A 76 Anni Il Suo Primo Album Di Duetti. Judy Collins – Strangers Again

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Judy Collins – Strangers Again – Wildflower/Cleopatra Records 

Prima del parlare del disco, che a scanso di equivoci, lo dico subito, è molto piacevole, due parole sui miei “amici” della Cleopatra, una etichetta che, come sapete, amo in modo particolare. Perché hanno pubblicato una Deluxe edition del CD, come ho scoperto girando in rete, ma disponibile solo per il download digitale? Qualcuno potrà obiettare che questo Strangers Again dovrebbe essere un album di duetti solo con voci maschili, mentre nelle tre bonus c’è un brano cantato con Joan Baez (oltre ad uno con Stephen Stills e un altro con i Puressence), ma il discorso dovrebbe valere pure per la versione digitale, anche se a ben guardare, essendo la Cleopatra, le tre canzoni erano già uscite tra il 2011 e il 2012 su altri dischi. Comunque, piccole polemiche a parte, l’album è tipico della discografia di Judy Collins: arrangiamenti sontuosi  e complessi, quasi barocchi, che a tratti sfociano anche in sonorità orchestrali, mescolando il gusto per il vecchio folk delle origini, quando “Judy Blue Eyes” scopriva e interpretava, a fianco di molti classici della canzone popolare, le prime canzoni di Joni Mitchell, Leonard Cohen, Stephen Stills, Sandy Denny, ma anche Dylan, Beatles, Randy Newman, mantenendo comunque anche un proprio contributo a livello compositivo, non copioso ma sempre di buona qualità. Anche nell’ultimo album Bohemian, pubblicato nel 2011, a fianco di brani di Joni Mitchell, Jacques Brel (altro grande amore), Woody Guthrie, Jimmy Webb, c’erano quattro canzoni firmate dalla Collins, e tre duetti, con Ollabelle, Kenny White Shawn Colvin, un arte che la nostra Judy ha sempre frequentato ma che per la prima volta viene a completa fruizione in questo Strangers Again.

La scelta dei compagni di avventura è quanto mai eclettica, ci sono tutti i tipi di cantanti, noti, ignoti ed emergenti e sono affrontati tutti i generi musicali, con canzoni celeberrime di grandi autori ed alcune recenti o scritte appositamente per l’occasione. La Collins si produce da sola, con l’aiuto di molti co-produttori ed arrangiatori, da Buddy Cannon a Katerine De Paul, Mac McAnally e Mickey Raphael. Alan Silverman, Sven Holcomb e altri, che alternano quel suono che si diceva all’inizio, tra un pop-rock, vogliamo chiamarlo soft rock, e un sound orchestrale, a tratti malinconico, a tratti anche pomposo, con svolte quasi obbligate nel songbook della grande canzone americana, di Leonard Bernstein e Sephen Sondheim. Non è certo un capolavoro assoluto, ma chi vuole ascoltare una delle più belle voci della canzone americana, ancora pura e cristallina a tratti, a dispetto del tempo che passa, qui troverà pane per i propri denti e anche alcuni artisti poco conosciuti che magari vale la pena di investigare. Partiamo proprio da uno di questi ultimi: Ari Hest è un nuovo (diciamo poco conosciuto, visto che ha già pubblicato una decina di album), cantautore di New York, che apre le danze con la title-track Strangers Again, una bella ballata pianistica mid-tempo avvolgente, dove si apprezza anche la voce di Hest che ha qualche punto in comune con quella di Nick Drake, anche a livello compositivo, con quei toni melanconici ed autunnali. Amy Holland è un’altra cantautrice newyorkese, con soli tre album pubblicati in 35 anni di carriera, ma la sua Miracle River è un’altra soffusa ballata elettroacustica che unisce la voce cristallina della Collins con il baritono di Michael McDonald, con risultati piacevoli anche se a tratti zuccherosi, che è il limite di McDonald quando non si dedica al soul o al rock.

Belfast To Boston è un brano di James Taylor, tratto da October Road del 2002, una bella canzone di stampo folk-rock, con Marc Cohn che fa le veci di Taylor in modo egregio, è sempre un piacere ascoltarlo. Anche When I Go, firmata dai poco conosciuti Dave Carter e Tracy Grammer https://www.youtube.com/watch?v=YLXpaTu3qEI , è un eccellente veicolo per ascoltare l’accoppiata con Willie Nelson, altro grande esperto dell’arte del duetto, bella canzone, tra country, folk e derive quasi celtiche. Make Our  Garden Grow, dall’opera Candide di Leonard Bernstein, presenta un altro strano accoppiamento, questa volta con Jeff Bridges, che non è certo un virtuoso vocale e un po’ si perde nei florilegi orchestrali del brano, ma alla fine se la cava egregiamente, anche se il brano è “molto” crossover, quasi Bocelliano, più per amanti del musical che del rock. Feels Like Home è una delle canzoni più belle di Randy Newman, che però per non volendo sfigurare a livello vocale con il soprano della Collins ha mandato avanti a sostituirlo Jackson Browne, ed il risultato è uno dei brani migliori di questo CD. Thomas Dybdahl è un altro di quei nomi che vi dicevo varrebbe la pena di scoprire, cantautore raffinatissimo norvegese, ci propone, con un falsetto particolare, la sua From Grace, altro brano composito, molto adatto alle corde vocali della Collins. Di Bhi Bhiman vi avevo già parlato da queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2012/09/09/un-musicista-dallo-sri-lanka-questo-mancava-bhi-bhiman-bhima/, e si rivela partner ideale per la rilettura di uno dei pochi brani di Leonard Cohen che Judy Collins non aveva mai inciso, una sontuosa versione di Hallelujah, e non aggiungo nulla, anzi, bellissima!

Una rara concessione a sonorità più rock, con chitarre elettriche quasi spiegate, viene utilizzata per una energica versione di un classico di Ian Tyson Someday Soon, cantata con Jimmy Buffett, che per l’occasione rispolvera il sound country-rock delle origini, deliziosa. Aled Jones è un cantante e presentatore gallese, popolarissimo nel Regno Unito, adatto per il tuffo “diabetico” in una Stars In My Eyes, di nuovo con un alto tasso di zuccheri, diciamo non è tra le mie preferite del disco. Meglio, anche se siamo sempre più o meno da quelle parti,  pop orchestrale estratto dai grandi Musical, per Send In The Clowns, il pezzo di Stephen Sondheim che però è stato anche il più grande successo discografico di Judy Collins nel lontano 1975, qui cantata insieme a Don McLean, un altro che ha sempre saputo mescolare il folk e la canzone d’autore con i brani scritti per Perry Como, il diavolo e l’acqua santa. E per concludere un altro brano scritto da un cantautore recente come Glen Hansard, nome peraltro già conosciuto ed emergente che ha un nuovo disco in uscita in questi giorni, Races è un altro dei brani più belli di questo album con le due voci che si amalgamano alla perfezione. Qui finisce la versione fisica e ci sarebbero i tre bonus della versione digitale, con la cover di Last Thing on My Mind di Tom Paxton, cantata con Stephen Stills, particolarmente bella.

Mi sono dilungato più del solito ma era l’occasione per parlare di una delle più grandi cantanti della musica americana, che almeno di nome tutti conoscono perché era il soggetto di una delle canzoni più conosciute della storia del rock, Suite:Judy Blue Eyes era infatti dedicata a lei. Ci sono sicuramente album più belli nella discografia della Collins, penso a Wildlowers, Who Knows Where The Time Goes, Whales And Nightingales, o anche i primi 5 acustici e folk, in anni recenti i tributi a Leonard Cohen e ai Beatles, oppure i tanti Live usciti negli ultimi anni, per festeggiare i 50 anni di carriera, ma questo Strangers Again conferma che la classe non è acqua.

