Gli Ottimi Inizi Country Di Chip Taylor. Last Chance: The Warner Bros Years

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Chip Taylor – Last Chance: The Warner Bros Years – Train Wreck 2 CD+DVD

James Wesley Voight, per tutti Chip Taylor, è il fratello dell’attore Jon Voight e quindi lo zio di Angelina Jolie, ed è stato, nelle sue varie vite musicali, prima autore di canzoni di grande successo negli anni ’60, due per tutte, Angel Of The Night, portata al successo da Merrilee Rush una prima volta nel 1967 e poi di nuovo nel 1981 da Juice Newton, e l’anno precedente Wild Thing, cantata dai Troggs, ma celebre anche nella versione memorabile di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival. Però in effetti la carriera di Chip Taylor è soprattutto legata alla musica country, anche se iniziò a pubblicare 45 giri di R&R come Wes Voight and the Town Three già nel 1958. Originario di Yonkers, New York, la sua carriera solista si avvia proprio all’alba degli anni ’70 con un paio di album in trio, a nome Gorgoni, Martin & Taylor, pubblicati dalla Buddah Records nel 1971 e ’72, più orientati sul country/folk, poi il suo primo disco solo Gasoline, sempre del 1972 su Buddah, dove c’era la sua versione di Angel Of The Morning. A questo punto arriva la proposta di un contratto dalla Warner Bros che vorrebbe lanciare una propria divisione country (e il “successo” arriderà con Emmylou Harris) e Chip Taylor, che aveva pronte molte canzoni decisamente orientate su quel genere, si trova uno studio di registrazione, non a Nashvile, ma a Fayville, Massachussetts e registra quello che con una notevole dose di autoironia (e rassegnazione) si chiamerà Chip Taylor’s Last Chance.

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https://www.youtube.com/watch?v=ICP1Y9FUPpY

Quasi tutti conoscono Taylor per la terza fase della sua carriera, quella iniziata a metà anni ’90, dopo lunghi anni passati come giocatore d’azzardo professionista, e culminata in una splendida serie di album pubblicati, prima in coppia con Carrie Rodriguez e poi in proprio, e che prosegue tuttora con eccellenti risultati, alla ragguardevole età di 77 anni. Comunque quei tre album erano già ottimi, oltre a quello citato, uscito nel 1973, Some Of Us del 1974 e This Side Of The Big River del 1975, con uno stile influenzato dall’outlaw country in auge all’epoca, ma anche vicino a cantautori come Townes Van Zandt, Jerry Jeff Walker e Guy Clark,  e pure a livelli qualitativi ci siamo. Come racconta lo stesso Chip nelle esaustive, affettuose (e divertenti) note riportate nel libretto di questo triplo (ma attenzione i primi due dischi sono stati ristampati in un 2in1 anche dalla Morello Records nel 2016), Taylor rischiò, e in parte ci riuscì, di diventare una sorta di superstar country in Svezia ed in Olanda; nella nuova edizione, molto bella, pubblicata dalla Train Wreck, oltre ai dischi troviamo anche un DVD inedito, registrato all’ Armadillo World Headquarters di Austin, Texas nel 1973 (presumo recuperato da qualche vecchia VHS dei tempi, visto che il filmato è in bianco e nero e la qualità è quasi ai limiti della decenza, con le immagini che ogni tanto partono per la tangente, anche se la musica è ottima). Nei tre dischi di studio Chip Taylor è accompagnato da una band eccellente, dove brillano John Platania, in quegli anni chitarra solista anche nei dischi di Van Morrison, il bravissimo Pete Drake, alla steeel guitar, che suonava all’epoca con tutti, da Bob Dylan e Simon & Garfunkel alle stelle del country, nonché a David Grisman al mandolino e ai Jordanaires ai cori.

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https://www.youtube.com/watch?v=YaZzUGoi6HA

I tre album sono tutti molti buoni, costellati da bellissime canzoni, il suono è a tratti splendido e se dovessi esprimere una preferenza opterei per Last Chance, con ballate veramente evocative, in cui il nostro ha sempre brillato, come Son Of A Rotten Gambler, The Coal Fields Of Shikshinny, I’m Still The Same, la struggente Family Of One ed il valzerone della title track, degno delle più belle canzoni dell’epoca di Willie Nelson, oltre a splendide country songs più mosse, quasi ai limiti dell’honky tonk, con i tre solisti citati spesso in evidenza, anche in quelle che all’epoca si chiamavano “answer songs”, per esempio 101 In Cashbox, sulla storia di Angel Of The Morning, e ancora (I Want) The Real Thing che ricorda il sound di Jim Croce, oppure I Read It  In Rolling Stone, una outlaw soung che Waylon Jennings e Johnny Cash avrebbero cantato a meraviglia, del tutto pari a quanto scriveva Kris Kristofferson in quei tempi. E comunque anche gli altri due dischi sono decisamente buoni: Me As I Am, Early Sunday Morning, Something ‘Bout The Way This Story Ends, Comin’ From Behind, If You’re Ever In Warsaw, da Some Of Us, anche se a tratti appesantite dagli archi sono comunque belle canzoni, e pure Big River, l’unica cover, dal repertorio di Johnny Cash, tratta dal terzo album, oppure la deliziosa Same Ol’ Story, il quasi gospel malinconico di Holding Me Together, la delicata Gettin’ Older Looking Back, la conclusiva splendida You’re Alright Charlie o un’altra bellissima ballata alla Nelson come Sleepy Eyes testimoniano di un cantautore che faceva della country music di qualità già allora, sia pure meno “roots” di quella odierna e che quindi meriterebbe più di un ascolto dagli appassionati del genere (e di Chip Taylor).

Bruno Conti

Forse E’ Un Disco Un Po’ Prevedibile, Ma Il Livello E’ Sempre Alto! Anderson East – Encore

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Anderson East – Encore – Elektra/Warner CD

Le due rivelazioni musicali del 2015 sono stati indubbiamente Anderson East http://discoclub.myblog.it/2016/01/01/recuperi-inizio-anno-3-meraviglioso-disco-soul-bianco-anderson-east-delilah/  e Nathaniel Rateliff http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , titolari di due tra i più bei dischi di quell’anno (e nessuno dei due, va detto, era l’album d’esordio), due lavori splendidi che avevano come comune denominatore uno stile soul e rhythm’n’blues decisamente vintage. Ma i due approcci erano radicalmente diversi, in quanto Rateliff proponeva un errebi molto energico, quasi fisico e direttamente imparentato col rock (come ha confermato il devastante Live At Red Rocks da poco uscito http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ ), mentre la musica di Delilah, l’album di East (vero nome Michael Cameron Anderson) era decisamente più raffinata, di classe, con una maggiore propensione alle ballate, e con l’influenza di Sam Cooke ben presente https://www.youtube.com/watch?v=Z5L4mRGQhJE . E, almeno per il sottoscritto, superiore (anche se di poco) a Rateliff. Delilah ha avuto anche ottimi riscontri di critica e di vendite, dimostrazione che in giro c’è ancora voglia di grande musica, ed Anderson si è goduto il momento, prendendosi tutto il tempo per dare un seguito a quel disco fulminante (nel frattempo si è anche fidanzato con Miranda Lambert).

