La “Fratellanza” Colpisce Ancora! Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head

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Chris Robinson Brotherhood – Barefoot In The Head – Silver Arrow Records CD

Uno dei dischi migliori usciti di recente è sicuramente quello dei Magpie Salute http://discoclub.myblog.it/2017/06/06/quasi-black-crowes-the-magpie-salute-the-magpie-salute/ , l’esordio della nuova band di Rich Robinson, il fratello minore di Chris, chitarrista storico dei Black Crowes, uno dei gruppi che dagli anni ’90 ha raccolto con più vigore il testimone del rock “classico”, quello che passando per il sound “britannico” di Stones, Faces, Humble Pie, ma anche il sound sudista della loro nativa Georgia, le influenze della musica soul e R&B nera, si è poi arricchito con lo stile jam dei Grateful Dead, il country-rock “cosmico”, la musica della West Coast.e l’Americana Sound della Band e dei Little Feat, tanto per citare alcune delle influenze dei fratelli Robinson: ma ce ne sono mille altre, messe in evidenza sia nei dischi e nei concerti dei Crowes, quanto nelle band che sono venute dopo, non ultimi, come si diceva poc’anzi, i Magpie Salute. Come è noto i due fratelli hanno sempre avuto un rapporto che definire conflittuale vuol dire minimizzare le cose, pur senza arrivare ai limiti “fisici” dei fratelli Gallagher, si sono lasciati e ripresi più volte, l’ultima volta sembrerebbe in modo definitivo nel 2013, anche se già dall’anno precedente sia Rich Robinson che Chris Robinson con i suoi Brotherhood, avevano iniziato una carriera parallela, come vogliamo definirla, solista.

Visto che una reunion sembra improbabile, ma visti i precedenti mai dire mai, concentriamoci sui dischi del post Black Crowes: detto che, a mio parere, l’album dei Magpie Salute pare superiore a tutto ciò che è uscito finora dall’ingegno dei due fratelli, anche questo Barefoot In The Head è un disco eccellente, forse il migliore della band sino a questo momento, probabilmente insieme al primo Big Moon Ritual, che però era decisamente più orientato verso uno stile jam ed improvvisativo, comunque sempre presente nelle esibizioni live, come confermato dal recentissimo terzo capitolo della serie Betty’s Blends, uscito solo a maggio. Come è noto nei Brotherhood, oltre a Chris, suona anche Adam MacDougall dei vecchi Crowes, mentre il resto della band originale è confluito con Rich nei Magpie Salute; però nella formazione milita un altro eccellente musicista nella persona di Neal Casal, uno dei chitarristi (e cantautori, quando ha voglia e tempo, tra un impegno e l’altro) più validi della scena roots-rock americana. Non è il caso dei CRB, dove Chris Robinson è l’autore di tutti i brani, anche in questo Barefoot In The Mind (sarebbe “scalzo nella mente”, forse a voler indicare  una maggiore libertà nei temi musicali del nuovo album): il sound si è fatto decisamente più “californiano”, anche rilassato e con elementi country per certi versi, ma non mancano episodi dove il rock più grintoso è comunque protagonista.

Prendiamo, per esempio, l’iniziale Behold The Seer (che come tutte le canzoni del CD veleggia tra i quattro e i cinque minuti) che frulla un vivace groove funky-rock della sezione ritmica e del clavinet di MacDougall, con le chitarre choppate di Casal e Robinson, in un brano che richiama dei Little Feat più solari e rilassati, e dove la voce rauca di Chris si accoppia a coretti deliziosi, mentre anche una inconsueta armonica si divide gli spazi solisti con la chitarra di Neal in un clima corale gioioso. She Shares My Blanket è più languida e “campagnola”, molto westcoastiana, tra florilegi pianistici, di banjo e le chitarre quasi accarezzate, in un mood che non sarebbe dispiaciuto ai cultori del country-rock più classico ma anche ai CSNY o ai Grateful Dead più pastorali, comunque la si giri veramente bella e cantata in modo perfetto da un Robinson veramente ispirato che rimanda anche al Rod Stewart dei primi dischi solisti. Hark, The Herald Hermit Speaks (la fantasia per i titoli, di brani e album, non gli fa mai difetto), con un organetto molto sixties che doppia il piano, una chitarra lap steel che da languida man mano si fa più incalzante, come il resto del brano, dai tratti sonori più vibranti, soprattutto nella grintosa parte centrale e finale dove la chitarra si prende i suoi spazi.

