Probabilmente Il Suo “Capolavoro”! Marty Stuart – Way Out West

marty stuart way out west

Marty Stuart & His Fabulous Superlatives – Way Out West – Superlatone CD

La carriera di Marty Stuart è sempre stata legata a doppio filo a quella di Johnny Cash, a partire dai primi anni ottanta nei quali era il chitarrista della backing band dell’Uomo in Nero (e sposò pure una delle sue figlie, Cindy, anche se i due divorziarono dopo soli cinque anni). Poi Marty lasciò questo incarico, che comunque era servito ad insegnargli più di un segreto del mestiere, per intraprendere una remunerativa carriera solista all’insegna di un country molto energico, sulla falsariga di gente come Dwight Yoakam e Travis Tritt (con il quale incise più di un duetto). Poi, all’inizio del nuovo secolo (e dopo aver dato alle stampe il bellissimo concept The Pilgrim nel 1999), Marty fondò i Fabulous Superlatives, una band formidabile in grado di suonare qualsiasi cosa (formata da Kenny Vaughan alla chitarra, Chris Scruggs al basso e Harry Stinson alla batteria), ed iniziò a pubblicare una serie di dischi nei quali recuperava mirabilmente il vero suono country delle origini, opportunamente rivitalizzato dal suono tosto del suo nuovo gruppo, veri e propri dischi a tema che si rifacevano direttamente ai lavori che Cash sfornava negli anni sessanta, tra brani originali e qualche cover. Ecco quindi CD che parlavano degli indiani d’America (Badlands), altri costruiti intorno alla figura quasi mitologica del treno (Ghost Train), oppure album di puro country-gospel (Souls Chapel), tutte tematiche affrontate a suo tempo anche dal suo ex suocero.

Mancava forse un disco che affrontava il tema del vecchio west, mancanza oggi riparata con questo nuovissimo Way Out West, altro concept che, tra brani strumentali e cantati (quasi tutti originali, ci sono solo due cover e neppure così scontate), ci consegna un Marty Stuart in forma più che smagliante, che forse mette a punto il suo disco più bello ed intenso, grazie anche ad importanti novità dal punto di vista del suono. Infatti Way Out West non è solo un lavoro di country & western, ma per la prima volta Marty ed i suoi si cimentano anche con sonorità decisamente più rock, traendo ispirazione dal suono della California dei primi anni settanta (ed anche la copertina sembra quella di un album di quel periodo), tra Byrds, Flying Burrito Brothers e persino un tocco di psichedelia in puro stile Laurel Canyon. Il merito va senz’altro alla scelta vincente di avvalersi di Mike Campbell, chitarrista degli Heartbreakers di Tom Petty, come produttore e musicista aggiunto, il quale ha portato la sua esperienza di rocker all’interno del disco, fondendola in maniera splendida con le atmosfere decisamente western e desertiche create da Marty, e dando vita ad un album bello, stimolante e creativo, e che forse apre una nuova porta nella carriera di Stuart. Il CD si apre con un breve strumentale intitolato Desert Prayer, molto evocativo e con un canto indiano in sottofondo, che sfocia nella strepitosa Mojave, un western tune ancora strumentale, con echi di Ennio Morricone e Hank Marvin, chitarre a manetta e sezione ritmica subito in tiro.

Lost On The Desert è un vecchio brano poco conosciuto di Cash (ma non l’ha scritta lui), un valzerone classico ma suonato con piglio da rock band (si sente lo zampino di Campbell), davvero godibile, mentre Way Out West è il brano centrale del CD, e non solo perché gli dà il titolo (è anche il più lungo): inizio rarefatto, quasi alla Grateful Dead, poi entra la voce di Marty che un po’ parla e un po’ canta, mentre le chitarre ricamano di fino sullo sfondo, un pezzo country nelle tematiche ma decisamente rock nella struttura musicale. El Fantasma Del Toro è un altro strumentale guidato da una bella steel e da una chitarra flamenco, un tipo di brano che mi aspetterei di ascoltare in un western diretto da Quentin Tarantino; la delicata Old Mexico vede il ritorno di atmosfere country più canoniche, ed anche qui si nota che Marty è uno dei fuoriclasse del genere, un brano ancora figlio di Cash ma con l’imprimatur di Stuart, mentre Time Don’t Wait è uno scintillante folk-rock che ha il suono di Tom Petty: in questo disco Marty osa decisamente di più, e con risultati egregi.

Quicksand, ancora senza testo, ha un’andatura marziale e le solite grandi chitarre, Air Mail Special è la seconda cover, ed è il classico brano che non ti aspetti: infatti si tratta di un vecchio standard jazz (scritto da Benny Goodman e reso popolare da Ella Fitzgerald), ma il nostro lo trasforma in uno scatenato rockabilly, suonato alla velocità della luce. Torpedo, ennesimo strumentale, è ancora tra rock e surf music, eseguito al solito magistralmente, Please Don’t Say Goodbye è ancora decisamente bella, con la sua atmosfera d’altri tempi (quasi alla Chris Isaak) ed un quartetto d’archi che dona ulteriore spessore, mentre Whole Lotta Highway è un altro limpido folk-rock, orecchiabile, diretto e vibrante. Il CD si chiude con una ripresa vocale a cappella di Desert Prayer, con la fluida Wait For The Morning, ancora con echi di Tom Petty (ma stavolta quello più balladeer), ed una fantastica coda strumentale che riprende splendidamente il tema di Way Out West, il tutto affrontato con il solito approccio molto cinematografico.

Che Marty Stuart fosse sinonimo di qualità lo sapevo da tempo, ma che avesse nelle sue corde un disco di questo livello sinceramente no: imperdibile.

Marco Verdi

Ritorna Uno Degli Album “Classici” Degli Anni ’80 In Versione Deluxe! Stevie Nicks – Bella Donna

stevie nicks bella donna

Stevie Nicks – Bella Donna – Atco/Rhino Deluxe Edition 3 CD

Ci sono dei dischi che risentiti a distanza di tempo risultano delle mezze delusioni, altri che sorprendono per l freschezza che hanno mantenuto nel tempo e poi ci sono i capolavori senza tempo. Direi che questo Bella Donna di Stevie Nicks probabilmente non rientra nella terza categoria, ma ci si avvicina molto: non sentivo il disco da parecchi anni e devo ammettere che riascoltandolo 25 anni dopo la sua uscita originale mi sono meravigliato di quanto sia bello. Dieci canzoni, tutte di grande qualità, e del tutto all’altezza di quanto la bionda di Phoenix, ma californiana per elezione, abbia fatto con la sua band, i Fleetwood Mac, di cui è sempre stata strenua “difenditrice” (per quanto il vocabolo al femminile suoni male), l’unica del trio delle stelle, con Lindsey Buckingham e Christine McVie, sempre presente nelle varie reunion del gruppo. La storia di Bella Donna, narrata con dovizia di particolari nel corposo libretto che è allegato alla tripla versione Deluxe, è abbastanza nota, ma facciamo un veloce ripasso. Siamo alla fine del 1980, i Fleetwood Mac sono al termine del tour mondiale per promuovere Tusk, disco che non ha ripetuto le vendite colossali di Rumours, ma ha raggiunto comunque i due milioni di vendite complessive e l’unanime plauso della critica, però quello viene considerato il disco di Buckingham (anche se ci sono ben cinque canzoni di Stevie, tra cui la splendida Sara). Comunque i rapporti amorosi intrecciati (e la loro fine), tra i vari componenti del gruppo hanno creato un ambiente quasi invivibile, la tensione tra Nicks, Buckingham e Mick Fleetwood è alle stelle, quindi Stevie. nelle pause tra una data e l’altra, si rifugia spesso nelle hall degli alberghi dove trova un pianoforte, per scrivere bozzetti di quello che sarà il suo primo album solista.

