Secondo Ottimo Album Postumo Del 2016. Jeff Healey – Holding On/A Heal My Soul Companion

jeff healey holding on

Jeff Healey – Holding On A Heal My Soul Companion – Mascot/Provogue

Secondo album postumo pubblicato nel 2016 per Jeff Healey: Holding On, che come sottotitolo riporta A Heal My Soul Companion, parrebbe essere l’ultimo atto della serie di ristampe preparate dalla famiglia del musicista canadese, per festeggiare quello che avrebbe dovuto essere il 50° Anniversario dalla sua nascita. Uso il condizionale perché non è mai detto, ma sembra che i cassetti degli archivi siano stati svuotati e i cinque brani in studio, sempre registrati nel periodo ’96-’98, come per l’ottimo Heal My Soul, di cui vi avevo riferito questa primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/22/anteprima-ecco-il-nuovo-jeff-healey-heal-my-soul/ , siano gli ultimi inediti rimasti a disposizione per essere completati e poi pubblicati in questa nuova uscita. Che però viene arricchita da un concerto registrato a Oslo, in Norvegia nel 1999. Non vi tedio per l’ennesima volta con la biografia dei Healey, ma basta ricordare che è stato uno degli ultimi grandi chitarristi proposti da quella scena che sta a cavallo tra il blues più genuino e il rock vibrante e grintoso, ma dalle soluzioni tecniche e sonore che sono appannaggio dei veri talenti.

Come confermano i contenuti di questo Holding On: cinque brani in studio, con i soliti Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria, in perfetto stile power trio, e dieci Live dal concerto norvegese, che però, come riferito nella precedente recensione e per la serie “stiamo raschiando il fondo del barile”, era già stato allegato nella versione speciale di Heal My Soul, in vendita solo sul sito di Healey, alla modica cifra di 215 dollari canadesi. Quindi se possiamo risparmiare, mi sembra una ottima mossa. Il primo brano è una potente Love Takes Time, con la chitarra di Jeff sia in modalità normale che wah-wah a tutta manetta, la voce forte e sicura e un bel drive che ricorda certe cose dei migliori Cream, un brano che rivaleggia con il meglio della produzione del nostro amico, e anche la qualità sonora è eccellente; ottima anche Every Other Guy, meno esplosiva, ma con la solista sempre in bella evidenza e pure Dancing With The Monsters, con un riff alla Doobie Brothers, si ascolta con estremo piacere grazie all’incisivo lavoro dell chitarra prima slide e poi wah-wah di nuovo, da tutte le parti, o se preferite “all over the place” in un inglese più adatto a descrivere lo spirito del brano, ottimo il lavoro della batteria. Ancora solido rock-blues per una All That I Believe, che però manifesta la sua provenienza da un probabile demo più primitivo e non è memorabile, mentre CNI Blues è solo un bozzetto strumentale di poco più un minuto per chitarra elettrica. A questo punto parte il concerto, siamo nel 1999, l’anno del Live At Montreux: registrazione più ruspante, un soundboard non troppo lavorato, ma che si lascia gustare, partenza con My Little Girl, in una buona versione, con Pat Rush presente alla seconda chitarra ( e nel resto del concerto anche alla slide).

Altro discorso per una fenomenale versione di Dust My Broom, tutta slide e fuoco, e anche se la registrazione è un po’ primitiva, il carisma di Healey, che strapazza la chitarra da par suo, inizia a venire a galla; e pure la versione di How Blue Can You Get di BB King brilla per la passione e la tecnica infusa da Jeff nel pezzo, con la chitarra accarezzata con libidinosa gioia in una celebrazione del blues più sopraffino. La cover del pezzo di Mark Knopfler I Think I Love You Too Much, in chiave funky e con un giro rotondo di basso a sostenerlo, è onesta ma non memorabile; divertente  e raro il medley (tratto dal disco di cover) tra Stuck In The Middle With You e Tequila, con citazioni degli Stones e divertenti siparietti, rock for fun come deve essere. A seguire una Macon Georgia Blues, che sarebbe uscita solo nel 2000 su Get Me Some, l’ultimo album di studio del canadese, prima della lunga pausa per dedicarsi al jazz, e il ritorno che ha coinciso più o meno con la sua morte: una delle sue belle ballate tipiche, malinconiche e raccolte, di grande pathos. Suono che migliora per una fiammeggiante versione hendrixiana di I Can’t Get My Hands On You, di nuovo con il wah-wah a pieno regime e con Pat Rush a duettare con lui. Non manca una splendida versione di Yer Blues dei Beatles, fedele all’originale, ma con un assolo di slide che ti taglia a fettine. Holding On era un altro pezzo che sarebbe uscito nel 2000, un bel pezzo boogie-rock nella migliore tradizione di Jeff Healey, seguito dalla “solita” versione fantastica di See The Light, la sua signature song, qui in una versione particolarmente brillante e compatta, con la doppia solista in evidenza, e  che chiude in gloria un’altra grande serata di uno degli ultimi grandi perfomers del blues-rock contemporaneo.

Bruno Conti

Sempre Lui, Il Classico “Guitar Hero” Colpisce Ancora! Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1

philip sayce scorched earth volume 1

Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1 – Warner Music Canada

Di Philip Sayce, chitarrista nato in Galles, ma cresciuto in Canada, e in quella scena musicale molto apprezzato (grande amico di Jeff Healey, di cui è una sorta di discepolo, anche se un filo più “tamarro”), mi sono già occupato in altre occasioni, l’ultima volta per Influence il disco del 2014, ma come ho detto appunto in quella recensione  http://discoclub.myblog.it/2014/08/24/nuovo-capitolo-della-serie-bravo-basta-philip-sayce-influence/ (nonostante l’album fosse prodotto da Dave Cobb, che firmava anche alcuni brani con Philip), non mi ha mai convinto del tutto: intendiamoci, grande tecnica, una sana propensione verso un repertorio tendente al rock-blues, una eccellente presenza scenica, forgiata in lunghi anni sui palcoscenici di tutto il mondo come chitarrista della band di Melissa Etheridge. Insomma il classico “guitar hero”, sempre però della categoria Esagerati (con la E maiuscola): ma questa volta, nella dimensione Live, forse trova quasi una sorta di consacrazione, anche per chi non lo ama alla follia, ma lo rispetta, come il sottoscritto.

