Ma Non Era Meglio Se I Fratelli Rimanevano Insieme? Forse, Ma Il Disco E’ Bello Comunque! Rich Robinson – Flux

rich robinson flux

Rich Robinson – Flux – Eagle Rock

Naturalmente la risposta al quesito posto nel titolo del Post è pleonastica, o se preferite altri sinonimi, ovvia, scontata, superflua, e quindi è un bel sì! Perché in effetti musicalmente gli album dei due fratelli Rich Chris Robinson, dopo lo scioglimento dei Black Crowes, sono molto simili (anche se non parrebbe) a quelli del gruppo originale: ovvero, in teoria quelli di Chris con i Brotherhood sono più orientati verso un sound psichedelico, da jam band, lunghi brani ricchi di improvvisazioni chitarristiche affidate alla solista di Neal Casal, ma anche pezzi intrisi delle radici rock-blues e southern, senza dimenticare gli amati Stones Faces. Invece quelli di Rich pure; o meglio, come appare evidente anche in questo Flux, il fratello minore, anche perché non provvisto della voce poderosa del fratello, spesso si affida a brani mid-tempo, più liquidi e sognanti, anche se non mancano le tracce dove il sound del vecchio gruppo prende il sopravvento e le chitarre si fanno più cattive e “lavorate”, i ritmi si fanno serrati e il rock domina. Allora non era meglio se stavano insieme, unendo le forze di un grande chitarrista e di un grande vocalist e autore? Certamente, ma i problemi non sono di carattere musicale ma caratteriale, i Black Crowes si erano già separati anche in altre occasioni nella loro traiettoria musicale e gli “scazzi” fra i due ci sono sempre stati stati, anche nei periodi migliori.

Quindi godiamoci i dischi solisti di entrambi (a fine luglio è annunciato anche quello nuovo di Chris Robinson Brotherhood) e constatiamo che Rich Robinson dai tempi del suo esordio solista Paper del 2004, e attraverso una serie di album ed EP, ripubblicati quest’anno dalla Eagle Rock, ha avuto una crescita continua e costante a livello qualitativo e come autore, e questo Flux è il suo disco migliore in assoluto: ricco di brani legati al suono della vecchia band, quindi fiammate rock-blues, richiami stonesiani, ma anche divagazioni nel suono West Coast e in quello southern, come pure aperture melodiche, brani che nella struttura, anche per il tipo di voce di Rich, mi hanno ricordato certe cose del primo George Harrison solista, quello di All Things Must Pass per intenderci, dove rock, melodia e jam andavano a braccetto. Qualcuno potrà dirmi che lo stesso si può dire dei dischi di Chris, magari sostituendo Harrison con Rod Stewart, Jagger o Steve Marriott, ma poi il risultato è abbastanza simile. Cosa posso dirvi? E’ vero, sono d’accordo: l’importante è che siano i contenuti a prevalere e mi sembra che in questo CD, anche se non possiamo gridare al capolavoro, i motivi per rallegrarsi sono parecchi. Accompagnato da un ottimo gruppo di musicisti: Joe Magistro alla batteria, Zack Gabbard al basso (solo nel brano iniziale, nel resto del disco lo suona lo stesso Rich) e Matt Slocum alle tastiere (in alternanza a Marco Benevento), il nostro, che compone tutti i brani e produce l’album, registrato negli Applehead Studios di Woodstock, NY, ci regala 13 brani ricchi di spessore.

Si va dall’iniziale The Upstairs Land, un classico brano rock à la Crowes con organo e chitarre ben presenti che poi lasciano spazio alla guizzante slide di Rich, semplice ma efficace, passando per Shipwreck, abbastanza simile al precedente, sempre del sano rock anche se un filo più funky, con gli spunti di chitarra che sono sempre il punto forte del pezzo e ancora The Music That Will Lift Me, il primo “singolo” tratto dall’album, dove la presenza dell’ospite Charlie Starr dei Blackberry Smoke (visti dal vivo a Milano qualche giorno fa, ottimi, non posso che confermare il giudizio), aggiunge una quota country-soul-southern che potrebbe ricordare gli amati Stones ma anche gli Allman Brothers del periodo Brothers And Sisters, con chitarre in libertà. Molto buona anche Everything’s Alright, con il piano di Slocum in bella evidenza, come pure la voce della nera veterana Daniela Cotton che aggiunge una quota soul, o meglio rock got soul e grazie agli intrecci della ritmica, sempre incentrata sul lavoro dell’ottimo Magistro, batterista assai eclettico, siamo dalle parti della Tedeschi Trucks Band, mentre Eclipse The Night, con doppia tastiera, tra cui un bel piano elettrico, voce filtrata per coprire le piccole magagne della voce di Rich (che non è il fratello), e un bel solo di wah-wah a movimentare il mood del brano, ricorda il sound dei dischi passati.

Bellissima Life, uno di quei brani elettroacustici mid-tempo, a metà strada tra west coast psichedelica e l’Harrison pastorale ricordato prima, con sognante intermezzo strumentale, come pure ottima Ides Of Nowhere, molto sixties nella sua costruzione sonora legata al lavoro della chitarra e niente male anche Time To Leave, dove Rich Robinson suona tutti gli strumenti con l’eccezione delle tastiere e compresa la batteria, altra bella ballata con il piano di Benevento in evidenza, un brano quasi da cantautore classico, leggermente van morrisoniana. Come lo è, almeno nel titolo, la successiva Astral, che viceversa ci riporta al classico southern sound degli Allman più raffinati, di nuovo con il lavoro di Magistro alla batteria molto vario e incalzante. John Hogg, vecchio compagno di avventura negli Hookah Brown, ritorna per unire la sua voce a quella di Rich per un’altra eccellente ballata come For To Give, che non ha nulla da invidiare alle migliori canzoni dei Black Crowes (e, insisto, sempre al George Harrison più volte citato). Which Way Your Wind Blows, il brano più lungo dell’album, è psichedelia allo stato puro, voce filtrata e sognante, piano elettrico e una chitarra fuzzata e acidissima, con Surrender che ci riporta al rock classico dei migliori Black Crowes, con la chitarra che vola agile e sicura, prima del finale zeppeliniano della tirata Sleepwalker, direi epoca Houses Of Holy, con batteria marcata, tastiere e chitarre acustiche a circondare la voce di Robinson che ci regala un ultimo assaggio della sua destrezza alla solista. Vedremo se la “pausa di riflessione” dei fratelli avrà sbocchi positivi, per il momento, come diceva Nero Wolfe ad Archie Goodwin, “soddisfacente”