Blonde Light Of Morning sta in quel territorio che si trova tra Laurel Canyon e il Canada intimista del migliior Neil Young, una andatura pigra e ciondolante, armonie avvolgenti che evocano i Beatles o i migliori CSNY già citati, e un inserto tagliente in modalità slide della chitarra di Casal. Lo dico o non lo dico? Lo dico: l’incipit di chitarre acustiche di Dog Eat Sun mi ha ricordato moltissimo quelli dei primi dischi degli America, che non erano per nulla disprezzabili, anzi, quel country easy listening deluxe e di gran classe che aveva attirato anche l’attenzione di George Martin, uno che di voci se ne intendeva; poi il brano si evolve in modo più complesso e quasi psych, ma mantenendo elementi acustici nel suo dipanarsi, con l’intervento di un vecchio synth analogico nel finale. Un piano blues barrelhouse ci introduce a una Gold Star Woman che mantiene questo spirito da 12 battute quasi classiche, ma è tra le canzoni meno riuscite e coinvolgenti del disco, a parte l’intermezzo strumentale quasi psichedelico nella parte centrale e finale che vira su lidi alla Grateful Dead e dal vivo potrebbe fare faville.

A proposito di GD, High Is Not The Top, ricorda quelli più acustici e country di American Beauty Workingman’s Dead, ma anche Dillards, Nitty Gritty e il lato più tradizionalista del country-rock, con l’armonica di Chris che svolge il ruolo che era del violino in quei dischi, e alla fine in fondo si respira l’aria californiana di Marin Country, dove è stato registrato questo Barefoot In the Head, mentre If You Had A Heart To Break potrebbe ricordare sia i Black Crowes più pastorali dell’ultimo periodo, ma anche (ogni tanto l’intercalare Veltroniano si insinua) il classico sound rootsy-Americana à la Band, della bellissima If You Had A Heart To Break, con i suoi quasi 6 minuti il brano più lungo del CD, ma neppure un secondo è sprecato, chitarre acustiche ed elettriche come piovesse, tastiere ovunque e Chris che la canta con una souplesse invidiabile, senza dimenticare le classiche variazioni di tempo, che ora rallenta ed ora accelera come nei migliori pezzi del songbook di Robinson. Glow si apre acustica sul suono del sarod dell’ospite Alam Khan, che sembra quasi un dobro e poi si apre lentamente in calde volute tra psych e folk o tra oriente ed occidente, serena e quasi austera nella sua inconsueta dolcezza, un altro degli episodi migliori del CD che si chiude con Good To Know uno dei pezzi più freakattoni e jam dell’album, lisergica e sognante, come le tastiere di MacDougall, qui protagoniste e le chitarre di Casal, per rinverdire ancora una volta i suoni  della vecchia California, spesso rievocati in questo album dei CRB.

Bruno Conti

Quasi Black Crowes! The Magpie Salute – The Magpie Salute

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute – Eagle Rock/Universal 09-06-2017

Da una costola dei “Corvi Neri” ora arrivano le “Gazze”, che peraltro in ornitologia risultano essere della stessa famiglia. E anche musicalmente parlando nei Magpie Salute di “vecchi” Black Crowes ce ne sono ben tre, oltre al tastierista Eddie Harsch, scomparso nel novembre del 2016, ma presente tra i membri fondatori della nuova band ed alle registrazioni dell’album, insieme ai due chitarristi Rich Robinson Marc Ford e al bassista Sven Pipien. In effetti, guardando la foto di copertina, che li riprende di spalle, la formazione del gruppo conta su ben dieci elementi (quasi come la Tedeschi Trucks Band, altro riferimento sonoro, ma senza i fiati): oltre ai nomi citati ci sono anche Matt Slocum alle tastiere, il vocalist di colore John Hogg e il batterista Joe Magistro, tutti provenienti dalla band di Rich Robinson, che aveva registrato l’ottimo Flux lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/ . Anzi, da quella band arriva pure la voce femminile di Katrine Ottosen, che insieme a Adrien Reju e Charity White, fornisce il consistente supporto vocale della pattuglia femminile, e per non farsi mancare nulla c’è anche un terzo chitarrista, Nico Beraciartua. Il loro omonimo esordio è stato registrato lo scorso anno dal vivo agli Applehead Studios per la serie delle Woodstock Sessions, mentre il primo brano, un inedito, firmato da Hogg e Robinson, Omission, è stato registrato live in studio, mi pare senza la presenza del pubblico ed il suono è veramente potente, il classico rock alla Crowes, con elementi Led Zeppelin, grazie alla voce di Hogg, e molto southern rock assai robusto robusto, con chitarre e voci ovunque.