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https://www.youtube.com/watch?v=Ka1p2Vj5wps

Encore, il suo nuovo lavoro, non cambia le carte in tavola, in quanto prosegue il discorso precedente di musica soul fatta davvero con l’anima, cantata e suonata alla grande, oltre che prodotta splendidamente (l’onnipresente Dave Cobb, già responsabile di Delilah). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, Anderson con questo disco non ha rischiato, in quanto sembra quasi che abbia inciso un appendice all’album precedente (ed il titolo forse non è casuale, gli encores in inglese sono i bis che un artista propone a fine spettacolo), ma sempre meglio così che cambiare totalmente, con il rischio di spersonalizzare il suono e scontentare tutti. Per la verità le avvisaglie non erano rassicuranti, in quanto il primo singolo, All On My Mind (in giro già da qualche mese) non è una grande canzone, troppo monolitica nel suono, piuttosto risaputa dal punto di vista melodico, e soprattutto con un fastidioso synth che non c’entra nulla con East. Ma fortunatamente siamo in presenza di un episodio isolato, in quanto il resto di Encore è bellissimo, con la grande voce “nera” di Anderson che la fa da padrona, ed una serie di canzoni decisamente riuscite (tutte scritte da lui, tranne due cover) e suonate in maniera sopraffina da uno zoccolo duro di musicisti del giro di Cobb (Chris Powell alla batteria, Brian Allen al basso, Philip Towns alle tastiere), una sezione fiati indispensabile nell’economia del suono, e qualche ospite di nome come Chris Stapleton e Ryan Adams alle chitarre in una manciata di pezzi.

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https://www.youtube.com/watch?v=252yzYRawM8

Si inizia subito alla grande con King For A Day, splendida soul ballad (scritta da Anderson con Stapleton e sua moglie Morgane), calda, fluida e con una melodia deliziosa, il tutto eseguito con classe sopraffina (e che voce), con uno stile che rimanda a Curtis Mayfield. This Too Shall Last è un altro slow, più intimista del precedente, suonato con estrema raffinatezza e con le chitarre nelle mani di Adams: bellissimo sia l’uso dell’organo che lo sviluppo melodico. House Is A Building, superbamente orchestrata, è un pezzo romantico ancora di gran classe, mentre Sorry You’re Sick (un brano di Ted Hawkins, un musicista ex busker scoperto con colpevole ritardo, ed oggi quasi dimenticato) è trasformata in un vivace errebi dal gran ritmo, alla Ike & Tina Turner, con fiati e chitarre sugli scudi e la solita grande voce. If You Keep Leaving Me è una ballata davvero magnifica dal suono classico, primi anni settanta, un delizioso controcanto femminile ed una linea melodica perfetta, in cui vedo tracce sia di Van Morrison (l’accompagnamento) che di Joe Cocker (l’approccio vocale): ripeto, canzone strepitosa. Girlfriend è decisamente più grintosa e potente, tanto da invadere quasi il territorio di Rateliff, ma è ugualmente godibile dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai fiati che qui la fanno da padroni (e perfino l’assolo di moog ha un sapore vintage), Surrender è ritmata, trascinante e diretta, con il nostro che si supera vocalmente, mentre di All On My Mind ho già detto, un pezzo di cui si poteva fare a meno. Il disco comunque si riprende subito alla grande con Without You, pianistica, vibrante e piena di calore, con un altro motivo emozionante, e con Somebody Pick Up My Pieces, una cover di Willie Nelson che esce idealmente dal Texas per spostarsi in Alabama, diventando una scintillante ballata in puro stile southern soul.

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https://www.youtube.com/watch?v=1zSczaSm60U

Il CD, che è uscito l’altro ieri, venerdì 12 gennaio, si chiude con la lenta e spoglia Cabinet Door, solo voce e piano ma un feeling enorme; ottima conferma quindi per Anderson East: Encore avrà forse il difetto di non essere troppo diverso da Delilah, facendo mancare quindi l’effetto sorpresa del suo predecessore, ma siamo comunque in presenza di un lavoro di notevole livello e che ascolteremo a lungo.

Marco Verdi

Una Festa Natalizia “On Stage” Di Gran Classe – Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage

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Chris Isaak – Christmas Live At Soundstage – BMG CD/DVD

Quest’anno il mio disco di Natale è questo live di Chris Isaak, registrato per la nota trasmissione Soundstage: un lavoro pienamente meritevole anche se devo dire che il panorama discografico mondiale non ha offerto molte valide alternative in questo 2017 (mentre lo scorso anno era stato più generoso, con almeno tre ottime uscite: Jimmy Buffett, Neil Diamond e Loretta Lynn). Tra l’altro questo concerto non è neppure nuovo, in quanto era stato registrato nel 2004 per promuovere l’album natalizio del rocker californiano (Christmas, appunto) ed era pure già uscito all’epoca in versione video, anche se ormai da tempo fuori catalogo: ora la BMG lo ripropone con una veste rinnovata, aggiungendo il supporto audio a quello video, aumentando così la platea di potenziali acquirenti.

