Per La Serie “…E Io Pago”!!! Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition)

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Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition) – Blue Note/Universal

La citazione nel titolo del Principe De Curtis, è giustificata dalla controversa abitudine che da parecchio tempo è praticata dalle case discografiche di ripubblicare CD a distanza di tempo più o meno lungo dalla prima uscita, aggiungendo materiale inedito di studio e, più spesso, dal vivo. Ciò fa giustamente imbestialire i poveri fans che si vedono costretti a spendere ulteriore denaro per qualcosa che in buona parte già possiedono. Spesso il motivo risiede nel voler cercare di rilanciare un prodotto che ha venduto meno delle aspettative e, se è pur vero che nessuno è obbligato a riaprire il portafoglio, trattasi comunque di pratica assai discutibile, soprattutto quando il bonus non vale la spesa. Non è questo, per fortuna, il caso dell’ultimo CD della bella e brava Norah Jones, Day Breaks, pubblicato giusto un anno fa e ora riproposto, arricchito da un secondo dischetto contenente nove tracce dal vivo, un concerto registrato nell’ottobre 2016 presso lo Sheen Center’s Loreto Theater di New York City proprio per il lancio dell’album. Per chi non lo possedesse già, ricordiamo che Day Breaks aveva ottenuto ottime recensioni ed era stato salutato dalla critica internazionale come un ritorno alle origini della cantante e pianista, nonché attrice americana, cioè al quel suono jazzy dannatamente piacevole che aveva caratterizzato i suoi pluripremiati due albums d’esordio, veri bestsellers planetari.

Mi limito ad associarmi ai commenti più che positivi sulla parte in studio, per passare ad analizzare nel dettaglio la sequenza dei brani in concerto. Ad affiancare Norah Jones, che si esibisce con la consueta perizia al pianoforte, ci sono il bassista Chris Thomas, il batterista Brian Blade, Pete Remm che si occupa dell’Hammond B-3 e le due coriste Tarriona Ball e Anjelika Joseph. Come è facile intuire, una band perfetta per ricreare quelle calde, intime e raffinate atmosfere che sono il marchio di fabbrica della protagonista e la ragione principale del suo successo. Si parte con la splendida cover di Horace Silver Peace, una ballad intensa e notturna impreziosita da bei fraseggi pianistici e dal gran lavoro di spazzole di BladePeace is for everyone  ripete nel finale Norah e noi non possiamo che essere in sintonia con quest’idea di relax e di appagamento. I’ve got to see you again viene dal disco d’esordio Come away with me e, dopo una bella apertura che ricorda la Joni Mitchell del periodo Blue, si sviluppa secondo stilemi tipici del blues. Out on the road è tratta dal penultimo Little broken hearts ed è dotata di un’accattivante melodia che conquista subito, con il bel sostegno dell’Hammond ed il pregevole controcanto delle due coriste.

Sunrise la conosciamo tutti, un vero e proprio hit single tratto dal secondo album Feels like home e  che viene qui riproposta in una versione cristallina ed impeccabile. Con la sequenza dei tre brani successivi torniamo a Day Breaks, non dimentichiamoci che questo era, come detto all’inizio, uno show destinato a presentare soprattutto i brani del nuovo lavoro. Burn ha un’atmosfera noir che sembra esplorare i silenzi ed i misteri della notte con sapienti tocchi di piano ed il raffinato supporto dell’intera band, in un finale strumentale ricco di sfumature. It’s a wonderful time for love è intrigante e dall’andatura più ritmata, la Jones cita le grandi del passato, Billie Holiday su tutte, e fa ancora sfoggio delle sue notevoli doti pianistiche. Flipside, con la sua melodia e la sua  ritmica che richiamano a mani basse le grandi composizioni della maestra Carole King, ci porta piacevolmente all’imprescindibile Don’t know why, il brano che ha lanciato il fenomeno Norah Jones sulla ribalta mondiale. Ce la gustiamo anche qui, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere al centoventesimo piano di qualche grattacielo della grande mela, in compagnia di un cocktail e di una rossa stile Jessica Rabbit…A riportarci coi piedi per terra ci pensa l’omaggio finale ad uno dei mostri sacri tanto cari alla protagonista della serata, Duke Ellington, rivisitato brillantemente nella sua Fleurette Africaine, o African flower se preferite.

E mentre le note del piano compiono arabeschi fumosi, accompagnate dai sensuali sussurri di Norah, giungeremo alla conclusione che in questo caso, comprando o ahimè ricomprando, si tratta comunque di soldi ben spesi.

Marco Frosi

Una Sorta Di Novella Joni Mitchell 2.0? Weather Station – Weather Station

weather station weather station

Weather Station – Weather Station – Paradise Of Bachelors

I Weather Station sono una “band” di Toronto, fondata dalla brava cantautrice canadese Tamara Lindeman, band che nel corso degli anni ha subito vari cambi di formazione, fino ad arrivare a questa ultima “line-up”: un trio composto oltre che da Tamara, chitarra, banjo e voce, da Ben Whiteley al basso (Basia Bulat), e Don Kerr alla batteria, con il contributo di musicisti del valore di Ben Boye alle tastiere (Ryley Walker), il chitarrista Nathan Salsburg, e dei colleghi cantautori Daniel Martin Moore, e Alfie Jurvanen in arte Bahamas, oltre all’intrigante musicalità di un quartetto d’archi.  L’album di debutto risale al teatrale The Line (09), a cui fanno seguito il più maturo ed emotivo All Of It Was Mine, un lungo EP What I Am Going To Do With Everything I Know (14), con sonorità e atmosfere più distese, per poi trasferirsi nella bella Parigi per registrare Loyally (15), il loro disco più intenso e ambizioso, prima di arrivare a questo lavoro omonimo, registrato nuovamente in patria negli studi Hotel2Tango di Montreal, disco che assembla undici brani in forma letteraria e poetica, su un bel tessuto musicale di nuovo molto ambizioso e in parte anche“cinematico”.

Le “previsioni meteorologiche” di Tamara e dei suoi aiutanti iniziano con il folk elettrico di Free https://www.youtube.com/watch?v=4H38qeiD70U , a cui fanno seguito la solare armonia di una “agreste” Thirty, e poi una sontuosa ballata orchestrale (quasi barocca) come You And I (On The Other Side Of The World), per poi cambiare in parte ritmo con una nervosa Kept It All To Myself, con un bel lavoro della sezione ritmica e delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=liDW1ZIrP6g . Non c’è spazio per un calo di tensione in questo lavoro, e la dimostrazione è nell’incedere tambureggiante della seguente Impossible, passando poi al sussurrato “talking blues” di Power, cantata con soave grazia da Tamara, arrivando quasi a rasentare la psichedelia con l’intrigante Complicit https://www.youtube.com/watch?v=T7FcWBZTZlM , e sbalordirci con il moderno valzer di Black Flies, percorso dalla dolci spire di un flauto. Le previsioni ormai volgono al meglio, e lo dimostrano la pianistica, tenue e lievemente “jazzata” Don’t Know What To Say. in cui sembra di sentire l’eleganza sonora di Suzanne Vega, i “gioiosi” arpeggi di ampio respiro di In An Hour, e chiudere alfine le previsioni meteo con il piano e i soavi archi di una “mitchelliana” The Most Dangerous Thing About, che non fa che confermare la classe e la bravura di questa cantautrice di Toronto (e la sua ragione sociale The Weather Station).

Ho letto su varie riviste di settore che Tamara Lindeman viene accostata, di volta in volta, per affinità musicali e vocali a cantautrici quali Linda Perhacs, Suzanne Vega, Aimee Mann, ma, non c’erano dubbi a proposito, soprattutto alla grande Joni Mitchell (ed è quello che pensa anche chi scrive, con i dovuti distinguo sulla classe immane della Mitchell), e anche se per ora il nome di questa “signorina” non è troppo conosciuto dalle nostre parti, presumo che si sentirà parlare parecchio di lei nei prossimi anni, in quanto questo ultimo lavoro non è un semplice album di mere canzoni, ma una narrazione letteraria che si fonde con la forza comunicativa della sua musica. Devo ammettere che non conoscevo bene la sua musica, ma alla fine di questo percorso recensorio e dell’ascolto anche dei suoi primi dischi, mi sbilancio a dire che siamo di fronte ad uno dei talenti più cristallini del nuovo cantautorato femminile americano (canadese) in circolazione.

