Funky, Soul, Desert-Rock, Psichedelia E Tanto Blues-Rock. Tornano I SIMO Con Rise And Shine

simo rise and shine

SIMO – Rise And Shine – Provogue/Mascot

Il disco precedente http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/ , uscito a gennaio 2016, era stato, non dico un fulmine a ciel sereno, ma una bellissima sorpresa: un album come quelli che si facevano una volta, tra blues, rock e southern, suonato alla grande, con il suo protagonista principale, il chitarrista JD Simo, in grado di utilizzare nelle registrazioni la vecchia Gibson Les Paul che fu di Duane Allman, custodita proprio nella Big House di Macon, Georgia, la vecchia magione degli Allman Brothers nel loro periodo più fertile, libero e selvaggio, dove incidevano e provavano. E lo spirito di quello strumento e di quelle sonorità era presente in modo massiccio nell’album Let Love Show The Way, un tipico disco da power trio vecchia maniera: irruente, ma anche ricco di finezza, e con l’aggiunta di una bella cover come Please Be With Me, Cowboy via Eric Clapton. Dopo quell’album i SIMO sono partiti per un tour mondiale durato tutto l’anno, 215 date in giro per il mondo (Italia compresa, grande concerto anche a Milano come opening act dei Blackberry Smoke): poi sono tornati alla loro base di Nashville, e da febbraio del 2017 sono entrati in studio di registrazione per incidere il nuovo album Rise And Shine, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Don Bates, e producendosi da soli, oltre a JD Simo alla chitarra, Elad Shapiro al basso e Adam Abrashoff alla batteria.

Undici canzoni nuove, scritte dal gruppo, che per l’occasione, oltre ai generi citati, esplora anche altre forme sonore, secondo le loro stesse parole, Stax soul, funky, desert-rock e psichedelia, quindi andiamo a sentire. Come spesso accade sto ascoltando in streaming in anteprima l’album, parecchio prima dell’uscita e quello che sento mi sembra veramente più che valido: Return è un sinuoso, moderno, quasi futuribile, R&B degli anni duemila, con voce filtrata, ritmo quasi minimale e sospeso, con un corposo giro di basso ad ancorarlo, e una chitarrina sorniona che poi esplode in un assolo dalle timbriche inconsuete, con la solista che quasi se la “ride”. In effetti lo stesso JD Simo ha ricordato che nella sua collezioni di dischi, ai fianco dei nomi e degli stili citati, ci sono anche artisti contemporanei, tipo D’Angelo, Alabama Shakes, Prince e i Roots, solo che, a modesto parere di chi scrive, lui li rielabora molto meglio nella sua visione musicale. Meditation è un funky-rock che fonde Stax, Sly And Family Stone e un pizzico di Blaxploitation, con le scintille di una chitarra hendrixiana e la voce nera del musicista di Chicago, per una eccitante cavalcata a tutto ritmo nella musica rock del futuro o nel futuro della musica rock, come preferite. Shine, potrebbe rimandare a degli ZZ Top leggermente schizzati e psych, con una tastiera ad irrobustire il power rock del trio e ad un assolo di chitarra con wah-wah che rallenta improvvisamente in un blues acidissimo e poi riesplode a tutta velocità, mentre People Say insiste in questa carnale combinazione di blues-rock alla Cream, voci e chitarre impazzite e acrobazie sonore di basso e batteria che ne sostengono le divagazioni verso sonorità che ricordano Funkadelic o Parliament https://www.youtube.com/watch?v=fPqgQiItkEo .

I nostri amici, soprattutto Simo, mettono a fuoco suoni e grooves probabilmente studiati in centinaia di dischi di altri musicisti, ascoltati o perché ci hanno suonato, il melting pot ogni tanto funziona bene, altre volte è più pasticciato, ma ci sono comunque sempre interessanti situazioni musicali anche in un brano “strano” come Don’t Waste. In I Want Love il buon JD sfodera il suo miglior falsetto da soul crooner, per una ballata lenta ed avvolgente che ogni tanto viene percorsa da brevi e brusche sferzate di chitarra che cercano di turbarne la quiete; The Climb è quello che abbiamo definito desert-rock psichedelico, uno strumentale che deve qualcosa sia alle furiose schitarrate dell’Hendrix sperimentale, quanto, in parte, anche alle colonne sonore dei western all’italiana. Non poteva mancare ovviamente uno slow blues cattivissimo e malevolo come Light The Candle, dove la chitarra va in overdrive verso il blues-rock più heavy di stampo power trio anni ’70, con un assolo selvaggio ed incontenibile che conferma la reputazione di JD Simo come uno dei guitar heroes più fenomenali del nuovo millennio, anche senza la chitarra di Duane Allman.

