Veterani Ma Indipendenti, All’Insegna Della Purezza. Yonder Mountain String Band – Love, Ain’t Love

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Yonder Mountain String Band – Love, Ain’t Love – Frog Pad CD

La Yonder Mountain String Band, quintetto originario del Colorado, è ormai tra le realtà consolidate del cosiddetto movimento new grass. Pur rimanendo fieramente indipendente, la YMSB è infatti in attività da quasi vent’anni, si è costruita uno zoccolo duro di fans grazie anche alle esibizioni dal vivo, e ha pure una sua etichetta discografica personale: il suo percorso per certi versi è simile a quello degli String Cheese Incident, che però sono più rock e forse hanno dalla loro una maggiore creatività, anche se spesso tendono a partire per la tangente. La YMSB ha invece un approccio decisamente più tradizionale ed acustico, ed è una vera e propria string band, in quanto tutti e cinque i suoi elementi (Adam Ajala, Dave Johnston, Ben Kaufmann, Jacob Jolliff e Allie Kral) suonano strumenti a corda rigorosamente con la spina staccata, che siano chitarra, banjo, mandolino (Jolliff, uno dei più bravi), basso o violino, ma spesso con una forza tale che non ci si accorge dell’assenza della batteria. Un po’ come gli Old Crow Medicine Show (che però la batteria ce l’hanno e sono anche obiettivamente più bravi), hanno il loro punto di forza nelle esibizioni dal vivo, durante le quali i pezzi tratti dai loro album possono diventare vere e proprie jam: non si spiegherebbe altrimenti il fatto che, vicino ai sei album di studio pubblicati tra il 1999 ed il 2015, nella loro discografia trovano posto ben cinque dischi live, i vari volumi della serie Mountain Tracks.

Questo nuovissimo Love, Ain’t Love (l’equivalente del nostro “m’ama, non m’ama”), che esce a due anni da Black Sheep, prosegue il loro discorso, fatto di brani di pura country music con spiccate attitudini bluegrass, anche se la particolarità è che le canzoni non hanno il sapore di vecchi traditionals, ma bensì una struttura ed uno script moderni, soltanto che sono suonate con l’attitudine dei gruppi di un’altra epoca. Love, Ain’t Love ha tredici canzoni, tra pezzi strumentali ed altri cantati (da tutti i membri del gruppo), una produzione asciutta ad opera della band stessa ed un approccio ormai maturo e collaudato verso i vari brani, suonati tutti con grande perizia tecnica ma anche abbondante feeling: un dischetto dunque godibile e ben fatto, che non mancherà di soddisfare i numerosi estimatori del gruppo. Il brano di apertura, Alison, ha una melodia ed uno sviluppo moderni, quasi fosse un country-rock suonato però con strumenti acustici, un bel refrain ed i vari componenti del combo che iniziano a far sentire le loro abilità. Fall Outta Line è un breve strumentale in cui è il mandolino a fare da solista, ed il violino prende traiettorie trasversali, non necessariamente in sintonia con gli altri; Bad Taste è puro country, limpido e cristallino, e ricorda non poco certi episodi bucolici della Nitty Gritty Dirt Band, mentre Take A Chance On Me (gli Abba non c’entrano) è praticamente un altro strumentale, in quanto il testo si riduce ad un paio di frasi nel refrain, ed è un pezzo di bravura tra il mandolino di Jolliff e la chitarra di Ajala.