Ma prima fonda la propria etichetta, la Modern Records, all’interno del gruppo Warner/Atco, trova un produttore, Jimmy Iovine (scelto perché la Nicks voleva chiunque stesse producendo i dischi di Tom Petty), che poi diventerà anche il suo fidanzato, il quale le procura, in mancanza di un gruppo, alcuni dei migliori musicisti, non turnisti (questa è una pregiudiziale fondamentale), che suonavano in alcune delle migliori band americane: ed ecco Roy Bittan dalla E Street Band, Michael Campbell, Benmont Tench e Stan Lynch degli Heartbreakers, Don Felder e l’ex boyfriend Don Henley dagli Eagles, ma anche il chitarrista di Elton John Davey Johnstone, Waddy Wachtel alle chitarre, Bill Payne dei Little Feat al piano in un pezzo, Bobbye Hall alle percussioni, Bob Glaub al basso e Russ Kunkel alla batteria, per una sezione ritmica da sogno, oltre alle sue inseparabili amiche, e grandi esperte di armonie vocali, Lori Perry e Sharon Celani. Tutti coadiuvati da Iovine, che reduce dai suoi lavori, prima con John Lennon e Bruce Springsteen, poi con Meat Loaf e la Patti Smith di Easter, a soli 27 anni è uno dei produttori del momento, anche grazie al suo successo con Damn The Torpedoes di Tom Petty And The Heartbreakers, che convince, grazie alla loro complicità amorosa, la sua fidanzata, che comunque gli presenta una serie di splendide canzoni, alcune appena composte, altre recuperate dal passato, a registrare come singolo, un pezzo che Tom Petty e Mike Campbell avevano scritto apposta per lei (e da lì nascerà una “amicizia” e una collaborazione tra i due che proseguirà per tutti gli anni ’80), la bellissima Stop Draggin’ My Heart Around, uno splendido esempio del miglior rock americano dell’epoca.

Ma nel disco ci sono altre 9 canzoni, tra cui 3 ulteriori singoli: la poderosa Edge Of Seventeen, dedicata alla prima moglie di Petty, Jane, e il cui titolo nasce da un equivoco, quando Stevie chiese loro da quando si conoscevano lei gli rispose “from the age of seventeen” con un forte accento della Florida e la canzone prese quel titolo, oltre ad uno dei riff di chitarra più conosciuti dell’epoca, creato da Waddy Wachtel, e intorno al quale le Destiny’s Child di Beyoncé hanno costruito la loro hit Bootylicious, mentre il pezzo della Nicks è un grande esempio di rock californiano, degno delle migliori cose dei Fleetwood Mac, con le tre vocalist scatenate. La vellutata, fin dal titolo, Leather And Lace, era nata come una canzone da donare a Waylon Jennings e Jessi Colter per un duetto non utlizzato, e nel disco la ballata acustica viene eseguita in coppia con Don Henley, che entra solo nel finale, ma la canta da par suo. After The Glitter Fades, splendida, è una canzone dall’impianto country, con la pedal steel di Dan Dugmore e il piano di Roy Bittan in grande evidenza, oltre a Stevie che la canta in modo celestiale, con quella voce riconoscibile fin dalla prima nota, una delle più caratteristiche del rock americano.

Tra le altre canzoni la title-track è un’altra perfetta ballata mid-tempo di stampo west-coastiano, romantica e corale, di nuovo con il piano, questa volta Benmont Tench, protagonista assoluto, ma splendido anche il lavoro di tessitura della chitarra di Wachtel e i saliscendi nella costruzione sonora del brano; Kind Of Woman porta anche la firma di Tench, e grazie agli arpeggi dell’acustica di Johnstone potrebbe ricordare il sound dell’Elton John “americano”, ancora perfetto il lavoro di chitarra di Waddy Wachtel, uno dei grandi non celebrati dello strumento, mentre Think About It, che porta anche la firma di Roy Bittan, vede la presenza, proprio al piano, di Bill Payne, la canzone è una sorta di esortazione all’amica e compagna di avventura nei Mac, Christine McVie, a pensarci bene prima di andarsene dalla band , un altro brano molto bello, ma non ce n’è uno scarso, con un arrangiamento avvolgente e il suono nitido e ben delineato creato da Iovine, con tutti i musicisti registrati live in studio. After The Glitter Fades, di nuovo dalla chiara impronta country, con chitarre, piano e pedal steel celestiali, è un messaggio della giovane Stevie, alla futura stella Nicks, scritto in gioventù quando lei e Lindsey si arrabattavano tra mille mestieri in cerca di una futura gloria. How Still My Love è un altro brano dove si apprezza il classico sound pop-rock di eccellente fattura tipico dei Fleetwood Mac d’annata, come pure Outside The Rain, altra canzone forse minore, ma comunque di sicura presa, con la conclusiva The Highwayman, dove appaiono ancora Johnstone, Henley e Mike Campbell, brano di nuovo intimo, quasi dolente, ma di caratura superiore.

Nel secondo CD della confezione ci sono versioni alternative di Edge Of Seventeen, più lunga e meno rifinita, con alcune false partenze, Think About It, quasi più bella dell’originale, How Still My Love dove un organo svolazzante aggiunge fascino e brio alla costruzione del pezzo, Leather And Lace, in versione alternativa acustica, senza Henley, ma comunque bella, Bella Donna, è in formato demo, solo voce e piano. Poi ci sono alcuni inediti: Gold And Braid, uscita solo nel cofanetto Enchanted, anche questa volta con falsa partenza, ma poi diventa un bel pezzo rock, Sleeping Angel, in una versione alternativa con mandolino, rispetto a quella più rock usata nella colonna sonora di Fast Times At Ridgemont High, che troviamo in chiusura del dischetto, altra canzone di buona fattura. Come pure If You Were My Love, prevista per Mirage e poi apparsa nel recente 24 Karat Gold, e The Dealer prevista in Tusk, e pubblicata solo, con nuovo arrangiamento, sempre in 24 Karat Gold, questa avrebbe fatto un figurone in Tusk, Rumours o Bella Donna, dove volete. Manca ancora l’altro brano tratto da una colonna sonora, Blue Lamp, dal film di animazione Heavy Metal (il genere musicale non c’entra), suono fin troppo pompato e anni ’80, quelli non buoni, comunque non orribile.

Il terzo CD prevede un concerto strepitoso, registrato al Wiltshire Theatre di Beverly Hills nella serata finale, 13 dicembre del 1981, del brevissimo tour per promuovere l’album: 14 brani in tutto, con una band della madonna, Roy Bittan, Benmont Tench, Waddy Wachtel, Bob Glaub, Russ Kunkel, Bobby Hall e le due coriste Lori Perry e Sharon Celani, con la presentazione del babbo di Stevie Nicks, e versioni lunghe e poderose di sette brani dell’album, oltre a Gold Dust Woman, minacciosa e tirata, Gold And Braid, che manco i migliori Fleetwood Mac forse avrebbero saputo fare meglio, e anche una versione tiratissima di I Need To Know, degna dei migliori Heartbreakers, oltre a sontuose versioni di Dreams, Angel, Sara  e in conclusione, dopo una incredibile Edge Of Seventeen di quasi nove minuti, anche una magnifica Rhiannon. Pochi giorni dopo sarebbe rientrata nei ranghi per registrare insieme agli altri Fleetwood Mac il nuovo album Mirage, ma questo Bella Donna rimane il suo quasi capolavoro, a maggior ragione in questa versione potenziata: splendido, forse l’ho già detto?

