Il “Solito” Ringo, Piacevole E Disimpegnato. Ringo Starr – Give More Love

ringo starr give me more love

Ringo Starr – Give More Love – Universal CD

Personalmente non sono mai stato d’accordo con le critiche più frequenti mosse negli anni verso Ringo Starr, e cioè che fosse un batterista piuttosto scarso e che dovesse la sua fama semplicemente all’allontanamento di Pete Best dal posto dietro ai tamburi dei Beatles. Certo, quello può essere stato un colpo di fortuna, ma il piccolo e nasuto Richard Starkey i galloni se li è guadagnati sul campo, migliorandosi negli anni e mettendo a punto uno stile riconoscibilissimo, pulito ed essenziale: non credo infatti che la miriade di musicisti che, dal 1970 in poi, hanno richiesto i servigi di Ringo sui propri album fossero tutti degli autolesionisti che volevano un batterista poco capace solo perché “faceva figo” avere il nome di un Beatle sul disco. Diverso è il discorso quando si parla di Ringo come musicista in proprio, dato che nella sua ormai ampia discografia (19 album di studio compreso l’ultimo) e volendo stare larghi, di dischi indispensabili ne citerei tre: l’ottimo esercizio di puro country Beaucoups Of Blues del 1970, lo splendido Ringo del 1973 ed il riuscito comeback album del 1992 Time Takes Time. Nel corso degli ultimi vent’anni Ringo ha continuato ad incidere con regolarità (e ad esibirsi con la sua All-Starr Band, ma questa è un’altra storia), sfornando una serie di album tanto piacevoli quanto tutto sommato superflui, con alcuni meglio di altri (Vertical Man, Ringo Rama, Liverpool 8) ed altri apprezzabili ma decisamente meno riusciti, tra i quali metterei senz’altro i tre usciti nella presente decade, Y Not http://discoclub.myblog.it/2009/12/30/ringo-starr-y-not/ , Ringo 2012 e Postcard From Paradise.

Give More Love, uscito il 15 Settembre scorso, è un buon disco, con alcune canzoni ottime ed altre più nella norma, un lavoro che non si aggiunge certo ai tre “imperdibili” citati all’inizio ma si colloca altrettanto certamente tra i più positivi delle ultime due decadi. Inizialmente Give More Love doveva essere un album country da realizzare in collaborazione con l’ex Eurythmics Dave Stewart, ma poi Ringo ha scritto canzoni con uno spirito diverso, più rock, e le ha incise e prodotte in proprio nel suo studio casalingo. E l’esito finale è molto piacevole, forse più del solito: Ringo non sarà mai un fuoriclasse, ma in tutti questi anni ha imparato anche a scrivere canzoni migliori, e se messo nelle giuste condizioni, cioè con in brani adatti a lui e con l’aiuto di qualche amico, è ancora in grado di divertire. Dicevo degli amici, ed in questo disco c’è una lista di nomi impressionanti, che solo ad elencarli tutti ci vuole un post a parte (anche se ognuno di loro, devo dirlo, si mette al servizio del nostro senza rubargli mai la scena): Steve Lukather, Peter Frampton, Joe Walsh, Greg Leisz, Dave Stewart, Gary Nicholson, Benmont Tench, Edgar Winter, Don Was, Greg e Matt Bissonette, Timothy B. Schmit, Nathan East e, l’ho lasciato volutamente per ultimo, l’ex compare Paul McCartney al basso in due pezzi. Un gradevole disco di pop-rock quindi, senza troppe problematiche, di classe e suonato benissimo. Si inizia con la potente We’re On The Road Again, un rock’n’roll trascinante con Lukather alla solista e McCartney al basso che “pompano” che è un piacere e Ringo che canta in maniera sicura (e Paul alla fine piazza un paio di controcanti riconoscibilissimi): ottimo avvio. Laughable, cadenzata ed insinuante, è piacevole ed immediata, grazie ad un bel refrain, e mostra che il nostro ha scelto una produzione più rock che pop, con grande spazio per le chitarre (qui l’axeman è Frampton).