Chasing My Tail è una rock song acustica, me la immagino suonata con le chitarre elettriche, ma anche così ha il suo perché e denota una certa grinta, Used To It è l’unica canzone con il piano, che assume il ruolo di protagonista per una ballata intensa e non priva di pathos, mentre Eat In Go Deaf (Eat Out Go Broke) è la prima vera e propria grass jam, con il mandolino suonato in maniera velocissima e strepitosa ed il resto della YMSB che tiene il passo, per più di cinque minuti ad alto tasso di coinvolgimento strumentale. Dancing In The Moonlight è l’unica cover, ed è proprio il notissimo pezzo dei King Harvest, un gruppo dei primi anni settanta che è stato un vero one hit wonder: un motivo che credo conoscano tutti, con un arrangiamento che dona ancora più freschezza ad un pezzo già solare di suo, mentre con On Your Dime i nostri riprendono il filo della jam, una pura bluegrass song, stavolta cantata, con gli strumenti che viaggiano come treni; Kobe The Dog ha il banjo come protagonista, e di tutti i brani è forse quello che più sa di tradizione, a differenza della vivace Last Of The Railroad Men, che è sempre country ma con un sapore più attuale. Il CD si chiude con la tonica Up For Brinkley’s, dal ritmo forsennato, e con la caraibica e godibile Groovin’ Away, una sorta di reggae acustico che mostra ancora una volta che i nostri oltre che bravi sono anche creativi.

Un dischetto che mi sento quindi di consigliare, ovviamente se vi piace il genere.

Marco Verdi

Ancora Sulle Strade Della California! White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

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White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights – Unison/Earache Records

Quando devo parlare dei White Buffalo alias Jake Smith, non posso non immaginare questo corpulento ragazzone come uno dei tanti “bikers” che scorazzano e imperversano sulle strade della California (come nella famosa serie televisiva Sons Of Anarchy, da cui è stato saccheggiato varie volte, per utilizzare le sue canzoni nelle colonne sonore dello show), in sella alla leggendaria Harley Davidson. A soli due anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio Love And The Death Of Damnation http://discoclub.myblog.it/2015/09/25/altre-storie-moderno-storyteller-the-white-buffalo-love-and-the-death-of-damnation/ , il nostro amico si ripresenta con questo nuovo lavoro prodotto da Ryan Dorn e Bruce Witkin (anche ingegnere del suono, multistrumentista e bassista), registrato negli Unison Studios di Los Angeles, con una nuova “line-up” della band, composta per l’occasione dal batterista Abe Laboriel Jr. (Paul McCartney), che si alterna con Matt Cynott e dal tastierista Michael Thompson (Eagles e Don Henley), per un altro viaggio emozionante, dove come sempre ogni canzone ha un significato reale.

Il “focus” di questo disco è come sempre la sua voce versatile, che possiamo apprezzare a partire dall’iniziale Hide And Seek, brano con in primo piano una sezione ritmica granitica, che si manifesta anche nella successiva Avalon, mentre con Robbery si viaggia verso atmosfere diverse, con un suono lievemente “jazzato”, seguita da una ballata romantica e intimista come The Observatory. Si riparte di nuovo con il sound muscolare di una camaleontica Madam’s Soft, Madam’s Sweet, a cui fa seguito l’intrigante e accelerato blues di Nightstalker Blues, e ancora una “ballad” accorata e struggente come If I Lost My Eyes, passando anche per la galoppata western Border Town/Bury Me In Baja, con la band in grande spolvero. La parte finale vede tornare in primo piano la sezione ritmica con una coinvolgente The Heart And Soul Of The Night, per andare infine a chiudere con una ulteriore ballata incantevole I Am The Moon, supportata da pochi accordi di chitarra, la  magnifica voce di Jake Smith e poco altro.

Arrivato con questo Darkest Darks, Lightest Lights al sesto album (sicuramente un disco più elettrico rispetto ai precedenti), il nostro “biker” rimane un cantautore difficile da decifrare, in quanto in questo breve lavoro (solo 34 minuti) si spazia dal rock stradaiolo al folk, dal blues al country con sfumature soul, confermando di essere un musicista completo, dotato, come detto, di una voce notevole e particolare, un autore che scrive canzoni con testi forti che parlano spesso di fuorilegge, eroi perdenti e mancati (almeno nei primi album), come pure di sofferenze, tradimenti e dolori, capace anche di manifestare dolcezza e amore, tramite una rilettura personale che scava nella storia e nella cultura di alcune problematiche radici Americane. Quindi se volete conoscere il mondo di White Buffalo o Jake Smith, che dir si voglia, non dovete fare altro che acquistare e ascoltare i suoi dischi, e se non siete astemi  magarisorseggiare del buon Bourbon, mentre sognate di viaggiare su una Harley Davidson d’annata.

