Che Grinta La Ragazza! Stacie Collins – Roll The Dice

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Stacie Collins – Roll The Dice – Rev/Blue Rose/Ird 

Questo disco è pura dinamite. Di Stacie Collins, rocker originaria dell’Oklahoma (è di Muskogee, luogo citato in uno dei brani più celebri e controversi del suo idolo Merle Haggard) avevo già ascoltato il disco precedente, Sometimes Ya Gotta, che era già una discreta bombetta, ma con questo Roll The Dice (il suo quinto album) Stacie fa anche meglio, consegnandoci un lavoro di puro rock’n’roll chitarristico, infuocato, vibrante, diretto come un pugno nello stomaco. Stacie nutre la stessa passione sia per Buck Owens che per Sonny Boy Williamson (è anche un’ottima armonicista) e ciò si riflette nella sua musica, che ha elementi country e blues equamente divisi, ferma restando una base rock vigorosa come poche, il tutto cantato con una grinta fuori dal comune. La band che accompagna la Collins in Roll The Dice è un treno in corsa: oltre al marito Al Collins, bassista, produttore del disco e songwriting partner della ragazza, abbiamo come punta di diamante l’ex Georgia Satellites Dan Baird alla chitarra solista, doppiato da Audley Freed (che ha suonato con i Black Crowes e Jacob Dylan) ed alla batteria da Brad Pemberton (Ryan Adams, Willie Nelson), un combo che suona in maniera potente e senza fronzoli, aiutato anche dalla produzione limpida e diretta che mette sempre le chitarre in primo piano.

Non c’è molto altro da dire, se non mettersi seduti e godersi quasi quaranta minuti di sano e corroborante rock’n’roll, a partire da Lost And Found, una frustata, un brano che va spedito come un missile, con Stacie che dimostra di avere le palle, musicalmente parlando, nonostante il suo aspetto fisico più che gradevole. King Of Rock è roccata come da titolo, piuttosto dura e con qualche elemento blues, ed ottimi interventi della ragazza all’armonica e di Baird alla sei corde https://www.youtube.com/watch?v=d7x1SMqzwjc ; Gonna Fly risulta leggermente più distesa ma con la ritmica sempre pressante (Stacie non ha dimestichezza con le ballate), con basso e batteria che pestano duro e chitarre e voce che fanno il resto. It’s Over è meno frenetica, il ritmo è più insinuante anche se l’approccio chitarristico è sempre elevato: una rock song a tutto tondo, dura il giusto e cantata con il solito feeling, con una performance finale delle due chitarre da applausi https://www.youtube.com/watch?v=R0DrWNudLCU . Heart On My Sleeve cambia registro, i suoni sono sempre decisi ma il motivo richiama le canzoni romantiche degli anni sessanta, con la fisarmonica (Michael Webb) che dona un sapore messicano, un brano da gustare da cima a fondo; Jani è puro guitar rock, tra Tom Petty e Stones (più il primo), un altro pezzo di intensità notevole, mentre Can’t Do Without You è un hard blues che anche uno come Bonamassa approverebbe, una vera esplosione elettrica (e che grinta la ragazza). L’album si chiude con l’irresistibile Keep Rollin’, piccola parentesi elettroacustica di stampo country, con l’influenza di John Fogerty molto presente, il bluesaccio tendente al rock Later Than You Think, con ottimi spunti di armonica, e Blood Moon, gran finale con un brano che parte in sordina per finire in uno spettacolare crescendo elettrico.

Play it (very) loud!

Marco Verdi

Addirittura Mille, Bravi Però! A Thousand Horses – Southernality

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A Thousand Horses – Southernality – Republic Nashville/Universal

I cavalli, solitari o numerosi, sono sempre stati presenti nell’iconografia del rock, ma gli A Thousand Horses hanno voluto esagerare e sbaragliano la concorrenza, presentandosi in mille. Giovani “cavallini” alla prima prova lunga, Southernality, nel 2010 avevano pubblicato un EP d’esordio, prodotto da Dave Cobb, ( Jason Isbell e Sturgill Simpson, ma anche Chris Stapleton, Houndmouth e Whiskey Myers, un nuovo piccolo Re Mida del sound ); sono attualmente un quartetto, anche se il batterista Chris Powell, presunto membro esterno,  appare in tutti i brani del nuovo album: li guida il cantante Michael Hobby, che compone anche gran parte del materiale, mentre le due chitarre soliste sono affidate a Zach Brown (con l’h finale) e Bill Satcher, con Graham De Loach al basso e Michael Webb, spesso aggiunto alle tastiere https://www.youtube.com/watch?v=qj3n9kwoKbY . A giudicare dalle foto sono ancora abbastanza giovani, vengono da Nashville, Tennessee e questo album fa ben sperare per il futuro: un esordio interessante, che oltre al southern, presente nel titolo, aggiunge fortissimi elementi country, ampie dosi di rock classico, con influenze degli Stones come dei Black Crowes, oltre ad Allman Brothers e Lynyrd Skynyrdlo scorso anno sono stati indicati come gli esordienti più interessanti all’Austin City Limits Festival –  questo album, secondo chi scrive, li inserisce in quella ristretta pattuglia di nuove band rock sudiste, tipo Blackberry Smoke e Whiskey Myers, che vale la pena di seguire. E per essere precisi fino in fondo, Hobby e Satcher vengono dal South Carolina, quindi dal profondo Sud.

L’iniziale First Time, forse il brano migliore del CD, sembra proprio un pezzo degli Stones del periodo americano o dei Black Crowes, con tanto di coretti femminili alla Gimme Shelter, volendo un po’ derivativo (tolgo il forse?), ma l’insieme di chitarre spianate, organo e piano a decorare il tutto, è quanto di meglio il rock classico possa offrire, e se non è “nuovo” ce ne faremo una ragione, il cuore e lo spirito sono al posto giusto, i ragazzi ci danno dentro di gusto e siamo solo al primo brano https://www.youtube.com/watch?v=3pPS6x4a-4Q . Heaven Is Close con Dave Cobb all’acustica, un violino e un banjo non accreditati ma presenti, a fianco delle chitarre di Brown e Satcher, con Hobby che canta con voce forte e sicura è un brano di chiara impronta country-rock, con tanto di citazione di Me And Bobby McGee nel testo, in questo viaggio ideale alla ricerca del Paradiso, dalle Grandi Pianure a New Orleans al fiume Mississippi, conferma che i ragazzi hanno classe e anche le canzoni per mostrarcela. Smoke è una ballatona country-rock di quelle classiche americane, ancora con grande uso di armonie vocali corali, piogge di chitarre, anche l’aggiunta della steel di Robby Turner, è significativa, tastiere avvolgenti, con Webb impegnato a Moog e Mellotron, oltre che al violino (quindi probabilmente era lui anche nel brano precedente). Travelin’ Man, con Hobby pure  all’armonica, ha un taglio decisamente più sudista, andatura incalzante, l’organo che disegna sottofondi accattivanti e le soliste taglienti di Brown e Satcher che si sfidano in continui duetti, grande pezzo rock https://www.youtube.com/watch?v=Yg5C9vH22fA .