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https://www.youtube.com/watch?v=NtPBfiTZNGE

Ed il concerto è godibilissimo: Christmas (l’album di studio) mescolava abilmente classici stagionali e nuove composizioni di Chris, e questa riproposizione on stage è l’ideale prolungamento di quel disco, che viene ripreso quasi totalmente (manca solo Auld Lang Syne, che è più un canto da Capodanno) ed aggiunge due canzoni in più, Santa Bring My Baby Back e I’ll Be Home For Christmas, che però erano presenti come bonus tracks nell’edizione australiana dell’album originale. Il tipico stile vintage di Isaak, tra Elvis Presley e Roy Orbison, melodico ma anche rock’n’roll quando serve, si adatta alla perfezione alle atmosfere natalizie, e ciò emerge ancora di più ascoltando questo bellissimo concerto con il nostro in forma smagliante ed aiutato da una band solida (Kenny Dale Johnson, Rowland Salley, Hershel Yatovitz, Scott Plunkett e Rafael Padilla), più alcuni ospiti speciali che vedremo. Che la serata sia di quelle giuste si capisce subito dall’iniziale Blue Christmas, dal delizioso sapore sixties e con uno stile leggermente country, subito seguita dal classico hawaiano Mele Kalikimaka, gioiosa e solare come è giusto che sia. Chris ha classe, voce e presenza fisica, sia che faccia il romanticone (Washington Square, la famosa Pretty Paper di Willie Nelson, cantata splendidamente, l’ottima Brightest Star, la migliore tra le quattro scritte da Isaak), sia che faccia uscire la sua anima rock’n’roll (la cadenzata e divertente Hey Santa!, con tanto di fiati mariachi, l’irresistibile gospel-rock Last Month Of The Year), sia infine che lasci spazio al country (l’honky-tonk scintillante di Christmas On TV).

Chris Isaak Christmas with Stevie Nicks f

https://www.youtube.com/watch?v=vJPWBFkI7g4

Non sarebbe poi Natale se non ci fossero dei duetti: il primo ospite è l’amico Michael Bublé, che allora non era ancora diventato il pupazzo che è adesso, e fa benissimo la sua parte sia nella raffinatissima The Christmas Song che nella swingata Let It Snow (anche se Sinatra è di un’altra categoria); poi abbiamo il pianista e vocalist Brian McKnight, con il quale Chris rilascia una squisita e jazzata Have Yourself A Merry Little Christmas di gran classe, ed infine Stevie Nicks che presta la sua ugola ad una festosa Santa Claus Is Coming To Town. Finale con la languida I’ll Be Home For Christmas e poi tutti quanto sul palco per una travolgente e scatenata Rudolph The Red-Nosed Reindeer. Tra romanticismo, tradizione ed un pizzico di rock’n’roll, un disco perfetto per la notte di Natale.

Marco Verdi

Adesso E’ Giunta L’Ora Di Scrivere Un Po’ Per Sé Stessi! James LeBlanc – Nature Of The Beast

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James LeBlanc – Nature Of The Beast – Dreamlined/Red CD

James LeBlanc, oltre ad essere il padre di Dylan LeBlanc (un giovane e promettente musicista che ha già qualche disco all’attivo http://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ ) è anche un affermato autore per conto terzi, avendo scritto diverse canzoni per nomi di punta a Nashville come Jason Aldean, Martina McBride, Gary Allan e Travis Tritt (il cui successo da Top Ten Modern Day Bonnie & Clyde porta proprio la firma di LeBlanc). Originario di Shreveport, Louisiana, James ha anche un album al suo attivo, Muscle Shoals City Limits (2003), ma in generale ha sempre preferito restare nelle retrovie e sbarcare il lunario con il remunerativo lavoro di songwriter su commissione. Ora però ha finalmente deciso di mettere fuori la testa e dare un seguito al suo ormai lontano primo album, ed il risultato finale è talmente riuscito che mi chiedo perché avesse aspettato così tanto. Nature Of The Beast, nel quale LeBlanc raccoglie alcune canzoni da lui scritte ma tenute nei cassetti, non sembra infatti il lavoro di uno che non ha quasi mai inciso a suo nome, ma bensì è il prodotto di anni di esperienza come songwriter e di frequentazioni di musicisti più o meno noti e di studi di registrazione dove si respira aria di leggenda (per esempio era di casa ai Muscle Shoals Studios, dove ha inciso il primo disco, mentre questo è stato registrato a Sheffield, sempre in Alabama).

Nature Of The Beast non è un disco country, almeno non come uno si potrebbe aspettare: il country c’è, ma è usato quasi da sfondo alle ballate profonde del nostro, canzoni lente, meditate ma piene di feeling e mai noiose. Un tipico disco da cantautore, più che da countryman, registrato con la produzione di Jimmy Nutt (che come ingegnere del suono ha lavorato anche con Jimmy Buffett e Jason Isbell) e vede in studio con lui un numero di musicisti non estesissimo ma di alto livello, tra i quali il figlio Dylan ed il grande bassista della gang di Muscle Shoals David Hood. Il disco inizia con la title track, lenta, crepuscolare, con la chitarra arpeggiata e la voce profonda di James ad intonare un motivo intenso, drammatico e di grande pathos: prendete le cose migliori di Calvin Russell, levategli un po’ di polvere texana ed avrete un’idea. Mean Right Hand è un brano full band, ma anche qui l’accompagnamento è discreto, nelle retrovie, in modo da mettere in primo piano la melodia e la voce, una bella canzone con agganci anche allo Springsteen di Tom Joad; My Middle Name è ancora lenta, ma la batteria scandisce il tempo in maniera netta e c’è una chitarra elettrica che ricama alle spalle del leader, un altro pezzo di buona intensità, da cantautore più rock che country. Yankee Bank è più ricca dal punto di vista strumentale, è sempre una ballata ma con maggiore energia ed un bell’intreccio di chitarra, steel ed organo, oltre ad un motivo di prima qualità.

LeBlanc si conferma un songwriter di vaglia, ma dimostra di essere anche un performer di livello. Bottom Of This è una country song, sempre lenta e malinconica, ma dallo script solidissimo ed ottimo lavoro di piano e steel, Answers (scritta dal figlio Dylan) dà una scossa al disco, il ritmo è più sostenuto e la chitarra elettrica è in primo piano, oltre ad un refrain che prende all’istante, mentre I Ain’t Easy To Love è un altro brano spoglio ma di grande carattere, e qui l’arma in più è la seconda voce femminile di Angela Hacker, fidanzata di James ed artista per conto suo. Una splendida steel (Wayne Bridge) ci introduce alla lenta Nothing But Smoke, dove LeBlanc ha sicuramente fatto tesoro della lezione di Willie Nelson: l’ennesimo slow, ma la noia è bandita; bella anche Anchor, distesa, fluida e con la solita melodia di prim’ordine, tra le migliori del CD, mentre 4885 inizialmente vede il nostro in quasi totale solitudine, poi dalla seconda strofa entra il resto della band, anche se James se la cavava comunque anche con pochi strumenti attorno. L’album si chiude con la vibrante Coming Of Age, più mossa ma sempre senza andare sopra le righe, e con la deliziosa cover di Beans, un vecchio brano di Shel Silverstein che qui è un honky-tonk con arrangiamento di altri tempi ed un bel ritornello corale, un finale in allegria e dunque in decisa controtendenza.