E il trio, non pago, dopo gli oltre sette minuti di questo tour de force, rilancia con altri sette di minuti di gran classe in Be With You, una lenta soul ballad che viene travolta da un’altra torrenziale cascata di note della solista del nostro che sale e scende nei volumi e nell’intensità in un altro assolo, formidabile per timbri, feeling e gusto squisito, e che nel crescendo finale ricorda With A Little Help From My Friends, il loro cavallo di battaglia delle loro esibizioni Live, mirabilmente registrata in una unica take notturna. Siamo quasi al finale, ma prima uno sketch acustico, The Light che è una sorta di folk blues intimo e intenso, solo voce e chitarra; a questo punto manca un solo brano, ma che brano, tredici minuti di “follia” sonora in modalità jam, per una I Pray, di nuovo tra derive psichedeliche alla Grateful Dead e rintocchi chitarristici tribali che rimandano al Peter Green esoterico di End Of The Game, in una orgia di wah-wah di rara potenza, ma anche passaggi jazzati di rara finezza e tocco. Se volevamo una conferma questo Rise And Shine ce la dà a pieno titolo: non solo per JD Simo, ma per tutta la band, un trio di musicisti veramente, si spera, dal luminoso futuro,  ma per ora anche dal presente brillante e stimolante!

Esce domani venerdì 15 settembre.

Bruno Conti  

Lunga Vita Agli Anni ’70, 2! The Apocalypse Blues Revue

apocalypse blues revue

The Apocalypse Blues Revue – Apocalypse Blues Revue – Provogue/Mascot

Il disco, obiettivamente parlando, non è brutto, il vocabolo Blues, infilato tra Apocalypse e Revue, indica subito quale è il genere che il gruppo vuole affrontare, ma il risultato è decisamente heavy, e sarebbe strano il contrario, visto che i due componenti principali della band, il chitarrista Tony Rombola e il batterista Shannon Larkin, vengono dalla nota band Godsmack,, hard, heavy e nu metal, a seconda delle catalogazioni che leggete nelle varie biografie, potremmo anche aggiungere post-grunge, che non so cosa sia, ma sulla carta fa il suo effetto. Per questo progetto satellite i due hanno voluto con loro il cantante Ray “Rafer John” Cerbone e il bassista Brian Carpenter. Il disco, come si diceva, è duretto anziché no, nelle loro parole una versione del blues recuperata attraverso l’ascolto di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, AC/DC (se hanno mai fatto blues) e tra gli artisti più recenti Stevie Ray Vaughan e Eric Gales, ma potrei aggiungere Frank Marino, Robin Trower e la pattuglia degli hendrixiani tutti: non a caso con il pedale del wah-wah spesso e volentieri pigiato a manetta. Ci sono anche echi dark dei primissimi Black Sabbath (Tony Iommi agli inizi evidenziava delle influenze blues) e tra le ultime band gente come la Blindside Blues Band e la pattuglia di artisti della Shrapnel e della Blues Bureau.

E, non a caso, secondo chi scrive, forse il miglior brano del disco, messo in coda come bonus, è una abbastanza fedele, quasi didascalica, cover di When The Music’s Over dei Doors, dove il cantante Cerbone mette in luce la sua voce profonda e baritonale che ricorda parecchio nel timbro quella di Jim Morrison, un altro che amava il blues “meticciato”. Insomma se volete la vostra razione delle 12 battute, molto, ma molto elettrica, diciamo hard e pure rock, qui potreste trovare pane per i vostri denti, in fondo c’è molto di peggio in circolazione (anche di meglio, per la verità) e quindi se l’air guitar davanti allo specchio è ancora una delle vostre forme di ginnastica preferita, con questo album potreste praticarla agevolmente. Diciamo che la Apocalypse Blues Revue lodevolmente cerca di sciorinare tutti i tempi del blues, dalllo slow, allo shuffle, passando per quello acustico e per  il blues-rock, ma poi alla fine prevale una certa “viuulenza”nel sound, come esplicato nella iniziale Evil Is As Evil Does, che è uno shuffle cadenzato, ben cantato da Cerbone e con la chitarra che non è ancora sull’11 del volume, ma si lascia gustare; già nel secondo brano Junkie Hell, in teoria uno slow blues, Rombola comincia a spremere la sua solista, con vibrati in evidenza e la voce morrisoniana di Rafer John, e nel finale l’Hendrix che è in lui si scatena, anche con profitto, con una orgia di wah-wah.

