Di Padri In Figli. AJ Croce – Just Like Medicine

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AJ Croce – Just Like Medicine – Compass Records CD

Il plurale nel titolo è voluto: diciamo che i “padri” sono quello vero, genetico, Jim Croce, uno dei cantautori più validi (e anche di successo) dei primi anni ’70, tra gli inventori di quello stile che poi è stato definito soft-rock, scomparso in un incidente aereo nel settembre del 1973, e Dan Penn, uno dei padri della soul music, autore, cantante e produttore tra i più prolifici nella diffusione della musica nera di qualità, scritta e suonata anche dai bianchi. E tra gli ospiti di questo Just Like Medicine, alla chitarra troviamo anche Steve Cropper, un altro che dell’argomento se ne intende. Penn negli ultimi anni ha ripreso ad apparire, di tanto in tanto, sia come ospite, ad esempio nello splendido Soul Searchin’ di Jimmy Barnes http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/  o in Dedicated il tributo del 2011 ai Five Royales proprio di Cropper, sia come produttore, penso ad alcuni dischi degli Hacienda Brothers negli anni 2000, a uno di Julian Dawson nel 2008 e al bellissimo Make It Through This World, il disco del 2005 del compianto Greg Trooper. Per cui ogni sua apparizione è preziosa, e quando avevo letto che avrebbe prodotto il nuovo album di Aj Croce ero curioso di sentire quali sarebbero stati i risultati.

Il figlio di Jim (e Ingrid) Croce forse non ha il talento dei genitori, ma nel corso della sua carriera, iniziata nel 1993 con il disco omonimo, ogni tanto ha saputo proporre dei dischi di buona qualità, dove accanto alle sue indubbie qualità di pianista e organista si potevano gustare anche canzoni raffinate dove il blues, il rock, un pop raffinato con qualche venatura country e degli elementi New Orleans, venivano veicolati attraverso una voce duttile e con qualche similitudine con quella del babbo, nonché quella di altri praticanti di quello stile che fonde musica nera e rock bianco: uno di questi firma, in una delle sue ultime apparizioni, come co-autore, una delle canzoni migliori di questo album, parlo di Leon Russell, che firma appunto con Croce The Heart That Makes Me Whole, il brano dove compare anche Steve Cropper come chitarrista aggiunto; un pezzo che pare uscire dai solchi di qualcuno dei vecchi dischi Stax che Penn produceva ai tempi d’oro, e non guasta certo la presenza degli attuali Muscle Shoals Horns, Charles Rose, Doug Moffet Steve Herrmann, oltre che delle McCrary Sisters alle armonie vocali, di David Hood al basso, Bryan Owings alla batteria e del chitarrista Colin Linden, un canadese prestato alla scena musicale della Nashville più ruspante. Con tutti questi luminari in azione non solo il brano in oggetto, ma tutto il disco profuma di soul e R&B, la canzone in particolare è ruspante e fiatistica, ma si apprezzano anche momenti più ricercati e sonicamente diversi, come l’atmosferica e swampy Gotta Get Outta My Head, dove i ritmi salgono e scendono a comando in una bel ambiente sonoro persino leggermente futuribile, o il recupero di un brano inedito di Jim Croce, la godibilissima The Name Of The Game, dove il country-blues-pop del musicista della Pennsylvania rivive nell’ugola del figlio, pezzo che vede anche la presenza della chitarra acustica di Vince Gill, altro ospite di pregio del disco.