Tennessee Whiskey non è quella del recente album solista di Chris Stapletonbella comunque, è firmata da Hobby e Satcher, ma in comune con il brano del musicista di Traveller ha una chiara impronta country, di quello rootsy e ruspante però, con la steel nuovamente tra le protagoniste assolute della canzone. Sunday Morning, porta anche la firma di Rich Robinson, ed in effetti le ballate più riflessive dei Black Crowes vengono subito alla mente, rock anni ’70 e spruzzate soul che si estrinsecano nella coralità delle armonie vocali, affiancate dal suono morbido della solita pedal steel. Rock chitarristico nuovamente protagonista nella title-track Southernality, con piano ed armonica, oltre ad uno slide malandrina, ad aumentare la quota southern delle operazioni. (This Ain’t No) Drunk Dial è una di quelle hard ballads che provengono da una lunga discendenza che parte dai Lynyrd meno ingrifati, passa per lo Steve Earle elettrico e arriva fino ai Blackberry Smoke, altro grande brano, molto cantabile; Landslide, come dicono loro stessi nel testo, potrebbe essere “southern soul”, non male come definizione, mentre Back To Me è un’altra ballata sincera, con il cuore in mano, armonie e intrecci elettroacustici che ci rimandano al miglior country https://www.youtube.com/watch?v=HLEZvj1F4T8 . Trailer Trashed, nella giusta alternanza, è un altro stilettata rock, chitarristica ed irruenta, seguita, indovinato, da un’altra ballata come Hell On My Heart, dove le chitarre vivacizzano il tono della canzone e Where I’m Going rimane in territori decisamente country, per un finale morbido e più vicino al classico country di Nashville, non troppo bieco ma neppure trasgressivo. Bravi, anche se dovrebbero temperare una tendenza verso certi momenti dove la quota zuccherosa è forse troppo accentuata, ma l’esordio è di quelli interessanti, da consigliare a chi ama il genere.

Bruno Conti

Cantautrice E Rocker Di Spessore. Romi Mayes – Devil On Both Shoulders

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Romi Mayes – Devil On Both Shoulders – Factor Records/Romi Mayes Music

Romi Mayes viene da Winnipeg, Canada (dove è molto popolare, anche a livello critico) e dopo un esordio poco considerato e ancor meno ascoltato, The Living Room Sessions Vol.1 (05) ( *NDB Per la verità, tra il 1997 e il 2004, ne erano usciti altri tre, ormai irreperibili!), sotto la produzione di Gurf Morlix incide un ottimo album di folk-roots Sweet Somethin’ Steady (08), con chiari riferimenti a Lucinda Williams (e non poteva essere altrimenti), trovando l’attenzione degli addetti ai lavori e una forte dimensione di cantautrice di “culto”, confermata poi con il seguente Achin In Yer Bones (09), un lavoro duro e sofferto (sempre prodotto da Morlix), con una miscela di brani blues, rock e country, che vengono certificati dal successivo Lucky Tonight (11), registrato in presa diretta dal vivo  http://discoclub.myblog.it/2011/06/30/ci-vuole-coraggio-romy-mayes-lucky-tonight/  con un gruppo elettrico guidato dal chitarrista Jay Nowicki (membro anche della rockin’ blues band The Perpetrators) dove Romi inizia un nuovo percorso, e dopo un silenzio abbastanza lungo eccola tornare con una band elettrica al completo per questo nuovo disco Devil On Both Shoulders, affidandosi alla produzione di Grant Siemens (degli Hurtin’ Albertans, che ammetto di non conoscere).

La Mayes ha riunito nei Private Ear Studios del suo paese natio una band tosta, con componenti di “glorie locali” tra i quali il citato Grant Siemens alle chitarre, Damon Mitchell alla batteria, Bernie Thiessen al basso, Marc Arnould alla tastiere, e con il contributo alle armonie vocali delle brave Alexa Dirks e Joanne Rodriguez, dando seguito al questo nuovo percorso con un lavoro assolutamente intrigante.

E lo si nota subito dall’iniziale title-track Devil On Both Shoulders, un moderno blues chitarristico, una canzone da cantare nelle notti d’estate lungo il delta del Mississippi, seguita dalle svisate sempre bluesy di una grintosa Monkey Of A Man, lo spettacolare impatto di Let You Down (figlia bastarda degli Stones) con i graffianti “riff” della Telecaster di Grant Siemens https://www.youtube.com/watch?v=co2iDJwEVtA , che fa da preludio ad una ballata che sembra sbucare dai solchi di un disco di Lucinda Williams, una Gonna Miss Me con la splendida voce di Romi in evidenza; troviamo ancora un tagliente blues come Bee Sting, dove il buon Grant si supera con un lavoro di chitarra degno del miglior Ry Cooder https://www.youtube.com/watch?v=JqhwaX0S8Mc. Con Soul Stealer Romi propone una variazione al tema, una sorta di “garage-blues” tutto scossoni e rasoiate di chitarra, mentre con Make Your Move si torna alla ballata confidenziale, prima di approdare ad una Low Light Lady con un ritmo che non sentivo dai tempi eroici della Tina Turner di quarant’anni fa e oltre https://www.youtube.com/watch?v=qDLJBB05BmE , quelli con Ike (anche se Beth Hart ultimamente…), mentre con Wonder How si torna al blues grezzo con violente sventagliate di roots-rock, andando a chiudere il cerchio con la meravigliosa ballad pianistica Walk Away (fin d’ora una delle canzoni dell’anno), cantata con grazia e la voce appena incrinata di Romi (forse troppe sigarette bruciate) https://www.youtube.com/watch?v=1vtJTz8Ar3Y , un brano che a chi scrive ricorda una cantante di cui purtroppo ho perso le tracce, tale Chi Coltrane.

Questa signorina, nella sua pur breve, ma non troppo, carriera, ha condiviso il palco con artisti del calibro di Levon Helm, Derek Trucks, Ricky Sgaggs, Jim Cuddy, Guy Clark, Sue Foley, Fred Eaglesmith, Joe Ely, Blackie & The Rodeo Kings, e molti altri, e questo Devil On Both Shoulders (per i pochi che conoscono la Mayes), nel seguire il suo percorso, è il classico disco che mi aspettavo, duro, sofferto, bluesy, ma anche dall’anima tenera, con alcune canzoni indimenticabili. Chiunque abbia a cuore i percorsi della buona musica, farebbe bene a tenere in considerazione Romi Mayes, il suo talento e la sua voce parlano per lei. Vivamente consigliato!

Tino Montanari

Non Solo Blues, Ma Tanta Buona Musica! Gnola Blues Band – Down The Line

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Gnola Blues Band – Down The Line – Appaloosa/Ird

Maurizio Glielmo, in arte “Gnola”, non è pavese, come molti pensano, anche se fa sicuramente parte di quella scena musicale, ma nasce a Milano, un imprecisato numero di anni fa (quanti? Abbastanza, andate su Wikipedia a verificare, non è un segreto, diciamo che non è più un giovanotto di belle speranze, compie anche gli anni in questi giorni, auguri) e proprio nella metropoli lombarda muove i suoi primi passi nella scena locale, a partire dalla fine anni ’70, andando poi ad approdare nella “leggendaria” Treves Blues Band, con la quale registra due album, 3 nel 1985 e Sunday’s Blues nel 1988, poi le strade con il Puma di Lambrate si dividono e già nel 1989 nasce la prima edizione della Gnola Blues Band, dove fin da allora alle tastiere sedeva Massimo “Roger” Mugnaini, a tutt’oggi compagno inseparabile di avventure musicali. Ma nel disco del 1988 appariva come ospite un certo Chuck Leavell, tastierista di culto, prima nei Sea Level (formazione poco conosciuta, ma di grande pregio), poi nell’Allman Brothers Band, dopo lo scomparsa di Duane Allman, e da parecchi anni nella touring band dei Rolling Stones, oltre ad essere apparso come ospite in centinaia di dischi. E guarda caso lo troviamo anche in questo Down The Line, disco che oserei definire “non solo”: non solo blues, non solo rock, non solo roots music, ma con tutti questi elementi ben definiti a formare un album che non esiterei a definire il migliore della carriera del buon Gnola. La discografia con la band non è copiosissima, un disco ogni cinque o sei anni, questo è il sesto dagli esordi del 1990, se contiamo anche Blues, Ballads And Songs, in società con Jimmy Ragazzon dei Mandolin Brothersoltre, anche per lui, ad un fitto lavoro di collaborazioni con gli artisti più disparati, la più nota probabilmente quella in Yanez di Davide Van De Sfroos.

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Per questo nuovo CD la Gnola Blues Band si è arricchita di una nuova sezione ritmica, Paolo Legramandi al basso e Cesare Nolli alla batteria ( spesso anche con i milanesi Fargo http://discoclub.myblog.it/2015/03/24/fargo-eccoli-nuovo-concerto-special-edition-small-world-black-and-white/ ), che hanno curato pure la produzione del disco nei Downtown Studios di Pavia, dove è stato registrato l’album. Ovviamente, essendo nei dintorni, Maurizio ha chiesto a Ed Abbiati di dargli una mano a scrivere una canzone sulle loro comuni radici musicali e, visto che la cosa aveva funzionato, di brani insieme ne hanno scritti ben 5, quasi la metà del totale, in due di essi, come autore, appare anche Marcello Milanese http://discoclub.myblog.it/2014/11/30/musicista-musicista-volta-jimmy-ragazzon-incontra-marcello-milanese-leave-the-time-that-finds/, ex (?) Chemako. Come mi piace ricordare spesso, anche l’ottimo Gnola appartiene alla colonia degli “italiani per caso”, quelli che hanno avuto i natali nella nostra penisola, ma fanno una musica di area anglosassone ed americana che non ha nulla da invidiare al 90% della produzione internazionale, anzi! Troviamo dodici brani che spaziano tra blues e rock, con molta attenzione e cura nel sound, negli arrangiamenti e nella costruzione sonora dei pezzi che spesso spaziano anche nella ballata rock e nell’area di quella che si definisce Americana music. Chiacchierando con lo Gnola mi diceva che tra i suoi modelli per la costruzione dei brani più melodici c’è uno come John Hiatt (giustamente non bisogna volare bassi https://www.youtube.com/watch?v=kqGTea0gTyM ), oltre agli immancabili Stones, Muddy Waters e, aggiungo io, Litte Feat e i primi ZZ Top, o così mi è parso di cogliere all’ascolto.

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Per motivi di ragione sociale il blues(rock) non può mancare, e fin dall’iniziale Dusty Roads, dell’accoppiata Abbiati-Glielmo, con il tipico ritmo boogie scandito dalla bacchette sul rullante e la slide tagliente di Gnola, si respira subito aria sudista, un po’ ZZ Top e un po’ Mississippi e Chicago https://www.youtube.com/watch?v=a4meHGkBzUs , impressione ribadita nell’ottima Trouble And Pain, firmata dal batterista Nolli, dove il ritmo è più scandito, con un groove decisamente funky, percussioni e chitarre acustiche che si incontrano per una gita all radici del blues, con breve reprise strumentale. Gianni Rava collabora con il gruppo sin dagli anni ’90 e firma con Glielmo una bellissima ballata come Four Burning Flames, dove il buon Maurizio, se non può competere a livello vocale con il citato Hiatt https://www.youtube.com/watch?v=xgtOvajfRoc , sfodera comunque una bella interpretazione, impreziosita da un eccellente lavoro di tutto il pacchetto chitarristico, per un brano che profuma di Stones americani, circa Sticky Fingers o Exile Main Street, quelli innamorati di country e rock sudista, oltre ai grandi balladeers roots https://www.youtube.com/watch?v=moztlVV2HqAVentilator Blues, dello strano trio Jagger-Richards-Taylor, viene proprio da Exile, e con un ottimo Leavell aggiunto al piano, è un omaggio al blues più sanguigno, crudo  ed elettrico del grande Muddy Waters, mediato dai migliori discepoli bianchi della musica del Diavolo e qui ripreso alla grande da Gnola e soci https://www.youtube.com/watch?v=vZ4B6-s49RA . I’ll Never Do It Again ricorda ancora passaggi sonori americani, un basso rotondo a segnare il tempo e quel sound vagamente littlefeatiano che piace sempre tanto e che denota buone frequentazioni musicali, Mugnaini fa il Leavell della situazione.

Falling Out Of Love è una grande rock ballad, e adesso che lo so, ci vedo quell’aria à la John Hiatt, anche se la firma è di nuovo Abbiati-Glielmo, suono arioso ed avvolgente, una bella melodia cantabile e una slide mirabile ad impreziosire il tutto, ho sempre il dubbio che non siano italiani, so che per Ed, in parte, è una realtà, ma anche gli altri non me la raccontano giusta, secondo me vengono da qualche piccolo sobborgo di Memphis, Muscle Shoals Lambrate o giù di lì. She Got Me Now è un bel rock-blues di quelli sapidi e chitaristici, uno dei due co-firmati da Milanese, e trasuda grinta e passione, con un assolo di quelli fiammeggianti che sicuramente Mick Taylor avrebbe approvato, mentre The Ghosts Of King Street, attraverso le parole di Ed Abbiati e Glielmo rievoca la Londra degli anni ’70, quella degli Who, della Frankie Miller Band (ma allora non li conosco solo io!), del pub rock, ma anche dei Clash e dei Pogues, Sex Pistols e Costello e di tanti locali che non ci sono più, e lo fa musicalmente con un brano che ha le stimmate delle migliori ballate romantiche della tradizione pop-rock britannica https://www.youtube.com/watch?v=agY8Jy99Ugg . Room Enough, di nuovo di Nolli, e nuovamente con il pianino di Leavell in bella evidenza, è un pigro blues elettroacustico con Gnola che ci dà un breve assaggio anche della sua perizia al wah-wah. Fallen Angels è un altro brano che alza la qualità dell’album, di nuovo wah-wah innestato, un bel mid-tempo rock dalla struttura classica, con uso di piano elettrico e gran finale chitarristico, di quelli che lo stesso Clapton ultimamente fatica a cavare dal cilindro (ma ogni tanto ci riesce), che il trio Glielmo-Abbiati-Milanese confeziona senza sforzo apparente. I’ve been there before è la terza canzone dove un wah-wah quasi hendrixiano cerca di farsi largo in un denso magma sonoro di “sporco” rock-blues che sarà anche fuori moda ma ci piace tanto. E per ribadire che il blues non manca comunque in un disco eclettico e dai mille sapori, nella conclusiva Dangerous Woman Blues, una slide cattivissima taglia in due un brano che ricorda i vecchi tempi del british blues https://www.youtube.com/watch?v=L-KFnY1Shk4 . Dodici brani di notevole livello qualitativo, ribadisco (anche perchè in alcune recensioni ho letto di undici canzoni, mi hanno forse dato una copia “difettosa” con un brano in più?) che nulla hanno da invidiare a gran parte della produzione internazionale.

Come diremmo in dialetto lombardo, “Well done Gnola”!

Bruno Conti 

Gli Stones Americani Degli Anni ’70! J.Geils Band – House Party Live In Germany

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 J.Geils Band – House Party Live In Germany – Eagle Vision CD+DVD o DVD

Classica band americana, originaria dell’area del Massachusetts, nata sul finire degli anni ‘60 come trio acustico intorno alla chitarra di John Geils e all’armonica di Richard Salwitz (il futuro Magic Dick), il gruppo assume la sua forma definitiva quando entrano in formazione il cantante Peter Wolf (originario del Bronx) e il batterista Stephen Jo Bladd, facendosi chiamare prima J.Geils Blues Band e poi, eliminando il Blues dal nome, ma non dalla loro musica, J.Geils Band. Con l’arrivo di Seth Justman alle tastiere diventano una vera forza della natura e dalla zona intorno a Boston, dove erano gli eroi locali, firmando un contratto con la Atlantic, partono alla conquista degli Stati Uniti, con la loro esplosiva miscela di rock, blues e R&B, soprattutto grazie ad un formidabile show dal vivo (ma anche in studio erano fantastici), tanto da essere definiti, come e più dei “Glimmer Twins” Aerosmith, una sorta di controparte americana dei Rolling Stones ed il gruppo preferito dell’Allman Brothers Band, insieme ai quali parteciparono al famoso ultimo concerto del Fillmore East nel giugno 1971.

j.geils band full house

Proprio sui Live la JGB ha costruito la sua reputazione, pubblicandone due, Live Full House (quello con la copertina con le carte da gioco) https://www.youtube.com/watch?v=vvm1_WrF3ns  e il doppio Blow Your Face Out https://www.youtube.com/watch?v=3bDlvQD3S3k , registrati a Detroit,  una sorta di seconda casa per il sestetto, insieme a Boston, da cui proveniva la prima parte del disco del vivo del 1976. Entrambi gli album vendettero intorno al mezzo milione di copie e con Bloodshot, addirittura entrato nei Top 10 delle classifiche USA, cementarono la popolarità della band, che nel momento in cui arriva in Europa per partecipare al Rockpalast di cui questo House Party è la documentazione, stanno girando l’Europa per promuovere il disco Sanctuary, l’ultimo prima di una svolta verso un suono più vicino ad un rock influenzato dalla New Wave più commerciale che caratterizzerà i successivi Love Stinks e soprattutto Freeze Frame, con il singolo Centerfold, ai primi posti in tutto il mondo, ma che segnerà la dipartita di un disilluso Peter Wolf, dopo l’ennesimo buon live Showtime, in disaccordo con lo stile più leggerino e danzereccio assunto dalla band, salvo poi caderci anche lui con i primi album da solista, prima della rinascita artistica nei Noughties.

Ma in questa serata siamo, di poco, ancora nei mitici Seventies, è il 21 Aprile del 1979 https://www.youtube.com/watch?v=g4GD0Zy5MT4 , e sul palco della mitica Grugahalle di Essen la J.Geils Band si esibisce in un eccellente concerto che sarà trasmesso dalla televisione tedesca in Eurovisione, perché, ebbene sì, c’è anche la parte video, in questa doppia confezione pubblicata dalla Eagle Vision, con il titolo Houseparty, e lo spettacolo che offriva il gruppo direi che esige la presenza del DVD . Per la serie una buona promozione è l’anima del commercio, il gruppo esegue, nella prima parte dello show, ben sei brani tratti da Sanctuary , ma con la furia e la potenza dei tempi migliori di questa band, che aveva ben tre frecce al proprio arco, la chitarra a forma di freccia di John Geils (scusate il bisticcio), l’armonica molto elettrificata di Magic Wolf, uno dei migliori virtuosi bianchi all-time dello strumento e grande storico del Blues e, soprattutto, la voce poderosa ed espressiva di Peter Wolf, tra i più grandi cantanti del rock americano dell’epoca, senza dimenticare le tastiere di Justman e l’inarrestabile sezione ritmica.

 

Ecco così scorrere magmatico il R&R della band in Jus’ Can’t Stop Me (ed è difficile fermarli, fin dall’inizio), I Could Hurt You, Sanctuary, One Last Kiss, Teresa e Wild Man, inframmezzati da Nightmares, la title-track del sesto album, una girandola di rock, blues, soul, una vera enciclopedia di party music, che poi decolla nella stratosfera nella seconda parte del concerto, quando appaiono i cavalli di battaglia del loro repertorio. Looking For A Love, il primo successo dei Valentinos di Bobby Womack, è trasformato in un R&R sfrenato degno di Little Richard o degli Stones più arrapati, e anche Give It To Me, R&B, rock e qualche giro reggae e funky, miscelati ad arte, non scherza un cazzo (scusate per lo scherza), Whammer Jammer, dal secondo album, è lo showcase strumentale per tutti i fantastici solisti della band. Ain’t Nothing But A House Party, alza ulteriormente l’asticella del divertimento, Where Did Our Love Go è proprio quella della Supremes, una delle glorie della Detroit musicale,  Pack Fair And Square la facevano anche i Nine Below Zero, ma la versione da ritiro della patente per eccesso di velocità della JGB è formidabile, per concludere il tutto con un altro tributo alla Motown, una First Look At The Purse da sballo, presente fin dal primo spettacolo e dal primo disco, eccezionale. Se ci fosse stata anche la loro versione fenomenale di Serves You Right To Suffer di John Lee Hooker, sarebbe stato un live da 4 stellette, ma anche così, difficile farne a meno.

Bruno Conti

L’Unione Fa La Forza. Laurence Jones/Christina Skjolberg/Albert Castiglia – Blues Caravan 2014 Live

blues caravan 2014

Laurence Jones/Christina Skjolberg/Albert Castiglia – Blues Caravan 2014 Live – Ruf 

Nata nel 1994 per promuovere la carriera di Luther Allison, di cui Thomas Ruf era il manager ai tempi, l’etichetta tedesca è diventata nel corso degli anni una delle migliori realtà della musica blues-rock europea, inserendo nel corso degli anni nel proprio roster di artisti, nomi classici della storia del rock, promesse del blues, chitarristi, cantanti e gruppi (dai Colosseum a Dana Fuchs, dai Royal Southern Brotherhood ai Savoy Brown, per citarne alcuni). Gli ultimi arrivati sono questi tre signori che troviamo riuniti in un sontuoso doppio Live (CD+DVD) registrato nel febbraio del 2014 all’Harmonie di Bonn, proprio per festeggiare il 20° Anniversario della Ruf: Laurence Jones, 22 anni non ancora compiuti, una delle giovani promesse del blues-rock inglese, già due prove alle spalle, l’altrettanto giovane Christina Skjolberg, dalla Norvegia e il veterano statunitense, ma di origini italo-cubane, Albert Castiglia. Ammetto che, a parte qualche ascolto veloce, non mi ero mai interessato più di tanto ai loro dischi, ma alla luce di questo album dal vivo penso che approfondirò: presi separatamente i tre sono bravi, ma sentiti insieme nello stesso disco, soprattutto Castiglia, una vera sorpresa, costituiscono una miscela di blues e rock veramente esplosiva. Soprattutto nella versione video, con il supporto delle immagini il concerto si gode in tutta la sua esplosiva carica.E questa volta, finalmente, il DVD contiene una abbondante porzione di materiale che non si trova nel dischetto audio (anche se per i soliti misteri, alcuni brani che troviamo nel CD non appaiono nel Video).

jones + skjolberg christina skjolberg

I tre all’inizio appaiono sul palco tutti insieme, quella che si nota subito (scusate; ma anche l’occhio vuole la sua parte) è Christina Skjolberg, una biondona tutta curve, minigonna nera, calze a pois, che si pone al centro dal palco. Precisiamo subito, ad onor di cronaca, che la ragazza è anche veramente brava, mancina, con chitarra pure quella glitterata, tatuaggio di Jimi Hendrix, il suo idolo, sul braccio e una voce potente e grintosa, anche se forse un filo forzata, non naturale. A sinistra Laurence Jones, che appare anche più giovane di quanto sia in effetti, chitarrista fluido, di ottima tecnica e con il blues elettrico nel cuore, voce vibrante e anche autore di buon valore, la Blues Caravan che apre il concerto è sua https://www.youtube.com/watch?v=oR4uQVdh7LU ; a destra quello che secondo me è il vero protagonista della serata, Albert Castiglia (già con una copiosa discografia americana), vero istrione della sei corde, con la sua Gibson dimostrerà più volte nel corso dello show un virtuosismo impressionante. Dopo l’inizio in comune ogni musicista ha la sua porzione di concerto: prima la Skjolberg con tre brani, la bluesata e funky Come And Get It, dove la bionda scandinava usufruisce anche dei servigi di Jones (senza doppi sensi) che rimane sul palco in qualità di organista, ottima a questo proposito la sezione ritmica formata dal bassista Roger Inniss, eccellente al basso fretless a sei corde e il batterista finlandese Miri Miettinen, essenziale nel suo supporto, entrambi fanno parte proprio del gruppo di Jones. Segue l’hendrixiana Close The Door dove la brava Christina si disimpegna ottimamente in un lungo assolo al wah-wah e conclude il suo breve set con il classico rock di Hush.

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Molto bravo anche Laurence Jones, più vicino al blues classico in Wind Me Up con la solista che viaggia spedita e sicura e nella più raffinata e di atmosfera Fall From The Sky (solo sul CD) e nel rootsy southern di Soul Swamp Rider, scritta con Mike Zito (solo sul DVD). La conclusione, in entrambi i formati, è una lunghissima versione di All Along The Watcher, dove il giovane inglese mette in mostra tutta la sua tecnica, in una versione torrenziale e carica di wah-wah del brano di Dylan/Hendrix https://www.youtube.com/watch?v=2NlUHBBi-p0 . Poi è il turno di Albert Castiglia, una vera forza della natura in un paio di strumentali, Fat Cat https://www.youtube.com/watch?v=DR1ScyDf5Pk  e Freddie’s Boogie (di Freddie King), dove pare di ascoltare l’Alvin Lee esuberante ed inarrestabile del periodo a cavallo di Woodstock, o il miglior Bugs Henderson, con le mani che volano a velocità vertiginose sul manico della chitarra, in una serie di soli veramente impressionanti per tecnica, feeling e controllo dello strumento, un mostro di bravura e anche ottimo showman, quando scende a suonare in mezzo al pubblico, nello stile dei classici bluesmen neri nei piccoli locali di Chicago. Nel video ci sono pure due brani cantati da Castiglia, il primo una cover tiratissima di Bad Avenue, il secondo una versione fantastica e da lasciare senza fiato di Going Down Slow, dove mette in evidenza anche la sua voce roca e vissuta. Solo nel CD ci sono la rocciosa Put Some Stank On It e una bella versione di Sway degli Stones https://www.youtube.com/watch?v=1GzD_kM80_U . Gran finale, di nuovo tutti insieme sul palco, con Cocaine, solo sul DVD e con una poderosa Sweet Home Chicago, dove tutti e tre danno spettacolo alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=oxuPUs44bp8 . Che dire? Tre nomi da tenere d’occhio!

Bruno Conti

Si Arricchisce La Saga Infinita Dei Cofanetti! Pretty Things – Bouquets From A Cloudy Sky

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The Pretty Things – Bouquets From A Cloudy Sky – The Complete Pretty Things – 13 CD – 2 DVD – 1 10″ Vinyl Replica Acetate – Madfish/Snapper

E’ uscito in questi giorni un ulteriore mirabile (e costoso) manufatto dedicato ad un altro dei gruppi storici del rock inglese che festeggia il suo 50° Anniversario di attività, i Pretty Things. Anche per Dick Taylor, Phil May e soci il nome è preso da un celebre brano blues composto da Willie Dixon nel 1955 , Pretty Thing, e come per gli amici Jagger & Richards con cui Taylor aveva mosso i primi passi, l’inizio dell’attività live risale al 1963, ma discograficamente esordiscono nel 1964 e il primo album esce nel 1965, per cui, per una volta, ci siamo con i tempi. Il gruppo è tuttora in attività ed insieme agli Stones possono essere considerati una delle band più longeve della storia del rock mondiale, anche se il successo non è sicuramente stato lo stesso. Però pure i Pretty Things hanno attraversato tutti i periodi della musica rock: il proto-blues misto a R&R degli esordi, il beat di metà anni ’60, la psichedelia, le opere rock, S.F. Sorrow, uscita nel dicembre 1968, fu la prima, precedendo Tommy degli Who di qualche mese. E ancora il rock classico degli album pubblicati per la Swan Song, l’etichetta degli Zeppelin, e poi un lento ed inesorabile declino, con vari sussulti di dignità, soprattutto dal vivo, che ce li consegnano ancora oggi tra i vessilliferi del cosiddetto classic rock.

In questo cofanetto trovate più o meno tutto, esclusi i live, ma compresi due DVD (anche dal vivo) che ne tracciano la storia dal 1964 ai giorni nostri. Il box esce in una tiratura limitata di 2.000 copie, tipa quella di Here Come Nice degli Small Faces, e quindi in teoria dovrebbe andare esaurito celermente (ma quello degli Small Faces si trova ancora, costoso, ma pure questo dei Pretty Things non scherza). Per i completisti il motivo di interesse dovrebbero essere soprattutto i due CD di Rarities posti in apertura del cofanetto, comunque, se avete più o meno 200 euro che vi crescono, che questa è lista completa dei contenuti:

Rarities CD 1:

1 Don’t Bring Me Down (Live On The Beat Room 1964) [2:16]
2 Mama Keep Your Big Mouth Shut (Live On The Beat Room 1964) [3:26]
3 Johnny B. Goode (Live On The Beat Room 1964) [1:42]
4 Cry To Me (Alternate Version) [2:44]
5 Photographer (Rough Mix From Acetate) [2:12]
6 Bright Lights Of The City (Demo) [3:00]
7 Out In The Night (Demo) [2:39]
8 One Long Glance (Demo) [2:55]
9 Children (Alternate Version) [3:02]
10 Defecting Grey (Alternate Mix) [3:12]
11 Why (Live In Hyde Park) [6:16]
12 She Says Good Morning (Live At The Paradiso, Amsterdam) [3:41]
13 Alexander (Live At The Paradiso, Amsterdam) [3:29]
14 Renaissance Fair (Live At The Paradiso, Amsterdam) [2:13]
15 S.F. Sorrow Is Born (Live At The Paradiso, Amsterdam) [3:34]
16 You Might Even Say (Philippe Debarge Sessions) [4:01]
17 Eagle’s Son (Philippe Debarge Sessions) [3:00]
18 Graves Of Grey (Philippe Debarge Sessions) [0:50]
19 It`ll Never Be (Philippe Debarge Sessions) [04:33]
20 Scene One (Westbourne Terrace Demo) [01:15]
21 The Good Mr. Square (Westbourne Terrace Demo) [04:33]
22 She Was Tall, She Was High (Westbourne Terrace Demo) [00:56]
23 In The Square/The Letter (Westbourne Terrace Demo) [03:41]
24 Rain (Westbourbe Terrace Demo) [03:20]
25 Cries From The Midnight Circus (Westbourne Terrace Demo) [03:53]

Rarities CD 2:

1 I’d Love Her If I Knew What To Do (Version 1 – Westbourne Terrace Demo) [2:16]
2 Seen Her Face Before (Westbourne Terrace Demo) [1:24]
3 Everything You Do Is Fine (Westbourne Terrace Demo) [4:07]
4 Cold Stone (Westbourne Terrace Demo) [3:28]
5 You Never Told Me Lies (Westbourne Terrace Demo) [2:04]
6 Take A Look At Me (Westbourne Terrace Demo) [4:12]
7 Wild And Free (Demo) [3:42]
8 I’d Love Her If I Knew What To Do (Version 2 – Demo) [1:39]
9 Spider Woman (BBC Radio Session) [4:32]
10 Route 66 (Live At The Hippodrome) [2:52]
11 Joey (Mono US Single Mix) [3:02]
12 Monster Club [3:51]
13 Cause And Effect [3:09]
14 Holding Onto Love (Outtake) [6:07]
15 You Can`t Judge A Book [3:01]
16 Chain Of Fools [4:53]
17 No Questions [4:20]
18 It’s All Over Now Baby Blue (Outtake) [4:04]
19 Hoochie Coochie Man (Outtake) [5:44]
20 Look Away Now (Outtake) [5:15]
21 Helter Skelter [4:54]

DVD 1:

Midnight To Six, The Pretty Things 1965-70, produced by Reelin’ in the Years [2 hours duration]

Bonus Material:

The Pretty Things. On Film [13:00]
Rosalyn (Promo Video) [2:20]
Eve Of Destruction (Promo Video) [3:03]

DVD 2:

S.F. Sorrow – Live At Abbey Road [1 hour]

10″ ‘Replica Acetate’:

Side 1:

1 Defecting Grey (Full Length Demo from acetate) (5:10)
2 Turn My Head (Demo) (2:34)

Side 2:

1 Don’t Bring Me Down (Previously Unreleased Version) (1:40)
2 I Can Never Say (1:58)

Studio albums on CD:

The Pretty Things (1965):

1 Roadrunner [3:12]
2 Judgement Day [2:46]
3 13 Chester Street [2:22]
4 Big City [2:01]
5 Unknown Blues [3:48]
6 Mama, Keep Your Big Mouth Shut [3:23]
7 Honey, I Need [1:59]
8 Oh Baby Doll [3:01]
9 She`s Fine She’s Mine [4:24]
10 Don’t Lie To Me [3:53]
11 The Moon Is Rising [2:33]
12 Pretty Thing [1:38]

Bonus Tracks:

