Proseguiamo Con I Dischi Fantasma, In Questo Caso Solo Vinile E Download: Anche Senza Tartarughe Che Lo Calpestano…Un Signor Musicista! Dave Simonett – Red Tail

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Dave Simonett – Red Tail – Dancing Eagle/Thirty Tigers LP e Download

Dave Simonett, come saprete, è il leader dei Trampled By Turtles, gruppo country-folk-grass-americana di Duluth, Minnesota (ho già sentito questa città…), una delle band più popolari del genere insieme a Old Crow Medicine Show ed Avett Brothers. Ma Dave è anche l’uomo dietro al moniker Dead Man Winter, che lui stesso ha definito “il mio progetto rock’n’roll” e titolare di due album il secondo dei quali, Furnace, è del 2017. Invece i TBT sono fermi al 2018, cioè all’ottimo Life Is Good On The Open Road, e così Simonett ha pensato che i tempi erano maturi per dare alle stampe il suo primo lavoro da solista. In realtà Red Tail, questo il titolo del LP, è nato un po’ per caso, in quanto Dave si è ritrovato in uno studio insieme a pochi fidati musicisti (non conosco i nomi essendo in possesso di un advance CD *NDB Che però come formato fisico non esiste, c’è solo il vinile) per registrare delle canzoni da lui scritte senza avere in testa un progetto in particolare: dopo aver ultimato otto pezzi, Dave ha considerato che lo stile intimista e cantautorale che li contraddistingueva non era adatto né ai TBT e neppure ai DMW, e solo in quel momento ha deciso di uscire con il suo nome in copertina.

Red Tail è dunque un bellissimo album in cui il nostro ci consegna una manciata di pezzi perlopiù lenti, una serie di ballate classiche sfiorate dal country e dal folk, decisamente adatte ad un ascolto autunnale, dove non c’è spazio per improvvisazioni dal vivo in torride jam come succede nei concerti dei Turtles. Poi però, essendo Simonett il principale songwriter in entrambe le configurazioni, è chiaro che qualche elemento in comune qua e là si sente, anche se qui c’è una maggiore attenzione alla profondità delle melodie e meno alle performance strumentali. L’album si apre in maniera splendida ed evocativa: Revoked è infatti una ballatona sognante ed eterea ma con un motivo ben definito ed un’atmosfera western (l’attacco strumentale può ricordare alla lontana Knockin’ On Heaven’s Door) con ottimo uso di steel e pianoforte, un brano coi fiocchi che fa sì che Red Tail inizi nel migliore dei modi. Pisces, Queen Of Hearts ha un ottimo intro strumentale per chitarra acustica e steel, poi arriva Dave ad intonare una deliziosa e toccante melodia di stampo country che ricorda da vicino le cose migliori di John Prine, ed è seguita dalla breve Silhouette, irresistibile country song di stampo classico, anni settanta https://www.youtube.com/watch?v=fdCNN8xfEd8 , e motivo davvero coinvolgente (chi ha detto Gene Clark?).

By The Light Of The Moon è un piccolo e squisito bozzetto elettroacustico, caratterizzato ancora da un motivo semplice e diretto, che precede la lunga In The Western Wind And The Sunrise, superba ballatona pianistica dal mood autunnale ma con un’intensità da brividi per tutti i suoi sei minuti. It Comes And Goes, pura, cristallina e con un sapore da western song alla Glen Campbell (merito di una leggera orchestrazione), precede le conclusive You Belong Right Here, eccellente ballata country-rock ancora con Prine in mente (la più elettrica del disco), e la pianistica e corale There’s A Lifeline Deep In The Night Sky, altro splendido brano che coniuga la lezione di The Band con una notevole sensibilità gospel https://www.youtube.com/watch?v=ne7IbfHvjAM . Un piccolo grande “dischetto” questo Red Tail (appena 33 minuti, ma decisamente intensi): in qualunque veste si presenti a noi, Dave Simonett si conferma un musicista di primo piano.

Marco Verdi

Un’Antologia Diversa Ed Interessante, Anche Se Costosa. Bob Dylan – Japanese Singles Collection

bob dylan japanese singles collection

Bob Dylan – Japanese Singles Collection – Sony Japan 2 Blu-Spec CD2

La discografia ufficiale di Bob Dylan è piena di antologie e Greatest Hits, alcune più interessanti di altre ed in qualche caso perfino indispensabili (penso al box set del 1985 Biograph, uno dei primi cofanetti ricchi di materiale inedito della storia): un capitolo a parte lo occupano poi le raccolte prodotte esclusivamente per il mercato giapponese, come ad esempio Dylan Ga Rock del 1993 e poi ristampata nel 2010 ma con una tracklist diversa, oppure il bellissimo box quintuplo Dylan Revisited del 2016, con un CD intero dedicato al meglio delle Bootleg Series. L’ultima uscita esclusiva per il paese del Sol Levante è questo doppio CD Japanese Singles Collection, che come fa intuire il titolo raccoglie tutti i brani usciti su 45 giri nella nazione asiatica, nel periodo che va dal 1965 (cioè quando là hanno cominciato ad uscire i dischi di Dylan) al 1985 (quando hanno smesso di pubblicare i 45 giri di Bob, anche se per la precisione nel 1986 sarebbe uscito il raro singolo Band Of The Hand, ma essendo targato MCA non è qua presente: peccato perché ad oggi manca ancora su CD).

Il viaggio inizia dunque con Subterranean Homesick Blues e termina con Tight Connection To My Heart (che ebbe anche un videoclip girato in Giappone, in assoluto il più MTV-oriented tra i pochi di Bob, con alcune scene che oggi va di moda definire “cringe”, imbarazzanti), ed al suo interno presenta più di una chicca come vedremo tra poco; ecco comunque la tracklist:

CD 1:

  1. Subterranean Homesick Blues
  2. Like a Rolling Stone
  3. Positively 4th Street
  4. Can You Please Crawl Out Your Window?
  5. One of Us Must Know (Sooner or Later)
  6. Rainy Day Women #12 & 35
  7. I Want You
  8. Just Like a Woman
  9. Blowin’ in the Wind
  10. The Times They Are a-Changin’
  11. Lay, Lady Lay
  12. Take a Message to Mary
  13. Watching the River Flow
  14. When I Paint My Masterpiece
  15. George Jackson (Big Band Version)
  16. Knockin’ on Heaven’s Door
  17. A Fool Such as I

Track 1 released on Japanese CBS single LL-764-C, 1965.
Track 2 released on Japanese CBS single LL-821-C, 1965.
Track 3 released on Japanese CBS single LL-847-C, 1965.
Track 4 released on Japanese CBS single LL-882-C, 1966.
Track 5 released on Japanese CBS single LL-919-C, 1966.
Track 6 released on Japanese CBS single LL-928-C, 1966.
Track 7 released on Japanese CBS single LL-956-C, 1966.
Track 8 released on Japanese CBS single LL-987-C, 1966.
Track 9 released on Japanese CBS/Sony single SONG-80132, 1968.
Track 10 released on Japanese CBS/Sony single SONG-80156, 1969.
Track 11 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82001, 1969.
Track 12 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82070, 1970.
Track 13 released on Japanese CBS/Sony single SBSA-82116, 1971.
Track 14 released on Japanese CBS/Sony single CBSA-82132, 1971.
Track 15 released on Japanese CBS/Sony single SOPA-1, 1972.
Track 16 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-257, 1973.
Track 17 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-269, 1974.