Bruno Conti

Ancora Una Anteprima: Dal Canada, Una Band Rock Solida Con Una Cantante “Esagerata”! No Sinner – Old Habits Die Hard

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No Sinner – Old Habits Die Hard – Provogue/Mascot 

La mia prima impressione, dopo un ascolto veloce in streaming, e qualche tempo prima dall’uscita prevista per il 20 maggio, ammetto che era simile a quella che fece esclamare al “collega” Greil Marcus “What’s This Shit”, in occasione della pubblicazione di Selfportrait di Dylan. Ok, siamo su altri livelli e le circostanze sono diverse, Dylan era un musicista affermato e quel doppio album, anche se rivalutato a posteriori, per chi scrive rimane tra i più brutti del vecchio Zimmerman. Intanto bisognerebbe chiedersi chi diavolo sono i No Sinner, band di belle speranze di Vancouver, Canada, al secondo album con questo Old Habits Die Hard, e soprattutto chi è Colleen Rennison la loro cantante (Rennison, No Sinner al contrario, capito)?

no sinner boo hoo hoo colleen renniison see the sky

 

Ma il nome mi diceva qualcosa, per cui sono andato a risentirmi anche il suo unico album da solista, See The Sky About To Rain, pubblicato nel 2014, dopo l’uscita del primo disco dei No Sinner Boo Hoo Hoo, e mi sono ricordato che quel disco mi era piaciuto non poco. Bella voce, ottimi arrangiamenti e produzione a cura di Steve Dawson, per una serie di cover di brani formidabili, in gran parte di autori proprio canadesi, a partire dalla title-track di Neil Young (una delle mie preferite del vecchio bisonte),  passando per Coyote di Joni Mitchell, Stage Fright della Band, Why Don’t You Try di Leonard Cohen, e brani di Townes Van Zandt, Tom Russell, ancora Robbie Robertson, che lo rendono un album di eccellente country got soul, assolutamente da (ri)scoprire.

Quindi ho deciso di ascoltare di nuovo il CD dei No Sinner attraverso questo spirito e questa ottica: il disco continua a non sembrarmi un capolavoro, ma ha parecchie frecce al proprio arco, alcuni brani notevoli ed una voce ed una attitudine che, come dice lei stessa senza falsa modestia in varie interviste, si rifanno a Janis Joplin e Etta James, ma soprattutto a Robert Plant, di cui si ritiene una sorta di androgina replicante. Mi sembra che la Rennison abbia avuto un percorso per certi versi inverso rispetto ad altre cantanti simili a lei come tipo di impostazione vocale e approccio: infatti mentre Dana Fuchs, e forse più ancora Beth Hart, sono partite con un genere rock piuttosto duro, selvaggio e tirato, e poi con la maturità sono arrivate all’attuale miscela di soul, rock, R&B e blues, la giovane Colleen (che però ha già 28 anni, non ho perso il vizio di dire l’età delle signore), è partita con un raffinato stile da interprete di gran classe, per poi approdare all’hard rock quasi senza compromessi del suo power trio canadese, con chitarre fumanti, urla selvagge e ritmi tiratissimi, con più di un punto di contatto con la prima Pat Benatar e le conterranee Heart di Ann Wilson, un’altra che ha una vera venerazione per Robert Plant. D’accordo, il discorso non è così schematico, in fondo la cantante (e attrice, ha girato parecchi film e serie televisive, raramente in parti principali) Rennison è partita con il rock duro, ma  ha dimostrato che sa fare anche ottima musica raffinata con il suo disco solista ed ora ritorna al rock-blues hardeggiante (per inventarsi un neologismo) del nuovo album, stile che ricorda anche il sound di altre band emergenti a guida femminile come i Blues Pills o Grace Potter & The Nocturnals, meno per esempio quello della giovane finlandese Ina Forsman.

Ho fatto una full immersion nei due dischi dei No Simmer e devo dire che effettivamente la Rennison è brava, non appartiene solo alla categoria. attualmente molto frequentata, per dirla alla Totò, “quella faccia non mi è nuova” (vedete la copertina del primo disco): se nel primo album c’è anche molto blues (rock) grazie alla solista, spesso in modalità slide, dell’ottimo chitarrista Eric Campbell, ci sono anche i primi sintomi del lato più “selvaggio” della band, quello zeppeliniano (ma non ci sono ovviamente a suonare Page, Jones e Bonham, e questo fa un piccola differenza) presente in brani come Work Song o Devil On My Back , e ci sono pure parecchi brani dove la quota soul e di ballate è presente; nel nuovo Old Habits Die Hard il pedale della modalità metallurgica è più pigiato, con giudizio nell’iniziale All Woman https://www.youtube.com/watch?v=QqyyBFKKYa0 , dura nei suoni ma dove si gusta comunque la voce di Colleen e il lavoro di Campbell, in Leadfoot, pur con la presenza di una armonica amplificata e minacciosa, si viaggia verso un suono quasi dark e a tratti più “tamarro”, con voce distorta e sguaiata, con One More Time, dai riff tiratissimi che sembrano una buona risposta alla How Many More Times dei Led Zeppelin.

Ma c’è spazio anche per l’ottimo rock’n’soul della vivace Tryin’ che ha qualche parentela con il sound di Beth Hart https://www.youtube.com/watch?v=TYV6eiGk23Y , o per il Rock and Roll di Saturday Night (che si rifà nuovamente ad un celebre brano degli Zeppelin), e anche per un paio di ballate di grande intensità come Hollow e Lines On The Highway https://www.youtube.com/watch?v=TwwZxMA8o0k , oltre al blues-rock con uso di slide della conclusiva Mandy Lyn https://www.youtube.com/watch?v=sFcEkqvYv_8 . Per il resto molto rock, e anche se di stoffa di solito ne indossa poca la nostra amica, nell’ambito musicale ne ha comunque parecchia. Esce, come detto, il 20 maggio.

