Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

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Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

Come Rinfrescare Degnamente Un Capolavoro Assoluto! Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde

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Old Crow Medicine Show – 50 Years Of Blonde On Blonde – Columbia/Sony CD

Gli Old Crow Medicine Show, forse il miglior gruppo in circolazione in ambito country-roots-Americana, ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la figura di Bob Dylan, a partire da quella Wagon Wheel presente sul loro debut album e che ancora oggi è il loro brano più noto, una canzone appena abbozzata da Bob ai tempi di Pat Garrett & Billy The Kid e che la band di Nashville ha completato in maniera mirabile. Ma anche il brano portante dello splendido Remedy (ad oggi l’ultimo lavoro di studio del gruppo di Keith Secor e Critter Fuqua, e forse il migliore http://discoclub.myblog.it/2014/06/30/la-cura-sempre-eccellente-old-crow-medicine-show-remedy/ ), cioè la bellissima Sweet Amarillo, è una collaborazione a distanza tra i nostri ed il novello Premio Nobel. Lo scorso anno però gli OCMS hanno alzato decisamente l’asticella, riproponendo in due serate al CMA Theatre di Nashville, e giusto cinquant’anni dopo la sua pubblicazione originale, il fenomenale album Blonde On Blonde, cioè quello che da molti viene definito il più bel disco di Dylan (c’è, come me, chi gli preferisce Highway 61 Revisited, altri Blood On The Tracks, ma insomma nella peggiore delle ipotesi sotto il terzo posto non si va) ed in generale uno degli album cardine della storia della musica, un titolo che solo a nominarlo c’è da farsi venire la tremarella.

Ma gli OCMS non sono un gruppo che ha paura, forse grazie anche ad un briciolo di incoscienza, e hanno quindi affrontato quel disco canzone dopo canzone risuonandolo a modo loro, spogliando i brani del “sottile e selvaggio sound al mercurio” e rivestendoli con la loro irresistibile miscela di country, bluegrass, folk e rock, e dando spazio a tutte le qualità che li hanno resi uno degli acts più richiesti in America (e non solo): creatività, forza, feeling, ritmo e voglia di divertirsi ma anche di fare grande musica (e portando comunque grande rispetto alle composizioni originali). 50 Years Of Blonde On Blonde è quindi un live strepitoso, nel quale i nostri (oltre a Fuqua e Secor abbiamo i fedeli Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig, Cory Younts e, come membro aggiunto, il polistrumentista Joe Andrews) danno sfogo a tutta la loro abilità vocale e strumentale, suonando con il solito incredibile vigore, una caratteristica già risaputa ma che ogni volta lasca a bocca aperta: e non pensate che solo per il fatto che Blonde On Blonde sia un grandissimo disco il compito dei ragazzi fosse facile, anzi il rischio di strafare e rovinare tutto con interpretazioni non adeguate era dietro l’angolo (non penso infatti che se al posto loro ci fossero stati i Backstreet Boys il risultato sarebbe stato proprio lo stesso). Il disco dura 65 minuti, ed è quindi più corto del Blonde On Blonde originale, anche perché molti pezzi sono suonati ad un ritmo talmente vorticoso da risultare decisamente più sintetici: la strumentazione è al solito acustica al 90%, ma i ragazzi fanno talmente casino (in senso buono) che dopo un po’ non ce ne accorgiamo neppure.

Rainy Day Women # 12 & 35 era già allegra e festosa nella versione di Dylan, e qui si trasforma in una vera orgia di suoni e colori, con un arrangiamento al quale la fisarmonica dona un sapore zydeco, mentre Pledging My Time, in origine un blues lento e strascicato, diventa un bluegrass suonato a velocità supersonica e vertiginosa, un genere nel quale oggi i nostri hanno pochi eguali (è incredibile, sembra che qualcuno abbia accelerato il nastro della performance). Visions Of Johanna è uno dei brani più belli del songbook dylaniano, e qui è nobilitata da una versione strepitosa, con grande rispetto ma anche con il tocco personale degli OCMS, una veste roots che la valorizza ancora di più (il ritmo è accelerato rispetto a quella di Bob), già fin da ora una delle cover dell’anno; anche One Of Us Must Know (Sooner Or Later) è sempre stata contraddistinta da una melodia stupenda, ed i ragazzi la trattano coi guanti, limitando al minimo la strumentazione e facendo risaltare la parte vocale: il risultato è un altro momento imperdibile.

I Want You non è molto diversa, solo più acustica e countryeggiante, ma rimane tutta da godere dalla prima all’ultima nota, Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again è sempre stato il brano di Blonde On Blonde a piacermi meno, un po’ ripetitivo e con una durata di almeno tre minuti di troppo, anche se in questa scintillante rilettura country-rock la apprezzo maggiormente (e che ritmo); Leopard-Skin Pill-Box Hat diventa un delizioso pezzo in puro stile dixieland, mentre Just Like A Woman, uno dei capolavori assoluti di Dylan, si trasforma in una languida country ballad, che non avvicina l’originale (che è, appunto, inavvicinabile) ma si propone come una delle sue migliori versioni. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine), che apriva il secondo LP del Blonde On Blonde originale, ha un arrangiamento frenetico ed una performance urlata che ricorda molto la versione live che Bob immortalò su Before The Flood; Temporary Like Achilles diventa uno splendido e vibrante honky-tonk pieno di ritmo, praticamente un’altra canzone, Absolutely Sweet Marie, già irresistibile in origine, è un country’n’roll spedito come un treno, impossibile stare fermi, mentre 4th Time Around resta abbastanza simile a quella conosciuta, anche se steel e banjo le donano un sapore decisamente roots. La breve Obviously Five Believers, altro bluegrass dalla velocità incredibile, precede il gran finale di Sad Eyed Lady Of The Lowlands, una delle canzoni più personali di Bob (era dedicata all’allora moglie Sara), che qui diventa una sontuosa roots ballad, degna chiusura di un disco strepitoso ed imperdibile.