Tino Montanari

E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

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Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi

Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

tom russell folk hotel

Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Con Babbo, Fratello, Zia e Cugine “Acquisite” Al Seguito, Non Male. Lukas Nelson And Promise Of The Real

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Lukas Nelson & Promise Of The Real – Lukas Nelson & Promise Of The Real –Fantasy/Concord//Universal

Lukas Nelson, non ce lo possiamo nascondere, è il figlio di Willie Nelson, uno dei sette, insieme all fratello Micah, il più giovane della discendenza. Il suo primo disco, sempre omonimo, era uscito nel 2010, a livello indipendente, poi ne hanno fatti uno per la Warner e un altro indie, e questo quindi è il quarto album: in mezzo i Promise Of The Real sono diventati la band di Neil Young, prima per il discreto (per il sottoscritto, http://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ a Marco era piaciuto) The Monsanto Years e poi per lo “strano” Live Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ .Si parlava anche di un ennesimo disco in coppia con il canadese (e infatti era uscito il video per un brano nuovo Children Of Destiny,  ma per ora non se ne è fatto nulla https://www.youtube.com/watch?v=4RKBUG9VLFU ), ma a sorpresa esce questo nuovo CD,: il fratello Micah Nelson è stato retrocesso ad ospite, al piano e banjo in un brano, mentre il resto della famiglia è presente tutta, babbo Willie con chitarra Trigger al seguito in Just Outside Of Austin, dove appare anche al piano la zia Bobbie Nelson. Volendo, come ospiti, ci sarebbero anche le “cuginette” acquisite Lucius (sentite nel recente disco di Roger Waters), presenti in cinque brani, e la “lontana cugina italiana” Lady Gaga, in due brani, dove non fa disastri, in uno indistinguibile, potrebbe cantare chiunque, anche Janis Joplin risorta, nell’altro Find Yourself, uno dei pezzi migliori del disco, persino brava.

La formazione è diventata un sestetto, aggiungendo un tastierista e un secondo chitarrista, alla steel: il genere? Bella domanda, direi che più che country, che è comunque presente, si potrebbe definire Americana, roots music, spesso con una propensione per il rock: se avete letto da qualche parte che ascoltando Lukas sembra di sentire il padre, non credeteci, per me è una balla colossale, sì, Lukas ha una voce piacevole, direi persino “adeguata”, ma non è un grande cantante come Willie. Ci sono almeno un paio di categorie di cantanti, quelli che hanno una bella voce e quelli con una voce “particolare”, come Bob Dylan o Lou Reed, ma questi scrivono canzoni sensazionali. Forse ce ne sarebbe anche una terza, quelli con voce normale e canzoni memorabili, direi che Lukas Nelson non rientra in nessuna delle tre: questo non vuol dire che non sia bravo o che l’album sia brutto, tutt’altro, il disco è buono e si ascolta con piacere, con qualche pezzo sopra la media. Citando alla rinfusa, la conclusiva If I Started Over, una sorta di valzerone country pianistico con uso di pedal steel, dove effettivamente all’inizio la voce di Lukas assomiglia in modo impressionante a quella del babbo, ma poi quando sale di tonalità la similitudine si spegne, anche se la canzone rimane bella e malinconica, come certe composizioni di Willie. L’aria di famiglia si respira anche nella citata Just Outside Of Austin, che parte come una sorta di Everybody’s Talkin’ Part II, o un pezzo della Nitty Gritty più dolce e melanconica, e poi nella seconda parte quando il ritmo si anima maggiormente, si respira aria di morbido country texano, ma anche di qualche perduto brano di Glen Campbell, con la chitarra di Willie a sostituire il vecchio amico.

