanei). Per non parlare di The Big O, forse il migliore in assoluto tra tutti, un disco roccato e diretto, con un suono elettrico che ricorda le prime incisioni con la Sun, dove spiccano Break My Mind, con un ritornello corale irresistibile, il rifacimento di Down The Line (periodo Sun), dove Roy assomiglia più a Jerry Lee Lewis che a sé stesso https://www.youtube.com/watch?v=_TxtofIPdFg , la magnifica Loving Touch e la gioiosa Penny Arcade.

E poi ci sono le cover sparse, e Roy con la voce che si ritrovava riusciva a far sua qualsiasi canzone: Unchained Melody (da pelle d’oca), Help Me, Rhonda (Beach Boys), I Fought The Law (sempre bellissima), Sweet Caroline (Neil Diamond), Only You (Platters), Land Of 1000 Dances, Words (Bee Gees) solo per citarne alcune https://www.youtube.com/watch?v=RFIKES6yC1Y . Buon ultimo, The Fastest Guitar Alive, colonna sonora di uno strano western interpretato da Roy stesso, in cui il protagonista girava con una chitarra che all’occorrenza si tramutava in fucile: un dischetto curioso, non il migliore di quelli presenti, ma che contiene almeno due perle come la spedita Rollin’ On e la discreta Best Friend, ma anche cose un po’ ingenue come la stereotipata Pistolero, che sentita oggi fa un po’ sorridere.

roy orbison one of the lonely ones

One Of The Lonely Ones: un disco abbastanza in linea con gli standard del periodo, che vede il nostro in ottima forma nonostante i dolorosi fatti privati, anche se con un comprensibile aumento degli elementi malinconici. Dopo un’emozionante rilettura del classico di Rodgers & Hammerstein You’ll Never Walk Alone (un successo per Gerry & The Pacemakers e da sempre inno dei tifosi del Liverpool), con il tipico crescendo di Roy https://www.youtube.com/watch?v=DN9Na5KzRhw , abbiamo una bella serie di ballate ricche di pathos, canzoni mai sentite che finalmente ci vengono svelate, come la tesa Say No More, la deliziosa Laurie (uno come Chris Isaak godrà come un riccio ad ascoltare questi pezzi), la fluida title track, la soul-oriented Little Girl (che voce) o il valzerone countreggiante After Tonight, mentre The Defector è “solo” un buon riempitivo. Ma Roy non tralascia il rock, come la vibrante Child Woman, Woman Child, dal ritmo sostenuto e con diversi punti in comune con Oh, Pretty Woman (poteva diventare un classico) o la mossa Give Up, un rock’n’roll con interessanti cambi di tempo e similitudini con il suono di Buddy Holly. Infine, tre cover, due delle quali di Mickey Newbury (una rilettura pop, ma di gran classe, di Leaving Makes The Rain Come Down e Sweet Memories, che Roy fa sua al 100%) ed una toccante I Will Always ancora di Don Gibson. Peccato per la copertina, una delle più brutte mai viste.

Dopo la fine del contratto con la MGM Roy piomberà nel dimenticatoio per tutto il resto degli anni settanta e la prima metà degli ottanta (solo tre dischi: I’m Still In Love With You, discreto, Regeneration e Laminar Flow, trascurabili), per poi tornare clamorosamente in auge dal 1987 in poi, prima con la compilation di successi reincisi ex novo In Dreams, ma soprattutto con il fantastico A Black And White Night, uno dei migliori live degli anni ottanta (e non solo) https://www.youtube.com/watch?v=_PLq0_7k1jk  e con l’album Volume One ad opera dei Traveling Wilburys. Poi la morte per infarto, improvvisa, nel Novembre del 1988, che non gli ha permesso di vivere il grande successo del suo vero e proprio comeback record Mystery Girl e del singolo You Got It. Ma questa è un’altra storia: intanto godiamoci questi 14 dischetti, ricordandoci che, per parafrasare il titolo del primo CD del box, “di Roy Orbison ce n’è soltanto uno”.