Non pensate che solo perché Blonde On Blonde è uno dei più grandi dischi mai incisi rifarlo da capo a piedi sia facile: gli Old Crow Medicine Show ci hanno provato aggiungendo il loro tocco magico, ed il risultato finale li conferma come uno dei migliori gruppi attualmente in attività.

Marco Verdi

Il Nuovo Capitolo Del “Cantore” Della Solitudine. Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles

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Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles – Gypsy Eyes Music

Da quando è tornato sobrio, esclusivamente per merito di sua moglie Cindy, il buon Malcolm Holcolmbe sembra rinato a nuova vita musicale, incidendo periodicamente negli ultimi anni una serie di ottimi lavori come Down The River (12), Pitiful Blues (14), The RCA Sessions (15), e Another Black Hole (16), tutti recensiti da chi scrive, su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2016/03/09/leggenda-dellunderground-americana-malcolm-holcombe-another-black-hole/ . Di conseguenza, di questo signore e della sua vita avventurosa, i lettori di questo blog sanno già tutto, quindi tralascio di ripercorrere per l’ennesima volta le sue note biografiche e la sua carriera, che lo hanno portato ad incidere questo undicesimo album in studio. Una delle prime cose che si nota ascoltando Pretty Little Troubles, è il forte contrasto tra la musica e la voce di Malcolm, e questo lo si deve in gran parte al noto polistrumentista e produttore Darrell Scott (autore in passato di svariati ottimi lavori solisti), che ha radunato negli Outlaw Music Sanctuary Studios in quel di Crawford nel freddo Tennessee, una serie di eccellenti musicisti, tra i quali il fidato Jared Tyler al dobro, mandolino e voce, Verlon Thompson alle chitarre acustiche e slide, Marco Giovino alla batteria, Dennis Crouch al basso, Joey Miskulin alla fisarmonica, e il bravo Kenny Malone alle percussioni, senza dimenticare il contributo di stagionati turnisti di area come Jelly Roll Johnson, Mike McGoldrick, e Jonathan Yudkin,  tutti impegnati ad assecondare Holcombe e la sua chitarra, suonata come sempre con il suo personalissimo “fingerpicking”.

I “piccoli problemi” di Malcolm si aprono  sulla sorprendentemente “bluesy”  Crippled Point O’View, con un arrangiamento leggermente funky, a cui fanno seguito la commovente Yours No More (dedicata agli immigrati, il country-folk quasi da “campi di cotone” di una briosa Good Ole Days, la sofferta elegia di Outta Luck, con in sottofondo l’armonica di Jelly Roll Johnson. Troviamo anche l’atmosfera “zingaresca” della bellissima South Hampton Street, dove oltre alla voce di Holcombe svetta la fisarmonica di Miskulin, come pure nella seguente splendida ballata Rocky Ground, mentre la title track Pretty Little Troubles è di nuovoun moderno blues acustico, eseguito come lo avrebbe suonato il bravo Steve Seasick, per poi passare alla divertente Bury, England, dove il dobro di Jared Tyler gareggia in bravura con la chitarra di Malcolm. Il sound spoglio e acustico di Pretty Little Troubles si manifesta anche nella chitarra e voce di Damm Weeds, per poi ampliarsi con una strumentazione da brano  celtico come in The Eyes O’Josephine, una ballata romantica popolare senza tempo, e avviarsi alla fine dei “problemi” con una rustica e incalzante The Sky Stood Still, valorizzata alle corde dal bravo Jonathan Yudkin, e chiudere con gli accordi crepuscolari di una intima e scarna We Struggle.

Questo “signore” ormai lo ascolto da oltre vent’anni, e oggi come ieri Malcolm Holcombe mi pare un cantautore apparentemente di un’altra epoca, in quanto principalmente il nostro in fondo è un musicista di montagna, che scrive canzoni sempre intriganti (soprattutto quelle basate sulle proprie esperienze), con una voce che raschia in gola e raccoglie ogni suono, partendo dal primo Dylan, passando per Johnny Cash, e finendo con il Tom Waits più notturno. Amato da molti musicisti (in primis da Steve Earle e Lucinda Williams) e riconosciuto dalla critica internazionale, Holcombe si conferma un artista essenziale nel proporre il suo “talkin’ blues”, raccontando storie di provincia che lui vive sulla propria pelle (come in questo ultimo Pretty Little Troubles), cantate con voce calda e profonda, con risultati che lo innalzano ancora una volta alla pari dei grandi storytellers americani, e verso il “gotha”, se esiste, dei cantautori di culto!