Bruno Conti

Pagine “Antiche” E Nuove Di Rara Bellezza ! Thea Gilmore – Ghosts & Graffiti

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Thea Gilmore – Ghosts & Graffiti – Full Fill Records –CD o 2 LP Deluxe Edition

Dal suo esordio (a soli 18 anni) con Burning Dorothy (98), Thea Gilmore ha pubblicato da allora 14 album (13 in studio e 1 live), quattro EP e numerosi singoli (oltre a brani in vari album “tributo” assortiti), e oggi, all’alba dei 36 anni, sposata e madre di 2 figli, raggiunge quota quindici con questa sorta di raccolta, Ghosts & Graffiti, dove rivisita il suo catalogo inserendo quattro canzoni nuove, sei brani con nuove versioni di vecchio materiale, rarità e pezzi radiofonici, e collaborazioni con artisti del calibro di Joan Baez, Billy Bragg, Waterboys, King Creosote, Joan As Policewoman, I Am Kloot e John Cooper Clarke (poeta inglese e cantante punk-rock).

Nei 25 brani della Deluxe Edition in vinile, gli album più saccheggiati sono Strange Communion, Avalanche, Don’t Stop Singing http://discoclub.myblog.it/2011/11/20/forse-non-come-l-originale-ma-sempre-un-ottima-cantautrice-m/  , Murphy’s Heart, Rules For Jokers e Regardless (recensito da chi scrive http://discoclub.myblog.it/2013/06/08/la-piu-americana-folk-singer-inglese-thea-gilmore-regardless/ ), mentre le canzoni nuove (o precisamente mai apparse prima) partono con l’iniziale mid-tempo di Copper https://www.youtube.com/watch?v=UW9aWc0FPyE , il singolo Coming Back To You con i suoi svolazzi di violoncello e violino, il country-folk di un’ariosa Live Out Love e il blues paludoso di una intrigante Wrong With You.

Le rielaborazioni partono con This Girl Is Taking Bets https://www.youtube.com/watch?v=E1wm58dpKCk , una specie perfetto “rockabilly” con la chitarra di Robbie McIntosh, che vede Thea condividere la voce con la brava Joan Wasser (Policewoman) al pianoforte , e proseguono con la scintillante Glistening Bay (tratta dall’album dedicato alla grande Sandy Denny Don’t Stop Singing) che la vede accompagnata dall’attuale incarnazione dei grandi Waterboys, che danno al brano un suono più corposo https://www.youtube.com/watch?v=YK6zUnLziwM . Poi arrivano in sequenza il giro di chitarra di una Razor Valentine (una storia d’amore con Billie Holidayhttps://www.youtube.com/watch?v=TuRo17BVs2M , eseguita con il gruppo I Am Kloot (e la voce del cantante John Bramwell), con in sottofondo il sax di Pete McPhail, l’eccellente ballata Old Soul, cantata da Thea con violini e violoncelli a sostegno, l’atmosfera molto diversa di Don’t Set Foot Over The Railway Track, che non poteva che essere declamata dal leggendario poeta-punk John Cooper Clarke (su un tessuto di tastiere), e il lento valzer Inverigo eseguito con il cantautore scozzese King Creosote, dalla melodia molto “dylaniana”. Da segnalare inoltre il pop alla Indigo Girls di una gioiosa Start As Mean To Go On, una canzone politica come My Voice cantata con il censore più politico anglosassone Billy Bragg e il banjo del compagno di vita Nigel Stonier, con un’altra stupenda ballata in duetto con la sempre giovane Joan Baez Inch By Inch, su un tessuto di pianoforte e fisarmonica https://www.youtube.com/watch?v=jj-ysx4_r8w , i suoni spettrali di una sussurrata Avalanche https://www.youtube.com/watch?v=caNh-GklCZU , le scorribande folk di Juliet, e le atmosfere natalizie delle note di That’ll Be Christmas https://www.youtube.com/watch?v=Ep2ilaIU8g8 , che chiudono per ora un percorso di una carriera lunga 17 anni, vissuta tra alti (tanti) e bassi (pochi), ma sempre con grande coerenza.

Per chi scrive Thea Gilmore, con Jude Johnstone e Angie Palmer, si gioca lo scalino più alto del podio come  migliore songwriter inglese “sconosciuta” dell’ultima generazione, con un cocktail musicale che spazia dal folk al pop, attraverso il rock di chiara matrice americana, e tutto questo lo deve  ai suoi genitori Irlandesi che l’hanno cresciuta in un villaggio (da favola) nella campagna inglese dello Oxfordshire, dove è stata “abbeverata” con una solida colonna sonora di base, composta da Dylan, Beatles, Hendrix, e Fairport Convention. Per chi ama il genere un lavoro e una raccolta superba!

Tino Montanari

Come Quei Bei Doppi Dischi Dal Vivo Di Una Volta! Another Day, Another Time: Celebrating The Music Of Inside Llewyn Davis

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Another Day, Another Time: Inside The Music Of Llewyn David – 2 CD Nonesuch/Warner

Tutto partiva all’incirca un abbondante anno e mezzo fa, con la presentazione del film dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis ( A Proposito Di Davis in italiano) al Festival del Cinema di Cannes del 2013. IL film era una sorta di versione riveduta e corretta della storia di Dave Van Ronk, Ramblin’ Jack Elliott e dei loro amici (qualcuno ha detto Dylan?), nella New York di inizio anni ’60, nella zona del Greenwhich Village, dove il boom della musica folk stava per esplodere in tutta la sua dirompente carica. Ma noi ovviamente non parliamo della pellicola cinematografica ma della sua bellissima colonna sonora: sul finire di quell’anno, circa tre mesi prima dell’uscita nelle sale, nel settembre del 2013, i fratelli Coen e il produtttore della musica della soundtrack, T-Bone Burnett, decidono di riunire i musicisti presenti nella colonna sonora ed altri validi alfieri, vecchi e nuovi, del filone folk, per uno storico concerto tenuto alla Town Hall di New York, il 29 settembre per la precisione, nel corso delle manifestazioni promozionali legate al lancio del film. Il tutto viene debitamente filmato (e prima al cinema e poi in DVD è uscito una sorta di documentario relativo all’avvenimento https://www.youtube.com/watch?v=-hQZyeMLMag ) e anche registrato, per la parte audio, e ora vede la luce in questo gennaio 2015 con un doppio CD pubblicato dalla Nonesuch Records di cui ora andiamo a parlare (purtroppo, come detto in altre occasioni, per questioni di diritti, essendo stati pubblicati da diverse case di produzione, non esiste una bella confezione che raggruppa i due formati). E comunque il doppio album basta e avanza.