Cures Just Like Medicine è una bella e tersa ballata sudista, che si spinge fino al profondo Sud, anche delle Louisiana, ma attinge pure dal roots-rock e dall’Americana sound della Band e dal gospel-soul impersonificato dalle splendide voci delle sorelle MCCrary. Il disco, dieci brani, dura solo poco più di 31 minuti, ma nella sua compattezza risiede anche gran parte della qualità globale dell’album stesso: Move On rimanda alle ballate rock’n’soul di Russell o Joe Cockertre minuti quasi perfetti, replicati nella deliziosa The Other Side, la canzone scritta insieme a Dan Penn. Full Up, con un Aj Croce magistrale al piano, potrebbe uscire da qualche album di Dr. John, puro New Orleans sound. Forse se un appunto si può fare è alla voce di AJ, che pur essendo un buon cantante non è un fuoriclasse come quelli frequentati da Penn in passato. godibile ed intenso ma non memorabile, per esempio nella romantica I Couldn’t Stop, dove fa capolino anche la fisarmonica di Jeff Taylor, una grande voce avrebbe potuto fare sfracelli. Hold You è un altro mid-tempo fiatistico di classe cristallina, degno confratello dei brani che Penn componeva a getto continuo negli anni gloriosi del Muscle Shoals Sound, nuovamente breve e conciso, senza un oncia di “grasso” da scartare. E pure il pop alla Box Tops della conclusiva The Roads non delude l’ascoltatore innamorato delle vecchie sonorità classiche. Che come si è capito abbondano in questo Just Like Medicine, forse non arte pura ma artigianato vintage di onesta fattura, che però può bastare per gli amanti della buona musica.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Favoloso “Vero Soul” Australiano! Jimmy Barnes – Soul Searchin’

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Jimmy Barnes – Soul Searchin’ –  Liberation Music (2 CD Deluxe Edition)                    

Jimmy Barnes è uno dei rocker più gagliardi mai prodotti dal continente australiano: nel 2014 ha festeggiato con 30:30 Hindsight 30 anni di carriera discografica come solista http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ . Ma prima ancora, dal 1973, e dal 1978 discograficamente parlando, è anche il leader dei Cold Chisel, il gruppo a cui deve la sua fama, e che nel 2015 si sono ritrovati per un secondo album, The Perfect Crime, dopo la reunion del 2012. Ma una delle altre principali passioni del musicista di origini scozzesi (oltre al rock) è sempre stata la musica nera, rivista attraverso la sua particolare ottica rock, ma sempre con un sano rispetto per i musicisti ed i brani originali: il nostro amico ha dedicato una tetralogia a questa passione, Soul Deep del 1991, Soul Deeper…Songs From The South del 2000, The Rhythm And The Blues del 2009 e ora il nuovo Soul Searchin’, di cui ci occupiamo tra un attimo, oltre a molti album Live dove ha sviscerato ulteriormente l’argomento. Inutile dire che, assieme ad alcune prove con i Cold Chisel, questi dischi sono probabilmente i migliori della sua carriera. E l’ultimo è forse il migliore in assoluto.

Anche se questi album vengono sempre pubblicati solo per il mercato australiano (e raramente poi su quello americano) e quindi la reperibilità è difficoltosa e il costo elevato, vale assolutamente la pena di effettuarne la ricerca. Soul Searchin’ esce addirittura anche in una versione Deluxe in 2 CD, con 8 brani aggiunti, registrati nelle stesse sessions a Nashville dello scorso anno, sotto la produzione di Kevin Shirley, e con la partecipazione in studio dei Memphis Boys, i leggendari musicisti che hanno partecipato ad alcune registrazioni di Elvis Presley degli anni d’oro, tra cui In The Ghetto e Suspicious Minds, ma anche ai dischi di Aretha Franklin, Dusty Springfield, Box Tops, Bobby Womack, Wilson Pickett e molti altri artisti, anche country, all’American Sound Studio di Memphis. Come detto, questa volta sono tutti in trasferta a Nashville, a un altro celebre studio, il Grand Victor, quello costruito da Chet Atkins nel 1965, oltre ai Memphis Boys (Cogbill. Leech, Reggie Young, Bobby Emmons, Bobby Wood eccetera), presenti in quattro brani e che veleggiano verso gli 80 anni, ma da come suonano non si direbbe, ci sono anche Steve Cropper, Dan Penn, una pimpante sezione fiati e un piccolo gruppo di background vocalists e, ad abbassare la media, come età, anche Joe Bonamassa, alla chitarra, in una poderosa rilettura di In A Broken Dream il famoso brano dell’australiano Python Lee Jackson, nella cui versione originale cantava Rod Stewart https://www.youtube.com/watch?v=aGA96kM7-CU .