Tino Montanari

Un Disco Più Da “Cantautore Classico”, Ma Sempre Grande Musica! Rodney Crowell – Close Ties

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Rodney Crowell – Close Ties – New West CD

Rodney Crowell è giustamente uno dei più apprezzati songwriters americani, fin dagli esordi nella seconda metà degli anni settanta con i suoi primi tre dischi, album di ottimo Texas country nei quali trovavano spazio le due canzoni per le quali è più conosciuto, Ain’t Living Long Like This (anche il titolo del suo debutto del 1977) e ‘Til I Gain Control Again, ma anche altri brani resi popolari da altri, come An American Dream (Nitty Gritty Dirt Band), Shame On The Moon (Bob Seger) e Stars On The Water (Jimmy Buffett). Crowell è uno di quegli artisti che difficilmente sbaglia un disco, in quanto anche negli anni ottanta, decade di maggior popolarità per lui soprattutto con l’album Diamonds & Dirt, non ha mai perso di vista la qualità; dopo che gli anni novanta lo hanno visto piuttosto nelle retrovie, con il nuovo millennio Rodney ha ricominciato a fare musica con regolarità ed ottimi risultati, grazie a dischi come The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. L’ultimo suo lavoro da solista (in mezzo ci sono infatti i due bellissimi album con Emmylou Harris, della cui band il nostro è stato in passato chitarrista) è Tarpaper Sky (2014), a mio parere il suo album migliore tra quelli pubblicati negli ultimi quindici anni, un disco ispiratissimo e con alcune tra le sue canzoni migliori come le splendide The Long Journey Home ed il toccante omaggio a John Denver Oh What A Beautiful World; a tre anni di distanza Rodney ci consegna un CD nuovo di zecca, Close Ties, un lavoro molto diverso dal suo predecessore.

Se infatti Tarpaper Sky era contraddistinto da sonorità decisamente countryeggianti e da brani diretti ed orecchiabili, Close Ties è una collezione di canzoni dall’approccio molto più intimo, pacato, chiaramente cantautorale, con una strumentazione in gran parte acustica e la sezione ritmica neppure presente in tutti i dieci brani. L’influenza principale del disco è sicuramente Guy Clark, sia per il tipo di sonorità sia per il fatto che la sua figura è protagonista anche a livello di testi in due dei brani chiave del disco, non nel senso che ne è co-autore ma proprio perché viene nominato: Guy in passato è stato fondamentale per l’inizio della carriera di Crowell, lo ha aiutato a muovere i primi passi (insieme all’amico Townes Van Zandt), e questo Rodney non lo ha certamente dimenticato: Close Ties si può quindi considerare come un sincero omaggio a Clark (ed anche a sua moglie, come vedremo) ad un anno circa dalla sua scomparsa. Tra i pochi sessionmen presenti, vorrei citare almeno Steuart Smith, Tommy Emmanuel, Audley Freed e Richard Bennett, quattro ottimi chitarristi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del disco (e ci sono anche due duetti vocali che vedremo tra breve). Apre l’album l’autobiografica East Houston Blues, un country-blues acustico dal sapore rurale, caratterizzato da un ottimo intreccio chitarristico tra Rodney ed Emmanuel ed una leggerissima percussione; anche Reckless ha un arrangiamento stripped-down, ma il suono è ricco, con ben tre chitarristi ed un organo a pompa, ed un motivo di ispirazione western piuttosto cupo, ma dal grande pathos, mentre Life Without Susanna, dedicato proprio alla moglie di Clark, ha un ritmo più sostenuto ed un suono corposo, merito anche di un pianoforte e della sezione ritmica: gran bella canzone, comunque.

Niente affatto male neppure It Ain’t Over Yet, una country song discorsiva nel tipico stile del nostro, impreziosita degli interventi vocali di John Paul White e dall’ex moglie di Rodney Rosanne Cash, con una strumentazione parca ma decisamente fluida; I Don’t Care Anymore prosegue con il mood intimista, altra ballata dal passo cantautorale  con un leggero feeling blues ed un crescendo progressivo di sicuro impatto, mentre I’m Tied To Ya è un duetto con Sheryl Crow, un altro slow dal passo malinconico e con i soliti ottimi passaggi strumentali (tra cui uno dei rari assoli elettrici del disco): la bella voce di Sheryl, dal canto suo, aggiunge profondità al pezzo. La pianistica Forgive Me Annabelle è splendida, con una melodia toccante e profonda, cantata con grande sentimento da Crowell, probabilmente il miglior brano del CD, una vera zampata d’autore; ottima anche Forty Miles From Nowhere, limpida e solare e contraddistinta dalla solita classe (e superbo l’accompagnamento di piano e chitarra), mentre Storm Warning è il pezzo più rock del disco, e dimostra che Rodney non ha affatto perso la grinta, ma l’ha solo momentaneamente messa da parte in favore dei sentimenti. Il CD si chiude con Nashville 1972, dal bel testo che rievoca gli inizi del nostro (e nel quale cita Willie Nelson, Townes Van Zandt, Steve Earle, Richard Dobson, Bob McDill e Tom T. Hall, oltre ancora Guy Clark), un’altra bellissima canzone costruita intorno a due chitarre ed un organo, che sarebbe piaciuta molto proprio a Clark: degno finale dell’ennesimo bel disco da parte di Rodney Crowell.

Marco Verdi

Sono Tornati Ai Livelli Di Un Tempo! Mavericks – Brand New Day

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Mavericks – Brand New Day – Mono Mundo/Thirty Tigers CD

I Mavericks si possono tranquillamente definire un gruppo dalle due carriere. Da sempre guidati dal carismatico Raul Malo, grande cantante di origine cubana, hanno conosciuto il loro momento di maggior splendore negli anni novanta, decade nella quale, con cinque album nei quali palesavano una crescita progressiva, erano giustamente considerati una delle band migliori in America, grazie ad un cocktail unico di rock, pop, country, tex-mex e musica latina, unito ad una grande facilità di scrivere brani immediati e ad un gran senso del ritmo. Dischi come Music For All Occasions e Trampoline erano quanto di meglio si poteva ascoltare in quel momento in tema di musica crossover. Poi il gruppo è entrato in modalità stand-by, Malo ha pubblicato nel 2001 un ottimo album da solista (Today) e, all’indomani di quello che è certamente il loro disco più stanco ed involuto (The Mavericks, 2003) i nostri hanno ufficializzato una separazione che era già nell’aria da tempo. Dopo una serie di lavori del solo Malo di qualità altalenante, e nei quali tentava di intraprendere diverse strade non sempre con lo stesso successo (anche quella del crooner nel poco riuscito Afterhours), i nostri hanno saggiamente deciso di riunirsi all’inizio della decade attuale, ricominciando da zero: In Time, 2013, e Mono, 2015, erano due buoni lavori in cui Malo e soci riprendevano in mano il vecchio suono, ma sembravano due lavori professionalmente validi ai quali però mancava la scintilla dei bei tempi.