CD 2:

  1. On A Night Like This
  2. Something There Is About You
  3. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine) (Before the Flood version)
  4. Tangled Up in Blue
  5. Mr. Tambourine Man
  6. Hurricane (Part 1)
  7. Mozambique
  8. One More Cup of Coffee
  9. Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again (Hard Rain version)
  10. Baby, Stop Crying
  11. Gotta Serve Somebody
  12. Man Gave Names to All the Animals
  13. Sweetheart Like You
  14. Tight Connection to My Heart (Has Anybody Seen My Love)

Track 1 released on Japanese Asylum single P-1293Y, 1974.
Track 2 released on Japanese Asylum single P-1315Y, 1974.
Track 3 released on Japanese Asylum single P-1293Y, 1974.
Track 4 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-307, 1975.
Track 5 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-321, 1975.
Track 6 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-349, 1975.
Track 7 released on Japanese CBS/Sony single SOPB-360, 1976.
Track 8 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-1, 1976.
Track 9 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-126, 1976.
Track 10 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-241, 1978.
Track 11 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-410, 1979.
Track 12 released on Japanese CBS/Sony single 06SP-433, 1979.
Track 13 released on Japanese CBS/Sony single 07SP-765, 1983.
Track 14 released on Japanese CBS/Sony single 07SP-901, 1985.

La confezione è molto curata come sempre capita con le edizioni nipponiche, con ben due booklet che rispettivamente contengono le copertine di tutti i singoli ed i testi dei brani in giapponese ed inglese (la copertina invece è davvero brutta per gli standard occidentali ma in linea con la cultura di quel paese), ed il suono, realizzato con la tecnologia Blu-Spec CD2, è decisamente spettacolare. Peccato per il costo, che da noi si aggira intorno ai 50 euro abbondanti: in rete però le lamentele dei fans più che il prezzo hanno riguardato la scelta di pubblicare solo i lati A dei vari singoli, tralasciando quandi una bella serie di rarità in CD come Spanish Is The Loving Tongue per piano solo, Rita May, Trouble In Mind e la cover di Willie Nelson Angels Flying Too Close To The Ground. E’ il caso di fare però qualche considerazione sulla tracklist: intanto ci sono canzoni che non si trovano spesso sulle antologie dylaniane (One Of Us Must Know, Take A Message To Mary, A Fool Such As I, When I Paint My Masterpiece, Something There Is About You, Mozambique, Baby Stop Crying), ed il fatto che in Giappone i singoli siano stati stampati dal 1965 porta brani come Blowin’ In The Wind e The Times They Are A-Changin’ a venire dopo gli estratti da Blonde On Blonde (e Mr. Tambourine Man addirittura nel 1975).

Detto che essendo presenti due pezzi dal vivo (Most Likely You Go Your Way da Before The Flood e Stuck Inside Of Mobile da Hard Rain), trovo strano che non fossero usciti singoli dal live At Budokan, ci sono anche delle versioni “single edit” e quindi rare, come Gotta Serve Somebody ed i due brani dal vivo citati poc’anzi, anche se non ha molto senso includere solo la prima parte di Hurricane (la seconda era sul lato B), visto che così la narrazione si interrompe sul più bello. Ma la vera chicca che “costringerà” i fans a ricomprare per l’ennesima volta le stesse canzoni è la presenza della “big band version” del singolo del 1971 George Jackson, introvabile su CD a meno che non possediate la rarissima stampa in compact dell’antologia australiana del 1978 Masterpieces (infatti la George Jackson presente sul doppio Sidetracks uscito nel cofanetto The Complete Album Collection era la versione acustica).

Forse un po’ poco per accaparrarsi questo Japanese Singles Collection, ma si sa che i “dylaniati” (categoria alla quale mi vanto di appartenere) sono teste particolari.

Marco Verdi

Una Figlia D’Arte Con Un Approccio Musicale Tutto Suo. Aubrie Sellers – Far From Home

aubrie sellers far from home

Aubrie Sellers – Far From Home – Aubrie Seller/Soundly Music CD

Aubrie Sellers, giovane cantautrice non ancora trentenne, non poteva che intraprendere la strada musicale. Già il fatto di nascere e crescere a Nashville predispone in tal senso, ma Aubrie è la figlia di Jason Sellers, autore di canzoni per conto terzi con un paio di dischi all’attivo negli anni novanta, e soprattutto di Lee Ann Womack, una delle più popolari country singer in America; in più, il patrigno di Aubrie (secondo marito di Lee Ann) è il noto produttore Frank Liddell, che è stato anche responsabile del primo album della ragazza New City Blues, uscito nel 2016. Uno potrebbe pensare che con questo lignaggio la Sellers si sia ritrovata la tavola apparecchiata, ma in realtà la ventinovenne cantante ha voluto mettersi in gioco, e con il suo secondo lavoro Far From Home ha fatto un disco di puro rock, nel quale il country è totalmente estraneo se non nella struttura melodica dei brani, che contrasta apertamente (e volutamente) con l’accompagnamento decisamente duro e roccato.

Non c’è l’ombra di violini, steel o mandolini in questo lavoro, ma il suono si regge totalmente sulle chitarre e su una sezione ritmica tosta, Glen Worf al basso e Fred Etchingham alla batteria : sono ben quattro infatti i chitarristi che si alternano (Ethan Ballinger, che è anche il fidanzato di Aubrie, Adam Wright, Park Chisholm e Chris Coleman), i quali forniscono un sound granitico ed abbastanza inatteso, creando un’interessante e stimolante contrapposizione con le linee melodiche cantate dalla Sellers, grazie anche alla produzione essenziale ed asciutta di Liddell. Il CD è aperto dalla title track, un brano dall’atmosfera rarefatta di grande fascino, con le chitarre elettriche dietro la voce di Aubrie e paesaggi sonori quasi alla Daniel Lanois (personalmente noto similitudini con la Emmylou Harris di Wrecking Ball, anche per la somiglianza del timbro vocale). My Love Will Not Change è l’unica cover (è stata scritta da Shawn Camp con Billy Burnette) e ha un suono duro e spigoloso, non lo stile che ti aspetteresti, ed il pezzo è impreziosito dall’intervento vocale di Steve Earle: un brano tosto, tra rock e blues, che non liscia il pelo all’ascoltatore ma gli spara in faccia un sound aggressivo e chitarristico.

Lucky Charm è di nuovo elettrica e potente, ma la melodia è orecchiabile e crea un contrasto volutamente spiazzante con il background decisamente rock: tre canzoni e di country non c’è traccia. Worried Mind inizia con una chitarra nel buio, poi entra la voce di Aubrie che intona un motivo che sarebbe perfetto per una country ballad, ma il sottofondo tagliente e quasi bluesato porta da tutt’altra parte; la tonica Drag You Down è immediata e dotata di gran ritmo, ed è il pezzo più accomodante finora anche se le chitarre a tempo di boogie non sono proprio tipiche di una pop song. Going Places è in bilico tra la ballata anni sessanta con tanto di chitarra twang ed un’aura moderna e quasi ipnotica https://www.youtube.com/watch?v=_EgqWZCRUwQ , Glad pesta di brutto e le chitarre sono anche distorte, e si viene a creare una contrapposizione netta con la voce gentile della Sellers. Haven’t Kissed Me Yet somiglia quasi ad una ballata canonica, uno slow intenso per voce e chitarra (elettrica), mentre con Troublemaker ci rituffiamo in atmosfere urbane e dissonanti, alla Dream Syndicate (altro che country).

La lenta Run, attendista e crepuscolare, precede Under The Sun, forse il brano più rilassato di tutto il disco e con un bel refrain, e la conclusiva One Town’s Trash, un veloce e coinvolgente power pop scritto insieme a Brendan Benson dei Raconteurs https://www.youtube.com/watch?v=hXtdoRRBcAM . Non so se mamma Lee Ann sia contenta delle scelte musicali della figlia Aubrie: quel che è certo che di dischi con questo suono da Nashville non ne escono molti.

Marco Verdi

Altra Uscita “Monca”, Solo In Download: CD E Vinile Previsti A Settembre, Comunque Un “Album” Veramente Molto Bello! Laura Marling – Song For Our Daughter

laura marling song for our daughter

Laura Marling – Song For Our Daughter – Chrysalis Download

Ormai si è capito che se non puoi “combattere” il download, per certi versi ti devi alleare con il “nemico”. Giornalmente si moltiplicano le uscite discografiche, termine che potrebbe diventare in parte desueto, visto che non escono con un supporto fisico, CD o LP che sia, oppure vengono rimandate più in là le date di uscita di continuo, spesso anche di mesi: anche il nuovo album di Laura Marling Song For Our Daughter, sull’onda della situazione che stiamo vivendo, è stato addirittura anticipato, nella sua versione digitale, di circa cinque mesi rispetto alla data iniziale che doveva essere per la tarda estate, a settembre, che rimane comunque valida, al momento, per i supporti tradizionali. Quindi anche per chi, come in questo Blog, non ama troppo questo tipo di pubblicazioni virtuali, peraltro comunque a pagamento, se non ci si affida allo streaming sulle piattaforme atte all’uopo, si deve adattare alla nuova situazione che si va creando, in attesa di tempi migliori. Fine della concione e bando alla ciance, passiamo a parlare di questo album, il settimo della discografia della bionda cantante inglese.

Ancora una volta Laura colpisce nel segno con un “disco” (forse il suo migliore in assoluto) che la conferma come una delle migliori cantautrici attualmente in circolazione: all’inizio Song For Our Daughter doveva essere prodotto insieme a Blake Mills, che invece è rimasto solo come co-autore di una canzone The End Of The Affair, mentre alla fine la Marling è tornata ad affidarsi alle sapienti mani di Ethan Johns, che aveva prodotto il suo secondo, terzo e quarto album, mentre per il successivo Short Movie, dopo il trasferimento a Los Angeles tra il 2013 e 2014, prima di tornare a Londra, aveva optato per un suono più elettrico, “lavorato” e moderno, per quanto sempre affascinante, ma in modo diverso, tendenza poi confermata anche per il successivo Semper Femina, prodotto dal citato Blake Mills, anche lui orientato verso un tipo di sound più eclettico e complesso. Per il nuovo album la nostra amica ha deciso di registrare il materiale in parte nel suo nuovo studio casalingo londinese, e in parte al Monnow Valley Studio di Rockfield in Galles, dove si erano tenute molte sessions gloriose del rock e pop britannico (e non solo), spesso sotto l’egida di Dave Edmunds e soci. Come ci ricorda il titolo il disco si rivolge ad una sorta di figlia immaginaria, anche se in alcune recensioni, soprattutto italiane, si parla della figlia della Marling come destinataria di questi dispacci, peccato però, che se non è nata nel frattempo per intervento dello Spirito Santo, questa figlia non esiste.

Probabilmente alla complessità dei testi, che riguardano la crescita della consapevolezza, il ruolo degli affetti, della famiglia, dell’esempio consapevole, della nuova situazione di un mondo che sta cambiando, non per il meglio, ha contribuito anche la decisione di nuovi interessi come lo studio della psicanalisi, mentre un’altra ispirazione è stata il libro di Maya Angelou, Letter To My Daughter, dove la scrittrice americana si rivolge sempre ad una figlia immaginata, alla quale manda una serie di lettere, mentre Laura Marling invia delle missive musicali, delle canzoni, che sono il campo in cui eccelle. Come si diceva c’è un ritorno ad un suono più raccolto, più intimo, non scarno, ma che si inserisce nella grande tradizione della tradizione folk, con la presenza come stella polare, magari anche incosciamente, di Joni Mitchell, alla quale la musicista inglese è stata spesso, giustamente, accostata, sia per il tipo di vocalità quanto per la capacità di costruire brani che nella loro semplicità raccolgono tanti spunti di assoluta eccellenza.

Alcuni hanno parlato del periodo di Hejira, ma forse ancora di più mi sembra di cogliere una vicinanza con il periodo californiano di Laurel Canyon, quello di Blue, ma anche di For The Roses Court And Spark, album più “gioiosi” a tratti. In questo senso il trittico di canzoni che aprono questo Letter To My Daughter è veramente splendido, una sequenza di brani da 5 stellette, con Ethan Johns e Laura che suonano quasi tutti gli strumenti, lasciando alla sezione ritmica di Nick Pini al basso e contrabbasso e Dan See alla batteria, discreti ma essenziali alla riuscita, alla pedal steel di Chris Hillman (omonimo?) e al piano di Anna Corcoran ulteriori coloriture, mentre la Marling canta in modo ispirato e “moltiplica” la sua voce per delle armonie vocali veramente deliziose, che nella iniziale Alexandra, ispirata da un brano di Leonard Cohen, raggiungono una preziosa e brillante leggiadria folk-rock.

Anche in Held Down il lavoro degli intrecci vocali è strepitoso, il cantato a tratti celestiale, il lavoro strumentale superbo, con chitarre acustiche ed elettriche, suonate dalla stessa Laura, e le tastiere di Johns, che si incrociano e si sovrappongono in modo perfetto, creando un substrato sonoro complesso ma godibilissimo. Strange Girl, probabilmente dedicata a questa figlia immaginaria, che in sede di presentazione dell’album aveva definito “The Girl”, anche una sorta di proiezione di sé stessa; è una canzone ancora più mossa e vivace, tra percussioni incombenti, il contrabbasso che detta i tempi, la voce cristallina ma “ombrosa” della ragazza, sempre moltiplicata, a sostenere le chitarre acustiche che caratterizzano questo brano. Only The Strong, nata in parte come colonna sonora di un’opera teatrale su Maria Stuarda, è giocata sul fingerpicking dell’acustica, mentre la voce è più profonda e ridondante, per quanto sempre arricchita da queste armonie vocali affascinanti, delle percussioni accennate e dal cello di Gabriela Cabezadas.

Un pianoforte solitario accarezzato introduce il tema di Blow By Blow, uno dei due brani ispirati da Paul McCartney, con questo brano suggestivo in cui la madre è “on the phone already talking to the press”, mentre gli archi arrangiati da Rob Moose (Bon Iver), sottolineano questa ballata più solenne e malinconica, una rarità nella sua discografia, omaggio a Paul, seguita dalla title track, influenzata dai suoi recenti studi sulla psicanalisi, che inaugura quella che sarebbe stata la seconda facciata di un vecchio disco (e magari lo sarà quando uscirà), una canzone solenne ed avvolgente, ancora con piano e sezione archi che ne accrescono la maestosità, in un lento ma inesorabile crescendo di una bellezza struggente, sempre con la voce comunque protagonista assoluta.

In Fortune, Alexandra, perché lei sembra essere sempre il personaggio ricorrente di tutte le canzoni, ruba dei soldi alla madre, quelli che erano i suoi risparmi, in un brano giocato su una solitaria chitarra acustica arpeggiata che forse rimanda anche al sontuoso folk orchestrale (che è di nuovo presente) del miglior Nick Drake, con la voce partecipe ma fuori scena della narratrice Laura; The End Of The Affair è il brano scritto con Blake Mills, con il moog di Ethan Johns che incombe sullo sfondo, mentre la Marling intona le pene d’amore di un amore che finisce con sempre delicati e preziosi arabeschi vocali, fragili ma comunque incantevoli, il tutto ispirato, pare, da un romanzo di Graham Greene. Salvo poi, in Hope We Meet Again, non chiudere alla speranza di un futuro incontro, ancora una volta in un brano intimista dove la chitarra acustica arpeggiata e gli archi sono i protagonisti assoluti, anche se la pedal steel sottolinea con precisione i passaggi salienti del brano, che poi si anima nel finale grazie all’intervento della sezione ritmica, in una ennesima bellissima canzone, cantata con aromi mitchelliani dalla Marling. Che ci congeda, dopo poco più di 36 intensi minuti, con For You, una canzone d’amore, ispirata nuovamente da Paul McCartney, dove lo spirito musicale e melodico dell’ex Beatles è evidente nel fraseggio della parte cantata e in alcuni accorgimenti sonori tipici del Macca, vedi le armonie vocali maschili a bocca chiusa, qualche delizioso falsetto di Laura, l’intervento di una chitarra elettrica e altri “piccoli” soavi particolari che lo ricordano.

In attesa dell’album fisico la cui uscita, come ricordato, è prevista per fine estate, inizio autunno, un altro ottimo album rilasciato in questo difficile periodo, comunque ricco di felici intuizioni di alcuni musicisti che ci alleviano durante questa  lunga quarantena.

Bruno Conti

Anche Uno Dei Nostri Texani Preferiti Ha Deciso Di Alleviarci La Quarantena. Joe Ely – Love In The Midst Of Mayhem

joe ely love in the midst of mayhem

Joe Ely – Love In The Midst Of Mayhem – Rack’em Download

Joe Ely, grandissimo singer-songwriter-rocker di Amarillo, Texas, ha parecchio diradato la pubblicazione di nuova musica nelle ultime decadi: il buon Panhandle Rambler è ormai di cinque anni or sono https://discoclub.myblog.it/2015/10/09/il-ritorno-dei-grandi-texani-joe-ely-panhandle-rambler/ , ed il precedente Satisfied At Last (per chi scrive il suo miglior lavoro del nuovo millennio) è datato 2011 https://discoclub.myblog.it/2011/06/26/alla-fine-soddisfatti-joe-ely-satisfied-at-last/ . Joe però è sempre stato un artista molto sensibile, e ha quindi pensato (con ragione) di far cosa gradita ai suoi fans pubblicando a sorpresa un nuovo album per cercare di alleviare questo lungo periodo di lockdown. Ma se, per esempio, nel caso di Phish, Laura Marling, Dream Syndicate e X (nonché il nuovo singolo dei Rolling Stones) sono usciti per lo streaming lavori che hanno anticipato future uscite “fisiche” già programmate (sicure nei casi di Syndicate e X, auspicabile in quello dei Phish), Love In The Midst Of Mayhem è un vero e proprio “instant record” che Joe ha inciso e pubblicato in brevissimo tempo, sfruttando dieci brani scritti in passato ma che per una ragione o per l’altra non avevano mai trovato una collocazione nei suoi dischi (NDM: in questo caso il CD dovrebbe comunque uscire, pare a fine Maggio).

Il titolo del lavoro d’altronde dice tutto, “Amore Nel Mezzo Del Caos”, dove la parola chiave, evidenziata anche in copertina, è proprio “amore”: Ely ha infatti scelto i brani seguendo proprio il tema del sentimento più nobile ma non limitandosi al solo amore uomo-donna, bensì includendo anche quello per il prossimo, che comprende anche compassione e carità, e per le piccole cose della nostra quotidianità. Quando ho letto dell’esistenza di questo album registrato in quattro e quattr’otto ho inizialmente pensato ad un lavoro acustico voce e chitarra, ma invece Joe mi ha stupito in quanto Love In The Midst Of Mayhem è inciso con l’ausilio di ben tre chitarristi (Mitch Watkins, Rob Gjersoe e Bradley Kopp), quattro bassisti (Roscoe Beck, Gary Herman, Jimmy Pettit ed il vecchio pard Glen Fukunaga), due tastieristi (Bill Ginn ed il fuoriclasse Reese Wynans), quattro batteristi (Davis McClarty, Pat Manske, Steve Meador e lo stesso Joe), per finire con la splendida fisarmonica di Joel Guzman, grande protagonista in almeno metà dei brani.

L’album si rivela intenso e riuscito già dal primo ascolto, con un Joe Ely molto più cantautore e balladeer che rocker, ed un dosaggio molto parco dei pur numerosi musicisti: canzoni profonde, forti ed appassionate nonostante il mood interiore, che tutte insieme non sembrano affatto degli “scarti” ma brani di prima scelta, anche se, devo essere sincero, un paio di sventagliate elettriche in più le avrei oltremodo gradite. L’album inizia con il messaggio di speranza di Soon All Your Sorrows Be Gone, una ballata acustica con la voce del nostro che non ha perso nulla in bellezza ed espressività nonostante gli ormai 73 anni d’età: solo Joe e la sua chitarra per un minuto e mezzo, poi entra una seconda voce e la splendida fisa di Guzman ed il brano si anima all’improvviso spostandosi idealmente al confine col Messico. Garden Of Manhattan è sempre un lento ma questa volta elettrico e full band, con Ely che declama una melodia decisamente bella e toccante tipica delle sue, ed il gruppo che inizialmente lo segue con passo felpato fino al refrain, nel quale chitarre e sezione ritmica alzano i toni.

A Man And His Dog è una deliziosa folk song di stampo bucolico e dal motivo subito coinvolgente, ancora con la fisarmonica a ricamare sullo sfondo ed un accompagnamento in punta di dita: Joe ha scritto decine di canzoni come questa, ma ogni volta è sempre un piacere nuovo; There’s Never Been è uno slow pianistico intenso e profondo, con un background elettrico ed un crescendo melodico di sicuro impatto al quale partecipa nuovamente anche il buon Guzman: uno dei pezzi più riusciti del disco (pardon, download). Il pianoforte è protagonista anche nella toccante Your Eyes, un brano che conferma l’approccio introspettivo di Joe, meno rock’n’roller e più songwriter: eppure anche qui il pathos è a livelli alti, e riuscirci con l’uso esclusivo di voce, piano ed un paio di chitarre e prerogativa dei grandi; la breve All You Are Love è un altro delicato “pastiche” acustico.

Cry una rock ballad nella quale la backing band al completo fornisce un tappeto sonoro solido e compatto (con uno dei rari assoli chitarristici del lavoro), mentre Don’t Worry About It è un lento avvolgente ad ampio respiro, dalla musicalità molto fluida e perfetto da ascoltare in una bella giornata all’aperto (magari quando ricominceremo ad uscire con regolarità). L’album si chiude con You Can Rely On Me, soave ballata elettroacustica dal leggero sapore country, e con gli intensi cinque minuti della suggestiva Glare Of Glory, ottima ballata rock con tanto di organo farfisa, chitarre in bella evidenza ed una lunga coda strumentale di notevole impatto. Probabilmente i posteri indicheranno Love In The Midst Of Mayhem come un lavoro minore nella discografia di Joe Ely (e di certo uno di quelli in cui la parola “rock” c’entra meno), ma in questo momento difficile è esattamente quello che ci serve.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica Anche In Tempi Di Coronavirus: Una Serata Di “Ordinaria Amministrazione”, Ma Con Un Finale Da Paura! Bruce Springsteen & The E Street Band – Detroit 1988

bruce springsteen detroit 1988

Bruce Springsteen & The E Street Band – Joe Louis Arena, Detroit 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Di tutte le tournée intraprese da Bruce Springsteen nella sua carriera, quella del 1988 è sempre stata una di quelle che mi ha convinto di meno, e forse la meno brillante di tutte quelle con la E Street Band, non solo per il grande spazio dato all’allora nuovo album Tunnel Of Love (un disco con il quale ho sempre avuto un rapporto complesso fin dai tempi della sua uscita), ma anche per certe performance un po’ con il freno a mano tirato. Intendiamoci, stiamo parlando di Springsteen, uno che ha completamente ridefinito gli standard delle esibizioni dal vivo, e quindi ogni giudizio va rapportato a quello che lui e la sua band “storica” hanno negli anni dimostrato di saper fare su un palco. La penultima uscita della serie di album dal vivo tratti dagli archivi del Boss si rivolge proprio a questo tour (per la quarta volta) con uno dei suoi primi show, registrato il 28 marzo 1988 alla Joe Louis Arena di Detroit: un buon concerto, godibile e con i nostri in ottima forma, che pur non essendo al livello di altri spettacoli usciti in questa serie non farà rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto (download o “fisico” che sia), soprattutto per una parte finale nella quale per un attimo ricompare il Bruce da leggenda degli anni settanta.

Ma andiamo con ordine: il fatto che siamo agli inizi del tour lo si capisce anche dalla scaletta, che nella parte di concerto prima dei bis (i primi due CD) dà grande spazio all’ultimo album del momento ma anche al precedente Born In The U.S.A., eliminando addirittura dalla setlist canzoni che solitamente non mancano mai ad un concerto del Boss, come Badlands, Thunder Road, Darkness On The Edge Of Town e The Promised Land. I pezzi tratti da Tunnel Of Love sono ben nove: si parte proprio con la title track (mai stata una grande canzone, e poi c’è troppo synth), per poi dare spazio ad una serie di ballate di buon livello medio, soprattutto la sixties-oriented All That Heaven Will Allow e la semi-acustica Two Faces, ed anche la poco conosciuta (ed anche poco suonata durante il tour) Walk Like A Man non è male con il suo leggero sapore blue-eyed soul, mentre One Step Up non l’ho mai gradita molto. La quota rock’n’roll è riservata a Spare Parts, brano “cattivo” e piuttosto coinvolgente nonostante il nostro abbia scritto di meglio; capitolo a parte per i due episodi migliori di Tunnel Of Love, cioè l’orecchiabile pop song Brilliant Disguise (che negli anni è cresciuta molto nella mia considerazione) e soprattutto la straordinaria Tougher Than The Rest, una delle ballate più belle del Boss, ancora più emozionante dal vivo che in studio.

Sempre nella prima parte da Born In The U.S.A. abbiamo la title track, Cover Me e le “poppeggianti” I’m On Fire e Dancing In The Dark, mentre il periodo “classico” si limita a soli tre brani: una notevole e deflagrante Adam Raised A Cain, una corretta She’s The One e la trascinante You Can Look (But You Better Not Touch) simile alla prima versione all’epoca inedita, più rock’n’roll e migliore di quella finita su The River. Nei concerti di quel periodo venivano suonati anche diversi brani rari, ed anche a Detroit ne possiamo ascoltare più d’uno: Seeds era abbastanza facile da sentire negli show degli anni ottanta del Boss, a differenza della coinvolgente Roulette che era molto meno frequente, mentre le seppur potenti War (cover di Edwin Starr) e Light Of Day non hanno mai incontrato i miei favori (e c’è anche la godibile I’m A Coward, un inedito pezzo dal sapore errebi con i fiati guidati da Richie “La Bamba” Rosenberg in evidenza). Poi ci sono due canzoni uscite al tempo come lati B, e se la scintillante Be True può essere comparata ai classici del nostro, il reggae di Part Man, Part Monkey è indiscutibilmente un brano minore. I bis iniziano con una Born To Run acustica come si poteva ascoltare solo in quel tour, e proseguono con un paio di “crowd pleasers” (Hungry Heart e Glory Days) e con una sorprendente ed inattesa versione di Love Me Tender di Elvis, discreta ma non imperdibile.

Dopo un omaggio al passato con Rosalita ecco però che il Boss si trasfigura letteralmente e per un quarto d’ora torna ad essere quello leggendario dei seventies, con un formidabile e travolgente Detroit Medley (non poteva mancare vista la location) in una delle versioni migliori mai sentite, quindici minuti di performance assolutamente incendiaria che vince a mani basse il premio di highlight della serata: avrei voluto durasse mezz’ora. Finale con una colorata e festosa Raise Your Hand di Eddie Floyd e, come bonus, una Reason To Believe presa dal soundcheck in una inedita rilettura elettrica full band che in scaletta avrebbe funzionato alla grande (e che non verrà invece mai suonata durante tutto il tour). Arrivederci al prossimo episodio, che vedrà un Boss “europeo” esibirsi in terra svedese in uno show del 2012.

Marco Verdi

E Ora Qualcosa Di Completamente Diverso! The Alan Parsons Project – Ammonia Avenue

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The Alan Parsons Project – Ammonia Avenue Super Deluxe – Esoteric/Cherry Red 3CD/BluRay/2LP Box Set

Il titolo del post odierno l’ho rubato al primo film del gruppo comico inglese Monty Phyton, in quanto la recensione che segue è frutto della prolungata quarantena e del rinvio delle uscite discografiche più interessanti (oltre chiaramente al benestare concessomi dal titolare del blog). Infatti oggi mi occupo dell’ultima uscita di uno dei miei “piaceri proibiti”, vale a dire The Alan Parsons Project, band inglese in attività dal 1976 fino alla fine degli anni ottanta, titolare di una decina di album di gradevole pop-rock (con giusto una spruzzatina di prog specie nei primi lavori), dei quali almeno quelli degli anni settanta a mio parere farebbero la loro discreta figura nella discoteca di chiunque. Gli APP in realtà più che un gruppo vero e proprio era una sorta di progetto di studio (infatti non si esibiranno mai dal vivo) che girava intorno al tecnico del suono Alan Parsons, noto nell’ambiente per aver lavorato ad Abbey Road dei Beatles e a The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd (ma anche per aver prodotto il famoso Year Of The Cat di Al Stewart) ed al paroliere e cantante Eric Woolfson, ai quali di volta in volta si aggiungevano una serie variabile di sessionmen dalle indubbie capacità.

I nostri iniziarono quasi per gioco nel 1976 con Tales Of Mystery And Imagination Edgar Allan Poe, ispirato appunto ai racconti del leggendario scrittore americano, un album che ebbe un grande successo di pubblico e critica (ancora oggi è considerato da molti il capolavoro del duo) e che li spronò a proseguire con una serie di lavori tutti sottoforma di concept albums: per esempio I Robot (1977) era influenzato dagli scritti futuristici di Isaac Asimov, Eve (1979) dall’universo femminile, The Turn Of A Friendly Card (1980) dal gioco d’azzardo e così via. Fino ad oggi sono stati ristampati come “super deluxe box set” due album degli APP, senza seguire un ordine cronologico ma privilegiando il già citato esordio del 1976 ed Eye In The Sky del 1982 che è il loro lavoro più famoso e di maggior successo. Quest’anno mi sarei aspettato un’edizione deluxe di The Turn Of A Friendly Card (tra l’altro il mio preferito insieme a quello dedicato a Poe), sia perché ne ricorre il quarantennale sia perché Parsons (da anni non più Project, cosa ancora più impossibile dopo la scomparsa di Woolfson avvenuta nel 2009) aveva in programma prima del coronavirus una tournée celebrativa di quel disco: invece Alan ha deciso un po’ a sorpresa di omaggiare Ammonia Avenue, album del 1984 che fu comunque uno dei più grandi successi del Project anche perché veniva subito dopo Eye In The Sky.

Ammonia Avenue, ispirato al tema dell’eccessiva industrializzazione (il disco prende il nome da una strada realmente esistente, che costeggiava una gigantesca industria chimica vicino a Middlesborough ora chiusa), era ancora un discreto album di pop-rock, con un ricorso tutto sommato blando alle sonorità tipiche degli anni ottanta, e che rappresentò forse l’ultimo lavoro di un certo valore degli APP prima del lento declino che porterà Parsons e Woolfson a separarsi nel 1990. Il cofanetto, oltre ad un poster e ad un bel libro dalla copertina dura e ricco di foto e testi, comprende tre CD, un BluRay per audiofili con il disco originale sia in 5.1 surround che in stereo HD ed un inutile doppio LP sempre con l’album uscito nel 1984 (in modalità 45 giri!). Il disco è dotato come al solito di un suono perfetto, ed è suonato da musicisti di indubbio valore, tra i quali gli habitué per gli APP Lenny Zakatek, Chris Rainbow e Colin Blunstone (ex Zombies), che si alternano con Woolfson alle parti vocali, il chitarrista Ian Bairnson, la sezione ritmica di David Paton e Stuart Elliott e le orchestrazioni di Andrew Powell, mentre come ospite in un paio di pezzi c’è il sassofonista Mel Collins, già con King Crimson, Dire Straits, Eric Clapton e Rolling Stones.

Il primo CD del box è occupato dall’album originale (e qualche bonus), nove brani dei quali i due più noti sono l’opening track Prime Time, piacevole e sufficientemente trascinante brano dal ritmo mosso che richiama penso volutamente Eye In The Sky (la canzone), con un ritornello molto “catchy”, e la deliziosa Don’t Answer Me, brano dichiaratamente ispirato alle produzioni di Phil Spector (e si sente). Non manca un buon pezzo rockeggiante come la cadenzata Let Me Go Home, una raffinata pop ballad (Since The Last Goodbye), l’orecchiabile Dancing On A Highwire, l’avvolgente strumentale Pipeline ed un’elaborata mini-suite come la canzone che intitola il disco, dotata di un bel crescendo orchestrale; ci sono però anche un paio di riempitivi come One Good Reason e You Don’t Believe, quest’ultima la più anni ottanta come suono. Le otto bonus tracks sono le stesse della ristampa del 2008, una serie di demo, basic tracks e rough mix di brani finiti poi sul disco, ed una versione alternata strumentale di You Don’t Believe con la chitarra di Bairnson che scimmiotta volutamente il suono di Hank Marvin degli Shadows.

Il secondo dischetto, intitolato Eric’s Songwriting Diaries, è una serie di demo casalinghi voce e piano nei quali Woolfson costruisce a poco a poco le melodie delle varie canzoni, un work in progress interessante ma riservato agli “hardcore fans” del gruppo, con anche l’accenno a brani rimasti inediti (Don’t Take Chances On Me, You’ll Be Surprised, Wish I Was Miles Away, Toby’s Theme, mentre Amelie’s Theme si evolverà in Limelight sull’album Stereotomy). Per fans è anche il contenuto del terzo CD, 17 tracce inedite che sono una sorta di prolungamento delle bonus tracks del primo dischetto, con basi senza voce, guide vocali (tra cui una, non imperdibile, dello stesso Parsons sempre su You Don’t Believe), versioni strumentali ed esperimenti vari. Da lì in poi gli APP pubblicheranno ancora tre album non imperdibili (Vulture Culture, Stereotomy – il migliore dei tre – e Gaudi, mentre il doppio Freudiana del 1990 non fu accreditato a loro nonostante lo fosse al 100%, pare a causa di divergenze creative tra i due mastermind del Progetto), e Parsons continuerà da solo dal 1993 fino ad oggi con lavori via via sempre più trascurabili, ma iniziando finalmente ad esibirsi dal vivo.

Marco Verdi

Musica Sempre Più “Virtuale” in Tempi Di Covid-19: Mancavano (Quasi) Soltanto Loro! Rolling Stones – Living In A Ghost Town

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In questo periodo di quarantena il mercato discografico è completamente stravolto, con uscite programmate per una certa data che vengono rinviate di diversi mesi (o anche al gennaio 2021, come nel caso del nuovo album di Steven Wilson), ed altre che vengono invece anticipate seppur, per ora, soltanto in formato digitale. L’ultima sorpresa in ordine di tempo è venuta dai Rolling Stones, che hanno pubblicato come un fulmine a ciel sereno (anche se erano presenti al “concerto” One World Together At Home) una nuova canzone intitolata Living In A Ghost Town. Si sapeva da tempo che Mick Jagger e soci stavano lavorando al loro primo album di inediti dai tempi di A Bigger Bang del 2005, ma un brano nuovo così di punto in bianco non se lo aspettava nessuno (è il loro primo pezzo originale dal 2012): Living In A Ghost Town è la classica canzone giusta al momento giusto, dato che parla espressamente del periodo sconvolgente che stiamo vivendo, con un video che alterna immagini della band al lavoro con altre che mostrano una Londra completamente deserta. Il brano è stato registrato tra la stessa Londra e Los Angeles, e le Pietre avevano cominciato a lavorarci sin dallo scorso anno, ma lo hanno completato solo in queste settimane (e voglio pensare che il testo sia recente, se no i nostri avrebbero aggiunto alle loro molteplici doti anche quella di saper predire il futuro con una precisione inquietante).

Dal punto di vista musicale a me la canzone piace molto (anche se so che Bruno non condivide al 100% il mio entusiasmo *NDB Ma non mi dispiace), in quanto fonde in maniera coinvolgente un mood sonoro tipico dei nostri ad un beat ritmato e moderatamente funky, sullo stile di album del passato dei nostri come Black And Blue, con Jagger in forma vocale splendida se pensiamo che a luglio saranno 77 primavere. Il singolo è disponibile su tutte le piattaforme digitali, ed è anche in pre-ordine come supporto fisico in vinile giallo e, in esclusiva sul sito della band, in vinile viola ed in CD (per spedizione a fine maggio per quanto riguarda il CD e fine giugno per i vinili).

Se l’album fosse tutto a questo livello ci metterei comunque la firma.

Marco Verdi

Sferzate Blues E Ballate Elettriche Urticanti Dalla Città Degli Angeli. Lucinda Williams – Good Souls Better Angels

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Lucinda Williams – Good Souls Better Angels – Highway 20/Thirty Angels – CD – 2 LP

Non si può negare che Lucinda Williams sia un’artista che divide, molto amata da chi ammira la sua musica, e sono la maggioranza di chi segue la buona musica, e “odiata” (diciamo non apprezzata) dai detrattori che non sopportano la sua voce. E questo non si può forzare, ognuno rimarrà fermo nelle proprie convinzioni: Good Souls Better Angels è il quattordicesimo album della sua discografia, iniziata nel lontano 1979 con Ramblin’ ed il cui capitolo precedente era la rivisitazione nel 2017 di This Sweet Old World, “aggiornamento” di Sweet Old World uscito in origine nel 1992, mentre l’ultimo album di canzoni nuove era stato https://discoclub.myblog.it/2016/01/20/il-miglior-disco-del-2016-forse-presto-lucinda-williams-the-ghosts-of-highway-20/ , uno dei dischi migliori di quella annata. La nostra amica torna più agguerrita che mai con questo nuovo CD, che esce oggi 24 aprile, concepito, come ricordo nel titolo del Post, anche a Los Angeles, dove poi è stato masterizzato il disco, influenzato quindi dalle tematiche urbane della città degli angeli, ma comunque registrato a Nashville, dove Lucinda vive con il marito Tom Overby, e prodotto da Ray Kennedy che torna in cabina di regia, con risultati eccellenti, a 22 anni di distanza da Car Wheels on a Gravel Road, uno degli album più belli in assoluto della cantante di Lake Charles, Lousiana.

Ad accompagnarla lo stesso nucleo di musicisti con cui aveva lavorato nel disco del 2017, e nei concerti degli ultimi anni, ovvero il chitarrista Stuart Mathis (anche al violino), fantastico il suo lavoro, e la rodata, eclettica e rocciosa sezione ritmica composta da Butch Norton alla batteria e David Sutton al basso, non c’è Greg Leisz, ma all’organo in un paio di brani troviamo Mark Jordan e nella versione doppia limitata in vinile, c’è un secondo LP con cinque versioni acustiche di brani dell’album, curate da Colin Linden. Q, Mojo, Uncut e il sito American Songwriter ne hanno parlato in termini entusiastici, dalle 4 stellette in su, come pure il Buscadero, la rivista per cui scrivo, che lo ha eletto Disco Del Mese, ma, per quella piccola percentuale di detrattori di cui vi dicevo, l’Indipendent si è distinto definendoolo “doom laden”, che però forse alla fine è anche un complimento. Il marito Tom Overby viene promosso da “ghost writer”, visto che come ha dichiarato la stessa Lucinda in alcune interviste, già in passato aveva collaborato con la moglie fornendo i suoi suggerimenti sia per i testi che per i titoli di dei brani, a co-autore a tutti gli effetti. Partiamo non dalla prima canzone, ma da Man Without A Soul, uno dei pezzi centrali e più belli del disco, soprattutto a livello di testi, ma è anche una splendida ballata sudista di grande intensità sonora: testo che recita “You bring nothing good to this world / Beyond a web of cheating and stealing / You hide behind your wall of lies, but it’s coming down…”, chi sarà questo uomo? Ma certo è “The Donald”, Trump per i nemici, il soggetto di questo brano, una delle canzoni più esplicite della Williams, che comunque non le ha mai mandate a dire. Mathis ci regala un lavoro alla solista eccezionale, che oscilla tra blues e psichedelia, wah-wah innestato e slide all’opera per una serie di assoli torbidi e variegati, su cui la voce roca e spezzata di Lucinda declama la sua rabbia con vigore ed impeto in un crescendo di grande vigore.

L’apertura è affidata alla assertiva You Can’t Rule Me (scritta, come le altre, prima dell’avvento del coronavirus), un midtempo bluesy, con Mathis alla slide a creare vortici di elettricità, sostenuto dal suono secco e potente della sezione rtimica e dalla voce ringhiosa e caratteristica di LW, mentre anche Bad News Blues gira intorno alle 12 battute in modo più classico, con fare pigro e sornione, mentre ci narra, un “po’ seccata”, delle cattive notizie che girano incontrollate sui media e in televisione, spesso bufale ma comunque certo non rassicuranti. Big Black Train è un brano che tratta del tema della depressione, che in modo ricorrente è comunque presente anche nella vita dell’artista americana, non solo in senso metaforico, con la melodia della ballata che si dipana lenta e struggente ed è tipica del songbook delle sue migliori canzoni, sempre con il lavoro di fino di Mathis e l’organo di Jordan che sussurra sullo sfondo; Wakin’ Up è uno dei brani più “duri”, quasi punk nell’attitudine, con scariche percussive e le chitarre incattivite e urlanti che sottolineano il tema trattato, che è quello degli abusi domestici. Anche Pray The Devil Back To Hell, con Mathis anche al violino, è una variazione del tema del blues according to Lucinda, con l’atmosfera incalzante e senza requie che ti porta in crescendo in un mondo sulfureo senza pietà dove la chitarra di Stuart impartisce l’ultima punizione a colpi di wah-wah.

Shadows And Doubts quantomeno non ha certezze assolute, anche se diciamo che l’ottimismo non regna sovrano, ma il suono elettrocustico e delicato di questa ballata ha un che di sereno nel suo dipanarsi lento e solenne, ancora con l’organo di Jordan in bella evidenza a sottolineare il lavoro certosino delle chitarre, con finale in slide di Mathis. L’oscurità è anche il tema di When The Way Gets Dark, che tratta del tema dibattuto di certi aspetti dubbi dei social media, in un altro brano lento ed avvolgente con una vocalità più curata del solito e accorata al tempo stesso, meno opprimente e con soluzioni sonore meno estreme e stridenti; ma è un attimo, perché le chitarre tornano a ruggire in Bone Of Contention, un’altra scarica di adrenalina con un incipit quasi hendrixiano e la voce di Lucinda motivatissima, sostenuta da quella di Mathis, che al tempo stesso estrae dalla sua solista altre stille di eletricità allo stato puro, ancora con rimandi al punk-rock migliore, ma pure a mio avviso al Jimi più visionario degli anni d’oro. E anche in Down Past The Bottom non si scherza, la band sembra un gruppo di novelli Crazy Horse, tra sferzate chitarristiche brucianti e il cantato quasi sguaiato e rozzo della Williams, che poi vengono ribadite anche nella altrettanto feroce Big Rotator, un ulteriore esempio dell’eccellente e duro rock-blues a colpi di wah-wah, impiegato spesso da Mathis in questo Good Souls Better Angels, che però si chiude in una nota di speranza con la (quasi) ottimistica e serena Good Souls, una ballata malinconica e ricca di passione, dove emerge il lato più melodico di Lucinda Williams, che in questo tipo di canzoni veramente eccelle, a conferma del suo status di grande (cant)autrice, con la band che questa volta la accompagna meravigliosamente in punta di dita.

In due parole: grande musica.

Bruno Conti

Un Bel Disco Di Ispirazione Letteraria. David Starr – Beauty & Ruin

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David Starr – Beauty & Ruin – Cedaredge CD

Pur avendo esordito nel 2003 e vantando una discografia di quasi una decina di unità, il nome di David Starr è abbastanza sconosciuto presso il pubblico. Originario dell’Arkansas ma da anni spostatosi in Colorado, Starr è un cantautore classico, di quelli che si ispirano alla scuola californiana degli anni settanta (Jackson Browne, Dan Fogelberg, ecc.) costruendo le sue canzoni attorno alla voce ed alla chitarra, e rivestendo il tutto con pochi ma selezionati strumenti: una steel in sottofondo, talvolta un organo, una sezione ritmica mai invadente, in certi casi un violino. Per il suo nuovo lavoro Beauty & Ruin David ha scelto di farsi produrre da John Oates, che dopo i fasti del duo Hall & Oates si è reinventato come artista roots-oriented (ottimo il suo album Arkansas del 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/02/13/chiamatelo-pure-mississippi-john-oates-john-oates-arkansas/ ), ed i due hanno selezionato una serie di autori noti e meno noti, tra i quali Jim Lauderdale, il duo formato da Doug e Telisha Williams (più conosciuti come Wild Ponies) ed Oates stesso, dando ad ognuno dei quali una copia del libro Of What Was, Nothing Is Left, opera del 1972 del noto autore Fred Starr (nonno di David), e chiedendo ad ognuno di loro di scrivere un testo ad esso ispirato al quale poi lui e John avrebbero aggiunto la musica.

Il risultato è appunto Beauty & Ruin, un album di ballate intense e profonde suonato da un manipolo di gente molto nota tra cui Glenn Worf, Dan Dugmore e Greg Morrow: musicisti che solitamente troviamo in dischi country, anche se qui il country è solo un tramite (e neanche sempre) per dare un suono ai brani di Starr, che come dicevo poc’anzi derivano direttamente dalla lezione dei cantautori classici dei seventies. Laura è una gentile ballata acustica, profonda ed intensa, con David che canta con voce limpida: un brano da vero songwriter, con strumentazione parca ma dosata al punto giusto e la steel di Dugmore che si staglia sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=pvk2p81XXGk . Bella anche la title track, un pezzo tenue suonato in punta di dita che rimanda allo stile pacato di James Taylor, anche se qui l’accompagnamento è più “rootsy”; Rise Up Again è ariosa e tersa, un brano che sembra uscito proprio da qualche disco degli anni settanta, mentre Bury The Young ha un delicato sapore western ed è dotata di un motivo profondamente evocativo ed emozionante, una gran bella canzone. Il quinto brano si intitola proprio come il libro di nonno Fred, Of What Was, Nothing Is Left, ed è un pezzo attendista che si sviluppa con lentezza intorno alle chitarre, fino al refrain in cui il suono si fa più corposo: David si conferma un autore coi fiocchi, brani come questo non si scrivono per caso.

Cracks Of Time è soffusa e raffinata, con un arrangiamento che valorizza la melodia ed un bel gioco di percussioni, Road To Jubilee (il brano di Lauderdale) ha una strumentazione avvolgente con le chitarre e l’organo che creano un tutt’uno col motivo centrale https://www.youtube.com/watch?v=6RKBZKhFLRA , mentre con My Mother’s Shame torniamo alle atmosfere interiori, e non manca una certa tensione di fondo (non è un brano rock, ma è quello che si avvicina di più) https://www.youtube.com/watch?v=L_31JXbnNIw . Il CD prosegue senza sbavature: Fly By Night ha una bella chitarra che accompagna la melodia solare ed è uno dei brani più belli ed immediati, con un suono vagamente jingle-jangle; chiusura con Laurel Creek, deliziosa ballata dal sapore country, e con I Don’t Think I’ll Stay Here, canzone distesa ed orecchiabile che mette il sigillo ad un bel disco di cantautorato d’alta classe.

Marco Verdi