13 Rosalyn [2:18]
14 Big Boss Man [2:36 ]
15 Don’t Bring Me Down [02:08 ]
16 We’ll Be Together [2:08 ]
17 I Can Never Say [3:36 ]
18 Get Yourself Home [2:18 ]

Get The Picture? (1965):

1 You Don’t Believe Me [2:22]
2 Buzz The Jerk [1:54]
3 Get The Picture? [1:55]
4 Can’t Stand The Pain [2:41]
5 Rainin’ In My Heart [2:30]
6 We’ll Play House [2:33]
7 You`ll Never Do It Baby [2:26]
8 I Had A Dream [2:58]
9 I Want Your Love [2:16]
10 London Town [2:26]
11 Cry To Me [2:51]
12 Gonna Find Me A Substitute [2:57]

Bonus Tracks:

13 Get A Buzz [4:01]
14 Sittin’ All Alone [2:47]
15 Midnight To Six Man [2:19]
16 Me Needing You [1:58]
17 Come See Me [2:39]
18 L. S. D. [02:24]

Emotions (1967):

1 Death Of A Socialite [2:41]
2 Children [3:01]
3 The Sun [3:04]
4 There Will Never Be Another Day [2:19]
5 House Of Ten [2:49]
6 Out In The Night [2:40]
7 One Long Glance [2:52]
8 Growing In My Mind [2:19]
9 Photographer [02:07]
10 Bright Lights Of The City [3:02]
11 Tripping [3:22]
12 My Time [3:05]

Bonus Tracks:

13 A House In The Country [3:01]
14 Progress [2:58]
15 Photographer [2:15]
16 There Will Never Be Another Day [2:26]
17 My Time [3:11]
18 The Sun [3:04]
19 Progress [2:42]

S.F.Sorrow (1968):

1 S.F. Sorrow Is Born [3:15]
2 Bracelets Of Fingers [3:38]
3 She Says Good Morning [3:30]
4 Private Sorrow [3:50]
5 Balloon Burning [3:49]
6 Death [3:11]
7 Baron Saturday [4:02]
8 The Journey [2:42]
9 I See You [3:53]
10 Well Of Destiny [1:46]
11 Trust [2:47]
12 Old Man Going [3:07]
13 Loneliest Person [1:27]

Bonus Tracks:

14 Defecting Grey [4:33]
15 Mr. Evasion [3:30]
16 Talkin’ About The Good Times [3:46]
17 Walking Through My Dreams [3:37]

Parachute (1970):

1 Scene One [1:51]
2 The Good Mr. Square [1:27]
3 She Was Tall, She Was High [1:36]
4 In The Square [1:55]
5 The Letter [1:39]
6 Rain [2:29]
7 Miss Fay Regrets [3:28]
8 Cries From The Midnight Circus [6:28]
9 Grass [4:20]
10 Sickle Clowns [6:36]
11 She`s A Lover [3:32]
12 What`s The Use [1:45]
13 Parachute [3:52]

Bonus Tracks:

14 Blue Serge Blues [3:58]
15 October 26 [5:00]
16 Cold Stone [3:15]
17 Stone-Hearted Mama [3:52]
18 Summer Time [4:32]
19 Circus Mind [2:03]

Freeway Madness (1970):

1 Love Is Good [6:53]
2 Havana Bound [3:57]
3 Peter [1:27]
4 Rip Off Train [3:18]
5 Over The Moon [4:31]
6 Religion’s Dead [4:14]
7 Country Road [4:48]
8 Allnight Sailor [1:57]
9 Onion Soup [3:49]
10 Another Bowl? [2:54]

Bonus Tracks:

11 Religion’s Dead (Live Lyceum 1973) [4:48]
12 Havana Bound (Live Lyceum 1973) [4:20]
13 Love Is Good (Live Lyceum 1973) [6:43]
14 Onion Soup (Live Lyceum 1973) [8:28]

Silk Torpedo (1974):

1 Dream / Joey [6:46]
2 Maybe You Tried [4:20]
3 Atlanta [2:41]
4 L. A. N. T. A. [2:24]
5 Is It Only Love [5:05]
6 Come Home Momma [3:41]
7 Bridge Of God [4:57]
8 Singapore Silk Torpedo [5:12]
9 Belfast Cowboys [6:55]

Bonus Tracks:

10 Singapore Silk Torpedo (Live Santa Monica 1974) [7:06]
11 Dream / Joey (Live Santa Monica 1974) [7:21]

Savage Eye (1976):

1 Under The Volcano [6:02]
2 My Song [5:09]
3 Sad Eye [4:29]
4 Remember That Boy [5:02]
5 It Isn’t Rock ‘n’ Roll [3:58]
6 I’m Keeping [3:58]
7 It’s Been So Long [5:04]
8 Drowned Man [4:23]
9 Theme For Michelle [1:46]

Bonus Tracks:

10 Tonight [3:06]
11 Love Me A Little [3:11]
12 Dance All Night [2:54]

Cross Talk (1980):

1 I’m Calling [4:07]
2 Edge Of The Night [3:20]
3 Sea Of Blue [3:14]
4 Lost That Girl [2:50]
5 Bitter End [3:17]
6 Office Love [4:12]
7 Falling Again [0:20]
8 It’s So Hard [3:15]
9 She Don’t [4:08]
10 No Future [4:29]
11 Wish Fulfillment [3:06]
12 Sea About Me [3:23]
13 The Young Pretenders [4:06]

Rage Before Beauty (1999):

1 Passion Of Love [3:22]
2 Vivian Prince [5:15]
3 Everlasting Flame [3:46]
4 Love Keeps Hanging On [8:55]
5 Eve Of Destruction [3:03]
6 Not Givin’ In [4:02]
7 Pure Cold Stone [5:47]
8 Blue Turns To Red [4:01]
9 Goodbye, Goodbye [2:45]
10 Goin’ Downhill [4:12]
11 Play With Fire [4:07]
12 Fly Away [4:31]
13 Mony Mony [4:45]
14 God Give Me The Strength (To Carry On) [6:03]

Balboa Island (2007):

1 The Beat Goes On [4:10]
2 Buried Alive [3:35]
3 Livin’ In My Skin [3:59]
4 (Blues For) Robert Johnson [8:01]
5 Pretty Beat [2:52]
6 In The Beginning [4:42]
7 Mimi [2:34]
8 Feel Like Goin’ Home [2:43]
9 The Ballad Of Hollis Brown [6:28]
10 Freedom Song [4:46]
11 Dearly Beloved [4:59]
12 All Light Up [4:30]
13 Balboa Island [4:42]

Una “Voce” E Una Leggenda Della Musica Soul ! Bettye LaVette – Worthy

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Bettye LaVette – Worthy – Cherry Red Records – Deluxe Edition CD + DVD

Chi non conosce Aretha Franklin, Etta James, Ann Peebles, Mavis Staples (le prime che mi vengono in mente)? Troppo facile. Ma chi conosce invece Bettye Lavette?. Con oltre mezzo secolo di carriera alle spalle, su Betty Haskins (vero nome all’anagrafe) si potrebbero scrivere molte pagine per descrivere questa meravigliosa cantante soul, un’artista decisamente affascinante e importante nella cultura soul, che solo nell’ultimo decennio è tornata in auge (purtroppo era rimasta in sordina per troppo tempo), dedicandosi da qualche anno in qua a rileggere le canzoni altrui. Bettye, purtroppo, ha un percorso artistico travagliato tra i primi anni ’60 e i primi ’80, cambiando varie etichette, con incisioni per Atlantic, Calla, Karen, Silver Fox, Epic e Motown, comunque riuscendo ugualmente a lasciare i segni della sua classe con brani come Let Me Down Easy, Your Turn To Cry, Souvenirs e  He Made A Woman Out Of Me, creandosi nel tempo un seguito di fans da cantante di “culto”.