Come dice il titolo dovrebbe essere il primo volume (di una serie?): registrato dal vivo proprio in Canada, alla Silver Dollar Room di Toronto, città dove risiede, con una formazione triangolare, il classico power trio, in cui Joel Gottschalk è il fedele bassista, da molti anni con lui, mentre il batterista di solito è Jimmy Paxson, uno che ha suonato con Alanis Morissette, Dixie Chicks e Stevie Nicks, ma per l’occasione è sostituito da Kiel Feher. Forse l’unico difetto (o è un pregio, così non ci si annoia) è la durata del dischetto, solo 7 brani, per una durata totale di circa 40 minuti. L’influenza principale mi pare Jimi Hendrix (e per proprietà transitiva il suo discepolo Stevie Ray Vaughan) ma ci sono anche elementi del classico hard-rock, sia britannico che americano, anni ’70: Steamroller – Powerful Thing parte subito forte, una introduzione voce e chitarra, poi ci si tuffa in un power trio tirato anziché no, dove si apprezza anche la voce, piacevole quantunque non eccelsa di Sayce, il classico shouter rock, che poi però inizia a sciorinare il suo repertorio fatto di pirotecniche cavalcate soliste, dove oltre a Jimi, rivivono altri epigoni, come Frank Marino, lo stesso Jeff Healey (che però aveva un’altra classe), naturalmente SRV, di cui è ancora più evidente l’influenza nella successiva, poderosa, Blues Ain’t Nothing But A Good Woman On My Mind (pezzo di Don Covay), dove il nostro amico rivaleggia con gente come Bonamassa, Kenny Wayne Shepherd, Eric Gales e soci, una bella compagnia, in cui Philip non sfigura assolutamente.

Standing Around Crying/Aberystwyth è un eccellente slow blues in medley, il primo brano di Mastro Muddy Waters,  sognante e liquido, in cui Sayce disvela tutta la sua tecnica, ma anche un eccellente feeling, in un lungo assolo con wah-wah di proporzioni pantagrueliche, un brano che poi ricorda, nel titolo della seconda parte, la città natale del gallese. Beautiful, come il brano di apertura, viene dal disco del 2012 Steamroller, un piacevole e ritmato funky-rock, tre minuti senza infamia e senza lode, mentre A Mystic ha una grinta e una stamina notevoli, un brano tirato, con qualche elemento alla Rory Gallagher, la solita chitarra fiammeggiante e la sezione ritmica che ci dà dentro di brutto, fino all’avvento di un wah-wah forsennato, tirato allo spasimo, e che Hendrix probabilmente avrebbe approvato. Influenza ancora più evidente nel centrepiece dell’esibizione, una Out Of My Mind, epitome del perfetto pezzo per power trio, duro e tirato, a colpi di riff, con lunga improvvisazione della chitarra solista, che nel suo procedere a un certo punto cita, immancabilmente, anche il riff di Third Stone From The Sun e altre delizie di Jimi Hendrix, che però, con il dovuto rispetto per Philip Sayce, era un’altra cosa, anche se il canadese si fa rispettare con il suo stile fluido e potente., e pure Gottschalk e Paxson non scherzano. In conclusione Alchemy, un lungo brano strumentale che Sayce dedica alla moglie, di nuovo un eccellente slow blues dove si apprezza il lato più riflessivo e tecnico della sua musica: insomma sarà pure “esagerato” ma non si può negare che sia bravo.

Bruno Conti

Ancora Una Anteprima: Ecco Il “Nuovo” Jeff Healey – Heal My Soul

jeff healey heal my soul

Jeff Healey – Heal My Soul – Mascot/Provogue

Il 25 marzo, fra pochi giorni, Jeff Healey avrebbe compiuto 50 anni: per commemorare l’evento la famiglia di Jeff ha deciso di pubblicare un album “nuovo” di studio, composto da 12 brani mai apparsi su disco e mai eseguiti prima in concerto (così dice il comunicato)! In effetti già nel 2013, cinque anni dopo la sua morte, non per voler essere pignoli, visto che lo avevo recensito io, e avevo fatto delle ricerche, era uscito House On Fire, sottotitolato Demos And Rarities, che raccoglieva materiale inedito registrato tra il 1992 e il 1998, una sorta di live in studio, senza ulteriore lavoro di produzione o sovrincisioni, con due cover aggiunte, per il resto un eccellente album di studio, preso nel miglior periodo di creatività del chitarrista canadese http://discoclub.myblog.it/2013/02/28/altri-inediti-di-jeff-healey-house-on-fire-demos-a/ . Diciamo che la differenza con questo Heal My Soul, che verrà pubblicato proprio il giorno del suo compleanno, parrebbe nel fatto che questo “nuovo” disco, che viene presentato come il primo disco di materiale originale di studio da 15 anni a questa parte, è stato rimasterizzato, completato, restaurato se volete, e alla fine, ascoltandolo, sembra proprio un disco fatto e finito, con un ottimo suono e belle canzoni.

Non è dato sapere quando sia stato registrato esattamente, ma ci viene detto che proviene dal periodo di maggiore creatività di Jeff Healey, quindi azzardiamo un anni ’90 e passiamo alle canzoni. Anzi, prima ai super fans ricordo che sul sito dell’artista si può prenotare una edizione in cofanetto dell’album, finanziato con il solito sistema del crowdfunding, attraverso la Pledge Music, e quindi molto più curato delle precedenti pubblicazioni postume di Healey. Questa edizione speciale contiene un altro CD, dal vivo a Oslo nel 1999, doppio vinile, un 10 pollici con altri 5 brani e memorabilia vari, però costa un bel 215 dollari canadesi, per cui direi di passare alle canzoni contenute nell’edizione normale, dodici in tutto. Si parte con la tiratissima Daze Of The Night, un classico rock-blues del suo repertorio, quasi hendrixiano, ricco dei suoi soli, vibranti e possenti come al solito, con la chitarra che viaggia che è un piacere e la voce ben presente nel mix accuratissimo dell’album. Moodswing, che si apre su un wah-wah acidissimo, ricca di atmosfera e con elementi quasi psichedelici è un altro ottimo brano, mentre Baby Blue è la prima di una serie di belle ballate di stampo acustico che illustrano il lato più romantico dell’artista canadese, senza tralasciare l’eccellente lavoro della solista che in questo pezzo sottolinea con gusto la melodia della canzone, prima di rilasciare un lirico assolo.

I Misunderstood è un altro pezzo rock, un mid-tempo più misurato e dal taglio quasi radiofonico, ma di quelle che trasmettono buona musica, mentre Please, di nuovo con wah-wah a manetta, è forse la più hendrixiana del lotto, ancor di più di Daze Of the Night, con una ritmica poderosa e la solista di Jeff che fa i numeri. Love In Her Eyes è un altro bel pezzo rock, quasi alla All Along The Watchtower, un bel ritornello cantabile e le chitarre, in questo caso anche l’acustica oltre all’elettrica, sempre in bella evidenza, come è regola nei dischi di Healey, se poi le canzone sono buone, come in questo caso, si gusta ancora di più; Temptation è un poderoso blues-rock elettroacustico, più il primo, con un retrogusto quasi alla Rory Gallagher dei tempi che furono, ottimo. Kiss The Ground You Walk On, buona, ma niente di memorabile, però All The Saints recupera subito, un’altra di quelle ballate, in questo caso acustica, alla Angel Eyes, che erano il marchio di fabbrica di Jeff Healey. Put The Shoe On The Other Foot è un funky-blues ad alta densità chitarristica, con Under The Stone, che dopo un’apertura più riflessiva si apre in una sorta di soul-rock ballad cantata molto bene da Healey, ben coadiuvato da un coretto aggiunto probabilmente in post-produzione e con il solito lavoro ficcante e di gran sostanza della solista. A chiudere un brano dal titolo che potrebbe essere profetico It’s The Last Time, a cui ci sentiamo di dover aggiungere un punto di domanda: un’altra bella ballata melodica di buona fattura, che però non aggiunge molto all’insieme dell’album, salvo per il solito eccellente lavoro della chitarra, uno dei punti fermi di questo buon disco e che è quello per cui verrà soprattutto ricordato questo grande musicista canadese.

Bruno Conti

Altre Ristampe In Uscita A Marzo. Janis Joplin, Jeff Buckley, Leslie West Mountain, Motortown Revue In Paris, Yardbirds

janis little girl bluejanis little girl blue dvd

 

Tra una recensione e l’altra, ancora qualche anticipazione sulle principali ristampe del mese di marzo, dopo i cofanetti passiamo alle uscite singole (e un paio di doppi). Senza dimenticare che al 25 marzo uscirà anche un album “nuovo” curato dalla famiglia di Jeff Healey Heal My Soul, ma visto che di quello ho già preparato la recensione, poi la leggerete più avanti il mese prossimo. Per il momento partiamo con questa ulteriore antologia dedicata a Janis Joplin, si tratta della colonna sonora sul documentario dedicato alla vita della cantante texana (quelli che parlano bene dicono docufilm, ma il termine è veramente brutto): si intitola Little Girl Blue e ripercorre la breve vita di quella che è stata senz’altro una delle più grandi cantanti rock della storia (forse la più grande), una delle appartenenti al Club 27, scomparsa il 4 ottobre del 1970, L’ultima volta le avevo dedicato un Post in occasione della pubblicazione di questo live “inedito” http://discoclub.myblog.it/2012/01/07/ma-allora-ditelo-big-brother-and-the-holding-company-featuri/ al Carousel Ballroom, ora tocca alla colonna sonora che uscirà il 4 marzo su Sony Legacy, mentre il DVD e il Blu-Ray sono annunciati per il 4 Maggio.

Questo il contenuto, con qualche rarità, ma zero inediti:

1. Careless Love Janis Joplin (from: Janis Early Performances)
2. Down On Me Big Brother & The Holding Company (from: Big Brother & The Holding Company)
3. Women Is Losers Big Brother & The Holding Company) (from: Janis Boxset)
4. Ball And Chain Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Monterey Pop Festival June 17, 1967)
5. Piece of My Heart Big Brother & The Holding Company (Live at the Generation Club April 1968, previously unreleased as audio only)
6. Catch Me Daddy Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Grande Ballroom, Detroit March 2, 1968; from: Cheap Thrills Expanded Edition)
7. Magic Of Love Big Brother & The Holding Company (recorded live at the Grande Ballroom, Detroit March 2, 1968; from: Cheap Thrills Expanded Edition)
8. Summertime Big Brother & The Holding Company (from: Cheap Thrills)
9. Raise Your Hand Janis Joplin with the Kozmic Blues Band (recorded live in Frankfort, West Germany April 12, 1969; from: Farewell Song)
10. Maybe Janis Joplin (from: I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!)
11. Work Me, Lord Janis Joplin (recorded live at the Woodstock Music & Art Fair August 17, 1969)
12. Trust Me Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
13. Cry Baby Janis Joplin (recorded live in Calgary during the Festival Express Tour July 4, 1970; from: Pearl Expanded Edition)
14. Tell Mama Janis Joplin (recorded live in Calgary during the Festival Express Tour July 4, 1970; from: Pearl Expanded Edition)
15. Get It While You Can Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
16. Me And Bobby McGee Janis Joplin & The Full Tilt Boogie Band (from: Pearl)
17. Little Girl Blue Janis Joplin (from: I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!)

jeff buckley you and I

Sempre parlando di famiglie che si occupano degli archivi musicali dei loro cari, questa volta vengono pubblicate le cosiddette “Addabbo Sessions” una serie di registrazioni considerate come il Sacro Graal del materiale inedito di Jeff Buckley. Escono il giorno 11 marzo su Columbia/Legacy e il contenuto del CD è il seguente:

1. Just Like A Woman (Bob Dylan cover)
2. Everyday People (Sly & The Family Stone cover)
3. Don’t Let The Sun Catch You Cryin’ (Louis Jordan cover)
4. Grace (original)
5. Calling You (Jevetta Steele cover)
6. Dream Of You And I (original)
7. The Boy With The Thorn In His Side (The Smiths cover)
8. Poor Boy Long Way From Home (Bukka White cover)
9. Night Flight (Led Zeppelin cover)
10. I Know It’s Over (The Smiths cover)

leslie west mountain

Leslie West Mountain sarebbe il primo album solista del grande chitarrista newyokese, ma per molti, me compreso, in effetti è il primo album come band. Ora la Repertoire ne (ri)pubblica una nuova versione remastered, con quattro bonus e due singoli, oltre ad un libretto di 16 pagine con le note scritte dallo stesso West. la data di uscita prevista è il 18 marzo:

1. Blood Of The Sun
2. Long Red
3. Better Watch Out
4. Blind Man
5. Baby I’m Down
6. Dreams Of Milk And Honey
7. Storyteller Man
8. This Wheels On Fire
9. Look To The Wild
10. Southbound Train
11. Because You Are My Friend
Bonus Tracks:
12. Dreams Of Milk And Honey
13. This Wheels On Fire
14. Long Red
15. Blood Of The Sun

motortown revue live in paris motortown revue collection box

Della Stax sono uscite in passato varie testimonianze delle cosiddette “Revue”, cioé di quelle carovane di musicisti che giravano il mondo per promuovere dal vivo la musica della loro  etichetta. Anche la Tamla-Motown faceva lo stesso, ma a parte quel cofanetto molto costoso di 4 CD che vedete sopra, pubblicato dalla Hip–o-Select nel 2006 e chi trova ancora a cifre non proibitive, ma certo non per le tasche di tutti, non era mai stata creata una uscita dedicata ad uno spettacolo ad hoc. Ora il gap viene chiuse con l’uscita di questo album doppio Motortown Revue Live In Paris che verrà pubblicato dalla Tamla Uk, quindi Universal, il 25 marzo, al prezzo di un singolo CD o poco più. Con tutta l’esibizione parigina del 1965, compresi 12 brani non usciti nella versione in vinile del tempo. è un cosiddetto “must have”. Basta leggere i nomi e i titoli delle canzoni:

[CD1]
1. Introduction / Motortown Revue In Paris – Harold Kay
2. All For You – Earl Van Dyke Sextet
3. See See Rider – Earl Van Dyke Sextet
4. Too Many Fish In The Sea – Earl Van Dyke Sextet
5. Heat Wave (Including Introduction) – Martha & The Vandellas
6. Wild One – Martha & The Vandellas
7. If I Had A Hammer – Martha & The Vandellas
8. Nowhere To Run – Martha & The Vandellas
9. Dancing In The Street – Martha & The Vandellas
10. Jazz-Blues Instrumental – Stevie Wonder
11. Make Someone Happy – Stevie Wonder
12. High Heel Sneakers – Stevie Wonder
13. Funny (How Time Slips Away) – Stevie Wonder, Clarence Paul
14. Fingertips – Stevie Wonder