Subito replicata nella successiva Devil Plays A Strat (sarà vero?), dove i gemiti della chitarra si fanno ancora più selvaggi e dark, con modello forse più Trower che Hendrix, ma gli originali in entrambi i casi sono superiori. I Think Not dimostra che volendo i nostri amici possono suonare anche della musica più raccolta e tranquilla, a volumi meno sparati e con buona tecnica e feeling. Whiskey In My Coffee tenta anche la strada del southern boogie d’atmosfera, non male https://www.youtube.com/watch?v=bFhfdxFyTQU  e pure The Tower, di nuovo ispirata da Robìn Trower e quindi per proprietà transitiva Hendrix, ha addirittura delle derive leggermente psichedeliche, a conferma del fatto che questi signori non suonano affatto male https://www.youtube.com/watch?v=vdG3jpcJNiA . Crossed Over è più scontata, per l’amor di Dio, la chitarra è sempre molto presente ed “effettata”, ma si esagera un tantino con le acrobazie sonore. Comunque gli ex baldi giovanotti cercano di bilanciare le due facce della loro musica e Blues Are Fallin’ From The Sky è quasi tradizionale, con una parte centrale dove Rombola fa lo SRV o il Ronnie Earl della situazione, con un assolo tutto feeling e tecnica. Work In Progress è un’altra variazione sul tema Hendrix con pedale wah-wah di nuovo in azione, e il diavolo, che era sempre in agguato dietro l’angolo, torna per The Devil In Me, un lentone hard tra Black Sabbath e Zeppelin, mentre Blue Cross, l’ultima traccia prima dell’ottima cover dei Doors, mette in evidenza anche un lato elettroacustico della band, insomma si parte con una chitarra acustica ma poi non riescono a trattenere il loro lato più duro e finiscono su ritmi tribali. Ribadisco, se amate il genere rock 70’s, questo album degli ABR potrebbe anche interessarvi.

Bruno Conti

Per Amanti Dei “Bravi Chitarristi”, Ex Ragazzo Prodigio! Eric Steckel – Black Gold

eric steckel black gold

Eric Steckel – Black Gold – Eric Steckel Music

Rispetto all’imberbe ragazzino che nel 2002 esordiva a soli 11 anni con l’album A Few Degrees Warmer, ora, a giudicare dalla foto di copertina di Black Gold, Eric Steckel è un giovane dal lungo capello, con barba, sempre fulmine di guerra con la sua chitarra, non più legato ad un blues deferente verso i dettami del passato, ma dal sound più vicino al rock https://www.youtube.com/watch?v=iFtL5CHC8ms . Però anche lui ha sempre dovuto fare i conti con il mercato discografico: i suoi dischi sono comunque autoprodotti, con una distribuzione difficoltosa (in effetti questo nuovo Black Gold risulta essere uscito da circa un anno, ma pochi se ne erano accorti), registrati al risparmio. Nel nuovo album Steckel, oltre alla solista, suona anche basso e tastiere, lasciando al co-produttore dell’album, Maikel Roethof, il ruolo di batterista. Se il nome non vi sembra americano non vi sbagliate, viene da Amsterdam, dove il disco è stato in parte registrato, meno alcune parti realizzate a Nashville. Rispetto al precedente Dismantle The Sun (uscito quasi quatto anni fa, con un EP digitale ad interrompere la lunga pausa) http://discoclub.myblog.it/2013/02/12/ex-bambini-prodigio-crescono-eric-steckel-dismantle-the-sun/  mi sembra che il nuovo album sia di un gradino inferiore, sempre molto ricco e fluente nell’ambito chitarristico, ma meno vario e più orientato verso un rock più duro rispetto al passato.

Diciamo che Steckel continua a seguire le tracce di un Bonamassa, ma mentre negli ultimi anni il chitarrista newyorkese ha affinato il suo stile, andando a pescare ancora di più anche nel blues e nel soul, l’ancora giovane Eric (in fondo viaggia tra i 25 e i 26 anni) preferisce privilegiare un suono più vicino all’heavy rock targato anni ’70, come evidenzia la traccia di apertura Holding On, molto legata a quello stile, anche se gli interventi di chitarre e tastiere, i continui cambi di tempo e la voce sicura del nostro, rendono il tutto comunque molto piacevole, e poi il suono della chitarra è brillante e ricco di grande tecnica , come è sempre stato per Steckel. Juke Joint inserisce qualche elemento southern, ma privilegia un suono troppo leggerino; anche El Camino può ricordare le band sudiste più rock, tipo Blackfoot o Molly Hatchet, anche se il lavoro di slide di questo strumentale è comunque apprezzabile. Fugitive ricorda addirittura certo AOR americano anni ’70 o gente come Nugent, Journey, Bad Company (non i primi), con My Darkest Hour, che nei suoi quasi 6 minuti, grazie ad un arrangiamento più complesso che evidenzia anche l’uso dell’organo, mi sembra migliore, con interessanti aperture melodiche e il solito lavoro fluente della chitarra, però sempre soggetta a quel sound a tratti troppo “leggerino”.