Bruno Conti

La Grinta Non Manca Mai! Kelly Richey – Shakedown Soul

kelly richey shakedown soul

Kelly Richey – Shakedown Soul – Sweet Lucy Records 

Dopo il poderoso e quasi “esagerato” Live At The Blue Wisp del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/09/tipa-tosta-piu-rock-che-blues-kelly-richey-band-live-at-the-blue-wisp/ , torna Kelly Richey, chitarrista e cantante di grana grossa, ma dalla notevole grinta: catalogata sotto blues, al limite blues-rock, la nostra amica in effetti forse appartiene più alla categoria rock, 70’s rock aggiungerei, armata della sua fida Fender Strato la Richey calca i palcoscenici americani ed europei da oltre 30 anni, ha una discografia di sedici titoli dove gli album dal vivo abbondano, e credo che fin da bambina sia cresciuta a pane e Led Zeppelin, Rory Gallagher, AC/DC, Jimi Hendrix, inserite il vostro rocker preferito e ci sta comunque. In ogni disco ci sono musicisti diversi che la accompagnano, evidentemente non reggono i suoi ritmi: questa volta abbiamo Rick Manning al basso e Tobe Donohoe alla batteria, quindi consueta formula power-trio che a tratti sfocia nell’hard-rock, ma la Kelly ha forse qualcosa in più, in ogni caso di diverso, da altre colleghe chitarriste in gonnella, soprattutto giovani europee ultimamente, meno 12 battute e più riff rocciosi, anche se la tecnica non manca e la voce è più della scuola Pat Benatar, Ann Wilson delle Heart, Michelle Malone. Forse tra i nomi a cui si ispira la Richey non ho citato Stevie Ray Vaughan, che è quello più amato, ma lei cita anche Free e Bad Company.

Da un paio di dischi ha preso l’abitudine di inserire anche elementi scratch e di leggera elettronica, affidati al batterista Donohe nel caso di Shakedown Soul, ma, anche se ne potremmo fare a meno, siamo nei limiti dell’accettabile. L’iniziale Fading, a tutto riff come al solito, sembra un pezzo anni ’80 delle citate Heart o di Pat Benatar, poi parte la chitarra e siamo in pieno “rawk” and roll. D’altronde il secondo brano (sono tutti suoi) si chiama You Wanna Rock  e dopo i leggeri effetti “moderni” dell’intro entriamo subito in territori Zeppelin e Free, e tra uno scatch e l’altro si fa  largo la chitarra vigorosa della (ex) ragazza. Diciamo che ci troviamo in una zona “hard rocking women”, un settore non frequentatissimo, che ha comunque i suoi estimatori; Lies, sul suo sito, viene presentata come una canzone influenzata dall’album omonimo di Sheryl Crow, uno legge, ma poi è libero di dissentire, questo per me è rock, duro e cattivo, fine. The Artist In Me, sempre con quei leggeri effetti sonori, a tratti fastidiosi, viene presentata come un brano ispirato dal sound di Lanois nell’album Wrecking Ball di Emmylou Harris?!?

Ma cosa si è bevuto o fumato l’estensore di queste note? Mah! Pezzo rock, indubbiamente più lento e di atmosfera, voce sussurrata, ma sempre duretto rimane. Love torna alla scuola Led Zeppelin, AC/DC, riff, viuulenza e tanto rock and roll, con la chitarra libera di graffiare, breve ma intenso, mentre in Afraid To Die i tempi si dilatano per uno slow-hard-blues, quasi dark e sabbathiano nel suo dipanarsi. Only Going Up viene sempre da Led Zeppelin II o giù di lì (in questo disco poco SRV), voce filtrata, ritmica in libertà e un accenno di wah-wah nel finale. Just Like The River, ha qualcosa di Patti Smith o del Boss, un sano pezzo rock di quelli gagliardi, con piacevoli interventi chitarristici e un ritornello quasi orecchiabile, anche se vocoder e synth rompono un po’ le palle. Effetto “elettronica” che si accentua in I Want To Run, anche se il riff’n’roll alla lunga la vince, con la chitarra che si fa largo con un bel solo vecchia scuola hard https://www.youtube.com/watch?v=x1rnUrnAuGE . Chiude il tutto, dopo neanche 40 minuti, la ripresa acustica di Fading, che diventa una sorta di ballata blues, solo voce e chitarra, dove si apprezza di più la voce di Kim Richey https://www.youtube.com/watch?v=v_p43w5zTQ4 . Come detto, la grinta non manca, una botta di sana “tamarritudine” (ma non glielo traduciamo) ogni tanto ci sta, forse meno “ricerca sonora” e più sostanza, ma in fondo va promossa.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Anteprima Nuovo Joe Bonamassa, Ormai Una Certezza! Blues Of Desperation In Uscita il 25 Marzo

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Joe Bonamassa – Blues Of Desperation – J&R Records Mascot/Provogue 

Prima di lasciarvi alla lettura della recensione, vi ricordo, anzi vi mostro, che il disco esce in due versioni differenti, con lo stesso contenuto musicale comunque, quella “normale”, che vedete sopra, anche nel prezzo, e quella Deluxe Silver Edition, che ovviamente costerà tra i 2 e i 3 euro in più, che vedete sotto, stessi brani ripeto, 11 per entrambe, quindi, vedete voi, ma mi pare la solita “fregatura” delle case, libretto molto bello (il Bona-Seum?), per l’amor di Dio, ma si compra la musica o il contenuto? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Eccoci al consueto appuntamento con il nostro amico Joe Bonamassa: no, non è in ritardo, e neppure, al contrario, fuori media, il precedente disco di studio Different Shades of Blue era uscito a settembre del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/09/10/ebbene-si-eccolo-joe-bonamassa-different-shades-of-blues/ , e in fondo nel 2015 ha pubblicato “solo” due Live, uno strepitoso http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/ e il CD del side project Rock Candy Funk Party http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Prossimamente, sempre per il 2016, è annunciato un disco dal vivo alla Carnegie Hall; e sempre nel corso dell’anno potrebbe uscire anche un nuovo disco con Beth Hart, visto che i due hanno appena partecipato insieme ai concerti della serie Keeping The Blues Alive At Sea.

Nel frattempo godiamoci questo Blues of Desperation, il suo dodicesimo album di studio, in uscita il 25 marzo. Come al solito prodotto da Kevin Shirley, registrato in quel di Nashville, Joe annuncia che per questo album ha cambiato i soliti amplificatori Marshall per passare agli ampli Fender, per ottenere un tipo di suono differente e Shirley ricorda anche che nel disco, in molti brani, sono impiegati due batteristi contemporaneamente per ottenere un sound più corposo e grintoso (pensavo fosse difficile), senza tralasciare momenti più acustici come negli album precedenti. Anche i musicisti sono i soliti, Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes al basso, Anton Fig alla batteria, affiancato sempre ai tamburi da Greg Morrow, non manca la sezione fiati, Lee Thornburg, Paulie Cerra e Marc Douthit, oltre ad un terzetto di backing vocalists, capitanato da Mahalia Barnes, la figlia di Jimmy, al cui disco Joe aveva partecipato, alzando la quota delle partecipazioni del 2015.