[CD2]
1. Introduction / Motortown Revue In Paris – Various Artists
2. All About My Girl – Earl Van Dyke Sextet
3. Too Many Fish In The See (Alt. Version) – Earl Van Dyke Sextet
4. Soul Stomp – Earl Van Dyke & The Soul Brothers
5. Come See About Me – The Supremes
6. Baby Love – The Supremes
7. People – The Supremes
8. Somewhere – The Supremes
9. Stop! In The Name Of Love – The Supremes
10. You’re Nobody ‘Til Somebody Loves You – The Supremes
11. Shake – The Supremes
12. I Gotta Dance To Keep From Crying – The Miracles
13. That’s What Love Is Made Of – The Miracles
14. Wives And Lovers – The Miracles
15. Ooo Baby Baby – The Miracles
16. Come On Do The Jerk – The Miracles
17. Mickey’s Monkey – The Miracles

yardbirds roger the engineer

Altro album che è stato ristampato decine di volte, questa volta esce per l’edizione del 50°, in doppio CD, sempre su Repertoire, e se ve lo siete perso le altre volte sarà il caso di acquistarlo, imperdibile. Si tratta di quello che viene considerato il capolavoro assoluto degli Yardbirds di Jeff Beck (e per usare un eufemismo “anche gli altri non erano male”): conosciuto come Yardbirds ma anche Roger The Engineer era l’unico disco del gruppo nato non come una raccolta di singoli ma come un album compiuto. Questa edizione contiene la versione Mono, quella Stereo e undici bonus tracks, tra cui i tre pezzi in cui suonano insieme Jeff Beck Jimmy Page:

[CD1]
The Mono Album:
1. Lost Woman
2. Over,Under,Sideways,Down
3. The Nazz Are Blue
4. I Can’t Make Your Way
5. Rack My Mind
6. Farewell
7. Hot House Of Omagararshid
8. Jeff’s Boogie
9. He’s Always There
10. Turn Into Earth
11. What Do You Want
12. Ever Since The World Began
Bonus Tracks – The Yardbirds 1966 Mono Recordings:
13. Happenings Ten Years Time Ago
14. Psycho Daisies
15. Stroll On
Bonus Tracks – Keith Relf 1966 Solo Recordings:
16. Mr. Zero
17. Knowing
18. Shapes In My Mind
19. Blue Sands
20. Shapes In My Mind (Alternate Version)

[CD2]
The Stereo Album:
1. Lost Woman
2. Over,Under,Sideways,Down
3. The Nazz Are Blue
4. I Can’t Make Your Way
5. Rack My Mind
6. Farewell
7. Hot House Of Omagararshid
8. Jeff’s Boogie
9. He’s Always There
10. Turn Into Earth
11. What Do You Want
12. Ever Since The World Began
Bonus Tracks – The Yardbirds 1966 Stereo Recordings:
13. He’s Always There (Alternate Version)
14. Turn Into Earth (Alternate Version)
15. I Can’t Make Your Way (Alternate Version)

Esce il 18 marzo.

Anche per oggi that’s all folks, alla prossima!

Bruno Conti

Vecchie Glorie Canadesi, Con Amici! (Randy) Bachman – Heavy Blues

bachman heavy blues

Bachman – Heavy Blues – Linus/True North/Ird

Randy Bachman è uno dei musicisti “storici” più importanti del rock canadese: fondatore prima dei Guess Who (con Burton Cummings, che era il pianista e cantante della band) e poi dei Bachman-Turner Overdrive, BTO per tutti, due vere fabbriche di riff, e di successi, grazie alla penna prolifica del nostro. American Woman https://www.youtube.com/watch?v=gkqfpkTTy2w  e No Sugar Tonight per i primi, You Ain’t Seen Nothing Yet https://www.youtube.com/watch?v=7miRCLeFSJo  e Roll On Down The Highway per i secondi, non possono non dire nulla all’appassionato del rock classico e schietto, quello appunto costruito attorno ad un riff di chitarra. Le due band hanno avuto i loro picchi di popolarità negli anni ’70, ma poi di fatto sopravvivono a tutt’oggi, anche se le ultime prove discografiche di Bachman, con Cummings in Jukebox del 2007 e con Fred Turner, in un live del 2012, non possono essere definite memorabili. Anche questo Heavy Blues, volendo, non brilla per originalità, ma quanto meno lo spunto, l’idea che sta alle spalle del progetto, se non innovativa, è comunque intrigante. Tutto nasce da un colloquio con il suo vecchio amico Neil Young, che ha detto a Randy: “Ascolta un consiglio! Non fare la solita vecchia robaccia e chiamarla poi qualcosa di nuovo. Non suonare sempre le solite cose e poi dire che è un nuovo album. Fermati e pensa a un qualcosa senza paura, fiero, feroce, reinventati. Prendi un produttore esterno e fatti aiutare!” (notoriamente tutte cose che Young fa abitualmente!?!).

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Però Bachman lo ha stranamente preso in parola, prima si è cercato una nuova etichetta, l’indipendente True North, poi ha scelto un produttore che nell’ambito rock va per la maggiore, Kevin Shirley, e infine ha deciso di puntare su una nuova formazione per creare questo power rock trio: caso ha voluto che la scelta sia caduta su due donne, prima Dale Ann Brendon, la batterista, vista ad una esibizione della rock opera Tommy, insieme al produttore dello spettacolo, che non sapeva fosse una donna, e scoprendo che la signora aveva studiato a memoria tutte le parti di batteria originali di Keith Moon, con lei Bachman voleva fare un duo alla White Stripes o Black Keys. Dissuaso dai suoi nuovi discografici ha deciso di cercarsi un bassista, e la scelta è caduta su Anna Ruddick, che suonava in un gruppo canadese di country-rock chiamato Ladies Of The Canyon, ma che si è presentata all’audizione con una maglietta di John Enwistle. A questo punto con una sezione ritmica così, un produttore come Shirley ed una serie di amici chitarristi pronti ad offrire i loro servigi era quasi inevitabile che questo Heavy Blues risultasse un album fortemente influenzato dal classico rock-blues britannico degli anni ’70, il power trio di gente come Who, Cream, Led Zeppelin (l’altra passione di Randy dopo Presley e Beatles). Il nostro un riff sa come crearlo, e questo CD è un vero festival del riff: in un blind test potreste fare ascoltare il brano di apertura The Edge e spacciarlo per un brano degli Who, tale è la carica di Brendon e Ruddick che sembrano veramente delle novelle Moon ed Entwistle, in un brano che ha tutta l’energia degli Who più classici, anche se Bachman purtroppo non può competere con Daltrey, e la parte vocale è in effetti il punto debole di tutto il disco, ma quanto a chitarre ed energia ci siamo, l’inizio (e anche il resto) sembra Won’t Get Fooled Again, ma non sottilizziamo https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c .