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Poi, dopo il bellissimo live Let Me Down Easy (00), in contemporanea all’ottimo Souvenirs (un album del ’73 che viene ristampato con l’aggiunta di altre incisioni ritrovate nel frattempo), viene riportata alla sua migliore dimensione qualitativa, prima con A Woman Like Me (03), e al passo coi tempi, da I’ve Got My Own Hell To Raise (05) prodotto dal grande Joe Henry, con una decina di cover tutte di autrici femminili (Sinead O’Connor, Lucinda Williams, Sharon Robinson, Aimee Mann, Rosanne Cash, Joan Armatrading, Dolly Parton, Fiona Apple), con arrangiamenti particolarmente originali e una “voce” sempre in splendida forma. Dopo il ritrovato successo Bettye incide The Scene Of The Crime (07) con una band come i Drive-By Truckers alle spalle, con brani soul potenti e blues elettrici, a cui farà seguito un viaggio sonoro attraverso brani che hanno fatto la storia del rock inglese Interpretations: The British Rock Songbook (10), con canzoni di Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Pink Floyd, Who, Elton John (solo per citarne alcuni), celebrando infine i 50 anni di carriera musicale con la pubblicazione di Thankful ‘N’ Thoughful (12), una selezione di brani contemporanei, scritti da Bob Dylan, Tom Waits, Neil Young, Patty Griffin, (e la versione di Dirty Old Town dei Pogues, che da sola, vale il disco).

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Questo ultimo lavoro Worthy ripropone, dopo dieci anni, l’accoppiata vincente con Joe Henry (un vero Re Mida della produzione), perfettamente coadiuvato dal magnifico gruppo di musicisti che accompagnano da tempo il cantautore del North Carolina, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Chris Bruce al basso, Patrick Warren alle tastiere e il chitarrista Doyle Bramball II, con il contributo al sax (baritono e tenore) di Ben Chapoteau e di Levon Henry (il figlio di Joe), con un repertorio che va a pescare fra i brani meno noti, tra gli altri, nuovamente, di Dylan, Beatles e Rolling Stones.

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Si parte con il piano che accompagna un irriconoscibile brano di Dylan, Unbelievable (pescato da Under The Red Sky), per passare ai ritmi Motown di una When I Was A Young Girl, ad un classico di Mickey Newbury come Bless Us All rifatto in chiave blues, omaggiare il produttore rivisitando la sua Stop (dall’album Scar) con una bella sezione fiati in evidenza, ed a una inaspettata cover di un brano degli Over The Rhine Undamned, suonata e cantata come fosse per i clienti di un Bar di Casablanca. Le sorprese proseguono con una poco conosciuta Complicated del duo Jagger/Richards (per chi non lo ricordasse era in Between The Buttons), una sofferta ballata di Randall Bramblett Where A Life Goes, per poi passare ad una spettacolare versione di un brano dal titolo chilometrico, Just Between You And Me And The Wall, You’re A Fool, meritoriamente ripescata dal repertorio di un grande gruppo come gli Amazing Rhythm Aces , mentre con Wait dell’accoppiata Lennon/McCartney,  Bettye riesce a trasformare una canzone dei Beatles (da Rubber Soul), in una chaive soul, cosa che non a molti è riuscita con successo. La chiusura di un lavoro magnifico è affidata alla classica soul-ballad Step Away, della semisconosciuta e brava Christine Santelli http://www.christinesantelli.com/, e alla title track Worthy presa dal repertorio più recente della Mary Gauthier, (scritta in collaborazione con un’altra brava cantautrice come Beth Nielsen Chapman).

La carriera di Bettye LaVette (per chi scrive) è una serie di piccoli eventi, il tempo per fermarsi ad ascoltare una delle più belle voci della “black music” si trova sempre, e in questo Worthy una manciata di cover (a volte anche apparentemente lontane dal suo genere), vengono riportate a nuova vita da questa quasi settantenne, che ci mette anima e corpo, sangue e passione, al punto che viene il sospetto che i vari autori che hanno scritto il materiale, abbiano scritto quelle canzoni “solo” per lei. Betty Haskins LaVette ha quindi trovato negli ultimi dieci anni, tutto il riconoscimento che le era mancato da giovane “soulsinger”, e Worthy non fa altro che testimoniare il grande valore di questa straordinaria artista, sperando che contribuisca ulteriormente a darle la notorietà internazionale che merita. Toccante !

NDT: Il DVD contiene un’ora e mezza di “performances” live, registrate a Londra al The Jazz Cafè il 15 Luglio del 2014, dove questa “arzilla” signora ripercorre il suo classico repertorio. Da vedere e sentire, questi i brani contenuti nel video:

The Word
Everything Is Broken
Your Time To Cry 
https://www.youtube.com/watch?v=GElWMUWj2_w
They Call It Love
Joy
Heart Of Gold
Don’t Let Me Be Misunderstood
Either Way We Lose
Blackbird
My Man – He’s A Loving Man
Like A Rock
Heaven (The Closest I’ll Get)
Sleep To Dream
I Do Not Want What I Haven’t Go

Tino Montanari

E’ Solo Southern Rock, Ma Ci Piace! Bama Gamblers – Iron Mountain

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Bama Gamblers – Iron Mountain – bamagamblers.com

“It’s only southern rock, but we like it”. Le immortali parole di Jaggers-Richards ci vengono ancora una volta in soccorso, riadattate, per parlare dell’album di debutto di questi Gama Gamblers, quintetto di belle speranze, con sede a Huntsville, Alabama, ma il cui album di debutto, Iron Mountain (ispirato da una famosa linea ferroviaria rapinata ai tempi del glorioso West da Jesse James), è stato registrato a Marietta, Georgia, nei Wonderdog Studios, dove opera Benji Shanks, eminenza grigia locale, chitarrista e produttore per l’occasione. Il disco che ne risulta è un perfetto esempio di southern rock: niente di nuovo sotto il sole ma Bo Flynn, il bassista e voce solista, Matt Alemany e Matt Kooken, le due chitarre, entrambi originari della Georgia, più Eric Baath alle tastiere e Forrest Fleming alla batteria, hanno confezionato proprio un bel disco di musica sudista, non troppo hard , ma decisamente chitarristico, con la giusta quota country, che non può mancare in un album di questo filone e una decina di belle canzoni, che nulla aggiungono alla grande tradizione del genere, ma sono suonate con passione e perizia https://www.youtube.com/watch?v=ozNLn4xEW10 .

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Queste melodie e questi riff li avremo sentiti mille volte, ma quando parte l’attacco ruggente a doppia chitarra di Footsteps, uno non può fare a meno di pensare ai primi Allman e quando entra la voce di Flynn, i fantasmi della famiglia Van Zant si agitano https://www.youtube.com/watch?v=W42kdfqz-44 . Negli ultimi anni molti gruppi, a partire da Whiskey Myers e Blackberry Smoke (di cui leggerete in altra parte domani) hanno rinverdito i fasti del vecchio southern rock, ripulendolo dalle scorie di durezza e banalità che ne avevano appesantito il sound quando le band migliori del genere avevano perso la giusta direzione, ora anche i Gama Gamblers, insieme ad alcuni altri gruppi recenti, che non cito, per non fare la solita lista della spesa, hanno portato una ventata di freschezza ed entusiasmo negli Stati del Sud. Il tocco di Shanks rende il CD molto godibile, con un suono nitido e ben definito, quasi da major, nonostante la sua genesi a livello indipendente e locale, e i brani scorrono senza scadimenti di qualità e con alcune punte di eccellenza, a partire dalla citata Footsteps, che è una partenza perfetta e se confermata a quei livelli per tutto il disco ci avrebbe fatto gridare al “piccolo” capolavoro. Il suono sembra uscire dai vecchi solchi di Idlewild South o Second Helping, con le chitarre che si inseguono dai canali dello stereo, le tastiere, soprattutto l’organo e la sezione ritmica che ancorano il suono e la voce maschia ed espressiva di Flynn; tutto profuma di Georgia Clay, con la slide di Alemany che si integra all’organo e piano elettrico di Baath, il basso di Flynn danza intorno alla batteria di Fleming e questo storie sudiste si dipanano con grande naturalezza https://www.youtube.com/watch?v=uzjIT3l1li4 . Storie abbastanza semplici, come quella della barista Emily Jay, che è un po’ come la Sweet Loretta di Get Back e musicalmente si viaggia anche dalle parti di John Fogerty, quindi classico rock americano, puro e non adulterato, con le chitarre che disegnano linee soliste essenziali ma suonate con gran gusto. Devil’s Daughter, con le due soliste suonate all’unisono https://www.youtube.com/watch?v=ahuSx5yWnAY , è la prima canzone scritta dal gruppo intorno al 2010 quando nasceva la band, storie di ragazze di college, “diaboliche” per dei giovani teenager ricchi di testosterone (Bo Flynn, il bassista ha compiuto 25 anni da poco), con la musica che resta nei binari del genere, un continuo svolazzare di chitarre che però non allungano la durata delle canzoni oltre i classici quattro/cinque minuti canonici del miglior rock  .