Marcus Mumford, Oscar Isaac Another Day, Another Time the Music of "Inside Llewyn Davis"

La qualità musicale della colonna sonora era già di per sé molto elevata, ma i contenuti del doppio live, anche grazie alla partecipazione dei numerosi ospiti non presenti nella soundtrack stessa, sono ancora più eclatanti, in questa cavalcata nelle radici della musica popolare americana, ma anche nel repertorio di alcuni dei più grandi cantautori che la scena folk abbia saputo proporre, rivisitati in nuove scintillanti versioni. I primi a presentarsi sul palco sono i Punch Brothers, la strepitosa band di Chris Thile (che proprio in questi giorni presenta il nuovo album The Phosphorescent Blues), giovane talento dell’area folk-bluegrass, che, pur non avendo ancora compiuto 35 anni, ha già una discografia copiosa, con decine di album, prima a nome Nickel Creek, poi come solista e incollaborazioni varie, oltre a quelli con i Punch Brothers (dal 2006), tutti pubblicati negli ultimi venti anni: cantante, oltre che virtuoso del mandolino, Thile & Co. prima ci propongono una malinconica Tumbling Tumbleweeds, scritta da Bob Nolan dei Sons Of The Pioneers, prima di aprire le danze con la loro mossa versione di un celebre traditional come Rye Whiskey, con Thile, il violinista Gabe Witcher, il banjoista Noam Pikelny, il chitarrista Chris Eldridge e il contrabbassista Paul Kowert (tutti anche ottimi cantanti) impegnati a riversare il loro virtuosismo sul pubblico presente. Per il terzo brano, uno dei super classici della canzone americana, Will The Circle Be Unbroken, scritta negli anni ’30 da A.P. Carter della celebre famiglia, sul palco sale anche la coppia Gillian Welch e David Rawlings, per una ottima versione corale del celebre brano. In questa alternanza di classici e brani contemporanei, ma sempre inseriti nel grande filone della folk music, i due poi eseguono una loro composizione, The Way It Goes, bellissima, presente nell’album del 2011 The Harrow And The Harvest, tutt’ora l’ultimo della succinta discografia della coppia.

gillian welch old crow Another Day, Another Time the Music of "Inside Llewyn Davis"

Che rimane sul palcoscenico per unirsi all’ex Old Crow Medicine Show Willie Watson, per una superba versione di un altro capolavoro come The Midnight Special, altro brano tradizionale che molti attribuiscono a Leadbelly, ma che è stato eseguito negli anni da centinaia di musicisti, non ultimi i Creedence, la cui versione, peraltro molto bella, è forse la più conosciuta dal grande pubblico. David Rawlings esegue  un medley di I Hear Them All, brano scritto con Ketch Secor, sempre degli Old Crow, accoppiato con l’inno non ufficiale dei musicisti folk (e non) americani, This Land Is Your Land, la celeberrima canzone di Woody Guthrie che è anche l’occasione per far cantare tutto il pubblico presente (Rawlings non è un gran cantante, ma le armonie della Welch e la bontà della canzone fanno il resto). Le voci sono invece il grande pregio di un’altra coppia che si affaccia sulla scena americana, i Milk Carton Kids ci regalano una bella versione del brano New York tratta dal primo disco Prologue, impreziosita anche dagli intricati giri delle due chitarre acustiche. Ancora una coppia, le protette del produttore T-Bone Burnett, le Secret Sisters, con la dolce cantilena di Tomorrow Will Be Kinder e a seguire un altro nuovo gruppo come i Lake Street Dive, che, anche se forse perdono qualcosa nella versione acustica di Go Down Smooth, ci permettono di gustare comunque la bellissima voce della  cantante Rachael Price (e anche gli altri non scherzano http://discoclub.myblog.it/2014/03/12/raffinato-quartetto-che-voce-la-ragazza-lake-street-dive-bad-self-portraits/).

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Please Mr. Kennedy è una canzone del film, un bravo divertente interpretato da Elvis Costello, aiutato da Punch Brothers, Oscar Isaac e Adam Driver, mentre Conor Oberst (Bright Eyes) ci regala una ottima versione di un altro dei classici degli anni gloriosi del folk, Four Strong Winds che viene dal periodo ’60’s del duo canadese Ian & Sylvia (Tyson): canzone bellissima con le armonie vocali e l’accompagnamento musicale nuovamente di Gillian Welch David Rawlings, che rimangono anche per il brano scritto da Oberst, Man Named Thruth, molto nello spirito della musica di quel periodo. Colin Meloy dei Decemberists, in versione solitaria, come si confà alla serata, rilegge uno dei brani culto dell’epoca, quella Blues Run The Game, unica canzone “celebre” dello sfortunato Jackson C. Frank, uno dei “beautiful losers” per eccellenza. Meloy poi invita sul palco Gillian Welch e Joan Baez, la madrina del folk movement dell’epoca, per interpretare uno dei brani più noti della Baez stessa, Joe Hill, una delle grandi canzoni di protesta, resa in una versione emozionante a tre voci con la fisarmonica di Dirk Powell aggiunta per colorire il suono. Fine della prima parte del concerto (e del primo CD) con tre brani eseguiti dagli Avett Brothers: All My Mistakes è uno dei loro cavalli di battaglia, un brano dolcissimo e delizioso anche in versione acustica, molto bella pure la versione di un classico del country, scritta da Tom T. Hall come That’s How I Got To Memphis, con un bel crescendo coinvolgente e per finire un medley di altri due brani che confermano l’eccellenza di questa band americana che in pochi anni è diventata una delle migliori realtà in circolazione, Head Full Of Doubt/Road Full Of Promises si incastrano alla perfezione una nell’altra e il pubblico apprezza alla grande.

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La seconda parte del concerto riparte con ben tre brani cantati da Jack White, che in versione cantante folk fa un figurone: accompagnato da Lillie Mae Rische, violino e seconda voce, Fats Kaplin, banjo e chitarra, e Dominic Davis, basso, propone prima un brano della tradizione come Mama’s Angel Child, poi un brano di uno dei protagonisti del folk anni ’60 Tom Paxton, di cui riprende Did You Hear John Hurt?, un gioiellino, grazie anche alla deliziosa voce della Rische, per finire con un suo brano, We’re Going To Be Friends (così è scritto sul CD, ma mi sembra che il brano sia I Can Tell https://www.youtube.com/watch?v=nb70f4DtHdw) , molto sulla lunghezza d’onda della serata e accolto da un boato del pubblico. E’ poi il turno di Rhiannon Giddens (la multistrumentista e cantante dei Carolina Chocolate Drops, di cui sta per uscire il 10 febbraio per la Nonesuch il disco d’esordio da solista, prodotto guarda caso da T-Bone Burnett), reduce nel 2014 dalle partecipazioni ai New Basement Tapes e al tributo al Bitter Tears di Johnny Cash, ma per la serata alle prese, con la sua voce stentorea e potente, con il gospel-folk di una intensa Waterboys e poi con le derive celtiche delle impronunciabili (ma molto belle) Siomadh rud tha dhith orm/Ciamar a ni mi ‘n dannsa direach. Oscar Isaac è l’attore principale del film, ma si è scoperto anche ottimo cantante, qui, accompagnato dalle Secret Sisters e dai Punch Brothers, interpreta ottimamente Hang Me, Oh Hang Me, altro celebre brano tradizionale e uno dei migliori presenti nella colonnna sonora originale https://www.youtube.com/watch?v=X672aJ3iytY , nonché Green, Green Rocky Road una delle canzoni più note proprio di Dave Van Ronk, intorno alla cui figura è incentrata tutta le vicenda. Il primo brano di Dylan della serata Tomorrow Is A Long Time è affidato alla voce ed alla chitarra di Keb’ Mo’, a seguire, in una delle sue rarissime apparizioni live, uno dei vecchi amici di Bob, quel Bob Neuwirth tra gli interpreti principali di Renaldo & Clara, qui alla prese con un piccolo classico di Utah Phillips, Rock Salt And Nails, che molti ricordano nella versione di Steve Young, la voce è molto “vissuta”, ma la versione è decisamente bella.