Tino Montanari

Lo “Strano Caso” Di Mr. David Crosby: Tre Album in 45 Anni, E Poi Tre In Tre Anni! Ecco Il Nuovo Disco Sky Trails

david crosby sky trails

David Crosby – Sky Trails – BMG Rights Management 

David Crosby, come ricordo nel titolo del Post, da solista ha pubblicato 3 album in 45 anni circa di carriera, e poi, improvvisamente, dal disco del 2014 Croz a oggi, un filotto di ben 3 nuove uscite in tre anni. E’ ovvio che in tutto questo lungo periodo il nostro amico ha pubblicato altro materiale come CPR, Crosby & Nash, CSN, C S N & Y, oltre a varie partecipazioni a dischi di altri artisti, le più recenti quelle con Chris Hillman, Kenny White Becca Stevens, ma anche nel disco Family Dinner Vol.2 degli Snarky Puppy, di cui tra un attimo. E sapete una cosa, mi sono accorto che non abbiamo mai parlato estesamente dei due dischi precedenti, limitando la presenza di Crosby sul Blog a livello recensioni ad un vecchio disco dal vivo del 1970 http://discoclub.myblog.it/2014/12/24/dal-inviato-nel-passato-david-crosby-live-at-the-matrix-december-1970/  (scritta da Jimmy Ragazzon dei Mandolin’ Brothers) e all’inedito C S N Y 1974, pubblicato nel 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/07/26/sogno-o-son-desto-crosby-stills-nash-young-csny-1974/. Quindi l’uscita di questo nuovo Sky Trails è l’occasione gradita per parlare di questo grande artista che in tarda età sembra avere trovato una inattesa prolificità, e anche con album di ottimo livello qualitativo, come conferma il nuovo CD del 2017. A differenza del precedente Lighthouse dello scorso anno, che era un disco molto intimista e quasi acustico prodotto da Michael League degli Snarky Puppy, che suonava anche quasi tutti gli strumenti, quello nuovo è un album più “elettrico”, spesso full band, molto influenzato dal jazz contemporaneo (e dalle frange jazz-rock più moderne), con il figlio James Raymond che è il produttore per l’occasione, oltre a suonare le tastiere, affiancato dagli eccellenti Mai Agan, di origine estone, al basso (suonato in uno stile fretless alla Jaco Pastorius), Steve DiStanislao alla batteria, e Steve Tavaglione, al sax, che sono il cuore della band, che in vari brani si amplia con l’aggiunta dei altri musicisti.

Come per esempio nell’iniziale She’s Got To Be Somewhere, che nelle parole dello stesso Crosby è un brano alla Steely Dan, suona volutamente come certe cose di Donald Fagen, che è uno dei musicisti che David apprezza di più, un pezzo dove i nove musicisti impiegati ricordano moltissimo il sound dei Dan, quel raffinato ma mosso stile, dove jazz, rock e funky-soul convivono negli intrecci di piano elettrico, sax, chitarra e ritmica intricata: sostituite la voce di Crosby a quella di Fagen e sembra proprio un brano degli Steely Dan, grazie anche alle complesse armonie vocali e alle spruzzate improvvise di fiati, piacevole ed inconsueto per Croz. Che però ritorna al suo stile classico per una eterea e ricercata title-track, scritta con Becca Stevens, che è anche la voce principale e duettante, su una base di chitarra acustica arpeggiata si ricrea quel sound “spaziale” che è il marchio di fabbrica della musica del nostro, mentre il sax di Tavaglione è lasciato libero di improvvisare appunto negli spazi lasciati dalle voci stratificate ed in libertà dei due, molto interessante ed affascinante. Sell Me A Diamond è una deliziosa canzone che fonde lo stile jazzy dell’album con il classico sound alla CSN o Crosby & Nash se preferite, con bellissime armonie vocali e il lavoro notevole della lap steel di Greg Leisz e della solista di Jeff Pevar, oltre alla tessitura del piano di Raymond, per una canzone che mi pare tra le cose più vicine a rock e west coast sound, nonché migliori del disco, mentre Before Tomorrow Falls On Love è una ballata pianistica più introspettiva, firmata con Michael McDonald e cantata con splendida souplesse e voce angelica da David, brano dove si apprezza anche il lavoro di fino del basso fretless di Agan oltre al piano di Raymond, che si ripetono pure in Here It’s Almost Sunset, con il basso più marcato e il sax di Tavaglione che cerca di riprendere il ruolo che fu di Wayne Shorter in Hejira e Don Juan’s Reckless Daughter di Joni Mitchell, altra artista che Croz ammira molto ( e con cui aveva firmato, tantissimi anni fa, nel primo disco dell’artista canadese, Yvette In English) e che per certi versi omaggia (in)direttamente in queste canzoni.

Spingendosi poi fino a riprendere proprio la sua Amelia, in una cover che rivaleggia come bellezza con l’originale di Joni, anche per il tipo di suono jazz ma “californiano” al tempo stesso, con il piano e la lap steel di Leisz in evidenza, come pure la voce di Crosby che si libra ancora sicura e potente sulle note senza tempo di questa splendida canzone.Nel disco, prima del brano della Mitchell, troviamo Capitol, il brano più politicizzato della raccolta, sulla falsariga della vecchia What Are Their Names, che era nel primo disco solo del 1971 e che parlava delle “malefatte” della politica americana dei tempi, questa volta si parla nello specifico degli eletti al Congresso americano che Crosby considera i peggiori di sempre, corrotti, legati alle corporazioni, poco democratici nei loro comportamenti (ricorda qualcosa, mah, non saprei), e lo fa con un brano tra i più ritmati e mossi dell’album, con il classico sound del Crosby dell’ultimo periodo, vicino a Croz, ma con un occhio alle sonorità elettroacustiche del passato, comunque un altro brano decisamente sopra la media in un disco  tra i migliori in assoluto della discografia (non ricchissima) del nostro. Mancano ancora Somebody Home che è la canzone già presente nel disco dal vivo degli Snarky Puppy Family Dinner Volume Two, che viene riproposta in una nuova bellissima versione di studio, sempre accompagnato discretamente comunque dalla band di Brooklyn, con il pezzo che mantiene quell’aura sonora delicata, quasi sussurrata, tipica della migliori canzoni di David, calda ed avvolgente nella sua raffinata semplicità (non è un ossimoro); a seguire troviamo Curved Air, un brano abbastanza particolare, scritto con il figlio James  Raymond, un pezzo dall’impianto sonoro quasi flamenco, ma con la chitarra arpeggiata ricreata con le tastiere ed il gioco ritmico di percussioni e basso ispirato da quella musica, ma che confluisce in una melodia da cantautore “classico” quale possiamo e dobbiamo considerare David Crosby, uno degli ultimi grandi della musica americana, che ci congeda con Home Free, un altro affascinante tuffo nel suo migliore songbook, un brano dove chitarre acustiche, basso elettrico e poco altro si insinuano tra le pieghe di una serena riflessione vocale che sfiora quasi la perfezione sonora. Veramente un bel disco.

Esce venerdì 29 settembre.

Bruno Conti

Natale In Ritardo E Fuori Stagione, Ma Questa E’ Brava! Susan Marshall – Decorations Of Red

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Susan Marshall – Decorations Of Red – Madjack Records

A volte mi capita (è successo in passato, succede nel presente, e succederà in futuro), di scoprire dei gruppi e cantanti misconosciuti quasi per caso, e (quasi sempre) apprezzarli molto di più di altri grandi nomi. Uno dei primi di questi “casi” è successo nel lontano ’94 per i Mother Station, un gruppo poco noto proveniente da Memphis, che aveva la particolarità di essere guidato da due donne: dalla ottima chitarrista Gwin Spencer e dalla meravigliosa voce di Susan Marshall, che insieme a Rick Shelton alla batteria e Paul Brown al pianoforte, pubblicavano Brand New Bog (assolutamente da recuperare, lo si trova ancora a prezzi contenuti), un lavoro dal suono potente, molto ispirato sia al “southern rock” quanto al vecchio stile blues modernizzato, purtroppo l’unico disco uscito fino ad oggi. In sintesi il disco era composto da dodici brani, undici scritti dalla Spencer, il dodicesimo invece era una cover di un vecchio brano degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, con le ballate finali Show You The Way e Stranger To My Soul, in cui la Marshall dava un saggio della sua bravura vocale.