Ton Of Bricks sembra Kashmir, o qualche altre pezzo dei Led Zeppelin, ma la cosa è voluta, quindi non scandalizziamoci, i musicisti si sono sempre copiati tra loro, basta dirlo https://www.youtube.com/watch?v=8hsIUDYG7E8 , Bachman duella gagliardamente con Scott Holiday, solista dei Rival Sons, grandi ammiratori degli Zeppelin. Bad Child  è un altro poderoso rock-blues, un duetto con Joe Bonamassa, per cui Randy ha speso delle belle parole. Little Girl Lost, il pezzo con Neil Young è un’altra costruzione ad alta densità rock e sembrano i BTO accompagnati dai Crazy Horse, chitarre a manetta e vai https://www.youtube.com/watch?v=clVbqpeViyg . Learn To Fly è uno dei rari brani veramente blues, con un giro alla Jimmy Reed, ma coniugato all’immancabile rock, anche se la parte cantata non è memorabile. Oh My Lord, con il maestro della sacred steel Robert Randolph in azione, vive sempre sul lavoro delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=vUMRjZF7qf0 ; in Confessin’ To The Devil Bachman e Shirley hanno costruito il brano partendo da un assolo di Jeff Healey tratto da un concerto alla Massey Hall di Toronto di parecchi anni fa, un ritmo alla Bo Diddley e il gioco è fatto https://www.youtube.com/watch?v=bgpER5MtTJA . Heavy Blues, il brano, con Peter Frampton, “casualmente” sembra un brano degli Humble Pie o dei Cream https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c , mentre Wild Texas Ride è un altro classico rifferama con accenti sudisti e Please Come To Paris, con il canadese Luke Doucet alla seconda solista, è l’omaggio inevitabile al grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=w20jcIyJf5M . We need to talk, posta in chiusura, è una discreta ballatona a tempo di valzer, ma spezza il ritmo serrato del resto del disco.

Bruno Conti

Sono Sempre Belli! Jeff Healey Band – Live At The Legendary Horseshoe Tavern

jeff healey live at the legendary horseshoe

Jeff Healey Band – Live At The Legendary Horseshoe Tavern 1993 – Eagle Rock

Questo dovrebbe essere il decimo album postumo di Healey (contando anche Mess Of Blues, che usciva proprio nei giorni del marzo 2008 in cui moriva il chitarrista canadese), di cui sette dal vivo, compresi cofanetti con più concerti. Ovviamente il repertorio è più o meno simile nelle varie serate riportate su CD e DVD, ma finché questi dischi saranno così belli, rimarrà comunque un piacere (ri)ascoltare quello che la famiglia e la sua casa discografica vorranno farci ascoltare pescando da questi archivi che sembrano inesauribili, pur essendo durata la carriera di Jeff Healey solo una ventina di anni (ma a 45 anni di distanza dalla morte di Hendrix continua ad uscire materiale inedito del mancino di Seattle, la cui carriera durò quattro anni scarsi, per cui mai dire mai). L’Horseshoe Tavern è un piccolo locale di Toronto,  la cui capacità è di circa 350 posti, ma giustifica la sua qualifica di “leggendario” con la longevità del club, aperto dal 1947 e dalla qualità degli artisti che si sono succeduti sul suo palco negli anni: persino gli Stones hanno aperto il loro Bridges To Babylon Tour del 1997, con un concerto mandato in onda da MTV. Quindi proprio il locale ideale per ascoltare musica e questo si percepisce anche da questa serata di Healey nella sua città natale, dove non era infrequente ascoltarlo.

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Siamo al 16 Dicembre del 1993, un anno non coperto, mi pare, dalle precedenti uscite di materiale dal vivo, a circa un anno dall’uscita di Feel This, album del quale vengono eseguiti quattro brani in questo Live At The Legendary Horseshoe Tavern, la band si presenta nella versione allargata a quattro, con Washington Savage aggiunto alle tastiere e Mischke & Toucu come backing vocalist, oltre agli immancabili Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria. Jeff Healey non rientra di solito nelle liste dei 100 più grandi chitarristi all-time, compilate da varie riviste, ma in un ambito prettamente rock-blues, per chi scrive, ci sta comodamente: un solista dallo stile particolare, quasi unico, con la chitarra appoggiata in grembo, suonata a mo’ di lap steel, ma nei momenti di furore, quando Jeff si alzava dalla sua posizione seduta, brandita come un’ascia ed in grado di rilasciare scariche di pura potenza chitarristica e anche in questo concerto ce ne sono parecchie prove, visto che siamo ancora in uno dei momenti migliori della carriera di Healey, quindi se rock-blues deve essere, così sia. Si parte con due brani tratti da Feel This, Baby’s Lookin’ Hot, un onesto rock’n’soul con coriste e organo in evidenza e The House That Love Built, un buon pezzo dal repertorio di Tito And Tarantula, sempre con l’Hammond di Savage che supporta la solista di Jeff che comincia a scaldare i motori. Primo classico della serata, la “solita” versione” gagliarda di Blue Jean Blues degli ZZ Top, uno dei cavalli di battaglia di Healey, che comincia a far volare le dita sul fretboard della sua chitarra, sentita decine di volte, ma sempre bellissima https://www.youtube.com/watch?v=PUGoeTePdWE . A seguire una bella versione di I Think I Love You Too Much, brano scritto da Mark Knopfler, ma eseguito per la prima volta dallo stesso Jeff,  e poi un altro brano da Feel This, la poco conosciuta Heart Of An Angel, di nuovo con le coriste in bella evidenza e una solida grinta rock-blues nell’esecuzione, con Healey che gigioneggia alla solista da quel consumato performer che è stato.

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That’s What They Say era sul primo album, una bella ballata, solo voce e chitarra acustica, seguita dall’ultimo brano tratto da Feel This, You’re Comin’ Home, altra romantica canzone d’amore eseguita in versione acustica, con la band. L’immancabile Angel Eyes, l’ultima della parte unplugged del concerto, è il bellissimo brano scritto da John Hiatt, e non manca di emozionare, con Healey che conferma una volta di più le sue doti di cantante https://www.youtube.com/watch?v=5Bp-m5JfxYg . Ma con la chitarra elettrica è una vera potenza, prima una devastante cover del pezzo dei Doors, quella Roadhouse Blues che era nella colonna sonora del film omonimo https://www.youtube.com/watch?v=ybnxD1tJUNA  e poi una lunghissima versione, oltre dieci minuti, del brano più bello scritto da Jeff Healey, See The Light, con un wah-wah hendrixiano devastante e tutta la band in spolvero https://www.youtube.com/watch?v=LqwsDwqbUVw . Negli encores, prima un altro classico come While My Guitar Gently Weeps, che Jeff aveva inciso con la presenza del suo autore, George Harrison, nell’album Hell To pay, a conferma della stima di cui godeva presso i colleghi musicisti. Il secondo bis e chicca della serata è una rara versione di The Thrill Is Gone, il brano più celebre di BB King, con Jeff Healey ispiratissimo alla sua solista in questo must del Blues  https://www.youtube.com/watch?v=QHP-_bEzSvE . Un’altra bella serata per un grande musicista!