Però Speed Of Light è di nuovo quasi lite metal, e neppure del migliore, mentre Texas 1983 è una bella improvvisazione strumentale di stampo Vaughan/Hendrix, peccato sia troppo breve https://www.youtube.com/watch?v=NJ_c2Jwn610 . Outta My Mind, un funky-blues più vicino ai lavori passati di Steckel e What It Means, una sorta di ballata d’atmosfera ha tratti dell’antico splendore, con un lirico solo posto in conclusione, ma Rocket Fuel con il suo riffing grasso e “acrobatico” quasi alla Van Halen, è abbastanza scontata e ripetitiva. L’ultimo brano è l’unica cover del disco, If I Ain’t Got You di tale Alicia J. Augello-Cook, se il nome vi dice, non posso che confermare, è proprio un pezzo di Alicia Keys, tratto dal suo secondo disco, The Diary Of A.K,, ed è tra le cose migliori del disco, una ballata soul, cantata veramente bene e nobilitata da un finissimo solo di Eric Steckel che conferma, quando vuole, il suo gusto e la sua tecnica https://www.youtube.com/watch?v=Vy3pk6QNN1U . Luci ed ombre, ma gli amanti dei “bravi chitarristi” troveranno motivi per apprezzare.

Bruno Conti  

La Grinta Non Manca Mai! Kelly Richey – Shakedown Soul

kelly richey shakedown soul

Kelly Richey – Shakedown Soul – Sweet Lucy Records 

Dopo il poderoso e quasi “esagerato” Live At The Blue Wisp del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/09/tipa-tosta-piu-rock-che-blues-kelly-richey-band-live-at-the-blue-wisp/ , torna Kelly Richey, chitarrista e cantante di grana grossa, ma dalla notevole grinta: catalogata sotto blues, al limite blues-rock, la nostra amica in effetti forse appartiene più alla categoria rock, 70’s rock aggiungerei, armata della sua fida Fender Strato la Richey calca i palcoscenici americani ed europei da oltre 30 anni, ha una discografia di sedici titoli dove gli album dal vivo abbondano, e credo che fin da bambina sia cresciuta a pane e Led Zeppelin, Rory Gallagher, AC/DC, Jimi Hendrix, inserite il vostro rocker preferito e ci sta comunque. In ogni disco ci sono musicisti diversi che la accompagnano, evidentemente non reggono i suoi ritmi: questa volta abbiamo Rick Manning al basso e Tobe Donohoe alla batteria, quindi consueta formula power-trio che a tratti sfocia nell’hard-rock, ma la Kelly ha forse qualcosa in più, in ogni caso di diverso, da altre colleghe chitarriste in gonnella, soprattutto giovani europee ultimamente, meno 12 battute e più riff rocciosi, anche se la tecnica non manca e la voce è più della scuola Pat Benatar, Ann Wilson delle Heart, Michelle Malone. Forse tra i nomi a cui si ispira la Richey non ho citato Stevie Ray Vaughan, che è quello più amato, ma lei cita anche Free e Bad Company.

Da un paio di dischi ha preso l’abitudine di inserire anche elementi scratch e di leggera elettronica, affidati al batterista Donohe nel caso di Shakedown Soul, ma, anche se ne potremmo fare a meno, siamo nei limiti dell’accettabile. L’iniziale Fading, a tutto riff come al solito, sembra un pezzo anni ’80 delle citate Heart o di Pat Benatar, poi parte la chitarra e siamo in pieno “rawk” and roll. D’altronde il secondo brano (sono tutti suoi) si chiama You Wanna Rock  e dopo i leggeri effetti “moderni” dell’intro entriamo subito in territori Zeppelin e Free, e tra uno scatch e l’altro si fa  largo la chitarra vigorosa della (ex) ragazza. Diciamo che ci troviamo in una zona “hard rocking women”, un settore non frequentatissimo, che ha comunque i suoi estimatori; Lies, sul suo sito, viene presentata come una canzone influenzata dall’album omonimo di Sheryl Crow, uno legge, ma poi è libero di dissentire, questo per me è rock, duro e cattivo, fine. The Artist In Me, sempre con quei leggeri effetti sonori, a tratti fastidiosi, viene presentata come un brano ispirato dal sound di Lanois nell’album Wrecking Ball di Emmylou Harris?!?