Veniamo alle canzoni, undici in tutto: This Train ti viene addosso come un treno a tutta velocità, la batteria fila veloce, il piano quasi barrelhouse sottolinea il mood del brano e Bonamassa lavora di fino con le sue chitarre, una in modalità slide, l’altra con accordatura normale e le coriste si limitano a sottolineare https://www.youtube.com/watch?v=H-PD7EekUtI . Mountain Climbing, con doppia batteria, è rocciosa, a tutto riff, molto Led Zeppelin style, con la chitarra in primo piano, quasi tirata in faccia all’ascoltatore https://www.youtube.com/watch?v=5jd_jHu97rY , in un solo di cui Jimmy Page sarebbe stato orgoglioso, con Joe che se la cava egregiamente anche nel reparto vocale, ben sostenuto dalle tre voci femminili. Drive, sempre con doppia batteria, è un brano elettroacustico, molto più complesso e raffinato, dall’atmosfera soffusa e ricercata che poi acquista vigore con il dipanarsi della canzone in un bel crescendo, tra rock e blues, come nei migliori pezzi del chitarrista newyorkese, eccellente la sezione ritmica con Michael Rhodes che è un bassista di gran tecnica in grado di interagire con le evoluzioni della solista di Bonamassa, molto misurato in questo brano, mentre l’arrangiamento con voci e organo sullo sfondo è sempre ben equilibrato, grazie anche alla produzione di Shirley che evidenzia tutti gli strumenti.

In un disco con un titolo così qualche escursione nelle 12 battute classiche non può mancare, No Good Place For The Lonely è la prima, una blues ballad lunga e sinuosa, quasi alla Gary Moore, con archi soffusi ad ampliare lo spettro sonoro, tutto finalizzato per l’immancabile solo di Joe, che parte piano e poi diventa lancinante ed urgente nel suo dipanarsi, di nuovo con agganci agli Zeppelin migliori nella parte con wah-wah, grande pezzo! Blues Of Desperation, nonostante il titolo, sta più dalle parti di Kashmir che del Mississippi, anche geograficamente oltre che musicalmente, con influenze orientali inserite su un bel pezzo rock di quelli tosti e quando i due batteristi innestano un ritmo alla Bonzo sul quale Bonamassa strapazza le sue chitarre si gode.

Con The Valley Runs Low ci infiliamo in una oasi di tranquillità, una sorta di soul ballad con contrappunti vocali molto piacevoli e doppia chitarra acustica ben supportata da un piano elettrico intrigante, mentre You Left Me Nothin’ But The Bill And The Blues è un bel pezzo tra blues e R&R, semplice ed immediato, con un breve assolo di piano di Wynans alternato alla solista di Joe; con Distant Lonesome Train che reintroduce di nuovo il tema del viaggio in questo caso si va verso territori blues-rock, sempre sottolineati dal preciso lavoro dei musicisti, veramente bravi a costruire un perfetto groove per le divagazioni della chitarra, che, diciamocelo, in fondo sono il motivo per cui si prendono i dischi di Bonamassa. How Deep This River Runs di nuovo rallenta i tempi, che rimangono comunque intensi e pronti ad infiammarsi con improvvise vampate chitarristiche, mentre quasi alla fine, in Livin’ Easy, arrivano anche i fiati per un blues di quelli duri e puri, molto classico nelle sue sonorità, poi ribadito in uno slow blues à la B.B. King di quelli grandiosi, sempre con uso di fiati, e What I’ve Known For A Long Time va a chiudere in bellezza una ennesima buona prova di Bonamassa, suonacene ancora uno Joe!

Bruno Conti  

Sconosciuta La Popolazione, La “Creatura Misteriosa”, Ma Anche Il Disco! Mississippi Bigfoot – Population Unknown

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Mississippi Bigfoot – Population Unknown – Silver Tongue 

Questi non li conoscevo proprio, ma girando in internet ogni tanto ti imbatti in un nome che ti colpisce, approfondisci e scopri che meritano https://www.youtube.com/watch?v=6BZV6Ls-VuQ . E’ il caso di questi Mississippi Bigfoot, una band “nuova”, nata nel maggio del 2015, anche se guardando le foto dei principali protagonisti del disco non sembrano proprio di primo pelo: la cantante si chiama Christina Vierra, viene da Boston, è sotto contratto per la Warner, e recentemente è stata utilizzata come “la voce” di Janis Joplin nel prossimo film biografico che uscirà per la Sony Pictures. Anche se, lo confesso, la prima volta che ho ascoltato il disco, non conoscendoli, mi sono detto; “ma che strana voce ha questo cantante?”, effetto straniante durato lo spazio di pochi istanti, ma che indica le peculiarità di una cantante sicuramente “strana” nel suo approccio vocale. Ashley Bishop, uno dei chitarristi, viene da Memphis, Tennessee, dove, ai famosi Ardent Studios, è stato registrato questo Population Unknown, e nella sua biografia si legge che ha suonato con i “famosi” Blind Mississippi Morris, Earl The Pearl e Big Gerry (chi cacchio sono?) e che si autodefinisce il Guardiano di Beale Street. Doug McMinn, anche da lui da Memphis, guida la sua blues band da una trentina di anni, suona l’armonica, la chitarra e canta, ma nella band è alla batteria e quando serve all’armonica, mentre Cade Moore, detto Mississippi Mud, viene da Clarksdale, dovrebbe essere il bassista e ha suonato con Cedric Burnside e Pinetop Perkins: questi li conosco! La chitarra solista la suona John Holiday e in alcuni video che si trovano in rete, spesso sono anche in sette sul palco https://www.youtube.com/watch?v=NxFcFy57mPU .