Per il resto sono tutti pezzi soul o quasi, molti oscuri, cercati appositamente da Barnes, altri celeberrimi, ma tutti bellissimi ed eseguiti veramente bene, con gusto e feeling, oltre ad avere un suono splendido. Ed ecco scorrere She’s Looking Good, che apre l’album, un classico minore di Wilson Pickett, Hard Working Woman, uno splendido brano del recentemente scomparso Otis Clay (l’8 gennaio di quest’anno, lo stesso giorno di Bowie, e quindi non lo ha ricordato quasi nessuno), più avanti, nelle bonus, c’è anche I Testify, e ancora una fantastica A Woman Needs To Be Loved del carneade Tyrone Fettson, incorniciata da uno splendido assolo di chitarra e da una interpretazione magnifica di Barnes. Cry To Me di Solomon Burke la conoscono tutti ed è sempre bellissima, come la giri https://www.youtube.com/watch?v=d4WNRCv05iI , mentre If Loving You Is A Crime (I’ll Always Be Guilty), il primo pezzo con i Memphis Boys, è una deep soul ballad emozionante, anche questa di uno sconosciuto, Lee Moses, seguita da It’s How You Make It Good, un altro uptempo con fiati scritto da Paul Kelly, anche questo con solo lancinante di chitarra e classici urletti R&B di Jimmy.

I Worship The Ground You Walk On è un brano firmato dalla premiata ditta Dan Penn/Spooner Oldham, con Steve Cropper alla chitarra, e Barnes racconta che Penn era presente alla registrazione di questo e di altri due brani, e di come fosse “strano” ed emozionante, mentre si registrava, avere qualcuno che ti diceva “questa l’ho scritta io, e anche questa”. Per esempio The Dark End Of The Street, versione splendida, con Penn che duetta con Jimmy Barnes https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg . Insomma per farla breve, tutto il disco è di grande spessore, ci sono anche Lonely For You Baby, una splendida Mercy Mercy di Don Covay (la facevano anche gli Stones), ancora due brani di Wilson Pickett, Mustang Sally e In The Midnight Hour, Drowning In The Sea Of Love e l’omaggio a Elvis di Suspicious Minds. Ma non c’è un brano scarso. Grande disco, super consigliato a tutti, non solo per gli amanti della soul music.

Bruno Conti

Un Esperimento Riuscito…Solo A Metà! Dave Edmunds – On Guitar…Rags & Classics

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Dave Edmunds – On Guitar…Rags & Classics – RPM CD

Ho sempre considerato Dave Edmunds, rocker gallese di Cardiff, uno di quelli che nel corso della carriera non hanno mai sbagliato un disco, sia da solista che con i Love Sculpture ed i Rockpile: ogni suo album varia dal discreto all’ottimo, ed anche negli episodi minori Dave ha sempre saputo tirare fuori qualche zampata (i due lavori di metà anni ottanta, Information e Riff Raff, il suo periodo Jeff Lynne – anche lui ne ha avuto uno – non convincevano più per le sonorità pop elettroniche che per le canzoni). Poi, dopo il buon Plugged In del 1994, ben vent’anni di silenzio, interrotti soltanto da qualche live (A Pile Of Rock merita l’acquisto) ed un CD, Hand Picked, composto interamente da brani strumentali e venduto solo sul suo sito, poco più di un divertissement inciso in solitudine e prodotto con due soldi; una lunga assenza, durante la quale Edmunds ha avuto anche seri problemi di salute (un attacco di cuore che per poco non gli è stato fatale), terminata a sorpresa alla fine del 2013 con la pubblicazione di …Again, un disco nuovo solo in parte, che riproponeva diversi brani tratti da Plugged In, nel frattempo andato fuori catalogo, completandoli con cinque incisioni nuove di zecca, che ci facevano ritrovare un musicista in ottima forma.

