Passano Gli Anni, E Dopo Le Regine Questa Volta Tocca Ai “Re”, Ed E’ Sempre Grande Musica! Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings

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Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings – File Under Music Label

Passano gli anni, e la scena musicale canadese conferma la sua vitalità con gruppi ormai storici come I Blue Rodeo o i Cowboy Junkies, mentre Great Big Sea e Crash Test Dummies tacciono, i City And Colour non li conosce quasi nessuno, gli Arcade Fire hanno preso una piega che non ci piace, i New Pornographers sono abbastanza discontinui, come pure i Tragically Hip, peraltro molto popolari in patria, tra i più recenti ricordiamo i No Sinner; non mancano i componenti della famiglia Wainwright, e si potrebbe andare avanti per ore. Per esempio citando anche Lee Harvey Osmond che è la “band” sotto cui si nasconde Tom Wilson, uno dei tre componenti dei Blackie And The Rodeo Kings, gruppo nato per rendere omaggio alle canzoni di Willie P. Bennett, e che negli anni ha prodotto una serie di album spesso di assoluta eccellenza. Insieme a Wilson, ci sono Stephen Fearing (anche cantautore in proprio, con un album recentissimo, Every Soul’s A Sailor, appena uscito e autore pure di pregevoli dischi in coppia con Andy White) e Colin Linden, anche lui con una carriera solista interessante, forse più orientata verso il blues, oltre ad essere uno dei produttori più bravi e ricercati in circolazione (Lindi Ortega, il grande amico Cockburn, Colin James), direttore musicale della serie televisiva Nashville (dove vive).

I tre amici, sei anni fa, nel 2011 ebbero una idea “geniale”: un disco di duetti con una serie di voci femminili (cosa mai avvenuta prima, l’ironia è voluta), dove molte volte però è l’esecuzione e la scelta dei partecipanti che delineano il risultato, in questo caso, manco a dirlo, eccellente http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/, infatti in quel disco apparivano cantanti come Lucinda Williams, Amy Helm delle Olabelle, Cassandra Wilson, Patti Scialfa, Julie Miller (col marito Buddy al seguito, presente anche in questo nuovo capitolo), Janiva Magness, Emmylou Harris, Mary Margaret O’Hara, Holly Cole e svariate altre, di cui potete leggere al link qui sopra. Per la serie, forse i nomi non saranno tutto, ma sono comunque molto importanti, vi ricordo anche i nomi dei musicisti impiegati in questo nuovo Kings And Kings (si tratta forse di una serie di duetti con voci maschili e gruppi? Indovinato!) oltre ai tre leaders del gruppo, Gary Craig, alla batteria, Johnny Dymond al basso, John Whynot piano e organo, Kenneth Pearson anche lui tastiere (che sarebbe il Ken Pearson che suonava in Pearl di Janis Joplin), Bryan Owings, anche lui alla batteria e infine Kevin McKendree, che pure lui si alterna alle tastiere, con Colin Linden che suona tutto il resto che serve.

Il disco al sottoscritto piace parecchio, fin dalla iniziale Live By The Song una rara canzone firmata da tutti e tre insieme, che è una sorta di autobiografia in musica del loro gruppo, con l’ospite Rodney Crowell del tutto a suo agio nel roots-country’n’roll di questo bellissimo brano che rievoca le atmosfere care alla Band, con chitarre e tastiere spiegate in uno sfolgorio di pura Americana music di grande fascino, splendida apertura; Bury My Heart, scritta da Linden e che vede la presenza del countryman dall’anima rock Eric Church è un’altra notevole ballata mid-tempo, dalla melodia avvolgente e con quel suono caldo e raffinato che è caratteristica tipica dei Blackie And The Rodeo Kings, sempre con la chitarra di Linden pronta a scattare verso la meta. Beautiful Scars, scritta da Tom Wilson (o se preferite Lee Harvey Osmond), vede la presenza di Dallas Green (anche in questo caso si dovrebbe parlare di City & Colour, la magnifica band di Green, con una copiosa discografia da investigare), un’altra canzone dalla costruzione complessa ed affascinante, cantata con grande pathos e passione, perché questa signori è musica rock di qualità superiore, e per High Wire Colin Fearing si inventa un pezzo degno del songbook di Roy Orbison, per sfruttare al meglio la splendida voce di Raul Malo dei Mavericks.

Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, nessun segno di stanchezza o ripetizioni, altro cambio di genere per il country-rock-blues della mossa Playing My Heart che vede la presenza di Buddy Miller, che coniuga con il resto della band un mood quasi sudista, dove le chitarre si prendono i loro spazi. E il più avventuroso Wilson chiama alla collaborazione anche i Fantastic Negrito di tale Xavier Dphrepaulezz  (che lo ammetto, non conoscevo, ma investigherò) per un soul-funky blues futuribile di fascino indefinito e sostanza come Biiter And Low; e per Secret Of A Long Lasting Love, scritta da Fearing con Andy White, i tre chiamano a collaborare uno dei maestri del “pure pop & rock” britannico come Nick Lowe, altro limpido esempio del grande talento che è stato schierato per questo eclettico album, una composizione folk-rock dall’animo gentile, cantata in solitaria da Lowe,  impreziosita da melodie che si assimilano subito nella loro raffinata semplicità (non è un ossimoro)! E poi arriva uno dei miei preferiti di sempre, uno dei più grandi cantautori mai prodotti dal Canada, Bruce Cockburn, uno che negli anni ’70 ha realizzato una serie di dischi di straordinaria qualità (rivaleggiando con l’altro Bruce), ma poi ha continuato a fare musica sempre di elevata qualità, spesso prodotta dal suo amico Colin Linden, che probabilmente ha scritto A Woman Gets More Beautiful con in mente proprio Cockburn, una ballata delicata e sognante, cantata in inglese e francese, che è uno dei momenti migliori in un album splendido, dove i “Re” della musica spesso si superano, con Bruce e Colin impegnati in un delizioso interplay vocale e chitarristico.

Land Of The Living (Hamilton Ontario 2016) è un’altra magnifica ballata a due voci che vede alla guida del brano l’accoppiata Tom Wilson/Jason Isbell, con l’ex Drive-by Truckers che si conferma una volta di più come uno dei migliori nuovi musicisti in ambito roots music. Non posso che ribadire, veramente una canzone più bella dell’altra, e anche Long Walk To Freedom, dove l’ospite è il cantante e chitarrista Keb’ Mo’, si colloca nell’ambito ballate, stile dove Blackie And The Rodeo Kings veramente eccellono, questa volta tocca a Fearing affiancare la voce maschia di Kevin Moore, ottimo anche alla slide, in questo brano che ha anche accenti blues e gospel, con uno squisito lavoro dell’organo che adorna da par suo il tessuto del brano. Un disco dei BARK non si può definire tale se non c’è almeno una cover dall’opera dello scomparso Willie P. Bennett: per l’occasione viene ripescata This Lonesome Feeling, una sorta di lamento di un cowboy, che vede il supporto vocale e strumentale di una delle leggende del lato giusto di Nashville, ovvero Vince Gill, un brano folky quasi “tormentato” e minimale, lontano mille miglia dal country più bieco della Music City. Che viene ulteriormente rivisitata anche nella conclusiva e mossa Where The River Rolls, scritta da Colin Linden, che per interpretarla ha chiamato i cosiddetti The Men Of Nashville, che poi sarebbero alcuni degli interpreti della serie televisiva Nashville della ABC, citata all’inizio e curata proprio da Linden, che nel brano ci regala un piccolo saggio della sua perizia alla chitarra, anche se il brano, una country song piacevole con piccoli tocchi gospel, non raggiunge forse i livelli qualitativi del resto del disco, veramente di grande spessore, uno dei migliori usciti in questo scorcio di inizio 2017!