Tutto abbastanza confuso ma il risultato finale pare comunque eccitante. Tra blues elettrico vibrante, heavy rock anni settanta (Led Zeppelin e ZZ Top, che hanno registrato puree loro ai vecchi Ardent Studios) e anni sessanta (la già citata Janis Joplin, ma qualcuno ha intravisto anche somiglianze con Mavis Staples, non chi scrive) non ci si annoia certo con questi Mississippi Bigfoot https://www.youtube.com/watch?v=OwscH6_5TgA  . Da una Burn That Woman Down che con la sua slide tangenziale si insinua nelle radici del blues-rock con influenze sudiste, attraverso la voce vissuta di Christina Vierra, che a tratti ricorda quella del vecchio Paul Rodgers nei primi Free, per poi esplodere in un finale parossistico tra Janis e Plant, passando per il downhill blues di una elettroacustica Mighty River che risale il Mississippi verso le radici del blues, e ancora il R&R misto a blues della scatenata Wag The Dog, dove l’armonica si aggiunge alle evoluzioni delle chitarre e della voce della Vierra. Per non parlare di una funky No Flesh In The Outerspace dove chitarre in modalità wah-wah e con strane sonorità ci riportano nuovamente al vecchio rock anni ’70, anche grazie alla potente voce della brava Christina, fino a lasciarsi andare in una serie di soli che profumano di vecchio rock classico.

La sferragliante Who’s Gonna Run This Town, tutta riff e grooves ci riporta dalle parti dei vecchi Zeppelin con un tocco hendrixiano, con Clarksdale guidata da una voce maschile duettante con quella della Vierra e da una armonica che ci riporta sulle rive del Mississippi. La lunga ballata pianistica You Did illustra il lato più delicato e vicino alla soul music della band, che non dispiace per nulla anche in questa veste più intima, grazie alla voce espressiva della bravissima Christina Vierra, la quale nel finale si scatena in un modo che mi ha ricordato la migliore Beth Hart. The Hunter a tempo di boogie e vicina al sound degli ZZ Top, è proprio il vecchio classico di Booker T. Jones che facevano anche i primi Free, Albert King e mille altri, qui in versione ad alta carica jopliniana. Si chiude con la corale e minacciosa Tree Knockin’ altro ottimo esempio di southern blues-rock di marca texana. Bravi, son bravi, spargiamo la voce https://www.youtube.com/watch?v=UwLSVt3Vsq4 , anche se il disco fiisico non è per nulla facile da reperire, per usare un eufemismo, se no, per una volta, ma non prendete l’abitudine, bisogna andare di download.

Bruno Conti

Tra Ritmi Sudisti, Blues-Rock E Vecchie Chitarre! SIMO – Let Love Show The Way

simo - let love show the way

SIMO – Let Love Show The Way – Provogue/Mascot Records

Il nome della band non è un acronimo, è proprio il cognome di JD Simo, chitarrista, cantante e deus ex machina di questo nuovo poderoso trio americano: nuovo, ma già in attività dal 2010, con un album omonimo pubblicato a livello indipendente nel 2011 e un paio tra EP e singoli, già nella loro discografia. Però questo Let Love Show The Way è quello che fa fare loro il salto di qualità. Registrato con la nuova formazione, dove il bassista Elad Shapiro ha sostituito il membro fondatore Frank Swart,  e con Adam Abrashoff sempre solidamente (in tutti i sensi) dietro ai suoi tamburi, il disco è stato registrato in quel di Macon, Georgia, nella Big House, la casa comune dove gli Allman Brothers vivevano e concepivano la loro musica agli albori del periodo aureo fine anni ’60, primi ’70. E non è tutto, perché a JD Simo è stata anche affidata la leggendaria Gold Top Gibson Les Paul del 1957 appartenuta a Duane Allman, da allora usata solo da Warren Haynes, Derek Trucks Nels Cline dei Wilco. E il risultato si sente, la chitarra sicuramente, con il suo suono unico e vissuto, contribuisce, ma anche il manico conta e Simo è uno bravo, con un grande tocco, soprattutto alla slide ma non solo, come il suo illustre predecessore.

Il nostro amico è nato a Chicago, ha vissuto anche a Phoenix, Arizona e poi nel suo viaggio verso sud è arrivato a Nashville, dove il suo trio opera musicalmente, ma per incidere il disco sono andati ancora più a Sud, a Macon, dove con l’ingegnere del suono Nick Worley e uno studio mobile portato nella Big House hanno concepito questo poderoso album che conferma quel fermento che si percepisce verso un ritorno al rock classico degli anni ’70, quello più ruspante e chitarristico. Rodato da anni di concerti aprendo per Gregg Allman, Deep Purple, Blackberry Smoke Joe Bonamassa, Simo ha messo a fuoco le passioni della sua infanzia, iniziate con ascolti prolungati dei Blues Brothers (e degli altri musicisti presenti nel film, con John Lee Hooker, Steve Cropper, Matt “Guitar” Murphy che hanno lasciato una impronta indelebile) e dell’Elvis in pelle nera del comeback special del ’68. A dieci anni la prima chitarra, come Bonamassa e Trucks, e a quindici lascia la scuola ed è già sulla strada a suonare la musica che ama. Il risultato finale è questo disco di grande rock, rock-blues se preferite, derivativo finché se vuole, con forti componenti di southern rock ma anche abbondanti deviazioni verso un sound da power trio zeppeliniano veramente potente.

L’uno-due iniziale di Stranger Blues Two Timin’ Woman sembra uscire dai solchi di Idlewild South con la chitarra di Duane Allman che si impadronisce delle mani e del cuore di Simo, rilasciando una serie di soli devastanti, sia in modalità normale come slide (nel secondo brano), con la sezione ritmica che pompa boogie e rock sudista come se ne andasse della loro vita. Can’t Say Her Name ha un groove e un riff molto alla Free o primi Gov’t Mule per rimanere più contemporanei, quindi tra blues e rock cattivo, sempre con la notevole voce di JD a guidare le danze, prima di scatenare di nuovo la sua Gibson in un breve ma gagliardo assolo. Batteria in libertà, basso con distorsore, chitarra wah-wah e ritmi violentissimi per la dura I Lied, tra Zeppelin e Sabbath, come se gli anni ’70 fossero dietro l’angolo. Please, meno di tre minuti, è forse la loro concezione di come debba suonare un singolo rock, senza compromessi, giusto con un filo di melodia, prima di scatenare un’altra raffica con il suo bottleneck. Long May You Sail è una riuscita fusione tra rock celtico alla Big Country e derive psichedeliche, come se fianco di Stuart Adamson si agitasse lo spettro di Jimi Hendrix.