L’iniziale Set Me Down On A Cloud è un cadenzato pezzo rock dove si apprezza l’ottimo lavoro della solista, e anche di tutta la band, con una nota di merito per le armonie quasi gospel delle Lucius, che danno un aria rock got soul alla canzone, provvista pure di una bella coda strumentale un po’ alla Young; Die Alone è un robusto ‘70’s rock, di nuovo con le Lucius in spolvero, organo e chitarra in vivaci call and response, ben cantato ed energico il giusto, mentre Fool Me Once è un ondeggiante honky-tonk, dalle parti di Jimmy Buffett, solare e molto piacevole, sempre con Jess Wolf e Holly Laessig (le Lucius) a spalleggiare la voce del leader, che si disbriga con classe anche alla solista. Carolina è uno dei due brani con Lady Gaga, che insieme alle Lucius canta le armonie vocali di questo leggero connubio tra honky-tonk e qualche deriva caraibica, piacevole ma niente di che; Runnin’ Shne è il pezzo dove appare il fratello Micah, una morbida ballata quasi alla James Taylor o alla John Denver nella parte iniziale, che poi si apre e si trasforma in una texan country song, con Find Yourself, l’altro pezzo con Lady Gaga, che è un potente blues-rock, cadenzato e chitarristico che ricorda nella sua andatura anche certi pezzi dei Pink Floyd quando la chitarra di David Gilmour è più presente, e l’intreccio di voce maschile e femminile è veramente trascinante, decisamente una bella canzone, con lunghi inserti strumentali, che si ripetono anche in Forget About Georgia, l’altro pezzo forte dell’album, un sontuoso mid-tempo, una sorta di “risposta” al Ray Charles di Georgia on My Mind (nel testo), serena ed avvolgente, di nuovo con le Lucius in bella evidenza, e dove appaiono ancora le influenze di Neil Young, soprattutto nella lunga coda strumentale. Non male anche Four Letter Word e High Times dove si vira verso un country-southern energico, quasi alla Billy Joe Shaver, tutto ritmo e chitarre, e quella specie di ninna-nanna  dolce e fischiettata Breath Of My Baby, dedicata alla prole, forse superflua ma gradevole.

Bruno Conti

Addio Al Gigante Gentile: Ci Ha Lasciato (Anche) Don Williams.

don williams

Breve ma doveroso omaggio alla figura di Don Williams, musicista di origine texana in attività per quasi sei decadi, prima con i Pozo-Seco Singers negli anni sessanta e poi da solista dal 1970, scomparso pochi giorni fa (l’8 Settembre) per complicazioni legate ad un enfisema polmonare, all’età di 78 anni. Williams, quasi sconosciuto dalle nostre parti (ma il sito Rockol, bisogna riconoscerlo, è stato tra i pochissimi a ricordarlo) era considerato il “Gentle Giant” della musica country, un soprannome derivato dal contrasto tra la sua figura fisicamente imponente ed i suoi modi garbati. E’ forse anche in conseguenza di essi che Don non è mai diventato una star, ma ha sempre preferito fare la sua musica nelle retrovie, contando su uno zoccolo duro di pubblico e sulla stima di una lunga serie di colleghi: era anche un songwriter atipico, nel senso che non è che scrivesse poi tantissimo (in questo si può paragonare a Glen Campbell, altro grande scomparso di recente, che era più che altro un interprete), affidandosi spesso ad autori di Nashville e non (Bob McDill era uno dei suoi preferiti) e con alcuni dei suoi brani più famosi che hanno avuto più successo nella versione di altri, nella migliore tradizione dei veri outsiders.

E’ il caso di Amanda, molto popolare nella rilettura di Waylon Jennings, o di Tulsa Time, scritta da Danny Flowers ma nota ai più nella travolgente versione di Eric Clapton. Ma Williams, che negli anni non ha mai cambiato stile, un country leggero e raffinato, proposto con classe e sobrietà, ha avuto diversi successi in classifica (anche una quindicina di numeri uno, non pochi per uno considerato di secondo piano), titoli come I Recall A Gypsy Woman, You’re My Best Friend, Till The Rivers All Run Dry, It Must Be Love, Love Is On A Roll, I Believe In You, solo per citarne alcuni.