Per quanto mi riguarda James LeBlanc può pure continuare a scrivere per altri, ma se quando incide a suo nome il livello è questo, mi auguro che non faccia passare altri 14 anni prima del prossimo disco.

Marco Verdi

Era Già Bellissimo, Ora Lo E’ Ancor Di Più! Willie Nelson – Teatro

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Willie Nelson – Teatro – Light In The Attic/Universal CD/DVD

Il 2017 è stato un bell’anno per i fans di Willie Nelson, dato che hanno potuto godere dell’ottimo God’s Problem Child, uscito ad Aprile, del recente Willie & The Boys, ed ora della ristampa potenziata dello splendido album del 1998, Teatro (che quindi “festeggia” i 19 anni, ma che anniversario è?), all’unanimità uno dei lavori più belli della carriera del texano. Per il sottoscritto questo disco potrebbe addirittura rientrare nella Top 3 di Willie, insieme a Red Headed Stranger e Across The Borderline, ma rispetto a questi due titoli, che propongono il classico suono del nostro, Teatro è un episodio particolare ed unico nel suo genere. Infatti l’album vide l’incontro tra Nelson ed il grande produttore Daniel Lanois, un connubio difficile da immaginare negli anni ottanta, allorquando il canadese era dietro ai dischi di U2 e Peter Gabriel, oltre ad essere impegnato a rilanciare la carriera di Bob Dylan con Oh, Mercy! (operazione ripetuta nel 1997 con Time Out Of Mind), ma non così strano in quel periodo, dato che Lanois veniva dalla riuscita esperienza con Emmylou Harris, il cui bellissimo Wrecking Ball aveva riportato la cantante dai capelli d’argento agli onori della cronaca.

E Teatro, inciso in un vecchio cinema di Oxnard in California (lo stesso nel quale Neil Young ha registrato The Monsanto Years), è un disco splendido ancora oggi, con lo stile tipico di Willie che si sposa alla perfezione con le atmosfere rarefatte di Lanois, grazie anche ad una serie di musicisti da sogno: oltre agli habitué nei dischi di Nelson (la sorella Bobbie, l’armonicista Mickey Raphael), abbiamo lo stesso Lanois al basso e alle chitarre, Cyril Neville alle percussioni (strumento fondamentale nell’economia del suono del produttore canadese),Jeffrey Green, Victor Indrizzo Tony Mangurian alla batteria,Tony Hall al basso, Malcolm Burn all’organo, Brian Griffiths alla chitarra, slide e mandolino, il noto pianista jazz Brad Meldhau anche al vibrafono e, dulcis in fundo, la stessa Emmylou Harris alla seconda voce praticamente in tutti i brani (dieci su quattordici), una partecipazione talmente importante al punto che anche in copertina troviamo una foto della cantante. L’album è incentrato più che altro su vecchi classici di Willie, alcuni molto noti ed altri meno (ci sono solo tre canzoni nuove, più tre cover), che vengono completamente rivoluzionati dai nuovi arrangiamenti: la presenza di Lanois è inoltre di ulteriore stimolo per il nostro, che si trova a suonare la chitarra ancora meglio del solito, donando un feeling messicano a molte canzoni, che contrasta con il mood quasi jazzato della sezione ritmica e del pianoforte, al punto che sarebbe parecchio riduttivo definire country questo disco, talmente tante sono le sfaccettature del suono.

Il capolavoro dell’album è sicuramente The Maker, cover di un brano di Lanois tratto dal suo primo disco come solista, Acadie, una canzone straordinaria, impreziosita da un arrangiamento caldo, vibrante, decisamente musicale e cantata alla perfezione da Willie: anche meglio dell’originale di Daniel. Di alto livello anche lo strumentale che apre l’album, Ou Est-Tu, Mon Amour? (dal repertorio di Django Reinhardt), solo Willie alla chitarra e Bobbie al vibrafono, ma dall’intensità incredibile, o la classica I Never Cared For You, che da brano western diventa quasi una bossa nova, o Everywhere I Go, dall’intro rarefatto e tipico di Lanois, ma che Willie riesce a far sua non appena apre bocca (questa sì degna di stare in un western moderno), o ancora la struggente My Own Peculiar Way, che Nelson negli anni ha inciso più volte ma mai con questa intensità, centellinando ogni nota ed ogni parola. Ma poi ci sono anche la vivace These Lonely Nights, quasi caraibica, l’intensa Home Motel, solo voce e piano (Meldhau), classe pura, la strepitosa I’ve Just Destroyed The World, un honky-tonk che il “trattamento Lanois” rende ancora più scintillante, e l’emozionante Somebody Pick Up My Pieces, con Emmylou protagonista alla pari di Willie.

In questa nuova ristampa deluxe, oltre ad una nuova intervista a Nelson e Lanois inclusa nel booklet ed un DVD allegato con il film-concerto live in studio uscito all’epoca e diretto da Wim Wenders (che non ho ancora visto), abbiamo sette canzoni inedite tratte dalle stesse sessions: il bellissimo valzer lento It Should Be Easier Now, la saltellante One Step Beyond, molto bella (perché era stata esclusa all’epoca?), la dolce Send Me The Pillow You Dream On (di Hank Locklin, Willie l’ha ripresa anche sul recentissimo Willie & The Boys), o la superba Have I Told You Lately That I Love You (non è quella di Van Morrison, bensì di Scott Wiseman), malinconica ma tra le più belle del CD. Per finire con il classico di Rodney Crowell ‘Til I Gain Control Again, la toccante Lonely Little Mansion e la tonica Things To Remember, in bilico tra jazz e musica d’autore.

Ricordo che nel 1998 avevo votato Teatro come disco dell’anno, ed anche a distanza di quasi vent’anni non posso che confermare la mia scelta.