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Per eseguire un altro dei classici della canzone folk delle isole britanniche Auld Triangle (anche questa presente nella soundtrack del film), molto irish (anche se tra l’ilarità del pubblico, precisano che nessuno di loro è irlandese), si presenta Marcus Mumford con tutti i Punch Brothers, in versione rigorosamente accappella, solo voci https://www.youtube.com/watch?v=9vi14x4nCpQ ; formato che prosegue anche nella successiva Didn’t Leave Nobody But The Baby, cantata dal trio Gillian Welch, Rhiannon Giddens, Carey Mulligan. Nell’ultima parte del concerto altra accoppiata inconsueta per uno dei brani più celebri del repertorio di Pete Seeger, Which Side Are You On, cantata con passione dalla strana coppia Elvis Costello e Joan Baez, con un congruo e sostanzioso accompagnamento strumentale guidato dal mandolino di Chris Thile. Baez che rimane ancora per la ripresa di un ennesimo super classico come The House Of The Rising Sun, che tutti ricordiamo per la versione meravigliosa degli Animals, ma che è sempre stata nel repertorio di tutti i grandi folksingers, da Dylan in giù, la voce non difetta certo alla nostra amica Giovanna, come dimostra in un altro bel duetto con il “giovane” Marcus Mumford, alle prese con un enesimo traditional come Give Me Conbread When I’m Hungry. Gli ultimi tre brani sono affidati proprio al leader dei Mumford And Sons, e non a caso sono tutti e tre di Bob Dylan: la prima è I Was Young When I Left Home, cantata benissimo da Marcus, che si conferma un ottimo talento, a dispetto dei tanti detrattori che si sono manifestati dopo l’enorme successo planetario e transgenerazionale (secondo l’assioma che se vende, fa musica commerciale e quindi risaputa). Fare Thee Well, cantata con Oscar Isaac, è il brano tradizionale a cui Dylan si è ispirato per scrivere proprio Farewell, la canzone che chiude il film (nella versione di Bob Dylan), mentre in questa serata speciale Mumford è accompagnato ancora una volta dai Punch Brothers https://www.youtube.com/watch?v=QyVo_AT-DYM , veri co-protagonisti del concerto. Scusate se mi sono dilungato un po’, ma il disco vale assolutamente tutti i complimenti utilizzati.

Domani ripartiamo proprio da Bob Dylan, quello nuovo, e non aggiungo altro.

Bruno Conti

La Colonna Sonora Di Una Vita! Mary Black – Down The Crooked Road

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Mary Black – Down The Crooked Road – The Soundtrack – 3ù Records

La carriera di Mary Black, una delle figure fondamentali della canzone tradizionale prima e anche della canzone pop irlandese, in seguito, cominciò nel lontano ’75 e prosegue tutt’oggi con inalterato successo. La piccola Mary nasce in una famiglia di musicisti: il padre era un violinista di Rathlein (una piccola isola della costa irlandese), e la madre una cantante di music-hall di Dublino, e in casa cantavano e suonavano tutti, oltre al padre e alla madre anche i tre fratelli e la sorella Frances. La scelta iniziale di Mary Black fu per la musica popolare tradizionale, il cosiddetto folk, con il gruppo General Humbert, con i quali mosse i primi passi e incise la prima cassetta (altri tempi). La sua voce squillante e cristallina non passò certo inosservata, e sostenuta dal produttore Declan Sinnott (Horslips, ma senza incidere con loro,poi Moving Hearts e Christy Moore) incise un LP come cantante solista intitolato semplicemente Mary Black (82), che ebbe subito successo e le permise di entrare a fare parte del gruppo folk De Dannan, condividendo le parti vocali con un altra grande, Dolores Keane. Il gruppo era già molto famoso , e di conseguenza a Mary si presentò l’occasione di viaggiare molto in Europa e negli Stati Uniti, e quindi di farsi conoscere a livello internazionale, incidendo con loro Song For Ireland  https://www.youtube.com/watch?v=7Se8r579MEY (83) e Anthem (85). Nel frattempo la Black non rinunciò a proseguire la carriera solista incidendo Collected (84) e Without The Fanfare (85) e apparendo in molte “compilation” e come ospite di artisti famosi come Van Morrison, Christy Moore e Joan Baez, nelle loro registrazioni.

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Lentamente Mary passò dal repertorio folk più tradizionale ad uno più pop (nel senso “nobile” del termine e comunque sempre di ottimo livello) pubblicando The Time It Gets Dark (87) che diventò disco di platino, così come l’acclamato No Frontiers (89), con il quale conquistò definitivamente un certo successo anche negli Stati Uniti. Da allora non si contano più i premi vinti e la permanenza dei suoi dischi ai primi posti delle classifiche, soprattutto irlandesi, dove, con Christy Moore, è regina incontrastata: ecco quindi susseguirsi Babes In The Wood (91), intervallato dalle compilations di interpreti femminili A Woman’s Heart volume 1 e 2 (che annoverava fra le tante la sorella Frances Black, Dolores Keane, Sinèad Lohan, Eleanor McEvoy, Maura O’Connell, Sinèad O’Connor, Mary Coughlan, Sharon Shannon) https://www.youtube.com/watch?v=-3nLjGQpUOU , The Holy Ground (93), Circus (95), Shine (97) con versioni dei brani di David Gray, Speaking With The Angel (99), lo splendido Mary Black Live (03), Full Tide(05), l’ultimo lavoro in studio Stories From The Steeples (11) che ho avuto il piacere di recensire su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2011/12/03/eccola-di-nuovo-mary-black-stories-from-the-steeples/ , e varie raccolte tra le quali non posso non menzionare Twenty Five Years, Twenty Five Songs (08) anche in versione DVD, di cui il buon Bruno (in qualità di titolare del blog) ha parlato da par suo, sempre su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2010/05/18/la-piu-bella-voce-d-irlanda-mary-black-twenty-five-years-twe/ .

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Questo “nuovo”disco è uscito a Ottobre. in concomitanza con il lancio della sua autobiografia Down The Crooked Road, e The Soundtrack quindi non è altro che la colonna sonora della sua vita, diciotto canzoni dal suo repertorio (selezionate dalla stessa Black) che coprono 30 anni della sua carriera, impreziosita da brani tratti da esibizioni live e duetti con artisti che hanno condiviso la sua voce e talento. Scorrendo la tracklist, oltre ai brani più noti, Mary pesca dal suo “songbook” personale canzoni della tradizione irlandese come Colcannon con la Black Family, la dolcissima I Live Not Where I Love, e la celeberrima Paddy’s Lamentation con il suo ex-gruppo De Dannan, collaborazioni importanti con Imelda May in Mountains To The Sea https://www.youtube.com/watch?v=Ba_WrxaEwU0 , Dolores Keane e Emmylou Harris in una danzante Sonny https://www.youtube.com/watch?v=7Se8r579MEY , e una strepitosa cover live di Bob Dylan Ring Them Bells in duetto con Joan Baez e al pianoforte Pat Crowley. Dal repertorio live vengono pure riproposte una sempre accorata No Frontiers https://www.youtube.com/watch?v=eYtF-k1YahY , una galoppante Past The Point Of Rescue con le percussioni e la fisarmonica di Dave Early che dettano il ritmo, e la malinconia tipicamente irlandese di Ellis Island, andando poi ad omaggiare due grandi cantautrici, la brava Mary Chapin Carpenter in The Moon And St.Christopher https://www.youtube.com/watch?v=LapGt7t682c  e la mai dimenticata Sandy Denny nell’arcinota Who Knows Where The Time Goes.

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Pensando di fare cosa gradita (ai “fans” della Black, ma soprattutto a chi vuole avvicinarsi a questa superba cantante della Emerald Isle) ecco la tracklist dei brani:

1        – Carolina Rua

2        – The Moon And St. Christopher

3        – Another Day

4        – The Loving Time

5        – Schooldays Over

6        – Colcannon with The Black Family

7        – No Frontiers Live

8        – Mountains To The Sea with Imelda May

9        The Circus

10    – I Live Not Where I Love

11    – Ring Them Bells with Joan Baez

12    – Past The Point Of Rescue Live

13    – Faith In Fate

14    – Sonny with Dolores Keane & Emmylou Harris

15    – Moments

16    – Ellis Islands Live

17    – Paddy’s Lamentation with De Dannan

18    – Who Knows Where The Time Goes

Mary Black vive oggi a Dublino, dove è sposata con un dirigente della Dara Records (la sua storica casa discografica), ha tre figli (di cui uno Danny fa parte del gruppo musicale rock Coronas), e si può certamente affermare (senza mancarle di rispetto) che sia una splendida sessantenne, che dal Gennaio del prossimo anno si appresta ad iniziare l’ennesimo tour mondiale, forse l’ultimo, per una magnifica artista che nel corso della sua lunga carriera ha conquistato milioni di cuori in tutto il mondo. Quindi lunga vita a Mary!

