Lui Non Mi Fa Impazzire, Ma Stavolta Non E’ Malaccio! Eric Church – Mr. Misunderstood On The Rocks

eric church mr. misunderstood on the rocks

Eric ChurchMr. Misunderstood On The Rocks: Live And (Mostly) Unplugged – EMI Nashville EP/CD

Non sono un grande fan di Eric Church, country rocker del North Carolina in attività da poco più di dieci anni, ed oggi uno dei musicisti più popolari in USA, perlomeno in ambito country. Eric non era neppure partito male, esordendo con un discreto album di robusto country chitarristico (Sinners Like Me, 2006) e bissando tre anni dopo con l’altrettanto valido Carolina: peccato che, con l’aumentare delle vendite, Church sia scivolato disco dopo disco verso una musica sempre più commerciale, un country finto southern di grana grossa, ma in fin dei conti perfettamente allineato con quello che chiedono a Nashville. Il suo live album del 2013, Caught In The Act, era piuttosto buono, elettrico e roccato al punto giusto, ma sia The Outsiders che Mr. Misunderstood, i suoi due ultimi lavori in studio, non avevano certo le carte in regola per piacere a chi ama il vero country. Mr. Misunderstood tra l’altro ha venduto meno della metà del suo predecessore, segno che anche in America forse un certo tipo di musica fatta per le classifiche comincia a stufare: è forse per questo che Eric ha appena pubblicato un altro disco dal vivo, un EP con solo sette canzoni, che però si candida da subito come una delle sue cose migliori.

Mr. Misunderstood On The Rocks è intanto registrato nella suggestiva cornice del Red Rocks Amphitheatre in Colorado, un luogo capace di tirare fuori il meglio da chiunque, e poi Church sceglie di presentarsi in una veste spoglia, acustica al 90%, come recita il sottotitolo del CD. Non è da solo sul palco, anzi in un paio di brani c’è la sua band al completo, ma se si eccettua una occasionale chitarra elettrica, il suono è più intimo, più vero, meno legato alle sonorità dei dischi di studio; ed Eric si dimostra un buon performer, in grado anche di emozionare: peccato che il dischetto duri solo poco più di mezz’ora. Apre un medley decisamente interessante che, partendo dalla sua Mistress Named Music, tocca vari classici come Like A Rock di Bob Seger, Danny’s Song di Loggins & Messina, Willin’ dei Little Feat, Piano Man di Billy Joel (accolta da un’ovazione) e Troubadour di George Strait, il tutto eseguito solo con l’ausilio della chitarra acustica, ma senza rinunciare al feeling.

Con Chattanooga Lucy arriva la band, per una robusta canzone dal ritmo sostenuto e potente anche in questa versione stripped-down, con umori southern neanche troppo nascosti; Mixed Drinks About Feelings (bel titolo, molto Jimmy Buffett) vede il nostro in trio con il piano di Jeff Cease ed il controcanto femminile di Joanna Cotten, per una toccante ballata dalla melodia ulteriormente valorizzata dalla veste acustica (e che voce lei), mentre Knives Of New Orleans, ancora con Eric da solo sul palco, è comunque un pezzo con una certa vitalità. Kill A Word è ancora elettroacustica e con il gruppo al completo, maschia, vibrante e soprattutto privata delle diavolerie in studio per renderla commerciale; l’intensa Record Year, ancora in trio (ma con due chitarre ed il piano) e molto amata dal pubblico, conduce al brano conclusivo, una versione voce e chitarra (elettrica) del superclassico di Leonard Cohen Hallelujah, rilettura che tiene presente quella di Jeff Buckley ma rimane comunque personale e soprattutto sentita. Non sto dicendo che questo dischetto sia imperdibile, tutt’altro, ma se anche voi non siete estimatori di Eric Church sappiate che qui troverete solo la parte buona di lui.

Marco Verdi

Correva L’Anno 1967! Tim Buckley Splendido Inedito – Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions

tim buckley lady, give me your key

Tim Buckley – Lady, Give Me Your Key: The Unissued Solo Acoustic Sessions – Future Days Recordings/Light In The Attic

Nel corso dei lunghi anni intercorsi dalla scomparsa di Tim Buckley, avvenuta nel lontano 1975 a soli 28 anni (ebbene sì, per un pelo non è rientrato nel “club dei 27”), è uscito molto materiale d’archivio inedito, quasi sempre registrazioni dal vivo, a parte lo splendido The Dreams Belongs To Me. Rare And Unreleased 1968-1973, la versione doppia Deluxe del primo album omonimo dove c’era un intero CD di registrazioni inedite e anche Works in Progress un disco della Rhino, con versioni alternative di brani poi apparsi su Happy Sad, pubblicato nel 1999, e quindi a questo punto, dopo così tanti anni, forse più nessuno si aspettava un altro album di pezzi di studio, tra cui molte canzoni inedite in assoluto, il tutto inciso nel 1967, durante il lavoro di preparazione per il suo secondo album Goodbye And Hello. Anche se in tutti questi anni, giustamente, la leggenda di Tim Buckley non ha mai cessato di intrigare ed interessare sia i vecchi fans come le nuove generazioni: non male per un cantante il cui album di maggior successo, Happy Sad, arrivò solo fino all’81° posto delle classifiche di vendita americane.