Marco Verdi

Doppio Omaggio Ad Uno Dei Più Grandi Songwriters! Parte 2: Il Concerto-Tributo. Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson

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Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson – Blackbird CD – 2CD/DVD

Ecco la seconda parte del mio personale omaggio al grande Kris Kristofferson, dopo il post dedicato alla serata al Bottom Line del 1994 con Lou Reed: quello di cui parlo oggi è un vero e proprio tributo, un concerto tenutosi alla Bridgestone Arena di Nashville nel Marzo del 2016, durante il quale una nutrita serie di artisti perlopiù country ha omaggiato la figura del cantautore texano (ed i suoi 80 anni) attraverso alcune tra le sue più belle canzoni, un omaggio ad alto livello sia per la qualità dei brani (ovviamente), che per le varie performance. E’ dunque da poco uscito un resoconto della serata, The Life And Songs Of Kris Kristofferson, sia su singolo CD che su doppio dischetto con DVD aggiunto: la mia recensione si basa sul supporto singolo, che propone 14 dei 21 brani totali (lo show completo è sul doppio): mi piacerebbe poter dire che è stata una mia scelta, ma in realtà sono rimasto in un certo senso “fregato” dal fatto che non fosse chiarissimo che la parte senza il DVD fosse su un solo CD e con il concerto incompleto: per fortuna che le performance che fanno la differenza ci sono tutte, anche se tra le assenze ci sono l’apertura della serata a cura di Buddy Miller, l’apparizione di Jessi Colter ed il duetto tra Emmylou Harris e Rodney Crowell.

Tracklist
[CD1]
1. Please Don’t Tell Me How The Story Ends – Buddy Miller
2. Kristofferson – Jessi Alexander, Jon Randall & Larry Gatlin
3. Here Comes That Rainbow Again – Martina McBride
4. The Taker – Ryan Bingham
5. The Captive – Jessi Colter
6. Nobody Wins – Lee Ann Womack
7. Jesus Was A Capricorn (Owed To John Prine) – Jack Ingram
8. Worth Fighting For – Jennifer Nettles
9. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) – Rosanne Cash
10. Chase The Feeling – Emmylou Harris & Rodney Crowell
11. The Pilgrim, Chapter 33 – Emmylou Harris & Kris Kristofferson

[CD2]
1. From The Bottle To The Bottom – Dierks Bentley & The Travelin’ McCourys
2. Help Me Make It Through The Night – Lady Antebellum
3. Under The Gun – Darius Rucker
4. For The Good Times – Jamey Johnson & Alison Krauss
5. Casey’s Last Ride – Alison Krauss
6. If You Don’t Like Hank Williams – Hank Williams Jr.
7. To Beat The Devil – Eric Church
8. Me And Bobby McGee – Reba McEntire
9. Sunday Mornin’ Comin’ Down – Willie Nelson & Kris Kristofferson
10. Encore: Why Me – Kris Kristofferson & Full Ensemble

Ma anche questa versione “monca” ha il suo perché, dato che i vari interpreti sono tutti in forma e rispettosi della figura di Kris, e poi le canzoni sono già strepitose di loro, e quindi non ci vuole molto di più per fare un gran bel disco. La house band è quella che ultimamente viene usata spesso per questo genere di tributi: il già citato Buddy Miller alla chitarra (doppiato da Audley Freed), Fred Eltringham alla batteria, Matt Rollings al piano e fisarmonica, Mickey Raphael all’armonica, Greg Leisz alla steel e mandolino e Don Was al basso e direzione musicale, oltre alle McCrary Sisters ai cori. Una band da sogno che si fa sentire subito con una solida Here Comes That Rainbow Again, cantata in maniera emozionante dalla brava Martina McBride e suonata alla grande (con Rollings in grande evidenza), e poi la canzone è splendida. Ryan Bingham non lo scopriamo certo oggi, e la sua The Taker è giusto a metà tra country e rock, in puro stile outlaw: voce roca, ritmo spedito e chitarre in palla; Jennifer Nettles non è forse famosissima, ma ha una gran voce, molto soulful e quasi nera (mentre lei è in realtà biondissima), e Worth Fighting For le si adatta alla perfezione, con le tre McCrary che “controcantano” alla loro maniera, con un leggero tocco gospel. Loving Her Was Easier è tra le canzoni più belle del songbook di Kris, e sono contento che l’abbia presa Rosanne Cash, sempre più brava ogni anno che passa: versione toccante, fluida, in una parola bellissima (e poi mi piace questa cosa che gli americani non cambiano le parole delle canzoni dal maschile al femminile e viceversa a seconda se a cantarla è un uomo o una donna).

Kristofferson sale sul palco una prima volta insieme ad Emmylou Harris, un duetto favoloso con la splendida The Pilgrim: Chapter 33, una delle mie preferite in assoluto (pare ispirata dalla figura di Bob Dylan), con Kris che sprizza carisma appena apre bocca, mentre Dierks Bentley ha la sfortuna di arrivare dopo il padrone di casa, ma se la cava molto bene con una vibrante From The Bottle To The Bottom, che i Travelin’ McCourys colorano di bluegrass. Quando ho visto che la mitica Help Me Make It Through The Night era stata affidata ai Lady Antebellum, tragico gruppo di pop travestito da country, ho avuto un brivido di paura, ma per la serata i tre fanno le persone serie e ripropongono il classico brano in maniera languida e romantica, anche se avrei comunque preferito una interpretazione più energica da parte di chiunque altro, mentre l’ex frontman degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker (da tempo reinventatosi come artista country), rilascia una tonica e roccata Under The Gun, che Kris aveva scritto con Guy Clark, prima di cedere il palco alla strana coppia Alison Krauss/Jamey Johnson, gentilezza e rudezza in un colpo solo, che però si intendono alla grande con la suadente For The Good Times, riproposta con classe e più nei territori della bionda Alison che in quelli del barbuto Jamey.

Hank Williams Jr. è un altro che quando vuole sa il fatto suo, e stasera è nel suo ambiente naturale con la ruvida e coinvolgente If You Don’t Like Hank Williams, da anni nel suo repertorio; Eric Church è ormai un prezzemolo in questo genere di tributi, ma la sua To Beat The Devil è ben fatta e non priva di feeling. Per Reba McEntire vale il discorso fatto per gli Antebellum, io non l’avrei invitata (troppo annacquata di solito la sua proposta musicale), ma lei non è certo una stupida e ha dalla sua una certa esperienza: la leggendaria Me And Bobby McGee, forse la canzone simbolo di Kris, ne esce dunque alla grandissima, probabilmente una delle migliori dello show, con un arrangiamento addirittura rock’n’roll (e Reba ha comunque una gran voce). E’ l’ora del gran finale, con Kris che ritorna stavolta insieme a Willie Nelson, un duetto tra due leggende sulle note della mitica Sunday Morning Coming Down (peccato non abbiano fatto anche Highwayman, magari con Hank Jr. e Johnson al posto di Johnny Cash e Waylon Jennings), e poi tutti insieme sul palco con la magnifica Why Me, con il “festeggiato” che ha una presenza vocale ancora notevole nonostante l’età.

