Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

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Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Tra Rock E Blues Con Buoni Risultati. Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco

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Supersonic Blues Machine – West Of Flushing South Of Frisco – Mascot/Provogue 

Ormai la Mascot/Provogue sta diventando una sorta di leader in quel settore di musica che sta tra il rock e il blues, con un roster di artisti che include Bonamassa e Robert Cray, passando per Kenny Wayne Shepherd, Leslie West, Robben Ford, Sonny Landreth, Joe Louis Walker, Walter Trout, Warren Haynes, ma anche gruppi come JJ Grey & Mofro e Indigenous e moltissimi altri che non stiamo a ricordare: l’etichetta olandese è diventata una sorta di mecca mondiale per questo tipo di musica, dove si spazia anche in generi diversi ma, bene o male, la chitarra è quasi sempre lo strumento dominante. Alla lunga lista si aggiungono ora anche i Supersonic Blues Machine, un nuovo trio di power rock-blues che vede Lance Lopez alla chitarra e alla voce (autore di alcuni ottimi album proprio di rock-blues, in studio e dal vivo, di cui mi ero occupato in passato, e che non pubblicava nulla dal 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/13/il-ritorno-della-personcina-lance-lopez-handmade-music/ e che nella recensione originale, nella fretta, ho pervicacemente chiamato Vance ), Fabrizio Grossi, bassista, produttore e ingegnere del suono, nato a Milano, ma che vive negli Stati Uniti da tempo, prima a New York e ora a Los Angeles, musicalmente più vicino all’hard & heavy, e Kenny “Pestaduro” Aronoff, uno dei migliori batteristi rock attualmente in circolazione, basta ricordare le sue collaborazioni con John Mellencamp e John Fogerty, ma ha suonato praticamente con tutti.

Stranamente l’idea del progetto, a ovest di New York e a sud di San Francisco, come ricorda il titolo, nasce da Grossi, che oltre agli inizi da metallaro ha sempre coltivato una passione per il blues, il quale ha chiamato Lance Lopez, nativo della Louisiana, ma di chiara scuola texana e Kenny Aronoff, che aveva già suonato con lui insieme a Steve Lukather dei Toto. Naturalmente poi, come è politica della Mascot, sono stati chiamati altri ospiti di pregio per insaporire il menu di questo West Of Flushing South Of Frisco: Billy Gibbons, Warren Haynes, Chris Duarte, Eric Gales, Walter Trout e Robben Ford, tutti praticanti dell’arte della chitarra solista. Il risultato finale è diciamo alquanto “duretto”, con qualche eccezione, ma potremmo definire lo stile di questi Supersonic Blues Machine come “heavy blues”, più dalle parti del Bonamassa hard che di quello di Muddy Wolf, per intenderci. Lance Lopez è un ottimo solista, scuola Stevie Ray Vaughan, ma grande appassionato pure di Hendrix, e con una voce che ricorda molto Popa Chubby. Eppure il disco parte con la slide acustica e l’armonica dell’iniziale Miracle Man, un pezzo che con il blues ha più di una parentela, ma quando entra la batteria di Aronoff si capisce subito che non si faranno prigionieri, anche se il brano rimane in un bilico elettroacustico interessante, ravvivato dalle fiammate della solista di Lopez. I Ain’t Falling Again gira subito verso un classico hard-rock targato anni ’70, con coretti che cercano di dare una patina radiofonica alla musica del trio. Running Whiskey, scritta da Grossi, Tal Wilkenfeld (ve la ricordate? Era la bravissima bassista australiana che ha accompagnato Jeff Beck qualche anno fa) e Billy Gibbons, è cantata proprio dal leader degli ZZ Top ed è un classico boogie-rock nello stile del trio texano, con il barbuto impegnato a scambiare riff e sciabolate chitarristiche con Lopez, mentre un indaffaratissimo Aronoff tiene i ritmi a livelli poderosi.

Remedy, firmata dal gruppo con l’aiuto di Warren Haynes, è una bella hard ballad di stampo sudista, con l’ex Allman che aggiunge la sua solista alle procedure con eccellenti risultati. Bone Bucket Blues, è un solido blues-rock che va di slide e armonica, tirato il giusto, con la voce roca di Lopez e la sua solista a tessere le file del sound, che si ammorbidisce nuovamente per Let It Be, uno slow vagamente hendrixiano che ci permette di gustare un ennesimo eccellente solo di Lance, mentre anche un organo contribuisce a colorare il suono (non so dirvi chi lo suona, non ho le note dell’album). That’s My Way è il duetto con Chris Duarte, un grintoso blues-rock texano, energico, ma senza esagerare, anche se i coretti che ogni tanto ammorbano le canzoni non sempre sono di mio gradimento, ma è un piccolo difetto. Ain’t No Love (In The Heart Of City), è un blues lento di quelli classici, mentre Nightmares And Dreams, la collaborazione con il vecchio amico di Lopez, Eric Gales, è un’altra cavalcata chitarristica in ambito blues-rock e Can’t Take It No More, il duetto con Walter Trout, un altro blues dalle atmosfere ricercate e sognanti. Whiskey Time è la ripresa, con la coda strumentale aggiunta, di Running Whiskey. Molto bella la dolce Let’s Call It A Day, un duetto tra le soliste abbinate di Robben Ford e Lance Lopez, che poi lascia spazio al funky-rock della conclusiva Watchagonnado. In definitiva meno duro di quanto mi era apparso ad un primo ascolto, ovviamente indicato per chi ama il guitar rock. Esce il 26 febbraio,

Bruno Conti

Ecco Di Nuovo Bonamassa (& Co.)! Rock Candy Funk Party – Groove Is King

rock candy funk party groove is king

Rock Candy Funk Party – Groove Is King – CD+DVD/ 2 LP J&R Adventures/Mascot/Provogue 31-07-2015

Lo avevamo lasciato nel mese di Aprile http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/ , data di pubblicazione del suo Live dedicato alla musica blues e lo ritroveremo al 31 luglio quando uscirà il nuovo capitolo, il terzo, della sua collaborazione con i Rock Candy Funk Party, la band americana dedita al funky-jazz-rock che, come lascia intendere il titolo, Groove Is King, vira in questo nuovo album verso un sound ancora più vicino al modern funk. Quindi meno jazz funk è ancora più groove, o così lasciano intendere le notizie del comunicato stampa e il divertente (ancorché sessista, o così l’ha interpretato qualcuno) video che annuncia la pubblicazione del nuovo disco per fine mese. Quattro mesi tra le due uscite per Joe Bonamassa, è stato clemente!

La formazione del nuovo CD (+DVD) dovrebbe essere (anzi dalle info in mio possesso, sarà): Tal Bergman (drums), Joe Bonamassa (guitar), Ron DeJesus (guitar) e Mike Merritt (bass), ma con l’aggiunta di Randy Brecker alla tromba, che cura anche gli arrangiamenti dei fiati e Billy Gibbons degli ZZ Top, maestro di cerimonie con lo pseudonimo di “Mr. Funkadamus”, nel video che avete appena visto, oltre al nuovo tastierista Fred Kron, che sostituisce Renato Neto, e a Daniel Sadownick alle percussioni. Il gruppo, come dimostra quest’altro video https://www.youtube.com/watch?v=Xtcedtk7hJ4 , ripreso nel febbraio del 2015 al Keeping the Blues Alive At Sea Festival, con Robben Ford ospite alla chitarra (in competizione con Joe per chi ha il cappellino più ridicolo), è sempre una macchina da guerra!

Non ci resta che armarvi di pazienza, se amate il genere, o il musicista, e attendere un mesetto, per il bollettino del Bonamassa è tutto, al prossimo numero!

Bruno Conti

Un Chitarrista Per Tutte Le Stagioni. Così Parlò Robben Ford!

robben ford interview Robben-Ford

In occasione dell’uscita del nuovo album di Robben Ford Into The Sun mi è stato chiesto di fare, attraverso gli auspici della sua etichetta, quattro chiacchiere con il  grande chitarrista californiano, uno dei più longevi, eclettici e multiformi virtuosi della chitarra, uno che ha attraversato, in cinque e più decadi di attività musicale, praticamente tutti i generi, dal blues al jazz, passando per rock, fusion, soul e qualsiasi altro stile vi venga in mente. Ha suonato con una infinità di musicisti nel corso degli anni, dagli esordi blues con la Charles Ford Blues accompagnando Charlie Musselwhite, passando per Jimmy Witherspoon ed approdando alla fusion degli L.A. Express di Tom Scott che lo portano a suonare con Joni Mitchell, poi l’avventura con un altro gruppo fusion come i Yellow Jackets, ma anche un breve assaggio con i Kiss, poi la collaborazione con Miles Davis, ma anche nella band dello show televisivo Sunday Night della NBC, oltre a decine di album a nome proprio che sono andati in tutte le direzioni musicali. Veramente un chitarrista per tutte le stagioni. Quindi mi sono preparato una serie di domande, tenendo conto che nel momento in cui le facevo, avevo ascoltato il nuovo disco solo in streaming ed ero quasi completamente a digiuno delle circostanze che avevano portato alla registrazione e quindi mi accingevo a chiederle al soggetto in questione http://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ . Devo dire che le risposte sono state cortesi e puntuali, ma molto laconiche e stringate, non dico che apparisse seccato ma quasi l’impressione era quella, forse si tratta semplicemente di riservatezza. Per chi non ha avuto occasione di leggerla sul Buscadero, comunque ecco il fedele resoconto della conversazione via mail: ogni tanto ho riunito più domande visto che le risposte erano veramente brevissime.

Ciao Robben, come va? Spero tutto bene! Prima di iniziare una domanda “geografica”. Io ti chiamo da Milano, tu dove ti trovi al momento, ed è il luogo dove risiedi attualmente?

Ojai, California.

Se non sbaglio i due dischi precedenti sono stati registrati a Nashville, A Day In Nashville, come suggerisce il titolo, addirittura in un giorno, mentre anche Bringing It Back Home, ho letto, è stato realizzato in soli tre giorni di sessions a LA. Questo nuovo, Into The Sun, ha avuto lo stesso tipo di approccio?

BIBH è stato registrato a Los Angeles, tre giorni per le registrazioni basiche, poi gli overdubs e il mixaggio hanno richiesto ancora un poco di tempo. Il nuovo album è stato fatto in un periodo di due mesi, adattandosi agli impegni dei musicisti coinvolti nelle registrazioni.

Nelle poche note di presentazione dell’album che ho ricevuto per recensirlo, sembrava che Niko Bolas, l’ingegnere del suono da molti anni tuo collaboratore, non fosse però il produttore del disco.  Quindi lo hai prodotto tu, giusto?

E’ stato prodotto da Cozmo Flow, una nuova conoscenza dal Minnesota (NDA?!?, mai sentito e non trovato neppure in rete),

Ho anche notato che nel nuovo disco, a parte un brano firmato con la cantante ZZ Ward e quattro pezzi scritti con Kyle Swan, le canzoni sono tutte tue, è vero?

Generalmente scrivo sempre io la mia musica. ZZ Ward ha contribuito i primi quattro versi del brano dove canta, mentre ho scritto tutta la musica del disco, con l’eccezione di Same Train, di Kyle Swan e So Long For You di mio nipote Gabe. Kyle ha anche contribuito con i testi di altre tre canzoni.

Nel disco appare anche il giovane chitarrista e cantante texano Tyler Brown, che recentmente ha fatto un disco con il gruppo degli Shakedown. Non sapevo nulla di Kyle Swan, ma per curiosità sono andato a sentirmi il suo disco Gossamer e, sinceramente, non ho capito che genere di musica faccia:“strana” è il termine corretto?

(Robben glissa su Tyler Brown) Kyle è uno che rompe la regole, molto creativo, ricco di talento. Ama Mingus e Monk, che è il motivo per cui ci siamo trovati a collaborare insieme.

Sembrerebbe che le tue orecchie (come sempre) siano aperte a tutti i generi di musica e ti tieni anche aggiornato con i nuovi nomi in circolazione e quindi, come conseguenza vorrei chiederti se sei sempre un amante della musica, non solo un ascoltatore casuale, oltre che un facitore della stessa?

Sì amo sempre la musica. Non sono poi così aggiornato e ascolto ancora soprattutto un sacco di gente morta. Il musicista vivente che preferisco è Sonny Rollins.

Ovviamente nel disco appaiono molti altri eccellenti musicisti: Warren Haynes, Sonny Landreth, Keb’ Mo’, Robert Randolph e in passato, nel corso degli anni, hai collaborato praticamente con quasi tutti, nel campo musicale. L’arte della collaborazione sembra innata nel tuo modo di fare musica, è così?

Mi piace lavorare con altre persone. Lo farei ancora di più se ci fosse più creatività in circolazione. La gente mi sembra pigra, non si spingono abbastanza in là.

Come giovane musicista, secondo le tue biografie, sei stato influenzato principalmente dal blues e Michael Bloomfield sembra essere stato il primo chitarrista che ammiravi quando eri un ragazzino, è vero? Ma nel corso degli anni hai sviluppato un tipo di suono di chitarra che è solamente tuo. Quando ti ascolto suonare la prima cosa che mi viene in mente quasi automaticamente è “Wow, questo è Robben Ford”! Come nel passato era stato per Hendrix, Clapton, Peter Green (un mio pallino), Santana, nel Blues i tre Kings (BB., Albert and Freddie), e, in anni recenti,  Stevie Ray Vaughan, e molti altri che sono istantaneamente riconoscibili. Come hai ottenuto quel tipo di suono? Il tipo di chitarre, Gibson SG e Telecaster? Tante prove? Talento assoluto? Una combinazione di tutti questi elementi? E sei conscio del tipo di suono che crei?

Ascoltare soprattutto suonatori di sax tenore mi ha realmente aiutato a creare il mio particolare suono alla chitarra. E’ un buon consiglio, ad un certo punto, smettere di ascoltare chitarristi e andare a cercare la tua fonte di ispirazione da qualcosa d’altro.

Ma tornando al nuovo disco, mi sembra che questa volta il tuo obiettivo fosse di mescolare tutte le tue passioni musicali: blues, rock, jazz, persino musica pop, intesa nel suo senso più nobile, per creare un approccio più fresco alla musica, e in questo senso il disco è molto riuscito, uno dei tuoi migliori in assoluto?

L’ispirazione è imprevedibile, e tu vai dove la tua Musa ti porta. Si potrebbe dire che ci sono voluti anni per arrivare a questo disco e non assomiglia a nulla di ciò che ho realizzato in passato. Non ho mai fatto un disco migliore di questo. 

Ho provato a chiedergli chi erano i musicisti che hanno suonato nel disco, anche in relazione ad alcuni specifici brani ed alcuni commenti su Robert Randolph (da me definito una sorta di Hendrix della pedal steel) e gli altri ospiti presenti del disco, nonché una lista di chitarristi contemporanei (ma anche del passato) con cui ha collaborato nel corso degli anni, ma non solo quelli e la stringatissima risposta alle due domande, legata insieme, è la seguente.

Ho incontrato Robert (Randolph) al North Jazz Sea Festival. Per ciò che riguarda i chitarristi contemporanei che ammiro, certamente Mike Landau e Eric Johnson.

Ho provato anche a chiedergli un giudizio su alcuni cosiddetti “chitarristi” di culto, Link Wray, Lonnie Mack, Roy Buchanan, Danny Gatton e sulle sue collaborazioni musicali passate con grandi musicisti. La risposta è stata questa.

Mentre sul tipo di musica che ama suonare, mi ha risposto

Mi piacciono le buone canzoni, ed è il motivo per cui scrivo così tanto. Lo stile non è importante, la qualità sì.

Non avendo ancora in mano il disco ho provato a chiedere se il primo brano, Rose Of Sharon, uno di quelli dalla costruzione sonora “più strana” fosse frutto della collaborazione con Swan, ma la risposta è stata.

Rose Of Sharon non ha nulla a che fare con Kyle.

Ho ancora provato a chiedere se il suono decisamente rock del brano con Tyler Bryant, e anche quelli con Haynes e Landreth, segnalava uno spostamento verso un sound più rock e grintoso, e indovinate quale è stata la risposta?

Mentre risponde alla domanda sul sound fresco e favoloso, dal timbro soul e R&B, di  Days Of The Planets e Breath Of Me, con il suono della chitarra perfettamente evidenziato nel mixaggio, in modo quasi cristallino, il tipico “Robben Ford sound”, come viene ottenuto?

In Breath ho usato la mia Telecaster ’60, attraverso gli amplificatori Dumble in “impostazione Overdrive” (NDA Qualsiasi cosa voglia dire!), mentre in Planets ho utilizzato la Gibson Sg del ’64, che ormai uso da molti anni, sempre attraverso gli stessi amplificatori.

Appurato da questa risposta che era il “vero Robben” a rispondere alle mie domande, ho provato a buttargli lì la classica domanda sui cinque dischi da portare sull’Isola Deserta e qui si è animato un po’ nella risposta, sorprendendomi anche con la prima scelta.

New York Tendaberry- Laura Nyro; Live At The Village Vanguard- John Coltrane; Juju- Wayne Shorter; My Funny Valentine- Miles Davis; Sonny Rollins On Impulse!- Sonny Rollins.

Un bel grazie da R. per concludere e fine delle trasmissioni.

Bruno Conti

P.S. Attualmente Robben Ford è nel pieno del suo tour europeo, con 2 date anche in Italia:

14 maggio Roma
Auditorium Parco della Musica Sala Sinopoli

16 maggio Padova
GranTeatro Geox

La Classe Non E’ Acqua, 2! Robben Ford – Into The Sun

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Robben Ford – Into The Sun – Mascot/Provogue 31-03-2015

Se vi chiedete il perché del 2 nel titolo, data per scontata la classe di Robben Ford, è semplicemente perché avevo già usato lo stesso titolo, un paio di anni fa, per la recensione di Memphis di Boz Scaggs (a proposito, a fine mese esce il nuovo album, A Fool To Care, che si annuncia eccellente, con Bonnie Raitt e Lucinda Williams). Ma veniamo all’anteprima di questo Into The Sun, anche lui in uscita il 31 marzo. Tra l’altro ho realizzato un’intervista con Robben, che dovreste leggere sul numero di aprile del Buscadero.

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Sinceramente ho perso il conto del numero dei dischi dell’artista californiano, ma credo che tra album a nome suo, con i fratelli e collaborazioni varie con altri musicisti e gruppi, gli album dove appare il nome di Robben Ford (non come ospite), superino abbondantemente le trentacinque unità. Quello che è certo è che gli ultimi tre sono usciti per la Mascot/Provogue, questo Into The Sun incluso, e secondo la critica, almeno nei due precedenti, si era segnalato un certo ritorno di Robben verso le sue radici più blues http://discoclub.myblog.it/2014/01/30/ecco-giorno-nashville-lo-scorso-anno-robben-ford-esce-il-4-febbraio/. A giudicare dai primi ascolti del nuovo album (effettuati in streaming parecchie settimane prima dell’uscita e senza molte informazioni a disposizione sui musicisti coinvolti, ospiti a parte) mi sembra che invece in questa occasione si sia optato per un tipo di suono più eclettico e variegato, magari a tratti un filo più leccato, che è da sempre la critica che gli fanno i suoi detrattori, grande tecnica e bravura infinita, ma un suono fin troppo algido e preciso a momenti. Ford, nella presentazione del disco, ha parlato di un disco solare (vedi titolo) e positivo, molto ritmato e diversificato negli stili usati, spingendosi a dichiarare che si tratta di uno dei suoi migliori in assoluto (ma avete mai sentito un artista dire, “sì in effetti l’album è bruttino, potevo fare meglio”?).

Undici brani in tutto, cinque dove appaiono ospiti molto diversi tra loro, quattro scritti in collaborazione con un certo Kyle Swan, musicista, vocalist e polistrumentista dall’approccio particolare, di cui fino a questo album ignoravo l’esistenza, diciamo un tipo “strano” https://www.youtube.com/watch?v=31FenhgSS3M . Comunque non mi sembra che l’influenza di Swan sia molto marcata, e in ogni caso per uno che ha suonato con Joni Mitchell e Miles Davis nulla di nuovo! L’ingegnere del suono al solito è Niko Bolas, collaboratore di lunga data di Robben Ford, che rende il tutto nitido e ben calibrato (ma sempre dall’intervista ho ricavato che il produttore è tale Kozmo Flow ?!?), per i musicisti che suonano azzardo la presenza della sua ultima sezione ritmica, Wes Little, il batterista e Brian Allen, il bassista, anche in A Day In Nashville e Jim Cox alle tastiere. Il risultato sonoro, come si diceva, è più eclettico del solito, Rose Of Sharon, tra acustico ed elettrico, ad occhio (e a orecchio) sembra una di queste collaborazioni con Swan, molto raffinata e ricercata, con lo spirito jazz-blues della chitarra di Ford che cerca di inserirsi in melodie più complesse (ma nell’intervista mi ha detto che Swan non c’entra nulla). Ma Day Of The Planets ha  questo annunciato sound molto solare ed immediato, tocchi soul, una ritmica esuberante e le tastiere che colorano il solito lavoro magistrale della solista di Robben, dal suono inconfondibile, più misurato rispetto ad altre occasioni. Howlin’ At The Moon, con la presenza di alcune voci femminili di supporto, ha un suono decisamente più rock-blues e carnale con la chitarra che fa sentire una presenza più decisa, ben supportata dall’eccellente lavoro di sezione ritmica e tastiere, oltre ad una ottima interpretazione vocale; molto piacevole anche l’incalzante Rainbow Cover, con le cristalline evoluzioni della solista di Robben inserite in una canzone di impronta decisamente pop-rock, ma di classe.

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La voce maschia di Keb’ Mo’ ben si accoppia con quella di Robben Ford, in un duetto gospel-blues, Justified https://www.youtube.com/watch?v=YisOj_37zUw , dove si apprezza anche la sacred steel del bravissimo Robert Randolph, il piano honky-tonk di Jim Cox, il tutto coronato da un classico assolo di Ford. ZZ Ward è una giovane cantante americana, di recente opening act anche per Eric Clapton, fautrice di un blues-rock leggero, forse più blue-eyed soul https://www.youtube.com/watch?v=4zzeoEjh_ig  che ben si sposa con le sonorità sempre raffinate della chitarra di Robben, che donano una magica aura sospesa e sognante a una notevole Breath Of Me, mentre per High Heels And Throwing Things, un duetto con Warren Haynes, il suono si fa decisamente più maschio e vibrante https://www.youtube.com/watch?v=89wEudH-AMQ , un funky-rock gagliardo dove la slide guizzante del musicista dei Gov’t Mule ben si sposa con la solista del titolare, in una continua alternanza di licks. Cause Of War è un altro bel pezzo, energico e dalla struttura decisamente rock-blues, con un torrido riff di chitarra e un sound tirato inconsueto per Ford, mentre la successiva e complessa So Long 4 You rimane in questo spirito chitarristico presentando un duetto con il maestro della slide Sonny Landreth, in gran spolvero. Ci avviciniamo alla conclusione, prima con una Same Train che anche grazie alla presenza di una armonica (non so chi la suona) alza la quota blues di un album che cresce con il passare dei brani anche grazie al solismo sempre diversificato di Ford, poi con Stone Cold In Heaven, che vede la presenza di Tyler Bryant, leader e solista degli Shakedown, uno dei nomi emergenti del nuovo rock americano http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , che imbastisce un bel duetto a colpi di solista con Robben. Forse aveva ragione lui, in effetti sembra uno dei suoi migliori dischi di sempre.

Bruno Conti

 

A Proposito Di Bluesmen Di Classe! Jw-Jones – Belmont Boulevard

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Jw-Jones – Belmont Boulevard – Blind Pig/Ird

JW-Jones è un elegante, distinto, ed ancora giovane (34 anni secondo Wikipedia, 33 secondo Allmusic, ma mettersi d’accordo no? Non è che sia nato durante le guerre puniche e si sono persi i documenti nel comune della sua natia Ottawa! Oh, sì?) bluesman, chitarrista e cantante molto raffinato, ma anche di sostanza, con una cospicua discografia già alle sue spalle, in Europa per la Crosscut, in Canada su Northern Blues, ma ha inciso anche per la Ruf: questo Belmont Boulevard, il primo per la Blind Pig Records, è il suo ottavo album. E, non a caso, il nostro amico viene “scoperto” da Tom Hambridge, che è una sorta di “eminenza grigia”, controparte di T-Bone Burnett, Don Was o Joe Henry in ambito Blues, il produttore di “classe” che tutti vorrebbero dietro la consolle (Keb’ Mo’, Joe Louis Walker, Devon Allman, James Cotton, Buddy Guy, George Thorogood, tra i suoi clienti recenti), ma anche ottimo batterista, ingegnere del suono, autore  di canzoni, catalizzatore di musicisti: il tutto nei suoi studi di registrazione di Nashville, dove il blues contemporaneo sta vivendo una sorta di nuova giovinezza, almeno a livello di freschezza di suoni e di arrangiamenti. Quindi niente sonorità troppo paludate o arcaiche, ma neppure una esagerata concessione ai suoni più commerciali del moderno music business, un giusto mix, che viene confermato per questo Belmont Boulevard https://www.youtube.com/watch?v=NfggjbIQpLU .

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Diciamo che se nei sette dischi precedenti JW-Jones (scritto proprio così, che vorrà dire? Mah…) era alla ricerca di un suo suono, oscillando tra il blues più classico e canonico, fino allo swing al boogie, al Chicago blues, qualche tocco di soul e R&B, il tutto forse troppo timido e rispettoso, ma con parecchi sprazzi di classe genuina, per l’occasione Hambridge gli ha costruito un suono molto vicino anche al rock-blues (senza esagerazioni) ma tenendo conto pure della tradizione, con il solito suono nitido, brillante e “spinto” del batterista. Prendete l’uno-due dei primi brani, Love Times Ten è un solido blues elettrico, dalla costruzione quasi texana, scritta da Hambridge e Colin Linden, con il piano e l’organo di Reese Wynans e la seconda chitarra di Rob McNelley, subito a titillare la solista di Jones https://www.youtube.com/watch?v=a63rwD00lIg , in possesso anche di una voce piacevole senza essere straordinaria, sostenuti dalla solida ritmica di Hambridge e del bassista Dave Roe, viceversa Watch Your Step, è un super classico del blues, scritto da Bobby Parker, suonata da mille, e il cui classico riff è stato usato dai Beatles sia per I Feel Fine che per Day Tripper https://www.youtube.com/watch?v=bocE10AOs7U , e anche attraverso il suono Les Paul di Jones si gusta appieno. Blue Jean Jacket, ancora con l’ottimo interscambio delle due chitarre, è sempre del solido blues contemporaneo, vicino al Robben Ford più sbarazzino https://www.youtube.com/watch?v=bEpioYU2pEY .

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Anche Coming After Me ha questo suono “moderno” ma non scontato, chitarra pungente e tastiere sempre in bella evidenza, molto laidback ma godibilissimo. Don’t Be Ashamed è uno dei quattro brani dove JW è accompagnato dal suo gruppo abituale, Laura Greenberg al basso e Jamie Holmes alla batteria, un suono più “cattivo” e meno lineare degli altri brani, sempre con l’ottima solista di Jones in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=fLP2XtnVv3c , che poi in Thank You, una sua composizione in solitaria, si ritaglia un suono quasi alla Clapton primi anni ’70 e in Magic West Side Boogie, nonostante il titolo, sembra di ascoltare una jam strumentale tra i primi Yardbirds e i Fleetwood Mac di Peter Green, ancora con i suoi pard abituali, più ruvidi e meno rifiniti dei sessionmen di Hambridge, ma comunque validi https://www.youtube.com/watch?v=U3dgnNlSPKQ . Anche What Would Jimmie Do? ha quel suono protosixties che forse piazza a quel Jimmie anche un cognome come Vaughan (l’altro fratello!), potrebbe essere, visto che uno dei suoi gruppi favoriti sono proprio i Fabulous Thunderbirds! If It Feels This Good Tomorrow è semplicemente una bella canzone di classico stampo rock, piacevole e radiofonica persino, nel senso più nobile https://www.youtube.com/watch?v=gVy3pmZKx1U . What’s Inside Of You è uno di quei bluesacci ispidi e tirati, classici della penna di Buddy Guy, e JW-Jones non si tira indietro, con un fluido assolo ricco di grinta e feeling, per poi tornare al classico T-Bird sound texano di una vivace e pimpante Never Worth It, per infine lasciarci con una intensa, distorta ed assai “lavorata” Cocaine Boy, che ci propone il suo lato più rude, selvaggio e ruvido, quasi sperimentale. Un bel disco!

Bruno Conti    

Prossimo Disco Dal Vivo Per Eric Johnson – Europe Live

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Eric Johnson – Europe Live – Mascot/Provogue/Edel CD/2LP 24-06 UK/EU 01/07 ITA

Come dicevo, recensendo il precedente Up Close Another Look http://discoclub.myblog.it/2013/02/13/provaci-ancora-eric-una-anteprima-eric-johnson-up-close-anot/ , Eric Johnson non è un artista particolarmente prolifico, tra dischi in studio, dal vivo e il progetto G3 fatichiamo ad arrivare a dieci. Quindi questo nuovo Europe Live giungerà come una gradita sorpresa per i fans del chitarrista texano. Registrato nel corso del tour europeo del 2013, la maggior parte del materiale proviene dalla serata al Melkweg di Amsterdam, con alcuni brani tratti da due date in Germania, ed è l’occasione per fare il punto della situazione sulla sua carriera, ma soprattutto per ascoltare uno dei massimi virtuosi della chitarra elettrica attualmente in circolazione: il genere di Johnson non è di facile definizione, sicuramente c’è una forte componente rock, ma anche notevoli accenti prog, blues, fusion, jazz e qualche piccola spolverata di country, folk e qualsiasi altra musica vi venga in mente, con l’enfasi posta proprio sul virtuosismo allo strumento, in quanto la musica prevede poche parti cantate e quindi si basa molto sul lavoro alla chitarra di Eric, che in questa occasione (come quasi sempre) si esibisce in trio, con gli ottimi (benché non molto noti Chris Maresh al basso e Wayne Salzmann alla batteria https://www.youtube.com/watch?v=4M6amrKDt1w .

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Tra i suoi prossimi progetti ci sono collaborazioni con il collega Mike Stern e nuovi dischi in studio, sia elettrici che acustici, mentre in tempi recenti è stato possibile ascoltarlo nei dischi di Sonny Landreth, Christopher Cross, Oz Noy, e sempre Mike Stern, mentre il side-project degli Alien Love Child (dove appariva il bassista Maresh) al momento sembra silente. Proprio da quel disco proviene Zenland, uno dei brani più rock di questo Live, preceduto da una breve Intro, che è una delle due tracce inedite di questo album. Austin, è il brano dedicato da Mike Bloomfield alla città texana, uno di quelli cantati dallo stesso Eric, anche se la versione di studio su Up Close, mi pareva più grintosa, non si può negare il fascino di questo brano, dove il blues assume quell’allure molto raffinata che lo avvicina a gente come Robben Ford, Steve Morse ed altri musicisti “prestati”  alle dodici battute, anche se nel caso di Robben è vero amore https://www.youtube.com/watch?v=KPH8YitsJwQ .

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Forty Mile Town è una ballata romantica e dagli spunti melodici, cantata sempre da Johnson, in modo più che dignitoso, ma non memorabile, nobilitata da un lirico assolo. Una delle cover principali del disco è una versione vorticosa di Mr. P.C, un brano di John Coltrane, quasi dieci minuti di scale velocissime ed improvvisate che escono dalla chitarra di Johnson, con ampio spazio per gli assolo del basso di Maresh e della batteria di Salzmann, come nei live che si rispettano, siamo più dalle parti del jazz-rock e della fusion, ma il tutto viene eseguito con grande finezza. Manhattan era su Venus Isle, il disco del 1996, un altro strumentale naturalmente molto intricato nei suoi arrangiamenti, con la chitarra sempre fluida ed inventiva del titolare a deliziare la platea dei presenti e noi futuri ascoltatori del CD. Zap, che era su Tones, il suo disco migliore, a momenti vinse il Grammy nel 1987 come miglior brano strumentale, ed è una bella cavalcata a tempo di rock, con continui cambi di tempo e tonalità della struttura del brano e Chris Maresh che fa numeri alla Pastorius con il suo basso elettrico fretless.

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A Song For Life vede Eric Johnson passare all’acustica, un brano tra impressioni classiche e new age, che si trovava sul primissimo Seven Worlds. Fatdaddy viceversa viene dall’ultimo Up Close ed è uno dei brani più tirati dell’intero concerto, quasi a sfociare in un hard rock virtuosistico degno dei migliori Rush o dei più funambolici Dixie Dregs dell’amico Steve Morse. Last House On The Block è il brano più lungo del CD, una lunga suite di oltre dodici minuti, tratta dal disco degli Alien Love Child, divisa in varie parti, anche cantate, e tra le migliori cose del concerto nei suoi continui cambi di tempo ed atmosfere sonore, che si avvicinano, a momenti, al miglior rock progressive degli anni ’70. La breve Interlude ci introduce al brano più famoso di Johnson, Cliffs Of Dover, che il Grammy lo ha vinto (video vintage https://www.youtube.com/watch?v=smwQafhNU6E, altra cavalcata nel migliore rock progressivo, mentre Evinrude Fever, è l’altro brano inedito presentato in anteprima in questo tour europeo e che è l’occasione per una bella jam di stampo rock con tutta la band che viaggia a mille sui binari del rock più travolgente, con intermezzi blues e R&R inconsueti nel resto del concerto. Finale con Where The Sun Meets The Sky ribattezzata per l’occasione Sun Reprise, un brano affascinante, molto complesso nel suo dipanarsi, con effetti quasi cinematografici e che chiude degnamente questo Live destinato agli amanti di un certo rock, ricco di virtuosismi ma non privo di sostanza e qualità.

Bruno Conti

*NDB In questi giorni mi sono accorto che, a mia insaputa (come all’ex ministro Scajola), è stato aperto un canale su YouTube dedicato al Blog https://www.youtube.com/channel/UC_HDvJLsHP-MY0cQQjjb_Aw, probabilmente generato dai moltissimi video che inserisco in ogni Post oppure dalla nuova piattaforma WordPress utlizzata da MyBlog, non saprei dirvi, comunque c’è e potete entrare a leggere i post anche da lì.   

Ecco “Un Giorno A Nashville”, Lo Scorso Anno, Per Robben Ford. Esce Il 4 Febbraio!

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Robben Ford – A Day In Nashville – Mascot/Provogue Uscita 04-02-2014 EU/ITA  04-03-2014 USA

La “solita anteprima” per Robben Ford!

Il disco uscito lo scorso anno, Bringing It Back Home, era stato registrato in “ben” tre giorni http://discoclub.myblog.it/2013/02/15/una-anteprima-a-lunga-gittata-19-febbraio-2013-il-nuovo-albu/ ! Per questo nuovo A Day In Nashville, come recita il titolo, per le procedure di registrazione si è utilizzato un solo giorno. E in tempi di moderne tecnologie si tratta di una sorta di ritorno alle vecchie metodologie degli anni ’60 e ’70, quando, volendo, ma anche allora non era facile, si registrava un intero LP in un lasso di tempo brevissimo, anche se un giorno è quasi un record. Una volta il problema era dovuto soprattutto ai costi di uno studio di registrazione, si registrava anche di notte e a rotazione con altri musicisti per spremere il massimo dalle poche ore a disposizione http://www.youtube.com/watch?v=HyqQgnW_S8g .

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Poi è diventata una questione di perfezionismo, spesso gli studi sono di proprietà dei musicisti, che vi ci si trastullano per periodi quasi biblici, per dare libero sfogo alle proprie manie o semplicemente per necessità perché l’ispirazione latita. Nel caso di Robben Ford invece tutto è stato pianificato: all’inizio il progetto prevedeva un disco dal vivo registrato durante il tour dello scorso anno, poi nella fase finale della tournée, ad ottobre, il chitarrista ha avuto dei problemi al polso e molte delle date sono state annullate e rinviate http://www.youtube.com/watch?v=sByZvhy8u2o . Nel periodo di inattività cosa ti pensa il vulcanico musicista? Perché non prenotare il Sound Kitchen Studio, uno dei migliori di Nashville (ma niente paura non è un disco country, anche se sarebbe stato interessante), dove dà appuntamento ai musicisti che fanno parte della sua attuale touring band, ai quali erano stati inviati dei demo solo voce e chitarra, su cui il gruppo avrebbe potuto improvvisare all’impronta http://www.youtube.com/watch?v=zK39bL9F7U0 .

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Ma non solo, messa da parte momentaneamente l’idea di un disco dal vivo, Ford ha scritto anche sette canzoni nuove di zecca, insieme a due cover assolutamente poco note. E il risultato è un disco che conserva la qualità e la varietà di temi di quello dello scorso anno (che era veramente bello), con una ulteriore freschezza dovuta all’approccio molto libero dato dalla possibilità, anzi direi dalla necessità, di improvvisare. Il sound è quello classico dei dischi migliori di Robben, dalla Ford Blues Band ai Blue Line, passando per le collaborazioni con Witherspoon e Musselwhite, c’è molto blues, ma non mancano abbondanti dosi di funky e soul, rock, un pizzico di jazz e la sua immensa tecnica chitarristica http://www.youtube.com/watch?v=4kln-Kuq6mE . I musicisti utilizzati per questo A Day In Nashville sono ottimi: dal tastierista Ricky Peterson, per lunghissimi anni spalla di David Sanborn e prima anche con Prince, al bassista Brian Allen (che ha un recente passato con Jason Isbell e Jamey Johnson, ma ha suonato anche con Scofield e le touring bands di Temptations e Four Tops, aumentando la quota soul del gruppo); provvista pure da Wes Little, il batterista, uno che suonato con Sting e Stevie Wonder. Per bilanciare la quota rock l’ultima aggiunta è Audley Freed, ex dei Black Crowes e quella jazz è provvista dal trombonista Barry Green (uno strumento già utilizzato nel precedente album e “scoperto” da Robben Ford negli ultimi tempi).

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Si diceva sette pezzi nuovi e due cover. Partiamo da queste ultime: Cut You Loose è un blues scritto dal grande armonicista James Cotton, qui trasformato in un fluido veicolo per la voce e la chitarra di Ford, veramente in grande forma, mentre duetta con l’organo di Ricky Peterson, aiutato dalla spinta della sezione ritmica e con un bell’assolo anche del trombone di Green; alla fine il brano è una ulteriore variazione sul tema del “blues according to Robben Ford”, non c’entra moltissimo con l’originale, ma non puoi fare a meno di apprezzare uno che suona la chitarra in modo così divino. Poor Kelly Blues viene da ancora prima, dal periodo della grande guerra, scritta da Big Maceo Merryweather e scoperta probabilmente grazie all’enciclopedica conoscenza acquisita nella band con i fratelli, qui siamo nel blues più duro e blues, i ritmi e la scansione sono quelli classici, sempre spazio per gli altri solisti ma anche una maggior grinta e voglia di improvvisare.

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Subito evidente fin dall’iniziale Green Grass Rain Water che ha un afflato rock and soul molto più immediato rispetto alle abitudini più raffinate del nostro. Midnight Too Soon è uno di quegli slow blues con chitarra lancinante che sono nel DNA di Ford mentre Ain’t Drinkin’ Beer No More ha un approccio più rilassato, quasi jazzato, con la presenza marcata del trombone e dei fiati e il tipico divertente coretto da avvinazzati di chi si è fatto qualche birra di troppo. Top Dawn Blues, nonostante il titolo, è un funky-soul strumentale, sempre con uso di fiati, con tutta la band che improvvisa alla grande mentre Different People è una bellissima mid-tempo ballad dalle ricche melodie, cantata benissimo e suonata anche meglio. Detto delle due cover che sono posizionate a questo punto del CD, rimangono una Thump And Bump, altra traccia strumentale che evidenzia le propensioni funky dei musicisti, evidenziate dal loro CV, ben suonata ma più per “Fordofili” jazz fusion. Conclude Just Another Country Road, un altro di quei blues sincopati tipici del repertorio di Robben Ford. L’ho sentito in fretta  e in streaming, un po’ all’ultimo minuto (ma il giusto), e se dovessi dire, mi sembra leggermente inferiore al precedente Bringing It Back Home, ma è l’impressione del momento!              

Bruno Conti     

C’è Sempre Qualcuno Bravo Che Sfugge! Greg Koch Band – Plays Well With Others

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Greg Koch Band – Plays Well With Others – Rhymes With Chalk Music

C’è sempre in giro qualcuno di talento da “scoprire”. Questa volta parliamo di chitarristi. Greg Koch non è un novellino, questo Plays Well With Others (finalmente un titolo di un CD che chiarisce i suoi intenti fin dal titolo, ma ci arriviamo fra un attimo) dovrebbe essere il 12° titolo pubblicato, in una carriera discografica iniziata nel lontano 1993 con Greg Koch & The Tone Controls, ma i cui risultati non sono facilmente reperibili nelle nostre lande (e un po’ ovunque per la verità). Per tornare al “chi è costui?” di Manzoniana memoria che non utilizzavo da un po’ nei miei pezzi, direi che Greg Koch è un virtuoso della chitarra, originario di Milwaukee, Wisconsin, lo stato di Les Paul, dove tuttora registra i suoi album, ma che, curiosamente, lavora come “clinician” per la concorrente Fender, è stato fatto conoscere (si fa per dire) al grande pubblico da Steve Vai, che gli ha pubblicato un disco per la sua etichetta, la Favored Nations, nel 2001. Che altro? Tom Wheeler di Guitar Player lo ha definito “a friendly Talent”, nel senso che la sua tecnica è umana e godibile, altri hanno detto che è “il segreto meglio custodito del mondo dei chitarristi”. Joe Bonamassa ha detto “Credo che Greg Koch sia oggi il miglior chitarrista del mondo”, in definitiva, tradotto in parole povere, un talento! Lui, modestamente, ma non troppo, nelle note di The Grip, il CD di cui si diceva poc’anzi, ha definito il suo stile: “Chet Hendrix che incontra i King (BB, Albert e Freddie) alla prima convention Zeppelin-Holdsworth”, arzigogolata ma efficace, come descrizione.

Venendo al nuovo album il titolo lascia intendere che il nostro suona, bene, con altri? E’ proprio così! Nei dieci brani originali, più tre bonus che ripropongono tre dei pezzi già eseguiti, ma in radio mix, che, tradotto per gli ascoltatori, vuole dire praticamente identici alle versioni “normali”, ma più corti (misteri della discografia)! Allora dicci chi c’è? Calma, se state leggendo la recensione, avete già visto la copertina del disco, che riporta i nomi degli ospiti. Comunque questo album è leggermente (o notevolmente, secondo i punti di vista) diverso dalla prove precedenti, prevalentemente strumentali, Greg Koch è uno della famiglia dei Buchanan o dei Gatton, cioè cantare “minga bun” o quasi, come si dice dalle mie parti (ma sono stato cattivo, non è proprio verissimo, c’è di peggio in giro) quindi giustamente in questo disco si è fatto aiutare da John Sieger dei Semi-Twang, che oltre ad avere scritto i dieci brani con Koch, se li canta, meno uno, con profitto. Della sua band ci sono Dylan Koch alla batteria, che immagino parente, Theo Merriweather alle tastiere e Eric Hervey al basso, più parecchi ospiti.

Nel rock-blues sinuoso, vorticoso e riffato di Simone, dopo il primo assolo molto “lavorato” della solista di Greg arriva Joe Bonamassa ed i due cominciano a scambiarsi fendenti nella migliore tradizione delle (Super)sessions, nel secondo brano, Robben Ford, il bassista Roscoe Beck e Brannen Temple alla batteria rinnovano i fasti dei vecchi Blue Line, con un blues raffinato e virtuosistico, a colpi di scale impossibilmente fluide, in Walk Before You Crawl, uno dei pezzi forti di questa raccolta. E non è finita, arriva Jon Cleary che con il suo pianino ci porta dalle parti delle paludi della Louisiana e di New Orleans, come dite, sembrano un po’ i Little Feat? Non sapete come siete nel giusto, infatti nella successiva The Whole Town Has A Broken Heart ecco Paul Barrère (che per motivi che mi sfuggono, sulla copertina, ha l’accento sull’ultima e), che con la sua slide magica tramuta questo brano in una sorta di novella People Get Ready, che ricorda molto nella melodia.

Ancora un paio di gagliarde collaborazioni, a tempo di blues, con Robben Ford e soci, nelle ottime Sho Nuff e What You Got To Lose, con scambi di timbriche e assolo felpati per la gioia degli amanti della chitarra. Whiskey Rainstorm, di nuovo con Paul Barrère, ha un che di funky e sudista nella migliore tradizione featiana, con i due che fanno i George e i Barrère della situazione, anche scambiandosi i ruoli. Down The Road è una bella slow blues ballad dove si apprezza anche la voce di John Sieger, cantante dotato ed apprezzabile, mentre Night Owl Now è l’unico brano cantato da Greg della raccolta e l’occasione per sbizzarrirsi per Barrère e Koch,  che trovato un groove alla Little Feat, aiutati dall’organo di Merriweather, lo portano alle giuste conseguenze. Conclude Hey Godzilla, ancora con Barrère, il brano più rock ed hendrixiano (un eroe della gioventù di Koch) del disco, tirato e cattivo il giusto. Bel disco e grande chitarrista(i). Se vi piacciono quelli che sanno suonare!

Track Listing:
1.) Simone (with Joe Bonamassa)
2.) Walk Before You Crawl (with Robben Ford, Roscoe Beck and Brannen Temple)
3.) Spanish Wine (with Jon Cleary)
4.) This Whole Town Has A Broken Heart (with Paul Barreré)
5.) Sho Nuff (with Robben Ford, Roscoe Beck and Brannen Temple)
6.) What You Got To Lose (with Robben Ford, Roscoe Beck and Brannen Temple)
7.) Whiskey Rainstorm (with Paul Barreré)
8.) Down The Road
9.) Night Owl Now (with Paul Barreré)
10.) Hey Godzilla (with Paul Barreré)
BONUS TRACKS
11.) Spanish Wine, radio mix
12.) What You Got To Lose, radio mix
13.) Hey Godzilla, radio mix

Bruno Conti

Piovono Chitarristi 2. The Duke Robillard Band – Independently Blue

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The Duke Robillard Band – Independently Blue – DixieFrog/Stony Plain

Come dimostra l’articolo determinativo posto prima del nome, anche questa volta siamo di fronte ad un disco della Duke Robillard Band, come nel caso del precedente Low Down And Tore Up, la differenza per l’occasione la fa la presenza di Monster Mike Welch, aggiunto come secondo chitarrista solista (a parte un paio di branoi dove appaiono anche i fiati): quindi il suono è più grintoso del solito (almeno rispetto agli ultimi dischi, perché nel passato, e, occasionalmente anche nelle prove più recenti, il buon Duke è sempre in grado di strapazzare la sua chitarra, quando vuole). Il problema è che Michael John, da Woonsocket, Rhode Island, ultimamente non vuole troppo spesso, preferendo un suono più jazzato, swingante, persino da locali after hours, sempre con una gran classe e una tecnica raffinata, ci mancherebbe, ma con una certa ripetitività che di tanto in tanto ci stufa, per essere dialettali e chiari! E’ una critica magari un po’ forzata, perché dischi come questo si ascoltano sempre volentieri, soprattutto se si ama il Blues, ma da uno come Robillard ci aspettiamo qualcosa di più.

In effetti lo dice anche lo stesso Duke, nelle note del libretto, che ultimamente tende a privilegiare un tipo di sound e materiale più adatto ad un signore nel “settembre dei suoi anni” (è del 1948, quindi 65 quest’anno, ma non ditelo a Springsteen). Forse all’aria “old fashioned” contribuisce anche il fatto che alcuni brani sono firmati da Al Basile, cornettista e amico, che privilegia un suono abitualmente più rilassato, ma per l’occasione, nell’iniziale I Wouldn’t-a Done That, dove Robillard e l’ottimo Mike Welch si scambiano assolo di gusto su un ritmo blues “cattivo” alla giusta temperatura e nella successiva Below Zero, un bel blues roccato come ai vecchi tempi, con il basso che pompa e le due chitarre ancora infoiate come si conviene, sembra esserci una inversione di tendenza. Anche lo strumentale Stapled To the Chicken’s back portato in dote da Welch, è un bell’esempio di Texas Shuffle, con le chitarre “limpide” dei due solisti che si dividono democraticamente gli spazi anche con l’organo di Bruce Bears, mentre Brad Hallen che nel disco precedente suonava quasi sempre il contrabbasso in questo album si cimenta spesso e volentieri al basso elettrico dando una fondazione più solida alle improvvisazioni dei due, che sono dei “manici” notevoli e questo non si discute, anche Welch inquadrato in una formazione meno volatile dimostra una gran classe.

Però (o per fortuna, per chi apprezza lo stile) Robillard ha sempre questa passionaccia per il jazz, magari New Orleans, anni ’20, come nella fiatistica Patrol Wagon Blues, che nella prima parte potrebbe uscire da qualche Cotton Club o da un disco di Ellington o Al Jolson dei tempi di Minnie The Moocher e qui il pianino dell’ottimo Bears ci sta a pennello, con banjo e clarinetto a dividersi gli spazi, e poi nel finale i due solisti pennellano una performance di gran classe alle chitarre elettriche. Laurene è uno di quei R&R alla Chuck Berry che ogni tanto escono dalla penna del buon Duke e Moongate è uno dei rari slow blues d’atmosfera del CD, molto raffinato e con le due chitarre libere di improvvisare anche notevoli tessiture sonore, seguite da un altro blues classico a firma Al Basile I’m Still Laughing cantato con piglio autorevole da un Robillard in buona forma vocale, mentre il suono delle chitarre, anche slide, è molto Chicago Blues.

Un altro strumentale a firma Duke Robillard, Strollin’ With Lowell and BB è uno swingato omaggio ai due signori citati nel titolo, ma non mi entusiasma. Come You Won’t Ever che nasce con l’idea di rendere omaggio omaggio alla musica di Stevie Wonder e Four Tops, ma in pratica sembra la colonna sonora di qualche episodio di Starsky & Hutch, piacevole anche nel groove di basso e batteria e nell’intervento della tromba, ma sicuramente non memorabile. E anche l’altro brano strumentale a firma Monster Mike Welch (il soprannome gli fu dato ad inizio carriera da Dan Aykroyd),  al di là dalla classe dei due, ha un po’ l’aria di una outtake minore e sonnolenta dalla Supersession di Bloomfield, Kooper & Stills. Molto meglio Groovin’ Slow, dove un giro di basso marcatissimo “modernizza” questo omaggio allo stile preciso e da nota singola del grande Wes Montgomery, con le due soliste a scambiarsi soli di precisione chirurgica. If This Is Love è un bel pezzo che avrebbe potuto figurare in un disco di fine anni ’60 del già citato Bloomfield o in qualche disco recente del Robben Ford più bluesy, e a furia di soli pungenti finisce in gloria questo CD, che ha i suoi alti e bassi, ma è vivo e vitale, forse anche per l’apporto di Welch.

Bruno Conti