Ora però i ragazzi hanno dato alle stampe Brand New Day, un disco potente, ispirato, convincente, in una parola splendido, che ci fa ritrovare all’improvviso i Mavericks degli anni novanta: l’album è infatti una miscela di stili che vanno dal country al pop anni sessanta, al sound Messicano fino ai ritmi cubani, dieci brani scintillanti e con un suono davvero spettacolare (merito della produzione, nelle mani dello stesso Malo e di Niko Bolas, il produttore preferito da Neil Young, ma che ha anche collaborato con Warren Zevon e Melissa Etheridge). Oltre a Malo, fanno parte della band il chitarrista Eddie Perez, il batterista Paul Deakin ed il tastierista Jerry Dale McFadden (il loro bassista storico Robert Reynolds è stato allontanato per problemi legati alla droga), mentre nel disco ci sono anche diversi collaboratori, tra cui meritano una segnalazione Ed Friedland, che di fatto ha preso il posto di Reynolds al basso pur non entrando a far parte del gruppo, lo straordinario fisarmonicista Michael Guerra, il cui strumento dona un sapore messicano a quasi tutti i pezzi, ed i cori delle famose McCrary Sisters. Ma al centro di tutto ci sono Malo, la sua grande voce, i suoi compagni di viaggio e la loro voglia di tornare ad essere quelli di un tempo: Brand New Day è dunque un grande disco, la cui unica cosa davvero brutta è forse la copertina. Si inizia subito a godere con Rolling Along, un brano mosso che profuma di Messico, con al centro la fisa e le trombe mariachi e la grande voce di Malo che si staglia potente, una melodia sixties ed un banjo a dare un sapore country: gran ritmo e suono splendido (una costante di tutto il disco).

La title track è caratterizzata da un possente wall of sound di spectoriana memoria ed il solito feeling anni sessanta (altro filo conduttore di quasi tutte le canzoni), un pezzo maestoso e davvero magnifico; la vivace Easy As It Seems mescola alla grande rock, ritmi cubani ed atmosfere retro, ricordando non poco i Los Lobos di Kiko (quindi i migliori), altro pezzo irresistibile, mentre I Think Of You, dominata come al solito dalla vocalità potente di Raul, è un raffinato pezzo dal mood leggermente jazzato e con la solita melodia romanticona, suonato in punta di dita ma con la solita grande classe. Goodnight Waltz è una ninna nanna tra Messico e jazz, con la fisa da una parte ed il sax dall’altra che si contendono la scena, e Malo che intona un motivo da ballo della mattonella, Damned (If You Do) è il brano più rock finora, anche se i contatti col Messico non mancano, il solito cocktail irresistibile e pieno di ritmo e forza in cui i nostri sono maestri, I Will Be Yours è uno scintillante slow alla Roy Orbison (e pure con la voce ci siamo), con in più il solito Mexican touch garantito dalla splendida fisa di Guerra, per un altro risultato da applausi. La spedita Ride With Me è uno stimolante mix tra rock’n’roll e big band music, con un tocco di blues, I Wish You Well ci riporta dalle parti di Orbison, un lento delizioso con la consueta gran voce di Malo a nobilitare il tutto, mentre For The Ages, che chiude il CD, è una roboante country song dal solito suono ricco e potente, un gustoso rimando al suono degli esordi, quando i nostri erano considerati principalmente una country band.

Non solo Brand New Day è il miglior disco dei Mavericks dalla loro reunion (e si mette sullo stesso piano dei loro lavori più riusciti), ma è anche uno dei più belli di questi primi quattro mesi del 2017: da non perdere.

Marco Verdi

Meglio Tardi Che Mai, Quando Meritano! Dori Freeman – Dori Freeman

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Dori Freeman – Dori Freeman – Free Dirt Records

Ecco un altro nome da appuntarsi per chi ama le voci femminili di qualità. Dori Freeman ha esordito con questo CD omonimo ormai all’incirca un anno fa, nel marzo del 2016, ma, come diceva Catalano, meglio parlarne tardi che non parlarne del tutto. Per cui colmiamo questa lacuna spendendo alcune parole di elogio per inquadrare il lavoro di questa cantautrice, che viene dalle colline della Virginia, dove è nata circa 25 anni, e dove attualmente risiede, in quel di Galax. Proviene da una famiglia di musicisti, sia il babbo che il nonno suonavano a livello professionale nell’ambito della grande tradizione della musica degli Appalachi: quindi country e folk music nel DNA di questa cantante, che però nel suo debutto (anche se esisterebbe un autoprodotto Porchlight del 2011, dove partecipava anche il babbo Scott), oltre a mostrare le influenze appena citate inserisce anche diversi elementi di “Americana”, grazie all’intervento come produttore di Teddy Thompson (il figlio di Richard, ma che ve lo dico a fare) e di una pattuglia di ottimi musicisti, guidati da Jon Graboff, alle chitarre e pedal steel, che conosciamo per le sue collaborazioni con Laura Cantrell, Shooter Jennings, Neal Casal, Norah Jones e una miriade di altri, il tastierista Erik Deutsch, anche lui con Jennings, Carrie Rodriguez, Erin McKeown; Alex Heargreaves, già al violino con Sarah Jarosz, è presente in un paio di brani, mentre Jeff Hill, basso e Rob Walbourne, batteria, entrambi del giro della Thompson Family, completano la formazione.