Oddio, se proprio vogliamo, purtroppo, per molti dei più giovani Tim è solo il babbo di Jeff Buckley, quello che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce, e con la cui figura il figlio, solo negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, stava venendo per certi versi a confrontarsi ed accettarla. Ma, almeno secondo chi scrive, Tim Buckley è stato uno dei più grandi ed innovativi cantautori della storia del rock, in possesso di una voce incredibile (superiore a quella, pur eccellente di Jeff), definito l’uomo dalla voce d’angelo, in grado di spaziare dalle note più basse a falsetti incredibili, oltre a creare spericolate esplorazioni vocali ancora oggi spesso insuperate. Questo è quanto avevo scritto brevemente su di lui nell’estate del 2010, in un articolo cumulativo dove andavo alla ricerca di alcuni personaggi (e album) poco conosciuti della nostra musica http://discoclub.myblog.it/2010/07/23/qualche-consiglio-musicale-per-le-vacanze-kevin-welch-eric-a/. Forse la  sua storia non è del tutto nota, ma riassumento, molto succintamente: Buckley si avvicina alla musica nel 1965, quando era ancora alla High School ed iniziava a frequentare Mary Guibert, che sarebbe stata per un brevissimo periodo sua moglie, e poi la mamma di Jeff, nel 1966 viene notato da Jimmy Clark Black, che era il batterista delle Mothers Of Invention di Zappa, che lo presenta al loro manager Herb Cohen, il quale a sua volta lo mette in contatto con Jac Holzman, il boss della Elektra, che lo stesso anno lo manda in studio con Paul Rothchild, il produttore dei Doors, e con l’aiuto di alcuni musicisti sopraffini come Lee Underwood alla chitarra (che disse di lui “Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”), Jim Fielder al basso, Billy Mundi alla batteria, e il grande Van Dyke Parks alle tastiere (all’epoca impegnato con i Beach Boys), realizza un piccolo capolavoro folk-rock, l’omonimo Tim Buckley, con l’aiuto dell’amico e paroliere Larry Beckett. All’epoca Tim aveva solo 19 anni.

L’anno successivo, dopo l’ottimo successo di critica, ma volendo anche di pubblico, i dischi comunque all’epoca vendevano nell’ambito delle centinaia di migliaia di copie, Tim Buckley inizia la preparazione per il suo secondo album di studio Goodbye And Hello, incidendo una serie di demo solo voce e chitarra (ma questo lo scopriamo solo oggi) che non vedranno la luce fino alla pubblicazione di questo Lady, Give Me Your Key. Registrazione molto buona, a parte quelli, tre, su un acetato che era in possesso di Larry Beckett e che peraltro, a parte il fruscio del vinile, si sentono comunque bene: 13 brani in tutto, mai pubblicati prima in questa versione, sei dei quali appariranno poi con una strumentazione più complessa appunto su Goodbye And Hello  e sette canzoni inedite (due delle quali erano sbucate, in diversa versione, nelle varie compilations live e in studio uscite negli anni ’80 e ’90). Ed è un piacere ascoltare di nuovo la voce di un Tim Buckley, allora ventenne, nel pieno del suo sviluppo musicale, sviluppo che poi negli anni a venire avrebbe preso strade molto complesse, con dischi come Bllue Afternoon, Lorca Starsailor, per poi approdare, nel finale di carriera, prima della prematura scomparsa, al  funky-rock carnale e chitarristico di un disco come Greetings From L.A., che ho rivalutato nel corso degli anni https://www.youtube.com/watch?v=glbyJIaWOWw , e a dischi minori come Sefronia Look At The Fool, che però avevano alcune canzoni splendide, penso a Dolphins di Fred Neil su Sefronia.

La confezione è un elegante digipack, nel libretto interviste al paroliere Larry Beckett e a Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, che raccontano la genesi di questi nastri e parlano dell’uomo Tim Buckley al di là del mito. I primi quattro brani sono tra gli inediti del CD. solo voce e chitarra acustica come detto, ma la voce e il carisma già si percepiscono anche in questa dimensione folk: Sixface, subito scintillante, con quella voce inconfondibile e inconsueta che passa da un falsetto quasi estremo al suo tenore abituale, ci presenta un cantautore che già spingeva la sua ricerca vocale lontano da quella che era l’abituale approccio dei cantanti dell’epoca, accompagnamento di chitarra minimale ma grande intensità. Contact,  mossa e con continui cambi di tempo, ma con una melodia più accentuata, Lady, Give Me Your Key con Tim che scherza con il tecnico in studio prima di partire con il brano, un pezzo più complesso, dalla melodia tipica avvolgente dei suoi brani del periodo folk, con un testo leggermente mistico, ma sempre nell’ambito delle love songs anche ardite, mentre Once Upon A Time, come Contact, è un bozzetto, dal tempo incalzante, la chitarra quasi percossa, alla Richie Havens e la voce che spinge a lungo le note nel suo stile caratteristico, prima di esplodere nei suoi acuti quasi impossibili. Once I Was, lenta e solenne, è in una versione più lunga di quella che poi apparirà su Goodbye And Hello, la voce solenne ed intensa, magnifica per il modo in cui comunica con l’ascoltatore, rapito come il cantante.