I’ll Be Around, grazie di nuovo alla slide assassina e alla voce di Simo ha molte parentele con le varie band di Derek Trucks, puro southern-blues-rock di ottima fattura, mentre Becky’s Last Occupation è quella più vicina ai riff degli Zeppelin di Physical Graffiti o Presence (ma anche i Black Crowes) https://www.youtube.com/watch?v=F9YHCkkjfnU , poi rincarati nella lunghissima I’d Rather Lie In Vain, dove tornano di nuovo inflessioni tra Zep e Sabbath, incarnate in questo hard-slow-blues-rock che ricorda anche certe cose del Bonamassa più ingrifato, con le mani di JD Simo in piena libertà di galoppare sul manico della sua Les Paul, come il buon Jimmy Page dei tempi d’oro.  Dopo questo tour de force chitarristico l’album “ufficiale” si chiude su una traccia  acustica strumentale come Today I’m Here che sembra uno dei pezzi in solitaria di Duane Allman. Ma le tre bonus ci regalano altri 25 minuti di rock ad alto contenuto di ottani: la title-track Let Love Show The Way è un’altra bella ballatona di quelle dure ed elettroacustiche alla Houses Of The Holy per intenderci, con una lunga improvvisazione da applausi nella parte centrale e finale, mentre Ain’t Doin’ Nothin ci riporta in territori Allman Brothers con una lunghissima jam strumentale tutta da godere grazie alla perizia di JD Simo, che si conferma gran chitarrista negli oltre tredici minuti del brano https://www.youtube.com/watch?v=GcBN0TsNROo . Chiude una bella versione di Please Be With Me, famosa nella versione di Clapton ma scritta da Scott Boyer dei Cowboy, una piccola gemma acustica che chiude un gran bel disco di rock, come se ne fanno pochi ultimamente, anche se più di quello che si pensa, non tutti però di questo livello qualitativo, Duane Allman sarebbe soddisfatto!

Dal vivo fanno una grande With A Little Help From My Friends.

Da oggi nei negozi.

Bruno Conti

Ripassi Per Le Vacanze 4. Da “Partner” Di Norah Jones Al Red Rocks Di Denver ! Amos Lee – Live At Red Rocks

amos lee live at red rocks

Amos Lee – Live At Red Rocks With The Colorado Symphony – Ato Records

Ryan Anthony Massaro, in arte Amos Lee, è un nome che sta crescendo disco dopo disco, e questo viene ulteriormente certificate dal fatto che nell’Agosto del 2014 ha radunato nella mitica location dell’Anfiteatro di Denver una folla oceanica, per registrare un album dal vivo, accompagnato dai 100 musicisti della orchestra sinfonica Colorado Symphony. Amos Lee è un cantautore americano, prodotto di quella Philadelphia che ha sempre vantato una delle più alte percentuali di popolazione afroamericana, salito alla ribalta del grande pubblico nel 2004 per le sue collaborazioni con la cantante jazz-pop Norah Jones, aprendo i tour di artisti come la citata Jones, Elvis Costello, Bob Dylan, trovando in una sua canzone Colors (in duetto con Norah e usata nelle serie televisive Dr.House e Grey’s Anatomy) la chiave di volta della sua carriera. L’esordio discografico avviene con l’omonimo Amos Lee (05), a cui fanno seguito il folk-soul cristallino di Supply And Demand (06), il delizioso rhythm’n’ blues di Last Days At The Lodge (08), l’ottimo e composito Mission Bell (11) con la produzione di Joey Burns e la partecipazione dei Calexico che l’accompagnano nel disco, con la presenza di ospiti del calibro di Willie Nelson, Iron & Wine, e Lucinda Williams, per proseguire con un disco maturo e dalla bella scrittura come Mountains Of Sorrow Rivers Of Song (13), fino ad arrivare a questo disco dal vivo, dove ripercorre in quattordici tracce il suo intero percorso artistico, pescando dai suoi lavori in studio, includendo ovviamente i  brani di maggior successo, rivisitati appositamente con i fiati, gli archi e le percussioni della Colorado Symphony Orchestra.

L’apertura lo vede subito presentarsi con “singoli” di successo come Windows Are Rolled Down e Jesus (li trovate in Mission Bell), interpretati con la sua distintiva voce “soulful” e una coralità à la Staples Singers, a cui fanno seguito gli archi pizzicati di Keep It Loose, Keep It Tight, le armonie latine di El Camino, le deliziose traiettorie vocali di Violin e la “famosa” Colors, introdotta da magistrali tocchi di pianoforte che accompagnano la voce in falsetto di Lee, mentre la ritmata Tricksters, Hucksters, And Scamps è una divertente “galoppata” con gli svolazzi dell’Orchestra. Si continua con il mid-tempo di una rarefatta Flowers, per poi rispolverare un lento rhythm’n’blues come Won’t Let Me Go, sostenuto da una spolverata di archi romantici e da una chitarra “sensuale”, i fiati di una divertente Sweet Pea, cantata da Amos in stile “New Orleans”, per poi passare alla spavalderia musicale di Street Corner Preacher, e l’imperioso intermezzo di Game Of Thrones Theme con un arrangiamento orchestrale vagamente alla Led Zeppelin, prima dello stordimento finale con la sontuosa ballata Black River (una delle canzoni migliori del suo repertorio, cercatela nell’album d’esordio), qui cantata in coppia con la sua nuova bassista Annie Clements, andando a chiudere il tutto nuovamente con le armonie “soul” di una Arms Of A Woman dove emerge tutta la forza dell’Orchestra al seguito. Applausi!

Questo Live At Red Rocks With The Colorado Symphony è certamente un punto di arrivo, ma anche di ripartenza, per Amos Lee, un artista con un suo stile personale, in possesso di una voce molto espressiva e dalla tonalità limpida, che si rifà dichiaratamente a cantautori folk-soul tipo i grandi Bill Withers e Donny Hathaway, a testimonianza di un talento capace di coniugare melodia e capacità di scrittura e che lo ha portato giustamente a esibirsi sotto le stelle nella cornice spettacolare dell’Anfiteatro di Denver, una delle “location” più belle al mondo.

NDT: Le canzoni sono talmente belle che le porto in vacanza con me, e non vedo l’ora di ascoltarle di nuovo. Alla prossima e per il momento fine dei ripassi per le vacanze da parte del sottoscritto!