Don è stato attivo fino ai giorni nostri: i lavori più recenti associati a lui sono stati trattati entrambi dal sottoscritto in questo blog, e cioè il buon live Don Williams In Ireland dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ , e soprattutto l’ottimo tributo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, dove artisti più o meno famosi rendevano omaggio all’arte del nostro con estremo buon gusto http://discoclub.myblog.it/2017/06/02/tanto-per-gradire-un-altro-bel-tributo-anche-da-parte-dei-nomi-meno-sicuri-gentle-giants-the-songs-of-don-williams/ . Don Williams se ne è andato così come aveva attraversato tutti i suoi decenni di carriera, cioè in punta di piedi: vorrei ricordarlo con un bel duetto con Emmylou Harris nella intensa If I Needed You, un classico di Townes Van Zandt.

Marco Verdi

Ancora Un Disco Di Qualità Per Questo Texano Mancato. Jon Wolfe – Any Night In Texas

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Jon Wolfe – Any Night In Texas – Fool Hearted CD

Jon Wolfe, countryman originario di Tulsa, Oklahoma (ma texano d’adozione) si è rivelato al mondo con il suo secondo album, l’ottimo It All Happened In A Honky Tonk, uscito una prima volta nel 2010 e ristampato in versione deluxe dalla Warner ben tre anni dopo. Wolfe non è molto prolifico, in quanto da allora ha pubblicato solo altri due lavori, Natural Man nel 2015 ed ora questo nuovissimo Any Night In Texas, ma è uno che non fa dischi tanto per farli, né incide prodotti commerciali tipicamente made in Nashville solo per vendere, insomma ci tiene alla qualità. La sua musica è un country robusto ed elettrico, dal ritmo spesso alto e con canzoni di buon livello: Jon è dotato anche di un’ottima voce, ed il suo stile è maturato disco dopo disco, al punto che si può dire che Any Night In Texas è il suo miglior lavoro dopo l’album del 2010. Un disco di puro country texano, roccato e ritmato a puntino, e con il giusto equilibrio tra arte e commercio: quattordici canzoni suonate come si deve e prodotte con mano sicura da Jon stesso con Lex Lipsitz, e con diverse collaborazioni illustri nella stesura dei brani, con nomi come Ashley Monroe, Jon Pardi, Radney Foster, Brandi Clark, Rhett Akins e l’ex leader degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker, da tempo reinventatosi cantante country.

Girl Like You è un brano elettrico e potente dal motivo decisamente orecchiabile, che fonde mirabilmente atmosfere radio friendly ed un’attitudine da vero country rocker, cosa che si ripete, se possibile accentuata, nella seguente Time On My Hands, molto diretta e con le chitarre in evidenza. La title track mette in primo piano la bella voce del nostro e la sua propensione al ritmo, per una fluida country ballad che si lascia apprezzare in toto; Boots On A Dance Floor, nonostante il titolo, è uno slow, anche se le chitarre lavorano di fino sullo sfondo e non ci sono cedimenti di sorta, mentre Baby This And Baby That torna a parlare la lingua del country rock: forse qualche brano è prevedibile, ma il suono è quello giusto, non ci sono aiuti da parte di synth, programming, pro-tools e diavolerie varie e la qualità complessiva ne guadagna. A Country Boy’s Life Well Lived è un irresistibile country’n’roll del tipo che si balla nei bar texani, ritmo e divertimento assicurati, Drink For Two è un vibrante duetto con la graziosa Sunny Sweeney, un pezzo che cresce man mano che lo si ascolta, Airport Kiss è forse un tantino ripetitiva, ma sempre piacevole e ben fatta, mentre Hang Your Hat On That è un lento dal refrain intenso e con un ottimo assolo chitarristico. La ultime cinque canzoni confermano quanto di buono si è sentito nelle prime nove, con una menzione particolare per la roccata Whenever I’m With You, la mossa That’s What A Song Will Do, contraddistinta da un bel riff, e la tersa We’re On To Somethin’.