Bruno Conti

Un’Abbondante Ed Ottima Colazione A Base Di Uova E Musica! Eggs Over Easy – Good’n’Cheap: The Eggs Over Easy Story

Eggs Over Easy Good 'N' Cheap The Story

Eggs Over Easy – Good’n’Cheap: The Eggs Over Easy Story – Yep Rock 2CD

Il mondo della musica rock è pieno di solisti o gruppi sconosciuti al grande pubblico o che non hanno mai neppure minimamente assaporato il successo, i classici artisti di culto, ma tra questi credo che un posto molto in alto in un’ideale classifica spetti senz’altro agli Eggs Over Easy, combo americano attivo perlopiù in Inghilterra all’inizio degli anni settanta, che, pur avendo di fatto inventato un genere e quindi influenzato una lunga serie di musicisti in gran parte britannici, ha inciso molto poco e venduto ancora meno, sebbene il loro album di debutto sia ancora oggi considerato un disco di riferimento. Ma andiamo con ordine: gli Eggs Over Easy (termine che sta a significare l’uovo fritto in padella da entrambi i lati, in contrapposizione con il sunny side up che è fritto da un lato solo, e quindi con i tuorli in bella vista) si formarono nel 1969 a New York per iniziativa del chitarrista Jack O’Hara e del pianista Austin De Lone (che si erano conosciuti a Berkeley), ai quali si unì presto il polistrumentista Brien Hopkins; il trio cominciò a farsi le ossa nei bar e club di New York e dintorni, fino a quando non furono notati da tale Peter Kauff che li spedì a Londra a registrare sotto la supervisione nientemeno che di Chas Chandler, ex bassista degli Animals e produttore/manager di Jimi Hendrix, con alla batteria prima Les Sampson e poi John Steel (un altro ex Animals), che divenne membro aggiunto del gruppo. Qualcosa però andò storto, più che altro per problemi legati alla casa di produzione cinematografica Cannon Films che patrocinava le sessions (dato che voleva entrare anche nel mondo della musica), ed il disco non vide mai la luce.

Nonostante la delusione, gli EOE restarono un altro po’ a Londra, esibendosi con regolarità nei pub della città e suonando il loro repertorio fatto di cover ma anche di un gran numero di brani originali, in uno stile molto diretto che mischiava rock, pop, country e soul, attirando le attenzioni di giovani che poi sarebbero diventati musicisti famosi come Nick Lowe, Brinsley Schwarz, Elvis Costello e Graham Parker, ed inventando di fatto il “pub rock”. Tornati a New York, i tre (questa volta con Bill Franz alla batteria) ci ritentarono, incidendo un intero LP con canzoni diverse da quelle di Londra, sotto la produzione di un’altra leggenda, Link Wray, ed il disco che ne uscì, Good’n’Cheap, venne finalmente pubblicato dalla A&M nel 1972, purtroppo di nuovo nell’indifferenza generale. Ma chi doveva notarlo lo fece, e Good’n’Cheap diventò presto un disco di culto e considerato una pietra miliare del pub rock, influenzando non solo i quattro musicisti che ho citato prima, ma anche Dave Edmunds, i Dr. Feelgood di Wilko Johnson ed anche l’americano Huey Lewis (* NDB. Tramite i Clover di Alex Call, altra band da riscoprire, all’opera anche nel primo disco di Costello, My Aim Is True). Ma si sa, l’insuccesso è una brutta bestia, e dopo aver passato il 1973 a supportare in tour gruppi come Eagles e Yes (un po’ distanti dalla loro filosofia, specie i secondi), gli EOE di fatto restarono inattivi per il resto della decade, pubblicando solo un singolo nel 1976 per un’etichetta, la Buffalo Records, che fallì nello stesso momento in cui il 45 giri venne immesso sul mercato.

eggs over easy fear of frying

Poi, dal nulla, nel 1981 (stavolta alla batteria c’era Greg Dewey) i tre fecero uscire il loro secondo album, Fear Of Frying, prodotto stavolta dal noto tastierista e cantante Lee Michaels, un buon disco anche se inferiore al predecessore, e che ebbe ancor minore impatto, convincendoli definitivamente che forse non era il caso di proseguire (e anche qui la casa discografica, la Squish Records, fallì poco dopo, pure sfigati i ragazzi). In seguito, De Lone rimase quello più attivo musicalmente (si fa per dire), con un solo album da solista nel 1991, De Lone At Last, peraltro bellissimo e con una strepitosa cover di Visions Of Johanna di Bob Dylan  , ed un altro disco in coppia con Bill Kirchen, ex chitarrista dei Commander Cody (oltre a fare il sessionman per Bonnie Raitt, Elvis Costello ed altri), mentre sia O’Hara che Hopkins (il quale passò a miglior vita nel 2007) rimasero piuttosto ai margini dell’industria musicale. Industria che oggi (nello specifico la Yep Roc, con distribuzione Universal negli USA), e direi finalmente, paga il proprio debito verso una delle band più sottovalutate della storia, pubblicando questo Good’Cheap: The Eggs Over Easy Story (per il titolo non si sono spremuti molto), un doppio CD che ha il solo difetto di costare parecchio, ma che ci presenta in un colpo solo tutto ciò che il gruppo ha inciso nella sua breve carriera, comprese le mitiche sessions londinesi. Chiaramente la parte del leone la fa Good’n’Cheap (rimasterizzato benissimo), un disco che ancora oggi suona fresco ed attuale, una miscela davvero superlativa di rock, country, blues, soul e pop, suonato con la tecnica e la raffinatezza di un gruppo di veterani ma con l’energia di una garage band. Undici canzoni che spaziano a largo raggio nei meandri della musica americana, un album che da solo, per chi ancora non ce l’ha, vale l’acquisto di questa antologia (ed era bella pure la copertina, un adattamento del capolavoro di Edward Hopper Nighthawks, quadro che ha ispirato anche Tom Waits per il suo Nighthawks At The Diner), a cominciare dalla splendida Party Party, una canzone pianistica dalla melodia anni sessanta, ritmo acceso ed ottime armonie vocali, subito seguita da Arkansas, una country song un po’ sbilenca ma di grande fascino, e dalla bellissima Henry Morgan, che in tutto e per tutto sembra un brano di The Band, ancora con il magnifico pianoforte di De Lone a condurre le danze.

The Factory è un soul urbano diretto e roccato, suonato davvero da Dio, la liquida Face Down In The Meadow presenta echi di errebi bianco tipico di gruppi come Animals e Box Tops, la squisita Home To You è un pop-rock di gran classe, mentre la limpida Song Is Born Of Riff And Tongue è una toccante ballata country con una bella chitarra messicaneggiante. Per finire addirittura in crescendo con la scintillante Don’t Let Nobody, un rock tinto di errebi molto trascinante, lo stupendo country-rock Runnin’ Down To Memphis, ancora guidato da un piano fantastico, la nitida Pistol On A Shelf, uno slow coi controfiocchi (ancora con The Band in mente) ed il rock’n’roll Night Flight, con echi quasi bowiani. Poi abbiamo il rarissimo singolo del ’76, che comprende il rockabilly I’m Gonna Put A Bar In The Back Of My Car (And Drive Myself To Drink), bel titolo non c’è che dire, e ancora con un pianoforte da urlo, e la divertita Horny Old Lady, un honky-tonk d’altri tempi ma dal tasso alcolico elevato.

Chiudono il primo CD le undici canzoni di Fear Of Frying, un lavoro più che dignitoso, con alcune zampate ed altre canzoni più normali, e che comunque ci regala un’altra mezz’ora abbondante di piacevole ascolto. Tra gli highlights abbiamo la tesa Scene Of The Crime, l’orecchiabile folk-rock Forget About It, la bellissima e corale Louise, che non avrebbe sfigurato su Good’n’Cheap, l’ottimo soul annerito You Lied, la solare, alla Jimmy Buffett, Driftin’ e la ruspante Mover’s Lament, con Hopkins che sia vocalmente che come stile ricorda non poco Levon Helm. Il secondo CD dura molto meno, ha solo dodici canzoni, ma sono quelle del famoso disco prodotto da Chandler nel 1971 e mai pubblicato, un album fatto e finito che già faceva intravedere il talento dei ragazzi (ed i brani sono tutti inediti, nessuno di questi è mai stato ripreso in seguito), anche se, col senno di poi, forse questo LP non avrebbe avuto lo stesso impatto di Godd’n’Cheap, che era obiettivamente superiore. Comunque la buona musica non manca di certo, a partire dalla bellissima Goin’ To Canada, un country-rock dalla melodia corale strepitosa ed accompagnamento di prima qualità, seguita a ruota da I Can Call You, molto diversa, quasi interiore ma comunque degna di nota, e dalle vivaci Right On Roger e Country Waltz, entrambe quasi beatlesiane (la seconda molto di più). Give Me What’s Mine e Waiting For My Ship sono entrambe gradevoli ma un gradino sotto, mentre Across From Me ha ancora elementi del gruppo di Robbie Robertson, ed è valida; January è un po’ irrisolta, ma non disprezzabile, mentre la countreggiante e pianistica Give And Take è semplicemente deliziosa. Il CD termina con la robusta Funky But Clean, la tenue I’m Still The Same (che però ha più l’aspetto di un demo) e la jazzata e raffinata 111 Avenue C, tra le più interessanti.