Show Me The Way è uno slow piuttosto asciutto nell’arrangiamento (organo, chitarra e sezione ritmica), ma io Ringo lo preferisco nei brani più mossi, come Speed Of Sound, altro rock’n’roll deciso, ben eseguito e sufficientemente coinvolgente, con Frampton che per l’occasione rispolvera il suo talkbox. Molto carina Standing Still, un rock-country-blues con un bravissimo Leisz al dobro e Ringo che intona una melodia che piace all’istante; King Of The Kingdom (scritta con Van Dyke Parks) ha un tempo reggae, un motivo orecchiabile e solare ed un bell’intervento di Winter al sax, mentre Electricity, nonostante la presenza di Walsh e Tench ed un testo autobiografico, non è una gran canzone. Molto meglio So Wrong For So Long, una languida country ballad con la splendida steel di Leisz, unico residuo del progetto iniziale con Stewart (che infatti è co-autore), un peccato comunque che non si sia andati fino in fondo. La parte “nuova” del CD (dopo vedremo perché nuova) si chiude con la swingata Shake It Up, un boogie dal gran ritmo, una delle più immediate del lavoro, e con la squisita title track, la più pop del disco, ma con il sapore nostalgico dei brani dell’amico George Harrison. A questo punto il dischetto presenta quattro bonus tracks, quattro brani che Ringo ha preso dal suo passato reincidendoli ex novo (e va detto, senza mai superare gli originali), a partire da una versione molto particolare di Back Off Boogaloo, che parte dal demo originale del 1971 al quale sono stati aggiunti gli strumenti odierni, e c’è anche Jeff Lynne alla chitarra (e per una volta non alla produzione). Poi abbiamo la beatlesiana Don’t Pass Me By, suonata insieme alla band indie americana Vandaveer (ed accenno finale ad Octopus’s Garden), una tonica You Can’t Fight Lightning con il gruppo anglo-svedese Alberta Cross e, sempre con i Vandaveer, la sempre bellissima Photograph.

Un disco, ripeto, molto piacevole e senza troppe elucubrazioni mentali, forse non imperdibile, ma comunque se lo comprate non sono soldi buttati.

Marco Verdi

Novità Di Gennaio Parte III. Arbouretum, Aaron Neville, Alasdair Roberts, Bad Religion, Carrie Rodriguez, I Am Kloot, Steve Lukather, Chris Darrow, Black Sorrows, Arhoolie 50th Anniversary, Eccetera

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Terza settimana di uscite discografiche per il mese di gennaio, questi sono i titoli in uscita ufficiale (più o meno) il 22 gennaio. Magari alla fine vi aggiungo un paio di anticipazioni importanti di quelle del 29, mentre i titoli che non vedete, li trovate abitualmente con recensione ad hoc, oppure mi sono dimenticato. Le date sono quelle ufficiali, ma, ogni tanto, escono leggermente prima o dopo. Partiamo (casualmente) con tre autori che iniziano con A.

Gli Arbouretum, disco dopo disco, si sono creati un seguito a livello di culto, e ora con questo Coming Out Of The Fog, che esce per la Thrill Jockey, sembrano pronti al salto di qualità. Sono stati presentati come un incrocio tra Richard Thompson e Neil Young con i Crazy Horse, con qualche tocco di psichedelia come sovrappiù, e forse è eccessivo, quello che è indubbio è che sono bravi e questo album è uno dei mìgliori dell’inizio 2013.

L’omone nero dalla voce vellutata, ossia Aaron Neville, dopo avere girovagato per molte etichette, alla fine approda anche lui alla Blue Note, che da quando ha come presidente Don Was si è lanciata nel recupero dei grandi non solo del jazz, e quindi dopo Van Morrison ecco Neville. Ma non solo, il disco, My True Story, oltre che dallo stesso Was, è prodotto da Keith Richards, che naturalmente suona anche la chitarra, insieme a Benmont Tench alle tastiere, Greg Leisz, pure lui alle chitarre, Tony Scherr al basso (Bill Frisell, Norah Jones) e George Receli (Bob Dylan), alla batteria. Il repertorio è quello classico, che Aaron Neville rivisita con la sua voce unica: Be My Baby delle Ronettes, Gypsy Woman di Curtis Mayfield con gli Impressions, ma anche materiale antecedente dell’epoca doo-wop e R&B, un trittico dei Drifters, Money Honey, Under The Boardwalk, This Magic Moment, Tears On My Pillow di Little Anthony & The Imperials, Work With Me Annie di Hank Ballard e altre delizie d’epoca. 