Un tributo da avere quindi (magari nella versione con DVD), ed ennesimo gran bel disco dal vivo di questo ricco 2016.

Marco Verdi

Due Ottimi Lavori Nel Segno Del Padre Della Musica Country. Doug Seegers – Sings Hank Williams/Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys

doug seegers sings hank williams

Doug Seegers – Sings Hank Williams – Capitol CD

Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys – Legacy/Sony CD

Credo che non ci sia bisogno di ricordare chi fosse Hank Williams, “inventore” della moderna country music e sicuramente nella Top 10 dei personaggi più influenti della musica popolare del secolo scorso, una figura che ancora oggi è considerata di fondamentale importanza nonostante la sua scomparsa prematura all’età di 29 anni. E’ indicativo il fatto che nel 2017 Williams venga ancora omaggiato da artisti più o meno famosi, ed oggi mi occupo di due di loro: il primo è un tributo in tutto e per tutto (fin dal titolo), mentre il secondo se proprio non nelle intenzioni lo è nei fatti, essendo ben 7 brani su 12 presi dal songbook del grande Hank. Quella di Doug Seegers è una delle più belle storie a lieto fine della nostra musica: musicista di strada che faceva una vita da homeless a Nashville, è stato scoperto alla tenera età di 60 anni dalla nota (in patria) cantante svedese Jill Johnson nell’ambito di un programma TV da lei condotto che si prefiggeva di esplorare il mondo nascosto della capitale del country americano.

Per farla breve, oggi Doug è definitivamente uscito dall’anonimato (in Svezia è una star), grazie a tre pregevoli album, di cui uno in duo con la Johnson, di ottima musica country classica, nei quali il nostro si è dimostrato anche un dotato songwriter: il suo disco dello scorso anno, l’ottimo Walking On The Edge Of The World, è finito anche su questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/ . Oggi Doug decide di mettere da parte per un attimo le sue canzoni ed omaggia la figura di Williams, che sicuramente ha esercitato anche su di lui un’influenza determinante: Sings Hank Williams è un bel dischetto di country music eseguita nel modo più tradizionale possibile, un sound davvero d’altri tempi, molto meno elettrico di quando Doug canta le sue canzoni, ma con la purezza del suono odierna. Il disco è stato inciso in Svezia con musicisti locali (basta leggere i nomi: Erik Janson, che è anche il produttore, Martin Bjorklund, Simon Wilhelmsson, Carl Flemsten), con l’aggiunta di una vera leggenda come lo steel guitarist Al Perkins. E poi c’è Seegers, che conosce queste canzoni a menadito (chissà quante volte le ha cantate per le strade di Nashville) e ha la voce giusta per cantarle, sia che “yodelizzi” in Long Gone Lonesome Blues, sia che si lasci trasportare dalla ritmica honky-tonk della saltellante Hey Good Lookin’, sia che affronti atmosfere western come nella leggendaria (e bellissima) Kaw-Liga. I titoli sono famosissimi, Doug non è andato a ricercare i cosiddetti “deep cuts”, cioè i pezzi più oscuri del songbook di Williams, ma è in un certo senso andato sul sicuro, sommando la sua bravura alla bellezza delle canzoni ed ottenendo un risultato quasi perfetto: la malinconica I’m So Lonesome I Could Cry, la splendida Cold Cold Heart, una delle più belle country songs di tutti i tempi, la mossa Settin’ The Woods On Fire o l’irresistibile Jambalaya (On The Bayou), solo per citarne alcune.

willie nelson willie's stash vol. 2

Willie & The Boys è invece il secondo capitolo della serie Willie’s Stash, nella quale il grande Willie Nelson si dedica alla pubblicazione dei suoi archivi: se il primo volume, December Day (2014) era accreditato al texano ed a sua sorella Bobbie, questo seguito è ancora un affare di famiglia, in quanto con Willie ci sono i figli Lukas e Micah, già noti per essere il primo il leader dei Promise Of The Real, gruppo che con anche Micah al suo interno è stato in ordine di tempo l’ultima backing band di Neil Young. Quando sono state incise queste canzoni, i due figli di Willie non erano però ancora famosi: stiamo parlando infatti di sessions avvenute nel 2011 e prodotte dall’ormai imprescindibile Buddy Cannon, e con musicisti del calibro di Bobby Terry, Jim “Moose” Brown, Mike Johnson, oltre all’inseparabile armonicista Mickey Raphael. Non è certamente la prima volta che Willie interpreta canzoni di Hank Williams, ma non ne aveva mai messe così tante su un solo disco: ben 7 su 12 come ho detto prima, e la personalità del nostro è tale che riesce in pratica a farle sembrare quasi scritte da lui. La particolarità del disco è data dal fatto che Lukas e Micah non si limitano ad accompagnare il padre, ma duettano in tutti i pezzi anche vocalmente, dando loro ulteriore linfa, anche se è indubbio che la temperatura sale di più quando al microfono si avvicina Willie.

Ci sono tre brani in comune con l’album di Seegers (una swingatissima Mind Your Own Business, I’m So Lonesome I Could Cry, la sempre grande Cold Cold Heart) ed altri classici di Williams come la vivace e coinvolgente Move It On Over, che apre il CD, la mitica Your Cheatin’ Heart, la meno nota Mansion On The Hill e la strepitosa Why Don’t You Love Me. Ma c’è anche altro: Willie riprende anche un suo vecchio classico degli anni sessanta, Healing Hands Of Time (versione pura e cristallina), ed omaggia altri tre “Hanks”, e cioè Hank Cochran con la splendida Can I Sleep In Your Arms, una country song che più classica non si può, il meno noto Hank Locklin con il limpido honky-tonk Send Me The Pillow You Dream On, per finire con Hank Snow, del quale viene ripresa la notissima I’m Movin’ On con classe purissima. Per finire con la fluida My Tears Fall, unico pezzo ad essere stato inciso non nel 2011 ma nell’inverno del 2016 (e scritta dalla supermodella Alyssa Miller, fidanzata di Lukas, al quale vanno i miei complimenti, andate su Google a cercare le foto della ragazza e capirete) ed anche una gran bella canzone.

Due album simili ma diversi, e comunque entrambi da tenere in grande considerazione se amate la vera country music.