Nonostante il costo non proprio basso, una ristampa che non dovrebbe mancare nella collezione di chiunque legga questo blog abitualmente (ma neanche in quella degli occasionali!), in quanto ha il merito di mettere finalmente sotto i riflettori un gruppo troppo a lungo ignorato.

Voi pensate al pane ed al succo d’arancia: le uova le portano loro!

Marco Verdi

Puro Pop Britannico Non Adulterato! Squeeze – Cradle To The Grave

squeeze cradle to the grave

Squeeze – Cradle To the Grave – Love Records/Virgin/Universal 

Come dissero efficacemente, non volendolo, i discografici americani, in un momento di profonda ed involontaria bigotteria, quando rinominarono il primo disco americano di Nick Lowe da Jesus Of Cool a Pure Pop For Now People, nel lignaggio dei musicisti inglesi, a partire dai Beatles e dai Kinks (ma ce ne sono altre decine), passando per i 10cc e gli ELO di Jeff Lynne, poi giù giù fino a Costello, Dave Edmunds, Nick Lowe ed i loro Rockpile, gli stessi Squeeze, c’è tutta una stirpe di musicisti che si sono dedicati alla difficile arte della creazione della perfetta musica pop. Chris Difford e Glenn Tilbrook, che sono da circa 40 anni depositari del marchio Squeeze, sono tra i più ostinati praticanti di detta arte: partiti sul finire dell’epopea “pub rock”, mentre si trasformava in punk-rock e poi in new wave, la band inglese, sin dal primo singolo Take I’m Yours e il primo EP del 1977, hanno creato una lunga serie di canzoni che era sempre alla ricerca di quella difficile forma. Attraverso tre diversi periodi, con scioglimenti e riformazioni del gruppo, più o meno ogni decade, con o senza Jools Holland, storico sodale e pianista originario della band, non presente nell’ultima incarnazione degli Squeeze, quella che li vede di nuovo sotto la vecchia ragione sociale dal 2007, ma che discograficamente aveva prodotto solo un disco nel 2010, Spot The Difference, dove avevano re-inciso i vecchi successi, finalmente approdano, dopo oltre cinque anni di preparazione, al primo album di materiale nuovo, questo Cradle To The Grave, che fa seguito a Domino, uscito nel lontano 1998 e che francamente era stato una mezza delusione.

Ovviamente nel pop degli Squeeze ricorrono tutte le anime del pop britannico ricordate sopra, e anche molte influenze musicali americane, ma il loro stile compositivo in coppia risente soprattutto della lezione di Lennon/McCartney, nel loro caso ancora più “perfezionata”, perché, almeno agli inizi, Difford, scriveva solo i testi e Tilbrook le musiche, poi negli anni hanno deciso di scrivere “words and music” by Difford & Tilbrook. Il  pop-rock dei due è stato sempre abbastanza orecchiabile e in fondo anche commerciale (non è il male assoluto), e questo nuovo album non fa nulla per cambiare l’approccio, ma c’è sempre quel guizzo di genialità, sia nelle musiche che nei testi, che li pone un gradino sopra gli altri e li rende comunque una istituzione della musica britannica: dodici nuove canzoni, circa 45 minuti di delizie di “puro pop”, da quello scanzonato e divertente dell’iniziale title-track, con tanto di ukulele, pianino da music hall, le solite armonie vocali (questa volta anche vagamente gospel), da sempre loro marchio di fabbrica e un’aria da fine dell’impero britannico, passando per i vaghi ritmi disco (ma giusto un tocco) di Nirvana, “nobilitata” da arrangiamenti di archi e da una chitarra-sitar che profuma di anni ’60, oltre a strati di tastiere sognanti e lo voci spesso sovrapposte dei due, Difford un tono più basso e Tilbrook più giovanile e spensierato https://www.youtube.com/watch?v=0fidOiAFXK0 .

Beautiful Game, sempre con i ricchi arrangiamenti e le melodie semplici delle loro migliori canzoni, Glenn che suona praticamente qualsiasi tipo di strumento, nel caso, oltre alle chitarre, anche un vecchio Mini Moog che arricchisce e caratterizza il tono del brano; in Happy Days, altra gioiosa costruzione di puro McCartney sound, Tilbrook ci regala un piccolo solo di chitarra che oscilla deliziosamente tra jazz e R&R per poi tornare nel finale al sitar guitar e ai coretti gospel reiterati https://www.youtube.com/watch?v=-lDZfjSBcy0 . Piacevolissime pop songs anche Open e Only 15, con armonie vocali e ricchi arrangiamenti che pescano dal songbook di Beatles e Beach Boys, ma anche da quel pop revivalistico di fine anni ’70. Top Of The Form, nei testi si rifà a Ray Davies e nella musica al loro vecchio produttore Elvis Costello, mentre Sunny è praticamente Eleanor Rigby parte due, solo archi e qualche tocco di Moog, per un brano che cita Hendrix nel testo ed è composito e letterario come molti parti della fantasia di Difford, autore assai raffinato https://www.youtube.com/watch?v=JKn4B2vBpo8 . Haywire, con la sua pedal steel aggiunta, miscela sonorità americane ed inglesi come usavano fare i vecchi Brinsley Schwarz https://www.youtube.com/watch?v=ue7nMMHYkwo  e Honeytrap, di nuovo con moog e chitarre acustiche che convivono pacificamente, è piacevole ma innocua, meglio allora l’avvolgente e beatlesiana Everything, un mid tempo malinconico, tipico di questa geniale band inglese, che poi conclude l’opera con Snap, Crackle And Pop, altra variegata e raffinata costruzione di pop stratificato, ricco nei particolari sonori, con il consueto ritornello cantabile e quelle armonie vocali immancabili. Probabilmente un album non imperdibile o memorabile, ma se amate certo pop-rock di qualità qui c’è parecchio materiale da gustare.

Bruno Conti    

Festeggiando 30 Anni Di Storie Di Amore E Odio! The Men They Couldn’t Hang

the men they couldn't hang tales

Men They Couldn’t Hang – Tales Of Love And Hate – Secret Records – CD/DVD

Men They Couldn’t Hang – The Night Ferry – Vinyl Star Records – EP

Ci sono certi dischi che, a prescindere dal loro oggettivo valore, rimangono impressi nel tempo per altri motivi: nel mio caso il discorso vale per How Green Is The Valley (86), un album che comprendeva almeno due brani semplicemente strepitosi, il folk rock di Going Back To Coventry e la straordinaria ballata Shirt Of Blue, che si trovano puntualmente, e fortunatamente, in questo live fatto (ri)uscire nell’ambito delle celebrazioni per i loro 30 anni di carriera. Ma partiamo dall’inizio: gruppo sfortunato e simpatico quello dei TMTCH, che ha avuto solo un grande “sfiga”, quella di trovarsi sulla strada dei Pogues, che negli anni ottanta venivano ritenuti “l’alternativa”, e di non riuscire di conseguenza a trovare un proprio spazio “al sole” nel vasto mercato del folk-rock anglofilo e internazionale, anche se, sinceramente, forse la loro proposta musicale non possedeva l’inventiva della band dello “sdentato” Shane McGowan. I Men They Couldn’t Hang si formano nel lontano ’84 per iniziativa di Stefan Cush e Phil Odgers alle voci e chitarre, Paul Simmonds alla chitarra, Shanne Bradley al basso e Jon Odgers alla batteria, dei bei tipi che musicalmente apparivano, a prima vista, un bizzarro incrocio tra i citati Pogues, i Long Ryders e i Clash.
http://discoclub.myblog.it/tag/men-they-couldnt-hang/

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In ogni caso il gruppo inglese dopo l’esordio Night Of A Thousand Candles (85) e il già menzionato How Green Is The Valley (86), aveva fornito delle più che buone prove con dischi come Waiting For Bonaparte (88), Silvertown (89), Domino Club (90), passando per il live Alive,Alive-O (91), e, dopo alcuni anni di riflessione a causa di una separazione affrettata e poco convinta, tornavano con Never Born To Follow (96), un EP Big Six Pack (97), The Cherry Red Jukebox (03), un altro live Smugglers And Bounty Hunters (05), e dopo un’altra ulteriore breve pausa eccoli di nuovo con Devil On The Wind (09) e il doppio 5 Go Mad On The Other Side (11), una raccolta di demos, b-sides e rarità del periodo 84-96.

