Candidato Ai Grammy 2019 Come Miglior Album Folk, E’ D’Uopo Parlarne! Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads

mary gauthier rifles & rosary beads

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads – Appaloosa/Ird CD 2018

Uscito a gennaio dello scorso anno, anche questo Rifles & Rosary Beads di Mary Gauthier, è rientrato nella categoria del “lo faccio io, lo fai tu” e alla fine nessuno ha scritto la recensione. Ma visto che il CD merita assolutamente, e in più di recente è entrato nella cinquina delle nominations dei Migliori Album Folk per gli imminenti Grammy Awards, l’occasione è ideale per parlarne. Considerando anche che la Gauthier è sempre stata una delle preferite del Blog e del sottoscritto in particolare. Se vi eravate persi gli album precedenti o non conoscete la sua storia, qui trovate la recensione del suo splendido album precedente https://discoclub.myblog.it/2014/07/30/ripassi-le-vacanze-sempre-la-solita-mary-gauthier-trouble-and-love/ (non ne ha mai fatti di scarsi, sempre livelli di eccellenza nella sua produzione), e all’interno del Post anche i link per leggere di quelli precedenti. Si diceva che il disco è uscito ormai da un anno, il 26 gennaio del 2018, ed è comunque rientrato nelle liste dei migliori di fine anno, comprese le nostre: disco, che nella edizione italiana, a cura della Appaloosa, contiene anche un libretto con i testi originali e  le traduzione a fronte, nonché la lista di tutti i musicisti che hanno suonato nell’album, che, anche se rientra nella categoria Folk, come al solito, vede comunque la presenza di alcuni musicisti di grande qualità, a partire dal produttore Neilson Hubbard, che suona anche la batteria, oltre al “nostro” Michele Gazich al violino (da sempre strumento cruciale nella musica di Mary) e viola, Kris Donegan Will Kimbrough, a chitarre e mandolino, Danny Mitchell, pianoforte e fiati, Michael Rinne al basso, oltre alle armonie vocali di Odessa Settles Beth Nielsen Chapman, nonché di Kimbrough e Mitchell.

Nelle canzoni del disco, che trattano il tema del ritorno alla vita normale dopo avere combattuto guerre in giro per il mondo, la Gauthier ha scelto di condividere i testi dei suoi brani con alcuni veterani (uomini e donne, e le loro famiglie) che raccontano le loro difficoltà a ritornare alla vita civile, quella normale, della società americana, dove “Fucili e grani del rosario” convivono in un difficile equilibrio, proprio iniziando con Soldiering On (“Non Mollare”), un brano che è quasi una dichiarazione di intenti, esposta con la solita voce caratteristica di Mary, piana,dolente e malinconica, ma anche appassionata, la voce di chi non ha avuto una vita felice e serena, ma ha dovuto fronteggiare mille difficoltà nel corso della sua esistenza, e le incorpora nelle sue composizioni e nel suo modo di porgerle: musicalmente il brano è comunque ricco ed affascinante, con le pennate della chitarra acustica che vengono poi rafforzate dal suono della chitarra elettrica di Kimbrough, del violino impetuoso di Gazich, di una sezione ritmica incalzante, quasi marziale, e quindi il suono esplode con forza dalle casse dell’impianto, forte e vibrante, se questo è folk datecene ancora, brano splendido che vive di picchi e vallate sonore, con la musica che sale e scende per accompagnare la narrazione.

Appurato che i testi sono splendidi ed importanti, ma ve li potete leggere comodamente nel libretto, concentriamoci sulla musica, che non è elemento secondario in questo album, anzi: Got Your Six è un folk-blues-rock vibrante, con la voce che sale d’intensità, ben sostenuta dalle armonie vocali, chitarra slide e violino dettano sempre i temi e la sezione ritmica segue con grinta. La splendida ballata country-rock The War After War, vista dal lato delle spose, e firmata anche dalla Nielsen Chapman, ha un suono ondeggiante e delicato, scandito in un modo che potrebbe rimandare al Neil Young dei primi anni ’70. Anche l’armonica, suonata dalla Gauthier sin dall’incipit di Still On The Ride, rimanda al vecchio Neil, ma poi il brano introduce anche un mandolino, piano, l’immancabile violino, per un suono ricco e maestoso che conferma la maestria della cantante di New Orleans nel saper creare melodie sempre di grande fascino; un pianoforte ed una chitarra acustica ci introducono poi alle atmosfere più intime e delicate della immaginifica Bullet Holes In the Sky, dove il lirico violino di Gazich illumina la narrazione di Jamie Trent, un veterano della Guerra del Golfo, mentre racconta una sua giornata durante un Veterans Day in quel di Nashville.

Brothers ha un bel tiro rock, con chitarre e violino sugli scudi, siamo dalle parti di Lucinda Williams musicalmente, mentre il testo verte sulla parità tra uomini e donne anche nella carriera militare; la title-track Rifles & Rosary Beads, che parte lenta ed acustica, si sviluppa poi in un’altra malinconica ballata, con l’armonica struggente della Gauthier dal piglio quasi dylaniano che si innesta su una sorta di valzerone country, mentre la ovattata Morphine 1-2 è una folk ballad nello stile tipico della nostra, con un piano appena accennato a delineare la melodia che poi viene affidata nuovamente a Michele Gazich. It’s Her Love racconta degli incubi notturni dei veterani, temperati dall’amore di chi ti ha aspettato a casa ed ora è pronto a sostenerti con il proprio amore, sempre musicalmente sotto la forma di una intensa folk ballad, la cui struttura sonora vive su un leggero crescendo che si avvale dell’intervento discreto dei vari musicisti e di un cantato accorato della Gauthier, che si fa più assertivo ed affascinante nella devastante narrazione della sconvolgente Iraq, dove la musica serena e delicata di violino ed armonica contrasta con la durezza del testo. A chiudere il tutto la corale e sempre struggente Stronger Together, firmata oltre che da Ashley Cleveland, dalla Beth Nielsen Chapman, e dalla Gauthier, da altre sei mogli o sorelle di veterani artificieri devastati dagli effetti della guerra, un altro brano che mitiga la durezza dei contenuti con una melodia fiera e di grande intensità.

Vedremo se i giurati dei Grammy lo premieranno nella categoria Miglior Album Folk e avrà quindi la meglio sui dischi di Punch Brothers, Iron And Wine, Dom Flemons e della veterana Joan Baez, che mi pare la concorrente più agguerrita: in ogni caso, se non lo avete già, fate un pensierino su questo eccellente album di cui era d’uopo parlare in un “recupero” obbligatorio, merita la vostra attenzione.

Bruno Conti

 

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Appendice E Riepilogo Finale

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Oltre alla formula alla lavagna (si scherza ovviamente), eccomi alla appendice conclusiva relativa ai miei dischi preferiti usciti nel corso del 2018. volevo fare una cosa il più esaustiva possibile, estrapolando le cose migliori di cui si è parlato nel Blog,  soprattutto quelle che già non erano entrate nelle liste di fine anno degli altri collaboratori. Scegliendo i titoli con una ricerca quasi certosina mi sono accorto che la lista era diventata di dimensioni epiche, con oltre 70 titoli, e quindi ho pensato di ampliarla in una sorta di riepilogo di quello che è successo nelle puntate precedenti, e dividerla, raggruppando i titoli in alcune categorie, e inserendo anche tutti i link dei vari Post che sono apparsi sul Blog, così se li vi siete persi potete leggerli, oppure andare a rinfrescarvi le idee, sempre secondo il principio già esposto varie volte, per il quale queste classifiche di fine anno vogliono essere soprattutto una occasione per segnalare alla vostra attenzione le proposte più discografiche più interessanti o sfiziose pubblicate nell’anno in corso, naturalmente secondo i nostri gusti.

Voci Femminili

rosanne cash she remembers everythingmarianne faithfull negative capabilitymary gauthier rifles & rosary beads

Rosanne Cash – She Remembers Everyhing Di questo album ci sarà una recensione prossimamente nell’ambito dei recuperi di fine/inizio anno

https://discoclub.myblog.it/2018/11/09/di-nuovo-questa-splendida-settantenne-che-non-ha-ancora-finito-di-stupire-marianne-faithfull-negative-capability/

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads Anche questo disco, pure in virtù della recente nomination ai Grammy Awards come Miglior Album Folk, sarà oggetto di una recensione ad hoc.

