Per La Serie Un Cofanetto Non Si Nega A Nessuno! Cozy Powell – The Polydor Years

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Cozy Powell – The Polydor Years – 3 CD Caroline/Universal

Cozy Powell, uno dei batteristi storici del rock e dell’hard rock britannico è scomparso ormai da parecchi anni, nel 1998 ,a soli 50 anni, e forse non ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica, ma è stato uno dei batteristi più potenti ed eclettici in quel ambito musicale. Ha iniziato con i Sorcerers, una band che obiettivamente nessuno ricorda, ma poi, dove avere incrociato i suoi percorsi con Robert Plant, John Bonham, Dave Pegg e Tony Iommi, tutti prima che diventassero famosi, nel 1970 arriva il primo incarico importante, come batterista per il Jeff Beck Group, coi quale incide dei brani per un progetto di brani della Tamla Motown, che rimane a tutt’oggi incompleto ed inedito, registrato nel periodo in cui Beck era reduce dall’incidente che gli aveva impedito di formare un gruppo con Bogert ed Appice dei Vanilla Fudge, che avrebbero formato i Cactus. Nel frattempo in Inghilterra Powell partecipa al Festival dell’Isola di Wight come batterista con Tony Joe White, e finalmente nell’ottobre del 1971 esce il primo dei due ottimi dischi del Jeff Beck Group Mark II, Rough And Ready, seguito l’anno successivo dal disco omonimo, a questo punto Jeff può formare il trio Beck, Bogert And Appice e Cozy entra nei Bedlam, una band che non ha lasciato tracce significative, se non un buon disco di rock-blues progressivo nel 1973. Nello stesso anno Cozy Powell registra Dance With The Devil https://www.youtube.com/watch?v=NO_fx1WshCA, un singolo che nel gennaio del 1974 arriverà fino al n° 3 delle classifiche inglesi, con Suzi Quatro al basso, poi inizia una serie di incontri con musicisti del giro hard-rock-blues che non approdano a nulla, fino a che nel 1975 entra nei Rainbowinsieme a Ritchie Blackmore Ronnie James Dio, dove rimarrà fino alla fine degli anni ’70. Uno potrebbe pensare che questo box sia una sorta di summa del meglio delle collaborazioni di Powell in quella decade, ma in effetti raccoglie i suoi tre dischi solisti, pubblicati appunto per la Polydor tra il 1979 e il 1983.

E più precisamente Over The Top del 1979, Tilt del 1981 Octopuss del 1983. In seguito il nostro amico suonerà ancora nel Michael Shenker Group, nei Whitesnake dal 1982 al 1985, come Emerson, Lake & Powell, per un paio di anni, forse perché era l’unico batterista di una certa caratura con il cognome che iniziava per P, per poter usare la sigla E, L & P; altre apparizioni con i Black Sabbath, la Brian May Band, il Peter Green Splinter Group, Yingwie Malmesteen, fino alla morte avvenuta nell’aprile del 1998 in seguito ad un eclatante incidente automobilistico avvenuto in autostrada a 150 chilometri all’ora.. Come si rileva dai nomi citati, più o meno sapete cosa aspettarvi nel contenuto dei tre dischi presenti in questo cofanetto, che tra i suoi pregi ha anche il fatto di avere un costo che dovrebbe essere intorno ai 20 euro, forse meno. Nel primo disco, quello del 1979, alle chitarre si alternano Gary Moore, Bernie Marsden Clem Clempson, al basso troviamo Jack Bruce e alle tastiere Don Airey, con Max Midlleton nel brano The Loner, dedicato a Jeff Beck. Il produttore è Martin Birch, quello di quasi tutti i dischi migliori dei Deep Purple, dei Fleetwood Mac, dei Wishbone Ash, dei Rainbow e dei Whitesnake, oltre a decine di altri gruppi. Nella versione contenuta nel box il CD riporta ben 8 bonus tracks, tra cui sei brani strumentali. Anche in Tilt ci sono una valanga di ospiti: di nuovo Bernie Marsden, Gary Moore, Jack Bruce Don Airey, ma anche Jeff Beck, Mel Collins David Sancious. In Octopuss appaiono Colin Hodgkinson, lo strepitoso bassista dei Back Door, un trio jazz-rock attivo all’inizio anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=2EL_AiCDXP0 , dove gli strumenti solisti erano il sax e il basso, usato quasi come una chitarra, Mel Galley dei Trapeze, Gay Moore, Don Airey Jon Lord completano la line-up del disco. Tre più che onesti dischi di, come vogliamo chiamarlo, hard-rock-blues virtuosistico (ogni tanto forse anche “esagerato”, come nella title-track del primo album che è un ri-arrangiamento di un brano di Tchaikvosky, però suonato spesso alla grande), con l’accento sovente posto, naturalmente, sulla presenza della batteria. Ecco il contenuto completo del cofanetto.

[CD1: Over The Top]
1. Theme One
2. Killer
3. Heidi Goes To Town
4. El Sid
5. Sweet Poison
6. The Loner
7. Over The Top
Bonus Tracks:
8. Over The Top (Single Version)
9. The Loner (Single Version)
10. Heidi Goes To Town (Instrumental 1)
11. Heidi Goes To Town (Instrumental 2)
12. Sweet Poison (Instrumental 1)
13. Sweet Poison (Instrumental 2)
14. Sweet Poison (Instrumental 3)
15. The Loner (Instrumental)

[CD2: Tilt]
1. Cat Moves
2. Sunset
3. Living A Lie
4. Hot Rock
5. The Blister
6. The Right Side
7. Jekyll & Hyde
8. Sooner Or Later

[CD3: Octopuss]
1. Up On The Downs
2. 633 Squadron
3. Octopuss
4. The Big Country
5. Formula One
6. Princetown
7. Dartmoore
8. The Rattler

Esce il 1° di settembre.

Bruno Conti

Passa Il Tempo, Ma Le Emozioni Rimangono, Anche Senza I Vecchi Amici. Robin Trower – Time And Emotion

robin trower time and emotion

Robin Trower – Time And Emotion – V12 Records

Il chitarrista inglese pratica, più o meno da sempre, una sua particolare forma di blues, liquido e sognante, per parafrasare il titolo di uno dei suoi album migliori (Long Misty Days) “nebbioso”, assai influenzato dallo stile Hendrixiano, di cui è stato uno degli epigoni migliori: all’incirca ogni anno, nonostante veleggi ormai per i 72 anni (anzi li ha superati), pubblica un nuovo album, e devo dire che se anche se qualcuno si perde un capitolo della sua epopea, sa che la volta successiva troverà il musicista londinese ancora alle prese con questo tipo di musica, un rock-blues energico e ricco di virtuosismo chitarristico. Viceversa dal lato vocale Robin Trower non è mai stato un fulmine di guerra, adeguato ma nulla più e anche questo Time And Emotion conferma pregi e difetti della sua lunga carriera: comunque sempre più i primi dei secondi. E quindi i suoi numerosi fans ancora una volta troveranno quello che si aspettano, ovvero undici nuove solide composizioni firmate dallo stesso Trower, a cui invero non difetta la vena compositiva, vista la prolificità delle sue proposte: la chitarra viaggia sempre spedita e sicura, il sound è brillante, co-prodotto dallo stesso Trower, insieme a Sam Winfield, ma in parte anche dal suo tastierista e bassista (quando non lo suona lo stesso Robin) Livingstone Brown: dove è stato inciso però? Con tipico british humor, ovviamente, al I Presume Studio (non arriva subito); completa il classico power trio Chris Taggart, ormai fisso sullo sgabello della batteria da quattro album.