Ma cosa si è bevuto o fumato l’estensore di queste note? Mah! Pezzo rock, indubbiamente più lento e di atmosfera, voce sussurrata, ma sempre duretto rimane. Love torna alla scuola Led Zeppelin, AC/DC, riff, viuulenza e tanto rock and roll, con la chitarra libera di graffiare, breve ma intenso, mentre in Afraid To Die i tempi si dilatano per uno slow-hard-blues, quasi dark e sabbathiano nel suo dipanarsi. Only Going Up viene sempre da Led Zeppelin II o giù di lì (in questo disco poco SRV), voce filtrata, ritmica in libertà e un accenno di wah-wah nel finale. Just Like The River, ha qualcosa di Patti Smith o del Boss, un sano pezzo rock di quelli gagliardi, con piacevoli interventi chitarristici e un ritornello quasi orecchiabile, anche se vocoder e synth rompono un po’ le palle. Effetto “elettronica” che si accentua in I Want To Run, anche se il riff’n’roll alla lunga la vince, con la chitarra che si fa largo con un bel solo vecchia scuola hard https://www.youtube.com/watch?v=x1rnUrnAuGE . Chiude il tutto, dopo neanche 40 minuti, la ripresa acustica di Fading, che diventa una sorta di ballata blues, solo voce e chitarra, dove si apprezza di più la voce di Kim Richey https://www.youtube.com/watch?v=v_p43w5zTQ4 . Come detto, la grinta non manca, una botta di sana “tamarritudine” (ma non glielo traduciamo) ogni tanto ci sta, forse meno “ricerca sonora” e più sostanza, ma in fondo va promossa.

Bruno Conti

Ancora Una Anteprima: Ecco Il “Nuovo” Jeff Healey – Heal My Soul

jeff healey heal my soul

Jeff Healey – Heal My Soul – Mascot/Provogue

Il 25 marzo, fra pochi giorni, Jeff Healey avrebbe compiuto 50 anni: per commemorare l’evento la famiglia di Jeff ha deciso di pubblicare un album “nuovo” di studio, composto da 12 brani mai apparsi su disco e mai eseguiti prima in concerto (così dice il comunicato)! In effetti già nel 2013, cinque anni dopo la sua morte, non per voler essere pignoli, visto che lo avevo recensito io, e avevo fatto delle ricerche, era uscito House On Fire, sottotitolato Demos And Rarities, che raccoglieva materiale inedito registrato tra il 1992 e il 1998, una sorta di live in studio, senza ulteriore lavoro di produzione o sovrincisioni, con due cover aggiunte, per il resto un eccellente album di studio, preso nel miglior periodo di creatività del chitarrista canadese http://discoclub.myblog.it/2013/02/28/altri-inediti-di-jeff-healey-house-on-fire-demos-a/ . Diciamo che la differenza con questo Heal My Soul, che verrà pubblicato proprio il giorno del suo compleanno, parrebbe nel fatto che questo “nuovo” disco, che viene presentato come il primo disco di materiale originale di studio da 15 anni a questa parte, è stato rimasterizzato, completato, restaurato se volete, e alla fine, ascoltandolo, sembra proprio un disco fatto e finito, con un ottimo suono e belle canzoni.

Non è dato sapere quando sia stato registrato esattamente, ma ci viene detto che proviene dal periodo di maggiore creatività di Jeff Healey, quindi azzardiamo un anni ’90 e passiamo alle canzoni. Anzi, prima ai super fans ricordo che sul sito dell’artista si può prenotare una edizione in cofanetto dell’album, finanziato con il solito sistema del crowdfunding, attraverso la Pledge Music, e quindi molto più curato delle precedenti pubblicazioni postume di Healey. Questa edizione speciale contiene un altro CD, dal vivo a Oslo nel 1999, doppio vinile, un 10 pollici con altri 5 brani e memorabilia vari, però costa un bel 215 dollari canadesi, per cui direi di passare alle canzoni contenute nell’edizione normale, dodici in tutto. Si parte con la tiratissima Daze Of The Night, un classico rock-blues del suo repertorio, quasi hendrixiano, ricco dei suoi soli, vibranti e possenti come al solito, con la chitarra che viaggia che è un piacere e la voce ben presente nel mix accuratissimo dell’album. Moodswing, che si apre su un wah-wah acidissimo, ricca di atmosfera e con elementi quasi psichedelici è un altro ottimo brano, mentre Baby Blue è la prima di una serie di belle ballate di stampo acustico che illustrano il lato più romantico dell’artista canadese, senza tralasciare l’eccellente lavoro della solista che in questo pezzo sottolinea con gusto la melodia della canzone, prima di rilasciare un lirico assolo.