La Freeman tra le sue influenze cita anche Rufus Wainwright , oltre a Doc Watson, Iris Dement, Louvin Brothers, Linda Ronstadt: insomma dai nomi sciorinati finora si intuisce che la musica che andiamo ad ascoltare in questo CD, finanziato con l’ormai immancabile crowdfunding della Kickstarter Campaign, potrebbe riservarci delle piacevoli sorprese. Se vi piacciono Emmylou Harris (di cui riprende qualche anche inflessione vocale), Nanci Griffith, e alcuni dei nomi che ricorrono poco sopra, potreste fare un pensierino su questo disco, magari non vi cambierà la vita, ma la renderà sicuramente più piacevole. Le canzoni gravitano intorno a relazioni amorose, la fine delle stesse, il desiderio di essere indipendenti, ma anche di incontrare anime gemelle, insomma i soliti elementi che animano la buona musica tradizionale, country o folk che sia. All’inizio più folk, come nella delicata elegia di You Say, solo la voce pura e deliziosa di Dori, un basso e una chitarra acustica, molto Griffith o Emmylou nei loro momenti più intimi, e anche nella successiva Where I Stand, dove intreccia delle splendide armonie vocali con il suo produttore Teddy Thompson, in un altro cristallino brano di impianto acustico. Ma anche quando il suono si fa più corposo e entrano gli altri strumenti, per esempio nel country old fashioned e “valzerato” della incantevole Go On Lovin’, dove pedal steel, violino e piano rievocano atmosfere di una purezza senza tempo, mentre lei canta con grande trasporto.

Oppure nella corposa Tell Me, dove il suono si fa più elettrico, ma quasi con riserbo e precauzione, senza esagerare, sempre con garbo e delicatezza, in equilibrio tra antico e moderno. E ancora nella mossa Fine, Fine, Fine, che grazie alle incisive armonie di Thompson, rievoca le collaborazioni di Carlene Carter (la “figlioccia” di Johnny Cash fra pochi giorni di nuovo in pista come partner di John Mellencamp), in terra d’Albione con l’ex marito Nick Lowe e Dave Edmunds, ricordato nello splendido break chitarristico di Jon Graboff. Molto bella anche l’elettroacustica e avvolgente Any Wonder, provvista di una squisita melodia, tra Norah Jones e Natalie Merchant, e qualche tocco delle grandi cantanti pop degli anni ’60. In Ain’t Nobody si tenta anche la strada impervia ed impegnativa del canto a cappella, risolta con ingegno grazie all’accompagnamento provvisto solo dallo schioccare delle dita che rievoca lo spirito di un brano come Sixteen Tons; ancora struggente country music di stampo sixties nella adorabile Lullaby, che ricorda la Norah Jones dei Little Willies, con la twangy guitar di Graboff e il piano di Deutsch in bella evidenza. A Song For Paul, nuovamente in coppia con Teddy Thompson, rivela quell’amore per le canzoni strappalacrime dei Louvin Brothers, mentre la conclusiva Still A Child è di nuovo un tuffo nella migliore country music, con fiddle, piano e pedal steel a carezzare la garbata e classica voce della Freeman che ci riporta alla purezza della tradizione, tramandata alle nuove generazioni.

Una volta si usava il carciofo contro il logorio della vita moderna, ma volendo si può usare anche la (buona) musica.

Bruno Conti

Una Superstar Di Nashville Che Fa Anche Buona Musica! Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU

brad paisley life amplified world tour

Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU – City Drive CD/DVD

Brad Paisley è la classica eccezione che conferma la regola, essendo la prova vivente che a Nashville ogni tanto si può vendere tantissimo facendo del vero country e non del pessimo pop: oltre a lui mi vengono in mente solo Alan Jackson e, qualche volta, Kenny Chesney, anche se Paisley può vantare vendite maggiori, avendo avuto i suoi ultimi otto album (su dieci totali, escludendo quindi quello natalizio) tutti al numero uno della classifica country. Brad è bravo, non annacqua le sue sonorità, ha il senso del ritmo ed una decisa propensione ai suoni elettrici anche perché, e qui è veramente una mosca bianca, è anche un eccellente chitarrista. Per farsi un’idea del profilo che ha raggiunto, basti pensare che nel suo nuovissimo album Love And War (in uscita quando leggerete questa recensione) è previsto un duetto con Mick Jagger ed un brano scritto a quattro mani con John Fogerty, due personaggi non esattamente usi a collaborazioni esterne (e di solito l’ex Creedence i brani che scrive li mette solo sui suoi dischi *NDB Però anche due brani con Timbaland!!!). Life Amplified World Tour: Live From WVU è il primo album dal vivo del nostro, a parte lo “strano” Hits Alive, registrato lo scorso anno a Morgantown, presso la famosa West Virginia University (giocando quindi in casa, essendo Brad nativo proprio della Virginia dell’Ovest), e non fa che confermare la sua bravura come frontman, in più con un pubblico che conosce a memoria il suo repertorio.