Tino Montanari

Il Ritorno Del “Trovatello”! David Gray – Mutineers

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David Gray – Mutineers – Iht Records – Deluxe Edition – 3 CD Box

Può sembrare strano, ma David Gray è una sorta di miracolato: i suoi primi tre dischi (splendidi), A Century Ends (93), Flesh (94) e Sell, Sell, Sell (96), per quanto incensati dalla critica (soprattutto il primo) e dai colleghi (Joan Baez e Bob Dylan) vendettero poco o niente. Di conseguenza i contratti (prima con la Virgin e poi con la Emi) vennero stracciati e il nostro buon David stava pensando seriamente di trovarsi un altro lavoro, non senza darsi prima un’ultima “chance”. Ormai deluso da produttori e discografici, Gray decise di incidere un nuovo disco con pochi e qualificatissimi amici, e in modo del tutto indipendente di pubblicarselo, ed ecco il miracolo: una paio di canzoni di White Ladder (98,) Please Forgive Me e Babylon cominciarono ad attirare l’attenzione e il disco come non sempre succede cominciò a funzionare. Nella verde Irlanda (dove David Gray è amatissimo) arrivò in testa alle classifiche, continuando a crescere fino a vendere sei milioni di copie in tutto il mondo, e da quel momento la vita di “lazzaro” David cambia, trovando conferme nei successivi A New Day At Midnight (02), Life In Slow Motion (05), senza dimenticare un’introvabile live A Thousand Miles Behind (07), da cercare assolutamente  (composto solo da cover di Tim Buckley, Bob Dylan, Randy Newman, Bruce Springsteen, Barry Gibb, Johnny Cash, Will Oldham, John Martyn), fino ad arrivare alla produzione più recente Draw The Line (09) e Foundling (10) puntualmente ne ha parlato il buon Bruno su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2010/08/26/un-altro-trovatello-david-gray-foundling/ ) forse non ai livelli dei precedenti (ma conosco gente che farebbe carte false e anche di più, per pubblicare lavori simili!).

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Questo uomo di mondo nato a Sale, gallese di adozione (Solva) e irlandese di vocazione musicale, rompe un silenzio discografico di quattro anni con questo nuovo lavoro Mutineers, suo decimo album in studio, con la produzione di Andy Barlow dei Lamb (una coppia che stranamente funziona), dando molta attenzione alla ritmica, all’uso non banale degli strumenti acustici, su un tessuto sonoro dove l’elettronica viene usata in una forma lieve e appropriata. I musicisti che accompagnano Gray in questo viaggio di “ammutinati”, sono Robbie Malone al basso, Keith Prior alle percussioni e batteria, John Smith alle chitarre, Caroline Dale al cello, oltre allo stesso David voce, pianoforte, chitarra acustica, tastiere e armonica, per undici tracce con un suono pieno e di grande atmosfera.

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Con la triade iniziale, Gray, come al solito, dimostra di saper scrivere canzoni, a partire da Back In The World che scalda subito i cuori https://www.youtube.com/watch?v=mBS6UgiYTr4 , passando per le soffici atmosfere di As The Crow Files e la title track Mutineers, con un crescendo affascinante dove non stona un lieve tocco di elettronica, e si prosegue con le note eleganti di una sperimentale Beautiful Agony https://www.youtube.com/watch?v=KfIq6HMYuvw . Con Last Summer  e Snow In Vegas ritornano le ballate d’autore, brani meravigliosi e dolcissimi (dove David dà il meglio del suo talento), mentre Cake And Eat It si basa su un tessuto prettamente acustico. La parte chiamiamola più melodica continua con due ballate pianistiche di notevole impatto, Birds Of The High Arctic che inizia in modo soffuso per poi svilupparsi in un sontuoso crescendo orchestrale, e una The Incredible dove i coretti danno un’impronta quasi gospel alla canzone https://www.youtube.com/watch?v=bhdvYIqGAl0 , mentre Girl Like You è il brano in cui più si avverte la mano al mixer di Barlow, per poi chiudere con quella che è forse la canzone più bella dell’album, la cruda e spiazzante Gulls con echi di Van Morrison nella bella voce di David Gray https://www.youtube.com/watch?v=iF-xx8mMWIo .

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La versione Deluxe raccoglie in 2 CD, un live show inedito di Grey dal titolo Cascade registrato alla Royal Festival Hall di Londra nel 2011, di cui vi allego la scaletta, divisa nei due dischetti:

1 – Foundling

 2 – From Here You Can Almost Sek RThe Sea

 3 – Davey Jones’ Locker

 4 – Lately

 5 – The One I Love

 6 – Kathleen

 7 – Ain’t No Love

 8 – My Oh My

 9 – Fugitive

10 – Forgetting

11 – Falling Free

12 – Flame Turns Blue

13 – Babylon

14 – Nemesis

15 – Sail Away

Per chi scrive, l’accattivante edizione Deluxe, in un bel piccolo cofanetto, si raccomanda in quanto David Gray è un energico “performer” dal vivo, e buona parte dei brani vengono riproposti in una versione dilatata (ad ulteriore riprova dello spessore artistico dell’artista) per un totale di quasi novanta minuti di eccellente musica.

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I dischi di David Gray vanno ascoltati attentamente e necessitano spesso di numerosi ascolti, come nel caso di questo ultimo Mutineers, un album che cresce ascolto dopo ascolto, forse i precedenti erano più immediati, ma il tempo gioca dalla sua parte, in quanto Gray rimane un cantautore eccezionale, le sue canzoni arrivano al cuore, con quel suo modo di cantare semplice, senza fronzoli, e gli oltre tredici milioni di album venduti in carriera, lo stanno ampiamente a dimostrare. Dio salvi “lazzaro” David!

Tino Montanari

Adesso Si Esagera! Woodstock: 3 Days of Peace & Music Limited Edition Revisited Blu-ray

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L’ho detto varie volte ma secondo me ormai la case discografiche e cinematografiche prendono per il culo (per usare il noto francesismo) la gente senza ritegno, non è possibile continuare a pubblicare nuove edizioni delle stesse cose, ogni volta con qualcosa in più per ingolosire i potenziali acquirenti. Prendiamo questo Woodstock: 3 Days Of Peace & Music 40th Anniversary Edition The Director’s Cut. Era già uscito nel 2009, quando effettivamente era il 40° anniversario dal concerto del 1969, un bel quadruplo DVD con molte ore di materiale extra, più di otto ore di materiale in totale, tra film ed extra, mi pare. Ma ora (forse perché è il 45° anniversario?) esce questa edizione in triplo Blu-ray che recita Limited Edition Revisited! Scusa? Cosa vuol dire? Vediamo quindi, per capire, il retro del manufatto, che uscirà il 29 luglio per la Warner Home Video (se cliccate sull’immagine si allarga e potete leggere meglio).

woodstock blu-ray back

Effettivamente oltre a un po’ di memorabilia, tipo riproduzioni di biglietti, toppe e il Life Magazine dell’epoca, c’è anche dell’ulteriore materiale video extra. Cerchiamo in rete e vediamo cos’è!