I Misunderstood è un altro pezzo rock, un mid-tempo più misurato e dal taglio quasi radiofonico, ma di quelle che trasmettono buona musica, mentre Please, di nuovo con wah-wah a manetta, è forse la più hendrixiana del lotto, ancor di più di Daze Of the Night, con una ritmica poderosa e la solista di Jeff che fa i numeri. Love In Her Eyes è un altro bel pezzo rock, quasi alla All Along The Watchtower, un bel ritornello cantabile e le chitarre, in questo caso anche l’acustica oltre all’elettrica, sempre in bella evidenza, come è regola nei dischi di Healey, se poi le canzone sono buone, come in questo caso, si gusta ancora di più; Temptation è un poderoso blues-rock elettroacustico, più il primo, con un retrogusto quasi alla Rory Gallagher dei tempi che furono, ottimo. Kiss The Ground You Walk On, buona, ma niente di memorabile, però All The Saints recupera subito, un’altra di quelle ballate, in questo caso acustica, alla Angel Eyes, che erano il marchio di fabbrica di Jeff Healey. Put The Shoe On The Other Foot è un funky-blues ad alta densità chitarristica, con Under The Stone, che dopo un’apertura più riflessiva si apre in una sorta di soul-rock ballad cantata molto bene da Healey, ben coadiuvato da un coretto aggiunto probabilmente in post-produzione e con il solito lavoro ficcante e di gran sostanza della solista. A chiudere un brano dal titolo che potrebbe essere profetico It’s The Last Time, a cui ci sentiamo di dover aggiungere un punto di domanda: un’altra bella ballata melodica di buona fattura, che però non aggiunge molto all’insieme dell’album, salvo per il solito eccellente lavoro della chitarra, uno dei punti fermi di questo buon disco e che è quello per cui verrà soprattutto ricordato questo grande musicista canadese.

Bruno Conti

Eccone Un Altro! Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Rude Mood

stevie ray vaughan rude mood

Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Rude Mood – FMIC 

I giudizi continuano ad essere positivi, però è già il quarto live broadcast di Stevie Ray Vaughan che esce negli ultimi mesi, solita etichetta di fantasia e via pedalare. Però diciamo che finché la qualità rimane buona i fans del chitarrista texano possono fare un altro sacrificio e in questo caso ci siamo. Il concerto è registrato il 30 giugno del 1987 a Philadelphia al Mann Music Center e trasmesso ai tempi dall’emittente locale WMMR: siamo ancora nel tour per supportare il doppio ufficiale Alive, come nel caso del recente doppio Live…Texas 1987 http://discoclub.myblog.it/2015/11/13/se-fosse-anche-inciso-bene-sarebbe-perfetto-2-stevie-ray-vaughan-double-trouble-livetexas-87/ , con cui ha in comune buona parte del repertorio della serata, in una differente sequenza e con Rude Mood, l’ultimo bis, che nel concerto texano non c’era.

Anche in questo caso alcuni brani, tre per la precisione, erano presenti nel cofanetto ufficiale della Sony SRV che raccoglie parecchio materiale live inciso da Vaughan e mai pubblicato nella sua interezza. Anche questo CD non riporta tutto il concerto, ma solo la parte che è andata in onda alla radio e comunque come gli altri usciti ha i suoi momenti di notevole interesse: se la registrazione al Bumbershoot Arts Festival dell’85 aveva la particolarità della partecipazione di Bonnie Raitt nei due brani conclusivi http://discoclub.myblog.it/2015/11/07/preservato-i-posteri-stevie-ray-vaughan-featuring-bonnie-raitt-bumbershoot-arts-festival-1985/ , quello in Texas il fatto di essere il concerto completo, questo Rude Mood ha alcuni versioni di classici di SRV notevoli, oltre ad una eccellente qualità sonora, forse la migliore di quelli pubblicati finora. Il solito travolgente strumentale Scuttle Buttin’ posto in apertura, l’immancabile e vorticosa orgia di wah-wah Say what, una poderosa Look At Litte Sister, tutto l’armamentario è schierato in gran pompa con Vaughan e i compari dei Double Trouble che paiono in gran serata, concentrati e vogliosi di improvvisare come rare volte è dato di ascoltare.

Mary Had A Little Lamb è super funky e lo slow blues Ain’t Gone ‘N’Give Up On Love in una delle più intense versioni mai sentite con il mancino texano quasi trasfigurato dal suo rapporto con la chitarra solista. Ma tutto il concerto è ancora una volta fantastico, a conferma del fatto che Stevie Ray Vaughan è stato uno dei più grandi performer live della storia, quando i suoi problemi con droga e alcol non collidevano con la sua voglia di fare musica. Musica che scorre fluida e travolgente anche nella super hendrixiana Couldn’t Stand The Weather e in una versione monstre, oltre 14 minuti, di Life Without You, una delle vette dell’arte di improvvisare il blues del nostro, una slow ballad in crescendo, liquida e limpida come l’acqua, con la chitarra che raggiunge vette di eccellenza assoluta. Il trittico finale, Come On, Love Struck Baby e la citata Rude Mood conclude in gloria una serata per certi versi memorabile. Hendrix è stato il Maestro assoluto della chitarra elettrica (con Clapton, Page e Beck quasi suoi pari), Stevie Ray Vaughan uno dei suoi discepoli più grandi.