Ora, direi di nuovo a sorpresa, abbiamo tra le mani un altro album da parte di Dave, intitolato On Guitar…Rags & Classics, nel quale il nostro riprende l’idea alla base di Hand Picked, cioè incidere un disco di covers di pezzi più o meno noti in versione strumentale per chitarra solista, e renderla stavolta disponibile su scala più larga. Edmunds, oltre che un rocker coi fiocchi, è anche un bravissimo chitarrista, che ha sempre messo il senso del ritmo e della melodia davanti a qualsiasi tipo di virtuosismo fine a sé stesso, ma un disco come Rags & Classics è un grande rischio. Niente da discutere dal punto di vista tecnico, l’album è suonato in maniera perfetta (si occupa ancora di tutto Dave stesso, e non è bravo soltanto alla sei corde), ha un bel suono ed è prodotto con professionalità, ma i problemi sono principalmente due: la scelta delle canzoni, in quanto a fianco di brani adatti allo stile del gallese ci sono alcuni pezzi che con lui c’entrano come i cavoli a merenda, creando a volte un effetto straniante, e l’interpretazione, il più delle volte troppo didascalica, quasi come se il nostro avesse avuto paura di rischiare. Aggiungiamo a tutto ciò l’uso inutile e fastidioso in alcuni pezzi del sintetizzatore (solo un paio per fortuna), ed il fatto che i brani presenti non siano universalmente conosciuti come “guitar songs”, ma canzoni normali nelle quali la chitarra sostituisce la voce: il rischio Fausto Papetti (con la chitarra al posto del sax) o Richard Clayderman (chitarra sì, pianoforte no) è dunque dietro l’angolo.

L’album contiene dieci brani, e curiosamente lascia tutte le stranezze nella prima parte (il vecchio lato A degli LP), riservando il meglio per la seconda, nella quale Dave propone pezzi di artisti che lo hanno influenzato in gioventù, ed anche la versione rivisitata di un pezzo di musica classica (esperimento già effettuato con successo in passato con la Danza delle Spade di Khachaturian). Il CD inizia con la celeberrima A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, che è sì una grande canzone, ma è famosa soprattutto per il riff di organo ispirato a Bach, che qua viene risuonato pari pari da Edmunds: la chitarra riprende la linea vocale originariamente di Gary Brooker in maniera inappuntabile ma senza provocare grandi sussulti emotivi.

I Believe I Can Fly è proprio la hit errebi-pop di R. Kelly, una scelta poco comprensibile da parte di un rocker come Edmunds: in più, l’arrangiamento è piuttosto sdolcinato e, anche se il suono della chitarra preso da solo è strepitoso, il contesto mi lascia assai perplesso. Ne avrei fatto a meno. God Only Knows (uno dei capolavori dei Beach Boys) ha lo stesso identico (ma proprio uguale!) arrangiamento dell’originale presente su Pet Sounds, creando quindi un pericoloso effetto karaoke, e sostituire la voce di Carl Wilson con la chitarra non mi pare una grande idea; Wuthering Heights è proprio la hit di Kate Bush, bella canzone per carità, ma non capisco cosa c’entri con Edmunds (che qui sembra più Mike Oldfield che sé stesso), mentre Your Song (eseguita molto bene peraltro, con l’acustica) è forse il brano più inflazionato di Elton John, mi sarei aspettato un pezzo più “chitarrabile”, che pure non manca nel songbook del pianista inglese.