Se il vecchio “amico” Gary Brooker quest’anno ha festeggiato i 50 anni di carriera con i Procol Harum http://discoclub.myblog.it/2017/05/07/il-ritorno-di-uno-dei-gruppi-simbolo-del-pop-anni-sessanta-procol-harum-novum/ , Trower si avvicina ai quarantacinque da solista, il primo album Twice Removed From Yesterday infatti è del 1973. Se in questo disco non troverete forse innovazioni o nuove idee, non troverete neppure un musicista bollito, anzi, ancora in grado di sorprendere con il suo tocco magico alla chitarra: prendete l’iniziale The Land Of Plenty, un vigoroso rock-blues dove la solista scorre sicura e carica di effetti sul sinuoso groove creato dalla sua band, e se la parte cantata non è memorabile i lunghi solo non mancano di interessare anche l’ascoltatore più distratto, e quando innesta il pedale del wah-wah non ce n’è per nessuno. What Was I Really Worth To You è ancora più nebbiosa e sognante, con la voce filtrata e il classico sound del miglior Trower, melodie non memorabili ma lavoro di fino della sua 6 corde, e forse una maggiore grinta rispetto ad altri recenti album http://discoclub.myblog.it/2015/04/06/altro-arzillo-70enne-robin-trower-somethings-about-to-change/ . Come certifica la “riffata” I’m Gone, l’unica firmata con Livingstone Browne, che mostra parecchie analogie con il sound da power trio dei vecchi Cream o degli Experience di Jimi Hendrix (ma anche del suo trio con un altro vecchio amico come Jack Bruce http://discoclub.myblog.it/2016/01/08/il-piu-grande-bassista-della-storia-del-rock-anche-il-chitarrista-era-male-jack-bruce-and-robin-trower-songs-from-the-road/), grazie all’uso dell’immancabile wah-wah, che imperversa puree nella successiva Bitten By The Snake, misto alla solista tradizionale, visto che Robin si doppia spesso alla chitarra.

Ma è nei  brani lunghi, lenti e dalle atmosfere sospese dove il nostro eccelle, come nell’ottima Returned In Kind, dove il cry baby crea sonorità stranianti e minacciose, prima di “perdersi” in una lunga improvvisazione; e anche la successiva If You Believe In Me supera i 7 minuti, un pezzo sempre intriso dallo spirito del blues elettrico pur contaminato con il rock, dove tutto è costruito attorno alla sempre prodigiosa perizia tecnica del chitarrista britannico. Se tutto il disco fosse sui livelli di questi due brani parleremmo di uno dei suoi migliori album degli ultimi anni, e per certi versi forse lo è: una ballata rock come You’re The One ha una bella melodia intrigante e che si memorizza con facilità, oltre ad un suono veramente splendido della chitarra, degno del suo “maestro” Jimi, e se come dice lui nella successiva Can’t Turn Back The Clock, forse lo si può fermare a quello splendido seventies rock che è il suo marchio di fabbrica, come l’immancabile wah-wah. Make Up Your Mind è un altro di quei blues futuribili dove Robin Trower eccelle, lenti e maestosi, suonati nel suo stile inconfondibile; Try Love tenta anche la strada di un funky-rock mosso e grintoso, che pur essendo meno nello sue corde non fa peraltro calare la tensione di questo Time And Emotion. Che si conclude con la title-track, forse la canzone meno convincente del lotto, una ballata fin troppo morbida ed irrisolta, anche con uso di tastiere, e dove l’assolo è meno convincente che negli altri brani.

Bruno Conti

Il Primo Cofanetto “Importante” del 2017! Cream – Fresh Cream

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Cream – Fresh Cream – 3 CD + Blu-Ray Audio – Polydor/Universal

Se ne parlava ormai da svariati mesi (considerando che il Fresh Cream originale era uscito nel 1966 e quindi il 50° Anniversario sarebbe stato il 9 dicembre, giorno della pubblicazione della prima versione in LP) ma questa volta diciamo che non siamo molto lontani dalla “perfezione”, visto che la data di uscita del cofanetto è stata fissata per il 27 gennaio. Sarà un quadruplo in Super Deluxe Edition, con libro di 64 pagine, e che nel remastering dello specialista Bill Levenson, conterrà il disco originale in versione mono più i vari singoli usciti ai tempi e un paio di EP francesi nel primo CD. Il disco 2 in versione stereo con aggiunti “stereo mixes” differenti da quelli dell’album, con diversi brani che escono per la prima volta nel secondo CD. Mentre il terzo dischetto audio contiene le prime versioni di molti pezzi non pubblicati all’epoca e alcune outtakes, in tutto undici tracce, di cui dieci inedite, mentre una canzone You Make Me Feel era uscito nel Box del 1997 Those Were The Days uscito nel 1997, Infine, sempre nel terzo CD, sono riportate anche le BBC Sessions registrate tra il Novembre 1966 e il Gennaio 1967, due delle quali non erano state inserite nel CD pubblicato nel 2003. A completare il box un Blu-Ray Audio destinato agli audiofili, contiene solo i due album in versione Mono e Stereo, con qualche bonus.

Comunque qui sotto potete leggere la tracking list completa del cofanetto:

CD1]
FRESH CREAM Mono Album
1. N.S.U. 2:44
2. SLEEPY TIME TIME 4:20
3. DREAMING 2:00
4. SWEET WINE 3:19
5. SPOONFUL 6:30
6. CAT’S SQUIRREL 3:01
7. FOUR UNTIL LATE 2:09
8. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ 4:46
9. I’M SO GLAD 3:59
10. TOAD 5:14
Session recording – mono mix:
11. THE COFFEE SONG 2:56
The Mono Singles:
12. WRAPPING PAPER 2:29
13. CAT’S SQUIRREL 3:01
A-side & B-side of Cream’s 1st UK single, Reaction 591007, released 7 October 1966.
14: I FEEL FREE 2:49
15: N.S.U. 2:45
A-side & B-side of Cream’s 2nd UK single, Reaction 591011, released 9 December 1966.
16. SPOONFUL Part I 2:26
17. SPOONFUL Part II 2:31
A-side & B-side of Cream’s 3rd US single, ATCO 45-6522, released September 1967.
The Mono French EPs:
18. WRAPPING PAPER alternate mix 2:25
19. SWEET WINE alternate mix 3:18
20. I’M SO GLAD 3:57
21. CAT’S SQUIRREL alternate master 3:01
FRENCH EP, Polydor 27 791, released November 1966.
22. I FEEL FREE alternate mix 2:48
23. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ alternate master 1:50
24. N.S.U. 2:44
25. FOUR UNTIL LATE 2:06
FRENCH EP, Polydor 27 798, released November 1966.

[CD2]
FRESH CREAM Stereo Album
1. N.S.U. 2:45
2. SLEEPY TIME TIME 4:23
3. DREAMING 2:01
4. SWEET WINE 3:20
5. SPOONFUL 6:31
6. CAT’S SQUIRREL 3:08
7. FOUR UNTIL LATE 2:08
8. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ 4:43
9. I’M SO GLAD 3:59
10. TOAD 5:12
Session recordings – stereo mixes:
11. I FEEL FREE 2:52
12. WRAPPING PAPER 2:25
13. THE COFFEE SONG 2:48
New stereo mixes:
14. I’M SO GLAD (NEW STEREO MIX) 3:59
15. N.S.U. (NEW STEREO MIX) 2:48
16. WRAPPING PAPER (NEW STEREO MIX) 2:43
17. THE COFFEE SONG (NEW STEREO MIX) 3:06
18. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ (FIRST VERSION – NEW STEREO MIX) 4:53
19. SPOONFUL (FIRST VERSION – NEW STEREO MIX) 5:57
20. TOAD (NEW STEREO MIX) 5:12
All new stereo mixes previously unreleased.