In realtà il progetto è principalmente un DVD, comprendente venti canzoni (il concerto completo), mentre la recensione che leggete si basa sul CD accluso che ne contiene solo dodici (manca tutta la parte centrale ed il brano conclusivo, Alcohol), anche se il tutto è più che sufficiente per farsi un’idea. Country-rock tosto e chitarristico, musica elettrica anche nei pezzi più lenti, unita a melodie di immediata fruibilità (e qualche volta un po’  ruffiane, ma lo perdoniamo), il tutto con una backing band, The Drama Kings, ampiamente rodata, tra i cui membri spiccano lo steel guitarist Randle Currie, il violinista Justin Williamson e la potente sezione ritmica formata da Kenny Lewis al basso e Ben Sesar alla batteria. Dopo un’introduzione un tantino esagerata e magniloquente a base di Also Sprach Zarathustra (la utilizzava anche Elvis, ma era, appunto, Elvis) il concerto parte in quarta con la trascinante Crushin’ It, un rockin’ country chitarristico e grintoso, ma dotato di un bel refrain, il modo migliore per dare il via alla serata. American Saturday Night è anche meglio, un rock’n’roll dal tocco country, ideale per essere suonato dal vivo, il tipico brano che fa saltare tutti (e poi il pubblico pende dalle sue labbra), mentre Perfect Storm è una slow ballad che calma un po’ gli animi, anche se la strumentazione si mantiene elettrica e di impianto rock.

Country Nation è ancora forte e vigorosa, si sente che Paisley non è un pupazzo ma un musicista vero, e lo dimostra anche con la seguente Old Alabama, altra canzone potente e dai toni quasi southern, appena stemperati dall’uso del violino; Then, per contro, è un lento di grande intensità, con un motivo toccante e che il pubblico dimostra di conoscere a menadito, mentre con Beat This Summer, un vero e proprio singalong country-rock, la temperatura inizia a risalire. Lo scintillante honky-tonk elettrico I’m Gonna Miss Her, puro country, e la roboante River Bank precedono l’unica cover del CD (ma nel DVD c’è anche una versione del classico di Merle Haggard Mama Tried), ovvero Take Me Home, Country Roads, la signature song per antonomasia di John Denver ed inno non ufficiale della West Virginia, proposta in una breve ma sentita rilettura acustica, durante la quale anche l’audience in sala fa la sua parte. Il finale, con Brad che ha il pubblico ormai ai suoi piedi, vede la coinvolgente Southern Comfort Zone, dal ritmo acceso ed ottima performance da parte del leader, e la possente Mud On The Tires, altro rockin’ country con le chitarre in primissimo piano e ritornello diretto ed immediato.

Se la media dei countrymen americani fosse al livello di Brad Paisley, non esisterebbe un “problema” Nashville.

Marco Verdi

Le Buone Tradizioni Di Famiglia! Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote

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Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote – BFD CD

I Wilson Fairchild, duo musicale formato da due cugini provenienti dalla Virginia, Wil e Langdon Reid, è uno dei rari casi di una band che cambia nome a carriera in corso: i due infatti avevano iniziato la carriera, pubblicando anche un paio di CD, come Grandstaff, ma poi pare che il nome creasse problemi ad essere compreso e così lo hanno mutato in Wilson Fairchild, ottenuto mettendo insieme i loro middle names (non che adesso il nome sia così memorizzabile). Indagando più a fondo, però, ho scoperto che i due altri non sono che i figli di Don e Harold Reid, cioè i due membri più importanti degli Statler Brothers, gruppo vocale country-gospel famoso negli anni sessanta e settanta (ma che hanno fatto dischi fino al 2002), il quale, pur avendo vinto diversi premi come gruppo country vocale dell’anno, deve gran parte della sua notorietà al fatto di essere stati per anni al servizio di Johnny Cash. Ma i due Reid Senior, che erano tra l’altro gli unici fratelli all’interno del gruppo (Statler era un nome di fantasia, preso da una marca di fazzoletti di carta!), hanno scritto anche diverse canzoni, nove delle quali sono entrate a far parte di questo CD di debutto dei figli Wil e Langdon (è il loro primo full length, alle spalle hanno solo un EP uscito nel 2013), intitolato significativamente Songs Our Dads Wrote.

Un omaggio sincero e sentito alle loro origini, un lavoro che mostra rispetto per il passato ed amore per la musica, due cose che oggi sono purtroppo sempre più rare: per far meglio risaltare la bellezza delle canzoni i Reid Jr., che sono tra l’altro dotati di due gran belle voci, hanno deciso di rivestire le melodie con il minimo indispensabile di strumenti, una scelta che fa loro onore, anche se commercialmente non avranno grandi benefici. Infatti in queste dieci canzoni (l’ultima, The Statler Brothers Song, è l’unica scritta dai figli e non dai padri, e tra l’altro già pubblicata 8 anni fa con la vecchia “ragione sociale”) troviamo solo le due chitarre acustiche dei nostri, l’armonica di Buddy Greene, una leggera percussione ad opera di Andy Hubbard ed un dobro in un paio di brani: nient’altro, a parte alcuni interventi vocali di Jimmy Fortune, un ex membro degli Statler Brothers anche se solo dal 1983. Le canzoni sono tutte molto belle, sia quando vengono riproposte con l’arrangiamento simile all’originale sia quando assumono un approccio più moderno, ed il lavoro dei due cugini è doppiamente meritevole, in quanto ci fanno riscoprire un gruppo oggi abbastanza dimenticato.