L’album migliora di colpo con il traditional Black Mountain Rag (incisa tra gli altri da Doc Watson e Chet Atkins), un coinvolgente bluegrass suonato da Dave in perfetto stile da picker, mentre Classical Gas (di Mason Williams) è anche meglio: sempre eseguita con la chitarra acustica, vede Edmunds tirar fuori il meglio dalla melodia, già bella di suo, e rivestirla con un suono potente e rock, denso e ricco di pathos. Finalmente il Dave Edmunds che conosciamo. Green Onions la ascolterei volentieri anche in una versione per kangling tibetano, e Dave fa la sua porca figura anche se non rischia per niente, lasciando l’organo come strumento solista e limitandosi ad usare la chitarra come faceva Steve Cropper; Cannonball Rag, di Merle Travis, è un altro pickin’ tune, e Dave lo rende alla grande, per poi chiudere con una divertente interpretazione della Sinfonia N. 40 In Sol Minore di Mozart in veste spoglia e quasi folk.

Quindi un disco non del tutto riuscito e anche un po’ confuso, con la seconda parte decisamente meglio della prima, che a mio giudizio è più adatta ad essere usata come sottofondo in una serata romantica: un album che, se non fosse ascritto a Dave Edmunds, sarebbe passato inosservato.

Marco Verdi

Questi Ci Danno Dentro Alla Grande! Moreland & Arbuckle – Just A Dream

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 Moreland And Arbuckle – Just A Dream – Telarc   

Capitolo terzo per il trio del Kansas, Moreland And Arbuckle che pubblicano questo Just A Flood il loro secondo album per la Telarc dopo l’esordio su NorthernBlues con 1861, e si confermano una delle migliori formazioni in circolazione con il loro Blues fortemente venato di rock. Come saprete non c’è un bassista nella formazione anche se il chitarrista Aaron Moreland (con chitarra modellata alla Bo Diddley), almeno su disco, si cimenta anche al basso. Dustin Arbuckle oltre ad essere la voce solista è anche un’armonicista di quelli “cattivi” con un suono sporco e distorto che spesso applica anche nelle parti cantate. Brad Horner picchia con gusto e varietà sui tamburi e, se devo essere sincero, il suono del gruppo, in molti brani mi ha ricordato quello del post British Blues, gruppi come Ten Years After, Savoy Brown, i Chicken Shack di Stan Webb, ma anche il John Mayall più tirato e persino i Cream. Sarà una mia impressione ma il suono roots che viene evocato o “affinità elettive” con ZZTop, Thorogood e gli alunni della Fat Possum, che indubbiamente ci sono, sono meno evidenti di quelle citate. Se proprio vogliamo avvicinarli a qualcuno di “moderno” pensate a dei Black Keys più “disciplinati” per quanto picchino sempre duro.

Dal travolgente inizio di The Brown Bomber con il pianino in overdrive di Scott Mackey che si aggiunge alla slide devastante di Moreland e alla voce e all’armonica distorte di Arbuckle è evidente che gli affari sono seri.

Just A Dream è forse il brano che più si avvicina a quel suono roots, tipo i Black Crowes o i Los Lobos in deriva blues ma con la giusta dose di radici e una chitarra dal suono pungente. Purgatory addirittura ha qualche aggancio con il sound dei primi Sabbath con un’armonica e un organo aggiunti mentre Travel Every Mile con un basso molto profondo in evidenza potrebbe essere un brano dei Cream a guida Jack Bruce, poderosa come sempre la slide di Moreland. Il suono che esce dalle casse nella cover di Heartattack and Vine di Tom Waits ricorda quello dei Bluesbreakers di Mayall anche nell’uso dell’organo e l’effetto è quello di una Help Me leggermente accelerata. Rispetto ai due dischi precedenti gli assoli di Moreland sono più frequenti e più articolati. L’hard slow blues di Troll quasi vira verso sonorità psichedeliche con l’organo di Tyson Hummel ad aumentare ancora una volta lo spettro sonoro. La brevissima Gypsy Violin privilegia scelte sonore inconsuete con uno strano call and response delle due voci.