Al quarto disco Jon Wolfe non è ancora stato risucchiato dal pericoloso calderone di Nashville (anche se è proprio là che va ad incidere i suoi lavori), e ad occhio e croce credo che riuscirà a mantenere la barra dritta anche in futuro.

Marco Verdi

Eccone Un Altro Bravo, Questa Volta Dal Kentucky E Lo “Manda” Sturgill Simpson! Tyler Childers – Purgatory

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Tyler Childers  Purgatory – Hickman Holler CD

Ecco un altro musicista di talento spuntato dal fittissimo sottobosco musicale Americano: per la verità Tyler Childers, proveniente da Louisa, Kentucky (un paesino di poco più di duemila anime che si fa fatica anche a trovare sulle cartine), ha già esordito nel 2011 con l’autodistribuito Bottles & Bibles, seguito da un paio di EP dal vivo, Live On Red Barn Radio Vol. I & II, ma possiamo tranquillamente considerare questo Purgatory come il suo debutto vero e proprio. Dotato di una voce molto dylaniana (il Dylan degli esordi), Childers suona un misto di country, folk appalachiano e musica cantautorale, oltre a scrivere buone canzoni: il suo territorio è lo stesso di altri musicisti veri, che fanno musica lontana dal suono tipico di Nashville e, quando vanno in classifica è per puro caso, gente che risponde al nome di Chris Stapleton, Jamey Johnson, Whitey Morgan, Colter Wall (che lo ha indicato come suo cantante preferito del momento) e Sturgill Simpson. Proprio Simpson, che è tra i più creativi tra quelli che ho citato, è il produttore di Purgatory, e questo ha fatto solo del bene alle già belle canzoni di Tyler, oltre ad aver facilitato la possibilità di suonarle con un gruppo di gente che sa il fatto suo (Russ Pahl e Michael Henderon alle chitarre, lo specialista Stuart Duncan al violino, grande protagonista del disco, Charlie Cushman al banjo, Michael Bub al basso e Miles Miller alla batteria).

E poi naturalmente c’è Childers con le sue canzoni che profumano di musica d’altri tempi, quando i dischi si compravano e non si scaricavano. I Swear (To God) è un gustoso honky-tonk dal sapore vintage, con il violino che swinga che è un piacere ed una ritmica spedita, una via di mezzo tra Wayne Hancock e Dale Watson. Feathered Indians è un’intensa ballata tra folk degli Appalachi e country, tempo sostenuto ma leggero, melodia fluida e feeling a profusione, con il violino ancora come strumento centrale; Tattoos inizia lenta e spoglia (voce, chitarra e fiddle), poi entra il resto del gruppo ed il brano acquista corpo senza perdere intensità, anzi. Born Again è molto bella (non che le precedenti non lo fossero), con il suo mood western, motivo discorsivo e diretto, arrangiamento tra sixties e seventies (si sente il lavoro di Simpson) e grande uso di steel, Whitehouse Road è leggermente più elettrica, ha un’andatura da outlaw song alla Waylon Jennings, ed anche in questa veste Tyler fa la sua bella figura, mentre Banded Clovis, dylaniana anche nella melodia oltre che nella voce, è una folk song purissima con il banjo a guidare le danze. Ed eccoci alla title track, un bluegrass dal ritmo forsennato ma con la batteria appena sfiorata (d’altronde il Kentucky è noto come “The Bluegrass State”), altro pezzo che suona come un traditional, brano che porta a Honky Tonk Flame, che invece ha un non so che di John Prine nella struttura melodica, sempre roba buona comunque; il CD si chiude con Universal Sound, molto più moderna nel suono del resto delle canzoni, una country song elettrica e mossa, ma decisamente riuscita e gradevole, e con la pura e folkie Lady May, solo Tyler voce e chitarra.

Bel disco, forse non tra quelli da avere a tutti i costi, ma sicuramente meritevole se vi piacciono i nomi citati qua e là nella recensione.