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Veniamo a questo Tales Of Love And Hate, che è stato registrato al The Islington Academydi Londra nel 2004, a completare la formazione, oltre ai componenti principali sopracitati, troviamo sul palco  anche Bobby Valentino al violino, Dan Swift alla batteria, Ricky McGuire al basso, Nick Muir al piano, per una scaletta che contiene 22 delle canzoni più amate dei TMTCH, compresi naturalmente tutti i grandi successi. (Il CD contiene 19 brani, il DVD, oltre al concerto completo, è pure arricchito da interviste al gruppo, per un totale di ben 154 minuti). Di seguito vi elenco la tracklist della serata:

The Day After

The Ghosts Of Cable Street

Wishing Well

Bounty Hunter

Ride Again

Shirt Of Blue

Company Town

Dogs Eyes Owl Meat And Man Chop

Australia

Barratt’s Privateers

The Bells

Silver Dagger

Singing Elvis

Rosettes

Smugglers

Nightbird

Silver Gun

The Colours

Summer Of Hate

Ironmasters

Going Back To Coventry

Green Fields Of France

Quella sera del 30 Luglio 2004, i TMTCH festeggiavano il ventennale di carriera ed erano particolarmente “pimpanti”, sciorinando nell’arco del concerto composizioni piacevoli e scorrevoli, con un “sound” attraente e invitante, baldanzoso e vivace, spesso irresistibile. I brani scelti per la scaletta furono un buon mix di vecchio e nuovo (ma purtroppo nulla dal loro album Never Born To Follow), e la partenza, “a rotta di collo”, con il trittico iniziale The Day After, The Ghosts Of Cable Street https://www.youtube.com/watch?v=t5-3dSrx3rQ  e la Wishing Well di Nick Lowe, proseguendo con brani “tirati” in stile Pogues come Dogs Eyes Owl Meat And Man Chop, Singing Elvis https://www.youtube.com/watch?v=17hnPasSyqk , Summer Of Hate, il folk-rock di Bounty Hunter, Company Town e la galoppante Nightbird, rispolverando i brani tradizionali Silver Dagger e Smugglers, intermezzati dai grandi “classici” Shirt Of Blue, Rosettes e The Colours, senza dimenticare le ballate di Paul Simmonds (che resta la penna più prolifica e autorevole del gruppo), le meravigliose Australia https://www.youtube.com/watch?v=A4APLaWGMEY  e The Bells, andando a chiudere doverosamente con la grandissima Green Fields Of France, un vero “inno” generazionale.

the men they couldn't hang night ferry ep

Night Ferry è un EP di quattro brani (due brani originali e due cover), un’anticipazione del nuovo disco dei The Men They Couldn’t Hang The Defiant in uscita a Settembre (grazie alla raccolta fondi avviata dai “fans” ), prodotto da Mick Glossop. Il mini-traghetto parte con il punk-folk-rock della title track The Night Ferry, seguita da Raising Hell che vira verso una sorta di folk acustico, arrivando a riva con le cover di I Knew The Bride di Nick Lowe (autore che amano molto), rifatta con lo spirito dei Pogues, e una versione ruggente di Shoals Of Herring di Ewan MacColl, una ballata che profuma d’Irlanda.  

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L’energia che sprigiona Tales Of Love And Hate, ristampato in confezione CD+DVD a dieci anni dalla data originale di uscita (era uscito, solo il DVD, come 21 Years of Love And Hate), è assolutamente positiva e attanaglia l’attenzione dell’ascoltatore, e se amate il genere e non avete neanche un loro disco, beh direi che è praticamente indispensabile, se non lo amate, ma ogni tanto vi va di ascoltare un disco in relax per un ascolto non impegnativo, queste canzoni possono anche servire. Se volete il mio umile consiglio, questo è un gruppo da non farsi scappare, ricchi di grinta e anima, nell’attesa del prossimo imminente lavoro.

Tino Montanari

Tre Piccoli Grandi Cantautori “Sconosciuti” Cantano D’Altri! Suzy Boguss, Luka Bloom, Carlene Carter

suzy bogguss lucky

Cosa unisce questi tre album, oltre al fatto che si tratta di tre cantautori, molto bravi, ma poco conosciuti dal grande pubblico? E anche tra gli appassionati non sono nomi celeberrimi! Nell’occasione tutti e tre si cimentano con il repertorio di altri autori, anche se in modo diverso, vediamo come.

Il CD di Suzy Bogguss – Lucky – Proper Music distribuzione, è uscito all’inizio del mese di febbraio, ma, purtroppo, non se ne sono accorti in molti. La cantante di Aledo, Illinois è stata negli anni ’80 e ’90, quelli del boom del country di Nashville, una delle autrici ed interpreti di maggior successo, con una serie di album pubblicati dalla Liberty/Capitol fino alla fine del secolo con successo decrescente. Ma la qualità della sua musica ( e della voce) è sempre stata nettamente superiore alla media di quello che usciva dalla Music City, tornando poi negli anni successivi, quelli delle pubblicazioni indipendenti, verso un sound più roots, con uso di una strumentazione più acustica e arrangiamenti meno “pompati”. Questo nuovo Lucky è un omaggio alla musica di Merle Haggard, uno dei totem della musica americana, e non a caso il primo successo radiofonico di Suzy era stato proprio una cover di un brano di Haggard, Somewhere Between, pubblicato nel 1987. Dopo oltre 25 anni e tramite il sistema del crowd funding, via Kickstarter campaign, la Bogguss torna sul luogo del delitto, pubblicando un intero album di brani scritti dal grande countryman (lasciando da parte, per una volta, le sue virtù anche di autrice): prodotta come di consueto dal marito Doug Crider e con l’aiuto di colleghe e amiche di talento come Matraca Berg, Beth Nielsen Chapman e Gretchen Peters, più “l’ometto” Joe Diffie e con l’ottimo Chris Scruggs (nipote del grande Earl e figlio di Gail Davies) alle chitarre, steel compresa, la Bogguss, con ottimi risultati, si cimenta con classici come Today I Started Loving You Again https://www.youtube.com/watch?v=h424z0RAtVU , Silver Wings, The Bottle Let Me Down, I Think I Just Stay Here And Drink, Sing Me Back Home https://www.youtube.com/watch?v=jtYUXc8SA-k  e altre sette canzoni che sono la storia della musica country di qualità. Il disco è molto gradevole, se amate il genere e le belle voci, questo disco si pone quasi alla pari dei migliori album di Emmylou Harris degli anni ’70, decisamente consigliato!