Marco Verdi

P.S: se proprio non volete accaparrarvi il box al completo (in CD, quello in LP ha un costo ridicolmente alto), mi permetto di consigliare i seguenti titoli: The Orbison Way, Crw Softly Lonely One, Hank Williams The Orbison Way, The Big O, Memphis e Milestones. Oltre, ovviamente, a One Of The Lonely Ones.

Il Più Grande “Gregario” Della Storia del Rock’n’Roll? Kentucky Headhunters With Johnnie Johnson – Meet Me In Bluesland

kentucky headhunters johnnie johnson meet me

Kentucky Headhunters With Johnnie Johnson – Meet Me In Bluesland – Alligator/Ird

Senza voler essere irrispettosi, con una ardita metafora, mi pare cheultimamente nella musica sia come per il maiale, non si butta via niente. In questa epoca di ristampe e riscoperte clamorose, ogni giorno viene pescata dagli archivi qualche chicca che era rimasta nascosta nelle pieghe del tempo. Nel caso specifico si tratta di una session di tre giorni, registrata nel gennaio del 2003, che univa la famosa formazione southern (e country) dei Kentucky Headhunters con Johnnie Johnson, il leggendario pianista di Chuck Berry. Il tutto venne registrato senza una previsione di pubblicazione immediata, poi nel 2005 Johnnie morì, per cui il progetto fu accantonato e cadde quasi nel dimenticatoio. Ora, in questa epoca dove le case discografiche sono alla perenne ed affannosa ricerca di qualcosa di nuovo (o di vecchio) da (ri)pubblicare, era quasi inevitabile che questi nastri, visto che sono molto buoni, vedessero finalmente la luce. Una vecchia volpe come Bruce Iglauer, il boss della Alligator, non poteva lasciarsi sfuggire questa occasione, considerando anche che il materiale contenuto nell’album è molto vicino alla, chiamiamola, linea editoriale della etichetta di Chicago. Non ci sono classici del blues o del R&R, a parte una gustosa cover di Little Queenie di Chuck Berry, ma il suono è molto vicino a quegli stilemi. D’altronde Johnson ed i Kentucky Headhunters erano spiriti affini, avevano già collaborato per un album, attribuito ad entrambi; That’ll Work, uscito nel 1993 per la Elektra/Nonesuch https://www.youtube.com/watch?v=VT3FPA6_kw8 , la stessa che l’anno prima aveva pubblicato Johnnie B. Bad, il suo esordio per una major, disco dove partecipavano anche Keith Richards, Eric Clapton e gli NRBQ, Stevie Jordan alla batteria e Bernie Worrell alle tastiere https://www.youtube.com/watch?v=ZMcOX2uAzwI .

johnnie johnson johnnie b bad johnnie johnson that'll work

Stranamente, sono andato a verificare, entrambi gli album non erano stati accolti benissimo dalla critica americana, ma il sottoscritto li ricorda come dischi vivaci e pimpanti, certo non dei capolavori. Nel 2003, in occasione di una visita di Johnson ai suoi amici Stones, per un concerto in Texas, era stata organizzata una partecipazione del grande pianista alla registrazione dell’album Soul dei Kentucky Headhunters, poi effettivamente uscito quell’anno https://www.youtube.com/watch?v=MB9ftKMlFQM , ma nell’occasione della registrazione di quel disco ai Barrick Studios di Glasgow (nel Kentucky però) i partecipanti alle sessions avevano deciso di lasciare andare i nastri ed i risultati erano stati poi accantonati (ma non dimenticati) per venire usati in seguito: quando nel 2005, alla comunque rispettabile età di quasi 81 anni, il vecchio pard di Chuck Berry ci lasciò, il progetto rimase lì nel limbo. Ora, con il titolo di Meet Me In Bluesland, abbiamo tra le mani il risultato di quell’incontro, e anche se, nuovamente, non si può parlare di capolavoro, il CD è una solida e riuscita fusione tra le matrici southern e rock dei Kentucky Headhunters e il R&R e il blues dell’uomo di Fairmont, che si conferma uno dei pianisti più versatili e creativi della storia del rock, anche in questa occasione, con le mani che spesso volano sulla tastiera con evidente piacere ed abbandono. I Kentucky Headhunters vengono ancora ricordati soprattutto per il primo album, Pickin’ On Nashville, comunque  nel corso degli anni hanno registrato molti altri album, l’ultimo Dixie Lullabies del 2011, alcuni anche dal vivo, dove hanno confermato questa loro vena di rockers, ma forse il migliore in assoluto, primo escluso, potrebbe essere proprio questo Meet Me In Bluesland.

Si respira una bella aria stonesiana (da sempre grandi ammiratori di Johnson), con brani come l’iniziale Stumblin’ che ricordano anche il sound dei vecchi Faces di Rod Stewart, riff di chitarra alla Keith Richards (o se preferite, alla Chuck Berry), pianino indiavolato e le voci di Doug Phelps e Richard Young che si alternano alla guida dei brani https://www.youtube.com/watch?v=yQhGSPfwbDs , il secondo nei pezzi più blues, come il Chicago sound di Walking With The Wolf, dove la slide tira la volata al solito ispiratissimo piano di Johnson. Little Queenie non ha nulla da invidiare alle versioni di Berry e degli Stones https://www.youtube.com/watch?v=Rj32T1ecj2g , She’s Got To Have It, è una delle rare occasioni per ascoltare il vocione di Johnnie, Party In Heaven è un altro R&R di quelli tosti e cialtroni https://www.youtube.com/watch?v=9B-qymVlYxM . Non manca uno slow blues intenso e ad alta gradazione pianistica come la title-track, ma per il resto del disco prevale il rock di brani divertenti e tirati come King Rooster o il boogie velocissimo della strumentale Fast Train https://www.youtube.com/watch?v=0cJj_HpcJaQ , senza dimenticare il groove pigro e ciondolante di Shufllin’ Back To Memphis https://www.youtube.com/watch?v=zYmr6tCk7Hk  e Sometime, due facce della stessa medaglia. Conclude Superman Blues, un altro gagliardo esempio di blues elettrico, come facevano i grandi musicisti della Chess dei tempi che furono https://www.youtube.com/watch?v=aguwrysWQ84 , e Johnnie Johnson era uno di loro, come disse la rivista Rolling Stone, in uno dei suoi rari momenti di lucidità, “the greatest sideman in rock and roll”!

Bruno Conti  

Peccato Per La Qualità Sonora Non Perfetta, Ma Il Concerto E’ Fantastico! Robert Gordon & Link Wray – Cleveland ’78

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Robert Gordon-Link Wray – Cleveland ’78 – Rockabilly Records/Cleopatra

Agli inizi del 1977, sulla carta, l’idea dell’unione di due musicisti come Robert Gordon (presentato come il possibile “erede” di Elvis Presley, ma allora cantante di una sconosciuta band punk newyorkese come i Tuff Darts, presenti nella doppia leggendaria compilation Live At CBGB’s) e Link Wray (mezzosangue nativo pellerossa, ma anche uno dei veri “inventori” della chitarra elettrica, con il suo brano Rumble), poteva venire solo ad un geniaccio come il produttore Richard Gottehrer (fondatore della Sire Records, ma già in azione nel 1966 con i McCoys di Hang On Sloopy). Non dimentichiamo che quelli erano gli anni del primo punk e della Disco, il R&R e il rockabilly erano delle arti quasi desuete. Ma non dimentichiamo neppure che questi signori erano due talenti naturali: un cantante come Robert Gordon, dalla bella voce baritonale, appassionato di Elvis, ma anche di Gene Vincent, Eddie Cochran, Billy Lee Riley, Jack Scott, uno che aveva saltato la british invasion a piè pari e il cui maggior “successo” con i Tuff Darts fu un brano intitolato All For The Love Of Rock And Roll. E un chitarrista come Link Wray, uno dei primi, se non il primo in assoluto ad usare il feedback in un brano come Rumble (e in questo concerto ce n’è una versione che definire “selvaggia” vuole dire minimizzare le cose), grande successo nel 1958, con un brano che usava anche distorsione e i cosiddetti power chords secoli prima che venissero inventati.