Tino Montanari

Led Zeppelin Ristampe, 31 Luglio Capitolo Finale! Presence, In Through The Out Door, Coda

led zeppelin presence superdeluxe

led zeppelin in trough the out door super deluxe

led zeppelin coda super deluxe

E cosi siamo arrivati (o meglio, ci arriveremo al 31 luglio quando uscirà l’ultima serie di ristampe), si conclude l’epopea della (ri)pubblicazione delle edizioni rimasterizzate e potenziate dei Led Zeppelin, con gli ultimi tre album ufficiali di studio della loro discografia, poi cosa dovremo aspettarci: i live, qualche “sorpresa” o l’oblio? Vedremo, quando sarà il momento. Per ora godiamoci queste nuove uscite, anche se l’idea di pubblicarle in piena estate quando di soldi non ne girano molti non è stata particolamente brillante, comunque anche nel resto dell’anno le “botte” si susseguono e luglio e agosto nel mercato anglosassone ed americano sono considerati due dei mesi migliori per le uscite discografiche, quindi facciamocene una ragione.

Come si usa dire, in alcune occasioni il meglio arriva alla fine e, stranamente, visto che era il meno interessante del lotto, quello che presenta le più gradite sorprese è proprio l’ultimo album Coda, ma andiamo con ordine con le liste dei contenuti delle varie ristampe. Versioni che prevedono l’album singolo, la versione Deluxe doppia, sia in CD che in vinile e la Superdeluxe quadrupla con due CD e due LP, meno appunto Coda, che sarà triplo e sestuplo nelle versioni potenziate. Per le immagini sopra dei vari album ho riportato solo le versioni Superdeluxe, mentre per le tracklists le versioni doppie e triple:

Led Zeppelin – Presence (quella più strimizita)

Tracklist
Disc 1:
1. Achilles Last Stand
2. For Your Life
3. Royal Orleans
4. Nobody’s Fault But Mine
5. Candy Store Rock
6. Hots On For Nowhere
7. Tea For One

Disc 2:
1. Two Ones Are Won
2. For Your Life (Reference Mix)
3. 10 Ribs & All/Carrot Pod Pod (Pod)
4. Royal Orleans (Reference Mix)
5. Hots On For Nowhere (Reference Mix)

Led Zeppelin – In Through The Out Door

Tracklist
Disc 1:
1. In The Evening
2. South Bound Saurez
3. Fool In The Rain
4. Hot Dog
5. Carouselambra
6. All My Love
7. I’m Gonna Crawl

Disc 2:
1. In The Evening (Rough Mix)
2. Southbound Piano (South Bound Saurez)
3. Fool In The Rain (Rough Mix)
4. Hot Dog (Rough Mix)
5. The Epic (Carouselambra – Rough Mix)
6. The Hook (All My Love – Rough Mix)
7. Blot (I’m Gonna Crawl – Rough Mix)

Led Zeppelin – Coda (decisamente la più interessante del lotto, con alcune chicche notevoli, una Sugar Mama notevolissima del 1968, così come Baby Come On Home https://www.youtube.com/watch?v=UEocukvkkSM , un inedito strumentale del 1970, St. Tristan’s Sword e altri brani rari, tra cui quelli con la Bombay Orchestra)

Tracklist
Disc 1:
1. We’re Gonna Groove
2. Poor Tom
3. I Can’t Quit You Baby
4. Walter’s Walk
5. Ozone Baby
6. Darlene
7. Bonzo’s Montreux
8. Wearing And Tearing

Disc 2:
1. We’re Gonna Groove (Alternate Mix)
2. If It Keeps On Raining (When The Levee Breaks – Rough Mix)
3. Bonzo’s Montreux (Mix Construction In Progress)
4. Baby Come On Home
5. Sugar Mama ( Mix)
6. Poor Tom (Instrumental Mix)
7. Travelling Riverside Blues (BBC Session)
8. Hey, Hey, What Can I Do

Disc 3:
1. Four Hands (Four Sticks – Bombay Orchestra)
2. Friends (Bombay Orchestra)
3. St. Tristan’s Sword (Rough Mix)
4. Desire (The Wanton Song – Rough Mix)
5. Bring It On Home (Rough Mix)
6. Walter’s Walk (Rough Mix)
7. Everybody Makes It Through (In The Light – Rough Mix)

Direi che è tutto, magari Coda una recensione al momento della uscita potrebbe meritarla.

Bruno Conti

“Fenomeni” Musicali Naturali! Hurricane Ruth – Born On The River

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Hurricane Ruth – Born On The River – Hurricane Ruth

Sul retro copertina sono raffigurati quattro loschi figuri: da destra, Compare Turiddu, alla coppola e baffo mafioso, il sosia più giovane di Ozzy Osbourne, la di lui moglie Sharon, o un’altra sosia? E un altro personaggio con cappellino alla City Angels. Come dite? Sono i componenti della Hurricane Ruth Band! Scusate, non li avevo riconosciuti. Ruth LaMaster (un cognome imperioso) è una veterana della scena rock blues americana da oltre un trentennio, ma questo Born On The River è solo il secondo disco (dopo Power Of The Blues… del 2012) che esce a nome della band americana e quindi scusate se non ero informato. Tornando seri, la nostra amica, come l’incipit della recensione lascia intuire, non è una novellina, ma ha sempre operato ai margini, anche della scena indipendente. Nativa e residente in quel di Beardstown, Illinois, non proprio uno dei centri del blues mondiale, questa signora si è costruita negli anni una solida reputazione per essere una delle voci più energiche e potenti nell’ambito del blues elettrico, ma di  quelli che quasi sconfinano nell’hard rock e comunque ad altra gradazione chitarristica e vocale; finezze magari poche, ma tanta grinta ed esperienza maturate in lunghi anni on the road https://www.youtube.com/watch?v=hdWEqxGvo4E . Per intenderci, come tipo di sound siamo dalle parti di Dana Fuchs o Beth Hart (forse senza quella classe e varietà di temi musicali, anzi senza forse, ma i Led Zeppelin piacciono a tutte) o dei più giovani Blues Pills, guidati da Elin Larsson http://discoclub.myblog.it/2014/10/08/pillole-rinvigorenti-blues-pills-cddvd/ .