Bruno Conti        

Con Un Po’ Di Ritardo, Anche Se La Grande Musica Non Ha Scadenza! Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2

tom petty kiss

Tom Petty & The Heartbreakers – Kiss My Amps Live Vol. 2 – Reprise/Warner LP

Sono riuscito a mettere le mani soltanto ora su questo vinile di Tom Petty & The Heartbreakers, una delle uscite di punta dell’ultimo Record Store Day dello scorso Aprile, e seguito del primo volume uscito nell’autunno del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/23/per-pochi-intimi-ma-comunque-sempre-grande-musica-tom-petty/ . Ma, con tutto il rispetto per il primo Kiss My Amps, qui siamo su un altro pianeta: intanto quello era poco più di un EP mentre questo con i suoi dieci brani può essere considerato a tutti gli effetti un album (anche se con Petty dal vivo vorrei sempre avere minimo un triplo), e poi perché là su sette pezzi totali ben sei provenivano da Mojo, un disco che anche a distanza di qualche anno non riesco a considerare tra i più riusciti di Tom, mentre qui la scelta delle canzoni è più eterogenea e ci sono anche quattro cover decisamente interessanti. Che Petti ed i suoi Spezzacuori (Mike Campbell, Benmont Tench, Ron Blair, Scott Thurston e Steve Ferrone) dal vivo fossero una macchina da guerra non lo si scopre certo oggi, insieme alla E Street Band sono probabilmente la migliore live band al mondo, in grado di suonare qualsiasi cosa e renderne la versione definitiva: il loro cofanetto The Live Anthology è sicuramente uno dei box set da isola deserta, ed il loro concerto a Lucca di qualche anno fa è uno dei migliori show a cui ho assistito in vita mia. In conseguenza, anche questo secondo Kiss My Amps è un live album bellissimo, con i nostri in gran forma che rivisitano una manciata di classici, qualche oscuro ripescaggio e, come ho già detto, alcune cover da urlo, il tutto suonato con il solito mix di feeling e bravura, al punto che alla fine della seconda facciata ci si dispiace che sia già finito. I dieci pezzi sono stati incisi tutti nel 2013, quattro al Beacon Theatre di New York, altrettanti al Fonda Theatre di Los Angeles e due al Festival Bonnaroo a Manchester (nel Tennessee, non in Inghilterra).

Il disco parte con una spedita e fluida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds, un pezzo che Petty aveva già pubblicato nel suo primo live ufficiale Pack Up The Plantation: il brano non è tra i miei preferiti dell’ex gruppo guidato da Roger McGuinn, ma come apertura ci può stare benissimo e poi gli Heartbreakers sono subito in palla (e come pesta Ferrone). Quindi ecco una bella versione, molto rock’n’roll, di (I’m Not Your) Steppin’ Stone dei Monkees, che non esito a definire migliore dell’originale, con l’organino di Tench a mantenere il sapore anni sessanta ma con il resto del gruppo che suona con un’energia quasi da punk band (e Campbell inizia ad arrotare da par suo). Il momento ad alto tasso elettrico prosegue con la potente Love Is A Long Road (tratta del million seller Full Moon Fever), non il brano più noto di quelle sessions ma di certo una delle rock song più coinvolgenti dei nostri, soprattutto dal vivo: gran ritmo, chitarre ruggenti e Petty che canta con la solita classe da rocker consumato. Two Gunslingers fa anch’essa parte del periodo Jeff Lynne di Tom, in origine un pop rock decisamente gradevole ed immediato, che qua si trasforma in una delicata ballata di stampo acustico (ma full band), una versione decisamente piacevole e diversa di un classico minore del nostro. Sinceramente non ricordavo When A Kid Goes Bad (era su The Last DJ, forse il disco meno bello della carriera di Petty), un uptempo rock tipico del nostro e niente male risentito in questo contesto, anche se già con Live At The Olympic gli Heartbreakers avevano dimostrato come sapevano trasformare on stage un album zoppicante in un grande disco. Ed ecco uno dei magic moments dell’album: Willin’ dei Little Feat è già di suo una delle più grandi canzoni di sempre, e vi lascio immaginare come può uscirne dopo il trattamento di Petty e soci, che mettono al centro del brano la splendida melodia di Lowell George rivestendola di sonorità da vera roots band (grandissimo BenmontTench, il Nicky Hopkins dei giorni nostri), una rilettura sontuosa che meriterebbe di essere pubblicata più su larga scala, pelle d’oca pura.

Il lato B si apre con una stupenda ballata tratta da Southern Accent: The Best Of Everything è un meraviglioso slow profondamente influenzato da The Band (ed infatti l’originale era prodotto da Robbie Robertson), un pezzo che ci conferma che il Petty balladeer non è di certo inferiore al rocker, e la band, guidata ancora dal pianismo liquido di Tench, suona alla grande (ma questo lo si sapeva); negli anni Tom ha spesso e volentieri suonato dal vivo brani dei Traveling Wilburys (a differenza dei suoi ex compagni nel supergruppo), prima Handle With Care, poi End Of The Line, mentre qui abbiamo una formidabile versione di otto minuti di Tweeter And The Monkey Man, uno dei più coinvolgenti e divertenti pezzi di Bob Dylan (ma Petty ha collaborato alla stesura del brano): Tom conduce la canzone con piglio sicuro, dylaneggiando alla grande, mentre il resto del gruppo è un treno. Anche questa tra gli highlights del disco. Il live termina con due scintillanti versioni di altrettanti classici del nostro, una rilettura elettroacustica di Rebels, che in origine aveva uno dei più bei riff di chitarra del repertorio degli Spezzacuori, ma qui diventa una ballata pianistica purissima, e la cavalcata elettrica di A Woman In Love (It’s Not Me), il brano più vintage tra quelli presenti, puro Heartbreakers sound.

Dopo il bellissimo secondo lavoro dei Mudcrutch (per chi scrive disco dell’anno finora) http://discoclub.myblog.it/2016/05/16/i-ragazzi-promettono-bene-anteprima-anniversario-mudcrutch-mudcrutch-2/ , un altro album da non perdere da parte di Tom Petty (& The Heartbreakers): vale la pena fare un po’ di fatica per trovarlo.

Marco Verdi

I Ragazzi Promettono Bene: Anteprima (Con Anniversario) Mudcrutch! Mudcrutch – 2 .

mudcrutch 2

*NDB. Piccola spiegazione del titolo. L’aggiunta (Con Anniversario) è semplicemente un promemoria tra noi, perché uno degli autori del Blog, Marco Verdi, oggi lunedì, festeggia il suo 5° anno di militanza, in quanto esordiva su “Disco Club Passione Musica” proprio il 16 maggio del 2011, con un Post sulla scomparsa di Calvin Russell. Visto che si festeggia o si commemora tutto (ultimamente molte, troppe scomparse) perché non farlo con qualcosa di piacevole? Si tratta anche del Post n.° 2335 del Blog, non male! Quindi vi lascio alla lettura dell’anteprima del nuovo album dei Mudcrutch che sarà nei negozi il prossimo 20 maggio.