Bruno Conti

Il Più Grande Bassista Della Storia Del Rock, E Anche Il Chitarrista Non Era Male! Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road

jack bruce robin trower songs from the road

Jack Bruce And Robin Trower – Songs From The Road – Ruf/Ird CD+DVD 

Jack Bruce è stato il più grande bassista della storia del rock: e questa è una cosa nota e anche piuttosto condivisa. E qui potrei fermarmi. Meno noto è il fatto che questo concerto sia la riproposizione da casa Ruf di Seven Moons Live, l’album dal vivo del 2009 che uscì sia in versione CD che DVD, divise. Ora l’etichetta tedesca (ri)pubblica questa nuova edizione del concerto in versione doppia, con l’aggiunta di un brano, She’s Not The One, nella parte video. Quelli erano stati anni turbolenti e dolorosi per Bruce: nel 2003, dopo anni di eccessi, gli fu diagnosticato un tumore al fegato, e nel 2004 subì un trapianto totale, che agli inizi gli diede problemi di rigetto, poi risolti, tanto che nel 2005 fu presente alla famosa reunion dei Cream alla Royal Albert Hall.. Poi il musicista proseguì la sua frenetica serie di impegni e nel 2007 rinnovò anche la collaborazione con Robin Trower, grande chitarrista londinese, noto ai più per la sua militanza nei Procol Harum, ma autore anche di una lunga serie di album solisti, che gli valsero l’epiteto di “erede” di Jimi Hendrix, per il suo stile “sognante” e ricco di tecnica, ammirato moltissimo da Robert Fripp, che lo considerava un maestro e ha addirittura preso delle lezioni da lui.

Come dicevo un attimo fa, Trower e Bruce si erano già incontrati una prima volta tra il 1981 e il 1982, quando registrarono due album in coppia, B.L.T. e Truce. Nel 2007 esce Seven Moons, disco che li vede affiancati dal grande batterista (ma anche tastierista) Gary Husband, uno che abitualmente suona nei 4Th Dimension di John Mclaughlin, ma ha collaborato anche con Allan Holdsworth, Mike Stern, i Level 42 (?!?) e tantissimi altri che sarebbe lunghissimo elencare. Quindi per tutti e tre i musicisti, l’arte della collaborazione è un fattore importante nel proprio fare musica, come pure la capacità di fondere vari generi: Bruce ha iniziato nel gruppo di Graham Bond, tra jazz e blues, poi brevemente nei Manfred Mann e nei Bluesbreakers di Mayall, l’avventura dei Cream dove ha rivoluzionato il modo di fare rock, introducendo l’improvvisazione del jazz, e inventando di fatto il power trio, di nuovo jazz con Tony Williams Lifetime, Carla Bley, Kip Hanrahan, in mezzo una carriera solista eccelsa, con mille rivoli e deviazioni che lo hanno portato a riprovare il trio rock-blues con West, Bruce & Laing e il quintetto con Carla Bley, Ronnie Lehay e Mick Taylor, ma anche lo stile big band, le contaminazioni con la world music e mille altre avventure.

Ma secondo me il genere dove eccelleva è sempre stato il rock-blues, il suo saper improvvisare in libertà, confrontarsi con un chitarrista e un batterista, all’interno anche di brani dalla struttura classica, ovvero belle canzoni, per poi improvvisamente partire verso la stratosfera del rock, quando incontrava dei musicisti ai suoi livelli tecnici. E Trower e Husband lo sono entrambi; in questo concerto registrato nella bella sala da teatro De Vereeniging di Nijmegen in Olanda, il 28 febbraio del 2009, una delle ultime occasioni per ascoltare Jack Bruce (che come ricorda lui stesso nel corso del concerto, aveva avuto di nuovo dei problemi di salute tanto da fargli esclamare che non solo era contento di essere in quel teatro a suonare, ma lo era in assoluto, per il fatto di essere ancora vivo) al massimo delle sue capacità: i brani vengono in gran parte da Seven Moons, 10 in totale, tutti meno uno, firmati, da Bruce e Trower, più Carmen da B.L.T. e tre pezzi dei Cream, che sono le chicche assolute del concerto.