Il disco inizia benissimo con la bella Left Handed Woman, una limpida country song dalla melodia fluida e diretta, solo con le due chitarre dei nostri e l’armonica (che è quasi lo strumento solista), ma non si sente la mancanza di altro: se volete un termine di paragone, sembra di sentire una versione stripped-down della Nitty Gritty Dirt Band d’annata. Nella deliziosa I’ll Even Love You Better Than I Did Then, c’è anche una percussione appena accennata, che dona maggiore profondità ad un brano decisamente bello e fruibile, con i due che armonizzano davvero bene, mentre How Are Things In Clay, Kentucky? è quasi più folk che country, e mantiene le caratteristiche dei due brani precedenti, cioè una melodia semplice ma di spessore allo stesso tempo, con il solito accompagnamento scarno ma perfettamente bilanciato. Si sente che le canzoni sono state scritte in un’altra epoca, anche se l’approccio dei nostri è piuttosto contemporaneo: la pura e tersa She’s Too Good vede affacciarsi un dobro, Second Thoughts e Some I Wrote sono due scintillanti country songs ancora dal motivo classico e di presa sicura, con un refrain splendido la prima ed un’atmosfera d’altri tempi la seconda. Guilty rimanda direttamente ai canti folk appalachiani, ritmo spedito ed ottimo ritornello corale, mentre con la cristallina A Letter From Shirley Miller torniamo ai giorni nostri, per una squisita country ballad dall’aria nostalgica. L’album si chiude con la veloce He Went To The Cross Loving You, un brano originariamente di matrice gospel che i nostri trasformano in un riuscito country tune bucolico, e con la già citata The Statler Brothers Song, un sentito omaggio dei due ai propri padri, che pone termine ad un vero e proprio labor of love, e che è una dimostrazione pratica che il futuro ha le radici nel passato.

Marco Verdi

Sempre A Proposito Di “Giovanotti”, Un Promettente Texano! Augie Meyers – When You Used To Be Mine

augie meyers when you used to be mine

Augie Meyers – When You Used To Be Mine – El Sendero CD

Augie Meyers in Texas è una vera è propria leggenda, avendo militato per anni prima nel Sir Douglas Quintet e poi, sempre a fianco di Doug Sahm, negli splendidi Texas Tornados. Ma Meyers è soprattutto un formidabile pianista ed organista, e ha suonato come sessionman con una lunghissima serie di grandi musicisti, tra i quali vale la pena ricordare Bob Dylan, Tom Waits, John Hammond, Willie Nelson e Tom Jones. Ma Augie negli anni ha portato avanti una carriera parallela come solista, fatta di dischi tutti di buona fattura ispirati dalla country music più classica, carriera che negli ultimi anni (cioè da quando, a seguito della morte di Sahm e Freddy Fender, i Tornados si sono sciolti) è stata abbastanza prolifica, con praticamente un’uscita all’anno da almeno un lustro a questa parte. When You Used To Be Mine è il titolo del nuovissimo CD di Augie, ennesimo bel disco di puro country texano, molto classico e stranamente senza le contaminazioni tex-mex per le quali il nostro è famoso; con ottimi musicisti in session (tra cui John Carroll alla chitarra solista, Tommy Detamore, maestro della steel guitar, e Bobby Flores al violino), When You Used To Be Mine presenta il consueto mix di brani originali scritti da Meyers (sei) e cinque covers scelte con cura, il tutto cantato da Augie con attitudine da consumato performer e, non dimentichiamolo, suonato al meglio dal ristretto gruppo di amici, nel quale certo non manca il pianoforte del leader. Non è un capolavoro, forse nessuno dei suoi album lo è mai stato, ma potete stare sicuri che se gli darete fiducia vi farà trascorrere una mezz’oretta davvero piacevole.

La title track, posta in apertura del CD, è un delizioso swing d’altri tempi, raffinato e cantato da Augie con tono confidenziale, ed un’ottima prestazione del violino; Belize è un godibilissimo country-rock texano, dal ritmo alto e vicino a certe cose di Jerry Jeff Walker, una bella steel ed un accenno caraibico nel finale, mentre The Blues Come Around è un pezzo tra i meno noti di Hank Williams, ripreso con assoluta aderenza al suono del grande Hank: Meyers ha la voce giusta, e classe ed esperienza non gli mancano di certo. Con I Used To Pull Your Pigtails siamo ancora in pieno Texas, un trascinante country-rock proposto con il solito stile scanzonato, Image Of Me (una vecchia hit per Conway Twitty) è un honky-tonk lento, che più classico non si può, I Wanna Fall In Love Again è puro country, limpido, orecchiabile ed al quale il carisma di Augie dona il tocco in più. The Fool (scritta da Lee Hazlewood) è un pezzo che nelle mani sbagliate potrebbe risultare addirittura banale, ma che il nostro nobilita con classe e nonchalance; la spedita I Get Off When You Turn It On è country-grass, godibile e divertente, così come la cover dell’arcinota Maybellene, con in più quel tocco country che l’originale di Chuck Berry non aveva. Il CD si chiude con la tersa e leggermente più roccata Sunny Side Of My Life (un successo in passato per Merle Haggard e Roger Miller) e con la squisita Walking In The Footsteps Of The Lord, un country-gospel dal ritmo sostenuto e con un bellissimo assolo di pianoforte, tra le più riuscite del dischetto.

Anche se in tarda età (quest’anno sono 77), Augie Meyers si è messo a fare musica con una continuità mai avuta prima, e questo non può che farci piacere.