Shadow Never Changes è “semplicemente” (sembra facile) una bella canzone dall’andatura ondivaga che nel dualismo chitarra/armonica ricorda i primi Blues Traveler, quelli più ispirati. Good Love a tempo di boogie potrebbe essere degli ZZTop, di Thorogood ma anche dei vecchi Canned Heat. Who Will Be Next è un brano scritto da Mel London, lo stesso di Manish Boy, Poison Ivy e altri successi di Waters e Howlin’ Wolf e ha un suono Chicago Blues “moderno”. Molto bella l’accoppiata finale con una tirata So Low dal suono agile e saltellante e una cover selvaggia di White Lightnin’ con l’autore Steve Cropper presente alla chitarra solista.

Bravi e “originali”. Si fa per dire! Nel piattume che ci propongono molte band troppo convenzionali che suonano blues al giorno d’oggi questi Moreland And Arbuckle si elevano sopra la media.

Bruno Conti      

Il Migliore Del “Colonnello”! Steve Cropper – Dedicated

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Steve Cropper – Dedicated – 429 Records/Fontana/Universal

Mi avevano detto di aspettare fino alla data di uscita prima di parlare di questo nuovo CD di Steve Cropper, ma visto che per l’Italia sarà il 30 di agosto, mentre negli Stati Uniti esce martedì prossimo 9 agosto rompo gli indugi e ve ne parlo. Il disco è molto bello, sicuramente il migliore come solista per Steve “The Colonel” Cropper che però, non dimentichiamolo, ha inciso una valanga di dischi con Booker T & The MG’s e suonato in tutti i dischi più belli della Stax, da Otis Redding a Sam And Dave passando per Wilson Pickett e Eddie Floyd. E poi, ed è il motivo per cui è conosciuto in Italia, ha suonato con i Blues Brothers di John Belushi e Dan Aykroyd.

E’ ancora un giovanotto, i 70 li compie il 21 ottobre, come testimonia questo disco, bellissimo come si è detto, ma anche per merito di ospiti e amici che suonano in questo tributo. Perché anche Cropper che è un “mito” ha avuto a sua volta degli “eroi” che nel suo caso erano i Five Royales uno dei gruppi storici del doo-wop e poi con contaminazioni con gospel e R&B anche del nascente soul che contribuirono a definire. In particolare Pete “Lowman”, uno dei tre fratelli Pauling, che era la colonna del gruppo e che, come in molte storie della musica non a lieto fine, morirà da alcolizzato nel 1973.

Ma prima ha fatto in tempo a scrivere alcune pagine indimenticabili con una serie di canzoni che resterranno sempre nella memoria collettiva della musica popolare (anche per merito di queste versioni).

Si parte con Steve Winwood che ci regala una 30 Second Lover scoppiettante che non ha nulla da invidiare ai suoi vecchi hits con lo Spencer Davis Group, visto che la voce rimane miracolosamente intatta nel tempo. Bettye Lavette ancora una volta si riconferma come la “vecchia” Diva del Soul più in forma e pimpante anche in questa Don’T Be Ashamed cantata in duetto con Willie Jones.

Breve intermezzo. Nel disco suonano: Steve Cropper, chitarra (eh va beh, ovvio), David Hood basso e Spooner Oldham, tastiere, in una inedita alleanza tra Stax e Muscle Shoals, Steve Ferrone e Steve Jordan si alternano alla batteria, Neal Sugarman dei Dap Kings (gruppo di Sharon Jones, ma anche di Amy Winehouse) si occupa dei fiati. Mentre Jon Tiven (che in alcune recensioni misteriosamente diventa Joe e suona i fiati, per la serie informarsi mai?) si occupa della produzione del disco insieme allo stesso Cropper. Voi direte, e come fai a saperlo? Perchè ho recensito un disco di un suo “protetto” Troy Turner jon%20tiven, e mi ha anche gentilmente ed educatamente ringraziato nei Commenti.

Fine intermezzo. Ovviamente con tutto quel ben di Dio di musicisti sarebbe difficile fare male. Proseguendo, troviamo Baby Don’t Do It in duetto tra un BB King in gran forma e la figlia di un suo “discepolo” Shemekia Copeland, diventata cantante di grande bravura. Molto particolare e godibile la versione di Dedicated To The One I Love che tutti ricordano nella versione di Mama Cass dei Mamas and Papas e che Lucinda Williams, non potendo competere a livello vocale, trasforma in un suo pezzo con l’aiuto di un altro “grande vecchio” Dan Penn.

John Popper (L’ex Blues Traveler) con armonica al seguito se la cava più che bene in My Sugar Sugar. Neanche a dire che quando siamo in ambito soul Delbert McClinton è nel suo elemento e la versione di Right Around The Corner è tra le cose migliori del disco. Nel disco di un chitarrista un brano strumentale non può mancare: e infatti ce ne sono due (facciamo due e mezzo), Help Me Somebody e Think, più Slummer The Slam, in duetto con Buddy Miller, che è anche cantato ma è l’occasione per “lasciare andare” le chitarre per i due musicisti. Uno potrebbe pensare che anche I Do il brano dove appare Brian May potrebbe essere uno strumentale e invece il vecchio “Queen” rispolvera le sue vecchie doti di “armonizzatore” usate in alcuni brani di Mercury e risulta tra i più rispettosi del doo-wop del brano originale, ovviamente modernizzato alle sonorità attuali.

Sharon Jones è, forse, la migliore delle cantanti soul delle ultime generazioni e la conferma è questa ottima e ritmata Messin’ up che potrebbe sembrare un brano di James Brown (che invece aveva cantato Think che qui appare come strumentale). Bettye Lavette le risponde con una sontuosa deep soul gospel ballad come Say it. Dan Penn era più noto come autore che come cantante ma qui sfoggia una voce alla Ray Charles bianco per una bellissima Someone Made You For Me.

Mancano due brani per concludere: Come On And Save Me, un duetto tra Dylan LeBlanc, che forse appare per meriti di famiglia (in quanto figlio di…), e ancora una esplosiva Sharon Jones. Lucinda Williams, “williamizza” se si può dire When I get Like This e conclude in gloria questo piacevole tributo. Inutile dire che Steve Cropper lavora di fino con la sua chitarra nella maggior parte dei brani, da perfetto “comprimario” di gran classe quale è sempre stato, non gregario o “spalla”.

Non ho trovato video in rete relativi a questo album per cui ho messo qualche “classico”, se volete altre informazioni home.html

Bruno Conti

Un “Giovane” Bluesman Da Baton Rouge, Lousiana. Troy Turner – Whole Lotta Blues

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Troy Turner – Whole Lotta Blues – Evidence Music

Come si evince dalla foto di fianco a quella della copertina del disco, Troy Turner, sin da giovane, aveva delle ottime frequentazioni! E qui già vedo le manine che si alzano. Ma non si dice nel titolo Un giovane bluesman da Baton Rouge, in effetti ho leggermente ciurlato nel manico: potrei parlarvi di seconda giovinezza o del fatto che un bluesman nero nato nel 1967 è un giovane a tutti gli effetti, anzi un bambino e non sarei lontano dalla verità.

In effetti la sua vera carriera inizia verso la fine degli anni ’80, primi ’90 con un terzetto di album molto ben accolto da critica e appassionati di blues, un bel tocco di chitarra, una voce potente ed espressiva, le giuste frequentazioni, sembra destinato ad una carriera strepitosa, almeno nel blues. E invece per il resto degli anni ’90, silenzio totale, che vuole dire comunque molti concerti, lavoro per altri artisti, ma carriera solista quasi azzerata. Di nuovo riappare nel 1999 con un ottimo album per la Telarc, Blues On My Back, sempre ottime critiche ma rimane uno one shot solitario per l’etichetta di Cleveland (che proprio recentemente ha pubblicato il nuovo album di Pinetop Perkins, 97 anni e non sentirli per l’ex pianista di Muddy Waters, quasi un record, il disco è pure bello).

Ma torniamo a Troy Turner, quel disco poi uscito per la Telarc doveva essere prodotto da Jon Tiven, ma gli fu preferito un altro produttore e altri musicisti.

Undici anni dopo (e qui si fa concorrenza a Peter Gabriel per i tempi tra un disco e l’altro) i due si ritrovano, Jon Tiven raduna nei suoi studi di Nashville, Tennessee un manipolo, si fa per dire, meglio, uno stuolo di musicisti e realizza questo Whole Lotta Blues sicuramente il miglior disco di Troy Turner e in generale un ottimo disco di Blues. La voce è rimasta ottima, potente ed espressiva, una sorta di B.B. King giovane, la chitarra è sempre tagliente e i risultati si sentono. Per chi non lo sapesse Jon Tiven è una sorta di “eminenza grigia” del soul e del blues, negli ultimi anni ha prodotto dischi di Wilson Pickett, Felix Cavaliere & Steve Cropper, gli ottimi Ellis Hook e Mason Casey, Little Milton, Betty Harris, Howard Tate, Sir Mack Rice, Don Covay e una moltitudine di altri, quelli che non sono prodotti da Joe Henry e T-Bone Burnett li produce tutti lui, se non c’è il budget arriva Tiven, andatevi a leggere la lista delle sue produzioni e collaborazioni perché è veramente impressionante.

Oltre a tutto non è che utilizzi musicisti di secondo piano: oltre a se stesso, alla chitarra e alle tastiere, sax e quant’altro, c’è la moglie Sally Tiven, ottima bassista e Troy Turner alla solista. Ma vediamo gli ospiti: come autori o co-autori dei brani, Hubert Sumlin, Jonel Mosser, Steve Cropper e Felix Cavaliere e Brian May nelle inconsuete vesti di compositore di brani blues, l’ottima e tirata Come To Your Senses. In questo brano, per la serie, come direbbero a Roma, “Mei cojoni”, la formazione è la seguente: alle chitarre soliste Leslie West e Steve Cropper, all’organo Reese Wynans e al basso David Hood, dai Muscle Shoals Studios nonché babbo di Patterson Hood dei Drive-by Truckers.

Negli altri brani si alternano, oltre agli ottimi Jonel Mosser, una sorta di Bonnie Raitt più giovane, autrice anche di ottimi abum in proprio e Howard Tate, uno dei miti del soul che molti ricorderanno (spero) come interprete di Get it While You Can resa poi celebre da Janis Joplin, questi due duettano con Turner: tra i musicisti, Simon Kirke, batterista di Free e Bad Company, Chester Thompson batterista spesso con i Genesis, Frank Zappa, Weather Report, Bobby Whitlock l’organista di Derek & The Dominos e Bonnie Bramlett, sempre per restare in campo Claptoniano quella di Delaney & Bonnie, una gran voce. Ma anche il già citato Mason Casey all’armonica, Max Middleton del Jeff Beck Group al piano e per finire in gloria questa è la formazione presente nell’ottima cover, peraltro l’unica, di Going Down di Don Nix.

Brian May, che quindi non compone solo ma suona pure, Leslie West, Audley Freed e Troy Turner alle chitarre, Bobby Whitlock all’organo, Bonnie Bramlett alle armonie vocali, Max Middleton al piano, David Hood al basso, l’unico Carneade sarebbe il batterista Martin Ditcham che peraltro ha suonato con Sade, Rolling Stones e Working Week, tra gli altri. Diavolo di un Jon Tiven.

In conclusione questo disco non sarà un capolavoro assoluto del blues, ma è un ottimo disco e in giro perchè chi ama il suo blues con le giuste spruzzate di soul, R&B e rock, tra i dischi nuovi non è facile trovare molto di meglio.

Bruno Conti