New Never-Seen Concert Footage:

  • Book of Love
  • Come Back Baby
  • Everything’s Gonna Be Alright
  • Helplessly Hoping and Marrakesh Express
  • Mr. Tambourine Man and Tuning My Guitar
  • Oh Happy Day and I Shall Be Released
  • Persuasion
  • Pinball Wizard

Ovvero Sha Na Na il primo brano, Jefferson Airplane il secondo, Paul Butterfield Blues Band il terzo, CSNY il quarto e il quinto, Melanie il sesto e il settimo, Joan Baez l’ottavo e il nono, Santana il decimo e gli Who l’undicesimo. I titoli erano nel comunicato stampa che annuncia l’uscita, gli artisti li ho aggiunti io. Per un totale di circa un’ora di ulteriore materiale. Vale la pena? Non chiedete a me perché mi scappa la parolaccia, io vi ho informato poi vedete voi se farli del male o meno. Per il momento credo uscirà solo per il mercato americano, dove costerà tra i 35 e i 40 dollari, neanche moltissimo, però…

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E’ un cartello stradale australiano che indica “Divieto di parolacce”! A quando l’integrale in 30 DVD e 20 Blu-Ray? Per il cinquantenario?

Bruno Conti

*NDB Da domani riprendiamo anche con le recensioni, ho un po’ di arretrati da smaltire, alcune di artisti italiani interessanti che non riesco a fare per il Buscadero.

Diari Texani! Eliza Gilkyson – The Nocturne Diaries

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Eliza Gilkyson – The Nocturne Diaries – Red House Records/Ird

Con una lunga e ricca carriera alle spalle (debutta nel ’69 e con questo sono ben 20 gli album che ha inciso), Eliza Gilkyson è una cantautrice notevole che ad Austin viene considerata come una piccola gloria locale, una delle artiste che ha contribuito a edificare la leggenda della musica texana (anche se, per la cronaca, è nata in California!). Come si confà al bravo e umile recensore, qualche nota biografica è fondamentale per capire da dove viene e quale è il suo progetto artistico. Eliza cresce in una famiglia dove la cultura, la poesia e la musica sono di casa (il padre Terry Gilkyson è stato un bravo compositore, e le sue canzoni sono state portate al successo da Dean Martin, Johnny Cash, White Stripes e altri ancora). Dopo aver preso le distanze dall’ingombrante padre, per cui all’inizio cantava nei demos, Eliza si è lentamente creata una sua carriera professionale di musicista a tempo pieno, che nel corso del tempo l’ha portata a collaborare con gli Amazing Rhythm Aces (grandissimi), Exene Cervenka (cantante del gruppo punk-rock X) Iain Matthews, e ad instaurare un proficuo rapporto con l’arpista svizzero Andreas Vollenweider.

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Dopo aver inciso un album Misfits (99), ricco di soddisfazioni per la sua etichetta Realiza Records (ma aveva già fatto dischi nel 1969 e 1979 e il suo primo “ufficiale”, Pilgrims, risale al 1987 https://www.youtube.com/watch?v=ns35h09X72c , si accasa  con la Red House Records, https://www.youtube.com/watch?v=XXd2xjTrNXo dove pubblica, tra gli altri, Lost And Found (02), l’ottimo Land Of Milk And Honey (04), Paradise Hotel (05), il live Your Town Tonight (07), Beautiful World (08), e il recente bellissimo Rose At The End Of Time (11) senza dimenticare i lavori editi con Iain Matthews e Ad Vanderveen More Than A Song (01) e Red Horse (10) con Lucy Kaplansky e John Gorka http://discoclub.myblog.it/2010/08/07/un-piccolo-supergruppo-red-horse-gilkyson-gorka-kaplansky/ .

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Come sempre nei suoi lavori, Eliza si circonda di bravi musicisti e The Nocturne Diaries non fa eccezione: a seguirla ci sono Mike Hardwick (a lungo con Jon Dee Graham) alle chitarre e dobro, Chris Maresh al basso, Rich Brotherton al mandolino, Warren Hood al violino, Ray Bonneville all’armonica, e suo figlio, e produttore del disco, Cisco Ryder alla batteria e percussioni (insomma il meglio dei “turnisti”di Austin), a cui vanno aggiunte le voci dell’amica Lucy Kaplansky e di Delia Castillo.

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Si parte con Midnight Oil, una tenue dolce ballata, seguita dall’intro acustico di Eliza Jane, che poi si sviluppa in un bluegrass con mandolino, banjo e violino, mentre No Tomorrow è un brano molto gradevole, delicato e intimista, per poi passare all’elettrica An American Boy che tocca livelli pari a quelli della migliore Lucinda Williams https://www.youtube.com/watch?v=vOKTZ7U4lQM . Where No Monument Stands è una bella poesia di William Stafford, messa in musica da John Gorka (uno che di buone canzoni se ne intende), una ballata incantevole con una Gilkyson particolarmente ispirata, a cui fa seguito una The Ark dall’incedere tambureggiante, mentre con Fast Freight viene ripescato un brano del padre Terry (registrato dal Kingston Trio nel loro album di debutto nel lontano ’58) https://www.youtube.com/watch?v=2efj7YCATSw , seguito dall’arrangiamento più rock del lavoro, una ballata elettrica,The Red Rose And The Thorn, che richiama alla mente le sonorità  delle canzoni di Mary Gauthier. Not My Home eTouchstone https://www.youtube.com/watch?v=JS9YVn-L1LY  sono amabili bozzetti che vedono Lucy Kaplansky al controcanto, mentre la ballata romantica World Without End (ricorda in modo imbarazzante Right Here Waiting di Richard Marx), appena sussurrata da Eliza, è di una bellezza incantevole, per poi chiudere il “diario” con una ninna-nanna, All Right Here, accompagnata solo da una chitarra slide e dalla pedal steel di John Egenes.

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Eliza Gilkyson, al pari di Mary Gauthier (e poche altre), resta una cantautrice “vera”, che ha tanto talento da regalare, grazie ad una voce calda e profonda, e nelle sue canzoni affronta temi ricchi di spunti socio-politici (e in questo non può non ricordare la grande Joan Baez), un’artista che non è certo un personaggio di profilo secondario, e The Nocturne Diaries è un lavoro fatto come sempre con passione e merita certamente un ascolto non affrettato, in quanto, ne sono certo, spesso la musica al “femminile” arriva più facilmente al cuore dell’ascoltatore.

Tino Montanari

“Giovane Per Sempre”, Ma Alla Fine Anche Lui Se Ne E’ Andato, A 94 Anni Si E’ Spento Pete Seeger!

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Peter (Pete) Seeger, nato e morto a New York, 3 maggio 1919 – 27 gennaio 2014, è stato uno dei più importanti musicisti dello scorso secolo e di uno scorcio di questo, attivista politico, autore di canzoni, per grandi e piccini, “socio” di Woody Guthrie, ha attraversato due guerre mondiali, è stato “comunista in America”, ecologista, pacifista, antesignano di Occupy Wall Street, voi pensatelo, lui lo ha fatto http://www.youtube.com/watch?v=ADtAU43MM14 . Ha scritto centinaia di canzoni e registrato decine di dischi, da solo o con gli Almanac Singers e i Weavers, ha influenzato un po’ tutti, da Dylan e i Byrds http://www.youtube.com/watch?v=W4ga_M5Zdn4a Joan Baez e Steve Earle, fino a Springsteen e Mellencamp http://www.youtube.com/watch?v=mt9jWoXmrLw . Sarebbe troppo lungo raccontare la sua parabola musicale, e quindi piuttosto che ridurmi a dire, come hanno fatto molti quotidiani italiani, che il suo contributo più significativo alla musica è stato quello di scrivere If I had a hammer, che in italiano diventò Datemi un martello di Rita Pavone!, preferisco ripubblicare quanto avevo scritto, sul finire del 2012, in occasione dell’uscita del suo ultimo disco, aggiornandolo con alcune foto significative più di mille parole (e qualche video) http://www.youtube.com/watch?v=QhnPVP23rzo . Mi sembra un epitaffio più dignitoso.