Alasdair Roberts potrebbe essere un nome che ai più non dice nulla, ma è anche lui uno dei nomi più importanti del folk inglese, e scorrendo le note di molti dischi del genere è facile incontrarlo. Prima con gli Appendix Out e poi come solista ha già pubblicato una decina di album (anche collaborazioni con Will Oldham e Jason Molina dei Songs:Ohia e Magnolia Electric Co.). Ma essendo scozzese anche con Karine Polwart, Jackie Oates, John McCusker, Dougie MacLean. Questo nuovo album che esce per la Drag City, A Wonder Working Stone è attribuito a Alasdair Roberts & Friends, anche se non ci sono nomi famosi è il “gruppo” che si chiama così: il musicista più famoso è il chitarrista Ben Reynolds dei Trembling Bells, che svolge il compito che fu di Richard Thompson nei Fairport Convention. Anzi, già che ci siete, se già non li conoscete, appuntatevi anche i Trembling Bells, se vi piacciono Fairport, Pentangle e Incredible String Band. Due segnalazioni al prezzo di una (cioè zero!).  Non ci sono video nuovi per cui ho messo quello che vedete sopra (o meglio ce ne erano due parlati, umorismo scozzese, se volete watch?v=v53IbsFRM6M

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Due gruppi e una solista sopraffina (almeno per me)

I Bad Religion hanno superato i 30 anni di carriera e nelle varie fasi hanno registrato una ventina di album. Questo True North esce come di consueto per la Epitaph (visto che l’hanno fondata loro) e non si discosta dal consueto punk/hardcore melodico, con qualche deriva vagamente hard/metal. Se vi piace il genere non vi deluderanno e se no amici come prima.

Nuovo disco anche per gli I Am Kloot, il terzetto inglese di Manchester pubblica il nuovo album, il sesto di studio più una BBC Session, si chiama Let It All In, viene pubblicato dalla Sheperd Moon e le critiche preventive della stampa inglese sono piuttosto buone, con qualche voce fuori dal coro soprattutto da parte di alcuni quotidiani (Guardian, Indipendent e Financial Times). Sentiremo. Genere? Boh: Alternative, Indie? Il disco è prodotto da due degli Elbow, Guy Garvey e Craig Potter.

Ho sempre avuto una speciale predilezione per Carrie Rodriguez sin dai tempi dei suoi dischi in coppia con Chip Taylor e poi mi sono piaciuti anche quelli come solista (2833294701c51bca19320a9fa8169be6.html, nonostante la scritta criptica al link trovate la recensione dell’ultimo disco di covers), di questo nuovo Give Me All You Got si dice un gran bene, pare che sia il suo migliore in assoluto, anche se al sottoscritto anche She Ain’t Me, quello prodotto da Malcolm Burn, piaceva parecchio. La cantante e volinista è proprio brava, ha una bella voce, scrive ottime canzoni (alcune anche con Chip Taylor, che appare nell’album come cantante), l’etichetta è la Ninth Street Opus, il produttore è Lee Townsend (Bill Frisell, Loudon Wainwright III, Kelly Joe Phelps), tra i musicisti Don Heffington alla batteria è il più noto. Tutti particolari non inutili, perché i dettagli danno un’idea dell’insieme. kLtAzzlwiuw Recentemente (a fine 2011) la Rodriguez aveva pubblicato anche un album in coppia con Ben Kyle We Still Love Our Country, molto bello.

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Una “strana” trilogia di uscite.

Ogni tanto Steve Lukather pubblica un album da solista (questo è il settimo), Transition che esce come al solito per la Mascot/Provogue fa parte di quelli da “cantautore” rock e non da virtuoso della chitarra, anche se ovviamente nel disco comunque si schitarra. Mah, non so, lascio a voi il giudizio, dovevo fare la recensione in anteprima ma poi ho optato per Robben Ford e forse è stato meglio.

Viene ripubblicato dalla Drag City il terzo album da solista di Chris Darrow (pensate che il leggendario ex leader dei Kaleidoscope non ha neppure una pagina come solista su Wikipedia, mentre spesso ce l’hanno anche “cani e porci”, inteso proprio in senso letterale, gli animali hanno le loro belle paginette), il disco si chiama Artist Proof ed uscì in origine nel 1978. Anche se non è il suo migliore in assoluto per gli amanti di country-rock, folk-rock e psychedelia gentile qualche spunto di interesse potrebbe esserci.

Sempre per amanti della buona musica, in questo caso australiana, esce il nuovo disco dei Black Sorrows, la grande band di Joe Camilleri che fonde con stile e classe Van Morrison, Graham Parker e Willy Deville (e non sto scherzando). Il nuovo disco, il primo dopo alcuni anni di pausa, si chiama Crooked Little Thoughts ed è addirittura un triplo, e questa è la buona notizia. Sono tutte nuove canzoni, 24 in tutto, raccolte in un Deluxe Edition con tanto di libro per la Head Records, però costa sui 65 dollari australiani e questa è la brutta notizia. Comunque abbiamo provato a richiederlo in Australia e qualcuno sul Blog (non appena arriva) provvederà a recensirlo (penso chi scrive, ma non è detto). Se volete approfondire nel Blog trovate questo: joe+camilleri

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Altra uscita interessante (e costosa) è questo box quadruplo che celebra i 50 anni di attività della Arhoolie Records, si chiama They All Played For Us e gioca sul doppio significato del titolo: “hanno suonato tutti per noi” in questo caso significa che in una serie di concerti tenutisi a Berkeley in California il 4-5-6 febbraio del 2011, tutti costoro hanno suonato per celebrare questa grande etichetta. Chi c’era?  Ry Cooder, Taj Mahal, Santiago Jimenez Jr., Laurie Lewis, Peter Rowan, Treme Brass Band, Maria Muldaur, Campbell Brothers, Savoy-Doucet Cajun Band, Country Joe McDonald, Barbara Dane and Bob Mielke’s Jazz Allstars e molti altri, tutto rigorosamente dal vivo e quindi inedito.

E con questo concludiamo il “giro” per questa settimana. La settimana prossima “ufficialmente” ma per i misteri della discografia potrebbero circolare prima e quindi ve li anticipo, solo come copertine, poi ne parliamo la prossima volta.

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That’s All.

Bruno Conti

P.s

Esce anche questo domani!

Massimo Bubola – In Alto I Cuori – Eccher Music/Self

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“Dischi Virtuali”! Tommy Bolin & Friends – Great Gypsy Soul

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Tommy Bolin And Friends – Great Gypsy Soul – Samson Records

La moda del duetto virtuale o del “disco virtuale” si può far risalire alla famosa Unforgettable del 1991, il brano in cui la voce di Nat King Cole fu inserita in modo elettronico su una base con voce già registrata dalla figlia Natalie. Poi nel 1995 fu perfezionata per il brano dei Beatles Free As A Bird dove un demo voce e piano di John Lennon venne completato dai “Threetles” per il primo volume della serie Anthology e nel corso degli anni è diventata una sorta di abitudine, da Celine Dion con Sinatra fino ad arrivare a Kenny G che duetta con Armstrong in What A Wonderful World (ho ancora i brividi, ma non di piacere!). In questa ultima decade la pratica è andata scemando ma non dimentichiamo che questo sistema di registrazione è quasi una prassi tra musicisti viventi: lo scambio di nastri e registrazioni nell’era del digitale, quando persone che spesso vivono in diverse città, stati o anche continenti, e per vari motivi non si possono incontrare, è uno dei metodi quasi più comuni utilizzati per gli album di duetti o i Tributi.

In questo caso, essendo Tommy Bolin scomparso nel lontano 1976, è ovvio che questo poteva essere l’unico sistema di registrazione. A dare una patina di autorevolezza al progetto ha provveduto la presenza di Warren Haynes che insieme a Greg Hampton ha curato la produzione di questo Great Gypsy Soul per la Samson Records e ha anche scritto le note del libretto. In effetti anche se si dice che sono brani “incompiuti” sembra perlopiù trattarsi di outtakes, versioni diverse di pezzi già apparsi originariamente in Teaser (tutti meno uno), che la stessa etichetta aveva pubblicato lo scorso anno in edizione Deluxe e, volendo, di Bolin, nel corso degli anni, sono uscite varie raccolte di inediti e rarità a partire dal cofanetto doppio The Ultimate negli anni ’90 poi ampliato a triplo nel 2008 con l’aggiunta della parola Redux e, sempre lo stesso anno, i due volumi di outtakes Whips And Roses. Come saprete la carriera del musicista americano non è stata particolarmente lunga né gloriosa, quando è morto aveva 25 anni, e aveva suonato con gli Zephyr, poi nella James Gang al posto di Joe Walsh e al momento della morte suonava con i Deep Purple e in contemporanea a Come Taste The Band era uscito Teaser. Ma la sua fama, soprattutto tra gli appassionati di chitarra, è legata alla partecipazione a Spectrum di Billy Cobham, dove i furiosi duetti con la batteria del titolare del disco (e con il synth di Jan Hammer) avevano contribuito alla riuscita di quel disco, che ancora oggi è uno dei migliori esempi del cosiddetto jazz-rock.

Anche Teaser era una sorta di Spectrum più blando, con l’aggiunta della voce, tra funky, hard rock, blues, jazz con la partecipazione di musicisti come Jan Hammer, David Foster, Jeff Porcaro, David Sanborn, Narada Michael Walden, Glenn Hughes e molti altri. Questo Great Gypsy Soul, brano dopo brano, alla voce e alla chitarra di Bolin, aggiunge una lista di “ospiti” impressionante: da Peter Frampton nel funky-rock dell’iniziale The Grind cantata dallo stesso Tommy, che detto per inciso non aveva un gran voce ma compensava in abbondanza con la perizia alla chitarra. In Teaser lo sentiamo duettare con l’ottimo Warren Haynes e in Dreamer, uno dei brani più belli del disco, una ballata dove la voce è quella di Myles Kennedy degli Alter Bridge, l’altra chitarra è di Nels Cline dei Wilco, uno “strano” terzetto ma funziona. Per Savannah Woman, tra jazz e latino, vagamente Santaneggiante, il duetto virtuale è con John Scofield mentre per Smooth Fandango uno dei brani migliori che ricorda i ritmi frenetici di Spectrum si aggiunge l’ottimo Derek Trucks. Nella reggata e francamente irritante People People ci sono Gordie Johnson con i canadesi Big Sugar, meglio il rock di Wild Dog anche se c’è l’Aerosmith “sbagliato” Brad Whitford.

Homeward Strut è un funkaccio strumentale molto anni ‘70 con Steve Lukather e le chitarre viaggiano. Sugar Shack con Glenn Hughes e la slide di Sonny Landreth non so da dove arriva (non era su Teaser) ma è un solido blues-rock, Crazed Fandango è l’occasione per pirotecnici scambi strumentali con Steve Morse e il sax di Sanborn. La conclusione è affidata alla lunga e scintillante Lotus con Glenn Hughes che si porta l’amico Joe Bonamassa per duettare con Nels Cline. Ovviamente si tratta di un disco per fans e completisti di Bolin e/o della chitarra nelle sue varie forme, non male e credibile nel risultato finale. Solo per il mercato americano, in esclusiva su Amazon.com ne è uscita una versione doppia Deluxe con quattro lunghe jam dove i vari partecipanti si “accoppiano” strumentalmente tra loro!

Bruno Conti