Marco Verdi

Ma Lo Sapete Che E’ Pure Brava?!? Carla Bruni – French Touch

carla bruni french touch

*NDB Una breve premessa del titolare del Blog: come dice Marco alla fine della recensione, il “personaggio” non gode delle simpatie musicali del sottoscritto (per il resto nulla da dire, anche se il suo appoggio, più volte espresso, per Cesare Battisti, non me la rende ancora più attraente anche sul lato umano). Comunque come diceva, non Voltaire, a cui è stata attribuita la frase, ma una delle sue biografe, tale Evelyn Beatrice Hall: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Oddio, magari proprio la vita no, ma una pagina del Blog sì, e aggiungo che non condivido quasi nulla di quanto detto nel Post anche sui contenuti musicali, ma concludo con una seconda citazione colta “de gustibus non disputandum est”, quindi buona lettura (ammetto di avere aggiunto un punto di domanda ed uno esclamativo al titolo).

Carla Bruni – Franch Touch – Verve/Universal CD – CD/DVD

Quel “pure” nel titolo del post è riferito al fatto che ci troviamo di fronte indiscutibilmente ad una delle donne più belle del mondo, e che per qualche anno, cioè quando l’attuale marito Nicolas Sarkozy era presidente della repubblica francese, anche delle più potenti. Carla Bruni (nata Bruni Tedeschi) era già famosissima prima di sposare l’ormai ex presidente transalpino, non tanto per la sua carriera di musicista, quanto per il fatto che è stata per anni una delle più importanti modelle in circolazione, ed anche in secondo luogo per aver frequentato di sfuggita il mondo del rock sotto forma di flirt amorosi, si dice, con Eric Clapton e Mick Jagger. Nel nostro paese non riscuote molte simpatie, più che altro per il fatto di aver preferito la nazionalità francese a quella italiana (è infatti originaria di Torino), ma chi lo dice forse non sa che Carla vive in Francia da quando ha sette anni, e quindi ha tutto il diritto di sentirsi appartenente al paese d’oltralpe (e, bisogna riconoscerlo, non ha mai rinnegato le sue radici italiche). Appassionata di musica, la Bruni ha esordito nel 2002 con Quelqu’Un M’A Dit, un album che ha avuto un buon successo, soprattutto nei paesi francofoni, anche se l’attenzione su di sé come cantante (anche del sottoscritto) l’ha attirata cinque anni dopo con No Promises, un bel disco in lingua inglese con una serie di adattamenti in musica di testi di vari poeti (Yeats, Emily Dickinson, ecc.) in uno stile pacato, raffinato e melodico che qua e là poteva ricordare anche Leonard Cohen.

Dopo altri due dischi meno interessanti ed ancora in lingua francese, Carla torna tra noi con questo French Touch, nel quale reinterpreta alcuni famosissimi brani contemporanei di stampo pop, country ed anche rock, ma arrangiando il tutto con uno stile ancora raffinato, quasi jazz, e decisamente piacevole. Quando ho visto che il produttore era David Foster ho avuto qualche brivido di paura, dato che stiamo parlando di uno che è abituato a lavorare con Celine Dion, Whitney Houston, Madonna, Mariah Carey ed anche i nostri Andrea Bocelli e Laura Pausini, quindi uno che di solito ha la mano pesante: in French Touch però è tutto il contrario, e riveste le canzoni con lo stretto necessario, una chitarra acustica, percussioni, pianoforte, fiati ed archi quanto basta, ed al centro la voce di Carla, che è uno strumento a sé. Infatti non stiamo parlando di una voce bella nel senso puro del termine, non è Janis JoplinLiza Minnelli né tantomeno Edith Piaf (per restare in Francia), a volte è più un sussurro che un canto vero e proprio, ma l’intonazione c’è e poi, cosa che a noi maschietti suscita scosse telluriche nelle parti intime, una bella dose di sensualità. Alcuni pezzi di French Touch sono stati incisi a Parigi con musicisti locali, ma altri ai Capitol Studios di Hollywood e con dentro vere e proprie icone come il grande Jim Keltner alla batteria e il formidabile chitarrista Dean Parks. L’album dura solo 34 minuti, ma c’è anche una versione con DVD allegato, con dentro un paio di videoclip ed alcune canzoni suonate in acustico durante uno special televisivo francese.

Apre il disco Enjoy The Silence, uno dei brani più noti dei Depeche Mode: la melodia è molto conosciuta, e qua l’attacco è dato da una chitarra acustica e da malinconici rintocchi di piano, poi entra la voce sexy di Carla ed il resto della band che avvolge il brano in maniera emozionante, con archi non invadenti ed un breve assolo di slide. Un ottimo avvio. Jimmy Jazz è proprio quella dei Clash (nel booklet interno Carla spiega canzone per canzone le sue scelte), e qui l’arrangiamento la fa diventare un delizioso pop afterhours di classe, jazzato come da titolo e godibilissimo, con uno splendido pianoforte ed uno squisito intervento di fiati in puro stile dixieland. Love Letters (l’ha fatta anche Elvis) ricorda certe cose di Rickie Lee Jones quando vuole jazzare, altra bella versione, fluida e distesa, con una chitarrina che fa capolino ogni tanto; Miss You è la prima sorpresa, con la Bruni che spoglia il brano degli Stones del ritmo da discoteca lasciando intatta la melodia, e trasformandolo in una bossa nova davvero raffinatissima e con un feeling ispanico (*NDB Scusate se mi intrometto ancora, ma a proposito di voci femminili, Etta James ai tempi ne aveva fatta una versione leggerissamente migliore, a mio parere https://www.youtube.com/watch?v=ZMT4mwvAIWQ), mentre The Winner Takes It All, proprio il successo degli ABBA, è in versione rallentata, con la voce particolare di Carla in primo piano, una chitarra arpeggiata ed un violoncello, un pezzo che, spogliato delle frequenti sonorità pacchiane del quartetto svedese, risulta malinconico e struggente.