I Never Asked To Be Your Mountain era uno dei centrepiece del disco del 1967, e  anche in questa versione, pur in una dimensione acustica, indica quella che sarà la futura svolta più complessa e all’avanguardia della musica di Buckley, con questa voce stentorea e decisa che ti colpisce per l’impeto e la veemenza che si percepiscono anche in un “semplice” demo. Anche Pleasant Street sarà presente in Goodbye And Hello, altra versione splendida dall’atmosfera sospesa che si anima improvvisamente a tratti, in questo stile acido e visionario, tipico del grande cantautore di Washington, DC, uno dei maestri dell’improvvisazione vocale nella musica folk e rock. Knight-Errant uno dei brani scritti con Larry Beckett, con il leggero fruscio dell’acetato dell’epoca che aggiunge solo ulteriore fascino a questo miracoloso ritrovamento di materiale inedito, è un’altra canzone che esplora il lato favolistico e mistico dell’opera di Tim, mentre la successiva Marigold, sempre dall’acetato di proprietà dello stesso Beckett, è un altro degli inediti assoluti, una sorta di folk-blues à la Buckley,meno esplosivo e più raccolto, ma sempre godibile nella sua “semplicità”, come pure una versione, cantata in un delicato semi-falsetto, della dolce Carnival Song. 

Mentre la successiva antimilitarista No Man Can Find The War, che apriva Goodbye And Hello, scritta con Beckett e che viene dal nastro di studio, non ha perso un briciolo della sua grinta e potenza, a quasi 50 anni dalla registrazione originale, magnifica. Alla fine del disco gli ultimi due inediti: I Can’t Leave You Lovin’ Me, incalzante e che nell’arrangiamento funky-rock di Greetings From L.A avrebbe fatto sfracelli. La conclusiva She’s Back Again è un’altra delle sue tipiche folk ballads degli inizi, urgente ed incalzante, come se Tim Buckley già presagisse che il tempo gli sarebbe sfuggito dalle mani in un non lontano futuro e quindi il presente era da vivere con intensità. Questo album non si trova facilmente, costa abbastanza caro, ma per gli amanti di Tim Buckley è indispensabile, e forse anche per gli altri.

Bruno Conti

Non Volevamo Una Giornata Ancora Più Buia! Si E’ “Spento” A Sorpresa Anche Leonard Cohen1934-2016

leonard cohen death

Il titolo del post paragrafa quello dell’ultimo disco del grande cantautore, poeta e scrittore canadese, uscito da meno di un mese, You Want It Darker, e mi è sembrato il modo migliore per commentare la morte di Leonard Cohen all’età di 82 anni, avvenuta il 7 Novembre (l’annuncio è stato dato solo oggi), e che va ad appesantire ulteriormente il bollettino di questo pesantissimo 2016.

La sorpresa del titolo riguarda però noi che non lo conoscevamo personalmente, secondo me lui se lo sentiva (o, forse, lo sapeva), visti i riferimenti neanche troppo velati ad una sua prossima dipartita nella missiva indirizzata alla sua ex musa ed amante Marianne Ihlen, scomparsa lo scorso Luglio ed alla quale aveva dedicato nel 1967 la bellissima So Long, Marianne, e soprattutto notando i testi cupi del suo album appena uscito, con un’aria di morte che aleggiava un po’ dappertutto, insieme a musiche altrettanto scure. Ma la notizia è comunque di quelle sconvolgenti, in quanto Cohen era uno dei maggiori songwriters mondiali, per il quale la parola “poeta” non era spesa invano: i suoi testi sono infatti sempre stati fra i più belli in circolazione, anzi secondo me nessuno scriveva canzoni d’amore come sapeva fare lui (ed il fatto che avesse sempre avuto un grande ascendente sulle donne non è un caso, secondo me sapeva parlare al sesso femminile come nessun altro), al punto che più di uno, quando hanno assegnato il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, ha asserito che anche Leonard lo avrebbe meritato.