93 Anni E (Quasi) Non Sentirli! With Lorre Wyatt – A More Perfect Union

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Pete Seeger & Lorre Wyatt – A More Perfect Union – Appleseed Recordings/IRD

Nel 2008 aveva pubblicato At 89, chiaro riferimento alla sua età, l’anno successivo per il 90°, si è tenuto al Madison Square Garden un concerto commemorativo, The Clearwater Concert, dove appariva accanto ad una folla di cantautori accorsa per celebrare la sua carriera, da Springsteen a Mellencamp, Dave Matthews, Billy Bragg, Tom Morello, Roger McGuinn, Joan Baez, Ramblin’ Jack Elliott e moltissimi altri, tra i quali il figlio del suo vecchio sodale Woody, Arlo Guthrie. Proprio a Woody Guthrie, in contemporanea a questo A More Perfect Union, in occasione del centenario, Pete Seeger ha dedicato un doppio CD Pete Remembers Woody e per non farsi mancare nulla, a luglio, in quel di New York al Bryant Park, è apparso a firmare copie della sua autobiografia, arzillo come non mai e ha partecipato, naturalmente al movimento Occupy Wall Street http://www.youtube.com/watch?v=1y2SIIeqy34 .

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Il suo compagno di avventura in questo album è Lorre Wyatt, un folksinger molto più giovane di Seeger (bella forza direte voi!), ma che ha avuto notevoli problemi di salute a metà degli anni ’90 e ci ha messo quasi una quindicina di anni a riprendersi completamente dal “colpo”. Quindi “una bella accoppiata”, ma a dispetto delle premesse il disco è molto piacevole, tra favola, parabola e impegno politico, con una particolare attenzione per i più piccoli, che sia nelle tradizione musicale di Guthrie che di Seeger hanno sempre avuto una parte di rilievo nel repertorio affrontato, sia come fruitori che come piccoli canterini. Naturalmente ci sono degli “amici” anche più adulti in questo CD, a partire dal primo brano God’s Counting On me…God’s Counting On You, che dopo il primo verso cantato da Seeger e da un coro di bambini, vede la presenza di Bruce Springsteen http://www.youtube.com/watch?v=t1AuE-LoRe4 che si alterna con Lorre Wyatt e Seeger nel cantato del brano http://www.youtube.com/watch?v=GmoHJyUaVIQ  e non è la solita partecipazione “invisibile”, dove per sentire la voce dell’ospite devi indossare le cuffie e cercare di percepire la presenza dell’ospite nascosto in armonie vocali indecifrabili, invece in questo caso Bruce canta chiaramente più o meno metà della canzone (non saranno le Seeger Sessions, ma si lascia sentire), scritta a proposito del disastro ambientale nel Golfo del Messico del 2010, un tipico brano del repertorio di Seeger http://www.youtube.com/watch?v=cvnsB_kVNYI .

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Il folksinger si accompagna con l’immancabile banjo e la voce è quella che è, diciamo vissuta, nel folk-blues Old Apples, dopo il primo verso lascia spazio a Wyatt che ha ancora una bella voce a dispetto dei problemi fisici e si fa aiutare dal bel baritono di Jeff Haynes, mentre una bella slide lavora di fino nel tessuto sonoro delle retrovie. Ottima Keep The Flame Alive, con l’alternanza tra le voci di Wyatt e Seeger, mentre Memories Out of Mud, un duetto tra Wyatt e Dar Williams, accompagnati da un tappeto di percussioni ha un sapore quasi etnico, fino alla citazione del clarinetto del tema di When The Saints Go Marching In. Nella lunga title-track A More Perfect Union, un brano fatto e finito, con basso, batteria e sax ad aggiungersi alla parca strumentazione acustica abituale, e la partecipazione di Tom  Morello alla chitarra e voce,  gli arrangiamenti sono quasi sofisticati, nella loro semplicità.

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The Old Man Revisited scandita dal banjo di Seeger vede l’alternarsi delle voci di Dar Williams, di nuovo, Steve Earle e Lorre Wyatt, con quell’andatura della filastrocca folk che ha sempre caratterizzato il miglior folk, anche didattico. These days in Zimbabwe solo percussioni e la voce di Wyatt è un po’ una “palla”, mentre in Somebody’s Else’s Eye si apprezza anche lo scorrere del tempo nella fragilità della voce di Seeger che non demorde, accompagnato dal violino in sottofondo di Sara Milonovich. Strange Lullabye, come da titolo, è una fragilissima ninna-nanna accapella per bimbi di tutte l’età. Somos El Barco/We Are The Boat è la canzone più famosa di Lorre Wyatt che è stata incisa in passato da Peter, Paul & Mary, Holly Near e dallo stesso Seeger, qui viene ripresa in una versione corale con la bellissima voce di Emmylou Harris a fare da guida http://www.youtube.com/watch?v=r1rKxRXkukU . Gli ospiti finiscono qui, ma non le canzoni, ci sono favolette simpatiche e didattiche, su gatti e cani parlanti, come Howling For Our Supper, ballate struggenti come Fields Of harmony e una A Toast of The Times ancora combattiva nonostante il tempo che passa. Un disco onesto e (quasi) bello per un signore di 93 anni, che non ha ancora deciso di appendere il banjo al chiodo. Una leggenda del folk e molti amici per una piacevole oretta senza tempo, Forever Young, come ha cantato nel tributo a Dylan http://www.youtube.com/watch?v=Ezyd40kJFq0 !

Bruno Conti

Adesso Si Ragiona! Tom Jans & Mimi Farina + Take Heart, Continua La “Riscoperta”!

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Tom Jans & Mimi Farina – Take Heart + Tom Jans – Real Gone Music 

*NDB Sembra incredibile ma su YouTube c’è fatta da chiunque meno che da Jans, questa comunque è la prima versione di Dobie Gray, quella di Elvis è nel Post precedente!

Adesso si ragiona! Dopo un lunghissimo periodo di silenzio, decadi addirittura, si torna a parlare di Tom Jans e soprattutto si ripubblicano i suoi dischi in CD: dopo la meritoria antologia Loving Arms, edita dalla australiana Raven, di cui ci siamo occupati un paio di mesi fa, ecco ora per la Real Gone Music questo twofer, con i primi due album in un’unica confezione. Take Heart registrato in coppia con Mimi Farina nel 1971 e l’omonimo Tom Jans del 1974. Ma come, diranno molti, mi sono appena comprato l’antologia e adesso esce questo! Niente paura, la raccolta della Raven contiene 19 brani di cui solo 5 provenivano dai primi due album, quindi i doppioni sono pochissimi e nel contempo Loving Arms è comunque un “must have”, in quanto contiene il meglio dei due album su Columbia (per i quali continuo ad avere una leggera preferenza, più alcuni brani del disco giapponese (ma questo potete andare a rileggervelo nella precedente recensione, dove trovate anche tutti i dati biografici, che non sto a ripetere se non en passant) era-ora-finalmente-in-cd-tom-jans-loving-arms-the-best-of-19.html .