Ma è la parte delle “cover” che è il piatto forte del disco, a partire da una Comin’ Home di Delaney & Bonnie che non ha nulla da invidiare all’originale, il classico rock got soul a tutto chitarre, soliste e slide che imperversano, armonie vocali importanti, ritmica solida e le tastiere a “colorare” il sound di Sud, e il pubblico apprezza. A proposito di “casa” What Is Home? era su Before The Frost dei Black Crowes, un altro pezzo tipicamente sudista dove si apprezza il lavoro del piano e dell’organo di Hearsch (o Slocum?), mentre la parte vocale, con molti musicisti impegnati al canto, ha un appeal quasi Westcoastiano, tipo i pezzi più rock di CSNY, con le chitarre più sognanti, ma sempre in tiro ed eccellenti intrecci melodici, d’altronde Ford e Robinson non sono i primi due che passano per strada, e nella lunga parte strumentale lo dimostrano. Wiser Time, da Amorica, in una versione sontuosa, rincara la dose, forse mancano il nome e la voce solista, ma per il resto sono proprio i Black Crowes, e si sente, oltre nove minuti di grande musica a ribadire la classe di questa “nuova” formazione, dove comunque ha sempre molta importanza l’impasto vocale d’assieme, ma l’ugola di Hogg è notevole, però è la parte strumentale che si gode al massimo, con continui assoli e rilanci dei diversi chitarristi, con le tastiere che svolgono un eccellente lavoro di raccordo. Goin’ Down South, una splendida incursione nel jazz, dal repertorio del vibrafonista Bobby Hutcherson, prevede proprio la presenza di questo strumento che apre la lunga parte introduttiva, prima di trasformarsi in una bella jam strumentale, liquida e ricercata, quasi alla Grateful Dead, con le chitarre che conquistano lentamente il proscenio, mentre piano e vibrafono lavorano ancora di fino sullo sfondo, su un eccellente groove della sezione ritmica, mentre il brano sfuma…

E anche War Drums, la cover del pezzo dei War, ha una forte propensione ritmica, con un rotondo giro del basso di Pipien ad introdurre le danze, prima che il tempo latin jazz e precussivo del brano venga sviluppato attraverso gli oltre nove minuti di durata del pezzo, di nuovo con le chitarre in grande spolvero, attraverso una serie di assoli incrociati e triplicati che virano quasi verso il jazz-rock e la fusion e derive santaneggianti. Vista l’aria di Woodstock che si respira nelle sessions non poteva mancare un omaggio alla Band con una ripresa di Ain’t No More Cane, molto rispettosa dell’originale, con gli splendidi intrecci vocali della band di Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel Robbie Robertson (per non parlare di Garth Hudson, ma lui non cantava) rivisti attraverso l’ottica dei Magpie Salute, che in questo brano è molto vicina allo spirito della canzone originale, musica del Sud, registrata nel profondo Nord del continente statunitense, la vera musica “Americana”. E non mancano neppure gli omaggi al lato ispiratore “inglese” dei vecchi Crowes, prima i Pink Floyd, con una bella Fearless, ripresa da Meddle, e di cui viene accentuato lo spirito americano, senza dimenticare il lavoro della slide di Gilmour, qui a cura di Rich Robinson, che canta anche il brano, mentre il lato più “cialtrone” e rock dei “Corvi” è insito nella rivisitazione di Glad And Sorry dei grandi Faces, una sorta di  nostalgica rock ballad che ricordiamo su Ooh La La, nella interpretazione del suo autore, il compianto Ronnie Lane. Come sapete non amo molto il genere, ma la versione di Time Will Tell di Bob Marley & The Wailers, già su The Southern Harmony and Musical Companion dei Black Crowes, in questo Melting Pot di generi musicali ci sta perfettamente e chiude alla grande un ottimo album. Quindi salutiamo la gazza perché Rich Robinson (e la superstizione) ci dicono che non farlo porta male, ma la musica basta e avanza, anche se attendiamo altri capitoli. Esce venerdì 9 giugno anche questo.

Bruno Conti

Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

thomas wynn and the believers wade waist deep

Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

E Questi Sono Giovanotti Veri, Molto Promettenti! Chase Walker Band – Not Quite Legal

chase walker band not quite legal

Chase Walker Band – Not Quite Legal – Revved Up Records

Già lo dichiarano fin dal titolo (e guardando la foto di copertina qualche dubbio sorge subito): ma quanti anni avranno? Chase Walker, California del Nord, data di nascita 16 agosto 1998, chitarrista, cantante ed autore, Randon Davitt, basso e voce e Matt Fyke, batteria, faticano davvero ad arrivare alla maggiore età. Ma sono già al secondo album, il primo Unleashed era uscito nel 2014: nel frattempo il nostro amico ha partecipato anche a The Voice, versione americana. Per fortuna sembra che negli ultimi anni molti baldi giovanotti (mai abbastanza comunque, contro una massa di “fenomeni da baraccone” che appaiono nei cosiddetti talent show) abbiano deciso di tornare al rock, e alla buona musica in generale. Certo sarebbe importante se oltre a gente che la suona, ci fossero anche molti altri giovani che la ascoltano, ma su queste pagine, anche nella nostra funzione di “diversamente giovani” cerchiamo di spargere la buona novella. Proprio di recente vi parlavo della Austin Young Band http://discoclub.myblog.it/2016/11/02/altro-talento-azione-giovane-nome-fatto-austin-young-band-not-so-simple/ , in Inghilterra, anzi Irlanda, sono sbucati gli Strypes, gente che campa a pane Yardbirds, Stones. Dr. Feelgood per gli ultimi, o Albert King, Hubert Sumlin, ma anche Bonamassa e Stevie Ray Vaughan per Austin Young.