I brani sono tutti firmati dalla stessa LaMaster, per la parte testi e da David Lumsden (compare Turiddu), la chitarra solista, Gary Davis (il sosia di Ozzy) al basso e Jim Engel (il City Angel) alla batteria: undici brani di rockin’ blues dalla struttura rocciosa, che partono con la lunga title-track Born On The River, costruita intorno ai continui riff di Lumsden, che poi sale al proscenio con una serie di soli, magari dalla grana grossa, ma di indubbia efficacia e che saranno apprezzati da chi ama questo stile tirato e rockeggiante, poco originale se volete, ma impreziosito dalle evoluzioni della poderosa voce della brava Ruth, che tiene fede al suo soprannome di Uragano, conquistato sul campo. La sezione ritmica picchia con energia e nella successiva Make Love To Me, quando il tempo rallenta, ci si avvicina alle atmosfere più consone ad un blues cadenzato e ribaldo,  per quanto sempre sul cattivello, con il solito Lumsden che macina assolo dopo assolo https://www.youtube.com/watch?v=487P_RxVvgw . Slow Burn potrebbe essere addirittura un brano dei primi Black Sabbath, involontariamente evocati nella presentazione scherzosa dei musicisti, molto heavy, dark e minacciosa, con chiari agganci all’hard rock di marca Seventies.

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The Walls è uno slow blues, ma sempre di quelli granitici, con la signora LaMaster che conferma le sue virtù vocali. Dance, Dance, Norma Jean è un boogie-rock à la ZZ Top, con citazioni dei grandi nomi del rock nel testo del brano, divertente e coinvolgente, sempre con grande impegno di Ruth e del chitarrista David Lumsden https://www.youtube.com/watch?v=WgcaEbvsxyk , mentre Money Train comincia a mostrare la corda di una certa ripetitività, anche se continuano a darci dentro di impegnohttps://www.youtube.com/watch?v=ZG6yxVn-mpw  e pure Cold Day In Hell e Big Helen sono solo ulteriori, piccole, variazioni sul tema, forse la seconda più raffinata e ricercata. Work It è un brano rock più classico e compatto, una sorta di canzone alla Black Crowes prima maniera, se avessero avuto una vocalist femminile in formazione, e anche Whiskey Chute ha queste connotazioni da rock sudista nella struttura del pezzo, più agile e meno “massiccio” di molti brani precedenti, prima di lasciarci con un altro festival del riff come la conclusiva Real Good Woman che conclude con grinta e compattezza, ma in un ambito abbastanza ripetuto e risaputo, per quanto ben strutturato. Se amate il genere acquistate con fiducia, sicuramente non indispensabile.

Bruno Conti

Asso (Di Picche) Della Chitarra? Dave Fields – All In

dave fields

Dave Fields – All In – FMI Records

A distanza di uno anno e mezzo circa dal precedente Detonation  http://discoclub.myblog.it/2013/02/17/piu-un-grosso-petardo-che-una-bomba-ma-il-botto-lo-fa-dave-f/ eccoci di nuovo a parlarvi di Dave Fields. E non posso che confermare per questo All In quanto detto per il precedente album. Il signore in questione è bravo, tecnicamente è quello che si può definire un “chitarrista della Madonna”, però anche questo CD ha gli stessi “difetti” e i pochi pregi del precedenti: non c’è più alla produzione il mio arci-nemico David Z, ma il sound rimane, per non dire bombastico, comunque molto robusto, un rock-blues energico, dove la quota blues è molto limitata rispetto al rock, che trovate in abbondanza. Il disco è autoprodotto (nel frattempo ho scoperto che Fields ha una sua società che realizza musica per colonne sonore, commercials per TV e radio e anche dischi di tanto in tanto, ed in passato era stato il direttore musicale per i New Voices Of Freedom, il gruppo newyorkese che appariva in Rattle and Hum degli U2, quindi direi non un novellino), e questo è il quarto, non secondo, disco per il musicista (due in vendita solo sul suo sito http://www.davefields.com/): per onestà vi segnalo anche che il musicista ha avuto vari attestati di stima, a partire da Hubert Sumlin a vari colleghi e musicisti che gravitano nell’area intorno al blues, e quindi confermo che sicuramente è bravo, non lo discuto, ma rimango del mio parere, anche in questo ambito il buon Dave non è uno da prima fascia, forse soddisferà chi è alla ricerca di buon rock-blues chitarristico, ancorché assai tirato https://www.youtube.com/watch?v=kRVaUMTcGxI .

dave fields 1 dave fields 2

Non per nulla, e partiamo dal mezzo, due dei brani “salienti” dell’album sono delle cover di brani celeberrimi: una versione di Crossroads, proprio quella di Robert Johnson, che diventa Cross Road, forse perché Dave Fields ha aggiunto un quarto verso alla canzone (ce n’era bisogno?!?) e l’ha tramutata in un pezzo alla Satriani o Vai, durissima ed iper tecnica, con chitarre molto lavorate e a tratti hendrixiane, anche se Jimi era un’altra cosa. Per non parlare di Black Dog, proprio quella dei Led Zeppelin, registrata dal vivo in un piccolo club in Norvegia, con musicisti locali, che invece diventa una sorta di funky-blues rallentato https://www.youtube.com/watch?v=SGhkRltJzN8 , forse perché Fields non può competere a livello vocale con Plant, insomma ho sentito migliori versioni di entrambe, per essere buoni!

Anche altre parti del disco sono registrate live, ma in studio, come la poderosa Changes In My Life, che apre le operazioni e ci permette di gustare l’abilità chitarristica di Dave che sciorina una serie di solo notevoli, non per nulla la migliore, che illude sulla consistenza dell’album, ma se merita diciamolo. O l’orgia hendrixiana, fin dal titolo, Voodoo Eyes, dove wah-wah e organo cercano di ricreare atmosfere rock storiche, ma l’originale era inarrivabile e questa è una pallidissima copia. Let’s Go Downtown è un funkettone piacevole ma nulla più, con Fields che si esibisce anche al basso e l’assolo più di tanto non può redimere, Dragon Fly, ha una bella intro strumentale atmosferica giocata su toni e livelli, ma poi il brano non decolla, virando su sonorità quasi prog, dove si apprezza giusto la chitarra solista. Il brano più blues (rock) è sicuramente Wake Up Jasper, una sorta di shuffle robusto, posto tra le due cover, dove si apprezza il piano di Dave Keys e anche Got A Hold On Me si salva, ma nulla più. Conclude Lovers Holiday in cui Fields ci propone una sorta di piacevole variazione acustica sul tema. Anche in questo caso il disco meriterebbe almeno tre stellette per il lavoro chitarristico, ma per il resto una è di mancia!

Bruno Conti