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Comunque il primo album omonimo dei due usciva proprio nel 1977, accolto da ottime critiche e pochi mesi dopo, ad agosto, sarebbe scomparso The King of Rock, lasciando un vuoto che anche dischi come questo cercarono di colmare. https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg  L’anno dopo i due fecero addirittura meglio, con un secondo disco, pubblicato sempre dalla Private Stock, Fresh Fish Special, che accanto ai soliti classici del R&R e del rockabilly presentava un brano inedito di Bruce Springsteen come Fire https://www.youtube.com/watch?v=_sVgfL3YFhA  (si dice scritto per Elvis e quando il Boss si poteva permettere di non pubblicare decine di canzoni per cui altri cantanti si sarebbero tagliati le vene, altri tempi). Entrambi i dischi si trovano in quel twofer CD, 2 in 1, edito dalla Ace, e che vedete sopra. Proprio pochi giorni dopo l’uscita di quel disco, il 25 marzo del ’78, i due si presentarono sul palco del celebre Agora di Cleveland per un concerto di una devastante potenza ed intensità. Però il dischetto esce per i tipi della Cleopatra, su una fantomatica nuova etichetta chiamata Rockabilly Records! Quindi secondo voi come è inciso? Come un bootleg, quale è e ha già circolato in questa forma. Per fortuna un bootleg di quelli buoni, registrazione cruda e diretta, tipo i migliori volumi della serie di Johnny Winter, ma i contenuti sono esplosivi, aiutati da una sezione ritmica fantastica come Jon Paris al basso (toh che caso, proprio quello che suonava con Winter!) e Anton Fig (oggi con Bonamassa) alla batteria, Robert Gordon e Link Wray dimostrano in meno di cinquanta devastanti minuti come distruggere e ricostruire dalle fondamenta gli elementi fondanti del R&R.

La chitarra fumante di Link Wray (n°45 tra i più grandi chitarristi all-time) emette riff da centrale atomica e, nonostante la registrazione, Gordon canta come se fosse posseduto dai fantasmi dei grandi degli anni ’50: una sequenza inarrestabile che parte con uno dei rari brani originali di Wray, If This Is Wrong, che è più Elvis di Elvis quando saliva per la prima volta sul palco dell’Ed Sullivan Show, se subito dopo non ci fosse Mystery Train che lo è ancora di più, con un assolo che sembra di un Jimmy Page in astinenza da chitarra. Fantastiche anche The Way I Walk https://www.youtube.com/watch?v=jFl2ocTPDpY  e The Fool, un rockabilly firmato da Lee Hazlewood, con i power chords di Link Wray che sembrano provenire da Pete Townshend incrociato con Cliff Gallup, il chitarrista di Gene Vincent.

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Proprio di Vincent è I Sure Miss You, uno dei rarissimi brani lenti del concerto, ma sempre con una chitarra che ti sega in due, per poi farti a pezzettini in una versione da esplosione termonucleare di Rumble, seguita da un altrettanto cattiva Rawhide, con il brano di Frankie Laine trattato come forse nemmeno gli Who avrebbero osato, in un’orgia di feedback. Red Hot, di uno dei preferiti di Gordon, quel Billy Lee Riley ricordato prima, è un’altra scarica di adrenalina pura https://www.youtube.com/watch?v=FfTAWZL2FIg , poi è di nuovo Elvis time, con una fantastica My Baby Left Me, seguita da una devastante Lonesome Train di Johnny Burnette. Summertime Blues https://www.youtube.com/watch?v=KyQGRx9V7mw  e Twenty Flight Rock in sequenza potrebbero abbattere un elefante, poi il pubblico dell’epoca, un po’ sorpreso, ascolta per una delle prime volte dal vivo il brano di Bruce Springsteen, una Fire proposta in medley con Let’s Play House e per finire un concerto fantastico, che se fosse inciso anche bene sarebbe indimenticabile (ma il sound è comunque più che accettabile), Endless Sleep, un brano in classifica nel 1958, lo stesso anno di Rumble!

Bruno Conti