Dopo questo doveroso preambolo per inquadrare la figura di questa cantante, una breve cronistoria: la carriera di Susan Marshall dopo lo scioglimento del gruppo è proseguita come backing vocalist, fornendo la sua voce a tante registrazioni (viene accreditata in più di 100 album) di artisti importanti come Lynyrd Skynyrd, Primal Scream, Afghan Whigs, Lenny Kravitz, Toy Caldwell, Willy DeVille, Ana Popovic, Lucinda Williams, Solomon Burke, North Mississippi Allstars, Bottle Rockets, Cat Power e moltissimi altri. Nel frattempo Susan si è messa a scrivere canzoni e suonare il pianoforte, e il suo debutto da solista  era avvenuto con Honeymouth (02), seguito da Firefly (05), Little Red (09), quasi tutti colpevolmente ignorati dalle nostre parti.

Questa ultima fatica Decorations Of Red (uscito sul finire dello scorso anno), è una bella raccolta di brani a carattere natalizio, con alcune “cover” d’autore a tema, e per registrarlo Susan (con la produzione di Jeff Powell) si è recata nei mitici studi Sam Phillips Recording Services di Memphis (tutti travestiti da Babbo Natale), David Cousar alle chitarre elettriche e acustiche, Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, Jana Misener al cello, contrabbasso e armonie vocali, e la stessa Marshall al piano e tastiere, per confezionare nove brani dove la voce di Susan può spaziare in libertà di vocalizzo.

Le “decorazioni rosse” stagionali si aprono con una magnifica versione di un brano di William Bell Every Day Will Be Like A Holiday, una ballata “soul” con tanto di coretti in puro stile “Stax”, per poi passare ai classici sempiterni, una Santa Baby (ascoltate anche la versione originale di Eartha Kitt) rifatta in chiave blues, e una White Christmas cantata in modo celestiale dalla nostra “amica”, e  quindi omaggiare una grande cantautrice come Carole King con la sua nota Home Again, pescata dal famosissimo e pluridecorato Tapestry (71). Le confezioni natalizie contengono un altro “standard” come  Jingle Bells, rivoltato come un calzino dall’arrangiamento della Marshall, a cui fanno seguito una sofferta Little Things A Lot , una Blue Christmas di Billy Hayes riletta in chiave ovattata e “jazzy”, per poi rispolverare un’altra grande canzone “stagionale” come River di Joni Mitchell (questa la trovate sul mitico Blue) in una versione pianistica da brividi, e chiudere con l’inedito Deck The Halls, Y’All (firmato da tutti i componenti della band), dove Susan sperimenta nuovi percorsi sonori.

Susan Marshall in tutti questi anni, si è costruita una dignitosa carriera indipendente nell’ambito del sottobosco musicale americano, confermandosi una straordinaria cantante tra le più brave e versatili attualmente in circolazione (siamo in zona Beth Hart https://www.youtube.com/watch?v=jjYc2TIGBxE , Dana Fuchs e Grace Potter), con una voce chiara e potente, doti che la fanno apprezzare come “vocalist” dagli addetti ai lavori e dagli amanti della buona musica. Se ancora non conoscete questa signora, è giunto il momento di rimediare a questa lacuna. Oppure aspettate il prossimo Natale!

Tino Montanari

*NDT. Dopo Dana Fuchs e Susan Marshall, per chiudere il cerchio delle belle voci, a giorni sarà il turno di un’altra grande cantante, Shaun Murphy. Alla prossima!

Due Grandi Voci Femminili. La Prima Dal Canada: Apriamo Il Borsellino Di Ulisse E Troviamo Tante Belle Canzoni, Forse Persino Troppe! Jane Siberry – Ulysses’ Purse

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Jane Siberry – Ulysses’ Purse – Sheeba Music/CD Baby

Jane (Stewart) Siberry nasce il 12 ottobre del 1955 a Toronto, in Canada: inizia la sua carriera musicale con alcuni gruppi di rock alternativo locale alla fine degli anni ’70 (allora si chiamava new wave) e poi pubblica il primo album da solista, l’omonimo Jane Siberry nel 1981, da allora, tra album ufficiali di studio, live e antologie ne ha pubblicati più di 20, compresi alcuni realizzati sotto lo pseudonimo di Issa, quando per un breve periodo, tra il 2006 e 2009, dopo avere venduto tutti i suoi averi tramite eBay (la casa di Toronto e i suoi strumenti musicali inclusi, ma non la sua collezione di album di Miles Davis, il suo musicista preferito insieme a Van Morrison e Joni Mitchell), si immerge in un misticismo pastorale influenzato dalle religioni orientali e dall’amore per la natura. Se volete leggere quello che avevo scritto ai tempi su di lei lo trovate qui http://discoclub.myblog.it/2010/05/20/cd0c383d1c6ffa6e05aecf6c823ee077/. Da allora mi è capitato di parlare della cantante canadese solo in un’altra occasione, quando aveva partecipato ad un evento benefico per raccogliere fondi, poi pubblicato dalla True North come Concert For St, Stephens nel 2013, ma registrato nel 2005 e quindi antecedente gli ultimi eventi della carriera musicale della Siberry. Diciamo che se l’album più noto di Jane è quel When I Was A Boy del 1993, prodotto da Brian Eno Michael Brook, il disco che contiene il singolo Calling All Angels, cantato in coppia con con K.D. Lang (e apparso anche nella colonna sonora di Until The End Of The World), tutta la sua discografia è ricca di gioiellini sonori sparsi un po’ in tutti gli album e quindi vi consiglierei eventualmente di cercare la doppia raccolta Love Is Everything – The Jane Siberry Anthology.

jane siberry love is everything

Per quanto purtroppo non di facile reperibilità, ma si trova, con un po’ di pazienza, cercando in rete, come pure gran parte della sua produzione, che è, in ogni caso, tutta degna di nota, con alcune punte di grande qualità. Anche questo ultimo album Ulysses’ Purse non contribuirà a “diffondere il verbo” della sua bravura, visto che si trova principalmente attraverso il canale CD Baby e costa un bel 20 dollari, più le spese di spedizione. Però se volete approcciare per la prima volta, o continuare a seguire, se siete già dei fans, il talento vocale ed artistico di questa splendida cantante, il disco mi sembra decisamente buono. L’album ha avuto una gestazione lunghissima, doveva già uscire nel 2014 con il titolo di Consider The Lily, grazie ad un crowdfunding di 30.000 dollari canadesi che dovevano servire a coprire parzialmente i costi della registrazione del CD. Poi la raccolta ha superato decisamente quell’obiettivo e quindi Jane Siberry (che ha anche un carattere particolare ed una attitudine di vita quasi da nomade) si è presa i suoi tempi, ha più volte annunciato e poi rimandato il disco, che alla fine è uscito da qualche settimana, anche se, purtroppo, vista la scarsa reperibilità e l’elevato costo, se ne sono accorti in pochi.

Per i siti e le riviste musicali specializzate la Siberry spesso viene catalogata sotto un generico “dream pop”, che per quanto abbastanza accurato nel descrivere il suo stile, è anche abbastanza riduttivo. Lo usereste per parlare di gente come Joni Mitchell, Kate Bush, Van Morrison, Laurie Anderson,  a cui spesso viene accostata? Non credo, e quindi vediamo di approfondire i contenuti di questo Ulysses’ Purse, che nei suoi tredici brani e quasi 70 minuti di musica, contiene “quasi” fin troppe canzoni: secondo molti è meglio fare dei dischi più succinti e meno lunghi, piuttosto che disperdere le idee in un elevato numero di canzoni o in un minutaggio eccessivo. Il sottoscritto è della scuola opposta: secondo me, posto che, salvo rarissime eccezioni, il disco perfetto non esiste, meglio avere tante canzoni tra cui scegliere ed a cui affezionarsi, sentendone alcune meno, ma poi (ri)scoprendole magari con il tempo, che tagliare brutalmente i contenuti dei dischi (come in passato hanno fatto quasi tutti, da Dylan a Springsteen, a Petty, allo stesso Van Morrison, salvo poi, anni dopo, pentirsi e andare quindi al recupero dei propri archivi “perduti”). Pertanto meglio un album forse troppo lungo e non perfetto, se qualche canzone piace meno, pazienza, si salta al momento, ma poi si può recuperare in un secondo momento, con un’altra disposizione d’animo. Posto che il brano abbia comunque qualche spunto di interesse, se è brutto, rimane tale. Qui direi che di pezzi brutti non ce ne sono.

Curiosamente, ma anche no, in Ulysses’ Purse, la Siberry torna a collaborare con la vecchia amica K.D. Lang (https://www.youtube.com/watch?v=z-CnYAJc-Q0) e la prima cosa che si nota, dalla prima nota che esce dalla sua bocca in Hide Not Your Light, è che la nostra amica non ha perso nulla di quella voce stupenda che mi ha sempre affascinato: compassionevole, appassionata, sognante, con quel timbro vocale che oscilla tra il soprano ed il contralto è sempre un vero piacere ascoltarla. Il disco è anche una sorta di salto nel passato, con l’apparizione di vecchi collaboratori (tra gli oltre 25 musicisti che appaiono nell’album), come Ken Myhr alla chitarra, che non suonava con la Siberry dal disco del 1993, o lo stesso John Switzer, a lungo bassista, e compagno, della musicista di Toronto, con i figli Jacob Hallie (che pare sia depositaria del suo vecchio guardaroba), ma anche Kevin Breit, anche lui chitarrista, a lungo con Norah Jones, o i talenti vocali di Mary Margareth O’Hara, altra grandissima vocalist, Rebecca Jenkins Maria Doyle Kennedy, le cui voci si intrecciano con quella di Jane in intricate armonie che sbucano all’improvviso nel dipanarsi delle canzoni. Canzoni che oscillano, come di consueto, tra un sound carico di quella leggera elettronica che ha sempre caratterizzato anche il sound dei dischi anni ’80, ballate pianistiche, persino qualche escursione nel rock e nel pop, come nella “radiofonica” (magari!) e splendida Everything You Knew As A Child, dove chitarre elettriche, tastiere e batteria, si mescolano con oboe, archi e fiati, oltre a quelle voci stratificate e sognanti, quasi eteree nel loro dipanarsi. Oppure come nella citata, iniziale, Hide Not Your Light, dove un cello, una tromba e il piano fanno da contrappunto alle massicce iniezioni di voci corali che circondano quella della Siberry.

O ancora nella splendida e conclusiva Let Me Be A Living Statue, dove le voci di Jane Siberry e poi di K.D. Lang (quando arriva, si riconosce subito) si avvolgono, si accarezzano, si sovrappongono, in un magico ed emozionante interscambio vocale, sottolineato da un bellissimo accompagnamento di archi, che ha quasi l’intensità di un instant classic, una sorta di Hallelujah per gli anni 2000. Ci sono parecchie altre canzoni molte belle, tra l’altro tutte parecchio lunghe, tra i cinque e i sei minuti, con Morag che supera i sette, una ballata pianistica, sempre caratterizzata da questi crescendi elttroacustici, dove piano, cello, chitarre acustiche, archi e altri strumenti acustici sottolineano la voce stratificata e ricca di eco della Siberry e dei suoi collaboratori vocali per ottenere questo effetto carezzevole ed  avvolgente. Spesso nei brani si aggiungono effetti sonori presi dalla natura e da ciò che ci circonda e se ascoltati in cuffia mentre si cammina, magari in una metropoli, come ha fatto il sottoscritto, rendono ancora più affascinante e “diverso” l’ascolto, come nella soffusa Dark Tent, dove cello, oboe, piano, violino e delle tastiere elettroniche si contendono l’attenzione dell’ascoltatore, oltre alla voce sempre magnifica ed evocativa di Jane.

Molto bella pure Walk On Water, dove delle percussioni discrete, un walking bass e le solite splendide armonie vocali, sono arricchite da una steel guitar malinconica. Meno immediato il suono quasi “ambient” di Anytime, dove una chitarra circolare e armonie quasi beatlesiane, potrebbero conquistarci con ripetuti ascolti. L’orientaleggiante Geranium ha più di una parentela con certe cose di Kate Bush, Tori Amos o persino Bjork, mentre nell’alternanza cantato-parlato della complessa Five And Dime si ascolta quasi una sorta di stream of consciousness, un flusso di coscienza che ha qualche punto di contatto con la Joni Mitchell di Don Juan’s Reckless Daughter, anche se la voce è meno cristallina e più discorsiva. Mama Hereby è quasi una ninna nanna orchestrale che potrebbe venire da qualche colonna sonora dei film Disney, con In My Dream che ci riporta alla Kate Bush più onirica e ricercata (ma queste cose Jane Siberry le ha sempre fatte). Altro poema in musica è The Great Train, inizio e chiusura, parlato e in sordina, che poi si apre su un ricco arrangiamento dove le voci sono nuovamente al centro della musica, ricercata e di non facile fruibilità ma che verrà apprezzata, spero, come peraltro tutto l’album, da chi ama una musica “diversa” dal 95% di quello che si ascolta oggigiorno. Forse i fan del rock più tradizionale è meglio che stiano alla larga, più che di sognare rischiano di farsi dei “grandi sonni”, lo ammetto, ma per chi vuole sperimentare, se riuscite a recuperare l’album, potrebbe essere una piacevole sorpresa. Domani parliamo di Mary Coughlan!

Bruno Conti

NDB, Purtroppo i video delle canzoni del nuovo album non sono disponibili su YouTube per cui ho inserito un po’ di video presi dal passato della nostra amica. Se volete potete ascoltarlo o scaricarlo (a pagamento) qui http://store.janesiberry.com/album/ulysses-purse-2016

Ascoltate Ancora Un “Buon Consiglio”! Basia Bulat – Good Advice

basia bulat good advice

Basia Bulat – Good Advice – Secret City Records

Prosegue la carriera della bionda e non più giovanissima canadese Basia Bulat , membro onorario della comunità polacca dell’Ontario, che con Good Advice giunge al quarto capitolo discografico, un disco che segna un’ulteriore cambio di genere dopo il folk raffinato dei primi due album Oh, My Darling e Heart Of My Own, e il seguente Tall Tall Shadow dalla forma classica cantautorale, si giunge a questo ultimo lavoro che spazia anche nel pop d’autore (Sarah Blasko o in tempi meno recenti Stevie Nicks). Sorprendentemente la produzione dell’album, voluta dalla stessa Bulat, è affidata a Jim James dei My Morning Jacket, che suona pure gran parte degli strumenti, e che riesce a dare ai dieci brani di Good Advice un suono particolarmente ricco e vario (come succede sempre anche negli album della sua band), con arrangiamenti dai leggeri tratti“sixties” che valorizzano il nuovo percorso musicale di Basia.

Il brano d’apertura La La Lie  è trascinante con una forte connotazione relativa a quel periodo, a cui fanno seguito una ballabile Long Goodbye (perfetta forse per una discoteca alternativa), il sincopato disordine di Let Me In, passando per una perfetta “pop song” come In The Name Of, e per la più dolce. variegata  ed ammaliante Time. Si prosegue con la title track Good Advice forse il brano meno convincente del disco, per poi dare spazio ai due singoli tratti dall’album (firmati dalla stessa Bulat), una tambureggiante Infamous e la gioiosa e cadenzata Fool, condensando nelle ultime due tracce le cose migliori, una eterea e molto profonda The Garden, e una lunga e meravigliosa ballata quasi “gospel” come Someday Soon https://www.youtube.com/watch?v=nP7YMzPkoOw .

Le canzoni di Good Advice sono state arrangiate e registrate seguendo certe regole di quello che viene considerato il miglior “indie pop” del momento, e anche se personalmente la preferivo nelle versioni precedenti,meno alla moda e glamour (come ricorda pure l’immagine della copertina del disco), questo ultimo lavoro ascolto dopo ascolto riesce comunque ad attirare la giusta attenzione,  per merito della bella voce e della personalità di questa ragazza, a riprova di un talento che meriterebbe magari una maggiore attenzione da parte del pubblico e della critica di settore, che pure ha sempre guardato con favore ai suoi dischi (noi compresi http://discoclub.myblog.it/2010/02/24/piccoli-talenti-crescono-basia-bulat-heart-of-my-own/ e http://discoclub.myblog.it/2013/11/08/due-fanciulle-che-meritano-attenzione-basia-bulat-e-star-ann/).

Negli ultimi anni Basia Bulat ha condiviso il palco con colleghi affermati come gli Arcade Fire, i National, Nick Cave, Daniel Lanois, Sufjan Stevens, Andrew Bird, e altri meno noti tra i quali Beirut, Destroyer, Tune-Yards, Sondre Lerche e Owen Pallett, a dimostrazione che questa “biondina” di Toronto ne ha fatta di strada dal folk intimista degli esordi (quando veniva spesso paragonata alla grande Joni Mitchell https://www.youtube.com/watch?v=GPpcmqcqKZM ), fino ad arrivare a questo tentativo di pop in forma “elegante”, che rimanda sicuramente, per chi scrive, a Natalie Merchant e ai suoi 10.000 Maniacs.

Tino Montanari   

Recuperi (E Sorprese) Di Inizio Anno 4. Due Voci Femminili Da Scoprire: Olivia Chaney & Joan Shelley

Olivia Chaney The Longest Riverjoan shelley over and even

Proseguendo nei recuperi ecco due cantautrici assolutamente da (ri)scoprire, una inglese ed una americana, accomunate da comuni inflessioni folk: della prima Olivia Chaney, vi avevo già parlato brevemente nella rubrica delle anticipazioni discografiche, mentre di Joan Shelley vi avevo fatto un breve accenno nelle varie liste di fine anno delle migliori uscite discografiche del 2015: partiamo proprio con lei.

Joan Shelley – Over And Even – No Quarter

Questo è già il quarto album pubblicato dalla folksinger americana, ma i primi due, pubblicati a livello autogestito, sono praticamente introvabili, mentre il precedente Electric Ursa, leggermente più complesso, pubblicato sempre dall’etichetta No Quarter (quella di Doug Paisley, Bob Carpenter Endless Boogie) nel 2014 è disponibile sul mercato americano, anche se non di facilissima reperibilità. Joan Shelley viene dai pressi di Louisville, Kentucky, dove a gennaio dello scorso anno è stato registrato questo Over And Even, con Daniel Martin Moore, produttore ed ingegnere del suono, il suo collaboratore fisso, l’ottimo Nathan Salsburg alle chitarre, la stessa Joan anche lei chitarre e banjo, ed un manipolo di collaboratori esterni impegnati ad abbellire il sound in alcuni pezzi. Ma fondamentalmente si tratta di un album di folk di vecchio stile, quello classico, il migliore, che oltre alle chitarre del duo gira soprattutto intorno alla bellissima ed espressiva voce della Shelley:un contralto in grado di virare al soprano, una tonalità calda ed accogliente, quasi piana, ma con improvvise impennate che rendono piacevole l’ascolto dell’album. Prendete l’iniziale Brighter Than The Blues, le due chitarre acustiche a fronteggiarsi, un tamburello, suonato da James Elkington, che è il jolly del disco, in questo brano impegnato anche all’harmonium e alla steel, pochi giri di accordi, ma una musica che ti entra subito in circolo.

Nell’affascinante e deliziosa Over And Even, il corregionale Will Oldham (o se preferite Bonnie “Prince” Billy) è la voce duettante in un’intrigante canzone di stampo country-folk, mentre una chitarra elettrica colora il suono sullo sfondo, e la voce della Shelley è quasi mitchelliana nei suoi timbri. La title-track Over And Even aggiunge organo e piano elettrico Fender Rhodes, suonati dal poliedrico Elkington e miscelati alla quasi twangy elettrica di Salsburg (i due, come chitarristi, duettano anche nel recente CD Ambsace, uno dei quattro dischi strumentali a nome di Nathan Salsburg), mentre la voce sale e scende tra accenti sempre tra la Mitchell e certo folk britannico, penso a Linda Thompson. Bellissima anche la ballata pianistica Not Over By Half, dove il piano di Rachel Grimes affianca le immancabili chitarre in fingerpicking e la voce di supporto alle armonie è quella di Glen Dentinger. Nella breve e riflessiva Ariadne’s Gone Dan Dorff, uno dei vari tastieristi impiegati è al pocket piano, mentre la Shelley quasi scandisce i versi di questo suggestivo brano. Più elettrica No More Shelter dove l’organo di Elkington e la chitarra di Salsburg tracciano magiche traiettorie che consentono alla voce di Joan di brillare ancora di più.

Easy Now è una traccia dal sound quasi californiano anni ’70, quelle canzoni che Jackson Browne e James Taylor, ma anche la stessa Joni Mitchell o la misconosciuta Judee Sill, sfornavano ai tempi quasi a getto continuo, e l’intreccio tra piano e chitarre acustiche è sempre piacevolissimo. Lure And Line, brevissima, quasi un intramuscolo, sognante ed eterea, sulle note di una steel spettrale, sempre di Elkington, e della vocalità intima della Shelley, viaggia in territori che possono ricordare il Nick Drake più malinconico (cioè quello di qualsiasi brano), anche grazie al glockenspiel di Dorff, mentre Jenny Come In, di nuovo con la seconda voce di Oldham a rendere più affascinante lo spettro sonoro della canzone, impreziosita dagli interventi al piano di Dorff, è un altro dei migliori episodi di un album che non ha momenti di debolezza. Wine And Honey ritorna alla formula più semplice delle due chitarre più la voce della Shelley, ma si gusta sempre con lo stesso piacere, come pure My Only Trouble, dove la voce provoca brividi di piacere all’ascoltatore, prima di congedarlo con la conclusiva Subtle Love, dove il piano della Grimes e le armonie vocali di Will Oldham sono gli elementi aggiunti, peraltro non indispensabili, benché sempre graditi, ad una tavolozza di colori, semplice ma classica nei suoi risultati finali. Un nome da segnarsi con la matita rossa tra quelli da seguire.

 

Olivia Chaney – The Longest River – Nonesuch

Se i nomi di riferimento che vengono alla mente (almeno a chi scrive) per Joan Shelley, sono Joni MItchell e Linda Thompson, ma non solonel caso di Olivia Chaney, cantante e polistrumentista inglese (ma che incide per una etichetta americana importante come la Nonesuch, casa di Natalie Merchant, tra i tanti), il nome che mi è balenato subito, anche per la costruzione sonora del disco, è quello di Sandy Denny (e in parte anche della sua erede, la appena citata Natalie Merchant), senza dimenticare l’immancabile Joni Mitchell, di cui tutti da anni, intravedono la potenziale erede, un po’ come ai tempi si cercava il nuovo Dylan https://www.youtube.com/watch?v=VipgQCfu824. La Chaney è al suo album di esordio completo, questo The Longest River, ma già nel 2010 aveva pubblicato un EP  e in seguito ha partecipato a un paio di compilations pubblicate dalla Folk Police Records, oltre ai lavori di colleghi inglesi come Alasdair Roberts Seth Lakeman, con cui condivide la passione per gente come Bert Jansch e i Fairport Convention, ma anche Bob Dylan, grazie alla collezione di dischi del padre, dove si trovavano molti altri illustri cantautori che hanno contribuito alla sua formazione musicale. La nostra amica, è solo una curiosità, nasce in Italia, a Firenze, nel 1982 ed è diplomata alla Royal Academy Of Music di Londra, oltre ad essere più che proficiente a piano, chitarra, harmonium e cello, tutti strumenti che padroneggia con abilità e suona nel disco, si disimpegna anche a dobro, organo, synth, glass harmonica, piano elettrico Wurlitzer e ha curato gli arrangiamenti per archi dell’album, e pure la co-produzione con Leo Abrahams, anche chitarrista in questo The Longest River. Quindi un piccolo genio. Se aggiungiamo che ha pure una bellissima voce, era difficile che il risultato non fosse più che soddisfacente, come è stato.

Diciamo che il folk-rock britannico degli anni ’70 è l’elemento guida, su cui si inseriscono tutte le influenze citate. False Bride, per iniziare, è proprio un brano folk tradizionale, come quelli che si incontravano nei dischi degli artisti citati, con la voce cristallina della Chaney accompagnata solo da una chitarra acustica arpeggiata con grande maestria, su cui poi si inserisce un elegante arrangiamento di archi che ci permettono di gustare la voce della titolare, splendido inizio. Imperfections è una bellissima ballata pianistica che ricorda uno sfortunato soggiorno in quel di New York, ancora con la splendida voce di Olivia che ricorda sia Sandy che Joni e la canzone che nel finale si arricchisce ulteriormente con l’arrivo degli archi e dell’harmonium. Waxwing scritta dal talentuoso Alasdair Roberts ci rimanda addirittura ai leggendari dischi di Shirley Dolly Collins (sarà l’harmonium?), con la seconda voce di Jordan Hunt, che è anche l’autore, insieme alla Chaney, dei bellissimi arrangiamenti orchestrali, oltre a suonare il violino. Loose Change è un’altra piccola perla, in questo caso solo la voce, accompagnata da una rintoccante chitarra elettrica e da un piano in sottofondo. Swimming In The Longest River, nuovamente con l’accompagnamento minimale dei un piano, ci rimanda alla Michell di Blue, racconta di amori, anche carnali ed erotici, con una intensità che è difficile riscontrare in molti dischi moderni. Leggiadra addirittura The King’s Horses, sempre quella voce cristallina che si libra sugli arpeggi di una solitaria chitarra acustica, con Too Social, pianistica e più “americana” nella costruzione sonora, grazie anche al lavoro dell’ingegnere del suono Jerry Boys, uno che ha lavorato con i grandi del folk inglese che hanno influenzato la musica della Chaney, e sa come metterne in evidenza la voce, raddoppiandola qui e là, come in questo caso.

La Jardinera, un brano cileno di Violeta Parra, ricorda addirittura certe escursioni di Joan Baez nella musica popolare sudamericana, di nuovo con il multitracking a rendere ancora più magica l’atmosfera e There’s Not A Swaim scomoda il compositore classico Henry Purcell per volare verso virtuosismi vocali che lasciano a bocca aperta anche per la grande naturalezza con cui vengono eseguiti e con un arrangiamento musicale complesso e ricco di improvvisi crescendi. Holiday è una ballata pianistica più formale, dalla struttura avvolgente, con un mood malinconico che rieccheggia certe canzoni bellissime della migliore Sandy Denny, con Blessed Instant che ai apre con uno strumento a corda pizzicato e la voce solitaria della Chaney, poi il violino e gli archi si aprono e il brano scritto da Sidsel Indresen, una cantante norvegese che mi dicono molto brava ma non conosco, diventa più complesso e raffinato, quasi orchestrale, ma sempre in linea con il tessuto sonoro di questo bellissimo album, che si chiude con Cassiopeia, una ulteriore affascinante ballata pianistica che illustra i talenti di questa “esordiente” di lusso!

Se amate il rock e la musica orecchiabile meglio non farvi tentare da questi due album, gli altri potrebbero avere delle piacevoli sorprese.

Bruno Conti

Interludio Di Mezza Estate: Una Piccola Gemma “Nascosta”! Susan James – Sea Glass

susan james sea glass

Susan James – Sea Glass – Susan James Music

Come certo saprete, il titolare del Blog e il sottoscritto, che coincidono nella stessa persona, hanno una comune passione per le voci femminili (condivisa anche con Tino Montanari), meglio se poco conosciute, ma non è un fattore dirimente, l’importante è che abbiano talento e si distinguano nel proprio campo musicale, quanto più eclettico e diversificato il loro sound, tanto più interessante ai nostri occhi, ma anche questo non è un dogma assoluto. Prendiamo Susan James, cantante di gran talento di Los Angeles, California, in pista già dagli anni ’90, con una carriera divisa in due fasi, la prima che ci ha regalato due album in quel periodo di fine secolo scorso, ed una seconda che l’ha portata alla pubblicazione di tre eccellenti album tra il 2011 e il 2015., questo compreso Se volete leggere quanto avevo scritto su di lei in relazione a Highways, Ghosts, Hearts & Home andate qui http://discoclub.myblog.it/2011/03/20/temp-ce08440afc5fb26c5bb040bb377c17ab/, (magari c’è una piccola inesattezza perché parlavo di quarto album, che sarebbe uscito solo nel 2013 sotto forma del sempre ottimo Driving Towards The Sun).

Quindi perché proprio oggi mi ritrovo a parlare del nuovo album di Susan James? Guardate nei commenti a lato sul Blog, a nome Shawn, e trovate la risposta: in effetti volevo parlare del nuovo disco degli australiani Waifs, di cui da vari giorni rimando la recensione, ma poi ascoltando il nuovo disco della James mi sono appassionato a quanto sentito ed ho deciso di dedicarle un “breve”, ma al solito non troppo, anzi, spazio, so quando inizio ma non quando finisco. Come l’addetto stampa di Susan (che forse aveva letto quanto scritto su di lei nel mio Blog) ci segnala, il nuovo disco Sea Glass è già uscito dal 16 giugno scorso, ma devo dire che purtroppo se ne sono accorti in pochi, almeno in Europa (dove credo sia prevista una distribuzione dal mese di ottobre), in quanto il CD è disponibile solo sul mercato americano, attraverso la sua etichetta personale, e quindi non di facile reperibilità. Ed è un peccato perché il dischetto (o il download) è una piacevole sorpresa (sia pure ascoltato solo in streaming al link segnalatomi, e devo dire che ultimamente mi capita spesso di usare questo formula di ascolto, che non amo moltissimo, sia per il Buscadero che per il Blog, ma ce ne facciamo una ragione, se non sì può fare diversamente): il suono, rispetto ai dischi precedenti, vira da quel quel country-folk-rock californiano che caratterizzava la James dei dischi precedenti https://www.youtube.com/watch?v=vQBfykLsQ-o , ad un alt-country-psych-folk, che è ben rappresentato dal brano che potete ascoltare nel video inserito poco sotto. Poseidon’s Daughter, la traccia che apre il nuovo album è un piccolo gioiellino di folk-pop barocco con celestiali armonie vocali, intricati lavori di chitarre acustiche (la nostra amica, come dimostrato anche nei precedenti album, è appunto una eccellente praticante dell’arte della solista acustica), atmosfere che attingono dal pop vocale e strumentale dei Beach Boys o dei Beatles di Abbey Road (seconda facciata, il cosiddetto long medley) grazie alla presenza dell’irlandese Sean O’Hagan, non dimenticato fondatore dei Microdisney e degli High Llamas, tra gli anni ’80 e ’90 frequentatore di quel pop raffinato e multistrato che attinge dalla grande tradizione britannica e che la fonde, nel disco in questione, dove svolge la funzione di arrangiatore di archi e strumentazione varia, con il sound californiano di Susan James, che secondo il sottoscritto ha anche degli agganci con la parte più bucolica e pastorale degli album di Jonathan Wilson, altro musicista californiano che ama pure la musica inglese leggermente psichedelica dei primi anni ’70.

Se aggiungiamo al tutto che Susan, come ricordato in passato, ha una voce che evoca cantanti “storiche” come la Mitchell o Carly Simon, ma in questo disco, a chi scrive, ricorda pure la non dimenticata Annie Haslam dei Renaissance, con le sue tonalità pure ed elaborate che si inseriscono nel substrato strumentale creato da O’Hagan, dove tastiere analogiche ed archi, violini, celli, viole, si fondono con melodie di morbido pop anni ’70, caratterizzate da cascate di chitarre acustiche e florilegi vocali di gran classe. Nella colta recensione presa dal LA Weekly, che trovate sempre al link http://susanjames.bandcamp.com/album/sea-glass, vengono citate anche, come punti di riferimento, Nancy Priddy (che conosco di nome, per un album pubblicato nel 1968, prodotto da Phil Ramone, considerato un piccolo classico del folk-psych, ma non avendolo mai sentito, mi astengo) e Judy Henske, grande folk-singer anni ’60, prima per la Elektra e poi Reprise, sullo stile Judy Collins, ma autrice anche di un paio di album, con il marito Jerry Yester, proprio quello dei Lovin’ Spoonful, pubblicati tra il 1969 e il 1971 dalla Straight di Frank Zappa, e che sono in effetti altri piccoli classici del folk psichedelico e in questo caso, conoscendoli, confermo che meriterebbero essere investigati, Farewell Aldebaran Rosebud.

Tornando a questo Sea Glass, sono solo dieci brani, compreso un intermezzo di meno di un minuto, piacevoli ed intensi:  dopo l’eccellente apertura proseguono in questa raffinata cavalcata, che, nonostante in definitiva nasca da transatlantici incontri via Skype tra la James, nel suo studio di Topanga Canyon e O’Hagan sul suolo britannico (si chiama tecnologia) suona proprio come un disco fatto e finito, come in effetti è, dalla strumentazione ricca e rifinita fin nei minimi nei particolari di canzoni come Awful Lot, raffinata e arrangiata come fosse quasi un prodotto delle collaborazioni tra Brian Wilson Van Dyke Parks, o qualche gemma perduta di un Bacharach che allunga la sua produzione con Dusty Springfield fino ad incrociare i Beatles più orchestrali, sempre con quella voce bellissima in evidenza. Hey Julianne vira ancora di più verso i Beach Boys, ma con Paul McCartney e il suo dancing bass agiunto in formazione; Calico Valley, dal ritmo leggermente più incalzante, ma sempre immersa in florilegi deliziosi di tastiere e archi che rendono preziosi gli arrangiamenti. Ay Manzanita è una ballata malinconica che mette in evidenza ancora una volta la bellissima voce della James, che raggiunge tonalità vicine a quelle della ricordata prima Annie Haslam, con i suoi Renaissance, fautori di un pop-rock orchestrale, qui virato su tonalità spagnoleggianti.

Dopo il brevissimo interludio strumentale di Odyssea, arriviamo a Sea Glass, la title-track, altra confezione sonora complessa e di grande fascino, senza sezione ritmica, mentre Truth Of Consequence introduce di nuovo intricati passaggi vocali di rara bellezza, su una base più rock e vivace, ancora più accentuata nella vivace Tell Me Cosmo, altro esempio di quel morbido folk-rock-psych più volte citato, con tanto di flauto “cosmico”, se non è un mellotron. Come nei dischi seri l’ultima canzone si chiama giustamente Last Song, di nuovo in aria del miglior prog psichedelico dei primi anni ’70, tra voci sognanti e archi avvolgenti. Che dire ancora, bel disco, i rimandi e le citazioni ad altri musicisti sono ovviamente voluti e spero non casuali!

Augh, ho parlato, adesso sta a voi cercare il disco, diciamo che per noi italici l’esborso finanziario, soprattutto a livello spese di spedizione, potrebbe risultare oneroso, ma ne vale la pena, se non vi fidate, al link di cui sopra,  potete ascoltare l’intero album in streaming. Nel frattempo cercherò di scoprire se esiste questo fantomatico sesto album, che non mi torna nella discografia.

Bruno Conti

Dischi Dal Vivo, “Nuovi E Vecchi”, Più O Meno Ufficiali! Parte 2: Flying Burrito Brothers, Moby Grape, Blues Project, Frank Zappa & Captain Beefheart, Joni Mitchell, Doobie Brothers

flying burrito brothers seattle pop festival

Anche questo CD dal vivo è stato pubblicato dalla Keyhole, più o meno a ottobre dello scorso anno, e riguarda i Flying Burrito Bros al Seattle Pop Festival July 27th 1969 al Gold Creek Park di Woodinville, Washington in un Festival a cui parteciparono anche Chicago, Santana, Chuck Berry, Byrds, Led Zeppelin. La qualità sonora, in questo caso, non è fantastica, comunque non orrrida visto il periodo da cui proviene, ma il concerto è interessante, con questa scaletta:

1. Close Up The Honkytonks
2. Dark End Of The Street
3. Mental Revenge
4. Image Of Me
5. Christine’s Tune
6. Sin City
7. Out Of Control
8. Wake Up Little Susie
9. You Win Again
10. We’ve Got To Get Ourselves Together
11. She Thinks I Still Care
12. Dream Baby
13. Lucille
14. Take A Message To Mary
15. Train Song
16. South Cave Blues

moby grape live at stony brook

Nuovamente Keyhole e ancora più indietro nel tempo andiamo per questo CD dei Moby Grape Live At Stony Brook University, NY, October 22nd 1968. Qualità sonora variabile, mediamente non memorabile, il concerto però è notevole, grande versione di Can’t Be So Bad, questi i brani contenuti nel dischetto:

1. Mr. Blues
2. 8:05
3. Trucking Man
4. If You Can’t Learn From My Mistakes
5. Can’t Be So Bad
6. Sitting By the Window
7. Murder In My Heart For the Judge
8. Fall On You
9. After All
10. Hey Grandma
11. It’s a Beautiful Day Today
12. Miller’s Blues/Omaha

blues project live at the matrix

Sempre edito dalla Keyhole anche questo CD, un doppio dei Blues Project Live At The Matrix September 1966, quindi sempre più indietro nel tempo, 17 brani con la formazione originale guidata da Al Kooper all’organo, Danny Kalb alla chitarra solista, Steve Katz alla seconda chitarra e armonica, Andy Kulberg al basso e al flauto e Roy Blumenfeld alla batteria. Grande concerto, qualità sonora più o meno simile ai live ufficiali dell’epoca, ma la durata è di quasi due ore, c’è anche la versione originale di Ma Che Colpa Abbiamo Noi, Cheryl’s Going Home e due versioni di Flute Thing, oltre a I Can’t Keep From Crying Sometimes, Lousiana Blues, Wake Me Shake Me e tutti gli altri classici.

frank zappa captain beefheart providence

La registrazione di questo doppio CD viene dallo stesso tour da cui fu estratta la parte live del mitico Bong Fury. Siamo nell’aprile del 1975 Frank Zappa & Captain Beefheart insieme al Providence College, Rhode Island, broadcast radiofonico di buona qualità dove scorrono Camarillo Brillo, Stink Foot, The Torture Never Stop, Montana, e molte altre con e senza Don Van Vliet, oltre due ore di concerto, il doppio della durata di Bongo Fury, che non era neppure tutto dal vivo, quindi direi fondamentale per gli zappiani e chi non ce l’ha già come bootleg https://www.youtube.com/watch?v=HRd1h0gImM4. Etichetta ancora Keyhole.

joni mitchell newport folk festival

Continuiamo con i titoli della Keyhole, questo è uscito a fine gennaio del 2015: Joni Mitchell Newport Folk Festival 19th July 1969, la qualità sonora è molto buona, l’unica critica è che ci sono 8 brani, poco più di mezz’ora di musica, ma possiamo ascoltare:

1. Chelsea Morning
2. Cactus tree
3. Night in the City
4. For Free
5. Willy
6. The Fiddle and the Drum
7. Both Sides Now
8. Get Together

Bellissimo concerto, uno dei migliori degli anni del periodo folk https://www.youtube.com/watch?v=DXe95iTtci0

doobie brothers ultrasonic studios

Uscito circa un mese fa, indovinato, è della Keyhole, fa parte della serie di concerti registrati agli Ultrasonic Studios di cui si è parlato anche recentemente sul Blog (Little Feat, Bonnie Raitt, Lowell George, Ry Cooder), titolo dedicato aid Doobie Brothers Ultrasonic Studios, West Hampstead, NY, 31st May 1973, siamo nel periodo di maggiore splendore della band (e un live ufficiale della band in CD non esiste, considerando che il Farewell Tour, Rhino o giapponese circola solo prezzi assurdi, e comunque è relativo al periodo 1983, quando il gruppo era in fase calante, pur essendo un buon concerto). Sentite come suonavano in quell’anno https://www.youtube.com/watch?v=zPNOTTZdeM0 e in questo concerto trasmesso dalla radio WLIR FM 92.7 anche meglio, poco importa se ci saranno stati 18 spettatori (per dire) e la qualità sonora non è meravigliosa, sound un po’ crudo però una sequenza Long Train Running, Listen To The Music, China Grove e Rockin’ Down The Highway non è malaccio.

Domani proseguiamo e concludiamo con altri titoli Live.

Bruno Conti

Quanto A Talento Anche Qui Non Si Scherza, “L’Album Americano” Di Laura Marling – Short Movie

laura marling short move

Laura Marling – Short Movie – Ribbon Music/Caroline/VIrgin/Universal

Laura Marling ha compiuto 25 anni il 1° febbraio scorso, ma in cinque anni di carriera ha già pubblicato cinque album; il primo Alas, I Cannot Swim, uscito in concomitanza del suo 18esimo compleanno. Ed è uno dei rari casi, in presenza di musica di qualità, in cui il successo commerciale e quello di critica sono sempre andati a braccetto. Mi è capitato alcune volte di parlare dei dischi della Marling sul Blog e non ho potuto giustamente esimermi dal magnificarne la bellezza, e anche per questo Short Movie non posso che confermare: siamo di fronte ad un talento in continuo divenire ed il nuovo album è assolutamente da gustare senza remore di alcun tipo. Nel titolo del Post parlo di “album americano”,  solo in quanto lo stesso è stato concepito ed influenzato dalla permanenza di Laura sull’altro lato dell’oceano, California e New York, soprattutto la prima, i luoghi dove ha vissuto per un paio di anni, anche se nel frattempo, alla fine del 2014, è tornata a vivere a Londra. Proprio a Londra era stato comunque completato e registrato il disco, con l’aiuto dei produttori Dan Cox Matt Ingram, quest’ultimo anche batterista e percussionista all’interno dell’album; il vecchio amico Tom Hobden dei Noah And The Whale (dove Laura aveva militato tra il 2006 e il 2008, fino alla fine della sua relazione amorosa con Charlie Fink), al violino e archi, Nick Pini (che nella presentazione del CD avevo erroneamente chiamato Pinki) al basso e la collaboratrice storica Ruth De Turberville al cello, completano il cast dei musicisti utlizzati nel disco. La stessa Laura Marling si è occupata delle chitarre, acustiche ed elettriche.

E qui sta la sorpresa nel sound del nuovo disco: il babbo di Laura le ha regalato una Gibson ES 335, e come lei stessa ha detto in varie interviste questo fatto ha inlluenzato profondamente il sound delle canzoni, tanto che in fase di presentazione aveva parlato addirittura (spaventandomi non poco) di album “elettronico”, forse anche per l’uso dei Pro-tools, utilizzati dagli assistenti al mixaggio. Per fortuna gli ingredienti tecnici e strumentali, per quanto importanti, non hanno inficiato la qualità dei brani, come al solito molto elevata e anche se possiamo parlare di un suono più elettrico, a tratti, lo stile della Marling rimane quel folk classico con innesti rock e la vicinanza ai nomi classici del cantautorato, Joni Mitchell in primis, ma anche Suzanne Vega, e gli alfieri del nuovo folk-pop, oltre ai citati Noah And The Whale, Mumford and Sons, Johnny Flynn, spesso suoi compagni di avventura, senza dimenticare quelle influenze di Pentangle (quindi Renbourn e Jansch, ma anche Donovan e Incredible String Band) Fairport Convention, Sandy Denny, Linda Thompson, e dischi classici del rock britannico, come Led Zeppelin III o i Pink Floyd più bucolici. Ovviamente per molti di questi nomi si può che parlare di influenze indirette, magari la nostra amica manco li conosce o li frequenta, ma si “respirano” nel panorama inglese e nei suoi dischi, forse incosciamente https://www.youtube.com/watch?v=mUnZybH1nTE .

Questo “lavoro” sul timbro della voce conferisce a tratti un’aura sognante alle canzoni, come nell’iniziale Warrior, percorsa anche da effetti sonori e percussioni varie che arricchiscono il tessuto del brano, per il resto sorretto solo dall’arpeggio della chitarra acustica, ma l’eco, la voce che si avvicina e si allontana danno un tocco di magia che la rende più affascinante, inizio intrigante. In False Hope appare la prima chitarra elettrica, il suono si fa decisamente più rock, un riff “sporco” e ripetuto che prelude all’ingresso della batteria, ma sempre con effetti e tocchi geniali che rendono più incisivo il risultato sonico, che qualcuno ha paragonato alle cavalcate di PJ Harvey,  eroina del rock alternativo britannico, altri ci hanno visto echi di Patti Smith e dei Velvet Underground, comunque lo si veda brano eccellente, canzone ispirata dall’incontro ravvicinato con l’uragano Sandy a New York, e che nei primi reportage sul disco era stata presentata erroneamente come Small Poke (mi ero fidato anch’io di quanto letto, ciccando di brutto). I Feel Your Love, una canzone su un amore contrastato almeno a livello cerebrale, vive sugli spunti della chitarra acustica fluida e vivace della Marling, e si colloca musicalmente a metà strada tra la divina Joni e Suzanne Vega, con il lavoro del cello e degli archi che nebulizzano il suono. Walk Alone con la sua chitarra elettrica gentilmente pizzicata profuma di California e della gloria mai passata della West Coast più geniale, con Laura che cerca anche degli arditi falsetti che ricordano sempre quella signora di cui sopra, mentre il solito cello provvede a rendere più corposo il tutto. In Strange Laura Marling assume una tonalità vocale sardonica, maliziosa, quasi “perfida”, nel suo fustigare questo uomo sposato che ama la protagonista della canzone, ma diventa a sua volta il protagonista negativo del brano, che musicalmente, tra percussioni e chitarre acustiche, si situa in quella nicchia che sta tra i Led Zeppelin e i cantautori acustici dei primi anni ’70. Don’t Let It Bring You Down racconta della sua permanenza californiana a Sliver Lake, il primo luogo da poter chiamare casa, dopo sei anni vissuti girovagando, il pezzo sembra, anche vocalmente, una canzone dei primi Pretenders di Chrissie Hynde, se avessero voluto dedicarsi al folk-rock, e prende il meglio di entrambi i mondi, l’eleganza del folk e la briosità del pop.

laura marling 1 laura marling 2

Easy contiene un verso tra i più visionari del disco “How did I get lost, looking for God on Santa Cruz? Where you go to lose your mind.  Well, I went too far this time” e musicalmente naviga ancora i mari della folk music più raffinata, con influenze quasi orientaleggianti nel cantato onirico e nel fingerpicking della chitarra. Gurdjieff Daughter’s cerca di raggiungere la “quarta via” proposta dal mistico e filosofo armeno, ma musicalmente sembra quasi un brano dei primi Dire Straits, un bellissimo pezzo elettrico cantato in piena souplesse dalla Marling, che si gode questo tuffo in una canzone costruita secondo la migliore tradizione della musica pop e rock, fin nel tintinnare delizioso delle chitarre elettriche. E anche Divine, che ha quasi gli stessi accordi del brano precedente, in versione acustica, con armonie vocali appena accennate e le solite sparse coloriture del gruppo di musicisti presente nel disco, si ascolta con grande piacere, mentre How Can I, è Joni Mitchell allo stato puro, tra Blue e Hejira, con le sue percussioni dal colpo secco, il borbottio del contrabbasso, le chitarre acustiche nervose e piccoli accenni di elettrica, forse il centrepiece dell’intero album, breve ma bellissima. Howl At The Moon è una sorta di blues elettrico, leggermente psichedelico, con la chitarra elettrica che disegna una traiettoria circolare quasi onirica e il cantato molto rarefatto, volutamente minimale, che moltiplica il fascino austero della canzone. Short Movie, la canzone che dà il titolo a questa raccolta, è uno dei brani più “strani” del disco, con degli archi dal suono leggermente dissonante, una sezione ritmica incalzante, inserti sonori che illustrano questo ipotetico “film breve” che raggiunge il suo climax nel crescendo finale https://www.youtube.com/watch?v=DdCdT_dcmUI . Si conclude con Worship Me, una ode quasi mistica a Dio, condotta nella prima parte solo da una chitarra elettrica, che poi viene avvolta dalle volute malinconiche della sezione archi, per questa mini sinfonia concertante, che illustra ancora una volta la costante crescita di questa magnifica cantautrice.

Esce domani.

Bruno Conti