Due voci classiche.

mary coughlan live_and_kickingbettye lavette things have changed

https://discoclub.myblog.it/2018/04/02/dopo-mary-black-unaltra-voce-irlandese-strepitosa-mary-coughlan-live-kicking/

https://discoclub.myblog.it/2018/04/07/la-regina-nera-rilegge-il-canzoniere-di-bob-dylan-bettye-lavette-things-have-changed/

Tre “sorprese”.

sarah shook yearsruby boots don't talk about ithaley heynderickx

https://discoclub.myblog.it/2018/05/20/una-delle-migliori-nuove-voci-in-circolazione-sarah-shook-the-disarmers-years/

https://discoclub.myblog.it/2018/03/14/una-nuova-country-rocker-di-pregio-dalla-voce-interessante-parliamone-invece-ruby-boots-dont-talk-about-it/

https://discoclub.myblog.it/2018/06/07/sempre-a-proposito-di-voci-femminili-intriganti-haley-heynderickx-i-need-to-start-a-garden/

Tre “conferme” assodate.

brandi carlile by the waydana fuchs loves live onshemekia copeland america's child

Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You Altro disco da “recuperare” assolutamente.

https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/ Questo disco potrebbe rientrare anche nella categoria “tra soul, blues e gospel” che trovate tra poco (stesso discorso per la Copeland e la Lavette).

https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/

amanda shires to the sunset

https://discoclub.myblog.it/2018/08/27/non-sara-brava-come-il-marito-ma-anche-lei-fa-comunque-della-buona-musica-amanda-shires-to-the-sunset/

“Chitarristi”

Uno e Trino, da solo, in coppia con Beth Hart e dal vivo.

joe bonamassa redemption 21-9beth hart & joe bonamassa black coffeejoe bonamassa british blues explosion live

https://discoclub.myblog.it/2018/09/17/ormai-e-una-garanzia-prolifico-ma-sempre-valido-ha-fatto-tredici-joe-bonamassa-redemption/

https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/13/uno-strepitoso-omaggio-ai-tre-re-inglesi-della-chitarra-joe-bonamassa-british-blues-explosion-live/

Vecchie leggende.

billy gibbons the big bad blues 21-9roy buchanan live at town hall

https://discoclub.myblog.it/2018/10/10/bluesmen-a-tempo-determinato-parte-1-billy-f-gibbons-the-big-bad-blues/

https://discoclub.myblog.it/2018/10/10/bluesmen-a-tempo-determinato-parte-1-billy-f-gibbons-the-big-bad-blues/

“Nuovi virgulti”.

eric steckel polyphonic prayersean chambers trouble & whiskey

https://discoclub.myblog.it/2018/03/09/forever-young-un-chitarrista-per-tutte-le-stagioni-basta-trovare-i-suoi-dischi-eric-steckel-polyphonic-prayer/

https://discoclub.myblog.it/2018/12/04/uno-dei-migliori-nuovi-chitarristi-in-circolazione-sean-chambers-welcome-to-my-blues/

colin james miles to gomike zito first class life

https://discoclub.myblog.it/2018/10/20/ancora-gagliardo-rock-blues-dal-canada-colin-james-miles-to-go/

https://discoclub.myblog.it/2018/06/02/blues-rock-veramente-di-prima-classe-mike-zito-first-class-life/

Gli “aiutanti” di Ry Cooder.

delta moon babylon is fallingdamon fowler the whiskey bayou session

https://discoclub.myblog.it/2018/11/06/tornano-i-maghi-della-slide-delta-moon-babylon-is-falling/

https://discoclub.myblog.it/2018/11/13/uno-dei-dischi-rock-blues-piu-belli-dellanno-damon-fowler-the-whiskey-bayou-session/

Rock

Non sbagliano un colpo.

mark knopfler tracker deluxegraham parker cloud symbols 21-9

https://discoclub.myblog.it/2018/11/26/ennesimo-album-raffinato-e-di-gran-classe-da-parte-di-un-vero-gentiluomo-inglese-mark-knopfler-down-the-road-wherever/

Graham Parker – Cloud Symbols Un altro di quelli che mancano nelle recensioni.

Amanti degli anni ’70. 1.

sheepdogs changing coloursjonathan wilson rare birds

https://discoclub.myblog.it/2018/03/04/canadesi-dal-cuore-e-dal-suono-sudista-the-sheepdogs-changing-colours/

https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/il-gabbiano-jonathan-vola-sempre-alto-jonathan-wilson-rare-birds/

Amanti degli anni ’70. 2

levi parham it's all goodmarcus king band carolina confessions

https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/non-posso-che-confermare-gran-bel-disco-levi-parham-its-all-good/

Marcus King Band – Carolina Confessions Sempre inserito settore recuperi.

Tra Soul, Blues E Gospel

mike farris silver & stoneVictor Wainwright & The Train

https://discoclub.myblog.it/2018/12/23/sempre-raffinatissimo-gospel-soul-rock-tra-sacro-e-profano-mike-farris-silver-stone/

https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/

teskey brothers half mile harvestsherman holmes project richmond project

https://discoclub.myblog.it/2018/12/05/vero-rock-blues-soul-di-squisita-fattura-in-arrivo-dallaltro-emisfero-teskey-brothers-half-mile-harvest/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/06/sherman-holmes-una-vita-per-il-gospel-e-il-soul-the-sherman-holmes-project-the-richmond-project/

Il “nuovo” e il vecchio.

sue foley the ice queentony joe white bad mouthin' 28-9

https://discoclub.myblog.it/2018/04/27/ancora-una-reginetta-del-blues-sue-foley-the-ice-queen/

https://discoclub.myblog.it/2018/10/11/bluesmen-a-tempo-determinato-parte-2-tony-joe-white-bad-mouthin/

Bianchi per caso.

love light orchestra livebilly price reckoning

https://discoclub.myblog.it/2018/02/15/che-band-che-musica-e-che-cantante-divertimento-assicurato-the-love-light-orchestra-featuring-john-nemeth-live-from-bar-dkdc-in-memphis-tn/ Sarebbe uscito nel 2017, ma facciamo uno strappo alla regola, recensito comunque nel 2018.

https://discoclub.myblog.it/2018/07/24/cantanti-cosi-non-ne-fanno-piu-billy-price-reckoning/

Ancora bianchi per caso.

paul thorn don't let the devil rideboz scaggs out of the blues

https://discoclub.myblog.it/2018/05/08/in-pellegrinaggio-alle-radici-del-soul-e-del-rock-risultato-prodigioso-paul-thorn-dont-let-the-devil-ride/

https://discoclub.myblog.it/2018/08/22/piu-che-fuori-dentro-al-blues-e-anche-al-blue-eyed-soul-piu-raffinato-boz-scaggs-out-of-the-blues/

“Neri” per nascita.

tower of power soul side of townwalter wolfman washington my future is my past

https://discoclub.myblog.it/2018/07/02/per-festeggiare-il-loro-50-anniversario-torna-alla-grande-uno-dei-gruppi-funky-soul-piu-gagliardi-di-sempre-tower-of-power-soul-side-of-town/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/29/passato-e-futuro-mirabilmente-fusi-in-uno-splendido-album-da-new-orleans-walter-wolfman-washington-my-future-is-my-past/

Country, country-rock e bluegrass.

old crow medicine show volunteertrampled by turtles life is good on the open road

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/17/sempre-piu-bravi-ed-innovativi-trampled-by-turtles-life-is-good-on-the-open-road/

A volte ritornano.

asleep at the wheel new routes 14-9michael martin murphey austinology

https://discoclub.myblog.it/2018/10/12/western-swing-country-e-divertimento-assicurato-asleep-at-the-wheel-new-routes/

https://discoclub.myblog.it/2018/12/09/non-e-mai-troppo-tardi-per-fare-il-miglior-disco-della-propria-carriera-michael-martin-murphey-austinology-alleys-of-austin/

Un terzetto di nomi nuovi.

red shahan culberson countycody jinks liferscarter sampson lucky

https://discoclub.myblog.it/2018/05/10/strade-alternative-per-il-country-assolutamente-da-conoscere-red-shahan-culberson-county/

https://discoclub.myblog.it/2018/07/31/almeno-per-ora-il-disco-country-rock-dellanno-cody-jinks-lifers/

https://discoclub.myblog.it/2018/06/05/non-e-solo-fortunata-e-proprio-brava-carter-sampson-lucky/

Country-rock.

jayhawks back roads and abandoned motelswild frontiers greetings from the neon frontiers

https://discoclub.myblog.it/2018/07/30/la-cura-ray-davies-ha-fatto-loro-molto-bene-the-jayhawks-back-roads-and-abandoned-motels/

https://discoclub.myblog.it/2018/08/14/al-quarto-album-di-buon-country-rock-made-in-nashville-si-puo-proprio-dire-che-sono-una-certezza-wild-feathers-greetings-from-the-neon-frontier/

“Altro”!

Vecchie glorie.

john prine the tree of forgivenessdavid crosby here if you listen

https://discoclub.myblog.it/2018/04/23/diamo-il-bentornato-ad-uno-degli-ultimi-grandi-cantautori-john-prine-the-tree-of-forgiveness/

https://discoclub.myblog.it/2018/11/19/da-ascoltare-molto-attentamente-soprattutto-le-celestiali-armonie-vocali-david-crosby-here-if-you-listen/

Anche loro.

john hiatt the eclipse sessionsradiators welcome to the monkey house

https://discoclub.myblog.it/2018/11/05/per-contratto-dischi-brutti-non-ne-fa-anzi-e-vero-il-contrario-john-hiatt-the-eclipse-sessions/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/15/ma-non-si-erano-sciolti-tornano-in-studio-per-il-40-anniversario-radiators-welcome-to-the-monkey-house/

In ordine sparso.

michael mcdermott out from underjonathon long jonathon longjimmy lafave peace town

https://discoclub.myblog.it/2018/05/05/11-canzoni-che-riscaldano-il-cuore-veramente-un-gran-bel-disco-michael-mcdermott-out-from-under/

https://discoclub.myblog.it/2018/12/11/e-questo-nuovo-giovanotto-da-dove-e-sbucato-molto-bravo-pero-lo-manda-samantha-fish-jonathon-long-jonathon-long/

https://discoclub.myblog.it/2018/08/30/una-commovente-e-bellissima-testimonianza-postuma-di-un-grande-outsider-jimmy-lafave-peace-town/

 

Ristampe

Cofanetti che passione!

 

stax singles vol.4 rarities fronttom petty an american treasure frontmott the hoople mental train box front

https://discoclub.myblog.it/2018/02/04/torna-a-sorpresa-una-delle-piu-belle-serie-dedicate-alla-black-music-stax-singles-rarities-and-the-best-of-the-rest/

https://discoclub.myblog.it/2018/10/14/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-2-un-box-strepitoso-che-dona-gioia-e-tristezza-nello-stesso-tempo-tom-petty-an-american-treasure/

https://discoclub.myblog.it/2018/11/30/recensioni-cofanetti-autunno-inverno-8-la-prima-delle-due-carriere-di-una-grande-rocknroll-band-mott-the-hoople-mental-train-the-island-years-1969-1971/

Flash dal passato.

joni mitchell live at the isle of wight 1970jimi hendrix both sides of the sky

https://discoclub.myblog.it/2018/09/13/joni-mitchell-both-sides-now-live-at-the-isle-of-wight-festival-1970-questa-e-veramente-unaltra-bella-sorpresa-la-recensione/

https://discoclub.myblog.it/2018/03/19/se-fosse-uscito-nel-1970-sarebbe-stato-un-gran-disco-ma-pure-oggi-jimi-hendrix-both-sides-of-the-sky/ Oltre ad Electric Ladyland è uscito anche  questo.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills

Quasi, anzi più bello del disco originale, in attesa di prossima  recensione ed articolo retrospettivo su Janis Joplin, già pronti.

https://discoclub.myblog.it/2018/09/20/big-brother-and-the-holding-co-sex-dope-and-cheap-thrills-anche-questo-album-compie-50-anni-e-recupera-il-suo-titolo-originale-oltre-a-25-tracce-inedite-esce-il-30-novembre/

Altri Album Dal Vivo.

bob malone mojo livejohn mellencamp plain spoken

https://discoclub.myblog.it/2018/09/06/ora-disponibile-anche-in-versione-dal-vivo-sempre-un-signor-musicista-bob-malone-mojo-live-live-at-the-grand-annex/

https://discoclub.myblog.it/2018/05/24/il-primo-vero-live-ufficiale-del-puma-john-mellencamp-plain-spoken-from-the-chicago-theatre/

little steven soulfire live 31-8rolling stones voodoo lounge uncut

https://discoclub.myblog.it/2018/09/12/il-disco-dal-vivo-dellestate-si-ed-anche-dellautunno-dellinverno-little-steven-and-the-disciples-of-soul-soulfire-live/

https://discoclub.myblog.it/2018/11/22/ed-anche-questanno-si-conferma-lequazione-natale-live-degli-stones-the-rolling-stones-voodoo-lounge-uncut/

Non ho più spazio sulla lavagna, comunque “tanta roba”, a dimostrazione che anche quest’anno, volendo cercare, esce ancora tanta buona musica, quindi se vi eravate persi qualcosa, buona lettura.

That’s all folks.

Bruno Conti

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Parte I

meglio del 2017 2meglio del 2017

Anche quest’anno (forse in ritardo di qualche giorno) siamo arrivati alle fatidiche liste con i migliori dischi usciti nel corso del 2018, sia novità che ristampe, secondo l’insindacabile giudizio dei collaboratori del Blog che, come vedete dai due pensatori ritratti qui sopra, sono sempre gli stessi. Ovviamente la scelta riflette i gusti di chi scrive sul Blog, e quindi se lo leggete abitualmente sapete più o meno cosa aspettarvi, ma queste liste, oltre ad essere un piccolo divertissement per chi le scrive, vogliono anche essere una sorta di riassunto dei dischi più interessanti di questa annata, per stimolarvi magari ad andare ad approfondire qualcuno degli album che forse vi era sfuggito nei mesi scorsi, ma che sicuramente meriterebbe di essere conosciuto. Le prime liste sono dei collaboratori “aggiunti” del Blog, Marco Frosi e Tino Montanari, che, come avranno notato i lettori più attenti, per motivi personali vari negli ultimi mesi hanno diradato i loro contributi, ma hanno voluto comunque essere presenti al riepilogo di fine anno. Per cui iniziamo con Marco Frosi, e a seguire domani quella di Tino Montanari, poi troverete le scelte del titolare, ovvero il sottoscritto, e di Marco Verdi, sempre molto ampie e possibilmente argomentate. Considerando che come è tradizione del Blog sono tutte lunghette anziché no, quest’anno ci sarà un Post per ciascuno, anche in virtù del fatto che parecchi nomi si ripetono nelle liste di ognuno, per cui le diluisco in quattro diverse parti per non annoiarvi.

Bruno Conti

BEST of 2018 secondo Marco Frosi

 ry cooder the prodigal son

Ry Cooder – The Prodigal Son  Un ritorno ai fasti del passato, per me è il disco dell’anno!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

mary gauthier rifles & rosary beads

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beds  Splendida e struggente elegia del dolore.(*NDB Questo disco, per motivi vari, pur essendo splendido, non è mai stato recensito sul Blog: della serie lo faccio io, lo fai tu, alla fine non lo ha fatto nessuno, ma anche in virtù della recente candidatura alla cinquina dei Grammy, nella categoria Miglior Album Folk, contiamo di inserirlo nei consueti recuperi di fine anno, inizio anno nuovo, nella’attesa delle nuove uscite 2019).

glen hansard between two shores

Glen Hansard – Between Two Shores  Soul ballads di qualità sopraffina

https://discoclub.myblog.it/2018/01/31/da-dublino-lultimo-romantico-glen-hansard-between-two-shores/

Ben Harper & Charlie Musselwhite – No Mercy In This Land  All’anima del blues!

ben harper and charlie mussselwhite no mercy in this land

https://discoclub.myblog.it/2018/05/09/la-strana-coppia-ci-riprovae-fa-centro-ben-harper-charlie-musselwhite-no-mercy-in-this-land/

jonathan wilson rare birds

Jonathan Wilson – Rare Birds  Dal vivo ha confermato il valore e la godibilità di queste canzoni

sheepdogs changing colours

The Sheepdogs – Changing Colours  Eccitante tuffo nel rock sound dei seventies

https://discoclub.myblog.it/2018/03/04/canadesi-dal-cuore-e-dal-suono-sudista-the-sheepdogs-changing-colours/

old crow medicine show volunteer

Old Crow Medicine Show – Volunteer  Tradizione, cuore ed energia: rigenerante!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

record company all of this life

The Record Company – All Of This Life  Spumeggianti come la buona birra artigianale

https://discoclub.myblog.it/2018/07/06/un-moderno-power-trio-di-ottimo-livello-ma-non-solo-the-record-company-all-of-this-life/

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From Chicago Theatre  Dal vivo è sempre uno spettacolo!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/24/il-primo-vero-live-ufficiale-del-puma-john-mellencamp-plain-spoken-from-the-chicago-theatre/

jimmy lafave peace town

Jimmy Lafave – Peace Town  Stupendo commiato di un grande interprete e songwriter

https://discoclub.myblog.it/2018/08/30/una-commovente-e-bellissima-testimonianza-postuma-di-un-grande-outsider-jimmy-lafave-peace-town/

levi parham it's all good

Levi Parham – It’s All Good  Rock sanguigno nella grande tradizione sudista

fairport convention what we did on our saturday

Fairport Convention What We Did On Our Saturday  Un live eccellente per una band immortale

little steven soulfire live 31-8

Little Steven & The Disciples Of Soul – Soulfire Live! Il concerto più godibile dell’anno!

willie nile children of paradise

Willie Nile – Children Of Paradise  Willie è una garanzia, rocker di razza purissima!

https://discoclub.myblog.it/2018/08/01/per-chi-avesse-voglia-di-un-po-di-sano-rocknroll-willie-nile-children-of-paradise/

jeffrey foucault

Jeffrey Foucault – Blood Brothers  Un cesellatore di suoni ad alto tasso emotivo

tom petty an american treasure box

Tom Petty – An American Treasure  Uno scrigno colmo di tesori per mitigare un vuoto inestimabile

marcus king band carolina confessions

The Marcus King Band – Carolina Confessions  A parer mio, il miglior talento emergente, dal vivo una forza della natura!

rosanne cash she remembers everything

Rosanne Cash – She Remembers Everything  Degna figlia di cotanto padre, migliora con gli anni, come il buon vino

beth hart live at the royal albert hall

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall  L’apice della carriera di una vocalist straordinaria

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability Un nuovo gioiello nella bacheca di questa intramontabile artista

bob dylan more blood more tracks 1 cd

Bob Dylan – More Blood, More Tracks  Semplicemente la ristampa dell’anno!

The Shape Of Water (La Forma Dell’Acqua) di Guillermo Del Toro

Il mio film dell’anno, una fiaba moderna di sublime poesia!

guerra guerra guerra

Guerra Guerra Guerra di Fausto Biloslavo e Gian Micalessin

Il mio libro dell’anno: i peggiori conflitti degli ultimi trent’anni raccontati da due straordinari reporter che li hanno vissuti, prima che fotografati e descritti, un vero pugno allo stomaco!

(*NDB 2. Oltre a Mary Gauthier, nella lista papabili di recupero di recensioni ci sono anche i dischi di Rosanne Cash, Jeffrey Foucault e della Marcus King Band, che speriamo di proporvi nelle prossime settimane, un paio erano già nelle intenzioni del sottoscritto: vediamo di trovare il tempo).

Marco Frosi

 

Alle Radici Della Musica Americana, Con Classe E Forza Interpretativa! Shemekia Copeland – America’s Child

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Shemekia Copeland – America’s Child – Alligator/Ird

Shemekia Copeland è uno di quei rari casi in cui un figlio (o una figlia, in questo caso) d’arte raggiunge, o si avvicina, agli stessi livelli qualitativi del padre o della madre, mi vengono in mente pochi casi di artisti che hanno avuto una carriera consistente ed importante: Jakob Dylan, le due figlie di Johnny Cash, Rosanne e Carlene Carter, Norah Jones, Natalie Cole, altri meno famosi, forse l’unico è stato Jeff Buckley a superare il babbo, almeno come popolarità, anche se per me Tim Buckley rimane inarrivabile. La Copeland , sia pure in un ambito più circoscritto, quello del blues, e con un papà sì famoso ma non celeberrimo come Johnny Copeland, pare sulla buona strada. Questo America’s Child è il suo ottavo album (sei per la Alligator, da cui è andata e tornata) dal 1998, anno del primo disco a soli 19 anni, e mi sembra quello della svolta: dopo avere avuto un figlio di recente (come Dana Fuchs https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/ ) ha deciso anche lei di recarsi a registrare il nuovo album in Tennessee, nella capitale Nashville, sotto la guida di un musicista, Will Kimbrough, che di solito non si accosta tout court alla musica blues.

Ed in effetti il disco, pur mantenendo decise le sue radici blues, inserisce anche elementi rock, soul, country e parecchio del cosiddetto “Americana” sound, risultando un eccellente disco, molto ben realizzato, anche grazie alla presenza di una serie di ospiti veramente notevole: ci sono John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper J.D. Wilkes, Al Perkins e altri strumentisti di valore tipo il bassista Lex Price (all’opera anche nel precedente disco della Copeland, il già ottimo Outskirts Of Love https://discoclub.myblog.it/2015/09/21/la-piu-bianca-delle-cantanti-nere-recenti-shemekia-copeland-outskirts-of-love/ ), il meno noto ma efficace batterista Pete Abbott, Paul Franklin che si alterna alla pedal steel con Perkins in un brano, mentre Kenny Sears suona il violino in una canzone e Will Kimbrough è strepitoso alla chitarra solista, ma anche all’organo e alla National Guitar in tutto il CD. Saggiamente Shemekia, che non è autrice, si è affidata per le nuove canzoni ad alcuni degli ospiti presenti, scegliendo poi alcune cover di pregio, come I Promised Myself, una splendida deep soul ballad, scritta dal babbo Johnny Copeland, nella quale Steve Cropper accarezza le corde della sua chitarra quasi con libidine, mentre la nostra amica, in possesso di una voce strepitosa, per quei pochi che non la conoscessero, si rivela ancora una volta degna erede di gente come Koko Taylor o Etta James. Ma questo succede solo a metà disco, prima troviamo la cavalcata rock-blues della potente Ain’t Got Time For Hate, firmata da John Hahn e Will Kimbrough, che con la sua chitarra duetta con il grande Al Perkins alla pedal steel, mentre J.D. Wilkes è all’armonica ed il coro, quasi gospel, nel classico call and response, è formato da Gauthier, Prine, Harris, ma anche Gretchen Peters, Tommy Womack e altri.

Emmylou Harris e Mary Gauthier, coautrice del brano, che rimangono pure nella successiva, gagliarda ed impegnata socialmente Americans, sempre con Kimbrough e questa volta Perkins che imperversano alla grande con le loro chitarre in una canzone veramente splendida. Notevole anche la più raccolta e cadenzata Would You Take My Blood?, ancora della copia Hahn/Kimbrough che è autore di notevole peso, un altro pezzo rock-blues potente con organo e chitarra sugli scudi; Great Rain di John Prine era su The Missing Years, e l’autore, in grande voce per l’occasione, è presente per duettare con la Copeland in una nuova versione vibrante e ricca di elettricità, mentre nel brano Smoked Ham And Peaches, ancora della Gauthier, Rhiannon Giddens è all’african banjo e Kimbrough alla National, per un delizioso county- blues elettroacustico, seguito  da una The Wrong Idea di grande presa sonora, un country-southern –rock a tutte chitarre, con il violino di Kenny Sears aggiunto per buona misura, e qui siamo in piena roots music, di quella di grande fattura. In The Blood Of The Blues, come da titolo, è un altro tuffo nelle 12 battute più grintose, solo la voce poderosa di Shemekia, e un trio chitarra,basso e batteria a darci dentro di gusto; Such A Pretty Flame è una blues ballad soffusa e notturna che profuma delle paludi della Louisiana, scritta da uno dei Wood Brothers, mentre One I Love viene dalla penna di Kevin Gordon, un altro che di belle canzoni se ne intende, un pezzo chitarristico rock classico, con l’armonica di Wilkes aggiunta, inutile dire che entrambe sono cantate splendidamente. Molto bella anche la cover inaspettata di I’m Not Like Everybody Else dei Kinks di Ray Davies, trasformata in un gagliardo gospel-blues alla Mavis Staples, mentre a chiudere troviamo un traditional Go To Sleepy Little Baby, una deliziosa ninna nanna dedicata al figlio che chiude su una nota tenera un disco veramente bello, dove gli ospiti sono solo la ciliegina sulla torta, ma la grande protagonista è la voce di Shemekia Copeland. Consigliato caldamente.

Bruno Conti

 

Le Nuove “Preghiere” Rock Di “Sorella” Ashley. Ashley Cleveland – One More Song

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Ashley Cleveland – One More Song – 204 Records – CD/Download

Chi legge questo blog ricorderà certamente che ci siamo occupati di questa signora in occasione del suo ultimo album in studio Beauty In The Curve https://discoclub.myblog.it/2014/08/11/ce-si-vede-gospel-rock-ashley-cleveland-beauty-the-curve/ , e ora, a quasi quattro anni di distanza, Ashley Cleveland torna con il suo decimo lavoro One More Song, finanziato da una campagna di crowdfunding attraverso la piattaforma Kickstarter: ed ecco il risultato, sotto forma di una dozzina di nuove canzoni, confezionate nella consueta riconoscibile forma che abbiamo definito“Gospel Rock”. Prodotto come al solito dal marito, il musicista Kenny Greenberg (valido chitarrista e sessionmen), che ha portato negli studi di registrazione diversi validi musicisti che si alternano nei brani che compongono il CD: i bassisti Steve Mackey e Michael Rhodes, Danny Rader alla chitarra acustica e mandolino, Chad Cromwell e Nick Buda alla batteria, Eric Darken alle percussioni, Reese Wynans all’organo, e con il sostegno di una importante sezione fiati composta dai bravi Jim Hoke al sassofono, Steve Hermon alle trombe e John Hinchey al trombone, che accompagnano la Cleveland voce e chitarra acustica, senza dimenticare i puntuali interventi delle coriste Angela Primm, Gayle Mayes-Stuart e Tania Hancheroff.

Chi la segue conosce la sua musica, sa perfettamente che nonostante i testi siano “religiosi”, gli arrangiamenti e i suoni sono decisamente rock, a partire dall’iniziale Way Out Of No Way, una sorta di autobiografia sonora,  un brano dai toni blues che rimanda ai suoi percorsi giovanili; per poi rispolverare in un nuovo arrangiamento un traditional di pubblico dominio come la bella Down By The Riverside (dove spicca nel finale la sezione fiati), a cui fa seguito ancora una più rilassata e poetica Crooked Heart, e una canzone dedicata alla figlia minore Lily Grown Wild, un potente rock chitarristico con il marito Kenny Greenberg sugli scudi, che sembra quasi un pezzo degli Stones come ha ricordato in una recente intervista. Si prosegue con le “preghiere” con il medley composto dalla breve Take Me To The Water, accompagnata solo da una chitarra acustico e da un organo da chiesa, e da Cool Down By The Banks Of Jordan, un torrido gospel-blues con la potente voce di Ashley (entrambi i pezzi sono sempre brani tradizionali ri-arrangiati dalla Cleveland), che poi recupera un brano di Jim Lauderdale Halfway Down (cantata in passato anche dalla star del country Patty Loveless), che in questo caso viene rifatta in una versione bluesy molto grintosa, per poi passare ad una acustica e dolcissima To Be Good, uno sguardo profondo nella proprio sfera personale.

La “novena” si avvia al termine con il tambureggiante rock di Ezekiel 2, che Ashley ha composto insieme al chitarrista Phil Keaggy, non senza raccontare una storia vera, con la meravigliosa ballata One More Song, un ricordo dolce e personale di sua madre, recuperare da Beauty In The Curve un altro brano tradizionale come Walk In Jerusalem, dove emerge ancora una volta la bravura del marito Kenny, e infine concludere con un ulteriore gospel proveniente dal lontano passato, parliamo del 1928, Born To Preach The Gospel, riletto in forma moderna sempre con la meravigliosa voce della Cleveland in grande spolvero.

Bisogna ricordare che questa non più giovanissima signora è stata forse la prima donna nominata durante i famosi Grammy Awards nella categoria Rock Gospel, nel 1996 ed anche l’unica donna a vincere il premio tre volte, il tutto come conferma e certifica anche questo ultimo lavoro One More Song, dove ogni canzone come sempre funziona per proprio merito e nulla suona forzato, con testi intimamente personali, dove la fede è sempre presente in primo piano ma in mono naturale e non forzato. Ashley Cleveland per il sottoscritto  è una di quelle rare artiste con un proprio curriculum musicale impareggiabile, che ha attraversato disparati generi che vanno dal blues al rock, dallo stile  Americana al gospel-rock, esibendosi con cantanti del valore di John Hiatt, Steve Winwood, Joe Cocker, Emmylou Harris, Etta James, James McMurtry, come autrice nell’ultimo Mary Gauthier (*NDB. Dobbiamo recensirlo assolutamente) e moltissimi altri, a ulteriore dimostrazione che queste canzoni meriterebbero di essere ascoltate per conoscere finalmente una grande artista come “sorella” Ashley Cleveland, anche se i suoi dischi, da qualche anno a questa parte distribuiti in proprio, rimangono di difficile reperibilità per chi non abita negli States, e quindi piuttosto costosi. Però vale la pena di fare lo sforzo.

Tino Montanari

Il Secondo Capitolo Di Un Narratore “Affascinante”. Ed Romanoff – The Orphan King

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Ed Romanoff – The Orphan King – Pinerock Records

Questo signore Ed Romanoff, si era fatto conoscere sei anni fa con lo splendido album omonimo d’esordio, pubblicato all’età di 53 anni, disco puntualmente come sempre passato quasi inosservato. La storia artistica di Romanoff (origini irlandesi e adottato da una famiglia russa), inizia sul finire degli anni ’90 ma poi deve la svolta della sua carriera anche all’amicizia con Mary Gauthier, che lo porta a scrivere a quattro mani con la stessa proprio il brano The Orphan King, apparso sul disco The Foundling, scoprendo quindi tardivamente di volersi reinventare “songwriter”.

Il risultato di questi ulteriori anni passati dopo il primo lavoro è il nuovo album, registrato a Palenville (NY), nello studio fienile del produttore Simone Felice (Felice Brothers, Lumineers), dove Ed voce e chitarra si porta appresso validi collaboratori come lo stesso Felice alla batteria, il fratello James Felice alle tastiere e fisarmonica, il bravissimo polistrumentista Larry Campbell alle chitarre, basso, mandolino, cetra e violino, Lee Nadel al basso, Cindy Cashdollar alla steel guitar e lap steel, Kenneth Pattengale del duo Milk Carton Kids alle chitarre, e come coriste la sue colleghe Rachael Yamagata, Cindy Mizelle, e la moglie di Campbell, Teresa Williams, tutti einsieme danno vita a tredici canzoni piene di suggestioni, ma nello stesso tempo estremamente vive.

Fin dalla prima canzone Miss Worby’s Ghost, si percepisce l’abilità narrativa di Ed, bissata poi nella seguente Elephant Man (uno dei sei brani composti con Crit Harmon), una romanza musicata e cantata quasi alla Kris Kristofferson, dove spiccano sublimi armonie vocali, per poi passare al country-rock arioso di una A Golden Crown, dove si riconosce benissimo il violino di Campbell, e la pedal-steel della Cashdollar, priam di proporre la sua versione della citata pianistica title-track The Orphan King, con in sottofondo una intrigante tromba e Teresa Williams alle armonie vocali, mentre il moderno e delizioso “bluegrass” di Without You, vede brillare Kenneth Pattengale alla voce, chitarra e mandolino. Le narrazioni diventano ancora più briose con la melodia vivace di Leavin’ With Somebody Else, cantata in falsetto in stile Roy Orbison, mentre nella seguente Less Broken Now, le armonie femminile sono a carico di Cindy Mizelle, per poi passare alla “perla” del disco, la meravigliosa The Ballad Of Willie Sutton (una intensa storia alla Bonnie & Clyde), interpretata con trasporto dalla voce baritonale dall’autore, che poi si ripete nella tranquillità di ballate come l’acustica I’ll Remember You, e la riflessiva e notturna The Night Is A Woman (con le brave Yamagata e Mizelle alle armonie). Ci si avvia (purtroppo) alla parte conclusiva del lavoro con un’altra ballata di spessore (che pare evocare lo spirito di Cohen) come l’incantevole Blue Boulevard (Na Na Na), dove giganteggiano ancora una volta il violino celtico e il mandolino di Larry Campbell, ancora una intrigante e quasi recitativa “ode” come Lost And Gone, e infine a chiudere, come coronamento finale di un eccellente lavoro,  il “soul-blues” elettrico di una grintosa e narrativa Coronation Blues, dove spiccano le vari voci femminili in un nostalgico stile che rievoca il classico stile Stax.

Come già ricordato in altre occasioni, molto spesso capita di scoprire musicisti che, per una ragione o per l’altra, non hanno la giusta considerazione di tante altre acclamate “stars”, un tipo che dopo tutto il vagabondare per gli stati americani, si è impegnato a scrivere canzoni sulla in tarda età, avendo come “mentori” artisti del calibro di Darrell Scott, Beth Nielsen Chapman, Josh Ritter, e come la già citata grande Mary Gauthier. Ed Romanoff vive e lavora a Woodstock, nello stato di New York, e con questo The Orphan King merita ancora una volta segnalazione in virtù del suo (in)consueto stile narrativo, in cui ascoltando con attenzione il disco si possono scorgere punti di contatto con personaggi del livello di John Prine e Eric Taylor (di cui peraltro sembrano essersi perse le tracce), sicuramente un “cantautore-narratore” che vale la pena di conoscere https://www.youtube.com/watch?v=v-B1rrh6v0A , e spero che, prendendosi i suoi giusti tempi, continuerà a comporre canzoni e produrre album per gli anni a venire: in fondo come diceva il famoso Maestro Manzi, non è mai troppo tardi. Nel frattempo, fin d’ora, a parere di chi scrive, sicuramente una delle sorprese, e la canzone, dell’anno!

Tino Montanari

Un Trittico Dal Canada 3, Il Migliore Dei Tre! Bruce Cockburn – Bone On Bone

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone – True North/Ird

Bruce Cockburn è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi talenti espressi dalla scena musicale canadese. Negli anni ’70 la sua produzione rivaleggiava con quella dei grandi di quei tempi (assolutamente alla pari con gente come Tom Petty, Bob Seger, ma anche Van Morrison, Springsteen, Dylan, Joni Mitchell, la Band e pochi altri musicisti di quegli anni). Sull’altro lato dell’oceano anche Joan Armatrading, come Cockburn, non sbagliava un disco: gli album di quella decade, che uscivano con precisa cadenza annuale, spesso erano splendidi, penso a Sunwheel Dance, Night Vision, Joy Will Find A Way, In The Falling Dark, il doppio Live Circles In The Stream, ma un po’ tutti erano dischi superiori alla media della produzione di quasi tutti i suoi contemporanei e con una qualità costante. Forse proprio quello del 1979, Dancing In The Dragon’s Jaws, fu quello ad avere il maggiore successo negli Stati Uniti, arrivando fino al 45° posto delle classifiche americane e il LP conteneva una canzone Wondering Where The Lions Are, che arrivò a sfiorare perfino i Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=L6Lpx6JIMmk . Da lì in avanti i dischi successivi, salvo rari casi (penso a Nothing But A Burning Light, Dart To The Heart, forse The Charity Of Night e qualche altro che ora non mi sovviene) non hanno più raggiunto quei picchi qualitativi, ma ci sono miriadi di cantautori pronti a firmare un patto con il diavolo per avere prodotto una serie di dischi comunque così consistenti. Dagli anni 2000 ha ulteriormente diradato le sue uscite discografiche, solo tre album più un Live, e e nell’ultima decade ci ha regalato un solo disco, Small Source Of Comfort. uscito nel 2011, un buon album che lo riavvicinava al sound e ai valori artistici espressi negli anni d’oro, e nel 2014 è uscito anche quello splendido Box da 8 CD più un DVD, Rumours Of Glory, che oltre ad essere una summa della sua produzione, conteneva anche molto materiale raro ed inedito http://discoclub.myblog.it/2014/09/20/altra-bella-notizia-forse-i-portafogli-bruce-cockburn-rumours-of-glory/ .

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https://www.youtube.com/watch?v=vmeZppIah8Y

Ma quando sembrava che Bruce Cockburn avesse quasi metaforicamente appeso la chitarra al chiodo, almeno per ciò che concerne il materiale nuovo, ecco che arriva questo Bone On Bone, un disco (dovrebbe essere il numero 30, antologie escluse) che rivaleggia con il meglio della sua produzione. Prodotto dal vecchio sodale Colin Linden, e registrato tra la California, Nashville e l’amato Canada, con l’aiuto di un eccellente gruppo di musicisti, dove spiccano il bassista John Dymond (che si alterna con l’ottimo contrabbasso di Roberto Occhipinti), il batterista Gary Craig, il nipote di Bruce, Aaron Cockburn alla fisarmonica; in più nella veste di ospiti Mary Gauthier (di cui a fine gennaio attendiamo il nuovo album Rifles And Rosary Beads), la brava cantante Ruby Amanfu, il cornettista e suonatore di flugelhorn Ron Miles, Brandon Robert Young, altro bravo cantautore e infine Julie Wolfe, alla produzione in 3 Al Purdys’ , una delle più belle canzoni, in un disco che è comunque ricco di brani di grandi valore. Il nostro amico anche se non è più un giovanissimo (quest’anno va per i 73 anni), non tradisce la attese. I testi sono sempre complessi e immersi nella realtà del mondo che ci circonda, la voce è più vissuta, ma non troppo dissimile dal suo timbro abituale, come certifica immediatamente l’iniziale States I’m In, tipico folk-rock energico ed incalzante nella sezione ritmica, con la chitarra acustica di Bruce subito in bella evidenza, mentre l’organo di John Whynot aggiunge spessore al sound e la voce della Amanfu sostiene a tratti quella di Cockburn, sembra quasi uno dei suoi classici degli anni ’70. Anche Stab At Matter (che “gioca” nel titolo sullo Stabat Mater latino per ideali religiosi e cristiani sempre presenti nei suoi testi) è un altro brano eccellente e grintoso, sempre elettroacustico https://www.youtube.com/watch?v=kLLE_1CjvKg , con qualche sapore blues, perfino cajun grazie alla fisarmonica del nipote e anche gospel per la presenza del San Francisco Lighthouse Chorus(il coro della parrocchia della città dove vive Cockburn) mentre il contrabbasso di Occhipinti e la slide di Linden si muovono sullo sfondo.

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https://www.youtube.com/watch?v=gjOZGihvAVk

Forty Years In The Wilderness è una delle splendide ballate folk-rock che da sempre costellano la carriera del canadese, ancora con l’ottima presenza dell’accordion del nipote John Aaron Cockburn e con la seconda voce della bravissima Mary Gauthier che la impreziosisce ulteriormente, insieme al coro gospel e con un suono d’assieme che ricorda a tratti anche il Jackson Browne più intimista. Non manca anche il blues, un elemento sempre presente nella discografia del nostro, per esempio nella vibrante Café Society, con un bel lavoro delle chitarre sia acustiche che elettriche, dell’armonica di Bruce e della cornetta di Miles che comincia a scaldare lo strumento. La citata 3 Al Purdys, ispirata dal lavoro di quello che viene considerato il massimo poeta canadese del 20° secolo, Al Purdy, è uno dei brani migliori del disco, e ruota attorno ad una sorta di talkin’ blues and jazz, tra poesia e recitar cantando, con la ricorrente cornetta di Ron Miles che si fa protagonista nel lirico finale, mentre le varie chitarre (e strumenti a corda vari, mandoguitar, charango e altro) suonati da Linden e Cockburn cesellano le loro partiDeliziosa anche Looking And Waiting, danzante ed intensa folk song acustica che però si avvale di ottimi interventi anche dell’elettrica, oltre che di un dulcimer, forse e di qualche strumento etnico. Per chi non lo sapesse Bruce Cockburn, oltre che cantautore di vaglia, è anche un eccellente chitarrista come dimostra nella title track strumentale Bone On Bone, dove il suo lavoro all’acustica è assolutamente splendido (e il sottoscritto, se consentite un ricordo personale, può testimoniarlo, visto che per motivi contingenti ero proprio sul palco a vedere il suo concerto al Palalido di Milano nel 1979 e ho visto la sua maestria da pochi centimetri di distanza).

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https://www.youtube.com/watch?v=FhBXirzp3Ic

La jazzata Mon Chemin, con charango e dulcimer in evidenza, si avvale ancora di Aaron alla fisarmonica, di Miles alla cornetta e dell’ottimo lavoro della sezione ritmica, altro brano tipicamente cockburniano (se si può dire), cantato in francese, come succedeva spesso nei primi anni e di tanto in tanto ancora oggi. Eccellente anche la lunga False River, altro pezzo dove si apprezza la fisarmonica, ma anche il contrabbasso di Occhipinti, la slide di Linden, l’acustica di Cockburn e tutta la band in generale, in un brano in lento ma inesorabile crescendo dove tutti i presenti sono al servizio della complessa melodia creata da Bruce per l’occasione, molto belle anche le armonie vocali corali. Jesus Train è l’altro brano decisamente bluesato di questo album, un country-folk-blues nuovamente molto composito e dalle atmosfere sospese ed intriganti, con la voce ancora in grado di reggere la parte senza problemi, ben supportata dal coro, mentre la chitarra cesella come sempre in piena libertà, sembra quasi di sentire i Pentangle. L’ultimo brano Twelwe Gates To The City è un traditional a cui Cockburn ha aggiunto delle parti non snaturando comunque l’aspetto gospel-blues del brano, dove si apprezza ancora il San Francisco Lighthouse Chorus e la “trombetta” di Ron Miles. Che dire ancora? Uno dei migliori dischi di questo 2017 appena concluso.

Bruno Conti

Un Poeta Dalle Melodie Intense, Prosegue Il Suo Cammino. Sam Baker – Land Of Doubt

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Sam Baker – Land Of Doubt – Blue Limestone Records

Ci eravamo già occupati di Sam Baker alcuni anni fa in occasione dell’uscita di Say Grace (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/31/poesia-e-musica-per-un-grande-artista-minore-sam-baker-say-g/ , tralasciando i precedenti lavori Mercy (04), Pretty World (07), e Cotton (09), semplicemente perché ai tempi questo Blog non era ancora attivo, ma prontamente cerchiamo di rimediare parlando di questo suo nuovo quinto album in studio Land Of Doubt. Come al solito il buon Sam si avvale di un gruppo di eccellenti musicisti, guidati dal produttore Neilson Hubbard componente degli Orphan Brigade (già visto anche dalle parti di Matthew Ryan e della brava Garrison Starr *NDB E’ appena uscito un suo nuovo EP il 16 giugno, What If There Is No Destination, al solito di non facile reperibilità), l’eccellente chitarrista Will Kimbrough (Steve Earle, Todd Snider, Rodney Crowell, Mark Knopfler, tra i più noti dei suoi “clienti”), il trombettista Don Mitchell , e una intrigante sezione d’archi composta da David Henry e Eamon McLoughlin, per una decina di brani di pura poesia, intercalati da brevi ma intensi interludi musicali.

A Sam Baker bastano pochi tocchi di chitarra, come nell’iniziale Summer Wind, per cogliere subito il senso e la nostalgia di una musica malinconica, mentre nella seguente Same Kind Of Blue, si sente lo zampino di Hubbard, con un arrangiamento che richiama per certi versi il bellissimo Soundtrack To A Ghost Story degli Orphan Brigade, con la tromba di Don Mitchell in evidenza, per poi passare alle note pianistiche e romantiche di una intima Margaret, declamare con il cuore e la chitarra in mano una struggente Love Is Patient, che nello splendido finale si apre ad archi e violini, e alla nuda bellezza di una meravigliosa “elegia” che si riscontra nelle scarne note di Leave.

Dopo tante melodie intense si prosegue con la meravigliosa e coinvolgente The Feast Of Saint Valentine, dove in un crescendo di archi e violini, Sam Baker si ricorda di essere un cantautore “texano” (alla Townes Van Zandt), il che poi ci porta nelle braccia di un brano scritto a quattro mani con la grande Mary Gauthier Moses In The Reeds, dal bel ritmo cadenzato e intrigante; non manca il racconto del lamento di una “partenza”, nelle belle parole di Say The Right Words, impreziosita da una tromba jazz anni ’50, il sottile lavoro di una chitarra acustica che segue un bellissimo “riff” di pianoforte, nella tenue dolcezza di Peace Out, e giungere al termine della narrazione, con i suoni ruvidi e spettrali, ma efficaci, della conclusiva title track Land Of Doubt, con un finale memorabile che vede ancora coinvolta la tromba eccellente di Don Mitchell.

Con il suo stile particolare, una sorta di “cantar parlando” e le sue canzoni affascinanti e letterarie, Sam Baker non è un tipo molto conosciuto dai più, ed è un vero peccato in quanto nelle sue composizioni non ci sono una sillaba o una parola sprecata, un vero “storyteller” nato che, come già detto precedentemente, narra di storie e racconti personali con emozioni che sanno unire gioia e malinconia, passione e dolore, del resto non c’è bisogno di molto altro: un poeta, una chitarra e poco altro, un pugno di canzoni, che nelle mani e nel cuore di Sam Baker (come solo i grandi sanno fare), diventano memorabili. Nel mezzo di tanti dischi “insignificanti” che continuano ad uscire, Land Of Doubt  è un fiore che dopo ripetuti ascolti sicuramente rimarrà nel tempo, e perciò merita di essere cercato e colto, l’unico problema purtroppo,e sarebbe strano il contrario, è sapere come reperirlo, ma se fate un giro in rete, a fatica qualcosa si trova. Ne vale la pena, credetemi!

Tino Montanari

Due “Tipi” Diversi Che Dispensano Talento E Romantiche Emozioni! Ben Glover – The Emigrant/Ed Harcourt – Furnaces

*NDB. Dopo una assenza di qualche mese torna a collaborare con il Blog Tino Montanari, che riparte con una doppia recensione.

ben glover the emigrant

Ben Glover – The Emigrant – Appaloosa Records/I.R.D.

Ed Harcourt – Furnaces – Caroline/Universal

I più attenti lettori di questo “blog” ricorderanno sicuramente che di questo giovanotto, Ben Glover, abbiamo parlato bene in occasione dell’uscita di Atlantic http://discoclub.myblog.it/2014/11/15/vita-musicale-divisa-belfast-nashville-ben-glover-atlantic/ , ne abbiamo riparlato. ancora meglio, per il progetto Orphan Brigade, con lo splendido Soundtrack To A Ghost Story http://discoclub.myblog.it/2016/01/12/recuperi-inizio-anno-6-delle-sorprese-fine-2015-orphan-brigade-soundtrack-to-ghost-story/ , e ora puntualmente mi accingo a parlare positivamente anche di questo nuovo lavoro The Emigrant (il suo sesto album da solista e dal tema più che mai attuale), composto da dieci brani: suddivisi tra pezzi folk tradizionali, e canzoni composte per l’occasione insieme ad autori come la grande Mary Gauthier, Gretchen Peters, e Tony Kerr.

Con la co-produzione del collega e polistrumentista Neilson Hubbard al basso, percussioni e piano (membro anche lui degli Orphan Brigade), Ben Glover riunisce negli studi Mr.Lemons di Nashville ottimi musicisti fidati, tra i quali Eamon McLoughlin alle chitarre, Dan Mitchell e John McCullough al pianoforte, Skip Cleavinger al violino, Colm McClean alle chitarre acustiche, Conor McCreanor al basso, rispettando musicalmente (come negli album precedenti) le proprie radici irlandesi, impiantate da parecchio tempo nella città di Nashville, dove vive e lavora ormai da sette anni.

L’apertura di questo moderno “concept-album” è rappresentata da un brano folk tradizionale come The Parting Glass (Il Bicchiere Della Staffa), dove un seducente violino accompagna la voce calda e rabbiosa di Ben, a cui fanno seguito la ballata scritta a quattro mani con Tony Kerr A Song Of Home, la pianistica e sofferta tittle-track The Emigrant che vede co-autrice la brava Gretchen Peters per poi tornare ancora ad un famoso brano tradizionale la bellissima Moonshiner (cantata in passato anche da Dylan, ma vi consiglio di ascoltare la versione dei Say Zuzu  dall’album Bull) https://www.youtube.com/watch?v=vaAW1XgROZs , e omaggiare Ralph McTell con una efficace cover di From Clare To Here. Il viaggio riparte letteralmente “con il cuore in mano” di una melodia tipicamente irlandese scritta con Mary Gauthier Heart In My Hand, dove imperversa lo struggente violino di Skip Cleavinger, proseguire con un altro brano di area celtica The Auld Triangle firmato da Brendan Behan, la breve Dreamers, Strangers, Pilgrims, rispolverare un brano del famoso cantautore australiano di origini scozzesi Eric Bogle And The Band Played Waltzing Matilda (una canzone struggente da Pub Irlandese, rivisitata anche dai Pogues, June Tabor, Dubliners, Christy Moore, Joan Baez e moltissimi altri), e andare a chiudere con una visione poetica della sua terra con il tradizionale The Green Glens Of Antrim. Commovente!

ed harcourt furnaces

Ed Harcourt (per chi scrive), è sicuramente uno dei migliori cantautori della scena inglese apparsi negli ultimi anni, fin dall’esordio con Here Be Monster (01). Questo Furnaces è l’ottavo album di Harcourt (compreso l’ottimo mini CD Time Of Dust (14), a distanza di tre anni dall’album solo piano e voce Back Into The Woods (13) http://discoclub.myblog.it/2013/03/29/piano-songs-confidenziali-ed-harcourt-back-into-the-woods/ , con dodici tracce sonore mai cosi ricche e pulsanti, e il merito è sicuramente nella produzione del “mago del suono” Mark Ellis (meglio conosciuto con lo pseudonimo di Flood), una “personcina” che nella sua carriera ha collaborato con artisti di vaglia come i Depeche Mode, Nick Cave, U2, e anche il nostro Lucio Battisti per l’album Images, come fonico.

Diciamo subito che tutte le canzoni sono concepite come se a suonarle fosse una band, con Ed che ha suonato di tutto, dal suo amato pianoforte, al basso, batteria, synth e chitarre acustiche, aiutato da valenti musicisti (e amici) quali Stella Mozgawa delle Warpaint, il percussionista Michael Blair (del giro di Tom Waits), il bassista Tom Herbert, e la cantante Hannah Lou Clark alle armonie vocali, a certificare un lavoro vario e importante.

Fin dall’introduzione che sembra un brano uscito dai solchi di Michah P.Hinson, si capisce cosa si va ad ascoltare, e la successiva e maestosa The World Is On Fire ne è la conferma, seguita da Loup Garou dalla ritmica insistita, la title track Furnaces, ariosa con grande uso di archi, passando per il blues moderno e elettronico di Occupational Hazard, e la intrigante, scarna e sensuale Nothing But A Bad Trip.

Il “nuovo corso” del cantautore britannico, riparte con l’indolente e meravigliosa ballata You Give Me More Than Love, con la tambureggiante Dionysus, la sincopata There Is A Light Below, per poi passare alle atmosfere care ai migliori Arcade Fire con Last Of Your Kind, andando a chiudere con una Immoral dall’arrangiamento cinematografico, e i titoli di coda di una carezzevole Antarctica.

Ho l’impressione che questo lavoro di cantautorato “indie”, sia una svolta per la carriera di questo bravissimo instancabile polistrumentista (recentemente ha collaborato con Marianne Faithfull per lo splendido Live No Exit http://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ e Sophie Ellis-Bextor, qui approvo meno), depositario di un “songwriting” elaborato ma affascinante e coinvolgente, e Furnaces lo testimonia con una musicalità varia e curata in ogni sfumatura, che forse necessita di ascolti ripetuti, ma il risultato credetemi è coinvolgente ed emozionante e merita una doverosa e meritoria attenzione. Camaleontico!

Tino Montanari

Degna Figlia Di Tanto Padre! Amy Helm – Didn’t It Rain

amy helm didn't it rain

Amy Helm – Didn’t It Rain – Entertainment One

Amy Helm (come è stato ricordato moltissime volte, ma ripetiamolo) è la figlia di Levon Helm e Libby Titus, due artisti e cantanti: uno, tra i più grandi prodotti dalla scena musicale americana, batterista e cantante con The Band, poi solista per lunghi anni, l’altra, meno nota, ha pubblicato un paio di dischi interessanti, entrambi omonimi, usciti nel ’68 e ’77, ma è famosa anche per essere stata, dopo la fine della storia con Helm, la compagna per qualche anno di Mac Rebennack Dr. John ed in seguito di Donald Fagen, che ha sposato nel 1993, dopo una breve convivenza. Quindi la musica ha sempre avuto una parte rilevante nella vita di Amy, nata nel 1970, negli anni migliori della carriera di Levon, ma poi cresciuta a contatto con alcuni musicisti tra i più geniali della storia del rock. Senza andarne a ricordare le carriere si direbbe che la loro influenza, soprattutto quella di Levon Helm, con cui Amy ha a lungo collaborato, soprattutto negli ultimi anni di vita del babbo, sia stata fondamentale nello sviluppo di un proprio percorso musicale: prima con le Ollabelle, grande piccola band, autrice di quattro piccoli gioellini sonori nella prima decade degli anni ’00, http://discoclub.myblog.it/2011/09/01/forse-non-imprescindibile-ma-sicuramente-molto-bello-ollabel/, poi, ma anche contemporaneamente, nelle varie formazioni del padre, Levon Helm Band, Dirt Farmer Band, Midnight Ramble Band, oltre ad una quantità di collaborazioni impressionanti con i migliori musicisti del settore roots, le più recenti con The Word, Larry Campbell e Teresa Williams, ma in precedenza anche con Rosanne Cash, David Bromberg, Blackie And The Rodeo Kings e mille altri, fino a risalire a Kamakiriad, il disco di Donald Fagen del 1993, la prima partecipazione importante, anche se il suo CV vanta puree la presenza, all’età di 10 anni, nel disco per bambini In Harmony dei Sesame Street, dove però erano coinvolti, oltre alla mamma Libby, Carly Simon James Taylor, Linda Ronstadt, Bette Midler, i Doobie Brothers.

Come la stessa Helm ha ricordato in una intervista, negli anni ’80 (un periodo in cui la musica di suo padre era stata quasi dimenticata) la giovane Amy ascoltava Lisa Lisa Cult Jam, Cameo e i Run D.M.C., anche se il padre le aveva già fatto conoscere la musica di Ray Charles e Muddy Waters, fino alla seconda metà degli anni ottanta non aveva mai sentito per intero un disco della Band finché la madre non le diede una cassetta di Music From Big Pink, che, nei continui ascolti sul bus che la portava al college di New York dove studiava, le cambiò la vita. Saltando di palo in frasca, dopo la morte di Levon, avvenuta nel 2012, la Helm è diventata anche la curatrice, con la collaborazione di Larry Campbell, degli studi di The Barn, sulle Catskill Mountains, il mitico luogo dove si svolgevano (e tuttora si svolgono) le leggendarie Midnight Rambles, l’ultima avvenuta nella primavera di quest’anno, pochi giorni dopo la scomparsa del cane di Levon, chiamato “Muddy”, in onore di voi sapete chi. Ma negli anni dal 2010, quando uscì l’ultimo disco delle Ollabelle, Amy Helm ha anche iniziato la registrazione del suo primo disco come solista, nei primi tempi ancora con la presenza di Levon Helm (alla batteria in tre pezzi dell’album) che gentilmente le concedeva grauitamente l’uso dei propri studi, e poi con l’aiuto del suo nuovo gruppo, gli Handsome Strangers, con i quali ha re-inciso parte dei brani contenuti in Didn’t It Rain, per ultilizzare la notevole bravura di questi musicisti (dal vivo sono bravissimi, come potete constatare nei vari video inseriti nel Post). Naturalmente i musicisti di talento si sprecano in questo CD, da Byron Isaacs, polistrumentista e produttore del disco, nonché compagno di avventura già negli Ollabelle, a Bill Payne e John Medeski alle tastiere, Larry Campbell, Chris Masterson e Jim Weider alle chitarre, Daniel Littleton, anche lui chitarrista di gran classe, e David Berger alla batteria, che sono gli Handsome Strangers, oltre alle armonie vocali di Allison Moorer, Elizabeth Mitchell e Teresa Williams, per non citare che alcuni dei tantissimi musicisti che hanno contribuito alla riuscita di questo album.

Che, diciamolo subito, è molto bello; a livello qualitativo siamo dalle parti delle ultime prove di Rosanne Cash o Lucinda Williams, forse un filo inferiore, ma di poco. Dodici brani, firmati per buona parte dalla stessa Amy Helm, in collaborazione con Isaacs e, in un paio, Littleton, più quattro cover, magari non celeberrime, ma di grande fascino, di cui tra un attimo. Diciamo che si è presa i suoi tempi per arrivare a questo esordio solista, pubblicato a 44 anni, tra la famiglia, la morte del padre, i suoi impegni vari, ma nei cinque anni durante i quali Didn’t It Rain ha avuto la sua genesi ha lavorato con impegno per creare un disco che rimarrà nei cuori degli ascoltatori per il giusto tempo. L’apertura è affidata alla title-track, un gospel traditional sui diritti civili che era nel repertorio sia di Mahalia Jackson quanto di Mavis Staples (con cui la Helm ha diviso recentemente i palchi, in un tour che vedeva anche la presenza di Patty Griffin, che detto per inciso pubblicherà il suo nuovo album a fine settembre), un brano intenso, riarrangiato per suonare come un funky alla Meters, comunque con quel sapore di Louisiana che ogni tanto pervadeva anche l’opera del babbo, lei canta con voce limpida e pimpante, i musicisti ci mettono la giusta anima gospel soul e la partenza è subito scintillante, con il call and response con le vocalist ospiti, le chitarre taglienti e il groove di basso e batteria a sottolineare il tessuto sonoro del brano. Rescue Me è una bellissima ballata mid-tempo, una classica canzone da cantautrice, un potenziale singolo, con una melodia memorabilizzabile e un arrangiamento di gran classe, con tastiere, soprattutto il piano, e chitarre che girano leggiadre intorno alle voce della Helm.

Good News è un vecchio pezzo di Sam Cooke che ha perso l’Ain’t That del titolo originale, ma non lo spirito nero del brano, anche se in questa versione viene accentuata la componente blues che si allaccia allo spirito gospel dell’originale, con chitarre acustiche e slide, qualche percussione e la voce di Amy protagonista assoluta del brano. Deep Water è un delicato pezzo folk corale, di stampo prevalentemente acustico, con le solite ottime armonie vocali che rimandano al sound tipico Ollabelle, mentre Spend Our Last Dime, con il count off della voce spezzata di Levon Helm e il suo tocco inconfondibile alla batteria, è un bellissimo valzerone semi-country, scritto da Martha Scanlan, una bravissima cantautrice di cui vi consiglio di recuperare i pochi album che ha fatto, atmosfera vicina alle ultime prove rootsy di Rosanne Cash, altra figlia d’arte https://www.youtube.com/watch?v=SOLjBToKPmo . Chitarra con riverbero, batteria dal suono secco, basso che pompa, un organo avvolgente, penso opera di John Medeski (ma potrebbe anche essere Bill Payne) puro sound Memphis epoca Muscle Shoals per una deliziosa The Sky’s Falling https://www.youtube.com/watch?v=yEaQ-Qk6kcY . Bellissima anche Gentling Me, una canzone che porta la firma di Mary Gauthier e Beth Nielsen Chapman, dolce e sognante, una boccata di freschezza gentile, come evoca il titolo, nuovamente atmosfere folk per un brano che è puro piacere sonoro.

Roll Away ha una costruzione sonora più raffinata, blue-eyed soul di quello “serio”, con tastiere, chitarre e ritmica che permettono alla voce della Helm quasi di galleggiare su un costrutto sonoro jazz&soul degno delle grandi cantautrici degli anni ’70; per non parlare di un’altra ballata sontuosa come Sing To Me https://www.youtube.com/watch?v=yguKCcaQHYU  o di Roll The Stone, dove il banjo di Isaacs si sposa con l’organo alla Garth Hudson di John Medeski, piano e chitarra quasi telepatici con la sezione ritmica, per un altro tuffo nel deep soul gospel che tanto caro era a Levon Helm, curato fino nei minimi particolari sonori anche grazie al tocco gospel della batteria dei cantanti ospiti. E non è finita, Heat Lightning, ancora con Levon alla batteria, viaggia a tempo di rockabilly, con chitarre twangy e atmosfere country alla Band dietro l’angolo, mentre per la conclusiva Wild Girl, il chitarrista Daniel Littleton alza il riverbero della sua elettrica al massimo per creare un doveroso contrappunto ad una sofferta prestazione vocale in solitaria della brava Amy Helm, giusta conclusione per un album che conferma la classe di questa outsider di gran lusso, che forse non arriverà mai ai livelli del padre, ma quantomeno ci prova!

Bruno Conti