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Anche Dead Roses ha il classico suono sudista, ma arricchito da riff stonesiani o alla Faces, che la possono avvicinare anche a gente come i Black Crowes https://www.youtube.com/watch?v=NrmFA7Aa4e8 , sonorità ribadite nella poderosa Love Me In The Morning, altro ottimo esempio di rock song dura e pura, nuovamente assai riffata e con una bella parte, centrale e finale, dove le chitarre sono libere di improvvisare. Non possono naturalmente mancare le classiche ballate sudiste, Sweet Revival, con un intro di chitarra acustica e organo, poi si sviluppa nel sempiterno crescendo di questo tipo di brani, per una lirica cavalcata a guida slide https://www.youtube.com/watch?v=CppfTRDGNis , reiterata nell’eccellente The River, altro mid-tempo costruito secondo gli stilemi del miglior rock sudista, partenza attendista, belle armonie vocali e l’immancabile coda chitarristica che dal vivo potrebbe fare sfracelli. L’allmaniano rock-blues di Smooth Sailing viaggia sulle ali di un pianino elettrico alla Billy Preston, con la giusta quota boogie e l’immancabile slide di Alemany ad intrecciarsi con la solista di Kooken, mi tocca ripetermi, sentito mille volte, ma se è fatto bene è quasi inevitabile https://www.youtube.com/watch?v=64ZV89EUxIs . Essendo dell’Alabama un bel brano di impronta country (rock), come la conclusiva Love Somebody è la classica ciliegina sulla torta di un lavoro che gli appassionati del genere potranno godersi fino in fondo.

Bruno Conti

Potrebbe Essere L’Ultima Occasione Di Averlo, Non Mancatela! Kenny Brown – Goin’ Back To Mississippi

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Kenny Brown – Goin’ Back To Mississippi – Big Legal Mess Records/Fat Possum

Non è un nuovo disco di Kenny Brown, si tratta dell’ennesima riedizione del suo primo disco, registrato nel 1996 e pubblicato nel 1997 dalla Fat Possum, poi ristampato, con un’altra copertina,  nel 2006, dalla Hermans (?) distr. Taxim. Questa volta, con autoironia, esce su “Big Legal Mess Records” e con la copertina originale ripristinata. E sapete una cosa? E’ sempre un gran disco! Se ve lo siete perso nelle altre occasioni questa è l’occasione giusta per rimediare. Brown, nativo di Selma, Alabama, ma cresciuto sulle colline del Nord Mississippi, ha pubblicato solo altri due dischi solisti nella sua carriera discografica, entrambi ottimi, Stingray nel 2003 https://www.youtube.com/watch?v=Lrc-qLzj7qM  e l’eccellente doppio Can’t Stay Long nel 2011 https://www.youtube.com/watch?v=cN5mPwkIA1o , per il resto della sua vita musicale è stato il fedele compagno di R.L. Burnside, che lo ha di volta in volta definito, “il mio figlio adottivo”, “un ragazzo bianco con la chitarra” e “il mio figlio bianco”, nel corso di una lunghissima collaborazione, iniziata nei primi anni ’70 e proseguita fino alla scomparsa di Burnside nel 2005 https://www.youtube.com/watch?v=dcgaP_HPGhU .

kenny brown stingray kenny brown can't stay long

In mezzo ci sono stati migliaia di concerti, alcuni dischi, non tantissimi, con il suo mentore, che non era molto prolifico (ma postumi ne sono usciti un bel po’). Dopo la morte di R.L.,  un paio di colonne sonore, in particolare quella di Black Snake Moan, dove era una sorta di controfigura sonora per Samuel L. Jackson. Ma prima era uscito questo Goin’ Back To Mississippi, penalizzato dai problemi vari di distribuzione della Fat Possum, l’etichetta originale, cionondimeno una delle ennesime confutazioni dell’assunto secondo cui “i musicisti bianchi non possono suonare il blues”. Possono eccome, e anche il rock and roll e il rock puro, come dimostra questo CD che è un distillato perfetto di North Hill Country Blues (e il nostro, con la moglie Sara, ogni anno organizza il benemerito Festival, denominato North Mississippi Country Picnic https://www.youtube.com/watch?v=XNRvXKs8xaI ), rock stonesiano periodo Sticky Fingers/Exile, blues classico, R&R e boogie micidiali, rivisitazioni selvagge del rockabilly/swamp rock di Dale Hawkins, mister Suzie Q, non per nulla il publishing dei suoi brani riporta Suzy Q Pub.

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Tutti elementi che ritroviamo nei dieci brani di questo disco: accompagnato da Dale Beavers (nomen omen), secondo chitarrista e vocalist, Terence Bishop al basso e John Bonds alla batteria, proprio con Dale Hawkins che produce il tutto a Little Rock, Arkansas, nell’autunno del 1996. From Now On, una stilettata di blues con slide, che è parente stretta anche del rock and roll Made in Sun Sudios di Jerry Lee Lewis, a cui la voce di Brown si avvicina, passando per la formidabile Frankie & Albert, un tradizionale rivisitato dal repertorio di Joe Callicott, una leggenda del blues che è stato il primo mentore di Kenny, intorno all’età di dieci anni, qui interpretato come se fosse una perduta gemma da qualche session sconosciuta di Willie Nelson con gli Stones, nel periodo di Sticky Fingers, country blues dondolante e sensuale, sempre con uso di slide e lap steel. Ma anche la grinta e la potenza della title-track, Goin’ Back To Mississippi, un rock and roll che sta al crocevia tra Chuck Berry e Rolling Stones, riff di chitarra come piovesse, ritmi e sonorità perverse come il miglior rock insegna. Wretched Mind potrebbe essere una outtake da qualche disco dei Creedence più roots, mentre gli oltre 6 minuti di Jumper On The Line, un traditional arrangiato dagli stessi Burnside e Brown https://www.youtube.com/watch?v=NbEGKLhoyQM , virano sui ritmi ipnotici e ripetuti dei classici di Dale Hawkins, rivisti però nell’ottica minimale, pur se assai accelerata del boogie blues elettrico proprio di gente come Bunrnside, Kimbrough, i primi Canned Heat, la famiglia Dickinson, il kudzu blues dei Turchi,  il tutto con la fantastica slide di Kenny Brown che si staglia potente nei meandri del brano.

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Talk about me è uno dei due contributi del chitarrista Dale Beavers, un classico blues cadenzato che incontra i ritmi urbani di quello proveniente da Chicago, l’altro è Grease Monkey, uno strumentale delizioso che è un perfetto esempio di rock and roll vecchio stile. I’m A lover è un lentone reiterato e selvaggio che potrebbe venire ancora dalla penna di Hawkins o Fogerty, ricco di echi e chitarre stranissime e lancinanti. Hold Me Baby, sempre per proseguire il parallelo con gli Stones https://www.youtube.com/watch?v=v_0P_2RsuSw , la si sarebbe potuta trovare nei primi album della band inglese, quelli più primitivi e sinceri, ma con l’aggiunta della slide in overdrive di Brown e la conclusiva In The Mood, ancora dell’accoppiata Kenny/R.L., è un altro lento, minaccioso e dall’atmosfera avvolgente che conferma tutte le buone vibrazioni di questo bellissimo album https://www.youtube.com/watch?v=XNRvXKs8xaI . Mancarlo anche al terzo passaggio sarebbe un delitto!

Bruno Conti