Chase Walker e soci si rifanno moltissimo a gente come i Black Crowes, o tornando nel passato i grandi Humble Pie di Steve Marriott, senza dimenticare il nume tutelare di tutti i chitarristi, tale Jimi Hendrix da Seattle, di cui la Chase Walker Band propone una inconsueta versione di Red House. Il brano è un blues lento, lancinante, ispirato dalle 12 battute più classiche, rivisto nell’ottica unica del grande Jimi. Il terzetto di Chase Walker rivisita il brano con un arrangiamento diverso: l’incipit si avvale di una resonator acustica dal corpo d’acciaio (quella che appare nella copertina) e il battito di un piede, quindi proprio blues primigenio che ci permette di apprezzare una voce matura ben oltre i propri anni, poi entra la forza elettrica del brano, anche se la voce filtrata e distorta forse non rende la carica dirompente della canzone, ma l’idea di accelerare il tempo e trasformarlo in un power rock-blues duro e tirato, è vincente, il nostro amico è un chitarrista dal tocco ruvido ma ricco di feeling, innervato da anni di ascolti di rock classico. Già l’apertura di Done Loving You, con l’organo di Drake Murkihaid Shining ad irrobustire ulteriormente il sound sudista che esce dagli ampli, ricorda moltissimo i Black Crowes degli inizi (che non so se già a questa età erano così bravi, forse sì), e non è un brutto punto di partenza. Alcuni brani, quattro, sono prodotti da Gino Matteo, il chitarrista della Sugaray Rayford Blues Band, e l’uso massiccio di armonie vocali spesso è vincente. Il rock grintoso e ad alta densità i riff, ci riporta al sound degli Humble Pie citati all’inizio, Chase Walker ha una voce potente e con la giusta dose di negritudine, e un brano come la rocciosa The Walk sta a testimoniarlo, la chitarra urla e strepita in risposta alla voce e l’atmosfera è quella giusta,  magari sentita mille volte! Pazienza ce ne faremo una ragione.

New State Of Mind, di nuovo prodotta da Matteo, ha un bel suono, ricco di tastiere, anche chitarre acustiche, ottime armonie vocali, una bella melodia, il tutto per una ballata mid-tempo di notevole valore. Pure I Warned You mantiene la stessa pattuglia di musicisti e conferma questo suono tra “roots” ed “Americana”, con i fratelli Robinson come punto di riferimento sonoro e una bella attitudine rock che non tralascia però le melodie. Niente male anche Cold Hearted, altro brano che mescola rock classico e un linguaggio crudo e senza peli sulla lingua nei testi, oltre ad un bel solo nella parte centrale, cosa ribadita nella esplicita Don’t F*** It Up, di nuovo con una bella melodia avvolgente e vincente, niente per cui strapparsi le vesti, ma che denota una buona frequentazione con una musicalità vicina ai “Corvi Neri”, e l’assolo non manca mai. 54- 46 è una cover che non mi sarei aspettato, un brano di Toots And The Maytals, tra reggae e rock, che sinceramente non mi fa impazzire; meglio la riffata Changed cantata dal bassista Randon Davitt, fin troppo basica, mentre It’ll Pass è l’ultimo brano prodotto da Matteo, di nuovo con acustiche e organo ad ampliare lo spettro sonoro verso un southern rock di buona fattura. E l’ultima cover Honey Jar è un pezzo di una formazione, i Wood Brothers, che mi piace moltissimo, anche se questa versione è un po’ irrisolta, e denota le idee a tratti non ancora definite del trio di Chase Walker; anche Living On Thin Ice è un buon pezzo rock, ma irrita l’uso ancora una volta della voce distorta e filtrata, visto che il nostro ha una bella voce e l’assolo di chitarra non risolve il tutto. La hidden track finale Yabba Dabba è una strumentale con voiceover della band, e si salva giusto per l’ottimo lavoro della solista. Insomma i ragazzi sono bravi, ma devono lavorare sulle proprie idee e migliorarsi.

Bruno Conti

Lunga Vita Agli Anni ’70! Rival Sons – Hollow Bones

rival sons hollow bones

Rival Sons – Hollow Bones – Earache Records

Siete in crisi di astinenza per i Led Zeppelin da una quarantina di anni? Vivete a pane e hard-rock anni ’70? Non andate a cercare altrove, il quartetto californiano dei Rival Sons è la vostra panacea. Sono già al quinto album, il quarto prodotto da Dave Cobb (in un paio di brani coinvolto anche come autore), che regala come sempre brillantezza di suoni e ricchezza di particolari nei suoi lavori (anche se la produzione del disco degli Europe del 2015 ce la poteva risparmiare): la copertina, molto bella, questa volta è di Martin Wittfooth, artista canadese, ma residente a Brooklyn, specializzato in singoli ritratti di animali colti nella loro essenza, mentre nell’album del 2011 Pressure and Time avevano utilizzato Storm Thorgerson, quello delle copertine dei Pink Floyd. Il sound si ispira non solo ai Led Zeppelin,  comunque fonte primaria, ma anche ai Deep Purple,  con qualche tocco di Black Sabbath, tra i contemporanei ricordiamo i Cult, i Black Keys più duri, i Soundgarden, e sempre dal passato gli Humble Pie di Steve Marriott, di cui riprendono una cover di Black Coffee, un pezzo del 1972 di Ike & Tina Turner che era su Eat It, ma suonata come avrebbero fatto gli Zeppelin di Plant, ma anche viceversa (non dimentichiamo che You Need Loving degli Small Faces era un diretto antenato di Whole Lotta Love quanto You Need Love di Muddy Waters, ma diciamo che Page e Plant si “ispiravano” spesso ad altri, anche se il risultato finale poi era solo loro).