Robin Trower non è Clapton, ma è assolutamente un suo pari, molto statico sul palco, a causa del suo continuo uso della pedaliera quasi costantemente in modalità wah-wah, ma anche con altri effetti che gli consentono quel suo stile sognante ed energico al tempo stesso, approccia i soli di Sunshine Of Your Love (con un Jack Bruce prodigioso al basso), White Room e Politician in modo originale, ma anche rispettoso degli originali, se mi passate il bisticcio. Bruce canta in tutto il concerto, ed è in gran forma vocale, a dispetto dei problemi di salute, tra blues, rock, musica d’autore e grandi canzoni, con punte di eccellenza nell’iniziale Seven Moons, nella sincopata Lives Of Clay, che ricorda moltissimo i pezzi dei Cream, nella sospesa Distant Places Of The Heart, quasi jazzata, in Carmen, una delle tipiche “ballate” di Jack, in Just Another Day, con un grande Trower, ai vertici del suo hendrixismo (se mi passate il termine), come pure in Perfect Place, dove il wah-wah fluisce in modo magnifico, e ancora nello slow blues di Bad Case of Celebrity e nella minacciosa e potente Come To Me. Praticamente in tutto il concerto dove i tre (anche Husband è formidabile) dimostrano che il rock è ancora un’arte viva e vegeta, se suonata da grandi interpreti.                  

Bruno Conti   

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto, 2! Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Live…Texas ’87

stevie ray vaughan live...texas '87

Stevie Ray Vaughan & Double Trouble – Live…Texas ’87 2CD Rox Vox 

Un altro? Ebbene, pare di sì, ormai questi CD relativi a broadcast radiofonici paiono spuntare come funghi, e i concerti di Stevie Ray Vaughan sono tra i più gettonati da queste etichette fantasma. Comunque, finché dura, gli appassionati e i fans hanno di che gioire, soprattutto quando la qualità, musicale e in parte sonora, è di questo spessore. Prendiamo il dischetto, anzi i dischetti in questione: per prima cosa il concerto è completo, fatto abbastanza raro in queste (ri)pubblicazioni, la qualità sonora è buona, sia pure con un po’ di statica e soffio della trasmissione radiofonica, ma soprattutto il contenuto è veramente notevole. Siamo al 1° febbraio del 1987, Majestic Theatre di San Antonio, Texas, SRV quindi gioca in casa, è il tour relativo a Live/Alive, il doppio album ufficiale della sua discografia, pubblicato nel 1986 dalla Columbia, ma siamo nella seconda parte di quella tournée, il nostro amico sembra essersi liberato dai suoi problemi di dipendenza da alcol e droghe e suona in modo superbo, nettamente superiore al contenuto del doppio Columbia. In effetti il concerto, trasmesso dall’emittente texana KZEP-FM, è veramente fantastico: accompagnato dai soliti Double Trouble, Layton, Shannon e Wynans, Vaughan dà vita ad una delle migliori esibizioni che mi è capitato di sentire, sia da dischi ufficiali, come da bootleg, e probabilmente i due compact meriterebbero anche, in una ipotetica valutazione, una mezza stelletta in più, se fossero incisi meglio, per quanto…

Dopo l’introduzione dell’emittente radiofonica che racconta brevemente il ritorno del figliol prodigo a casa sua e la presentazione sul palco dal MC della serata, ci tuffiamo a capofitto in una versione vorticosa dello strumentale Scuttle Buttin’, seguita dall’orgia wah-wah di Say What, più hendrixiana che mai. Poi, a seguire, una grandissima e lunghissima versione, oltre tredici minuti, dello slow blues Ain’t Gone’N’Give Up On Love, veramente ispirata dallo spirito dei grandi chitarristi che lo hanno preceduto. Lookin’ Out The Window è solo normale, ma Look At Little Sister, pur con qualche problema tecnico nella registrazione, è decisamente sopra alla media, come pure una ferocissima Mary Had A Little Lamb, dove Stevie Ray strapazza la sua Fender in modo quasi delicato, prima di lanciarsi in una inconsueta, ma non rarissima e gagliarda, rilettura, del classico di Freddie King Hideaway.

Pausa, e il secondo dischetto riparte con la sua versione di Superstition, sempre tiratissima, prima di lanciarsi in una fantasmagorica Willie The Wimp, veramente “cattiva” e nello slow blues intensissimo di Dirty Pool, per non parlare di una Cold Shot da antologia, una altrettanto eccellente cavalcata nel rock-blues leggendario di Couldn’t Stand The Weather, anche questa presa dal libretto di istruzioni, “come suonare, quasi, come Jimi Hendrix”. Non manca una lunghissima versione di Life Without You, che era tratta da Soul To Soul, il disco allora più recente, e che dal vivo era diventata uno dei nuovi cavalli di battaglia del suo repertorio, mentre Testify. che conclude il concerto, è/era uno dei suoi brani migliori in assoluto, qui in una versione scintillante con SRV e i Double Trouble, presentati a fine canzone, al meglio delle loro possibilità. Breve intermission radiofonica e si torna per i bis: Come On Part III, il brano di Earl King ma che tutti conosciamo nella versione di Hendrix e una scoppiettante Love Struck Baby (peccato per la qualità sonora che qui peggiora leggermente) che conclude degnamente una serata memorabile.

Bruno Conti