Mudcrutch – 2 – Reprise/Warner CD

Tra le varie uscite di questo ricco 20 Maggio 2016 ci sarà anche il secondo album dei Mudcrutch, ovvero la band giovanile di Tom Petty, prima che il biondo rocker della Florida iniziasse ad incidere dischi a suo nome: un album che giunge un po’ a sorpresa (anche se era annunciato da qualche mese), a ben otto anni dall’ottimo “esordio” con l’album omonimo, seguito lo stesso anno dal deludente (per la durata esigua, non per la qualità delle canzoni) Extended Play Live. La formazione non è cambiata, con ben tre quinti degli Heartbreakers a comporre il quintetto (oltre a Petty, che con questa band suona il basso, abbiamo Mike Campbell alla chitarra solista e Benmont Tench alle tastiere), oltre a Tom Leadon (fratello di Bernie, membro fondatore degli Eagles) alla chitarra ritmica e solista e Randall Marsh alla batteria. Rispetto al primo album abbiamo però delle differenze: intanto Mudcrutch aveva anche qualche cover, mentre in 2 (che fantasia per i titoli…) ci sono solo brani originali, e poi il suono qui è molto più diretto e rock’n’roll, mentre nel predecessore c’era qualche momento quasi psichedelico, accenni di jam e southern rock. E poi nel CD del 2008 Petty era il leader incontrastato, agli altri venivano lasciate le briciole, mentre qui anche a livello compositivo c’è più democrazia, in quanto ognuno a turno ha almeno uno spazio per sé (anche se Tom fa sempre la parte del leone), e la cosa sorprendente è che il disco non cala di livello come spesso accade in questi casi, quasi come se fosse sempre Petty il responsabile. E 2 è un grande disco di rock, a mio parere anche meglio del precedente, più conciso, con canzoni più dirette, quasi sempre di grande fruibilità ma con l’imprimatur di uno dei più grandi rocker viventi, qui in grandissima forma: anche Hypnotic Eye, l’ultimo disco di Tom con il suo gruppo abituale, era decisamente rock, ma qui siamo su un altro pianeta per quanto riguarda la qualità delle composizioni. Producono il tutto Petty e Campbell insieme al fido Ryan Ulyate, dando a 2 un suono molto classico ed anni settanta.

Trailer, che apre l’album, è splendida, un folk-rock scintillante tipico di Petty, con grande intro di armonica, echi di Byrds ed una di quelle melodie che si piantano in testa, un avvio strepitoso. Dreams Of Flying continua con lo stesso mood, altra rock’n’roll song cristallina, decisamente orecchiabile, belle chitarre, insomma il Tom Petty che amiamo di più; Beautiful Blue è più lenta ma sempre cadenzata, con il nostro che palesa l’influenza che la frequentazione di Jeff Lynne ha avuto su di lui: belle l’apertura melodica nel refrain e l’atmosfera molto seventies. La spedita Beautiful World è scritta da Marsh e vede Leadon alla voce solista, ed è un piacevole rock tune di stampo californiano, ancora con un ritornello vincente e Tench bravissimo come sempre al piano (e comunque l’influenza di Petty si sente), mentre I Forgive It All, che vede Tom riprendersi il microfono, è una deliziosa ballata acustica, pura, limpida ed un po’ dylaniana, con un motivo toccante: grande musica, una delle più belle, anche se è l’unica ballata in un disco molto rock.

The Other Side Of The Mountain, scritta e cantata da Leadon (la prima strofa, poi Petty prende le redini) è un veloce rock-grass che fonde mirabilmente chitarre elettriche e banjo, con grande assolo twang di Campbell, un vero rockin’ country & western tune. L’organo farfisa dà alla tonica Hope un sapore anni sessanta, i nostri suonano con la foga di una garage band ma con la tecnica di un gruppo di veterani, la ritmica picchia e Tom canta con la consueta “marpionaggine”: questo è rock deluxe! Welcome To Hell è invece opera di Tench, ed è un trascinante rock’n’roll alla Jerry Lee Lewis, una vera goduria per le orecchie, con Benmont che vocalmente ricorda un po’ Randy Newman; Save Your Water è byrdsiana al 100%, chitarre jingle-jangle come se piovesse, ritmo sempre alto e Tom alle prese con un motivo dei suoi, ma di quando è ispirato. Con la tosta e potente Victim Of Circumstance è il turno di Mike Campbell in un raro momento da lead vocalist (e non se la cava neanche male…a quando un disco da solista?), con la canzone che è un rock puro e semplice, naturalmente con le chitarre sugli scudi, un pezzo brillante e coinvolgente; chiude il CD la lunga Hungry No More, più attendista ma anche profonda, con il solito impasto chitarristico di prim’ordine ed un suono molto vicino a quello degli Spezzacuori.

Con Tom Petty si va (quasi) sempre sul sicuro, ma questo per quanto mi riguarda è, almeno fino ad oggi, il disco rock’n’roll dell’anno.

Marco Verdi

Ma Un Bel Bootleg Series Ufficiale Dedicato A Questo Tour No? Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86

dylan & petty live on The radio 86

Bob Dylan & Tom Petty – Live On The Radio ’86 – RoxVox CD

Di solito non mi occupo di bootleg (perché i concerti radiofonici questo sono, nonostante per la legge inglese siano perfettamente legali), in primis perché ne escono troppi e già faccio fatica a star dietro ai dischi ufficiali, e poi perché molto spesso la qualità di registrazione lascia alquanto a desiderare. Ogni tanto però qualche eccezione la faccio, come nel caso di questo Live On The Radio ’86 intestato a Bob Dylan e Tom Petty, che documenta un concerto registrato a Sydney durante la tournée dei due insieme agli Heartbrakers che, tra il 1986 ed il 1987, toccò tutti i continenti, ottenendo un grandissimo successo di critica e pubblico, e fu eletto uno dei tour di maggior impatto di tutti gli anni ottanta.

Dylan in quegli anni, se discograficamente parlando stava affrontando il suo periodo peggiore, dal vivo era invece in forma smagliante, ed aveva trovato negli Spezzacuori la sua backing band ideale (ma lo sarebbero per chiunque, tranne che per Bruce Springsteen che ce l’ha già): purtroppo anche all’epoca per godere di queste performances ci si doveva rivolgere ai bootleg, in quanto l’unica pubblicazione ufficiale fu un video VHS, splendido ma troppo breve (dieci canzoni, meno di un’ora!) intitolato Hard To Handle, anch’esso tratto dai concerti di Sydney e mai ristampato in DVD o BluRay. Quindi giudico con estrema benevolenza questa pubblicazione ad opera della RoxVox (?!?), che comprende 14 brani (10 di Bob, 4 di Tom), innanzitutto per la bontà della registrazione, davvero spettacolare, meglio di tanti CD ufficiali (voce centrale, suono forte e cristallino, strumenti ben definiti), ma soprattutto per la qualità della performance, a dir poco strepitosa: Petty ed i suoi erano già una macchina da guerra, e Dylan, allora in ottima forma di suo, era praticamente costretto a cantare in maniera rigorosa, con risultati eccellenti. Alcuni di questi brani ricevono infatti la loro versione live a mio parere definitiva, ed è un peccato non poter ascoltare il concerto completo (ma in questo caso il CD doveva essere almeno doppio), anche perché non c’è quasi più stata occasione negli anni a venire di poter sentire Dylan cantare così bene. Quattro pezzi sono nella stessa versione presente su Hard To Handle, ma la qualità sonora è decisamente superiore (la videocassetta aveva un suono un po’ ovattato): apre il concerto la splendida Positively 4th Street (questo è l’unico tour in cui questo brano veniva suonato con continuità), introdotta in maniera potente dagli Heartbreakers, che però rispettano la melodia originale, e Dylan fa subito sentire di essere in palla con una vocalità molto nasale ma decisamente forte ed intonata. Segue All Along The Watchtower, in una versione più rallentata del solito ma anche per questo ancora più inquietante ed apocalittica, con la band che suona alla grande (e Benmont Tench si dimostra un pianista eccezionale, così come Mike Campbell alla chitarra); Masters Of War è ancora molto rock, con un riff che si ripete e Dylan aggressivo, mentre I’ll Remeber You, uno dei brani di punta di Empire Burlesque (all’epoca il disco nuovo di Bob) perde le sonorità un po’ finte della versione in studio ad opera di Arthur Baker e si rivela per quello che è, una sontuosa ballata che Dylan canta con rigore assoluto.