Marco Verdi

Altre Buone Notizie Da Nashville! David Rawlings – Poor David’s Almanack

david rawlings poor david's almanack

David Rawlings – Poor David’s Almanack – Acony Records CD

Un altro dei dischi migliori uscito in questo scorcio di estate, ricco di uscite discografiche di qualità, è sicuramente il nuovo album di David Rawlings Poor David’s Almanack. Anche questo viene dal “lato buono” di Nashville, che di per sé non è una città tra la più grandi degli States, ma se aggiungiamo l’area metropolitana intorno alla capitale del Tennessee, lo diventa. E ovviamente, nella Music City, c’è spazio sia per l’attuale e orribile country pop commerciale che ci propina l’industria discografica, quanto per una innumerevole serie di solisti e gruppi che sono in grado di regalarci ottima musica. Tra i portabandiera del filone country-bluegrass-folk- Appalachian- roots, per cercare di sintetizzare in un termine la musica che fanno, c’è sicuramente la coppia “artistica” formata da Gillian Welch David Rawlings, del tutto interscambiabili come titolari dei loro dischi, anche se negli ultimi anni escono più di frequente quelli a nome Rawlings: dopo i due come David Rawlings Machine, Friend Of A Friend del 2009 e Nashville Obsolete del 2015, inframmezzati dallo splendido The Harrow & The Harvest del 2011, a nome Gillian Welch (con l’appendice del disco di archivio Boots No.1: The Official Revival Bootleg, uscito nel 2016, ma con materiale inedito anni ’90), esce ora il terzo disco solista di David, Poor David’s Almanack, che a livello qualitativo si avvicina, e forse pareggia, quelli pubblicati a nome Welch, Ovviamente, niente paura, perché Gillian è più che presente nel disco, oltre ad averne designato la copertina, ha firmato cinque dei dieci brani contenuti nel CD assieme al suo pard, e e la sua voce si occupa, con altri amici presenti nelle registrazioni, delle armonie vocali dell’album.

Come evidenziato sin dall’inizio, il disco è molto bello, Rawlings migliora leggermente anche come cantante, disco dopo disco, pur non raggiungendo lo stile inarrivabile della compagna di avventure, la voce si è fatta più sicura ed espressiva a tratti, sempre laconica e piana, ma in grado di convogliare con classe i contenuti delle proprie canzoni: che in questo CD sono rese con un approccio che ricorda sicuramente quello dei dischi dell Welch, quindi con spunti folk e roots come di consueto, ma nello stesso tempo utilizza un approccio più “rock” (forse una parola un po’ grossa), diciamo da band, grazie all’utilizzo di diversi musicisti, che ampliano il consueto spettro sonoro voce e chitarre e poco altro dei loro dischi in coppia, aggiungendo il violino di Brittany Haas, il basso di Paul Kowert dei Punch Brothers, l’organo e la batteria dei fratelli Taylor Griffin Goldsmith dei Dawes, il violino e il banjo e la chitarra di Ketch Secor Willie Watson, degli Old Crow Medicine Show, impegnati anche alle armonie vocali, mentre la stessa Gillian è impegnata anche a basso, batteria e percussioni, oltre al vitale utilizzo della voce di supporto; alla batteria c’è anche Billy Thomas, uno dei migliori sessionmen della zona “country”, mentre David Rawlings, oltre a cantare, suona le chitarre, acustiche ed elettriche, l’harmonium, cura gli arrangiamenti (parchi) di archi e produce, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ken Scott (quello leggendario dei dischi di Bowie, Supertramp, Elton John, Lou Reed, America, George Harrison e una miriade di altri).