Siamo all’inizio degli anni ’70, Mimi Farina (sorella di Joan Baez) è alla ricerca di un nuovo partner musicale, dopo gli sconquassi avvenuti nella sua vita a seguito della scomparsa di Richard Farina, primo marito e geniale scrittore e cantautore folk, autore di una manciata di album per la Vanguard che ancora oggi vengono ricordati tra i migliori del periodo 1963-1966, scomparso proprio nell’aprile del ’66 quando Mimi aveva 21 anni (per i casi tragici della vita anche Jans quasi ci lasciò la pelle in un incidente di moto pochi mesi prima della morte avvenuta nel 1984, per cause, secondo il parere di amici e conoscenti, legate al fatto). Ma qui siamo ancora lontani da quegli avvenimenti; Joan Baez, tramite il suo chitarrista (erano a Woodstock insieme) e amico Jeffrey Shurtleff, presenta Tom alla sorella Mimi e i due legano subito (qualcuno dice anche sentimentalmente) e partecipano al Big Sur Festival, entrando poi in sala di registrazione per registrare Take Heart. Il contratto con la A&M c’è, il produttore pure, Michael Jackson (ovviamente non “quello”) e anche un ottimo ingegnere del suono nella persona di Henry Lewy, che portano in studio un piccolo gruppo di musicisti di grande valore, adatti al tipo di suono che era in voga in quegli anni, Jim Keltner e Russ Kunkel si alternano alla batteria, Leland Sklar è il bassista, Craig Doerge piano e organo, pare quasi il cast di un disco di Jackson Browne o James Taylor, Sneaky Pete Kleinow alla pedal steel nella unica cover presente, un brano di Buck Owens e Susan Raye, The Great White Horse, completa la formazione. Un fattore da non dimenticare è che Tom Jans e Mimi Farina erano due pickers eccellenti alla chitarra acustica, come dimostrano nel brano strumentale After The Sugar Harvest, dedicato a Duane Allman.

O come ribadiscono nell’eccellente brano di apertura, Carolina, dedicato, pare, ad una ragazza e non a uno stato, come nel caso della canzone di James Taylor (ma una citazione all’altro brano appare nel testo): le voci si amalgamano alla perfezione, quella di Jans, per quanto interessante, non ha ancora raggiunto la piena maturità, mentre quella di Mimi ricorda molto la sorella, che infatti inciderà il brano In The Quiet Morning (For Janis Joplin), peraltro uno dei migliori presenti in questo esordio. Molto belle anche King And Queens, dove la batteria di Russ Kunkel, dal suono più “tondo”, si rifà moltissimo al suono weastcoastiano dell’epoca e No Need To Be Lonely che ricorda parecchio i brani più romantici di Stills, quando collaborava con la sua “amica Judy dagli occhi blu”, anche il cello di Edgar Lustgarten contribuisce all’atmosfera e le voci prima divise e poi ad armonizzare sono perfette. Piacciono anche Reach Out (For Chris Ross) dove l’unica apparizione dell’organo di Craig Doerge aggiunge una patina più southern allo stile folky d’insieme e le intricate trame elettroacustiche di Madman, quasi orientali in alcuni passaggi.

I due si lasciano a fine 1972, ma quando Jans riappare nel 1974, ha fatto un salto di qualità sesquipedale (ogni tanto mi piace citare il grande Gianni Brera). Il disco omonimo che esce nel 1974, registrato in quel di Nashville, e preceduto dalla prima versione di Loving Arms fatta da Dobie Gray e poi lanciato nella stratosfera da quella di Elvis Presley, incontrato su un treno nella storia raccontata dal padre di Tom, è un piccolo capolavoro nascosto di quel periodo fertile e segna una maturazione notevole di Jans sia come autore che come cantante rispetto ai pur buoni risultati di Take Heart. Lo si capisce sin dall’apertura con Margarita, un brano che non ha nulla da invidiare alle migliori ballate del Tom Waits dell’epoca (che su Bone Machine gli ha anche dedicato un brano), di Jackson Browne, degli Eagles, di Rick Roberts (altro musicista i cui dischi usciti sempre su A&M andrebbero pure rivalutati), per non parlare del primo Jimmy Buffett, quello più country-rock e come sound generale dell’album si potrebbe ricordare anche il Guy Clark dei primi dischi per la Rca, leggermente più “commerciale”. I musicisti sono tutti differenti dall’album precedente, ma sempre sopraffini: Troy Seals e il grande Lonnie Mack si dividono i compiti alla chitarra con Reggie Young, Mike Leach e Kenny Malone, basso e batteria, sono la sezione ritmica e David Briggs, che suonava anche con Elvis in quel periodo, è il tastierista “sommo”.

Per la serie, non è fondamentale citare i musicisti, ma aiuta la comprensione sulla riuscita di un disco. Produce Nestor Willams che era il fratello di Paul (proprio l’autore del Fantasma del Palcoscenico e di Bugsy Malone), Jans scrive tutte le canzoni (con la collaborazione non accreditata sul CD di Will Jennings in alcuni brani, tra i quali l’ottima Old Time Feeling), oltre ad incidere Slippin’ Away di Troy Seals e una bella cover di (Why Don’t You) Meet Me At The Border di Jackie De Shannon con Reggie Young impegnato al sitar. Free and easy, leggermente reggae ma molto californiana anticipa il sound più rock dei futuri album su Columbia. La già citata ballata Old Time Feeling dall’afflato country la incideranno anche Johnny Cash e June Carter mentre in Tender Memory la pedal steel di Weldon Myrick aggiunge pathos al brano. Loving Arms (scritta con Troy Seals) è quel brano meraviglioso che quasi tutti conoscono (uno dei pochissimi di Jans) e la versione contenuta nell’album si appoggia alla grande sulle tastiere, piano e organo, di Briggs. Ma i dieci brani dell’album sono tutti di spessore, Lonnie Mack lavora spesso di fino alla solista e Tom Jans canta veramente bene, sentite la conclusiva Hart’s Island a riprova di questa asserzione. Fate questo nuovo “sacrificio” finanziario e non ve ne pentirete!

Bruno Conti     

“Nostra Signora” Del Folk! Judy Collins – Live At The Metropolitan Museum

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Judy Collins – Live At The Metropolitan Museum – Wildflower Records 2012 – DVD – CD

Tra i pochi regali di Natale che ho ricevuto, mi fa estremamente piacere recensire questo DVD di Judy Collins  (che è stato già segnalato dal titolare del blog circa un mesetto fa con relativo video). Registrato il 16 Agosto scorso al Metropolitan Museum Of Art di New York,  nella sala dove fa bella mostra di sé il Tempio di Dendur: ed è in questa suggestiva location che la Collins (con Joan Baez e Joni Mitchell, una delle grandi voci della scena folk americana degli anni ’60 e non solo), celebra il 50° anniversario della sua carriera in uno show straordinario, con la partecipazione di vari artisti, coinvolti in duetti e nella rivisitazione di classici della musica americana.

Infatti entrano in scena, di volta in volta, chiamati dalla “musa” Judy, Ani DiFranco, in una sentita rilettura di Pastures Of Plenty di Woody Guthrie, il poco conosciuto ma bravo Kenny White in una versione di Helplessly Hoping di Crosby, Stills and Nash e in Veteran’s Day, Chris Bailey con Some Day Soon, l’amica Shawn Colvin in Since You’ve Asked, e una maestosa Moon Is A Harsh Mistress dal repertorio del leggendario Jimmy Webb. A completare la scaletta del concerto, la Collins pesca da una selezione straordinaria, con brani di Joni Mitchell (Both Sides Now), Joan Baez (Diamonds & Rust), Bob Dylan (Mr. Tambourine Man), una deliziosa Send In The Clowns tratta dal Musical di Stephen Sondheim A Little Night Musice non poteva certo mancare Suzanne del grande Leonard Cohen, eseguita al pianoforte, con relativa dedica all’autore, da lei, in un certo senso, scoperto e lanciato.

Tanto tempo è passato dai nostalgici giorni del Greenwich Village, ma la “nostra signora” Judy Blue Eyes non perde occasione di ricordare le sue origini, e fortunatamente, questo concerto è l’occasione per far rivivere ai suoi ammiratori (che spero non siano pochi) quella indimenticabile esperienza. Per chi scrive, questo è il mio “Concerto di Natale”, e sarei contento che fra tanti regali inutili, questo DVD fosse l’eccezione. Buone feste e l’augurio di un anno migliore.

Tino Montanari