Bruno Conti

Nuovo Capitolo Della Serie “Bravo, Ma Basta?” Philip Sayce – Influence

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Philip Sayce – Influence – Mascot/Provogue/Edel

Philip Sayce è uno dei miei “clienti” abituali e ogni tanto mi ritrovo a parlare dei suoi dischi http://discoclub.myblog.it/2010/05/14/hard-rock-blues-dal-canada-philip-sayce-inner-revolution/, ma  non ho ancora capito bene che genere faccia esattamente. O meglio, l’ho capito ma non lo condivido in toto: facendo parte il nostro della categoria dei “guitar heroes”, il genere è un rock-blues assai energico che spesso sfocia in un heavy rock un po’ di maniera, il talento c’è, anche lo stile non difetta, ancorché influenzato (non per nulla il titolo del nuovo album è Influence) https://www.youtube.com/watch?v=3QCzJuduDf8  da mille diversi chitarristi, da Jimi Hendrix, il maestro assoluto a Stevie Ray Vaughan https://www.youtube.com/watch?v=6lkRiAaWQxU , passando per Eric Clapton (che lo ha chiamato anche all’ultimo Crossroads Guitar Festival), Jeff Healey, con cui ha suonato in passato https://www.youtube.com/watch?v=EOeKcwr2YYE : entrambi canadesi, anche se Sayce in effetti è nato nel Galles.

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Nella sua musica c’è anche qualcosa del compagno di etichetta Joe Bonamassa, magari quello più tamarro e rocker dei primi album o dei Black Country Communion, purtroppo, di tanto in tanto, affiora anche un sound alla Lenny Kravitz o tipo la Melissa Etheridge meno ispirata, con la quale peraltro ha diviso, come lead guitarist, i palchi di tutto il mondo per quattro anni. Ho ascoltato il disco in streaming qualche tempo prima dell’uscita, che comunque avverrà questo martedì 26 agosto (il 2 settembre in Italia), e quindi non ho tutte le informazioni sull’album, però ad un ascolto rapido mi sembra buono, forse addirittura uno dei suoi migliori, con i soliti pregi e difetti dei dischi di Sayce. Come detto, nel calderone sonoro di Philip confluiscono mille influenze, sia nei brani originali quanto nelle cover, in questo album assai eclettiche https://www.youtube.com/watch?v=6qMuhy-Qqig .

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Si passa in un baleno dall’hard rock più tirato, a ballate melodiche ma sempre ricche nel reparto chitarristico, brani hendrixiani puri, omaggi ai Little Feat, a sorpresa una bella Sailin’ Shoes o Graham Nash, ancor più sorprendentemente con Better Days, una di quelle ballate classiche e senza tempo, che forse il tempo ha dimenticato, ma non il nostro amico che le rende giustizia con classe e buon gusto. Buon gusto che manca in molte delle orge di wah-wah a manetta, coretti idioti e cliché heavy, come in Easy On The Eyes o in Evil Woman, che non è né quella dei Black Sabbath né quella degli ELO, che sembrano entrambi dei brani di seconda mano del peggior Bon Jovi, con un figlioccio di Hendrix alla chitarra, bravo ma assai scontato. Altrove gli omaggi a Jimi riescono meglio, come nelle atmosfere futuristiche di Triumph, un brano strumentale che ha un giro di accordi che sembra un incrocio tra gli Who diTommy e l’opera omnia di Hendrix. O in Out Of My Mind, un omaggio al Jimi più frenetico di Fire e Crosstown Traffic,anche se ovviamente la classe e l’esecuzione non sono proprio le stesse, però la chitarra c’è e si sente.

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Nell’ambito Hendrix, leggasi quindi come orge di wah-wah, sorprende parzialmente una discreta versione di Green Power, un brano minore del repertorio di Little Richard, che francamente non conoscevo, anche se poi, con l’aiuto del produttore Dave Cobb, che inserisce dei coretti femminili decisamente irritanti, riescono quasi a rovinarla. L’iniziale Tom Devil non è male, sembra un brano dei Cream di Wheel’s On Fire, sempre con i dovuti distinguo e soprattutto per la parte musicale, mentre il lato vocale è quello dove Sayce deve ancora migliorare, e di molto. I’m Going Home è un’altra tiratissima versione del rock according to Philip, decisamente meglio Fade Into You, una lenta cavalcata elettroacustica tra i Pink Floyd e la psichedelia, uno dei territori sonori dove bisognerebbe insistere, chitarre tirate ma sognanti, un po’ Trower e un po’ Gilmour, quindi mille volte derivative, ma cionondimeno molto piacevoli. Tra i momenti positivi c’è anche una bella Blues Ain’t Nothing But A Good Woman, a cavallo tra Healey e Bonamassa, con un gagliardo assolo di Sayce, che anche in questo album. è uno dei motivi che salva il giudizio finale, almeno per gli amanti del genere, rock, sempre rock, fortissimamente rock (anche troppo) e quindi alla fine il solito, bravo, ma…solo per chitarrofili https://www.youtube.com/watch?v=X5kVmCZGSZ8  e https://www.youtube.com/watch?v=QaiGPUSyRS0? Comunque in giro c’è molto, ma moolto di peggio!

Bruno Conti

“Piccoli Alligatori” Con Pettinature Afro! Selwyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance

selwyn birchwood don't call no ambulance

Selvyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance – Alligator

Dopo Jarekus Singleton http://discoclub.myblog.it/2014/05/10/dei-futuri-del-blues-elettrico-jarekus-singleton-refuse-to-lose/ un altro piccolo “Alligatore” scoperto da Bruce Iglauer, si chiama Selwyn Birchwood, babbo di Trinidad Tobago, mamma inglese, una capigliatura afro che, non so perché,  mi ricorda qualcuno! Anche lui un “giovane” di 29 anni, un album indipendente, FL Boy, uscito nel 2011 e ora questo Don’t Call No Ambulance, pubblicato dall’etichetta di Chicago; carriera perfettamente parallela con quella di Singleton, e sono anche parimenti bravi, ancorché diversi. Non so per quanto la Alligator riuscirà a presentare nuovi talenti con questa frequenza, ma finché dura approfittiamone. Vincitore nel 2013 dell’International Blues Challenge e dell’Albert King Guitarist Of The Year Award, che non so che rilevanza abbiamo, ma sulla carta suonano bene. messo sotto contratto da Iglauer, il nuovo disco è stato presentato come “una finestra sul futuro del Blues”, che mi ricorda tanto un’altra frase famosa coniata per il nostro amico Bruce. Nato nel 1985 a Orlando, Florida, la prima chitarra a 13, teenager nel periodo dell’hip-hop, del metal e del grunge, sulla strada di Damasco scopre Jimi Hendrix, e di conseguenza che quest’ultimo era stato a sua volta influenzato dal Blues. E qui è fatta: inizia ad ascoltare Albert King, Freddie King, Albert Collins, Muddy Waters e soprattutto Buddy Guy. E come in tutte le favole moderne Buddy Guy arriva a Orlando per fare un concerto e Birchwood si trova lì, in prima fila. Un amico gli indica un chitarrista che vive nei dintorni, il texano Sonny Rhodes, che diventa il suo mentore, una decina di anni, per finire scuole ed università e fare la giusta gavetta e siamo ai giorni nostri, il nome comincia a circolare e la sua reputazione lo precede, il disco ha tutti gli elementi al posto giusto per soddisfare gli amanti di tutti i tipi di blues