luka bloom head and heart

Anche Luka Bloom (come ormai quasi tutti sanno, nome d’arte di Barry Moore, fratello di Christy) pubblica un nuovo album Head And Heart, Skip/V2/Compass/Ird (uscito da qualche giorno, nel mese di marzo), probabilmente il 20° della sua sua carriera, ma tra live ed antologie, anche con il vecchio nome, non è facile districarsi nella sua discografia. La recensione completa la leggerete sul prossimo numero del Buscadero (e poi sul Blog), ma mi premeva segnalarvi questo ennesimo bel disco del cantautore irlandese (il primo composto quasi esclusivamente da brani di altri autori, comunque ci sono pure un paio di pezzi a sua firma, molto belli), il seguito dell’ottimo http://discoclub.myblog.it/2013/01/05/una-certa-aria-di-famiglia-luka-bloom-this-new-morning/, uscito circa un anno e mezzo fa. Registrato nello studio casalingo di Bloom, con l’aiuto del trio Phil Ware piano, Dave Redmond contrabbasso e Kevin Brady, batteria, nel disco vengono rivisitati alcuni classici e brani minori della canzone anglo-americana, popolare e celtica: scorrono Head And Heart di John Martyn https://www.youtube.com/watch?v=aEStVgQttBM , Banks Of The Lee, un vecchio traditional poi ripreso da Sandy Denny come Banks Of The Nile, Every Grain Of Sand di Bob Dylan, The First Time I Ever Saw Your Face e The Joy Of Living di Ewan MacColl, Gentle On My Mind di John Hartford via Glenn Campbell, My Wild Irish Rose, un brano scritto a fine ‘800 https://www.youtube.com/watch?v=VZ7g-oxClkE , e sempre tra i traditionals irlandesi Danny Boy, oltre a And I Love You So di Don McLean, resa celebre da Perry Como https://www.youtube.com/watch?v=CoKhIBfMkm4 e i due brani nuovi scritti da Luka Bloom, Give Me Wings, sul disastro nella galleria svizzera che costò la vita a 22 bambini belgi nel 2012, https://www.youtube.com/watch?v=SvoW6Vqv7PU  e Liffeyside, il tutto condito dalle magiche voce e chitarra acustica del nostro amico Barry, consigliato!

carlene carter carter girl

Altra cantante che si avvale di una grandissima tradizione familiare è Carlene Carter, figlia di June Carter Cash (primo matrimonio con Carl Smith, altra icona della country music) e discendente della grande tradizione della Carter Family, quella di A.P. e Maybelle Carter, al cui repertorio Carlene ha attinto a piene mani per confezionare questo Carter Girl, che esce domani per la Rounder Records/Universal negli States https://www.youtube.com/watch?v=NxF9gAlAtgA , qualche giorno dopo in Europa. Il disco è il più “tradizionale”, come suoni, della carriera della Carter, che ha fatto anche rock, ad inizio carriera, in Inghilterra, quando si accompagnava al marito Nick Lowe, a Dave Edmunds https://www.youtube.com/watch?v=uytQbhzCsOs , ai Rumour di Graham Parker, che appariva nei suoi dischi, così come Billy Bremer e Terry Williams, per completare la presenza dei Rockpile, John Ciambotti e John McFee che con Alex Call erano il nucleo dei Call, grande band americana “minore” che furono gli accompagnatori di Costello nel suo primo disco My Aim Is True, prima di divenire lo spunto da cui sarebbero nati Huey Lewis and The News. Come si vede frequentazioni eccellenti per la “figliastra” (brutta parola, ma in italiano è così) di Johnny Cash, che ha avuto una lunghissima pausa, per problemi vari, da metà anni ’90 https://www.youtube.com/watch?v=Xtm4P4ASdqw  fino al ritorno nel 2008 con l’ottimo Stronger ed ora con questo Carter Girl, che si avvale della produzione di Don Was e di una serie di musicisti ed ospiti che, per una volta, non è reato definire stellare: Sam Bush al mandolino, Rami Jaffee alle tastiere, Jim Keltner alla batteria, Greg Leisz, Blake Mills  e Val McCallum (quello di Lucinda Williams) alle chitarre, Mickey Raphael all’armonica e lo stesso Was al basso. La presenza di Raphael fa presupporre la presenza di Willie Nelson, che infatti c’è, accanto a Kris Kristofferson, Vince Gill, Elizabeth Cook, tutti impegnati a duettare con Carlene, in brani celeberrimi che portano il nome di Lonesome Valley, un brano di A.P. Carter (che era un classico di Johnny and June), adattato dalla stessa Carlene, insieme a Al Anderson degli NRBQ, Me And The Wildwood Rose, Troublesome Waters, il brano con Willie Nelson https://www.youtube.com/watch?v=8Rr6M4Y4foQ , Black Jack David, quello con Kristofferson, Little Black Train  https://www.youtube.com/watch?v=tbdrFYYgn3k Ain’t Gonna Work Tomorrow, dove appaiono le voci di Anita e Helen Carter insieme a Johnny Cash e June Carter, Blackie’s Gunman con Elizabeth Cook e molte altre. Gran bel disco, si dice spesso, ma è più vero di altre volte in questo caso, se trovo il tempo ci ritorniamo, se no, con l’anticipazione di qualche giorno fa, consideratelo una recensione completa, e se amate la musica roots, ma quella solida e musicalmente molto elaborata, e Rosanne Cash, di cui è assolutamente alla pari, compratelo con fiducia.

Bruno Conti

Pure Pop For Now People, Rivisitato! Brendan Benson – You Were Right

brendan benson you were right

Brendan Benson – You Were Right – Readymade Records

Forse qualcuno di voi si ricorda di un bellissimo disco di Nick Lowe, Jesus Of Cool (ma se state leggendo questa pagina penso di sì, siete nel posto giusto)? Ebbene, il disco, nella versione americana, si chiamava Pure Pop For Now People, e al di là della pruderie americana che aveva cambiato un titolo che non era poi così scandaloso, descriveva alla perfezione un album che ancora oggi rimane uno dei capisaldi della musica pop di sempre.

nick lowe pure pop

Non voglio affermare che questo You Were Right di Brendan Benson sia così bello, ma si tratta sicuramente di un costrutto power pop e rock, tra i più genuini e godibili che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi anni, non certo un capolavoro, ma un piccolo gioiellino di artigianato sonoro. “Derivativo” come pochi ,ma proprio lì sta il suo bello, si cita la musica degli anni ’60, al massimo primi anni ’70 http://www.youtube.com/watch?v=uE1jQu8j_1Y ? E allora lo si faccia senza pudore, con quelle sonorità, quel modo di costruire le canzoni, senza inutili “modernismi” che andranno bene per i politically correct e gli “alternativi” a tutti i costi, ma spesso rovinano il risultato. Se devi fare un disco come lo avrebbero fatto i Beatles o, per stare in America, i Big Star (e nel disco, non per nulla, suonano Stringfellow e Auer, i due Posies che hanno accompagnato gli ultimi anni dei rinati Big Star di Alex Chilton), devi suonarlo e cantarlo come avrebbero fatto loro, magari in uno studio di registrazione che si chiama Welcome To 1979, e qui il richiamo a Lowe ci sta, e per non farti mancare nulla, prima pubblicare gran parte delle canzoni come una serie di singoli nel corso del 2013.

brendan benson 1

E così ha fatto Benson, che poi li ha raccolti in questo CD, integrandoli con altri brani che hanno lo stesso spirito et voilà, il gioco è fatto. In attesa di registrare il nuovo album dei Raconteurs con Jack White (nel frattempo è uscito, in vendita solo sul sito di White, un  Live At The Ryman Auditorium, registrato nel 2011, in doppio vinile o DVD http://www.youtube.com/watch?v=7qNVPpzXePk ) e poi forse anche qualcosa di nuovo dei Dead Weather, il nostro Brendan ha dato sfogo alle sue passioni musicali (che sono anche le nostre) per questa piccola meraviglia di disco.

raconteurs live ryman

Quindici canzoni che, se dovessi dire, per il tipo di voce, gli arrangiamenti, l’aura musicale, dei vari Beatles si avvicinano molto allo spirito di George Harrison(senza dimenticare McCartney e il Lennon meno sardonico), ma poi le altre influenze citate ci sono, a vagonate, non per piccole dosi, ma il disco si gode proprio per questo: se c’eravate, perché vi ispira dolci ricordi, se siete dei “ggiovani” perché potete avvicinarvi ad un modo di fare musica gioioso, non edulcorato e di ottimo spessore, se volete il “futuro” del rock’n’roll e la “ricerca” di nuovo sonorità (spesso delle sòle, secondo chi scrive), rivolgersi altrove!

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Anche la scelta dei musicisti è sintomatica, oltre ai citati Posies, ci sono Brad Pemberton, ex batterista dei Cardinals,  Dean Fertita, il tastierista e quinto Raconteur, Ashley Monroe, nuova “eroina” del country nelle Pistol Annies, che scrive anche un brano con Benson e appare alle armonie vocali, il tutto registrato nel lato giusto di Nashville, dove vive il nostro amico. Il pop è spesso “power”, ossia energico e tendente al rock, come nella iniziale It’s Your Choice, che ha qualche profumo di Who, sarà il synth analogico mescolato al suono di una cornamusa, la slide harrisoniana e le deliziose armonie vocali http://www.youtube.com/watch?v=VY_iDYwB3WA , mentre Rejuvenate me ha qualche parentela con i Raconteurs di Steady as she goes, sempre con quelle tastiere molto retrò che illustrano il lato seventies del rock di Benson http://www.youtube.com/watch?v=GN5tC7kixDE (quindi oltre ai Big Star, Raspberries, 10cc, Badfinger, i surrogati dei Beatles), senza dimenticare una passione per la melodia pura come nella dolce As Of Tonight, mentre Diamond ricorda anche certo rock alternativo USA degli anni ’90 http://www.youtube.com/watch?v=TqhQyOpX70w (con qualche spruzzata country-rock), forse Lemonheads? Quello che andava di moda negli anni in cui iniziava il percorso musicale di Brendon.

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Long term coal può risalire a Lowe e più indietro ai Kinks, sempre con intrecci vocali di classe. I Don’t wanna see you anymore, la canzone scritta con la Monroe, potrebbe essere un brano del McCartney del periodo Wings, I’ll Never Tell inizia con l’organo di In-a-gadda-da-vida e diventa un white reggae, poi in un baleno un pezzo rock, tutto in poco più di 3 minuti, Swallow you whole è puro Harrison http://www.youtube.com/watch?v=j_tpYaHrS98 e anche She’s Trying To Poison Me, periodo Traveling Wilburys, Purely Automatic, l’unica che supera i 4 minuti, sono i Beatles allo stato puro con George alla voce solista http://www.youtube.com/watch?v=_eAXqZm1NAE  e anche New words of Wisdom, è una ballata dalle parti di Liverpool, come pure Oh My Love http://www.youtube.com/watch?v=_fijhLMsXB0 e uno dei tanti singoli, il delicato pop acustico di Swimming. Gli XTC di Partridge e Goulding lo facevano magri con più classe e varietà di temi, il pop, ma anche le declinazioni di Brendan Benson si ascoltano con molto piacere.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno Parte 3: Mavis Staples – One True Vine

mavis staples one true vine

Mavis Staples – One True Vine – Anti- CD

Confesso di non essere mai stato un grandissimo fans dei Wilco: riconosco la bravura come songwriter di Jeff Tweedy e quella della band dal vivo (il loro live Kicking Television era senza dubbio un discone della Madonna), ma personalmente sono comunque più legato ai loro primi due album, A.M. e Being There, il suono dei quali era ancora influenzato (più il primo del secondo) dalla passata esperienza “roots” come co-leader insieme a Jay Farrar negli Uncle Tupelo, rispetto ai lavori successivi, nei quali alcune incursioni nel pop e nello sperimentalismo non mi hanno mai convinto fino in fondo.

mavis staples jeff tweedy

Sono pronto però a riconoscere una cosa: quando un musicista passa dall’altra parte della consolle (in parole povere, alla produzione) e lo fa anche bene, vuol dire che ha i numeri e che li sa usare per salire di livello: è successo in anni meno recenti con Joe Henry, ormai tra i produttori più affermati (senza scomodare T-Bone Burnett, che ormai produce e basta e di dischi in proprio non ne fa più) e sta succedendo anche con Tweedy, che da due album a questa parte si è preso cura della grande (in termini artistici, non equivocate) Mavis Staples. La coppia è solo apparentemente strana: Tweedy è sempre stato un fan degli Staple Singers http://www.youtube.com/watch?v=CnJtgggdhdg , ed il fatto di abitare nella stessa città di Mavis (Chicago) ha indubbiamente favorito l’incontro. Il buon Jeff aveva già prodotto nel 2010 il bellissimo You Are Not Alone della figlia del grande Roebuck “Pops” Staples http://discoclub.myblog.it/2010/09/17/musica-dell-anima-mavis-staples-you-are-not-alone/ , ed era riuscito persino a fare meglio di un certo Ry Cooder, che si era occupato, benissimo peraltro, del precedente We’ll Never Turn Back, che era comunque uno dei dischi del 2007.

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Mavis deve essere stata soddisfatta del lavoro fatto da Jeff con You Are Not Alone se lo ha richiamato per questo One True Vine http://www.youtube.com/watch?v=oVqPOHnWTTg , e devo dire che Mr. Wilco si è superato, operando una scelta secondo me vincente, cioè dando ampio spazio alla straordinaria voce della Staples, mettendola al centro delle canzoni, e rivestendola del minimo indispensabile di strumentazione. I musicisti presenti in studio si contano infatti sulle dita di una mano: Jeff suona quasi tutto tranne la batteria, che è nelle mani del figlio Spencer, mentre troviamo in aggiunta un piano qua, una chitarra là, qualche backing vocalist e nulla più. Ed i brani, già validi in partenza (fra poco li vedremo nel dettaglio), assumono ancora più spessore: Mavis è una che darebbe profondità ed anima anche alle canzoni dello Zecchino d’Oro, ma quando, come in questo disco, ha per le mani materiale di prima qualità ed è messa nelle condizioni di valorizzare la sua voce con arrangiamenti semplici, il risultato non può che essere uno degli album più belli di questo 2013.

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L’album si compone di tre brani scritti da Tweedy (di cui due appositamente per questo CD), qualche traditional, una canzone “di famiglia” ed alcune sorprese. Apre Holy Ghost (un brano poco noto dei Low, una band del Minnesota), dove, oltre alla voce, troviamo solo chitarra acustica, basso e qualche nota di piano elettrico (ad opera di Mark Greenberg), eppure la sensazione è che anche soltanto uno strumento in più sarebbe fuori posto. Every Step, di Tweedy, è già un mezzo capolavoro, un blues elettrico (c’è anche la batteria) con una leggera distorsione chitarristica da parte di Jeff: ma il centro della canzone è la performance vocale di Mavis, davvero strepitosa, ma con una leggerezza e naturalezza disarmanti. Come se cantasse mentre prepara il sugo per la pasta…

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Can You Get To That è un brano dei Funkadelic, che nelle mani di Jeff e Mavis diventa un gustoso gospel tinto di rock, con un botta e risposta da applausi tra la Staples ed il coro. Un arrangiamento geniale. Splendida anche Jesus Wept (ancora di Jeff), una vibrante soul ballad con un feeling formato elefante http://www.youtube.com/watch?v=G1bX0UIpR54 , una melodia profonda ed un perfetto dosaggio della strumentazione. Far Celestial Shore è invece un brano di Nick Lowe, con una melodia tipica del suo autore, ma in cui l’elemento pop e sostituito da un mood gospel vivace e ritmato: la voce di Mavis come al solito è in primissimo piano e tutto il resto cucito addosso con sapienza. Complimenti per la scelta!

What Are They Doing In Heaven Today? e Sow Good Seeds sono due traditionals: la prima è un intenso gospel, arrangiato in maniera classica (ma che voce), mentre la seconda è un bluesaccio con tanto di slide, un brano che probabilmente Mavis canta da quando era bambina. I Like The Things About Me è invece un pezzo scritto dal padre Roebuck http://www.youtube.com/watch?v=bqc1I9oSGiE , nel quale Tweedy si lascia andare a qualche distorsione, ma la resa del brano non ne risente affatto; Woke Up This Morning è ancora una canzone di dominio pubblico, l’ennesimo bellissimo gospel, decisamente trascinante: ditemi voi se non vi viene voglia di battere le mani a tempo. L’assolo di chitarra di Jeff è la ciliegina sulla torta. Chiude la title track, una outtake di un album dei Wilco (Sky Blue Sky), scarna nell’accompagnamento ma piena di anima.

Un gran disco: ormai Mavis Staples non deve dimostrare più nulla, ma a settant’anni suonati ha trovato in Jeff Tweedy il suo partner artistico ideale.

Marco Verdi

Divertimento Assicurato! Paul Burch – Fevers

paul burch fevers

Paul Burch -Fevers – Plowboy CD

Paul Burch, musicista nativo di Washington ma trapiantato a Nashville, è in giro da quasi vent’anni, ma è uno dei segreti meglio custoditi del panorama musicale Americano.

Ha esordito nel 1996 con l’album Pan-American Flash, e da allora ha pubblicato una decina di album, sempre ottimamente bilanciati tra musica country (la sua base di partenza), folk, rock’n’roll e qualche puntata nel blues. Vera American music quindi: Paul non ha mai conosciuto il successo, non è mai andato oltre uno status di cult artist, ma ha sempre fatto quello che voleva, come voleva e quando voleva. Lo scorso anno ci aveva piacevolmente stupito con l’ottimo Great Chicago Fire, uscito per la Bloodshot http://www.youtube.com/watch?v=OVPG-TOv_UI e nel quale Burch si faceva accompagnare dai Waco Brothers, che come sappiamo è una delle migliori e più longeve band di alternative country, un disco che alternava mirabilmente un country molto vigoroso ad episodi decisamente rock, con l’influenza dei Rolling Stones ben presente.

waco brothers paul burch

Con questo nuovo album, intitolato Fevers, Paul cambia le carte in tavola, richiama la sua band WPA Ballclub (il cui leader, il noto polistrumentista Fats Kaplin, è anche co-produttore del disco), e ci regala un godibilissimo lavoro di pura Americana, con deliziosi arrangiamenti vintage che fanno lo fanno sembrare un vecchio LP di qualche oscuro musicista degli anni 50/60. C’è di tutto in Fevers (country, folk, blues, rock’n’roll, pop, swing), http://www.youtube.com/watch?v=3b2OQHs2b2A ma l’insieme non suona assolutamente dispersivo, ma anzi dimostra che Burch è un musicista di grande talento che non ha mai avuto l’attenzione che avrebbe meritato. I suoni sono semplici, diretti, nulla a che vedere con le produzioni cromate di Nashville, ma da questi solchi viene fuori l’amore del nostro per le tradizioni (anche se dieci canzoni su tredici sono opera sua), e la varietà di stili non è un segnale di dispersività, ma ,al contrario, di compattezza.

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L’iniziale Cluck Old Hen è un traditional folk, e Paul lo ripropone proprio come se fosse uscito dall’Anthology Of Folk Music: voce, violino, mandolino e poco altro. Couldn’t Get A Witness è un rockabilly d’altri tempi, diretto, godibile ed essenziale nei suoni: violino, basso e batteria, con una chitarra mixata talmente bassa che quasi non si sente http://www.youtube.com/watch?v=1gDQ7AaaLsk . Ma il brano funziona lo stesso. La splendida Straight Tears, No Chaser è uno scintillante honky-tonk suonato alla maniera classica, con la doppia voce di Kristi Rose ad impreziosire una gemma già lucente di suo: la steel di Kaplin ed il pianoforte della brava Jen Gunderman (in passato anche con i  Jayhawks al momento nei Last Train Home) fanno il resto.

Two Trains Pullin’ è una classica pop ballad, gradevolissima e molto anni ’50 (mi ricorda certe cose di Nick Lowe), mentre Ocean Of Tears (cover di un classico del grande Tennesse Ernie Ford) http://www.youtube.com/watch?v=CkigmANGaco è uno slow jazzato, sempre a due voci (stavolta con Kelly Hogan), quasi un brano afterhours, di gran classe: sentire per credere. Con Luck Ran Out si cambia decisamente genere: un pezzo con sonorità quasi low-fi, un bluesaccio sudista con accenni swamp, alla Tony Joe White, mentre con il pop-rock Breaking In A Brand New Heartache torniamo decisamente dalle parti di Lowe, anzi quasi mi stupisco di non trovare nei credits del brano il nome del geniale musicista inglese.

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Con la deliziosa (I Love) A Melancholy Baby torniamo negli anni a cavallo tra i cinquanta ed i sessanta, ed anche l’arrangiamento vintage fa la sua parte; Give It Away è invece un rock’n’roll venato di country e dominato dal piano (chi ha detto Jerry Lee?). Sac Au Lait ci porta in territori cajun, non c’è la batteria ma il piedino si muove lo stesso, mentre Sagrada è un pezzo che mi ricorda certe cose dei Los Lobos, non quelli folk tradizionali ma quelli contaminati con il rock un po’ obliquo, come se ci fosse Mitchell Froom dietro alla consolle (è chiaro che qui la produzione è moooolto più artigianale!).

Chiudono un album fresco e stimolante una bella cover di Going To Memphis (un classico di Johnny Cash, era sul mitico Ride This Train), con ospite Richard Bennett al mandolino e Paul che prova a tenere il passo del Man in Black (ma non ne ha la voce, chiaramente), e Saturday Night Jamboree, un gustoso western swing ancora molto vintage.

Date una chance a Paul Burch, non vi deluderà, e probabilmente vi divertirà pure.

Marco Verdi

Non Tutto E’ Perduto, Anzi! The Strypes – Snapshot

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The Strypes – Snapshot – Virgin/Universal 10-9-2013 UK – 24-9-2013 ITA

Ma quindi non tutto è perduto, esistono delle boy band, perché qui l’età media è tra i 15 e i 17 anni, che fanno musica di qualità! Sento rumoreggiare, lo so che il termine boy band e qualità sembrano incompatibili tra loro, ma nel caso di questi quattro baldi giovanotti provenienti dall’Irlanda, si possono fare coincidere. Di solito non mi faccio incantare dall’hype che arriva dal Regno Unito (anche se loro sono della vicina Irlanda), ma persino Mojo ha assegnato al disco d’esordio degli Strypes, Snapshot le canoniche 4 stellette che di solito si danno ai buoni dischi, magari non capolavori, ma album solidi.

Le pettinature sono quelle dell’epoca degli Yardbirds, degli Small Faces, dei Them, il genere musicale pure, un misto di beat, R&B e blues, un pizzico di Nuggets, con l’esuberanza dei primi dischi dei Jam e le capigliature di due di loro che si rifanno anche al giovane Jimmy Page (il chitarrista naturalmente) e all’afro di Jimi. Dico questo con cognizione di causa perchè ho provveduto ad ascoltare in streaming il loro disco di esordio, che uscirà martedì 10 nella perfida terra d’Albione e un paio di settimane dopo, il 24 settembre anche sul suolo italico. Noi avremo solo la versione normale, ma in Inghilterra ne esce anche una versione singola Deluxe, quella col nome del gruppo in rosso e il titolo del disco in bianco, con quattri tracce extra, due dal vivo, tra cui una versione grintosa di CC Rider, e pure il vinile.

Ma anche nella versione basica, oltre ad una serie di brani firmati Farrelly/McClorey, ci sono gustose cover di Heart Of The City di Nick Lowe, Rollin’ And Tumblin’ e You Can’t Judge A Book By The Cover di Bo Diddley, che avrebbero dato del filo da torcere anche ai Dr.Feelgood e ai primi Stones. Jeff Beck, Paul Weller, Roger Daltrey e Noel Gallagher (ma questo era scontato) hanno espresso la loro ammirazione per il quartetto di Cavan, in attività dal 2008, quando andavano alle elementari penso. L’esibizione del gruppo a Glastonbury è stata notevole, e la potete vedere qui sotto.

Dal sound del gruppo non si direbbe, ma giuro che oggi è il 7 settembre 2013 e non 1966. Non dei “ffenomeni” ma dei bravi “gggiovani”! Potrebbero farsi (non in quel senso, ho dei lettori maliziosi)! Da aggiungere a Jake Bugg tra i giovani delle isole britanniche per i quali qualche euro si può anche sborsare.

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte I. Steve Forbert, Woven Hand, Patterson Hood, Ben Folds Five, Skunk Anansie, Jon Spencer Blues Explosion, Roy Storm & The Hurricanes, Coal Porters, Tributes To Nick Lowe & Jesse Winchester

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Questo mese la rubrica sulla novità discografiche ha latitato fino ad oggi, considerando che nei mesi scorsi mi ero portato abbondantemente avanti con le uscite discografiche e molte sono state recensite direttamente, ma qualcosa sfugge sempre, per cui oggi recuperiamo con gli altri dischi interessanti pubblicati in questi primi venti giorni di settembre.

Iniziamo con Steve Forbert che ritorna con un nuovo album, Over With You, circa tre anni e mezzo dopo The Place and the Time e a 34 anni dal bellissimo Alive On Arrival, il cantante di Meridian, Mississippi non ha perso un briciolo del suo fascino. La voce è un filino più vissuta, ma le canzoni sono sempre affascinanti: questa volta si parla di una relazione finita e a dargli una mano a livello musicale ci sono anche due Ben, Sollee al cello e Harper alla chitarra. Etichetta Blue Corn Music, è uscito in questi giorni sul mercato americano, se ne parla più diffusamente nei prossimi giorni.

I Woven Hand avevano pubblicato da pochissimo tempo un ottimo CD+DVD in concerto, Live at Roepan, edito dalla Glittehouse ed accolto da unanimi critiche favorevoli. A distanza di cinque mesi dal disco dal vivo esce, sempre per la Glitterhouse, questo nuovo lavoro di studio, The Laughing Stalk: David Eugene Edwards, ex leader dei non dimenticati 16 Horsepower, aggiunge un tastierista e un secondo chitarrista e il suono del disco assume una patina più rock ma sempre con le solite volute dark e gotiche.

Nuovo album solista anche per Patterson Hood, che periodicamente si prende delle vacanze dai Drive-by-Truckers per pubblicare i suoi dischi da cantautore. Questo nuovo si chiama Heat Lightning Rumbles In The Distance, è uscito per la PIAS, Play It Again Sam, e ancora una volta ci ricorda che Hood scrive delle belle canzoni anche quando le chitarre non ruggiscono a tutto spiano.

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Un altro paio di novità di gruppi incentrati intorno al nome di un leader, band che era qualche annetto che non si facevano sentire. Per i Ben Folds Five, il cui nuovo disco si chiama The Sound Of The Life Of The Mind ed esce per la Sony Music, di anni ne sono passati 13 dal precedente The Unauthorized Biography Of Reinhold Messner (i titoli sono sempre spettacolari), anche se Ben Folds nel frattempo aveva pubblicato vari CD a nome proprio.

La Jon Spencer Blues Explosion invece, era solo otto anni che non pubblicava un disco nuovo in studio, anche se nel frattempo, tra una collaborazione e l’altra, è stato ristampato tutto il catalogo del gruppo in versione riveduta e potenziata. Per questo nuovo Meat And Bone, su etichetta Bronze Rat Records (!?!), Jon Spencer, Russell Simins e Judah Bauer si sono ritrovati a registrare in quelli che furono i leggendari studios di Sly Stone.

Gli Skunk Anansie da quando si sono rimessi insieme nel 2009 hanno ripreso a pubblicare dischi con cadenza regolare, questo Black Traffic, che esce in questi giorni per la loro etichetta 100% Records, nell’immancabile formato CD+DVDè il terzo dopo la reunion.

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Se il tipo seduto dietro alla batteria con un poderoso ciuffo vi dice qualcosa, non vi state sbagliando. E’ proprio Ringo Starr, nella formazione di Rory Storm & The Hurricanes prima di entrare nei Beatles, Ringo Starr ha fatto parte di questa band della preistoria musicale di Liverpool. In questo periodo è stato ritrovato un nastro inedito che documenta una performance del gruppo, Live At The Jive Hive, registrato appunto in quel di Liverpool, il 5 marzo del 1960 e viene pubblicato dalla Rockstar Records. Non vi so dire la qualità delle registrazioni (ma dal video si intuisce, pensavo peggio, precursori del beat inglese), in ogni caso questa è lista dei brani:

1. Introduction
2. “Brand New Cadillac”
3. “(You’re So Square) Baby I Don’t Care”
4. “Make Me Know You’re Mine”
5. “Bye Bye Love”
6. “Jet Black”
7. “Down The Line”
8. “C’mon Everybody”
9. “Don’t Bug Me Baby”
10. “Rip It Up”
11. “Somethin’ Else”
12. “Train To Nowhere”
13. “Since You Broke My Heart”
14. “Honey Don’t”
15. “All American Boy”
16. “Willie & The Hand Jive”
17. Closing Announcement
18. “Milk Cow Blues” (home recording)
19. “What ‘d I Say” (home recording)
20. “Cathy’s Clown” (home recording)
21. “Now Is The Hour” (home recording)

Beatlesiani, occhio alla penna!

Altra vecchia gloria del rock britannico, a Nick Lowe viene dedicata questa compilation-tributo, Lowe Country, edita dalla Fiesta Red Records. Il sottotitolo è The Songs Of Nick Lowe e in questo caso gli ho già dato una ascoltata e devo dire che è proprio bello e gli artisti partecipanti sono tutti di ottimo spessore artistico:

1. Lately I’Ve Let Things Slide – Caitlin Rose
2. Don’T Lose Your Grip On Love – The Parson Red Heads
3. All Men Are Liars – Robert Ellis
4. I Love The Sound Of Breaking Glass – Amanda Shires
5. Marie Provost – Jeff The Brotherhood
6. (I’M Gonna Start) Living Again If It Kills Me – Hayes Carll
7. Lover Don’T Go – Erin Enderlin
8. When I Write The Book – The Unsinkable Boxer
9. You Make Me – Colin Gilmore
10. Heart Of The City – Chatham County Line
11. What’S Shakin’ On The Hill – Lori Mckenna
12. Cracking Up – Griffin House
13. Where’S My Everything? – Ron Sexsmith

Sid Griffin è stato per anni il leader dei Long Ryders, oltre che scrittore e giornalista musicale per varie testate britannica. Ma già da alcuni anni il suo gruppo sono i Coal Porters con i quali ha pubblicato una decina di album, che escono per la propria etichetta, la Prima Records. Anche questo Find The One prosegue nella tradizione: in questo nuovo disco, anche se lo stile è il solito gustoso mix di folk e bluegrass, ci sono alcune novità. Una cover di Heroes di Bowie in puro stile folk-bluegrass, bellissima, la partecipazione di Richard Thompson in un brano e un’altra cover d’autore, una Paint It Black con tanto di sitar vero, non la chitarra “trattata” della versione originale degli Stones, ovviamente la battaglia a tempo di bluegrass tra violino e sitar è quantomeno inconsueta. Produce John Wood, quello dei dischi di Nick Drake e Fairport Convention, e l’ingegnere del suono è Ed Stasium (Ramones, dice qualcosa). Bella anche l’alternanza tra la voce di Sid Griffin e quella della violinista Carly Frey. Tra l’altro vedo dal dischetto che è anche un CD Enhanced e contiene un documentario di sei minuti sulla band.

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Il tributo a Jesse Winchester Quiet About It, viene pubblicato questa settimana negli Stati Uniti e la settimana prossima in Europa dalla Mailboat Records, che è l’etichetta di Jimmy Buffett. I fondi raccolti sarebbero dovuti servire per le cure inerenti al tumore all’esofago che lo aveva colpito lo scorso anno. Poi, nel frattempo, sembra che la malattia sia regredita dopo varie cure ed interventi, e la cosa ci fa piacere, ma il disco era pronto ,per cui viene pubblicato ugualmente e Jesse Winchester che è già tornato a fare concerti nel frattempo, lo considererà un omaggio da parte di alcuni suoi colleghi illustri che interpretano i suoi bellissimi brani:

1. Payday (James Taylor)
2. Biloxi (Rosanne Cash)
3. Gentleman of Leisure (Jimmy Buffett)
4. I Wave Bye Bye (Allen Toussaint)
5. Talk Memphis (Vince Gill)
6. Defying Gravity (Mac McAnally)
7. Brand New Tennessee Waltz (Lyle Lovett)
8. Mississippi You’re On My Mind (Lucinda Williams)
9. Dangerous Fun (Rodney Crowell, feat. Emmylou Harris and Vince Gill)
10. Rhumba Man (Little Feat)
11. Quiet About It (Elvis Costello)

Non si sa ancora nulla di preciso su formato e contenuti, anche se pare probabile un doppio CD più doppio DVD ma nel frattempo la reunion dei Led Zeppelin alla O2 Arena di Londra, ha un titolo Celebration Day e una copertina, che è quella che vedete sopra. Prima uscirà nei cinema e poi il 19-20 novembre dovrebbe essre nei negozi, questo è il trailer:

Alla prossima.

Bruno Conti