Cohen era anche in possesso di una voce calda, profonda e suadente, migliorata tra l’altro col passare degli anni, e di un gusto melodico non comune, il tutto legato da una classe e raffinatezza senza eguali, che gli permetteva di affrontare qualsiasi tema con una leggerezza incredibile (anche la sua ironia era proverbiale, pari quasi al suo tocco poetico): non vedo, per esempio, chi altri se non lui avrebbero potuto parlare in una canzone di sesso orale (Chelsea Hotel) o anale (The Future) con una tale leggiadria, oppure porgere un testo agghiacciante come quello di First We Take Manhattan o apocalittico come quello della stessa The Future con un distacco simile, quasi avesse sempre un mezzo sorriso ironico pronto all’uso. I suoi dischi e la sua musica sono stati d’ispirazione per una serie interminabile di cantautori (anche in Italia, De Gregori e De André su tutti), fin dai primi album, la famosa trilogia Songs Of Leonard Cohen, Songs From A Room e Songs Of Love And Hate, che contenevano capolavori assoluti come Suzanne, Sisters Of Mercy, la già citata So Long, Marianne, Bird On The Wire (la cui prima frase è stata scelta da Kris Kristofferson come suo futuro epitaffio), la meravigliosa The Partisan, canto della resistenza francese riadattato da Leonard ed interpretato in maniera mirabile, Famous Blue Raincoat, Joan Of Arc.

Con il suo quarto album, il magnifico New Skin For The Old Cerimony del 1974, Leonard abbandona le sonorità spoglie dei primi tre lavori per una strumentazione più articolata (rock sarebbe un termine inadatto al nostro), ed al suo interno troviamo altri capolavori come la già citata Chelsea Hotel (che contiene una frase secondo me memorabile: We Are Ugly, But We Have The Music), Lover Lover Lover, la splendida Who By Fire (Leonard affrontava l’argomento della morte anche in gioventù), Take This Longing, ecc. Dopo un disco criticatissimo non per le canzoni ma per le pesanti orchestrazioni del produttore Phil Spector (Death Of A Ladies’ Man, un titolo che andrebbe bene per la giornata odierna), ecco il ritorno alle “sue” atmosfere con l’ottimo Recent Songs (1979), che non contiene superclassici ma è decisamente unitario e si apre con The Guests, uno dei suoi più bei testi in assoluto.

Negli anni ottanta solo due dischi, ma straordinari: Various Positions del 1984 e I’m Your Man del 1988, che ospitano futuri classici come Hallelujah, che oggi è diventato il suo brano più popolare grazie anche alle numerose cover versions, Jeff Buckley su tutte https://www.youtube.com/watch?v=y8AWFf7EAc4 , Dance Me To The End Of Love, futura apertura dei suoi concerti, If It Be Your Will, Everybody Knows, Ain’t No Cure For Love, Tower Of Song; tra l’altro nel secondo dei due album Leonard comincia ad utilizzare sintetizzatori e programmazioni, ma ancora una volta con grande gusto e misura, e senza mai risultare pomposo od invasivo. L’eccellente The Future del 1992 sarà il suo ultimo disco per anni, in quanto il nostro si ritirerà in meditazione zen e si prenderà cinque anni sabbatici (che poi diventeranno nove), ritornando nel 2001 con il discreto (e un po’ soporifero) Ten New Songs.

Gli ultimi anni di carriera diventano quasi frenetici, almeno per uno della sua età e che sempre stato tendenzialmente pigro, a causa di un grave problema con la sua ex manager, Kelley Lynch, che in sua assenza gli ha “mangiato” quasi tutti i risparmi, riducendolo praticamente sul lastrico: tre nuovi album di studio tra il 2004 ed il 2014 (Dear Heather, discreto, Old Ideas, molto bello, Popular Problems, splendido) e ben quattro dal vivo, tratti dalle sue lunghe tournée e con concerti di tre ore l’uno, tra i più belli degli ultimi anni (ancora mi ricordo la grandissima serata di qualche anno fa agli Arcimboldi di Milano): almeno Live In London e Live In Dublin, pur con le molte ripetizioni, sono imperdibili, grazie anche al gruppo strepitoso che accompagna il nostro sul palco, ma anche per gli esilaranti monologhi tra una canzone e l’altra, dove veniva fuori la sua geniale ironia.

You Want It Darker è storia recentissima (devo dire che il disco non mi ha convinto più di tanto, l’ho trovato un po’ “statico”, ma credo che necessiti di ulteriori ascolti): come d’abitudine, un po’ troppo frequente un questo 2016, voglio ricordare Cohen con una scelta personale, un brano che forse non è il suo più bello, di certo non è famosissimo, ma anche alla milionesima volta che lo ascolto mi fa venire la pelle d’oca.

Addio Lenny, ora potrai davvero cantare Hallelujah con gli angeli.

E salutaci Marianne…e anche Jeff.