Ed ecco uno degli highlights del CD: I Forgot More Than You’ll Ever Know è un vecchio successo delle Davis Sisters (e Dylan lo aveva già inciso su Self Portrait), e qui viene proposto con uno splendido arrangiamento country, con Petty alla doppia voce e Bob che canta come raramente ho avuto modo di sentire. Versione imperdibile, quasi commovente. E’ la volta di due brani di Tom Petty (durante lo show Dylan faceva sempre un paio di pause lasciando il palco a Tom), una travolgente e molto rock’n’roll Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed il solito singalong della sinuosa Breakdown; torna Dylan, ed è la volta di una Just Like A Woman davvero favolosa, nella quale gli Heartbreakers si superano e Bob sembra anche divertirsi un mondo, tanta è la passione e convinzione con cui canta. Anche Blowin’ In The Wind è sorprendente: un inno che ho sentito fare con mille arrangiamenti diversi, ma questa rilettura country-rock proprio non me l’aspettavo, trascinante è dir poco (e dal punto di vista vocale ancora super); That Lucky Old Sun è uno standard che Bob ha pubblicato lo scorso anno su Shadows In The Night, ma questa versione è chiaramente più rock, anche se forse le quattro vocalist di colore (le Queens Of Rhythm) sono un po’ invadenti.

Ancora Petty, con una solida So You Want To Be A Rock’n’Roll Star dei Byrds ed una curiosa Spike, più una scusa per interagire col pubblico che una canzone vera e propria, per poi finire alla grande ancora con Dylan e due versioni mostruose e definitive di Like A Rolling Stone e Knockin’ On Heaven’s Door, un muro del suono rock la prima ed una magica e fluida ballata la seconda, con piano e chitarre sugli scudi, due pezzi leggendari trattati dal suo autore con il dovuto rispetto.

Un dischetto da non perdere, e pazienza se non è ufficiale.

Marco Verdi

Il Miglior Disco Dal Vivo Di Tom? Tom Petty & The Heartbreakers – Southern Accents In The Sunshine State

tom petty southern accents live

Tom Petty & The Heartbreakers – Southern Accents In The Sunshine State – Gossip 2CD

Per principio di solito tendo a bypassare i sempre più molteplici CD tratti da trasmissioni radiofoniche dell’epoca, in primo luogo perché faccio già fatica a star dietro alle uscite “ufficiali”, in secondo perché la fregatura (leggasi qualità di registrazione insufficiente) è sempre dietro l’angolo, ed in ultima battuta perché questi prodotti è giusto chiamarli con il loro nome: bootleg. L’unica eccezione l’ho fatta per questo live di Tom Petty con i suoi Heartbreakers messo fuori dalla Gossip (???), che documenta la registrazione completa del suo homecoming concert del 1993 a Gainesville, Florida, per la semplice ragione che considero il biondo rocker ed i suoi compari la migliore rock’n’roll band sul pianeta assieme ai Rolling Stones ed a Bruce Springsteen & The E Street Band ma, a differenza delle Pietre e del Boss (che ultimamente hanno aperto gli archivi dei concerti), sono sempre stati un po’ avari sul fronte delle uscite ufficiali dal vivo (a parte il cofanetto pubblicato qualche anno fa, che infatti è uno dei classici dischi da isola deserta). Facendo ricerche online, ho letto poi che la qualità del suono di questo Southern Accents In The Sunshine State era considerata tra l’ottimo e l’eccellente, e con mio grande godimento posso confermare che esistono album dal vivo “regolari” che suonano molto peggio di questo.

Nel 1993 Tom era in un periodo di grazia: veniva da due album di grande successo (Full Moon Fever e Into The Great Wide Open, il suo periodo Jeff Lynne), la sua intesa sul palco con la band era ormai a prova di bomba (oltre ai veterani Mike Campbell e Benmont Tench, c’erano ancora Stan Lynch alla batteria prima di lasciare per darsi…all’oblio, e Howie Epstein, prima che la droga se lo portasse via per sempre) e, grazie anche alla sua militanza nei Traveling Wilburys, la sua popolarità era alle stelle. Venendo a questo doppio CD, e già detto del suono ottimo, sottolineerei prima di una rapida disamina del contenuto la spettacolarità della scaletta, che comprende il meglio degli ultimi due album, vari classici del passato, qualche brano “oscuro”, un paio di interessanti covers e due brani offerti in anteprima.

L’inizio tramortirebbe una mandria di tori: si passa dalla potente Love Is A Long Road, brano oggi un po’ dimenticato ma perfetto per aprire un concerto, alla splendida Into The Great Wide Open (Petty canta benissimo), alla byrdsiana Listen To Her Heart, fino alla grandissima I Won’t Back Down, nella quale tutto il pubblico canta insieme a Tom (e pure io dal mio divano). Anche Free Fallin’ è un perfetto singalong, mentre con le seguenti Psychotic Reaction (un oscuro brano anni sessanta dei Count Five) e Ben’s Boogie, Petty riposa per un po’ le corde vocali, in quanto la prima vede Lynch come cantante solista (con Tom all’armonica) e la seconda è una trascinante improvvisazione strumentale guidata dalle evoluzioni pianistiche di Tench. Tom si riprende il centro del palco con la lunga Don’t Come Around Here No More, da sempre uno degli highlights dei suoi show (ed una vetrina per la bravura di Campbell, sentite il finale), per poi presentare due brani all’epoca nuovi (erano gli inediti del Greatest Hits in uscita in quei giorni): la gradevole Something In The Air (altro brano oscurissimo di una band ancor più sconosciuta, i Thunderclap Newman) e la strepitosa Mary Jane’s Last Dance, grandissima canzone che vede, in quasi nove minuti, Tom e Mike duellare mirabilmente alle chitarre, un pezzo che andrebbe fatto sentire a chiunque sostenga che il rock è morto. Chiudono il primo CD due deliziose canzoni proposte con un inedito arrangiamento acustico, Kings Highway e A Face In The Crowd (ed il pubblico è sempre più caldo).

Il secondo dischetto comincia sempre acustico, con una sorprendente versione, ricca di feeling, del classico dei Byrds Ballad Of Easy Rider (perfetta per la vocalità di Petty), seguita da due cover (elettriche) della celebre Take Out Some Insurance di Jimmy Reed, dove gli Spezzacuori bluesano come se non sapessero fare altro, ed una pimpante Thirteen Days di JJ Cale. Ed ecco un altro brano-manifesto di Petty, quella Southern Accents che, nel 1985, diede il titolo ad uno dei dischi più controversi di Tom (ma la canzone è magnifica), con a ruota la divertente Yer So Bad, con un altro ritornello killer; a seguire abbiamo due canzoni inedite, che a tutt’oggi non hanno una versione in studio: Drivin’ Down To Georgia e Lost Without You (assieme a Something In The Air presenti proprio in questa versione anche nella Live Anthology), due pezzi discreti ma Tom sa fare di meglio. Ed ecco che si preparano i fuochi d’artificio finali: Refugee non ha bisogno di presentazioni, è forse la signature song di Petty per antonomasia insieme ad American Girl, ma anche Runnin’ Down A Dream fa la sua porca figura (e Campbell arrota alla grande), mentre Learning To Fly, full band a differenza degli ultimi anni in cui Tom la fa acustica, è forse ancora meglio dell’originale (e ce ne vuole). Finale pirotecnico con una trascinante Rainy Day Women # 12 & 35 (dopo Byrds e Cale, non poteva mancare Bob Dylan per completare l’omaggio alle influenze di Tom), subito seguita dalla già citata American Girl, più che una canzone una vera e propria celebrazione.

Congedo acustico e solitario con la poco nota Alright For Now: Live Anthology a parte (in cui peraltro tre brani di questo concerto appaiono), come scrivo nel titolo del post questo Southern Accents In The Sunshine State è semplicemente il miglior album dal vivo sul mercato, DVD compresi, di Tom Petty, al punto da farmi quasi dimenticare che è un bootleg.

Marco Verdi

Buone Notizie (Future). Tom Petty – Wildflowers: All The Rest

All’inizio di giugno, Tom Petty e la sua casa discografica hanno annunciato (senza precisare la data) la prossima uscita di Wildflowers: All The Rest, un CD che conterrà tutto materiale inedito registrato tra il 1992 e il 1994, anno di pubblicazione del primo album solista di Petty, co-prodotto da Rick Rubin, e che nelle intenzioni dei suoi ideatori doveva essere un doppio. La prima canzone a vedere la luce (e se il buongiorno si vede dal mattino…) è questa Somehere Under Heaven, un brano firmato da Mike Campbell e Tom Petty che appare nei titoli di coda del recentissimo film Entourage (https://www.youtube.com/watch?v=uVW94FmeZ7c così a occhio non sembra un capolavoro, il film, magari sbaglio) e si trova in rete per il download a pagamento, il pezzo musicale ovviamente.

Forse tra i brani contenuti nel CD ci sarà anche questa Girl On LSD, prevista sempre nel disco originale, ma rimossa dalla Warner e pubblicata solo come lato B di You Don’t Know How It Feels https://www.youtube.com/watch?v=9TlBTPITo1I, (il cd singolo viaggia a oltre 100 dollari tra le rarità), mentre alcuni altri pezzi registrati per quell’album disco sono stati poi pubblicati nella colonna sonora di She’s The One e Leave Virginia Alone, sempre scritta e registrata durante le sessioni per Wildflowers è poi apparsa su A Spanner In The Works, il disco del 1995 di Rod Stewart https://www.youtube.com/watch?v=xhPWbSWRCU0. Considerando che Wildflowers è un signor disco, come testimoniamo questi altri brani

e

attendiamo con impazienza ulteriori sviluppi, di cui vi terrò informati.

Bruno Conti

Lasciatemi Suonare, Sono Un Chitarrista! Tom Petty And The Heartbreakers – Hypnotic Eye

tom petty hypnotic eye

Tom Petty & The Heartbreakers – Hypnotic Eye – Warner Bros 29-07-2014

Come avranno notato i più arguti, il titolo del Post parafrasa un verso del grande vate, il cantante italiano più famoso di tutte le Russie, e vuole celebrare un disco dove il suono della chitarra rock è il padrone assoluto del contenuto di questo Hypnotic Eye, il seguito di Mojo, disco dalle critiche controverse (ma che a chi scrive era piaciuto assai, http://discoclub.myblog.it/2010/06/09/averne-cosi-tom-petty-the-heartbreakers-mojo/) e del “bruttino”, questo concordemente, The Last DJ, sempre nell’ambito della discografia pettyana, perché poi non era un disco orribile. In mezzo sono usciti Highway Companion, disco del solo Tom Petty, il disco dal vivo, solo in vinile, Kiss My Amps Live e lo stupendo cofanetto celebrativo dell’attività concertistica di Petty e del suo gruppo, Live Anthology. Il nostro amico è un personaggio “strano”, dal carattere a tratti spigoloso, ma è anche uno dei grandi della musica americana, siamo sui livelli di Springsteen, Young, Mellencamp e altri numeri uno, e come questi personaggi si affida, per veicolare le sue canzoni, ad una grande band, gli Heartbreakers. Quest’anno, uno dei componenti del gruppo, Benmont Tench, ha pubblicato un disco solista, You Should Be So Lucky, molto bello e che era puro Heartrbreakers sound, quindi per distinguersi, il nostro amico Tom ne pubblica uno che segna un ritorno allo spirito più rock e ribaldo della sua band, quello garagista e innamorato degli anni ’60 dei primi due album, ma anche delle canzoni più dure e tirate del suo repertorio, dove la chitarra,quella di Mike Campbell, è la grande protagonista, ma anche Petty la suona parecchio, per un album che potrebbe essere una sorta di live in studio, con il gruppo che in sala di registrazione è stato in grado di rendere il proprio suono potente come nella performances in concerto, quindi poco jingle jangle e tante chitarre sparate a mille.

tom petty mike campbell

Insomma, se magari manca una American Girl o una Refugee, ci sono molte Breakdown, Anything That’s Rock And Roll, Fooled Again, I Need To Know, o le mitiche cover degli amati Animals, come Don’t Bring Me Down, Yardbirds via Bo Diddley, I’m A Man, per non parlare di Eddie Cochran o Chuck Berry. Lo sta a testimoniare immediatamente una canzone come American Dream Plan B  https://www.youtube.com/watch?v=wSWJZzoznaY , un pezzo dal testo “incazzoso” sulla situazione americana, che si apre con un riff distorto e rabbioso di chitarra, che ci riporta al sound dei primi album, voce “trattata”, ritmica subito in overdrive, Campbell che conquista il centro della scena con le sue chitarre (anche una timida acustica che non farà più la sua ricomparsa fino al settimo brano e poi nell’ultimo) e i suoi assolo, il brano si apre e si “rinchiude”, a livello di suono, ma rimane cattivissimo, con Ron Blair al basso e Steve Ferrone alla batteria, molto presenti e anche la chitarra ritmica di Scott Thurston e la tastiere di Tench contribuiscono a questo suono sparatissimo. Fault Lines, non cambia di una virgola, la voce torna quella tipica, ma il tiro rimane molto garage, chitarra con wah-wah e fuzz, atmosfere sonore che potrebbero uscire da qualche vecchio singolo tratto da Nuggets, assoli brevi e taglienti, ma sempre presenti e ripetuti, della chitarra di Campbell, le tastiere a colorare il suono, l’armonica di Thurston che fa capolino nel finale https://www.youtube.com/watch?v=U-4-sT2KFdo .

Tom-Petty-tour-promo-608x341

Il gusto per la melodia di Petty non manca, sentitevi un brano come Red River, sempre duro e senza compromessi, ma con quelle improvvise aperture ariose che da sempre caratterizzano le migliori canzoni della band, quello che sembra un sitar diventa immediatamente una chitarra a volume dieci e poi si insinuano le armonie vocali della band  https://www.youtube.com/watch?v=Qv3oaDX9ikYFull Grown Boy è una strana ballata jazzata, quasi leziosa e sinuosa, con la voce che si addolcisce, un assolo della solista di Campbell, in punta di dita e il delicato lavoro delle tastiere di Benmont Tench. Tutti brani che crescono ad ogni ascolto, forse nessuno che diventerà un nuovo inno (ma non è detto) però tante canzoni solide e messe in bella evidenza dalla produzione sgargiante di Ryan Ulyate, che affianca i soliti Petty e Campbell.

TomPettytheHeartbreakers630_033014

Nuovamente una pioggia di chitarre che si intrecciano nell’affascinante All You Can Carry, che potrebbe ricordare le cose più elettriche della West Coast di CSNY, qualche accenno di psichedelia e tanta bella musica, altro brano decisamente sopra la media, potrebbe ricordare certe cose di Jonathan Wilson, altro amante di questo sound che profuma di Laurel Canyon. Power Drunk ha sempre questo ritmo scandito che tanto ricorda le scorribande chitarristiche dei brani citati in apertura, pennate di chitarra che sono delle esplosioni di pura forza. la voce sardonica ed inconfondibile di Tom che guida le danze, che sono sempre rock, non si fanno prigionieri anche quando i ritmi rallentano leggermente, le tastiere di Bench fiancheggiano sempre le chitarre di Campbell, che dà fondo a tutto il suo armamentario di suoni. I riff tornano feroci ed incalzanti in una breve e devastante Forgotten man, puro Animals sound fine anni ’60, ma rivisto attraverso l’ottica di Tom Petty e degli Heartbreakers. Sins Of My Youth è un brano che mi ha ricordato certe cose del suo amico George Harrison, un brano dalle atmosfere sospese e sognanti, dove anche la voce di Tom ricorda molto quella dell’ex Beatle, una piccola oasi di quiete nel furore incontenibile del resto del disco.