Bastano pochi secondi dall’intro devastante di chitarra di Addicted e sarete catturati dalla grinta e dalla tecnica di Selwyn, uniti ad una ferocia sonora che ricorda in effetti alcuni dei chitarristi ricordati sopra nel loro mode più elettrico, Collins, Guy, i due King, aggiungete una voce “vissuta”, ben al di là dei suoi 29 anni, e la capacità di prodursi in proprio con ottimi risultati anche a livello sonoro non guasta. La sua band lo asseconda alla grande: la solida sezione ritmica di Donald “Huff” Wright, bassista dal sound straripante e Curtis Natall, che sa alternare groove raffinati e violente scariche di energia rock e blues, che aggiunti al sassofonista Regi Oliver regalano un suono quanto mai vario e poderoso. Don’’t Call No Ambulance è una sventagliata di boogie, a metà tra Hound Dog Taylor e il Thorogood più letale, con chitarra e sax che si sfidano a colpi di riff e di soli – Walking In The Lion’s Den è l’unica oasi di tranquillità nell’album, Oliver prima al flauto e poi al sax, per una atmosfera molto waitsiana, ricercata e notturna.

Ulteriore cambio di tempo per The River Turner Red, un blues misto a rock e R&B, con fiati e la slide aggiunta di Joe Louis Walker, ospite per l’occasione, che fa numeri di grande virtuosismo, Love Me Again è una sorta di soul ballad di grande fascino, cantata con passione da Selwyn Birchwood, voce espressiva e grande fascino, la chitarra qui è molto raffinata, tutta giocata sul tocco e sui toni. Tell Me Why con il nostro amico che opera alla lap steel è forse un esempio di come Hendrix si sarebbe comportato se si fosse cimentato con lo strumento, raffiche di note sparate dalla sua chitarra con una tecnica che ti lascia stupefatto per i suoni che riesce a creare, tipo quelli del Robert Randolph più intricato o di Jeff Healey quando lasciava correre le mani. Ancora lap steel, ma applicata al blues più classico, per una Overworked and Underpaid dove fa capolino l’armonica di RJ Harman e il suono si fa più raccolto, quasi acustico-

She Loves Me Not è semplicemente una bella canzone di stampo soul, cantata anche con un leggero falsetto da Selwyn, bella melodia e bel assolo di sax di Oliver. Ci rituffiamo nel blues più torrido con una splendida Brown Paper Bag, sono quasi dieci minuti di slow blues, l’organo di Dash Dixon che sottolinea le evoluzioni chitarristiche di un Birchwood maestoso, con la solista che sale e scende di tono, rilancia le note e le atmosfere con una padronanza dello strumento stupefacente, del tutto degna dei grandi axemen del passato, bianchi e nero che fossero. Queen Of Hearts è un funky travolgente, tra gli Headhunters di Herbie Hancock, la Band Of Gypsys hendrixiana e il James Brown o il George Clinton più “liberi”, basso slappato, chitarra ritmica con wah-wah, sax jazzato il “solito” assolo assatanato di Selwyn. Falling From The Sky forse l’unico brano non memorabile di questa raccolta, ma onesto e di buona qualità, prima della chiusura frenetica con una Voodoo Stew che viaggia nuovamente a tempo di boogie, con il fantasma del miglior Hound Dog Taylor a due passi mentre controlla la lap steel che sembra tanto una slide, nelle sue poderose evoluzioni solistiche, grandissima tecnica e feeling notevole. Lo aspettiamo al prossimo album, ma già ora la classe e la stoffa non mancano, consigliato vivamente.

Bruno Conti

Gli Splendidi “Inizi” Della Jeff Healey Band. Live From New York City 1988

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Jeff Healey Band – Live From NYC Recorded December 13, 1988 Eagle Rock

Continua imperterrita ed indefessa (e meritevole) la pubblicazione del materiale inedito dal vivo di Jeff Healey, dagli archivi gestiti dalla famiglia. Nel risalire a ritroso nel tempo siamo arrivati a questo concerto, registrato nel dicembre del 1988 al Bottom Line di New York, che ci porta a pochi mesi dalla uscita del suo classico primo album See The Light, che cominciava proprio allora a scalare le classifiche americane. Per quanto buoni siano stati i precedenti capitoli di questa saga concertistica, molti dei quali recensiti da chi scrive su queste pagine virtuali (altri-inediti-di-jeff-healey-house-on-fire-demos-a.html e un-adeguato-testamento-sonoro-jeff-healey-band-full-circle.html), il concerto in questione è forse il migliore in assoluto, siamo al picco della sua creatività (anche se Healey dal vivo è sempre rimasto un incredibile performer) e anche il repertorio, in gran parte tratto dal disco d’esordio, è assolutamente all’altezza della sua fama. Non sto a raccontarvi per l’ennesima volta della sua bravura, ma sicuramente Healey in quegli anni era uno dei migliori chitarristi blues (e rock) sulla faccia del pianeta, in possesso di una tecnica prodigiosa, con la sua chitarra appoggiata in grembo e brandita solo nei momenti di maggiore intensità del concerto, quando l’eccitazione si faceva palpabile.

Con lui  ci sono Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria, per un trio assolutamente formidabile, come procedono subito a dimostrare nel raro strumentale The Better It Gets, uno dei migliori brani del primo periodo, tra quelli firmati da Jeff, rimasti inediti nei dischi di studio, la chitarra è pirotecnica e il drive del gruppo, nonché la qualità di registrazione, sono eccellenti, puri e non adulterati, senza inutili sovrincisioni! La prima cover della serata, poi rimasta a lungo nella sua setlist per i concerti dal vivo, è una vibrante Further On Up The Road, un must per i grandi chitarristi, un brano che infiamma le platee, qui reso in una versione gagliarda, con le dita che corrono sul manico della chitarra. My Little Girl è il primo di una sequenza di brani tratti da See The Light, abbastanza simile all’originale di studio, breve e concisa, molto hendrixiana, con il vocione di Jeff in grande spolvero e il basso che pompa alla grande sotto le evoluzioni incredibili della solista del leader. Blue Jean Blues, il classico degli ZZ Top, che era uno dei punti di forza del primo album, qui è reso in una versione monstre, tra le migliori che mi sia capitato di sentire nei concerti del canadese, uno slow blues di quelli che ti tolgono il fiato, tra gli standard assoluti del rock degli ultimi 40 anni, bellissima, sentita mille volte ma non si finisce mai di gustarla a fondo!

Anche Confidence Man, il pezzo scritto da John Hiatt, è abbastanza simile a quella in studio, ma la canzone è talmente bella che risulta difficile migliorarla nella versione live e regala un attimo di tregua al pubblico “travolto” dal torrente di note che la chitarra di Healey ha appena eruttato nella canzone precedente. I Need To Be Loved ha l’andatura classica dei grandi pezzi, cadenzata ma anche cantabile, come sarebbe sempre richiesto nella buona musica rock e coronata da un degno assolo della solista. White Room è sempre stata una delle canzoni più belle del songbook dei Cream, Clapton, Bruce e Baker erano devastanti in questo brano, quando Eric innesta il wah-wah per l’assolo finale è uno dei momenti topici della storia del primo rock, ormai lo sai già ma anche in questa versione parte ineluttabile l’air guitar di fronte agli specchi di casa, non se ne può fare a meno. Prima del bis, Jeff Healey regala al pubblico quella che è sicuramente la sua migliore composizione di sempre, una See The Light, che soprattutto nella lunghissima versione dal vivo non ha nulla da invidiare ai classici del rock nominati fino ad ora, con citazioni hendrixiane e la fluida solista di Jeff che scorre inarrestabile, conclude degnamente una serata degna di essere ricordata. Non prima di tornare per una versione del classico delle dodici battute, Good Morning Blues, altra chicca presente nel repertorio del primo periodo e che Healey conosceva grazie alla sua incredibile collezione di 78 giri d’epoca, un altro bel lentone, (con citazione natalizia, visto il periodo dell’anno), per finire veramente alla grande. Ne usciranno sicuramente altri e se sono così belli, noi li prenderemo!

Bruno Conti

Era L’Ora! Savoy Brown – Songs From The Road

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Savoy Brown –  Songs From The Road – Ruf CD/DVD

Era l’ora. Lo so, si dice spesso, ma in questo caso è più vero che mai. Dopo i chiari segnali di ripresa con un buon disco come Voodoo Man, uscito nel 2011 e di cui vi aveva parlato positivamente sempre chi scrive  e-alla-fine-ne-rimase-uno-il-chitarrista-savoy-brown-voodoo.html, il passo successivo poteva, e doveva, essere un bel CD dal vivo (magari con DVD aggiunto): e così è stato, e anche se non sempre l’assioma, “ah, ma dovrebbero fare un disco Live” viene poi confortato dai risultati sperati, per i Savoy Brown, in questo caso, vale! La serie Songs From The Road della Ruf ha peraltro illustri predecessori: i doppi di Jeff Healey e Luther Allison, e in misura minore quello di Erja Lyytinen, sono ottimi esempi di come usufruire di questi cosiddetti combo, CD+DVD, ottima qualità del suono, immagini ben realizzate e, soprattutto, concerti che soddisfano anche per i contenuti musicali.

Questo dei Savoy Brown in particolare mi sembra il più riuscito in assoluto della serie e tra i migliori dischi dal vivo mai realizzati dalla storica band blues(rock) inglese, che non sempre in passato è stata pari alla sua fama, anche in questo ambito. Ok, della formazione originale c’è solo Kim Simmonds, il biondo chitarrista e leader, ma basta e avanza, se i comprimari (leggi nuovi componenti del gruppo) sono all’altezza della situazione. E questo mi pare proprio il caso: come dicevo per il disco in studio, e confermo per questo live, Joe Whiting è un ottimo cantante, ugola potente e padronanza della scena, l’unica pecca, piccola, è questa sua fissa per il sax inserito in un ambito blues-rock (lascia perdere Joe, che ogni tanto rompi le balle!), soprattutto in considerazione dello stato di grazia di Simmonds, che è veramente magistrale in questo concerto, occhi chiusi, grande concentrazione e una serie di assolo veramente notevole, a conferma della sua reputazione di guitar hero, che se non raggiunge quella dei più grandi, in una ipotetica Top 30 dei migliori nel genere, secondo me, ci entra alla grande. Ben coadiuvato dalla sezione ritmica composta dai “nuovi” Pat De Salvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, e con una scelta azzeccata del repertorio i Savoy Brown, o quel che resta di loro, dimostrano che non tutti i “dinosauri”  del rock sono estinti, qualcuno, in area protetta, nelle riserve concertistiche, resiste!

Il pubblico dei fortunati “crucchi” invitati al Musiktheater Piano di Dortmund nel maggio del 2012, non è numeroso, ma caldo ed entusiasta e viene subito investito dal poderoso treno sonoro del brano strumentale 24/7, tratto dall’ultimo Voodoo Man, Joe Whiting è al sax, in questo caso anche con un assolo efficace, ma il protagonista è subito Kim Simmonds, a occhi chiusi comincia a strapazzare con gran classe la sua Gibson d’annata (normale o Flying V). Un attimo e cominciamo a tuffarci nel passato, Looking In è la title-track del sesto album del gruppo, 1970, quando in formazione c’era ancora Lonesome Dave (Peverett) poi nei Foghat, che ha scritto il brano con Simmonds ai tempi, e la chitarra del leader in questo brano, ben sostenuta da un basso pulsante e da una agile batteria, traccia una serie di evoluzioni tra rock, blues e quel tocco raffinato di jazz che lo ha fatto spesso paragonare al suo contemporaneo Alvin Lee, il cantato da blues-rocker americano di Whiting è parimenti efficace. A riprova che il repertorio proveniente da Voodoo Man è di ottima fattura, il loro migliore da lungo tempo a questa parte, anche Natural Man, sempre tirata ma sinuosa nelle linee chitarristiche, non sfigura con i vecchi brani.

Anche il riff di Street Corner Talking è uno di quelli classici del rock-blues, imparentato con alcuni simili che uscivano dai dischi dei Free dell’epoca, e pure il cantato e le linee di chitarra ricordano la coppia Rodgers-Kossoff. She’s Got The Heat, sempre da Voodoo, è una scarica di potente boogie a tempo di slide (o viceversa) con un assatanato Kim Simmonds al “collo di bottiglia”! Time Does Tell era sempre su Street Corner Talking e questa versione non ha nulla da invidiare all’originale cantato da Dave Walker, anzi, il sax rompe un po’ i maroni (come detto in apertura) ma la parte vocale e soprattutto la lunga improvvisazione chitarristica di Kim sono da manuale del perfetto rocker, se non della giovane marmotta. Dalle paludi della Louisiana l’insinuante Voodoo man conferma la ritrovata vena creativa del quartetto (inglese?) e fa il paio con la tirata Meet The Blues Head On sempre dall’ultimo CD e sempre ottima, nella versione live ancora migliore che in studio. Poi siamo invitati tutti sul “treno diretto verso l’inferno”, da Robert Johnson agli Ac/Dc l’argomento ha sempre stimolato la creatività e questa versione monstre di quasi 14 minuti di Hellbound Train, con i suoi picchi e vallate, fermate e ripartenze è una conferma della potenza del rock quando è maneggiato da chi conosce la materia, Simmonds è magistrale in questo brano. Ancora una potente Shockwaves e un altro classico come Tell Mama di nuovo con slide in evidenza prima della conclusione con il super classico Wang Dang Doodle sempre da Street Corner Talking, il disco più saccheggiato insieme all’ultimo.

Nel DVD un’intervista di undici minuti ma anche due ulteriori e micidiali brani, un medley costruito intorno a Litte red rooster e una selvaggia e lunghissima Louisiana Blues, altri 25 minuti di musica in totale che varrebbero il prezzo di ingresso, se già il resto non fosse gustoso oltre modo. Come direbbe Nero Wolfe: “Soddisfacente Kim”! Un’ottima occasione per conoscere i Savoy Brown oppure “un ripasso” proficuo della materia per i ripetenti.

Bruno Conti