Marco Verdi

Rock Meneghino, Ma Made In California! Jaselli – Monster Moon

jaselli monster moon

Jaselli – Monster Moon – Universal Music 

Ogni tanto, dopo anni di onorata carriera ai margini della industria discografica, suonando (e cantando) sempre con passione e senza cedere ai compromessi dei talent show o alle lusinghe della lingua italiana, ma accumulando esperienza attraverso molti concerti dal vivo e qualche disco (un paio) pubblicati a livello indipendente, ti capita la botta di fortuna, di una major che “compra il pacchetto” così come è, senza precondizioni, e ti fornisce, ovviamente, le possibilità di una esposizione ben diversa da quella più “carbonara” precedente. In questo nuovo album ci sono cambiamenti evidenti rispetto ai dischi precedenti di Jack Jaselli, diciamo che dal rock elettroacustico alla Jack Johnson, Matt Costa o anche alla Ben Harper di I Need The Sea Because It Teaches Me https://www.youtube.com/watch?v=3K3olVVhiLo  e in precedenza a derive anche più funky, sporche e meticciate, si passa a questo nuovo album che unisce le varie anime, grazie alla produzione “californiana” del disco, che è stato registrato proprio a Los Angeles la scorsa estate negli studi Fonogenic di Rami Jaffee e Ran Pink (produttore di grido con i Wallflowers di Jacob Dylan, Dave Grohl, Band Of Horses, Pete Yorn).

Ovviamente il sound è diventato più rock, “lavorato”, vicino alle sonorità dei nomi citati, ma si sentono anche echi dei vecchi U2, del rock classico americano, grazie alla presenza di musicisti italiani innamorati di questo tipo di musica che suonano nel disco, Max Elli, chitarrista, arrangiatore e polistrumentista, Nik Taccori alla batteria, entrambi conosciuti da chi scrive grazie alla militanza anche nei Fargo, altra band milanese in cui opera l’amico Fabrizio Friggione, vecchio collaboratore di Jaselli, che aveva cantato a sua volta nei loro dischi (e di cui è in uscita un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2016/06/20/fargo-nuovo-disco-invisible-violence-concerto-presentazione-al-rusty-garage-milano-il-23-giugno/?ref=HPn ). Diciamo che il disco ha un suono più “scuro”, tirato, decisamente rock, a tratti quasi da power trio (e infatti dal vivo appare ora al basso anche Chris Lavoro, sempre del giro Fargo), ma con agganci a quel rock americano mainstream che non ci si aspetterebbe da una band italiana. In effetti il fatto che si sia passati da un cantautore con gruppo al seguito ad una band, Jaselli, fatta e finita, è abbastanza palese: come dimostrano l’iniziale This City, una violenta botta di rock adrenalinico molto riffato, che potrebbe far pensare ai Foo Fighters, se non fosse per la voce potente ed espressiva di Jack, che rimanda anche al Bono degli U2 citati prima, I’m The Wolf più bluesata e con intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, sempre pronta a scatenarsi in improvvise aperture rock, mentre Kintsukuroi è più atmosferica, raffinata, una bella ballata di “moderno” folk rock con una produzione molto complessa e ricca nei suoni e negli effetti (forse anche troppo, per i miei gusti), con un synth quasi alla PFM anni ’70.

The Road parte come un brano acustico e raccolto e poi accelera in un crescendo rock, con un lavoro ritmico eccellente di Taccori e delle chitarre di Elli, poi ribadito nella corale The End, il singolo dell’album, molto radiofonico grazie ad un refrain che rimane facilmente in testa, con Brightest Angel che rimanda al Jaselli cantautore più intimo e raccolto. Ma il rock tirato riprende il sopravvento nella chitarristica title track Monster Moon, per poi virare verso un brano quasi country-folk come la dolce One At A Time, dove una lap steel sognante quasi rimanda a Jeff Buckley; Hey Lorraine, con violino e organo aggiunti forse è di nuovo troppo “carica” di quel suono californiano attuale, un po’ di maniera, a tratti falsamente epico. My Baby è quasi una ninna nanna o una serenata elettrica e Good Goodnight una deliziosa traccia più intima con due chitarre acustiche ad incorniciare la bella voce di Jack Jaselli. Ebbene sì, sono italiani per caso, americani nel cuore e pure bravi.

Bruno Conti                                                                                                                                                                               

Una Bella Dose Di Rock And Roll Non Fa Mai Male! Willie Nile – World War Willie

willie nile world war willie

Willie Nile – World War Willie – River House Records/Blue Rose/Ird

Partiamo da un fatto assodato: Willie Nile (nome d’arte di Robert Anthony Noonan), rocker di Buffalo, ma trapiantato a New York, nel corso di 36 anni di attività non ha mai sbagliato un disco, anche se ne ha incisi appena una decina, sebbene le premesse di inizio carriera fossero ben diverse dallo status di cult artist al quale è ormai ancorato. Infatti il suo omonimo esordio del 1980, un disco di pura poesia rock’n’roll tra Byrds, Bob Dylan, punk e Lou Reed, era una vera e propria bomba, un album che personalmente avrei giudicato il migliore di quell’anno se un certo rocker del New Jersey non avesse pubblicato un doppio intitolato The River: il suo seguito, Golden Down (uscito l’anno seguente), non aveva la stessa forza, ma era comunque un gran bel lavoro, e lasciava presagire l’ingresso di Willie nell’olimpo dei grandi.

Poi, all’improvviso, ben dieci anni di silenzio, pare dovuti a beghe contrattuali con l’Arista e problemi personali, un’assenza che in buona fine gli ha stroncato la carriera (almeno a certi livelli): il ritorno nel 1991 con l’eccellente Places I Have Never Been, uno scintillante album con almeno una mezza dozzina di grandi canzoni ed una produzione di lusso, prima di ricadere nell’oblio per altri otto lunghi anni (in mezzo solo un EP, Hard Times In America, oggi introvabile), quando Willie pubblica il buon Beautiful Wreck Of The World, che ci mostra un artista un po’ disilluso ma sempre in grado di fare grande musica. Ancora sette anni di nulla, poi dal 2006 Nile si mette finalmente a fare sul serio, facendo uscire ben quattro lavori in otto anni (gli splendidi Streets Of New York e American Ride ed i discreti House Of A Thousand Guitars e The Innocent Ones): in tutto questo tempo Willie non è cambiato, fa sempre la sua musica, un rock urbano con pezzi al fulmicotone e ballate di grande impatto, dimostrando una coerenza ed una rettitudine che gli fa onore (io gli ho parlato brevemente una sera del 2008 a Sesto Calende e ho trovato una persona modesta, gentile e disponibilissima, e stiamo parlando di uno che da del tu a Bruce Springsteen).

Meno di un anno e mezzo fa , un po’ a sorpresa, Willie ha pubblicato il bellissimo If I Was A River http://discoclub.myblog.it/2015/01/12/fiume-note-poetiche-notturne-willie-nile-if-i-was-river/ , un disco di ballate pianistiche, un lavoro molto diverso dai suoi soliti, ma di una profondità ed intensità notevole, che un po’ tutti hanno giudicato uno dei suoi migliori di sempre: oggi, esce World War Willie (titolo un po’ così così, ed anche la copertina non è il massimo), un album che ci riporta il Willie più rocker, quasi fosse la controparte del disco precedente. Prodotto da Willie insieme a Stewart Lerman, e suonato con una solida band formata da Matt Hogan alle chitarre, Johnny Pisano al basso ed Alex Alexander alla batteria (e con la partecipazione di Steuart Smith, chitarrista dal vivo degli Eagles, in tre pezzi, e della nostra vecchia conoscenza James Maddox ai cori, oltre che a Nile stesso a chitarre e piano), World War Willie ci mostra il lato rock del nostro, e meno quello cantautorale, un disco di chitarre e ritmo altro che palesa l’ottimo stato di forma del riccioluto musicista, anche se, forse, si pone un gradino sotto i suoi lavori migliori. Ma forse la cosa è voluta: dopo due dischi come American Ride (uno dei suoi più belli di sempre) e If I Was A River Willie ha deciso di divertirsi e di fare solo del sano rock’n’roll senza fronzoli…e chi siamo noi per disapprovare?

Forever Wild ha un inizio pianistico alla Roy Bittan, poi entrano le chitarre, la sezione ritmica e la voce riconoscibilissima del nostro ad intonare una tipica rock ballad delle sue, con un bel ritornello corale ed una generosa dose di elettricità. La discorsiva Let’s All Come Together è classico Willie, sembra uscita da uno dei suoi primi due album, con la voce che non ha perso smalto, altro chorus da singalong e feeling a profusione; l’energica Grandpa Rocks è a metà tra Clash e rock urbano della New York anni ’70 (CBGB e dintorni), forse poco originale ma di sicuro impatto adrenalinico, mentre con Runaway Girl Willie stempera un po’ gli animi con una canzone elettroacustica che rivela il suo lato più romantico.

La title track è un boogie frenetico che ha la freschezza del primo Link Wray ed il solito mix tra ironia ed amarezza nel testo, niente di nuovo dal punto di vista musicale, ma ormai è chiaro che in questo disco il Willie songwriter si è preso una piccola vacanza in favore del suo gemello rocker. L’annerita Bad Boy è un travolgente e ritmato swamp-rock con venature blues, meno tipico ma decisamente riuscito, anche qui con un ritornello killer; Hell Yeah non avrà un testo da dolce stil novo ma ha un tiro irresistibile, un boogie frenetico e tostissimo, mentre Beautiful You fa calare un po’ la tensione e si rivela forse la meno riuscita del CD, priva com’è di una vera e propria melodia.

Splendida per contro When Levon Sings, un sentito omaggio a Levon Helm, suonata e cantata con un’andatura quasi da country ballad, ritmo saltellante e motivo di prim’ordine: il miglior Willie (come spesso capita quando dedica una canzone a qualcuno, pensate alla stupenda On The Road To Calvary, scritta in memoria di Jeff Buckley). L’album si chiude in deciso crescendo con il bel rock’n’roll urbano di Trouble Down In Diamond Town, un brano scintillante che rivela echi di Springsteen, seguito dalla divertente Citibank Nile, costruita intorno ad un tipico giro di blues, e soprattutto da una rilettura potente del superclassico di Lou Reed (e dei Velvet Underground) Sweet Jane, un brano che già in passato aveva avuto cover di livello (ricordo in particolare quelle, molto diverse tra loro, dei Mott The Hoople e dei Cowboy Junkies): Willie preme l’acceleratore, lascia in primo piano il mitico riff e ci consegna una versione piena di feeling e di rispetto per lo scomparso Lou.

Fa sempre bene un po’ di rock’n’roll ogni tanto, e Willie Nile è uno che non ce lo fa mai mancare.

Marco Verdi

Altre Ristampe In Uscita A Marzo. Janis Joplin, Jeff Buckley, Leslie West Mountain, Motortown Revue In Paris, Yardbirds

janis little girl bluejanis little girl blue dvd

 

Tra una recensione e l’altra, ancora qualche anticipazione sulle principali ristampe del mese di marzo, dopo i cofanetti passiamo alle uscite singole (e un paio di doppi). Senza dimenticare che al 25 marzo uscirà anche un album “nuovo” curato dalla famiglia di Jeff Healey Heal My Soul, ma visto che di quello ho già preparato la recensione, poi la leggerete più avanti il mese prossimo. Per il momento partiamo con questa ulteriore antologia dedicata a Janis Joplin, si tratta della colonna sonora sul documentario dedicato alla vita della cantante texana (quelli che parlano bene dicono docufilm, ma il termine è veramente brutto): si intitola Little Girl Blue e ripercorre la breve vita di quella che è stata senz’altro una delle più grandi cantanti rock della storia (forse la più grande), una delle appartenenti al Club 27, scomparsa il 4 ottobre del 1970, L’ultima volta le avevo dedicato un Post in occasione della pubblicazione di questo live “inedito” http://discoclub.myblog.it/2012/01/07/ma-allora-ditelo-big-brother-and-the-holding-company-featuri/ al Carousel Ballroom, ora tocca alla colonna sonora che uscirà il 4 marzo su Sony Legacy, mentre il DVD e il Blu-Ray sono annunciati per il 4 Maggio.

Questo il contenuto, con qualche rarità, ma zero inediti:

1. Careless Love Janis Joplin (from: Janis Early Performances)
2. Down On Me Big Brother & The Holding Company (from: Big Brother & The Holding Company)
3. Women Is Losers Big Brother & The Holding Company) (from: Janis Boxset)
4. Ball And Chain Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Monterey Pop Festival June 17, 1967)
5. Piece of My Heart Big Brother & The Holding Company (Live at the Generation Club April 1968, previously unreleased as audio only)
6. Catch Me Daddy Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Grande Ballroom, Detroit March 2, 1968; from: Cheap Thrills Expanded Edition)
7. Magic Of Love Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Grande Ballroom, Detroit March 2, 1968; from: Cheap Thrills Expanded Edition)
8. Summertime Big Brother & The Holding Company (from: Cheap Thrills)
9. Raise Your Hand Janis Joplin with the Kozmic Blues Band (recorded live in Frankfort, West Germany April 12, 1969; from: Farewell Song)
10. Maybe Janis Joplin (from: I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!)
11. Work Me, Lord Janis Joplin (recorded live at the Woodstock Music & Art Fair August 17, 1969)
12. Trust Me Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
13. Cry Baby Janis Joplin (recorded live in Calgary during the Festival Express Tour July 4, 1970; from: Pearl Expanded Edition)
14. Tell Mama Janis Joplin (recorded live in Calgary during the Festival Express Tour July 4, 1970; from: Pearl Expanded Edition)
15. Get It While You Can Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
16. Me And Bobby McGee Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
17. Little Girl Blue Janis Joplin (from: I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!)

jeff buckley you and I

Sempre parlando di famiglie che si occupano degli archivi musicali dei loro cari, questa volta vengono pubblicate le cosiddette “Addabbo Sessions” una serie di registrazioni considerate come il Sacro Graal del materiale inedito di Jeff Buckley. Escono il giorno 11 marzo su Columbia/Legacy e il contenuto del CD è il seguente:

1. Just Like A Woman (Bob Dylan cover)
2. Everyday People (Sly & The Family Stone cover)
3. Don’t Let The Sun Catch You Cryin’ (Louis Jordan cover)
4. Grace (original)
5. Calling You (Jevetta Steele cover)
6. Dream Of You And I (original)
7. The Boy With The Thorn In His Side (The Smiths cover)
8. Poor Boy Long Way From Home (Bukka White cover)
9. Night Flight (Led Zeppelin cover)
10. I Know It’s Over (The Smiths cover)

leslie west mountain

Leslie West Mountain sarebbe il primo album solista del grande chitarrista newyokese, ma per molti, me compreso, in effetti è il primo album come band. Ora la Repertoire ne (ri)pubblica una nuova versione remastered, con quattro bonus e due singoli, oltre ad un libretto di 16 pagine con le note scritte dallo stesso West. la data di uscita prevista è il 18 marzo:

1. Blood Of The Sun
2. Long Red
3. Better Watch Out
4. Blind Man
5. Baby I’m Down
6. Dreams Of Milk And Honey
7. Storyteller Man
8. This Wheels On Fire
9. Look To The Wild
10. Southbound Train
11. Because You Are My Friend
Bonus Tracks:
12. Dreams Of Milk And Honey
13. This Wheels On Fire
14. Long Red
15. Blood Of The Sun

motortown revue live in paris motortown revue collection box

Della Stax sono uscite in passato varie testimonianze delle cosiddette “Revue”, cioé di quelle carovane di musicisti che giravano il mondo per promuovere dal vivo la musica della loro  etichetta. Anche la Tamla-Motown faceva lo stesso, ma a parte quel cofanetto molto costoso di 4 CD che vedete sopra, pubblicato dalla Hip–o-Select nel 2006 e chi trova ancora a cifre non proibitive, ma certo non per le tasche di tutti, non era mai stata creata una uscita dedicata ad uno spettacolo ad hoc. Ora il gap viene chiuse con l’uscita di questo album doppio Motortown Revue Live In Paris che verrà pubblicato dalla Tamla Uk, quindi Universal, il 25 marzo, al prezzo di un singolo CD o poco più. Con tutta l’esibizione parigina del 1965, compresi 12 brani non usciti nella versione in vinile del tempo. è un cosiddetto “must have”. Basta leggere i nomi e i titoli delle canzoni:

[CD1]
1. Introduction / Motortown Revue In Paris – Harold Kay
2. All For You – Earl Van Dyke Sextet
3. See See Rider – Earl Van Dyke Sextet
4. Too Many Fish In The Sea – Earl Van Dyke Sextet
5. Heat Wave (Including Introduction) – Martha & The Vandellas
6. Wild One – Martha & The Vandellas
7. If I Had A Hammer – Martha & The Vandellas
8. Nowhere To Run – Martha & The Vandellas
9. Dancing In The Street – Martha & The Vandellas
10. Jazz-Blues Instrumental – Stevie Wonder
11. Make Someone Happy – Stevie Wonder
12. High Heel Sneakers – Stevie Wonder
13. Funny (How Time Slips Away) – Stevie Wonder, Clarence Paul
14. Fingertips – Stevie Wonder

[CD2]
1. Introduction / Motortown Revue In Paris – Various Artists
2. All About My Girl – Earl Van Dyke Sextet
3. Too Many Fish In The See (Alt. Version) – Earl Van Dyke Sextet
4. Soul Stomp – Earl Van Dyke & The Soul Brothers
5. Come See About Me – The Supremes
6. Baby Love – The Supremes
7. People – The Supremes
8. Somewhere – The Supremes
9. Stop! In The Name Of Love – The Supremes
10. You’re Nobody ‘Til Somebody Loves You – The Supremes
11. Shake – The Supremes
12. I Gotta Dance To Keep From Crying – The Miracles
13. That’s What Love Is Made Of – The Miracles
14. Wives And Lovers – The Miracles
15. Ooo Baby Baby – The Miracles
16. Come On Do The Jerk – The Miracles
17. Mickey’s Monkey – The Miracles

yardbirds roger the engineer

Altro album che è stato ristampato decine di volte, questa volta esce per l’edizione del 50°, in doppio CD, sempre su Repertoire, e se ve lo siete perso le altre volte sarà il caso di acquistarlo, imperdibile. Si tratta di quello che viene considerato il capolavoro assoluto degli Yardbirds di Jeff Beck (e per usare un eufemismo “anche gli altri non erano male”): conosciuto come Yardbirds ma anche Roger The Engineer era l’unico disco del gruppo nato non come una raccolta di singoli ma come un album compiuto. Questa edizione contiene la versione Mono, quella Stereo e undici bonus tracks, tra cui i tre pezzi in cui suonano insieme Jeff Beck Jimmy Page:

[CD1]
The Mono Album:
1. Lost Woman
2. Over,Under,Sideways,Down
3. The Nazz Are Blue
4. I Can’t Make Your Way
5. Rack My Mind
6. Farewell
7. Hot House Of Omagararshid
8. Jeff’s Boogie
9. He’s Always There
10. Turn Into Earth
11. What Do You Want
12. Ever Since The World Began
Bonus Tracks – The Yardbirds 1966 Mono Recordings:
13. Happenings Ten Years Time Ago
14. Psycho Daisies
15. Stroll On
Bonus Tracks – Keith Relf 1966 Solo Recordings:
16. Mr. Zero
17. Knowing
18. Shapes In My Mind
19. Blue Sands
20. Shapes In My Mind (Alternate Version)

[CD2]
The Stereo Album:
1. Lost Woman
2. Over,Under,Sideways,Down
3. The Nazz Are Blue
4. I Can’t Make Your Way
5. Rack My Mind
6. Farewell
7. Hot House Of Omagararshid
8. Jeff’s Boogie
9. He’s Always There
10. Turn Into Earth
11. What Do You Want
12. Ever Since The World Began
Bonus Tracks – The Yardbirds 1966 Stereo Recordings:
13. He’s Always There (Alternate Version)
14. Turn Into Earth (Alternate Version)
15. I Can’t Make Your Way (Alternate Version)

Esce il 18 marzo.

Anche per oggi that’s all folks, alla prossima!

Bruno Conti