Marco Verdi

Probabilmente Il Suo “Capolavoro”! Marty Stuart – Way Out West

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Marty Stuart & His Fabulous Superlatives – Way Out West – Superlatone CD

La carriera di Marty Stuart è sempre stata legata a doppio filo a quella di Johnny Cash, a partire dai primi anni ottanta nei quali era il chitarrista della backing band dell’Uomo in Nero (e sposò pure una delle sue figlie, Cindy, anche se i due divorziarono dopo soli cinque anni). Poi Marty lasciò questo incarico, che comunque era servito ad insegnargli più di un segreto del mestiere, per intraprendere una remunerativa carriera solista all’insegna di un country molto energico, sulla falsariga di gente come Dwight Yoakam e Travis Tritt (con il quale incise più di un duetto). Poi, all’inizio del nuovo secolo (e dopo aver dato alle stampe il bellissimo concept The Pilgrim nel 1999), Marty fondò i Fabulous Superlatives, una band formidabile in grado di suonare qualsiasi cosa (formata da Kenny Vaughan alla chitarra, Chris Scruggs al basso e Harry Stinson alla batteria), ed iniziò a pubblicare una serie di dischi nei quali recuperava mirabilmente il vero suono country delle origini, opportunamente rivitalizzato dal suono tosto del suo nuovo gruppo, veri e propri dischi a tema che si rifacevano direttamente ai lavori che Cash sfornava negli anni sessanta, tra brani originali e qualche cover. Ecco quindi CD che parlavano degli indiani d’America (Badlands), altri costruiti intorno alla figura quasi mitologica del treno (Ghost Train), oppure album di puro country-gospel (Souls Chapel), tutte tematiche affrontate a suo tempo anche dal suo ex suocero.

Mancava forse un disco che affrontava il tema del vecchio west, mancanza oggi riparata con questo nuovissimo Way Out West, altro concept che, tra brani strumentali e cantati (quasi tutti originali, ci sono solo due cover e neppure così scontate), ci consegna un Marty Stuart in forma più che smagliante, che forse mette a punto il suo disco più bello ed intenso, grazie anche ad importanti novità dal punto di vista del suono. Infatti Way Out West non è solo un lavoro di country & western, ma per la prima volta Marty ed i suoi si cimentano anche con sonorità decisamente più rock, traendo ispirazione dal suono della California dei primi anni settanta (ed anche la copertina sembra quella di un album di quel periodo), tra Byrds, Flying Burrito Brothers e persino un tocco di psichedelia in puro stile Laurel Canyon. Il merito va senz’altro alla scelta vincente di avvalersi di Mike Campbell, chitarrista degli Heartbreakers di Tom Petty, come produttore e musicista aggiunto, il quale ha portato la sua esperienza di rocker all’interno del disco, fondendola in maniera splendida con le atmosfere decisamente western e desertiche create da Marty, e dando vita ad un album bello, stimolante e creativo, e che forse apre una nuova porta nella carriera di Stuart. Il CD si apre con un breve strumentale intitolato Desert Prayer, molto evocativo e con un canto indiano in sottofondo, che sfocia nella strepitosa Mojave, un western tune ancora strumentale, con echi di Ennio Morricone e Hank Marvin, chitarre a manetta e sezione ritmica subito in tiro.

Lost On The Desert è un vecchio brano poco conosciuto di Cash (ma non l’ha scritta lui), un valzerone classico ma suonato con piglio da rock band (si sente lo zampino di Campbell), davvero godibile, mentre Way Out West è il brano centrale del CD, e non solo perché gli dà il titolo (è anche il più lungo): inizio rarefatto, quasi alla Grateful Dead, poi entra la voce di Marty che un po’ parla e un po’ canta, mentre le chitarre ricamano di fino sullo sfondo, un pezzo country nelle tematiche ma decisamente rock nella struttura musicale. El Fantasma Del Toro è un altro strumentale guidato da una bella steel e da una chitarra flamenco, un tipo di brano che mi aspetterei di ascoltare in un western diretto da Quentin Tarantino; la delicata Old Mexico vede il ritorno di atmosfere country più canoniche, ed anche qui si nota che Marty è uno dei fuoriclasse del genere, un brano ancora figlio di Cash ma con l’imprimatur di Stuart, mentre Time Don’t Wait è uno scintillante folk-rock che ha il suono di Tom Petty: in questo disco Marty osa decisamente di più, e con risultati egregi.

Quicksand, ancora senza testo, ha un’andatura marziale e le solite grandi chitarre, Air Mail Special è la seconda cover, ed è il classico brano che non ti aspetti: infatti si tratta di un vecchio standard jazz (scritto da Benny Goodman e reso popolare da Ella Fitzgerald), ma il nostro lo trasforma in uno scatenato rockabilly, suonato alla velocità della luce. Torpedo, ennesimo strumentale, è ancora tra rock e surf music, eseguito al solito magistralmente, Please Don’t Say Goodbye è ancora decisamente bella, con la sua atmosfera d’altri tempi (quasi alla Chris Isaak) ed un quartetto d’archi che dona ulteriore spessore, mentre Whole Lotta Highway è un altro limpido folk-rock, orecchiabile, diretto e vibrante. Il CD si chiude con una ripresa vocale a cappella di Desert Prayer, con la fluida Wait For The Morning, ancora con echi di Tom Petty (ma stavolta quello più balladeer), ed una fantastica coda strumentale che riprende splendidamente il tema di Way Out West, il tutto affrontato con il solito approccio molto cinematografico.

Che Marty Stuart fosse sinonimo di qualità lo sapevo da tempo, ma che avesse nelle sue corde un disco di questo livello sinceramente no: imperdibile.

Marco Verdi