I Rival Sons arrivano qualche generazione dopo, ma la grinta e l’attitudine giusta ci sono, come dimostra il soul-blues “bastardizzato” del brano, che ci permette di gustare l’ottima voce di Jay Buchanan, cantante dai mezzi notevoli, e il solismo variegato di Scott Holiday, chitarrista di quelli “cattivi”. Come dite? Potrebbero ricordare anche i Black Crowes più duri? Certo, le coordinate sonore sono quelle. Se poi aggiungiamo che hanno pure un eccellente batterista di scuola Bonham come Michael Miley, non vi resta che andarvi a sentire la lunga e poderosa Hollow Bones Pt.2  https://www.youtube.com/watch?v=LtaGtmL5F7E (ma anche la parte 1 non scherza https://www.youtube.com/watch?v=93KFbeGzQAc ) o una Thundering Voices il cui riff assomiglia “leggermente” a Moby Dick, ma senza scomodare i “Corsi e ricorsi storici” di Giambattista Vico, c’è sempre qualcuno che prende e poi rilascia, con piccole modifiche, ma proprio piccole! Però il disco si ascolta volentieri, non è per nulla tamarro o esagerato, loro hanno stamina e grinta, non sono originali? Ce ne faremo una ragione, in fondo chi lo è? Per la serie le”citazioni” non finiscono mai (come pure gli esami) anche il blues elettrico di Fade Out ha più di un legame di parentela con la Beatlesiana I Want You, il lungo brano che chiudeva il primo lato di Abbey Road https://www.youtube.com/watch?v=vQ1uqK13WIA , pur se Buchanan canta come un “disperato” e l’assolo è degno del Page più ispirato e indiavolato. Insomma se la serie televisiva “Vinyl” vi ha ingrifato, qui troverete pane per i vostri denti, o se preferite, trippa per gatti. In conclusione c’è anche une delicata All That I Want, ballata acustica dal leggero crescendo finale che stempera il rock duro e puro di brani come Tied Up, Baby Boy e Pretty Face https://www.youtube.com/watch?v=0G0NUgabdMU . Lunga vita agli anni ’70!

Bruno Conti

Ogni Tanto Ritornano, Per Fortuna! Steepwater Band – Shake Your Faith

steepwater band shake your faith

Steepwater Band – Shake Your Faith – Diamond Day Records

Questo è un disco di rock classico, di quelli veramente belli, forse sentito mille volte, però fatto decisamente bene: si potrebbe dire “chitarre, chitarre, e ancora chitarre (e qualche tastiera, ma poche)”. La Steepwater Band nasce come trio in quel di Chicago sul finire degli anni ’90: agli inizi, per il primo EP Goin’ Back Home, uscito nel 1999, collaborano con il cantautore Michael Connolly (non quello dei libri noir di Harry Bosch), che entrato nella band vi rimarrà fino al 2004. Da allora, e fino al 2012, la band ha continuato come un trio, sotto la guida del cantante e chitarrista Jeff Massey, anche autore dei testi, pubblicando una serie di dischi, in studio e dal vivo, culminata con la pubblicazione dell’antologia Diamond Days, dal nome della loro etichetta. In effetti se i suddetti dischi si trovassero con facilità sarebbe anche un gran bella cosa, ma dobbiamo accontentarci e cercare con pazienza. Anche questo Shake Your Faith, datato 2015 sul libretto del CD, ma comunque uscito già da qualche mese, che presenta per la prima volta su disco la formazione a quattro, con il secondo chitarrista Eric Saylors, entrato nel gruppo nel 2012, che accentua ulteriormente il tiro della band basato da sempre sul suono delle chitarre. Black Crowes e Rolling Stones sono spesso stati citati tra le fondamenta del loro sound, ma anche il rock-blues, un pizzico di southern e psichedelia (evocata pure dalla copertina), accenni agli arcirivali degli Stones, i Beatles, in questo album aggiungerei anche Neil Young, con le sue tipiche cavalcate chitarristiche insieme ai Crazy Horse: sentitevi la traccia di apertura Shake Your Faith e ditemi se non vi ricorda i brani più gagliardi del canadese, quelli dove la sua chitarra e quella di Sampedro intavolano serrati scambi di riff e poi esplodono in lunghi assoli.