tom petty 1

Che si riaccende nella riffatissima U Get Me High, dove Blair si inventa un dancing bass che sostiene le consuete sferzate della chitarra di Mike Campbell, veramente grande protagonista di questo Hypnotic Eye, è proprio il caso di dire che un assolo tira l’altro e ognuno è diverso dal precedente, li accomuna solo del sano e verace rock https://www.youtube.com/watch?v=6kiy-GLMNxA . L’altro amore di Petty, come è noto, è il Blues, Burnt Out Town lo illustra, pianino di ordinanza, l’armonica di Thurston che riappare e le “solite” rasoiate di chitarra. Siamo quasi alla fine, c’è tempo ancora per la lunga Shadow people, sei minuti e mezzo di puro Heartbreakers sound, un brano dalla tipica struttura in crescendo, che diventerà probabilmente uno dei nuovi cavalli di battaglia del gruppo dal vivo, con un inconsueto intermezzo di un vibrafono che appare come dal nulla, prima di lasciare spazio alla acidissima chitarra di Campbell, ma anche Petty e Thurston aggiungono le loro, con l’organo di Tench che disegna inquietanti ghirigori sullo sfondo, il finale lascia presagire future jam sui palchi del prossimo tour https://www.youtube.com/watch?v=WldcdTMc0_8 , prima che una gentile chitarra acustica ci accompagni alla “morale” finale della canzone. Un “ritorno” al rock chitarristico, se mai se ne erano allontanati!

Bruno Conti

Novità Di Ottobre, Puntata Unica, Appendice DVD. Springsteen & I, Move Me Brightly Celebrating Jerry Garcia’s 70th Birthday

springsteen and I.jpgmove me brightly dvd celebrating jerry garcia.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come annunciato ieri, in appendice alle uscite discografiche del mese, oggi, 29 ottobre, sono usciti questi DVD (o Blu-Ray) interessantissimi. E la settimana prossima esce anche quello dedicato a Jimi Hendrix, oltre al CD dal vivo a Miami. Non solo, in data odierna è uscito anche il cofanetto di 6 DVD dedicato ai concerti di Amnesty International, quei 988 minuti di musica, di cui vi avevo parlato tempo fa sul Blog.

Springsteen And I è il famoso film realizzato dai fans sul nostro amico Bruce e curato da Ridley Scott. Esce per la Eagle, dura 142 minuti, con tanto di sottotitoli in italiano ed era stato presentato in anteprima, al cinema, per un giorno, lo scorso luglio.

Faccio prima a mettervi il retro del DVD, cliccate, allargate la foto, così potete leggere direttamente cosa contiene:

springsteen and i retro.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jerry Garcia, se fosse stato vivo, ad agosto del 2012, avrebbe compiuto 70 anni. E quindi Bob Weir il 3 agosto dello scorso anno ha riunito ai TRI Studios di San Rafael in California un gruppo di musicisti, amici, “seguaci” ed ammiratori, oltre al resto dei Grateful Dead per registrate un tributo alla musica di uno dei grandi del rock del ‘900. Il tutto è durato oltre 5 ore ed era stato filmato per l’occasione da Justin Kreutzmann, regista e figlio di Bill, e mandato in onda come webcast in internet. Ora esce la versione in DVD o Blu-Ray che dura “solo” 159 minuti, pubblicata sempre dalla Eagle Vision, che ormai ha quasi l’esclusiva dei video musicali migliori in ciroclazione(con qualche eccezione). Chi c’era? Bob Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann, Mickey Hart e Donna Jean Godchaux, più Carlos Santana, Sammy Hagar, Mike Campbell, Perry Farrell e Stephen Perkins dei Jane’s Addiction. E ancora Vampire Weekend’s Chris Tomson, Phish’s Mike Gordon, The Hold Steady’s Craig Finn e Tad Kubler e Furthur’s Joe Russo & Jeff Chimenti. Mezzo documentario, quindi ricco anche di interviste e materiale d’archivio, più la parte live con questa tracklist:

1) Cumberland Blues

2) Going Down the Road Feelin’ Bad

3) Mission in the Rain

4) Shakedown Street

5) He’s Gone

6) Eyes Of The World

7) Terrapin Station

8) Days Between

9) Franklin’s Tower

10) U.S. Blues

Bonus Performances

1) Friend Of The Devil

2) Bird Song>New Speedway Boogie

Domani riprendiamo con il giro normale delle recensioni, arretrati a go-go come al solito.

Bruno Conti

Signore E Signori: La Storia Della Musica! Bob Dylan – The Complete Album Collection Vol. One – Terza Ed Ultima Puntata

bob dylan complete box.jpgbob dylan complete box open.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Puntata finale dell’anticipazione sul nuovo cofanetto di Bob Dylan The Complete Album Collection da 47 CD, in uscita il prossimo 5 novembre, i due Post precedenti li trovate domenica 6 ottobre e domenica 29 settembre, la parola a Marco Verdi, buona lettura!

220px-Bob_Dylan_-_Oh_Mercy.jpgBob_Dylan_-_Under_the_Red_Sky.jpg220px-Bob_Dylan_-_Good_as_I_Been_to_You.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Oh, Mercy (1989): e Dylan risorge. Chiama Daniel Lanois a produrre, va a New Orleans ed incide il suo miglior disco da Blood On The Tracks. Un album quasi perfetto, con Bob tirato a lucido e brani imperdibili come Where Teardrops Fall, Ring Them Bells, Shooting Star, Most Of The Time e Man In The Long Black Coat. E lascia fuori cose come Series Of Dreams e Dignity. Un pazzo.

 

Under The Red Sky (1990): un disco pieno di superospiti (George Harrison, Elton John, Steve Ray Vaughan ed il fratello Jimmy, Slash, David Crosby, Bruce Hornsby) ed un produttore di gran moda (Don Was), ma il risultato finale è tutto sommato deludente. L’album è pieno di testi di una banalità sconcertante (sembrano filastrocche per bambini, ed infatti Bob dedica il disco a sua figlia Desirée, nata da poco), mentre musicalmente si salva la splendida Born In Time (che infatti risale all’anno prima, periodo Oh, Mercy) e le discrete 2×2 e Handy Dandy, nella quale Al Kooper cerca di rievocare le atmosfere di Like A Rolling Stone. Tra l’altro questo sarà per ben sette anni l’ultimo disco di brani originali per Dylan, anche se al momento nessuno può immaginarlo.

 

Good As I Been To You (1992): nell’anno delle celebrazioni del trentennale della carriera, Dylan torna all’antico e pubblica un disco acustico di brani tradizionali folk. Il risultato è eccellente, con punte quali Jim Jones (sentite come canta, da brividi), Hard Times, Tomorow Night e Blackjack Davey.

220px-Bob_Dylan_-_World_Gone_Wrong.jpg220px-Bob_Dylan_-_MTV_Unplugged.jpgBob_Dylan_-_Time_Out_of_Mind.jpg

 

 

 

 

 



World Gone Wrong (1993): ancora acustico, è il seguito del disco precedente, anche se i traditionals qui sono meno folk e più blues: meritano una menzione la title track, Delia, Two Soldiers e, soprattutto, una Jack-A-Roe da applausi.

 

MTV Unplugged (1995): a parte i Bootleg Series, questo è ad oggi l’ultimo album live di Bob, registrato per l’omonima trasmissione televisiva. Dylan è in gran forma, con una delle migliori band del suo Neverending Tour, e ci offre splendide versioni di Tombstome Blues, Shooting Star, Desolation Row, John Brown, The Times They Are A-Changin’ ed una emozionante With God On Our Side come finale.

 

Time Out Of Mind (1997): il gran ritorno di Dylan vede ancora Daniel Lanois in cabina di regia, e Time Out Of Mind è l’ennesimo capolavoro. Love Sick, Standing In The Doorway, Tryin’ To Get To Heaven, Not Dark Yet (con un grande testo sulla vecchiaia e sulla morte che si avvicina), Make You Feel My Love e l’interminabile Highlands sono brani che ci fanno ritrovare il Dylan degli anni sessanta. La mancata rimasterizzazione per questo box ha creato qualche malumore, ma pare che sia stato Lanois stesso a non dare l’ok.