[CD3]
FRESH CREAM Early versions, outtakes and alternate mixes:
1. THE COFFEE SONG early version 2:54
2. YOU MAKE ME FEEL session outtake 2:41
3. BEAUTY QUEEN session outtake 2:38
4. WRAPPING PAPER early version 1:05
5. CAT’S SQUIRREL early version 2:27
6. I FEEL FREE early version 3:08
7. I FEEL FREE mono mix with no lead vocal 2:51
8. I FEEL FREE alternate mono mix 2:50
9. SWEET WINE early version 3:07
10. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ early version 4:35
11. TOAD early version 4:19
All tracks previously unreleased except “You Make Me Feel” which was first released
on the box set Those Where The Days, Polydor 314 539 000-2, in September 1997.

THE BBC SESSIONS (November 1966 – January 1967):
BBC Light Programme “Saturday Club” session
Recorded at the Playhouse Theatre, London, 8th November 1966:
12. SWEET WINE 3:28
13 ERIC CLAPTON INTERVIEW 0:54
14. WRAPPING PAPER 2:31
15. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ 3:04
16. SLEEPY TIME TIME 3:16 previously unreleased
17. STEPPIN’ OUT 1:50

BBC Home Service “Guitar Club” session
Recorded at BBC Studio 2, Aeolian Hall, London, 28th November 1966:
18. CROSSROADS 1:55
19. STEPPIN’ OUT 2:34 previously unreleased

BBC World Service “R & B Club” session
Recorded at BBC Maida Vale Studio 4, London, 9th December 1966:
20. CAT’S SQUIRREL 3:43
21. TRAINTIME 2:56
22. I’M SO GLAD 4:24
23. LAWDY MAMA 1:54

BBC Light Programme “Saturday Club” session
Recorded at the Playhouse Theatre, London, 10th January 1967:
24. ERIC CLAPTON INTERVIEW 2 0:48
25. I FEEL FREE 2:55
26. N.S.U. 2:57
27. FOUR UNTIL LATE 1:54

[Blu-ray Audio]
FRESH CREAM US Stereo Album in 24/96 Hi Resolution Audio:
1. I FEEL FREE 2:52
2. N.S.U. 2:45
3. SLEEPY TIME TIME 4:23
4. DREAMING 2:01
5. SWEET WINE 3:19
6. CAT’S SQUIRREL 3:08
7. FOUR UNTIL LATE 2:08
8. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ 4:43
9. I’M SO GLAD 3:59
10. TOAD 5:12

Stereo bonus tracks:
11. SPOONFUL 6:32
12. WRAPPING PAPER 2:25
13. THE COFFEE SONG 2:49

FRESH CREAM US Mono Album in 24/96 Hi Resolution Audio:
14. I FEEL FREE 2:48
15. N.S.U. 2:44
16. SLEEPY TIME TIME 4:20
17. DREAMING 2:00
18. SWEET WINE 3:19
19. CAT’S SQUIRREL 3:00
20. FOUR UNTIL LATE 2:08
21. ROLLIN’ AND TUMBLIN’ 4:45
22. I’M SO GLAD 3:58
23. TOAD 5:13

Mono bonus tracks:
24. SPOONFUL 6:33
25. WRAPPING PAPER 2:28
26. THE COFFEE SONG 2:54

Il prezzo, molto indicativamente, sarà tra i 50 e i 60 euro.

Direi che è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Per Ricordare Uno dei Grandissimi :Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte II

lou reed the rca arista album collection box

Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

Berlin (1973): quando tutti si aspettano un bis di Transformer, Lou arriva con Berlin, un concept duro, drammatico e difficile, con testi che parlano di violenza, droga e morte, un disco all’epoca ferocemente criticato. Prodotto da Bob Ezrin, e con sessionmen come Jack Bruce, Stevie Winwood e la fantastica coppia di chitarristi Steve Hunter e Dick Wagner, Berlin è stato col tempo rivalutato, ed oggi è considerato uno dei capolavori reediani, a partire dalla gelida title track (molto diversa da quella su Lou Reed), passando per la potente Lady Day, alla struggente Men Of Good Fortune, alle due diverse Caroline Says (la seconda è una meraviglia), fino ai due capolavori assoluti: How Do You Think It Feels, rock ballad sontuosa con splendido assolo di Wagner, e l’angosciosa ma emozionante The Kids. Grande disco, anche se ostico.

Rock’n’Roll Animal (1974): se non ci fosse stato il Live At Fillmore East degli Allman Brothers Band, questo sarebbe il mio disco dal vivo preferito degli anni settanta, e quindi probabilmente di sempre. Registrato a New York, Rock’n’Roll Animal vede un Lou Reed in forma assolutamente strepitosa, accompagnato da una band da sogno (ancora Hunter e Wagner alle chitarre, Prakash John al basso, Pentti Glan alla batteria e Ray Colcord al piano), per un’esplosione elettrica che raramente è stata immortalata altre volte su disco. Solo cinque canzoni (di cui quattro dei Velvet), ma nella loro versione definitiva: la Sweet Jane più bella di sempre (imperdibile il boato del pubblico quando riconosce il famoso riff alla fine della lunga intro strumentale), una Heroin mai così agghiacciante, una devastante White Light/White Heat in versione boogie, una Lady Day che cancella persino quella di Berlin, ed il finale ad altissimo tasso elettrico con Rock’n’Roll. Qui cinque stelle sono pure poche.

Sally Can’t Dance (1974): uno dei dischi più immediati del nostro (è stato anche l’unico ad entrare nella Top Ten), che si apre e chiude con due straordinarie ballate, Ride Sally Ride e Billy, e presenta brani come l’ottimo rock’n’roll Animal Language, la raffinata e suadente Baby Face, la controversa, ma musicalmente ineccepibile, Kill Your Sons e la potente title track, con grande uso di fiati, quasi un brano southern. Un lavoro più che buono, anche se inevitabilmente inferiore sia a Transformer che a Berlin.

Metal Machine Music (1975): il più sonoro vaffanculo di un artista verso la sua casa discografica (che si limitava a chiedere un disco come da contratto), ma anche un atto poco rispettoso verso i fans, Metal Machine Music è un esperimento di noise music lungo più di un’ora (in origine era un doppio LP), ottenuto mediante il feedback della chitarra ed altre diavolerie tecnologiche. Un disco inascoltabile, si fa fatica ad arrivare a due minuti, figuriamoci i 64 totali, anche se c’è da dire che Lou pagherà in prima persona questa specie di scherzo. Non date retta ai critici snob che negli ultimi anni hanno tentato di rivalutarlo: Metal Machine Music era e rimane una solenne e rumorosa ciofeca.

Coney Island Baby (1976): dopo il disastro del disco precedente, la RCA ordina a Lou di tornare in studio e registrare un disco rock, e lui, unico caso in carriera, obbedisce (forse aveva capito che non poteva tirare oltremodo la corda): il risultato è Coney Island Baby, uno dei suoi migliori album in assoluto. Un disco solido, asciutto (anche nelle ballate), diretto e vigoroso, che ci fa ritrovare un Lou Reed tirato a lucido, con canzoni come la splendida Crazy Feeling, orecchiabile come poche altre volte, la soave Charley’s Girl, quasi un rifacimento di Walk On The Wild Side, la fluida She’s My Best Friend, dallo strepitoso finale chitarristico, e due classici assoluti come Kicks, con il suo progressivo crescendo, e la stupenda title track, una sontuosa ballata, tra le più belle mai messe su disco da Lou. Nella mia top three di dischi reediani (in studio) dopo Transformer e New York.

Rock And Roll Heart (1976): un album poco considerato (anche a posteriori), in quanto ha la sfortuna di essere “schiacciato” in mezzo a due pezzi da novanta come Coney Island Baby ed il successivo Street Hassle, e che fallirà addirittura l’ingresso nella Top 50 (Lou sta in parte ancora pagando l’affronto di Metal Machine Music). Il disco in certi momenti è persino leggero e fruibile (alla maniera del nostro, ovviamente), con brani corti e diretti come l’allegra I Believe In Love, o il rock’n’roll di Banging On My Drum, pura adrenalina, o ancora You Wear It So Well e Ladies Pay, due ottime ballate pianistiche, dai toni epici la prima (e con Garland Jeffries ai controcanti), più distesa e rilassata la seconda. Per non dire della deliziosa title track, in cui Lou canta in maniera rigorosa; il resto è piuttosto nella norma, facendo di Rock And Roll Heart un disco di facile ascolto ma alla lunga privo di brani che facciano la differenza.

Street Hassle (1978): altro grande disco, duro (nei testi), poetico, crudo, urbano, che concede poco all’ascoltatore occasionale. La parte del leone la fa sicuramente la lunga title track, una mini-suite in tre movimenti, una delle migliori prove di songwriting del nostro, pur se di difficile assimilazione (e con un cameo vocale non accreditato di Bruce Springsteen, che stava registrando Darkness On The Edge Of Town nello studio accanto). Altri highlights dell’album, che è stato registrato parzialmente dal vivo in Germania (pur con solo brani nuovi), sono la scintillante Gimme Some Good Times, che riprende volutamente il riff di Sweet Jane, il boogie sbilenco I Wanna Be Black, la folgorante (e quasi disturbante) Shooting Star. E gli perdoniamo l’insulsa Wait.

Live: Take No Prisoners (1978): l’unico doppio CD del box, questo live composto da dieci pezzi registrati al mitico Bottom Line di New York è spesso stato criticato per le lunghe parti parlate anche in mezzo alle canzoni, da parte di un Lou Reed insolitamente loquace ed estroverso, ma da qui a definirlo cabarettistico (ho sentito anche questa) ce ne vuole. Certo, non sarà Rock’n’Roll Animal, ma quando il gruppo suona il suo dovere lo fa alla grande, con eccellenti versioni di Sweet Jane, Satellite Of Love, Pale Blue Eyes (peccato il synth), una I’m Waiting For The Man riarrangiata blues, Coney Island Baby, ed anche una buona Street Hassle ed una I Wanna Be Black nettamente meglio dell’originale, con un grande Marty Vogel al sax. Dall’altro lato, a corroborare le critiche, una Walk On The Wild Side tirata per le lunghe e che non arriva mai al dunque.

Fine parte 2

Marco Verdi

Il Più Grande Bassista Della Storia Del Rock, E Anche Il Chitarrista Non Era Male! Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road

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Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road – Ruf/Ird CD+DVD 

Jack Bruce è stato il più grande bassista della storia del rock: e questa è una cosa nota e anche piuttosto condivisa. E qui potrei fermarmi. Meno noto è il fatto che questo concerto sia la riproposizione da casa Ruf di Seven Moons Live, l’album dal vivo del 2009 che uscì sia in versione CD che DVD, divise. Ora l’etichetta tedesca (ri)pubblica questa nuova edizione del concerto in versione doppia, con l’aggiunta di un brano, She’s Not The One, nella parte video. Quelli erano stati anni turbolenti e dolorosi per Bruce: nel 2003, dopo anni di eccessi, gli fu diagnosticato un tumore al fegato, e nel 2004 subì un trapianto totale, che agli inizi gli diede problemi di rigetto, poi risolti, tanto che nel 2005 fu presente alla famosa reunion dei Cream alla Royal Albert Hall.. Poi il musicista proseguì la sua frenetica serie di impegni e nel 2007 rinnovò anche la collaborazione con Robin Trower, grande chitarrista londinese, noto ai più per la sua militanza nei Procol Harum, ma autore anche di una lunga serie di album solisti, che gli valsero l’epiteto di “erede” di Jimi Hendrix, per il suo stile “sognante” e ricco di tecnica, ammirato moltissimo da Robert Fripp, che lo considerava un maestro e ha addirittura preso delle lezioni da lui.

Come dicevo un attimo fa, Trower e Bruce si erano già incontrati una prima volta tra il 1981 e il 1982, quando registrarono due album in coppia, B.L.T. e Truce. Nel 2007 esce Seven Moons, disco che li vede affiancati dal grande batterista (ma anche tastierista) Gary Husband, uno che abitualmente suona nei 4Th Dimension di John Mclaughlin, ma ha collaborato anche con Allan Holdsworth, Mike Stern, i Level 42 (?!?) e tantissimi altri che sarebbe lunghissimo elencare. Quindi per tutti e tre i musicisti, l’arte della collaborazione è un fattore importante nel proprio fare musica, come pure la capacità di fondere vari generi: Bruce ha iniziato nel gruppo di Graham Bond, tra jazz e blues, poi brevemente nei Manfred Mann e nei Bluesbreakers di Mayall, l’avventura dei Cream dove ha rivoluzionato il modo di fare rock, introducendo l’improvvisazione del jazz, e inventando di fatto il power trio, di nuovo jazz con Tony Williams Lifetime, Carla Bley, Kip Hanrahan, in mezzo una carriera solista eccelsa, con mille rivoli e deviazioni che lo hanno portato a riprovare il trio rock-blues con West, Bruce & Laing e il quintetto con Carla Bley, Ronnie Lehay e Mick Taylor, ma anche lo stile big band, le contaminazioni con la world music e mille altre avventure.

Ma secondo me il genere dove eccelleva è sempre stato il rock-blues, il suo saper improvvisare in libertà, confrontarsi con un chitarrista e un batterista, all’interno anche di brani dalla struttura classica, ovvero belle canzoni, per poi improvvisamente partire verso la stratosfera del rock, quando incontrava dei musicisti ai suoi livelli tecnici. E Trower e Husband lo sono entrambi; in questo concerto registrato nella bella sala da teatro De Vereeniging di Nijmegen in Olanda, il 28 febbraio del 2009, una delle ultime occasioni per ascoltare Jack Bruce (che come ricorda lui stesso nel corso del concerto, aveva avuto di nuovo dei problemi di salute tanto da fargli esclamare che non solo era contento di essere in quel teatro a suonare, ma lo era in assoluto, per il fatto di essere ancora vivo) al massimo delle sue capacità: i brani vengono in gran parte da Seven Moons, 10 in totale, tutti meno uno, firmati, da Bruce e Trower, più Carmen da B.L.T. e tre pezzi dei Cream, che sono le chicche assolute del concerto.

Robin Trower non è Clapton, ma è assolutamente un suo pari, molto statico sul palco, a causa del suo continuo uso della pedaliera quasi costantemente in modalità wah-wah, ma anche con altri effetti che gli consentono quel suo stile sognante ed energico al tempo stesso, approccia i soli di Sunshine Of Your Love (con un Jack Bruce prodigioso al basso), White Room e Politician in modo originale, ma anche rispettoso degli originali, se mi passate il bisticcio. Bruce canta in tutto il concerto, ed è in gran forma vocale, a dispetto dei problemi di salute, tra blues, rock, musica d’autore e grandi canzoni, con punte di eccellenza nell’iniziale Seven Moons, nella sincopata Lives Of Clay, che ricorda moltissimo i pezzi dei Cream, nella sospesa Distant Places Of The Heart, quasi jazzata, in Carmen, una delle tipiche “ballate” di Jack, in Just Another Day, con un grande Trower, ai vertici del suo hendrixismo (se mi passate il termine), come pure in Perfect Place, dove il wah-wah fluisce in modo magnifico, e ancora nello slow blues di Bad Case of Celebrity e nella minacciosa e potente Come To Me. Praticamente in tutto il concerto dove i tre (anche Husband è formidabile) dimostrano che il rock è ancora un’arte viva e vegeta, se suonata da grandi interpreti.                  

Bruno Conti   

Odiava I Soundcheck, Ma Non Questo! Leslie West – Soundcheck

leslie west soundcheck

Leslie West – Soundcheck – Mascot/Provogue 

Quest’anno sono cinquanta anni dagli esordi di Leslie West con i Vagrants, e il musicista newyorkese ad ottobre festeggia anche i 70 anni e questa nuova uscita, la terza per la Mascot/Provogue usa la solita formula degli ultimi tempi, ricca di ospiti, e con un misto di brani nuovi e cover di canzoni celebri. Diciamo subito che è un buon disco, non un capolavoro, un onesto album di hard rock-blues classico con alcuni detours inconsueti in altri generi, i tempi dei Mountain sono passati (ma la band in teoria esiste ancora), anche se il nostro amico spesso si affida ancora a quella “montagna” di suono che lo ha sempre caratterizzato, e sul lato chitarristico il classico timbro della Gibson di West si gode comunque appieno. Non per nulla Leslie è stato spesso citato come fonte di ispirazione da colleghi illustri tra cui Richie Blackmore, che ne ricorda l’importanza per lo sviluppo del sound di In Rock, ispirato dall’ascolto di Mississippi Queen, oppure Martin Barre, che ammette di avere preso qualche ideuzza per il celebre riff di Aqualung, senza dimenticare Pete Townshend, e qui è lo stesso West a ricordare di essere stato presente alle prime sessions ai Record Plant che poi hanno portato alla realizzazione di Who’s Next, con il leader degli Who che gli regalò una Les Paul Junior, utilizzata in quella occasione.

Proprio al sound di Who’s Next mi sembra si ispiri il primo brano di questo Soundcheck, Left By The Roadside To Die, che si apre con il suono ripetuto di un synth suonato da David Biglin, su cui si innesta una chitarra acustica anche in modalità slide, poi entra l’elettrica di Leslie West e il resto del gruppo, per un brano che sembra viaggiare su territori blues, proprio per l’uso della slide https://www.youtube.com/watch?v=Har0FeOeYWk . Anche Give Me One Reason rimane ancorata a questo suono blues, una strana scelta di cover, la prima del CD, un brano di Tracy Chapman che si trovava su New Beginning, scelto appositamente da Leslie West per la sua melodia che secondo lui ben si adattava all’assolo che aveva in mente di inserire nel pezzo, e stranamente tutto funziona, con gusto e misura. Here’s For The Party è uno dei brani più duri, a tutto riff, con il classico suono “grasso” della solista che si innesta sul groove solido della band che accompagna West, classico è anche l’assolo con il tipico vibrato del nostro, che è un po’ il suo marchio di fabbrica, sentito mille volte, ma in fondo è quello che ci si aspetta da lui. You Are My Sunshine, viceversa, è una scelta inconsueta: si tratta di un vecchio standard americano degli anni ’30 del secolo scorso, famosissimo, che di recente è tornato in auge, perché una versione cantata da Jamie Johnson e Shooter Jennings è stata utilizzata nella colonna sonora della serie TV Sons Of Anarchy https://www.youtube.com/watch?v=fo_szHx1_no , dove anche West l’ha sentita, decidendo di realizzare la sua versione, molto aderente all’originale, chitarre acustiche e archi sintetici, ma anche le elettriche di West e dell’ospite Peter Frampton che lavorano di fino per creare un brano di pura atmosfera https://www.youtube.com/watch?v=weLUkI302-g .

Empty Promises Nothing Sacred è un tributo alla musica degli AC/DC, un incontro tra titani del riff-rock che crea un’altra montagna di suoni e soli in libertà. Ulteriore cambio per A Stern Warning, un brano strumentale per sola chitarra acustica che mescola spunti classici, modali, folk e blues un po’ come faceva il Jimmy Page dei primi Zeppelin, grande pezzo e grande tecnica. Non male pure la versione di People Get Ready, celeberrimo brano soul di Curtis Mayfield, famoso anche nella versione di Jeff Beck, a cui si avvicina questa rilettura, comunque rispettosa e piacevole, con l’immancabile lirica serie di soli a valorizzarla, dedicata alla memoria del vecchio road manager dei Vagrants https://www.youtube.com/watch?v=R727FcEs-MQ , mentre Going Down è proprio il classico pezzo di Don Nix, anche questo associato a Jeff Beck, ripescato da una registrazione di dieci anni fa dove suonano Max Middleton alle tastiere, David Hood al basso, Bonnie Bramlett alle armonie vocali e la seconda chitarra solista è quella di Brian May, bellissima versione, degna dei migliori Mountain. Prosegue la serie dei “recuperi” con l’omaggio a Ben E. King, scomparso di recente, con una bella versione acustica di Stand By Me, dove la voce femminile è quella di una 16enne sconosciuta, tale Ariela Pizza (giuro!), figlia di un amico di Leslie, che comunque se la cava più che bene. C’è anche una cover di Eleanor Rigby, che in pratica è un assolo di basso fretless di Rev Jones e per concludere, quella che è forse la chicca del disco, una versione dal vivo di Spoonful, con Jack Bruce al basso e alla voce e Leslie West che fa il Clapton della situazione, tributo riuscitissimo all’amico scomparso, preso da un vecchio nastro anni ’80 che esce dalle nebbie del tempo, intatto e ruspante, come il buon Leslie https://www.youtube.com/watch?v=T0XRvwE32LA !

Bruno Conti    

Un Altro Arzillo 70enne! Robin Trower – Something’s About To Change

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Robin Trower – Something’s About To Change – V12 Records/Cadiz/Ird

Robin Trower è da sempre giustamente considerato uno dei migliori epigoni hendrixiani, ma anche per lui il tempo passa (quest’anno, proprio il 9 marzo, giorno di uscita dell’album, ha compiuto 70 anni) e la formula, nonostante la promessa del titolo che Something’s About To Change, rimane più o meno quella e alla lunga comincia a mostrare la corda. Intendiamoci, Trower è sempre un fior di chitarrista, tra i più bravi ed eclettici in ambito blues-rock o rock-blues, come preferite, uno degli “originali” e il suo sound ha sempre quella particolare aura sognante che in dischi come Bridge Of Sighs o Twice Removed From Yesterday, e in generale tutta la produzione anni ’70, anche grazie alla presenza di James Dewar, bassista, ma soprattutto cantante dalla voce maschia e profonda, rimane uno degli output più interessanti di quell’epoca ricca di grandi chitarristi di valore, nei migliori anni del rock inglese. Ma Dewar non c’è più dal 1983 e Robin ha provato, nel corso degli anni, riuscendoci in parte, a sostituirlo, per esempio con Jack Bruce, insieme a cui ha registrato tre album più un live, l’ultimo dei quali Seven Moons Live appunto, nel 2009.

 

Per il resto però, da qualche anno in qua, Robin Trower ha assunto anche il ruolo di cantante e bisogna dire che spesso, per usare un eufemismo, fa rimpiangere i suoi predecessori illustri, dal grande Gary Brooker, nei Paramounts e nei Procol Harum, ai citati Dewar e Bruce; ora, nel nuovo album, anche questo pubblicato a livello indipendente dalla propria etichetta, il musicista inglese ha assunto pure il ruolo di bassista, facendosi affiancare da Chris Taggart, buon batterista di settore, già presente nel precedente Roots And Branches, dove Trower andava ad esplorare anche il passato, con varie cover interessanti, e la presenza, all’organo di Luke Smith, musicisti non  in grado di mascherare il fatto che  il materiale, tutto scritto da Trower, sia spesso (leggi quasi sempre) non all’altezza dei brani delle epoche più fertili. Ogni tanto il vecchio leone dà ancora la sua zampata, soprattutto in quelle particolari blues ballads dalle atmosfere sognanti e spaziali, da sempre suo marchio di fabbrica, per esempio Dreams That Shone Like Diamonds, quasi alla JJ Cale nel suo applicare la formula della sottrazione di volumi e violenza chitarristica, a favore di poche note ma ben piazzate e con un sound limpido e ben delineato https://www.youtube.com/watch?v=jTHtBIWAA_8 .

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Altrove il vecchio amore per Hendrix è ancora presente, come nella energica title-track iniziale, con il suo rock-blues sincopato e percorso da violente scariche della solista, o nel mid-tempo che vorrebbe essere sognante, ma suona un filo risaputo, di Fallen, dove il lavoro, comunque eccellente, della solista, non è sufficiente a coprire il cantato quasi alla camomilla di Trower. A questo punto meglio affidarsi al vecchio blues, che non tradisce mai, come nello slow, Good Morning Midnight, dove il nostro ci regala un bel solo di ottimo spessore tecnico, ma forse poco brilante nel feeling e nella passione. Lo stile è quello solito, Strange Love è un altro lento, ma il cantar parlando di Robin a lungo andare può essere veramente irritante https://www.youtube.com/watch?v=VqhWAVx1Jb0 e non so se i seguaci di questa musica si potranno accontentare solo del suo lavoro alla chitarra, per quanto impeccabile, qualche riff più mosso in The One Saving Grace, ma il wah-wah, che era un altro dei suoi tratti caratteristici è latitante e molte delle canzoni sinceramente non le ricordo neppure. Giudizio di stima, ma mi sa che la prossima volta dovrà cambiare veramente qualcosa, il chitarrista va bene, magari il cantante!

Bruno Conti

“Grandi” Nomi Ma Piccoli Risultati. Chris Spedding – Joyland

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Chris Spedding – Joyland – Cleopatra Records

Chris Spedding è stato uno dei protagonisti del rock inglese negli anni ’70, anzi era già in pista sul finire dei Sessanta, prima nei Battered Ornaments di Pete Brown e poi nella sua prima opera discografica nel Frank Ricotti Quartet con Our Point Of View. Però la sua fama gli deriva soprattutto dal fatto di avere suonato in due dei dischi più belli del Jack Bruce solista, Songs For A Taylor e Harmony Row, immancabili in ogni discoteca che si rispetti, e di essere stato presente nella realizzazione del primo disco dei Nucleus, Elastic Rock, uno dei primi esempi del jazz rock britannico, influenzato dalla svolta elettrica di Miles Davis. Sempre nel 1970 registra il suo primo album strumentale Songs Without Words, uscito solo in Giappone ed Europa, e dimostrando la sua profonda ecletticità partecipa ad un paio dei migliori album di Nilsson, al disco solista di Chris Youlden dei Savoy Brown e fonda gli Sharks, con l’ex bassista dei Free Andy Fraser. Tutti dischi che fanno curriculum ma non sono rimasti nella storia del rock.

chris spedding pearls Chris Spedding

Anche gli altri dischi usciti in quel periodo, tra cui uno, Only Lick I Know con Alan Parsons,  allora ingegnere del suono nei famosi Abbey Road Studio. Nel 1975 esce un album omonimo che contiene la prima versione di quella che diventerà la sua canzone simbolo, Guitar Jamboree https://www.youtube.com/watch?v=QqpJj2H5Tq0  (forse non avevamo detto che suona la chitarra), una sorta di excursus negli stili dei grandi solisti del rock, un po’ come faceva Alvin Lee nei medley contenuti nei suoi brani più celebri, dove venivano citati i licks di questi grandi chitarristi. Collaborazioni con Brian Eno, Roxy Music, Sex Pistols (!?), John Cale, Roy Harper, ma anche i Wombles di Mike Batt, dove suonava vestito da animale di pelouche e altre amenità, prima di approdare sul finire della decade ad un lungo sodalizio con Robert Gordon in sostituzione di Link Wray. Senza approfondire ulteriormente (ma ha suonato anche in Raindogs di Tom Waits e in due dischi anni ’90 di Willy DeVille, Big Easy Fantasy e Loup Garou) Chris Spedding “è stato” soprattutto un gregario (per quanto grande) ed i suoi dischi solisti non sono mai stati particolarmente memorabili. Quindi una “preda” ideale per la Cleopatra, specializzata nel ripescaggio di personaggi non dico bolliti ma spesso dimenticati dal grande pubblico. E cosa ti hanno pensato per questo album Joyland? Perché non lo affianchiamo con alcuni nomi celebri del (suo) passato? Idea anche non peregrina, il problema è che il risultato, come spesso succede con i dischi dell’etichetta californiana, vedi i loro tributi, è molto altalenante a dir poco. Questo è il motivo per cui mi sono incentrato soprattutto sul passato: comunque il disco, spesso bruttino, nonostante gli eccellenti musicisti utilizzati, basta ricordare Andy Newmark e Martin Chambers dei Pretenders, che si alternano alla batteria, Johnny Marr degli Smiths e Andy Mackay dei Roxy Music, al sax.

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Proprio il brano con il buon Andy, una cover di Pied Piper (la “nostra” Bandiera Gialla) è quanto di più pacchiano mi sia capitato di ascoltare da lungo tempo, ma anche lo pseudo country-rockabilly di Cafe Racer con Glenn Matlock dei Sex Pistols, non è memorabile, per quanto tra le meno peggio. Quasi sempre nei brani ci sono sprazzi di classe chitarristica di Spedding, ma il recitato dell’attore Ian McShane nell’iniziale Joyland non si può sentire https://www.youtube.com/watch?v=X-TEjxbisls . Fa eccezione una poderosa Now You See It con un gagliardo Arthur Brown alla voce https://www.youtube.com/watch?v=B0XlLrZuqns , ma in Gun Shaft City una sorta di desertic blues di stampo americano Bryan Ferry non sembra molto a suo agio e anche il duetto strumentale con Marr in una Heisenberg che oscilla tra musica gitana e atmosfere country-morriconiane mi ispira un bel bah! Brividi non di piacere, anche in I Still Love You dove la bella voce di Robert Gordon viene ingabbiata e sommersa in una costruzione di batterie elettroniche e coretti irritanti https://www.youtube.com/watch?v=k35WMorFXZA . Anche la collaborazione con Steve Parsons (il vecchio Snips degli Sharks), Shock Treatment  vorrebbe essere “moderna” ma è una palla. E pure l’altro vecchio pard, Andy Fraser, al di là di qualche giro di basso, non fa un gran figura, meglio nel rock ribaldo di Message For Stella https://www.youtube.com/watch?v=Fcuu-nH_I2U   Non so chi sia Lane, una piacevole vocalist femminile, ma il suo duetto con Spedding in I’m Your Sin è uno dei rari momenti positivi del disco https://www.youtube.com/watch?v=YHr6SWAoIk8 . Stendendo un velo pietoso sulla conclusiva Boom Shakka Boom vi lascerei con un bel mah ?!?.

Bruno Conti      

Jack Bruce 1943-2014. Una Vita Nelle Sette Note, Per Il Più Grande Bassista Nella Storia Della Musica Rock!

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John Symon Asher “Jack” Bruce 14 May 1943, Bishopbriggs – 25 October 2014, Suffolk

Quello che non vorresti scrivere mai: un ricordo di quello che è stato sicuramente (non certo per il mio giudizio, ma lo hanno detto tutti dal Sunday Times al collega Roger Waters, e io mi accodo) il più grande bassista della storia del rock, virtuoso prodigioso ma anche musicista, cantante ed autore di grandissima qualità, un camaleonte della musica che ha saputo suonare qualsiasi genere, dal jazz al Blues, al rock (inventando il power trio e l’arte della improvvisazione, con i Cream, il primo supergruppo), e poi ripercorrendoli tutti in una carriera, durata oltre cinquanta anni, dove ha saputo dare tantissime emozioni agli amanti della musica di buona qualità, quella libera dagli schemi e dalle imposizioni del mercato. Non avevo pronto, come le redazioni di giornali e quotidiani, quello che si chiama un “coccodrillo”, e per non dire le stesse cose che diranno molti altri (anche se le ho appena dette poche righe fa) ho deciso di fare una sorta di storia in immagini, copertine di dischi e video della vita di Jack Bruce, bruscamente conclusa ieri 25 ottobre nella sua casa nel Suffolk, in Inghilterra, circondato dalla seconda moglie Margrit, dai quattro figli e da una nipote, probabilmente stroncato da quegli stessi problemi al fegato che già nel 2003, a causa di un tumore al fegato (frutto di anni di stravizi e dipendenze) che lo costrinse ad un trapianto di organo, che evidentemente non è stata la soluzione definitiva ai suoi problemi di salute, ma gli ha consentito altri dieci anni di musica, compresa la reunion dei Cream del 2005, ma andiamo con ordine.

Gli anni ’60

Nel 1962, al contrabbasso, è già in una delle band più influenti dell’epoca, i Blues Incorporated di Alexis Korner, con Graham Bond all’organo, Dick Heckstall-Smith al sax e Ginger Baker alla batteria. Gli stessi musicisti, nel 1964, con John McLaughlin, chitarra, al posto di Heckstall-Smith, formano il Graham Bond Quartet, che diventerà la Graham Bond Organization, con Jack Bruce che passa al basso elettrico e McLaughlin che esce di formazione (ma le loro strade si incroceranno di nuovo).

Di questo periodo, a livello discografico, esiste questo bellissimo cofanetto quadruplo pubblicato dalla Repertoire

graham bond organization box

con il meglio della loro produzione, e una valanga di inediti e rarità. Nell’agosto del 1965 Jack se ne va e per un breve periodo raggiunge i Bluesbreakers di John Mayall, dove non apparirà nell’album omonimo, ma abbondanti tracce della sua presenza sono presenti nella versione Deluxe del CD

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Sempre alla fine del ’65 per un brevissimo periodo entra nei Manfred Mann, è il periodo di Pretty Flamingo e dell’album Mann Made Hits, con Paul Jones alla voce solista

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Nello stesso periodo incontra musicalmente per la prima volta Eric Clapton, nei tre brani incisi per la compilation della Elektra What’s Shakin, come Powerhouse e con la presenza di Steve Winwood, sotto lo pseudonimo di Steve Anglo. Pochi mesi e nascono i Cream, il primo grande Power Trio della storia del rock, in lizza con gli Experience di Jimi Hendrix per la palma del più grande, perché se il mancino di Seattle alla chitarra è stato insuperabile, la somma di Ginger Baker, Jack Bruce (che non si potevano sopportare già dai tempi di Graham Bond) e Eric Clapton, equivaeva alla potenza di una centrale termonucleare.

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Questi i quattro album ufficiali. con alcuni brani indimenticabili come White Room e Sunshine Of Your Love, firmati insieme a Pete Brown, poi collaboratore di lunga data di Jack Bruce.

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Escludendo le BBC Sessions, i due Live postumi li potete trovare in quel bellissimo cofanetto quadruplo Those Were The Days che contiene l’opera omnia dei Cream

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Alla fine di novembre, già previsto, ma sempre prezioso per gli amanti del vinile, uscirà un cofanetto con gli album originali in vinile

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Nel maggio del 2005 la band si riunisce per una serie di concerti preservati per i posteri in un doppio CD o in un doppio DVD. C’erano già state altre saltuarie riunioni, tipo quella per la Rock and Roll Hall Of Fame, ma in questa serie di concerti a Londra il trio è in forma stupenda, forse addirittura superiori alla macchina da guerra che erano alla fine degli anni ’60, con la classe e l’esperienza a sostituire la forza della gioventù. Quindi da avere, magari il video

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Questi sono i primi due album solisti a nome Jack Bruce, la sequenza cronologica è quella indicata nelle copertine, ma Things We Like, un album tutto strumentale di jazz, venne registrato prima, nell’agosto del ’68, quando Bruce in teoria era ancora nei Cream: con lui i vecchi amici John McLaughlin e Dick Heckstall-Smith, più un altro grande batterista, nella persona di Jon Hiseman, futuro Colosseum. Bellissimo Harmony Row, un disco bellissimo dove Jack suona spesso il basso e che contiene un’altra delle più belle canzoni scritta dalla coppia Bruce/Brown, quella Theme From An Imaginary Western, celebre nella versione dei Mountain, ma anche da tanti altri interpreti.

Gli Anni ’70

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La decade successiva inizia con la partecipazione al secondo album dei Tony Williams Lifetime (nel primo non c’era il basso), ancora con McLaughlin, Larry Young all’organo e il batterista di Miles Davis, Tony Williams, in una delle primissime formazioni di jazz-rock.

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Harmony Row, il disco del 1971 non ebbe lo stesso successo commerciale del primo album solista, ma per alcuni è forse il più bel disco solista di Bruce, ricco di ballate pianistiche dai toni morbidi ed autunnali, un album raffinatissimo da cantautore puro. E poi, per cambiare di nuovo, una ennesima avventura con un super Power Trio, West, Bruce & Laing, in compagnia dei due Mountain, vengono registrati tre dischi di onesto hard-rock, il migliore il primo Why Don’t Cha

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Finita l’avventura con il trio, nel 1974 Jack Bruce pubblica il suo quarto album da solista Out Of The Storm, molto bello, con Jim Gordon e Jim Keltner che si alternano alla batteria e Steve Hunter della band di Rock and Roll Animal di Lou Reed, alla chitarra. Proprio in Berlin di Lou Reed, Bruce aveva suonato quasi tutte la parti di basso, così come nella title-track del disco di maggior successo di Frank Zappa, Apostrophe, l’unico ad entrare nei Top Ten della classifiche americane nel 1974.

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Nel 1975 il nostro decide di supportare il disco Out Of The Storm con un tour dove con lui sono Mick Taylor alla chitarra e Carla Bley, alle tastiere, la nota jazzista con la quale aveva registrato la mitica jazz opera d’avanguardia Escalator Over The Hill. Da quella tournée uscirà un doppio CD dal vivo, Live ’75, ma solo postumo negli anni 2000.

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L’ultimo disco da solista degli anni ’70, con Tony Hymas alle tastiere e Simon Phillips alla batteria, esce nel 1977, mentre il seguito Jet Set Jewel viene rifiutato dalla sua etichetta dell’epoca, la RSO, e uscirà, sempre postumo, quando negli anni 2000 i suoi album vennero ripubblicati in CD, rimasterizzati e con bonus.

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Dagli Anni ’80 A Oggi, Una Selezione di Opere

Per concludere gli anni ’70 partecipa ad un tour con alcuni ex componenti della Mahavishnu Orchestra, il vecchio amico John McLaughlin e per la prima volta Billy Cobham, alla batteria. Di quella decade è uscito anche un bellissimo CD triplo che raccoglie le registrazioni con la BBC del periodo, con il titolo Spirit.

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L’opera prima degli anni ’80, a nome Jack Bruce And Friends, lo vede affiancato da Billy Cobham, il vecchio tastierista della E Street Band David Sancious e dal chitarrista Clem Clempson, ex Humble Pie e Colosseum

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Altro super trio rock (un formato che ricorre spesso) con i BLT, Bruce, Lordan e l’ex Procol Harum Robin Trower

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Nel 1983 iniziano le collaborazioni con il musicista latino-americano Kip Hanrahan, e alla fine della decade, dove c’erano state anche occasionali collaborazioni con Clapton, nel 1989 registra A Question Of Time con Ginger Baker, un ottimo disco, ristampato di recente in CD, dove appaiono anche Tony Williams e molti chitarristi, Allan Holdsworth, Vernon Reid, Albert Collins e Bernie Worrell alle tastiere.

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Nel 1993 collabora in una serie di concerti con il chitarrista irlandese Gary Moore e con Ginger Baker, viene registrato un doppio dal vivo Cities Of The Heart, che uscirà anni dopo e un ennesimo disco in trio BBM, Around The Next Dream, con i due musicisti citati.

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Nel 2001 esce un disco Shadows In The Air, piuttosto buono, dove suona con Bernie Worrell, Vernon Reid dei Living Colour, il trio di Kip Hanrahan, che produce anche l’album, che ha la caratteristica di contenere una nuova versione di Sunshine Of Your Love, con l’amico/nemico Eric Clapton, come per Baker, un rapporto difficile che però nel corso degli anni si è stabilizzato, come dimostrerà la reunion dei Cream, citata prima. Sempre per la produzione di Hanrahan in quegli anni esce un altro buon disco come More Jack Than God, dove oltre ai soliti Worrell e Reid, c’è anche Cozy Powell alla batteria.

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E quelli erano gli anni dei terribili problemi di salute che non gli impedivano di fare musica. Ricordiamo ancora l’ottima antologia in 6 CD Can You Follow, ricca di rarità ed inediti, uscita per la Esoteric nel 2008, per festeggiare il 65° compleanno di Jack Bruce.

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E per finire, giusto quest’anno, dopo undici anni di silenzio a livello discografico, ma non di musica, come abbiamo visto, esce Silver Reid, sempre per la Esoteric, con Cindy Blackman, Phil Manzanera, Uli John Roth, John Medeski, Bernie Marsden e Robin Trower, con cui aveva collaborato nel 2008 e 2009, in Seven Moons e Seven Moons Live

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Purtroppo la storia finisce qui, Riposa In Pace, Mister Jack Bruce, “il più grande bassista”, ma non solo, della storia del rock!

Bruno Conti

P.S. Scusate il ritardo, ma questo meritato “tributo” ha richiesto il suo giusto tempo, per essere redatto

E Il 28 Agosto Ne Escono Altri 12. Proseguono Le Ristampe Della Discografia Di Frank Zappa In CD!

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Dopo i primi 12 titoli pubblicati in data 31 luglio dalla Universal prosegue la ristampa del catalogo di Frank Vincent Zappa con altre dodici perle (beh non proprio tutte perle!) della sua produzione:

13) Waka/Jawaka (1972)

14) The Grand Wazoo (1972)

15) Over-Nite Sensation (1973)

16) Apostrophe (‘) (1974)

17) Roxy & Elesewhere (1974)

18) One Size Fits All (1975)

19) Bongo Fury (with Captain Beefheart) (1975)

20) Zoot Allures (1976)

21) In New York (1978) 2 CD

22) Studio Tan (1978)

23) Sleep Dirt (1979)

24) Sheik Yerbouti (1979)

Come vedete anche in questa seconda serie di ristampe dedicate soprattutto agli anni ’70 ci sono molti capisaldi dell’opera Zappiana e alcuni dei suoi dischi di maggiore successo commerciale (per la verità uno, l’ultimo). Comunque tanta buona musica e alcuni brani celeberrimi, cito a caso: Camarillo Brillo, Don’t Eat The Yellow Snow, Apostrophe (con Jack Bruce al basso), I’m The Slime, Dinah-Moe Humm, Stink-Foot, Inca Roads, Debra Kadabra, Cucamonga, Black Napkins, The Torture Never Stops, Zoot Allures, Titties and Beer, The Illinois Enema Bandit, I Have Been In You, Baby Snakes e tantissimi altri. Se per caso non li avete acquistati nelle precedenti edizioni qualche pensierino dovreste farlo per questo nuovo giro.

Ci risentiamo, presumo alla fine del prossimo mese, per la terza tranche di ripubblicazioni. Sono tutti gli album originali, come li aveva intesi Zappa, senza bonus e solo alcuni di loro hanno subito una ulteriore rimasterizzazione dopo quelle effettuate dalla Rykodisc negli anni ’90.

Per i “maniaci sessuali” di Zappa questo è il risultato di una ricerca svolta da alcuni fans assatanati per i primi 24 titoli (la lista degli altri 12 la trovate in questo Post) musica.%20bruno%20conti.%20discoclub.%20frank%20zappa :

Freak Out!: Same as the old CDs. The vinyl mix is on MoFo (either version).
Absolutely Free: A huge upgrade and a new transfer; the tape shows its age, but whatever. No more reverb!
We’re Only In It For the Money: Same as the 1995 CD.
Lumpy Gravy: Same as the 1995 CD (with the mono glitch, unfortunately).
Cruising with Ruben and the Jets: Same as the old CDs. The vinyl mix is on Greasy Love Songs.
Uncle Meat: Same as the old CDs (exception: those with the old Zappa Records disc will find this to be a slight upgrade, but any old Ryko would be the same upgrade). The vinyl version has not been on CD.
Hot Rats: Reverts to the original vinyl mix for the first time–essential. But keep your old disc for the remix.
Burnt Weeny Sandwich: New remaster; eliminates the reverb and restores the “Little House” intro. Get it!
Weasels Ripped My Flesh: New remaster, fixing (among other things) the bad right channel. Your old disc (any) is essential for some slightly extended versions.
Chungas’s Revenge: New remaster. Removes the digital reverb and fixes the right channel. Great!
Fillmore East, 1971: New remaster. Removes reverb and echo and restores “Willie the Pimp Pt. 2.”
Just Another Band from LA: New remaster. Removes reverb and fixes the stereo spectrum.
200 Motels: N/A; not yet available (nor obviously planned for release).
Over-Nite Sensation: We’re not sure yet.
Apostrophe: Reverts to the original stereo mix (all non-Au20 CDs are made from the quad mix with added processing). May be the Au20 transfer or may be a new digital transfer.
Roxy and Elsewhere: Same as the old CDs. Find a first-version Barking Pumpkin or a Zappa Records CD for the original mix of “Cheepnis,” which is replaced here by a remix.
One Size Fits All: Probably reverts to the original vinyl version (no added reverb), but we’re not sure yet; this may be the Au20 master.
Bongo Fury: Not sure yet, but probably reverts to the LP version (no added reverb, fixed right channel).
Zoot Allures: New remaster, probably; no more reverb and with the intro to “Disco Boy” restored.
Zappa In New York: iTunes samples suggest that this is the same as the previous CDs.
Studio Tan: We’re not sure yet, but scuttlebutt suggests a new master.
Sleep Dirt: New remaster. NO VOCALS, nor any Chad Wackerman. Keep your old disc for the “Hutchentoot” vocal tracks and the Regyptian remix.
Sheik Yerbouti: New remaster (we think) that fixes right-channel problems and restores I’m So Cute.

Mi è venuta voglia di risentirne qualcuno, alla prossima!

Bruno Conti