Grazie anche alla precisa produzione di Jim Wirt (non notissimo, ma dall’ottima mano, all’opera nel suo studio di Cleveland dove è stato registrato l’album) che aggiunge le tastiere e le sue armonie vocali al sound d’assieme e il disco suona fresco, vivace e vario, sempre rock ma con diverse sfumature di stile. Mama Got To Ramble, sembra quasi, come detto poc’anzi, un pezzo degli Stones o dei Black Crowes (due facce della stessa medaglia), un R&R saltellante dove il piano e le armonie vocali di Wirt aggiungono peso specifico ad un brano che poi decolla sulle ali della slide di Massey; Be As It May è un mid-tempo piacevole che accelera e rallenta a piacere, con qualche tratto beatlesiano, grazie alla slide di Massey che regala accenti quasi alla George Harrison, ma anche ai coretti e alla bella voce del leader. Break, sempre con slide in decisa evidenza, è un altro esempio dell’ottimo rock della Steepwater Band, che poi raggiunge uno dei suoi momenti migliori nella ballata Bring On The Love, con inserti prima vocali e poi psichedelici che ricordano di nuovo i Fab Four del periodo Magical Mystery Tour/Abbey Road, con la chitarra magica di Massey che si sdoppia,  prima in un inciso tra slide e wah-wah e poi in un finale acidissimo con la solista super “lavorata” tra pedali e vibrato. Jealous Of Your Way è di nuovo poderoso rock di chiara marca americana, con le chitarre ancora in grande spolvero e Jeff Massey, che è comunque spesso il solista in tutti i brani, con il suo timbro potente e deciso a marchiare il mood della canzone, mentre l’organo sinuoso di Wirt sullo sfondo aggiunge profondità al sound.

I Will Never Know, con la lap steel e il mandolino di Saylors in primo piano, vira verso territori vicini ad un country-rock molto “alternative” ma di grande impatto, prima di lasciare spazio ad un nuovo cambio di scena con una Walk Into Light dove i riff tirati delle due chitarre giustificano i paragoni con i Black Crowes, prima di esplodere in una bella serie di soli che sono la quintessenza del miglior Rock and Roll, e che ricordano il periodo in cui nella band di Atlanta militava ancora Marc Ford e i duetti con Rich Robinson si sprecavano. Come gli Steepwater confermano ancora nella successiva Gone Goodbye, prima di scatenare il loro muro di chitarre nella lunga Last Second Chance, che parte attendista e poi sviluppa un crescendo micidiale. A chiudere il tutto il funky-rock roccioso di Ain’t Got Love. Se non vi basta, oppore non trovate il disco fisico in circolazione, nella versione per il download ci sono due tracce aggiunte notevoli, la stonesiana Rhapsody In Red e il southern blues-rock di Silver Lining, eccellenti come il resto dell’album.

Bruno Conti

Un Fratello Tira L’Altro. Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel

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Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel – Silver Arrow

A poco più di un mese dall’uscita del disco del fratello Rich http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/, esce, sotto l’egida della fratellanza, o della confraternita, se preferite, il nuovo album di studio di Chris Robinson, Anyway You Love, We Know How You Feel, il quarto in compagnia del suo gruppo, che per questo CD presenta una nuova sezione ritmica, Tony Leone (vecchio collaboratore di Levon Helm, ma anche della figlia Amy negli Olabelle, di recente con Anders Osborne, pure lui provetto mandolinista oltre che batterista) e Ted Pecchio, bassista (con Susan Tedeschi Derek Trucks, Shemekia Copeland e di recente anche con Rich Robinson). Come vedete anche se i fratelli al momento non si frequentano, per certi versi si rincorrono, pur se questo nuovo disco di Chris segnala, in alcuni brani, una sorta di svolta più marcata in direzione di sonorità più funky, soul e roots, evidenziando meno il rock chitarristico e psichedelico dei dischi precedenti, che è comunque presente, Diciamo che sommando i due album solisti dei fratelli Robinson ci avviciniamo molto complessivamente al suono dei Black Crowes, ma se la incompatibilità di carattere, speriamo momentanea, non permette la reunion agognata, accontentiamoci perché entrambi hanno realizzato degli ottimi album.

In effetti  il precedente Phosphorescent Harvest non aveva avuto critiche unanimi favorevoli (anche se al sottoscritto era piaciuto), ma questo nuovo Anyway You Love, We Know How You Feel, per la prima volta prodotto in autonomia dal gruppo, evidenzia come al solito i punti di forza dei Brotherhood, ovvero le chitarre di Neal Casal e le tastiere di Adam MacDougall, oltre alla voce di Chris Robinson, sempre potente e duttile, impegnato anche ad armonica e alla seconda chitarra. Gli ospiti sono un paio, Barry Sless, alla pedal steel, proveniente dal giro Jefferson Starship, oltre che dai Great American Taxi e dalla band di Phil Lesh, nonché Meg Baird, cantautrice e voce solista del gruppo psych-folk Espers (in stand-by dal 2009) alle armonie vocali nell’ottimo brano Forever As The Moon, un ottimo pezzo che mi ha ricordato il suono della Tedeschi Trucks o delle vecchie revue soul-rock di inizio anni ’70, con la slide di Casal veramente efficace nell’aggiungere il consueto retrogusto stonesiano, mentre la voce di Chris stranamente in questa canzone mi ha ricordato il timbro di David Bowie o Elliott Murphy, se mai si fossero cimentati con questo stile. grande canzone, con pianoforte e interventi vocali sontuosi, un bel drive e un approccio roots simile alle ultime prove dei “Corvi”, bene come si diceva il piano di MacDougall e in chiusura piccoil interventi dell’armonica. Che è più utilizzata nell’iniziale Narcissus Soaking Wet, dove si veleggia verso un funky-rock molto seventies, tra clavinet, mouth harp, chitarra con wah-wah e una atmosfera vagamente vicina a certe cose del miglior Stevie Wonder del periodo d’oro (che però sono ormai quasi 40 anni che non fa un disco decente). Le tracce sono sempre tra i cinque e i sette minuti, ma oltre a curare la parte strumentale Chris Robinson si conferma come è sua tradizione ottimo autore di canzoni, perciò non solo grooves, ma pezzi composti da una melodia, un ritornello e quindi con tutti i crismi della buona musica.

Persino quando ritmi e approccio sonoro si avvicinano a quello più jam dei Grateful Dead (grande passione di Casal) o dei loro discepoli Phish, come nella lunga Ain’t It Hard But Fair, il pezzo ha comunque un suo appeal e una piacevolezza acuita anche dalla bravura dello stesso Casal e di MacDougall nel colorire il tutto con classe e misura. Give Us Back Our Eleven Days è una breve traccia strumentale di impronta vagamente “spaziale”, sempre con i Dead in mente, niente di memorabile, mentre la “campagnola” Some Gardens Green, tra chitarre acustiche, tastiere sognanti e un racconto più intimo, è una bella ballata dall’andatura caratterizzata da un leggero affascinante crescendo. Diverso il discorso per Leave My Guitar Alone, che mette in chiaro il contenuto fino dal titolo ed è il pezzo più vicino al classico sound dei Black Crowes, un boogie-rock tagliente dove Neal Casal è libero di dare libero sfogo alla sua chitarra tra riff e soli, ottimi anche il lavoro delle tastiere e il coretto vagamente divertito e beatlesiano. Tastiere di Adam MacDougall che hanno ancora libertà di improvvisare in piccole jam con la chitarra anche nella piacevole Oak Apple Day, di nuova vicina a certi brani di studio dei Grateful Dead. Conclude California Hymn, sulle ali di una sognante pedal steel, un classico suono West Coast (tipico di quei signori barbuti e capelloni che ci guardano dalla copertina del CD) come di più non si potrebbe fare, con tracce country e gospel, oltre all’immancabile roots rock di marca Robinson, ottima conclusione di un album più che positivo. Se fosse il risultato di una partita tra i fratelli Rich e Chris, direi 1-1 palla al centro, un pareggio movimentato e di buona fattura, per entrambi.

Bruno Conti 

P.s Mi scuso ma nel weekend ci sono stati problemi tecnici nel Blog, ed essendo agosto non è stato possibile risolverli. Sperando che non ripetano riprendiamo con nuovi Post.

Ma Non Era Meglio Se I Fratelli Rimanevano Insieme? Forse, Ma Il Disco E’ Bello Comunque! Rich Robinson – Flux

rich robinson flux

Rich Robinson – Flux – Eagle Rock

Naturalmente la risposta al quesito posto nel titolo del Post è pleonastica, o se preferite altri sinonimi, ovvia, scontata, superflua, e quindi è un bel sì! Perché in effetti musicalmente gli album dei due fratelli Rich Chris Robinson, dopo lo scioglimento dei Black Crowes, sono molto simili (anche se non parrebbe) a quelli del gruppo originale: ovvero, in teoria quelli di Chris con i Brotherhood sono più orientati verso un sound psichedelico, da jam band, lunghi brani ricchi di improvvisazioni chitarristiche affidate alla solista di Neal Casal, ma anche pezzi intrisi delle radici rock-blues e southern, senza dimenticare gli amati Stones Faces. Invece quelli di Rich pure; o meglio, come appare evidente anche in questo Flux, il fratello minore, anche perché non provvisto della voce poderosa del fratello, spesso si affida a brani mid-tempo, più liquidi e sognanti, anche se non mancano le tracce dove il sound del vecchio gruppo prende il sopravvento e le chitarre si fanno più cattive e “lavorate”, i ritmi si fanno serrati e il rock domina. Allora non era meglio se stavano insieme, unendo le forze di un grande chitarrista e di un grande vocalist e autore? Certamente, ma i problemi non sono di carattere musicale ma caratteriale, i Black Crowes si erano già separati anche in altre occasioni nella loro traiettoria musicale e gli “scazzi” fra i due ci sono sempre stati stati, anche nei periodi migliori.

Quindi godiamoci i dischi solisti di entrambi (a fine luglio è annunciato anche quello nuovo di Chris Robinson Brotherhood) e constatiamo che Rich Robinson dai tempi del suo esordio solista Paper del 2004, e attraverso una serie di album ed EP, ripubblicati quest’anno dalla Eagle Rock, ha avuto una crescita continua e costante a livello qualitativo e come autore, e questo Flux è il suo disco migliore in assoluto: ricco di brani legati al suono della vecchia band, quindi fiammate rock-blues, richiami stonesiani, ma anche divagazioni nel suono West Coast e in quello southern, come pure aperture melodiche, brani che nella struttura, anche per il tipo di voce di Rich, mi hanno ricordato certe cose del primo George Harrison solista, quello di All Things Must Pass per intenderci, dove rock, melodia e jam andavano a braccetto. Qualcuno potrà dirmi che lo stesso si può dire dei dischi di Chris, magari sostituendo Harrison con Rod Stewart, Jagger o Steve Marriott, ma poi il risultato è abbastanza simile. Cosa posso dirvi? E’ vero, sono d’accordo: l’importante è che siano i contenuti a prevalere e mi sembra che in questo CD, anche se non possiamo gridare al capolavoro, i motivi per rallegrarsi sono parecchi. Accompagnato da un ottimo gruppo di musicisti: Joe Magistro alla batteria, Zack Gabbard al basso (solo nel brano iniziale, nel resto del disco lo suona lo stesso Rich) e Matt Slocum alle tastiere (in alternanza a Marco Benevento), il nostro, che compone tutti i brani e produce l’album, registrato negli Applehead Studios di Woodstock, NY, ci regala 13 brani ricchi di spessore.

Si va dall’iniziale The Upstairs Land, un classico brano rock à la Crowes con organo e chitarre ben presenti che poi lasciano spazio alla guizzante slide di Rich, semplice ma efficace, passando per Shipwreck, abbastanza simile al precedente, sempre del sano rock anche se un filo più funky, con gli spunti di chitarra che sono sempre il punto forte del pezzo e ancora The Music That Will Lift Me, il primo “singolo” tratto dall’album, dove la presenza dell’ospite Charlie Starr dei Blackberry Smoke (visti dal vivo a Milano qualche giorno fa, ottimi, non posso che confermare il giudizio), aggiunge una quota country-soul-southern che potrebbe ricordare gli amati Stones ma anche gli Allman Brothers del periodo Brothers And Sisters, con chitarre in libertà. Molto buona anche Everything’s Alright, con il piano di Slocum in bella evidenza, come pure la voce della nera veterana Daniela Cotton che aggiunge una quota soul, o meglio rock got soul e grazie agli intrecci della ritmica, sempre incentrata sul lavoro dell’ottimo Magistro, batterista assai eclettico, siamo dalle parti della Tedeschi Trucks Band, mentre Eclipse The Night, con doppia tastiera, tra cui un bel piano elettrico, voce filtrata per coprire le piccole magagne della voce di Rich (che non è il fratello), e un bel solo di wah-wah a movimentare il mood del brano, ricorda il sound dei dischi passati.

Bellissima Life, uno di quei brani elettroacustici mid-tempo, a metà strada tra west coast psichedelica e l’Harrison pastorale ricordato prima, con sognante intermezzo strumentale, come pure ottima Ides Of Nowhere, molto sixties nella sua costruzione sonora legata al lavoro della chitarra e niente male anche Time To Leave, dove Rich Robinson suona tutti gli strumenti con l’eccezione delle tastiere e compresa la batteria, altra bella ballata con il piano di Benevento in evidenza, un brano quasi da cantautore classico, leggermente van morrisoniana. Come lo è, almeno nel titolo, la successiva Astral, che viceversa ci riporta al classico southern sound degli Allman più raffinati, di nuovo con il lavoro di Magistro alla batteria molto vario e incalzante. John Hogg, vecchio compagno di avventura negli Hookah Brown, ritorna per unire la sua voce a quella di Rich per un’altra eccellente ballata come For To Give, che non ha nulla da invidiare alle migliori canzoni dei Black Crowes (e, insisto, sempre al George Harrison più volte citato). Which Way Your Wind Blows, il brano più lungo dell’album, è psichedelia allo stato puro, voce filtrata e sognante, piano elettrico e una chitarra fuzzata e acidissima, con Surrender che ci riporta al rock classico dei migliori Black Crowes, con la chitarra che vola agile e sicura, prima del finale zeppeliniano della tirata Sleepwalker, direi epoca Houses Of Holy, con batteria marcata, tastiere e chitarre acustiche a circondare la voce di Robinson che ci regala un ultimo assaggio della sua destrezza alla solista. Vedremo se la “pausa di riflessione” dei fratelli avrà sbocchi positivi, per il momento, come diceva Nero Wolfe ad Archie Goodwin, “soddisfacente”

Bruno Conti