Bob_Dylan_-_Love_and_Theft.jpgBob_Dylan_-_Modern_Times.jpg220px-Bob_Dylan_-_Together_Through_Life.jpg

 

 

 

 

 

 


Love And Theft (2001): il disco più roots di Dylan, un’altra prova convincente. Autoprodotto (come anche i seguenti) contiene un capolavoro come Mississippi (scartato da Time Out Of Mind), una Honest With Me che sembra provenire dalle sessions di Highway 61, e le ottime Moonlight, High Water e Sugar Baby. Ma anche purtroppo due rockettini qualunque come Tweedle Dee And Tweedle Dum e Summer Days.

 

Modern Times (2006): un disco di grande successo (al primo posto di Billboard dopo trent’anni esatti), anche se Bob non cambia una virgola nel suono. Meno brillante del precedente (e dei successivi), a causa della produzione un po’ piatta, di qualche brano troppo lungo e di un paio di riempitivi che abbassano il giudizio finale. Comunque contiene tre grandi canzoni (When The Deal Goes Down, Workingman’s Blues # 2 e Nettie Moore) e l’ottimo rock’n’roll di apertura Thunder On The Mountain.

 

Together Through Life (2008): un album migliore del precedente (ed a mio parere anche di Love And Theft), con David Hidalgo e Mike Campbell in session a dare più spessore al suono. Tranne forse Life Is Hard, tutti i brani tendono dal buono all’ottimo, specialmente Beyond Here Lies Nothing, If You Ever Go To Houston, la mexican-flavoured This Dream Of You e l’errebi I Feel A Change Comin’ On. Il nostro è tornato a non sbagliare un colpo.

220px-Bob_Dylan_-_Christmas_in_the_Heart.jpg

Bob_Dylan_-_Tempest.jpg





 



Christmas In The Heart (2008): personalmente trovo questo disco godibilissimo: già pensare ad un Dylan alle prese con traditionals natalizi fa abbastanza sensazione, ma poi ascoltarlo divertirsi come un matto in brani come Here Comes Santa Claus, Must Be Santa o Christmas Island, cantare in latino in O Come All Ye Faithful o ancora interpretare con grande rigore classici come Winter Wonderland o Little Drummer Boy è un’esperienza unica.

 

Tempest (2012): l’ultimo album di Dylan è un altro capolavoro assoluto, di sicuro nella Top Ten dei suoi lavori più riusciti. Non c’è un solo minuto sottotono, con momenti sublimi come l’iniziale Duquesne Whistle, lo slow anni sessanta Soon After Midnight, la roccata Pay In Blood ed il toccante tributo a Lennon Roll On, John. Per arrivare all’epica title track, nella quale Dylan, nel corso di ben diciassette minuti e con uno splendido arrangiamento da folk ballad irlandese, narra a modo suo la vicenda del Titanic. Se, come ha ipotizzato qualcuno, questo sarà il suo ultimo disco (ma io spero di no), Dylan si congeda davvero alla grande.

 

Side Tracks: una delusione. Il tanto atteso doppio CD di rarità, esclusivo per questo box, si riduce ad una raccolta degli inediti pubblicati a suo tempo sul box Biograph (rendendolo praticamente inutile) più quelli tratti dai tre Greatest Hits e dai vari Essentials (da Positively 4th Street a Things Have Changed, passando per Watching The River Flow e Series Of Dreams, tanto per citarne alcune), inserendo come unica vera chicca la versione acustica del singolo del 1971 George Jackson.

E che fine hanno fatto gli altri singoli mai apparsi su album (George Jackson full band, If You Gotta Go, Go Now, Rita May, Band Of The Hand, Most Of The Time rifatta nel 1990), tutti i lati B inediti, i brani tratti da colonne sonore e tribute albums?

Un’occasione sprecata: a mio parere se fosse stata compilata meglio, questa collezione avrebbe fatto crescere sensibilmente gli acquirenti del box (dato che non è previsto che venga pubblicata a parte), mentre così com’è ne scoraggerà più di qualcuno. E poi la mancata rimasterizzazione di Shot Of Love non mi è andata giù.

*NDB Questa è la tracklist completa. Non è ancora certo al 100%, ma pare che uscirà separatamente come triplo vinile per il “Black Friday”, il Record Store Day del 29 novembre:

  • Baby, I’m in the Mood for You *
  • Mixed-Up Confusion (45) *
  • Tomorrow Is a Long Time (live) **
  • Lay Down Your Weary Tune *
  • Percy’s Song *
  • I’ll Keep It With Mine *
  • Can You Please Crawl Out Your Window? (45) *
  • Positively 4th Street (45) *
  • Jet Pilot *
  • I Wanna Be Your Lover *
  • I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met) (live) *
  • Visions of Johanna (live) *
  • Quinn the Eskimo (1967) *
  • Watching the River Flow (45) **
  • When I Paint My Masterpiece **
  • CD 2
  • Down in the Flood (1971) **
  • I Shall Be Released (1971) **
  • You Ain’t Goin’ Nowhere (1971) **
  • George Jackson (45 acoustic version)
  • Forever Young (demo) *
  • You’re a Big Girl Now (alternate)*
  • Up to Me *
  • Abandoned Love *
  • Isis (live) *
  • Romance in Durango (live) *
  • Caribbean Wind *
  • Heart of Mine (live) *
  • Series of Dreams
  • Dignity
  • Things Have Changed

* From “Biograph.” ** From “Greatest Hits, Volume II.”

Concludo (siete ancora con me?) con un riferimento a quel minaccioso Vol. 1 scritto nel titolo, che ha già gettato nel panico più di un fans: pare, ma non è confermato, che il secondo volume, in uscita fra un anno, includerà tutti i Bootleg Series pubblicati finora (altra scelta quantomeno strana, dato che è una serie in pieno sviluppo), più altri live d’archivio come il Gaslight Café o il Brandeis University.

E spero vivamente anche un secondo Side Tracks con roba più interessante.

Marco Verdi

Fine, anzi…

P.S. del Bruno Blogger, sempre il 5 novembre usciranno anche questi due titoli:

“The Very Best Of Bob Dylan” (1-CD)

 

1. Like a Rolling Stone 

2. Blowin’ In The Wind 

3. Subterranean Homesick Blues 

4. Lay, Lady, Lay

5. Knockin’ On Heaven’s Door 

6. I Want You 

7. All Along The Watchtower 

8. Tangled Up In Blue 

9. Don’t Think Twice, It’s All Right 

10. Hurricane 

11. Just Like a Woman 

12. Mr. Tambourine Man 

13. It Ain’t Me Babe 

14. The Times They Are A-Changin’ 

15. Duquesne Whistle 

16. Baby, Stop Crying 

17. Make You Feel My Love 

18. Thunder on the Mountain 

 

“The Very Best Of Bob Dylan” (2-CD Deluxe 35 Classic Tracks)

 

 

Disc one in this collection is the same as the above single CD release. Disc two consists of:

 

1. Maggie’s Farm 

2. Rainy Day Women 

3. Girl From The North Country 

4. Positively 4th Street 

5. A Hard Rain’s A-Gonna Fall 

6. Shelter From The Storm 

7. Mississippi 

8. (Quinn The Eskimo) The Mighty Quinn 

9. I Shall Be Released 

10. It’s All Over Now, Baby Blue 

11. Forever Young 

12. Gotta Serve Somebody 

13. Things Have Changed 

14. Jokerman 

15. Not Dark Yet 

16. Ring Them Bells 

17. Beyond Here Lies Nothin’