L’apertura è affidata a Midnght Train, un pezzo che oscilla tra country-folk e country-gospel con un delicato picking acustico di Rawlings, mentre la voce di David è sostenuta da quella di Watson e poi anche dalla Welch, mentre il violino di Britanny Haas disegna le sue traiettorie “campagnole” e il brano si sviluppa in un crescendo lento ma sicuro https://www.youtube.com/watch?v=AFwrF57ZW9A . Money Is The Meat In The Coconut è più allegra e scanzonata, un bluegrass divertente dove il banjo di Watson e il violino della Haas conferiscono quell’aria appunto tra bluegrass e mountain music, quasi come nei vecchi dischi anni ’70 di revivalisti come Peter Rowan, Norman Blake e compagnia cantante (e suonante), semplice ma godibile. Cumberland Gap, il pezzo dedicato al fiume che circonda Nashville, è il primo momento Neil Young del disco, un country-rock che si rifà al sound del canadese, di dischi come After The Gold Rush Harvest, con le voci di Rawlings e della Welch che si alternano alla guida e si intrecciano con organo, violino, la chitarra elettrica, la sezione ritmica con un bel basso pulsante, per un brano di stampo quasi rock, molto coinvolgente. Airplane, come la canzone precedente, è firmata a quattro mani dal duo, ed è una sorta di ballata, tersa e delicata, incorniciata da una misurata sezione d’archi, che sottolinea la splendida melodia di questa bellissima canzone da vero cantautore classico, porta da Rawlings con garbo, mentre la Haas folleggia sullo sfondo con il suo violino e tutti i musicisti sono ispiratissimi in questo pezzo che è uno dei piccoli gioielli di questo album. Lindsey Button parte come una specie di delicata ninna-nanna, poi diventa una folk tune corale, con il ritornello reiterato alla fine di ogni verso, mentre gli strumenti acustici (ancora con il violino in evidenza) e gli impasti vocali rimandano alla musica popolare americana tradizionale come è d’uso nei dischi a nome Gillian Welch, che non a caso è ancora co-autrice anche di questo brano.

Come On Over My House è un’altra piacevole country-bluegrass song acustica e corale, molto trascinante e sempre di stampo tradizionale. nel suo dipanarsi tra voci e strumenti che si intrecciano con il brio e l’estro dei vari protagonisti, mentre Guitar Man è il secondo momento Neil Young del disco, un altro pezzo elettrico ispirato dal songbook del canadese, con il bel intervento della solista di Rawlings a sottolineare lo spirito rock di questo pezzo, bucolico ma pervaso dalla giusta grinta, pigra e ciondolante, ma pure nella migliore tradizione del country-southern-rock classico, peccato che venga sfumata quando una bella jam finale non ci sarebbe stata male. Yup è un altro di quei brani umoristici e spiritosi che abbondano nella tradizione folk popolare, con il diavolo che si becca una sgridata all’inferno, il tutto a tempo di folk-blues, con gli strumenti e le voci per quanto sempre ben utilizzati, con minor brio e qualità di altri episodi; in questa parte conclusiva del CD dove Rawlings è l’unico autore il disco mi sembra meno brillante. Meglio il country-gospel di Good God A Woman, dove aldilà del sound corale sempre ben centrato ed eseguito, forse una voce solista più incisiva avrebbe avuto un miglior effetto nell’insieme del brano. Put’em Up Solid è decisamente meglio disegnata a livello sonoro  e rientra in quel filone di country-folk-rock blues gotico dei dischi della Welch, in cui la parte musicale è comunque sempre a cura di David Rawlings, un brano decisamente più riuscito che alza nuovamente il livello qualitativo di un disco  e che se non porta ancora al pareggio tra Welch e Rawlings ne evidenzia ancora una volta lo spirito affine e la visione musicale comune. Consigliato!

Bruno Conti

Appena In Tempo. Anche Glen Campbell Ci Ha Lasciato: Se “Lungo Addio” Doveva Essere… Questo E’ Stato Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

glen campbell adios

Come forse avrete letto l’8 agosto anche Glen Campbell se ne è andato, aveva 81 anni e dopo una lunga battaglia con l’Alzheimer durata ben sei anni è morto a Nashville l’altro ieri. Prima di lasciarci ha fatto comunque in tempo a regalarci un ultimo album Adios, del quale a seguire mi sembra doveroso riproporre come omaggio alla sua arte la recensione pubblicata circa un mese, recensione che conteneva anche una breve cronistoria della sua carriera musicale.

Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti