Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

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P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc

E Questi Da Dove Sono Sbucati? Various Artists – Golden State Psychedelia

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Various Artists – Golden State Psychedelia – Big Beat/Ace 

Nel corso degli anni sono uscite decine, forse centinaia, di compilations dedicate alla musica psichedelica e garage americana, la più famosa è la serie Nuggets, curata da Lenny Kaye, ma pure i due cofanetti quadrupli della Rhino sulla scena di San Francisco e Los Angeles, o i vari album dedicati ai gruppi texani dalla International Artists sono fondamentali per conoscere questa musica, e anche in Inghilterra, soprattutto attraverso l’etichetta Big Beat del gruppo Ace (e parecchie altre meno note), sono usciti molti CD dedicati a questo fenomeno musicale di fine anni ’60. Non stiamo ad addentrarci troppo nel filone che è complesso, perché rischiamo di non uscirne vivi. Diciamo solo che vanta molti estimatori, ancorché di nicchia, e passiamo oltre. Il titolo dell’album in questo caso spiega molte cose: Psychedelia è piuttosto chiaro, Golden State è il nome degli studi di registrazione fondati da Leo De Gar Kulka in quel di San Francisco nel 1965: Kulka era un ex agente dei servizi segreti americani nella II guerra mondiale, di origine cecoslovacca e con una passione sfrenata per gli aspetti audiofili della musica, da qui l’idea di creare degli studi di registrazione nella nascente industria discografica californiana, quando ancora le grandi case non avevano i loro studios, che sarebbero arrivati verso la fine dei sixties.

Comunque se volete leggervi tutta la storia, all’interno del CD c’è un libretto molto esauriente, a cura del giornalista Alec Palao (grande esperto della materia) che racconta tutti gli avvenimenti con dovizia di particolari e che è quasi più bello dei contenuti del disco, quasi. Come recita la fascetta sul retro copertina stiamo per addentrarci in “ rare o mai pubblicate gemme psichedeliche pescate dagli archivi dei Golden State Recorders Studios di San Francisco nei tardi anni ‘60” e questo può bastare. Le cose che ci interessa conoscere sono fondamentalmente due: primo, la qualità sonora è veramente eccellente, in quanto gli studi di Kulka erano quanto di meglio la tecnologia di allora era in grado di offrire, secondo, i nomi dei gruppi sono sconosciuti ai più, per quanto alcuni brani erano usciti in una compilation della Big Beat pubblicata nel 1997, What A Way To Come Down che faceva parte della serie Nuggets From The Golden State. Il sottoscritto tra i nomi presenti ricorda solo, ma a fatica, The Immediate Family, che erano nel dischetto chiamato “Suburbia” del box della Rhino Love Is The Song We SIng, dedicato alla scena di San Francisco. Ma di tutti i tredici gruppi presenti, per un totale di 25 brani, ci si meraviglia che non siano riusciti a pubblicare degli album nel dipanarsi del loro percorso musicale.

Abbiamo The Goody Box, che venivano da Pacifica, con due ottimi brani, Blow Up, tra organi sognanti e chitarre “fuzzate”, e Ah Gee, meno frenetica ma sempre molto psych (e ci mancherebbe). The Carnival, da LA, che avevano il clavinet come strumento solista, sono presenti con tre pezzi, caratterizzati da belle e complesse armonie vocali. I Tow-Away Zone, tra i più acidi, che pubblicarono un singolo per la Epic nel 1968, la qui presente Shab’d, più Daddy’s Zoo Song, The Bristol Boxkite, con ben quattro brani presenti nella compilation, sono tra i più interessanti e, insisto, ci si meraviglia come mai non pubblicarono un album, Sunless Night, Mad Rush World, Chasing Rainbows e Who Are We rivaleggiano con il meglio della produzione di quegli anni, con un interessante dualismo tra una voce solista maschile ed una femminile. I citati Immediate Family, due brani, sono più corali e sempre affascinanti, mentre The Ticket Agents, Magician con la “maligna” Fuck For Peace, The Seventh Dawn, con Don’t Worry Me, incisa nel 1970 ma ancora in mono, però molto bella, The Royal Family e The Gants, tutti presenti solo con una canzone, hanno comunque un loro perché. The Short Yellow, già presenti con entrambi i brani nel CD del 1997, molto validi, come pure Celestial Hysteria,  presenti con due brani, che suonarono anche al Fillmore e hanno un cantante che ricorda Marty Balin. Ottimi anche Royal Family, da Los Angeles, anche loro tra i tanti che Kulka e il suo tecnico del suono Larry Goldberg presentarono a varie etichette senza arrivare a pubblicare un disco, e pure i Just Slightly Richer, con tracce R&B nella loro musica, non erano male. Direi che li abbiamo citati tutti, disco di nicchia, nomi sbucati dal nulla, e che lì sono tornati, ma se amate il genere, vale assolutamente la pena.

Bruno Conti        

Se Fosse Anche Inciso Bene Sarebbe Perfetto! Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967

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Quicksilver Messenger Service – New Year’s Eve 1967 – Cleopatra 

Ho contato almeno otto CD (più l’Anthology Box, e non credo sia finita la serie) pubblicati dalla Cleopatra Records e relativi a prezioso materiale d’archivio dei Quicksilver Messenger Service, la prodigiosa band californiana che giustamente viene considerata uno dei capisaldi del rock psichedelico ed acido che imperava sulla costa occidentale americana tra la fine anni ’60 ed i primi anni ’70. In effetti la storia inizia ancora prima, nel 1965, quando Dino Valenti, John Cipollina e il cantante e armonicista Jim Murray, uniscono le forze con Gary Duncan, David Freiberg e Greg Elmore, per iniziare una avventura che raggiungerà il suo apice tra il ’68 ed il ’69 quando usciranno i due capolavori, l’omonimo Quicksilver Messenger Service e l’epocale Happy Trails. Ma questa è una storia raccontata mille volte ed in ogni caso molte cose sono successe prima e dopo questi due dischi: da qualche anno a questa parte, oltre alla Cleopatra anche altre etichette, più o meno ufficiali, hanno pubblicato materiale dal vivo proveniente da quel periodo, spesso annunciato come proveniente dagli archivi di Gary Duncan, ma altrettanto spesso di qualità sonora non proprio memorabile.

Anche questo New Year’s Eve 1967 non sfugge alla regola: registrato al Winterland di San Francisco la notte del 31 dicembre del 1967, e quindi, come tutto il materiale proveniente dai locali di proprietà di Bill Graham, presente anche negli archivi di Concert Vault, e pubblicato diverse volte pure come bootleg, il concerto è formidabile per i contenuti musicali, ma la qualità sonora è “scarsina”, a voler essere magnanimi. La formazione è quella classica, il quartetto Cipollina, Duncan, Freiberg e Elmore, che da lì a poco avrebbe pubblicato Quicksilver Messenger Service e Happy Trails, quindi non c’è più Jim Murray alla voce e all’armonica, ma il repertorio comprende ancora molti dei brani del primissimo periodo: ed ecco quindi scorrere un ignoto Instrumental senza nome che fluisce, già iniziato, come prima traccia del concerto, la batteria è in cantina, il basso ha una buona presenza, il suono delle chitarre sfugge di tanto in tanto, ma la qualità sonora è comunque accettabile, mentre le improvvisazioni bluesy delle soliste di Cipollina e Duncan, sono all’altezza delle giornate migliori (non dimentichiamo che in quella serata i Quicksilver dovevano duellare con i Jefferson Airplane e i Big Brother di Janis Joplin che dividevano con loro il palco nell’occasione).

Quindi partenza ottima, poi rafforzata da una eccellente e vibrante versione di Pride Of Man, il brano che sarebbe stato uno dei punti di forza del disco di esordio (qui il suono va e viene, la voce si intuisce e la batteria è purtroppo microfonata male), ma la musica è sempre potente, come nella successiva Who Do You Love (la versione nel video è di due giorni prima), che non è ancora quella “corazzata” da oltre 20 minuti che sarebbe divenuta su Happy Trails, ma l’inconfondibile riff non manca e l’interplay tra le due soliste e la sezione ritmica è già magnifico, il brano è più breve e compatto, “solo” dieci minuti scarsi, ma la magia (anche con gli inconvenienti tecnici ricorrenti nella registrazione) del brano è già presente. Non male pure la bluesata If You Live (Your Time Will Come), cantata da Gary Duncan e che si anima nelle parti improvvisate, mentre It’s Been Too Long è uno dei brani meno conosciuti della band, un classico pezzo psych-garage. Altro discorso per la lunghissima, e ricca di jam chitarristiche, versione di Smokestack Lightning, il classico di Howlin’ Wolf che illustra il lato blues dei Quicksilver visto attraverso l’ottica intrippata di quei tempi e anche Babe I’m Gonna Leave You (quando il suono non sparisce a tratti) illustra il sound acido che condividevano con le altre band di San Francisco dell’epoca. Gold And Silver, con un lungo assolo di batteria nella parte centrale, è sempre quella perfetta fusione tra chitarre rock acide e ritmi jazz alla Dave Brubeck, anche se il livello sonoro è pessimo.

Dino’s Song lascia intuire le evoluzioni soliste del mitico John Cipollina, che poi le reitera in un’ottima Back Door Man e nel lungo medley, Bo Didley goes psych, di improvvisazione Mona/Maiden Of The Cancer Moon. Sono già i Quicksilver della leggenda acida di Haight-Ashbury, se fosse anche inciso bene sarebbe perfetto.

Bruno Conti

Un Disco Maturo, Tra Folk E Psichedelia! Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down

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Kurt Vile – B’lieve I’m Goin’ Down  – Matador CD

Fino a qualche anno fa ero convinto che Kurt Vile, musicista originario della Pennsylvania, fosse un bluesman, non so in base a cosa, forse l’aspetto fisico. Poi ho approfondito, e ho scoperto un cantautore raffinato, autore di una miscela intrigante di folk, rock e psichedelia, con influenze che vanno dalla musica che si faceva nei primi anni settanta nel Laurel Canyon a Syd Barrett, passando per Nick Drake. Recentemente ho ascoltato l’ultimo album di Israel Nash, Silver Season http://discoclub.myblog.it/2015/10/14/altro-figlio-del-laurel-canyon-israel-nash-israel-nashs-silver-season/ , e devo dire che tra i due ci sono diverse similitudini, anche se l’approccio di Vile è meno bucolico e più rock, mentre Gripka è maggiormente influenzato da Neil Young ed in generale le sue sonorità sono più eteree.

B’lieve I’m Goin’ Down è il suo sesto lavoro, e giunge a due anni da Wakin’ On A Pretty Daze, che aveva ottenuto un ottimo successo di critica ed aveva anche venduto discretamente: Kurt è accompagnato dalla sua abituale band, The Violators (Rob Laakso, Kyle Spence e Jesse Trbovich), e tutti collaborano alla produzione insieme a Rob Schnapf (già alla consolle con Elliott Smith e Beck). Dodici brani (sedici nell’immancabile edizione deluxe), tutti, tranne uno, con una discreta lunghezza che va dai quattro minuti ai sette: canzoni fluide, meditate, talvolta sognanti e altre volte più rock e dirette, accenni psichedelici qua e là ed una vena intimista piuttosto accentuata, dovuta anche al timbro vocale particolare del nostro (molti hanno definito questo disco il più personale di Kurt: io non avendo ascoltato tutti i suoi CD non posso né confermate né smentire, e quindi mi limito a godermi le canzoni).

B’lieve I’m Goin’ Down fa chiaramente parte del percorso di crescita di Vile, percorso che non è ancora concluso, ed è un’evoluzione ed una maturazione rispetto al già pur valido album precedente: l’iniziale Pretty Pimpin’ dimostra il buon livello sia della sua scrittura che della tecnica strumentale, un rock abbastanza diretto e chitarristico, contraddistinto dalla voce pacata del nostro ed una ritmica vivace, un pezzo che può avere persino qualche velleità radiofonica. In I’m An Outlaw fa capolino un banjo, ed il brano è un’intrigante miscela di western e psichedelia, in quanto l’andamento ha un non so che di ipnotico, anche se nell’insieme ci troviamo davanti ad una canzone molto gradevole e per nulla ostica; Dust Bunnies inizia con un bel riff di chitarra (le parti chitarristiche in questo disco mi piacciono molto), subito doppiato da un piano elettrico, per un brano saltellante e decisamente piacevole, in cui Kurt canta un po’ alla maniera di Lou Reed; That’s Life, Tho (Almost Hate To Say) è più acustica ed intima, la chitarra arpeggiata, la melodia discorsiva, quasi parlata ed un’atmosfera agreste formano un insieme di grande fascino.Wheelhouse è ancora lenta, ma si apre a poco a poco, in coincidenza con l’ingresso dei vari strumenti: Kurt ha anche qui un modo di cantare un po’ monotono, ma funzionale all’esito del brano (in ogni caso sei minuti sono un po’ tanti), Life Like This vede il piano in evidenza, mentre le voci che si incrociano e l’uso delle tastiere danno un sapore barrettiano al tutto, un pezzo indubbiamente creativo anche se in questo caso meno immediato.

La folk song All In A Daze Work mi piace di più, anche se il mood malinconico ed interiore rimane, ma il fatto che ci sia solo Kurt con la sua chitarra la rende degna di nota; Lost My Head There è la più lunga del CD, ma è anche una delle più riuscite: piano in primo piano (scusate il bisticcio), voce un po’ distante, ritmo mosso e soluzioni sonore in sottofondo che la rendono un po’ bizzarra ma intrigante, ed il crescendo finale decisamente psichedelico completa l’opera. Stand Inside è folk-rock con qualche sensazione onirica, e ha una melodia circolare, mentre Bad Omens è la più breve del disco (meno di tre minuti), ed è uno strumentale guidato dal piano e con una chitarra distorta sullo sfondo, senza una vera e propria melodia, quasi fosse una lunga introduzione per una canzone che non c’è; l’album “normale” (non sono in possesso della versione deluxe) volge al termine con l’intensa Kidding Around, ancora tra folk e psichedelia, forse il brano in assoluto più simile allo stile di Gripka, e con Wild Imagination, ancora piano e chitarra acustica in evidenza per una delle canzoni più dirette, che chiude in maniera positiva un disco piuttosto buono e che non deluderà chi già ha apprezzato i lavori precedenti di Kurt Vile.

Marco Verdi

Ma Che Cosa Si Sono “Fumato”? 3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune

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3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune – Thousand Thunders Music

Si scopre sempre qualcosa di nuovo cercando nell’enorme serbatoio della musica “indipendente” americana: prendete questi 3rd Ear Experience, un quintetto californiano che gravita intorno all’area del deserto del Mojave e quella di Joshua Tree, fino ad oggi mai sentiti (almeno dal sottoscritto), ma già autori di ben tre album, dal 2012, anno della loro formazione, ad oggi https://www.youtube.com/watch?v=JyMGdzJubNo . Che genere fanno? Potremmo proporre uno space rock alla Hawkwind, con derive psichedeliche e progressive, accenni di stoner e desert rock, ma anche del suono della Kosmische Musik tedesca (Amon Duul II, i Popol Vuh meno elettronici e più californiani) molto seventies oriented. Lunghissimi brani di improvvisazione programmata, si va dagli oltre 19 minuti della iniziale Tools ai “soli” otto di White Bee, cinque pezzi in totale per quasi 75 minuti di musica.

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Le chitarre sono le protagoniste principali ma si inseriscono su un tappeto di tastiere, un synth sibilante vecchia maniera (quello che più ricorda gli Hawkwind citati), cavalcate ritmiche in crescendo ma anche tocchi di musica etnica ed elettronica qui e là, l’utilizzo di musicisti esterni, ad esempio un lungo intervento di sax nella parte centrale di Tools https://www.youtube.com/watch?v=TDRAflD9ut8 , affidato a tale John Whollilurie, flauto, percussioni, djembe e mouth organ in altri momenti del disco, ogni tanto ci sono degli spettrali inserti vocali, come in One, dove è il leader della band nonché uno dei due chitarristi, Robbi Robb, a fare sentire la sua voce e qui il sound vira verso la scuola stoner rock desertico, con qualche vaga analogia pure con i primi Pink Floyd, quelli più sperimentali, ma anche con le improvvisazioni strumentali di gente come Bo Hansson, per citare un nome del passato o con le jam band più “estreme”, quelle senza elementi blues e country nel loro Dna, per rimanere nel presente.

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Il titolo del disco (anche in doppio vinile) viene da una raccolta di poesie della bravissima e visionaria autrice americana di fantasy e fantascienza Ursula K. Le Guin, e in effetti la musica ha questo afflato sci-fi, con chitarre e tastiere che si insinuano su dei ritmi costanti, ipnotici e ripetuti, dove di solito strumentalmente peraltro poco si muove, per approdare ad improvvise oasi sonore durante le quali la musica si fa quieta e dominano rumori e sensazioni più intime e raccolte, anche se forse non particolarmente eccitanti. Il terzo brano over 15 (come durata), presenta anche delle componenti orientali, con inserti vocali della presenza femminile della band, tale Amritakripa (?!?), che è colei che si occupa dei synth, anche se in questi picchi e vallate, stop e ripartenze quasi costanti, sono comunque le chitarre, spesso suonate all’unisono (l’altro solista è Eric Ryan), a guidare le danze, lavorando più su impressioni soniche che sul virtuosismo spicciolo, anche se ogni tanto qualche assolo selvaggio tra psichedelia ed heavy rock ci scappa.

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Magari, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nonostante la musica sia sicuramente energica e poderosa, la varietà dei temi, ad andare bene a vedere, non è proprio così totale come appare, che è un po’ il difetto che di tanto in tanto fa capolino anche nelle migliori jam band, molto apprezzate dai fruitori del genere ma non poi sempre così originali, ovvero, come direbbe qualcuno: dove sono le canzoni? Per i 3rd Ear Experience,  potrei azzardare che dipende in parte da cosa si sono fumati, ma forse anche no. Qualcuno ha citato nelle proprie impressioni di ascolto il Miles Davis di Bitches Brew tra le influenze del gruppo, e non lo escluderei, bisognerebbe chiederlo però a loro. White Bee, la traccia più breve, a otto minuti e spiccioli, è il brano più lento e sperimentale, con interventi parlati e la batteria che nel caso specifico è quella che guida la struttura sonora molto frammentaria del pezzo, che poi esplode in un emozionante crescendo strumentale nel finale, con le chitarre distorte di nuovo protagoniste. La conclusiva Shaman’s Dream è forse la “canzone” più vicina all’hard rock classico, con ritmi serrati, tastiere sibilanti, canti tribali pellerossa (lo Sciamano del titolo) e le chitarre immancabili in ripetuta modalità jam. Non so dirvi se sia un album che incoraggia ascolti ripetuti, ma sicuramente è un prodotto interessante dalla fervente scena alternativa californiana https://www.youtube.com/watch?v=QE0DDxRWcoE , se amate i generi citati all’inizio fateci un pensierino. Ripeto, “strano” ma interessante.

Bruno Conti

Anche In Fondo Al Barile C’è Roba Buona! Ultimate Spinach – Live At The Unicorn, July 1967

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Ultimate Spinach – Live At The Unicorn, July 1967 – Keyhole Records

Ormai abbiamo quasi raschiato il fondo del barile, nell’ambito delle ristampe, quasi. In questi anni siamo arrivati alle ristampe dei vecchi bootleg, prima la Cleopatra Records, ora questa Keyhole, stanno pubblicando alcuni concerti della era psichedelica, artefatti che erano in versione pirata ed ora acquisiscono una versione “ufficiale”. I Quicksilver escono a decine, ma anche altri gruppi, come la Steve Miller Band, la band di Boz Scaggs, gli It’s A Beautiful Day, tutti a cura della stessa Keyhole, anche qualche titolo dei Velvet Underground e di Lou Reed. Pure questo CD degli Ultimate Spinach, band psichedelica di Boston, in azione sul finire degli anni ’60, è corredato da un bel libretto di una decina di pagine, ricco di informazioni e di pensieri forniti dal fondatore della band, Ian Bruce-Douglas, all’epoca dei fatti un ventenne ingenuo e poco avvezzo al mondo della musica, almeno a giudicare dalle sue parole e dalle reminiscenze sull’excursus del suo gruppo.

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Stando a quanto si dice nel libretto pare che i componenti degli Spinach non fossero un ensemble di amici, ma un gruppetto di personaggi intenti a farsi del male tra di loro, con manager e produttori che erano impegnati a cercare di fregarli nell’un caso e fare dei dischi esattamente opposti alle attese del buon Ian, nell’altro. Che, volendo, era un po’ la situazione tipica a quei tempi, con l’eccezione delle band di grande successo, gli altri improvvisavano molto, oltre che nella loro musica, anche nel gestire la propria carriera. La registrazione di questo concerto avviene nel luglio del 1967, in un piccolo locale di Boston, dove la band era stata ingaggiata, ancora priva di un concerto discografico, per una serie di sei settimane di concerti serali, più una matinée alla domenica: il nome completo del locale era Unicorn Coffee Shop, quindi si possono immaginare le dimensioni della “sala da concerto”.

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Addirittura la band, forse, era nella sua fase di passaggio da Underground Cinema a Ultimate Spinach, e non aveva registrato ancora nulla a livello discografico, quindi il repertorio era molto basato sulle cover, con alcuni brani originali, (tra cui (Ballad Of The) Hip Death Goddess e Mind Flowers, che sono quelli per cui sono ricordati ancora oggi), una psichedelia abbastanza ricercata che poteva ricordare per certi versi quella di gruppi come i Jefferson Airplane, anche perché i componenti del gruppo cantavano tutti, meno il bassista Richard Nese, e in formazione c’era la bella voce femminile della diciottenne Barbara Hudson, a cui si sarebbe aggiunta Priscilla Di Donato nel gennaio del 1968. Gli altri erano Geoffrey Winthrop alla chitarra solista e sitar, Keith Lahteinen alla batteria e il già citato Ian Bruce-Douglas al piano elettrico e 12 corde. Tra pasticche misteriose, LSD corretto alla stricnina e scontri interni doveva essere proprio un bel ambientino, comunque il primo album omonimo, pubblicato dalla MGM, la stessa dei Velvet, arrivò fino al 34° posto delle classifiche americane https://www.youtube.com/watch?v=_AdFvJ9iUDQ , anche se fu distrutto a livello critico da un certo Jon Landau, cosa che ancora oggi fa inc…re Bruce-Douglas non poco, anche se lui stesso è critico verso quel disco, dicendo che sperava di pubblicare un disco dalle sonorità corpose alla Jimi Hendrix, mentre per colpa del produttore Alan Lorber, finirono per avere un disco di bubblegum music.

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Probabilmente la verità sta nel mezzo, infatti il disco è stato poi rivalutato e la versione in CD della Big Beat fa la sua bella figura. La qualità sonora di Live At The Unicorn è quella di un buon bootleg, persino ottimo, rimasterizzato nei limiti del possibile, e si apprezza la grinta dell’iniziale chitarristica Hey Joe, un must dell’epoca https://www.youtube.com/watch?v=kGho-mLO_co , il gentile folk-rock psych di Get Together https://www.youtube.com/watch?v=ZC5WG9dqRIw , con le sue piacevoli armonie vocali, il mid-tempo pianistico di I Don’t Know Your Name, Funny Freak Parade con un improbabile “assolo” di kazoo di Barbara Hudson. Don’t Let These Years Go By addirittura non è riportata sulla copertina del CD, ma giuro che c’è, una leggiadra ballata vagamente folk con un liquido piano elettrico. Anche Don’t Cry For Me e Follow Me, cantata dalla Hudson hanno quest’aria folkeggiante per niente disprezzabile tipica dei tempi https://www.youtube.com/watch?v=dTxiVvczzCM , ma sono i brani conclusivi quelli che danno concretezza al gruppo e al concerto, Hip Death Goddess, ancora con la voce da soprano di Barbara, vagamente alla Nico, in evidenza, poi diventa una cavalcata acida e psichedelica con gli strumenti in libertà, alla Big Brother o Country Joe https://www.youtube.com/watch?v=VYWI7FzME3I  e la lunghissima, oltre 12 minuti, Mind Flowers, viaggia addirittura sui territori dei Quicksilver o dei Jefferson più improvvisativi e francamente smentisce l’asserzione di Bill Graham, che disse che il gruppo era il peggiore che avesse mai suonato al Fillmore https://www.youtube.com/watch?v=N60iusteLCU . Tutti possono sbagliare, e questo buon Live lo testimonia.                                                                 

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Anno – Parte 4: Jonathan Wilson – Fanfare

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Jonathan Wilson – Fanfare – Bella Union CD

Confesso che non conoscevo Jonathan Wilson, e di conseguenza il suo CD d’esordio Gentle Spirit http://www.youtube.com/watch?v=I8E9kQg9gCU , fino a quando lo scorso anno mi sono recato a Lucca ad assistere al concerto di Tom Petty & The Heartbrakers, nel quale Jonathan e la sua band  erano posti come opening act.

jonathan wilson lucca

Solitamente io (ma non solo io) i gruppi spalla ai concerti li subisco abbastanza passivamente, raramente ho trovato qualcuno che mi facesse smettere di guardare l’orologio per sapere quanto distante era il momento in cui sarebbe arrivato l’headliner della serata, ma devo ammettere che Wilson ha rapito la mia attenzione durante tutto il suo mini-set: la sua miscela di California e psichedelia, di Neil Young e Pink Floyd mi hanno catturato all’istante (poi Petty chiaramente mi ha dato il colpo di grazia, complice un caldo micidiale) http://www.youtube.com/watch?v=-hYiY1vOOVw , e quindi non ho esitato molto quando quest’anno ho visto tra le uscite discografiche degli ultimi mesi la seconda fatica del ragazzo originario del North Carolina, intitolato Fanfare.

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Prima dell’ascolto ero stato un po’ allarmato dalle notizie che davano il CD, tredici canzoni, durare ben settantotto minuti, ma già alla fine del primo ascolto mi sono ritrovato come un pirla seduto sul divano a bocca aperta, e se non mi fosse mancato il tempo lo avrei rimesso immediatamente da capo.

Fanfare è un grande, grandissimo disco, per me addirittura il migliore dell’anno che volge al termine, ad opera di un musicista che ha raggiunto un tale livello dopo solo due album che ha pochi riscontri in giro tra i suoi coetanei http://www.youtube.com/watch?v=1Ghow9gOYec  .

Un disco di musica rock, con implicazioni folk e psichedeliche (ma qualsiasi classificazione è riduttiva), che ricorda da molto vicino il panorama musicale californiano dei primi anni settanta, quando il Laurel Canyon era, musicalmente parlando, il centro del mondo, e gli album di riferimento erano If I Could Only Remenber My Name di David Crosby (che, guarda caso, appare come ospite in Fanfare) ed in misura minore Pacific Ocean Blue di Dennis Wilson (tra Wilson ci si intende…) http://www.youtube.com/watch?v=ocWNTSXsqXA .

Fanfare è un album di una maturità e di una complessità impressionante, dove però complessità non vuol dire difficile fruibilità: certo, non è un disco da ascoltare distrattamente in macchina, va centellinato, assaporato lentamente, quasi sezionato, e ad ogni ascolto vi rivelerà qualcosa di nuovo.

E’ innanzitutto un disco di musica nel senso più puro del termine, un album pieno di suoni e di melodie stratificate, con brani lunghi e fluidi che cambiano mood anche più di una volta nel loro percorso, con una strumentazione ricca e variegata, e dove la voce di Wilson è usata talvolta quasi come se fosse un altro strumento.

C’è di tutto in Fanfare: da gentili ballate folk che diventano quasi delle sinfonie rock, ad echi di psichedelia inglese, a spunti quasi jazzati, fino ad elementi di Canterbury sound, da accordi di chitarra younghiani a fraseggi pianistici che richiamano John Lennon, e molto altro ancora.

roy harper man & myth

Ma sbagliate se pensate ad un disco frammentario o, peggio, pretenzioso: Wilson abbina la sua bravura indubbia come songwriter alla perizia come arrangiatore e produttore (ha già collaborato in tal senso con i Dawes e nell’ultimo album di Roy Harper, Man & Myth, e Roy ha ricambiato il favore scrivendo con Jonathan due brani per Fanfare), riuscendo a darci un lavoro che è quasi un dipinto ottenuto mescolando abilmente sonorità differenti (e la pittura è tirata in ballo direttamente anche dalla copertina, che richiama il Giudizio Universale di Michelangelo, forse l’unica cosa un po’ pretenziosa di questa operazione).

jonathan wilson jackson browne

E poi ci sono gli ospiti, tutti comunque “nascosti” dentro alle canzoni, quasi come facessero parte anche loro dei colori del quadro: oltre a Crosby, anche il vecchio partner Graham Nash, l’altro californiano doc Jackson Browne, Mike Campbell e Benmont Tench degli Heartbrakers, per finire con Taylor Goldsmith dei Dawes e Pat Sansone dei Wilco.

Parlare nel dettaglio di tutti i brani è quasi un’impresa, ci vorrebbe un supplemento domenicale a puntate come già fatto con la discografia di Bob Dylan, e ancora non basterebbe a rendere l’idea dell’esplosione di suoni e melodie presenti nel CD.

Posso accennare alla title track, che apre l’album con una lunga introduzione strumentale dove flauto, violino, sax e chitarre si intersecano in una girandola sonora incredibile, o la quieta Dear Friend http://www.youtube.com/watch?v=tawWSAgLd_M , con gli strumenti in libertà, uno dei pezzi più vicini al primo solo di Crosby, o l’eterea Her Hair Is Growing Long, un capolavoro di equilibrio che ha persino qualche eco di Astral Weeks del grande Van Morrison http://www.youtube.com/watch?v=EKjR4Z_HZzM .

jonathan wilson graham nash

E siamo solo al terzo brano: Love To Love è una ballata rock con una dose maggiore di energia, mentre Future Vision è una splendida mini-sinfonia psichedelica con piano e chitarra che si destreggiano tra un mare di suoni, Moses Pain, una delle più belle del lavoro, è pura California, con le sue chitarre liquide ed il suo pianismo eccezionalmente fluido http://www.youtube.com/watch?v=H2vboCenoW4 .

Poi ci sono la rarefatta Cecil Taylor (dedicata al celebre pianista) http://www.youtube.com/watch?v=-S7OkHSJJGY , la più roccata Illumination, uno dei brani più fruibili del disco, l’eccelsa Desert Trip, nel quale Wilson si supera sia dal punto di vista del songwriting che dell’arrangiamento, dove nota dopo nota si potrebbe annidare qualsiasi sorpresa http://www.youtube.com/watch?v=sQaLqKeaFG8 .

Fazon, una canzoni dei semisconosciuti Sopwith Camel, è un po’ freddina, ma New Mexico è piena di cambi di ritmo e trovate geniali; Love Strong sembrano i Pink Floyd mezzi country di Zabriskie Point con Lennon in session al pianoforte, mentre All The Way Down chiude l’album in tono minore per quanto riguarda la qualità media dei brani del CD, ma pur sempre una canzone che qualche freccia al suo arco ce l’ha.

Grandissimo disco: se per Natale dovete farvi fare un regalo, Fanfare può essere la scelta più azzeccata.

Un consiglio: ascoltatelo in cuffia.

Marco Verdi

“Senza Fine”, Unico Limite La Durata Del CD! Endless Boogie – Long Island

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Endless Boogie – Long Island – No Quarter Records

Il boogie è senza fine, ma il CD si ferma a 79 minuti e 41 secondi, quasi ai limiti di durata e anche della resistenza dell’ascoltatore, 8 brani tra i 7 e i 14 minuti, ma nel precedente ce ne era uno che viaggiava ben oltre i 20, e questi sono i dischi di studio, dal vivo si vocifera di versioni di Sister Ray che superano le tre ore e questo spiega perché incidano per una etichetta che si chiama No Quarter, non penso sia per rendere omaggio ai Led Zeppelin ma perché non ti concedono requie, addirittura in questo Long Island hanno aggiunto un terzo chitarrista Matt Sweeney, alla frontline del leader Paul Major, chitarra numero uno e vocalist (inteso in questo caso come colui che ogni tanto emette delle parole, presumo a caso) e Jesper Eklow, chitarrista numero due.

Il risultato è un boogie-rock-blues assolutamente free-form dove le chitarre e la sezione ritmica prendono un groove ipnotico e proseguono fino a che se lo ricordano, poi qualcuno accelera o rallenta, una delle due chitarre disegna delle linee soliste poi riprese e rilanciate dall’altra, in rari casi, come nella breve (6:42) Taking Out The Trash, il brano ha un qualcosa che assomiglia alla forma canzone, un testo, un embrione di ritornello. Il nome del gruppo farebbe pensare ad un omaggio a John Lee Hooker, ma non so se il vecchio Hook avrebbe poi apprezzato, forse i vecchi Canned Heat (peraltro citati come influenza dallo stesso Major) di Parthenogesis e Refried Boogie, rispettivamente 20 e 40 minuti, perché nulla si inventa e nulla si getta, o i Creedence di Keep On Chooglin’, ma anche i Velvet Underground più sperimentali, sempre ricordati da Major e autori di quella Sister Ray prima menzionata. Qualcuno ha anche scomodato i Groundhogs di Tony McPhee che facevano dischi che si chiamavano Blues Obituary e Thank Christ For The Bomb, che andavano al 9° posto della classifica inglese ed erano una sorta di rituale blues pagano. Altri citano gli Stones di Exile On Main Street, e la stampa inglese, Mojo e NME, è andata fuori di melone per loro.

Perché, se andiamo a vedere, con tutte queste citazioni, a cui potremmo aggiungere la psichedelia violenta dei Blue Cheer, il motorik, lo stoner rock, e, aggiunge il sottoscritto, lo space rock dei primi Hawkwind di Lemmy e Dave Brock, questi cinque signori, non più in tenera età (Major dovrebbe essere sulla sessantina), suonano anche bene, tutto sembra un guazzabuglio, quasi inestricabile (come il “mostro” gigante nella copertina di Long Island, che potrebbe anche essere una collina ricoperta di alberi di qualche mitologia fantasy nordica), ma ogni tanto il gruppo trova dei momenti “raffinati” come in The Artemus Ward che si candida per essere un fratello “fuori di testa” dei Doors di The End o Celebration Of The Lizard, con Major che declama reiterati versi di oscure e malate poesie (o forse la lista della spesa o l’elenco del telefono, per quello che può contare, è l’atmosfera che creano), mentre stranamente riescono a tenere lo stesso tempo per una decina di minuti, 9 e 18 per la precisione, esattamente gli stessi dei due brani successivi, manco fossero stati cronometrati. Imprecations, che già dal titolo evoca, e qui le chitarre innestano anche il wah-wah e cercano di sfinirti nella loro voluta ripetitività.

Tra i contemporanei sono stati ricordati Oneida, gli svedesi Dungen e Wooden Shjips, ma non credo siano un movimento, si tratta semplicemente di gruppi di fuori di testa che vogliono portare alle estreme conseguenze quello che hanno sentito nelle loro collezioni di vinili vintage e nel corso degli anni hanno sviluppato pure una perizia tecnica che di tanto in tanto traspare dal magma sonoro del boogie senza fine che hanno avviato. Occult Banker, con il riff gemello delle due chitarre, e la terza che si arrampica sulle due, potrebbe essere un incrocio tra ZZ Top, sudisti vari e improvvisazione psych pura, quasi sempre sul limite di sfociare nell’hard violento del primo Ted Nugent, quello degli Amboy Dukes. Ma per dischi come questo si sparano nomi ed impressioni a casaccio, giusto per il gusto di improvvisare, come fanno loro d’altronde. Finita la trilogia dei 9:18 (o 9:17 a seconda dei lettori) non cambia peraltro nulla, parte una On Criology dove i minuti superano gli undici, con chitarre ovunque, sempre più “trippate”, chi con, chi senza wah-wah, che improvvisano nell’assoluta libertà dello studio di registrazione, rovesciando il famoso assioma del “ma dovresti sentirli dal vivo”, perché in più hai la chiarezza di suono ottenuta da ingegneri, produttori, tecnici e dagli stessi Endless Boogie. General Admission, il “singolo”, a soli 6.12, potrebbe essere una qualche traccia perduta degli Stooges,  mentre torniamo a ragionare negli oltre 14 minuti della epica The Montgomery Manuscript. Bello, ma adesso vado a riposare e mi sparo Sugar Sugar degli Archies. Come curiosità finale, AllMusic, tra gli stili musicali del gruppo, indica heavy metal, mah!?!   

Bruno Conti

Quatto Ragazzi E “Una Ragazza”, 44 Anni Fa! Big Brother & The Holding Co. Feat. Janis Joplin – Live At The Carousel Ballroom 1968

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Big Brother And The Holding Co. Featuring Janis Joplin – Live At The Carousel Ballroom 1968 – Columbia/Legacy

Ieri vi ho parlato di un gruppo di “fedeli” discepoli, quest’oggi parliamo dell’originale. Janis Joplin, la più grande cantante bianca nella storia della musica rock (senza dubbi, forse Grace Slick e Patti Smith l’hanno avvicinata come carisma) agli inizi della sua carriera, quando con quattro ragazzi di San Francisco, lei texana di Port Arthur, diede vita ad una breve avventura che ha segnato la storia di questa musica.

La storia peraltro la sanno tutti: i Big Brother and The Holding Co. erano una delle più promettenti formazioni della Bay Area e con Grateful Dead, Jefferson Airplane e Quicksilver Messenger Service si dividevano a San Francisco la leadership di quella musica lisergica e particolare che mescolando blues, rock e improvvisazione venne definita acid rock o psichedelia. Pete Albin, Sam Andrew, James Gurley e Dave Getz avevano accolto nelle loro fila (con un po’ di diffidenza) Janis Joplin come “una dei ragazzi”. Quando si unì a loro, nell’estate del 1966, non era ancora quel fulmine di guerra che sarebbe diventata da lì a poco, quel rock chitarristico dal volume aspro e assordante nonché discordante non era una materia facile da domare e anche una dotata dal Signore di una voce unica ci mise quasi un anno a venirne a capo. Quando nel giugno del 1967, nel pieno della “Summer Of Love” furono tra i dominatori del Festival di Monterey, non avevano ancora pubblicato il loro omomino album di esordio che peraltro conteneva solo Down On Me dei loro futuri cavalli di battaglia. Niente Summertime, niente Ball And Chain e neppure Piece Of My Heart che sarebbero apparse, in versione dal vivo, su Cheap Thrills il disco che li avrebbe proiettati al 1° posto delle classifiche americane.

Ma a quel punto il gruppo aveva trovato la sua direzione adattando, ma non troppo, il suo free-form chitarristico ed acido alla presenza di una cantante in grado di trasformare tre brani della grande canzone americana così diversi fra loro e renderli propri: Summertime dei fratelli Gershwin uno standard dei songbooks americani, cantato dai più grandi cantanti del jazz e non solo, diventa un vero e proprio tour de force vocale, inframmezzato dalle evoluzioni delle chitarre soliste, acide e distorte, ma anche dolci e insinuanti di Gurley e Andrew. Perché in fondo, Big Brother & The Holding Co erano uno dei gruppi di punta della musica westcoastiana di quel periodo, non avevano un chitarrista come Garcia o Cipollina o una front-line con Slick, Kantner, Balin e Kaukonen, ma facevano un bel casino e Janis Joplin era unica ed insuperabile (imitata ma mai superata) con la sua voce sempre ai limiti delle proprie possibilità.

Anche Ball And Chain era un brano che era stato scritto ed interpretato da una grandissima cantante come Big Mama Thornton, una vera furia del Blues e del R&B, ma è entrato nella storia per le versioni dal vivo incendiarie ed incredibili di questa piccola cantante texana che l’ha reso immortale. Come la versione di un “piccolo classico” del soul Piece Of My Heart, scritta da Jerry Ragovoy e Bert Berns per Erma Franklin che era la sorella maggiore di Aretha (lei sì, che a ragione, può rivaleggiare e anche superare la Joplin, ma questa è un’altra storia) e cantata con grande perizia dalla cantante nera che veniva dal gospel. Ma la versione di Janis, urlata a pieni polmoni, con rabbia e veemenza, era un’altra cosa: tutti e tre i brani sono presenti e sono la colonna portante di questo eccellente Live At The Carousel Ballroom, registrato nel giugno del 1968, quindi 44 anni fa nel locale che poi sarebbe diventato il famoso Fillmore West. 

I nastri, recuperati dall’oblio dalla Columbia e affidati a Owsley Stanley il “soundman” originale del locale e poi dei Grateful Dead, noto anche come (A.k.a.) “Bear” (senza articolo, quello con era Bob Hite dei Canned Heat, a furia di citazioni finirò la carta del Blog, ah, mi dicono che non si usa più, per fortuna!): comunque questo concerto, recuperato nella sua intererezza, la data del 23 giugno, più Call On Me dalla serata del giorno prima e quindi presente due volte, è un preciso documento sonoro di quelli che erano i concerti dei Big Brother all’epoca. Le sublimi esperienze dei tre brani “principali” cantati da Janis Joplin, in versioni sempre diverse in ogni concerto (un po’ come per Hendrix ogni versione merita di essere ascoltata), sono inframmezzate dal repertorio “normale” del gruppo dove la Joplin si alternava e si integrava con la voce di Sam Andrew che era l’altro cantante del gruppo; per esempio nell’ottima Combination Of The Two sorta di inno della bay Area dove la voce maliziosa e unica lascia poi posto a una lunga improvvisazione della fuzz guitar in piena deriva psichedelica punteggiata dai classici urletti di Janis. Ottima anche la lunga e bluesata I Need A Man To love, firmata dalla stessa Joplin e Sam Andrew, dove la voce roca e potente è libera ancora una volta di spaziare in piena libertà con un “piccolo aiuto” del gruppo che nella parte centrale si riappropria del brano che diventa un tipico pezzo alla Jefferson o Quicksilver con assoli di chitarra call and response del duo Andrew/Gurley con il valore aggiunto di una cantante sempre ai limiti delle sue possibilità e spesso anche oltre.

Flower In The Sun era un’altra bella canzone scritta dalla Joplin ma apparsa solo in veste postuma nel doppio In Concert e nella ristampa di Cheap Thrills, qui in versione molto bella e stranamente succinta. Light Is FasterThan Sound era un altro dei punti fermi del repertorio dell’epoca, apparso in origine nel primo album, la lunga versione dal vivo dove le voci dei componenti si intrecciavano con quella della Joplin erano un altro dei momenti più suggestivi dei concerti prime delle lunghe divagazioni lisergiche nelle parti strumentali dove le soliste e la ritmica erano libere di spaziare in puro stile acido e psichedelico come i migliori Quicksilver o Jefferson, ma l’ho già detto.

Di Summertime si è già detto, sublime, mentre Catch Me Daddy è un’altra delle outtakes non utilizzate per Cheap Thrills, un bel pezzo di rock’n’roll, forte e vibrante, ancora in bilico tra la voce di Janis e le chitarre degli altri Brothers. It’s A Deal era un ulteriore brano del loro repertorio poi non utilizzato nei dischi, breve e tirata, anche se non memorabile. Il valzerone rock di Call On Me cantato a due voci era tra i brani migliori del disco d’esordio e questa versione dal vivo gli rende piena giustizia, mentre la Jam di I’m Mad (Mad Man Blues), dopo l’annuncio dell’intermission molto d’epoca dove lo speaker mette in guardia dagli Hell’s Angels presenti in sala, è un medley bluesato di varia provenienza da I’m a Man a John Lee Hooker tutti in versione shakerata psych-blues con il gruppo senza Janis che improvvisa in libertà. Poi c’è la versione di Piece Of My Heart che pochi mesi dopo sarebbe diventato il loro primo successo, con l’urlo primigenio e liberatorio del brano che ormai è entrato nell’immaginario collettivo ( mi è venuto così). 

Coo Coo faceva parte dei brani d’insieme del gruppo, dove la componente maschile improvvisativa del gruppo bene si integrava con la parte vocale della Joplin senza prevaricazioni tra le due “facce” del gruppo, prima della catarsi incredibile che era la versione fantastica di Ball And Chain della Janis giovane quando la sua voce non ancora ulteriormente arrocchita da anni di whisky e droghe era in grado di librarsi verso vette mai più raggiunte da cantanti bianche in seguito e da poche nere. A questo punto si poteva anche finire ma manca l’inno rock di Down On Me uno dei brani più trascinanti del loro repertorio che suggella un grande concerto. Uno dei pochi giunto ai giorni nostri nella sua interezza e per questo ancora più prezioso. Janis Joplin avrebbe ancora registrato della musica meravigliosa nella sua breve esistenza ma per parafrasare al contrario una famosa frase: “Questo s’ha d’avere!”.

Bruno Conti

Gli “Inventori” dell’Heavy Metal? Blue Cheer – Vincebus Eruptum & Outsideinside

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Blue Cheer – Vincebus Eruptum – Sundazed

Blue Cheer – Outside Inside – Sundazed

Secondo alcuni le violente sferzate di Summertime Blues sono i primi poderosi “vagiti” dell’heavy metal (e del punk rock, dello stoner rock, del grunge…aggiungere a piacere). Secondi altri bisogna fare risalire questo “merito” a gruppi come Cream o Jimi Hendrix Experience che già qualche mese prima del fatidico gennaio 1968 in cui appariva Vincebus Eruptum dei Blue Cheer si erano affacciati, magari con maggiore classe, ma sicuramente con un fronte sonoro meno devastante di quello del trio californiano. Secondo le parole di tale Doug Sheppard della rivista Ugly Things i Blue Cheer sono stati il primo gruppo a “bastardizzare” il Blues, come dice nelle liner notes della ristampa della versione mono dell’album a cura della Sundazed, più di Cream e Led Zeppelin, che sempre nelle sue parole erano più deferenti verso le tradizioni. Ovviamente in queste parole c’è un po’ di partigianeria da parte di una rivista che dalle sue pagine parla soprattutto di Beat anni ’60, garage e rock psichedelico, tutti elementi presenti in abbondanti dosi nella musica dei Blue Cheer, ma è altrettanto vero che la versione del brano di Eddie Cochran, che poi verrà ripresa da lì a poco anche dagli Who in questo arrangiamento, ha veramente una potenza devastante come pochi altri brani dell’epoca (forse l’attacco di Kick Out The Jams degli MC5).

Non è la prima volta che questo album viene pubblicato: era già uscito nel 1993 per la Mercury Usa e anche l’italiana Akarma nella sua versione del 2003 aveva aggiunto una bonus track. Questa edizione “definitiva” ripristina l’album originale: 6 brani per un totale di 32 minuti scarsi, 3 cover e 3 brani originali firmati dal bassista Dickie Peterson che era anche il cantante della formazione. A completare la formazione il chitarrista Leigh Stephens e il batterista Paul Whaley e qualche tonnellata di sostanze sospette, ma neanche troppo. Ispirati dalla esibizione al Festival di Monterey del 1967 dell’Experience di Jimi Hendrix, il gruppo che in origine era un sestetto decise di adottare la formula del power trio per meglio sfruttare le potenzialità della propria musica. Il disco, con un titolo latino – me li vedo gli hippies e i rocker dell’epoca a entrare nei negozi di dischi americani “uè ce l’hai Vinkaybus aerouptum”arrivò all’11° posto delle classifiche Usa mentre anche il singolo entrò nei Top 20, ma erano altri tempi. Il suono è volutamente primordiale, distorto, con tutta la potenza consentita all’epoca dagli amplificatori Marshall e il cantato tra lo stoner e lo stonato di Peterson con la musica che deve qualcosa ai riff più semplici della musica di Jimi Hendrix, che aveva ben altra consistenza, per dirla tutta; Paul Whaley picchia con energia sui suoi tamburi mentre il basso di Peterson tiene ancorato con note profonde il sound del gruppo dove la chitarra di Stephens si occupa con assoli brevi e ficcanti, direi con un neologismo -“mononota”-,  di ricreare il vigore del Blues attraverso le nuove frontiere del rock.

E questo direte voi è solo il primo brano? Mica tanto, perché poi gli altri cinque se andiamo bene a vedere sono solo variazioni sul tema. Ok, abbiamo i tempi rallentati della versione di Rock Me Baby di BB King o gli otto minuti di Doctor Please dal testo “psichedelico” per i prodotti chimici utilizzati ma dal sound che tanto ricorda le cavalcate in libertà (le prime jam) di Cream e Hendrix all’ennesima potenza con più di un tocco di garage e psichedelia e il fervore percussionistico di Whaley che quasi pareggia la potenza di Keith Moon, Mitch Mitchell, Ginger Baker o John Bonham (ma quasi!). Out Of Focus e Parchment Farm (che poi sarebbe Parchman Farm di Mose Allison) offrono ulteriori variazioni sul tema e a ben ascoltare hanno parecchi punti di contatto anche con il suono dei Big Brother and The Holding Co. che però avevano nelle loro fila una cantante come Janis Joplin e qualche piccola differenza questo la faceva. Quindi una miscela tra suono californiano e le “nuove” derive blues-rock della scena musicale inglese con qualche elemento garage e il beat acido di Nuggets. Second Time Around è un altro brano proto-metal e conclude questo primo assalto alle vostre orecchie con l’immancabile, per i tempi, assolo di batteria.

Passano otto mesi e arriva Outsideinside, l’etichetta dell’epoca è sempre la Philips, il produttore è sempre Abe “Voco” Kesh, ma il nuovo ingegnere del suono è Eddie Kramer già con Hendrix e gli Stones e che poi avrebbe lavorato con Led Zeppelin e Kiss. La copertina è di Gut, che era il loro manager nonché ex Hells Angels e il disco prende il nome dal fatto che fu registrato sia dentro che fuori dagli studi di registrazione per cercare di contenere la potenza del suono che scaturiva dagli ampli della band. Questa volta il disco è stereo, fanno la loro timida comparsa delle tastiere come nell’iniziale Feathers From Your Tree, gli arrangiamenti sempre “picchiati” si arricchiscono di maggiori florilegi acidi e psichedelici e Leigh Stephens aggiunge delle nuove tonalità al suo campionario di solista e anche degli elementi dark che potrebbero ricordare i primi Black Sabbath. Il wah-wah di Sun Cycle è sintomatico di questa svolta e anche il cantato è meno urgente e frenetico ma non mancano le improvvise sventagliate ritmiche del recentissimo passato. Arriva anche il phasing alla batteria di Whaley per il brano Just A Little Bit con il ritmo che stantuffa come un treno e le chitarre che si inseguono nei canali dello stereo. Gypsy Ball potrebbe essere un brano di Hendrix ma in realtà è firmata Peterson/Stephens.

Come and Get It ritorna alle vecchie abitudini di “viuulenza” mentre la cover di Satisfaction degli Stones velocizzata in una sorta di futuristico incontro tra ritmi soul e punk-rock è più riuscita dell’altra cover del disco una The Hunter che sull’altro lato dell’oceano i Free di Rodgers e Kossoff avrebbero inserito pochi mesi dopo nel loro esordio Tons Of Sobs con ben altro tiro e potenza. Magnolia Caboose Babyfinger è un breve strumentale di poco più di un minuto sempre vicino a brani tipo Fire di Hendrix, psichedelia acida che viene ampliata e perfezionata nella conclusiva Babylon. I Blue Cheer hanno continuato in varie formazioni e combinazioni la loro carriera fin quasi ai giorni nostri ma i loro album “fondamentali” sono questi due.

Bruno Conti