Crazy era già raffinata nella versione del suo autore Willie Nelson (o di Patsy Cline, che fu colei che la portò al successo), qui Carla la movimenta un pochino, ancora con un leggero tocco pop-jazz e, sorpresa sorpresa, compare anche Willie in persona a duettare con lei (portandosi dietro anche Mickey Raphael all’armonica), e la temperatura sale ulteriormente; che dire di Highway To Hell degli AC/DC ripresa in versione jazz-lounge, con il riff di chitarra di Angus Young sostituito da una sezione fiati? Un po’ spiazzante a dire il vero, e qui forse è l’unico caso in cui si sfiora l’effetto-parodia (vi ricordate i Big Daddy?). Ma Carla riprende subito in mano il gioco con la splendida Perfect Day di Lou Reed, rifatta come un valzerone francese, una situazione che si addice alla perfezione a Madame Sarkozy (anche se nel ritornello il brano riprende la sua forma conosciuta, e Carla canta benissimo). Sembra strano ma Stand By Your Man, uno dei brani country al femminile più famosi di sempre (immortale la versione di Tammy Wynette) è rifatta con buona aderenza all’originale, con tanto di piano honky-tonk e dobro: una delle più riuscite. Please Don’t Kiss Me era interpretata da Rita Hayworth nel film La Signora Di Shanghai, e la Bruni la rifà in maniera giustamente vintage, con una strumentazione simile a quella di Bob “Sinatra” Dylan; chiude il CD la famosissima Moon River, scritta da Johnny Mercer con Henry Mancini per il film Colazione Da Tiffany, un pezzo che hanno rifatto sia lo stesso Sinatra che Sarah Vaughan, ma Carla non si lascia intimorire e la rifà alla sua maniera, voce in primo piano e poco altro.

Sono perfettamente conscio del fatto che la figura di Carla Bruni  possa non godere delle simpatie del titolare di questo blog e dei suoi abituali lettori, ma credetemi se vi dico che nel trasporto con cui ho giudicato questo French Touch il mio indiscutibile debole per il fascino femminile c’entra fino ad un certo punto.

Marco Verdi

Con Babbo, Fratello, Zia e Cugine “Acquisite” Al Seguito, Non Male. Lukas Nelson And Promise Of The Real

lukas nelson & promise of the real

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Lukas Nelson & Promise Of The Real –Fantasy/Concord//Universal

Lukas Nelson, non ce lo possiamo nascondere, è il figlio di Willie Nelson, uno dei sette, insieme all fratello Micah, il più giovane della discendenza. Il suo primo disco, sempre omonimo, era uscito nel 2010, a livello indipendente, poi ne hanno fatti uno per la Warner e un altro indie, e questo quindi è il quarto album: in mezzo i Promise Of The Real sono diventati la band di Neil Young, prima per il discreto (per il sottoscritto, http://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ a Marco era piaciuto) The Monsanto Years e poi per lo “strano” Live Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ .Si parlava anche di un ennesimo disco in coppia con il canadese (e infatti era uscito il video per un brano nuovo Children Of Destiny,  ma per ora non se ne è fatto nulla https://www.youtube.com/watch?v=4RKBUG9VLFU ), ma a sorpresa esce questo nuovo CD,: il fratello Micah Nelson è stato retrocesso ad ospite, al piano e banjo in un brano, mentre il resto della famiglia è presente tutta, babbo Willie con chitarra Trigger al seguito in Just Outside Of Austin, dove appare anche al piano la zia Bobbie Nelson. Volendo, come ospiti, ci sarebbero anche le “cuginette” acquisite Lucius (sentite nel recente disco di Roger Waters), presenti in cinque brani, e la “lontana cugina italiana” Lady Gaga, in due brani, dove non fa disastri, in uno indistinguibile, potrebbe cantare chiunque, anche Janis Joplin risorta, nell’altro Find Yourself, uno dei pezzi migliori del disco, persino brava.

La formazione è diventata un sestetto, aggiungendo un tastierista e un secondo chitarrista, alla steel: il genere? Bella domanda, direi che più che country, che è comunque presente, si potrebbe definire Americana, roots music, spesso con una propensione per il rock: se avete letto da qualche parte che ascoltando Lukas sembra di sentire il padre, non credeteci, per me è una balla colossale, sì, Lukas ha una voce piacevole, direi persino “adeguata”, ma non è un grande cantante come Willie. Ci sono almeno un paio di categorie di cantanti, quelli che hanno una bella voce e quelli con una voce “particolare”, come Bob Dylan o Lou Reed, ma questi scrivono canzoni sensazionali. Forse ce ne sarebbe anche una terza, quelli con voce normale e canzoni memorabili, direi che Lukas Nelson non rientra in nessuna delle tre: questo non vuol dire che non sia bravo o che l’album sia brutto, tutt’altro, il disco è buono e si ascolta con piacere, con qualche pezzo sopra la media. Citando alla rinfusa, la conclusiva If I Started Over, una sorta di valzerone country pianistico con uso di pedal steel, dove effettivamente all’inizio la voce di Lukas assomiglia in modo impressionante a quella del babbo, ma poi quando sale di tonalità la similitudine si spegne, anche se la canzone rimane bella e malinconica, come certe composizioni di Willie. L’aria di famiglia si respira anche nella citata Just Outside Of Austin, che parte come una sorta di Everybody’s Talkin’ Part II, o un pezzo della Nitty Gritty più dolce e melanconica, e poi nella seconda parte quando il ritmo si anima maggiormente, si respira aria di morbido country texano, ma anche di qualche perduto brano di Glen Campbell, con la chitarra di Willie a sostituire il vecchio amico.

L’iniziale Set Me Down On A Cloud è un cadenzato pezzo rock dove si apprezza l’ottimo lavoro della solista, e anche di tutta la band, con una nota di merito per le armonie quasi gospel delle Lucius, che danno un aria rock got soul alla canzone, provvista pure di una bella coda strumentale un po’ alla Young; Die Alone è un robusto ‘70’s rock, di nuovo con le Lucius in spolvero, organo e chitarra in vivaci call and response, ben cantato ed energico il giusto, mentre Fool Me Once è un ondeggiante honky-tonk, dalle parti di Jimmy Buffett, solare e molto piacevole, sempre con Jess Wolf e Holly Laessig (le Lucius) a spalleggiare la voce del leader, che si disbriga con classe anche alla solista. Carolina è uno dei due brani con Lady Gaga, che insieme alle Lucius canta le armonie vocali di questo leggero connubio tra honky-tonk e qualche deriva caraibica, piacevole ma niente di che; Runnin’ Shne è il pezzo dove appare il fratello Micah, una morbida ballata quasi alla James Taylor o alla John Denver nella parte iniziale, che poi si apre e si trasforma in una texan country song, con Find Yourself, l’altro pezzo con Lady Gaga, che è un potente blues-rock, cadenzato e chitarristico che ricorda nella sua andatura anche certi pezzi dei Pink Floyd quando la chitarra di David Gilmour è più presente, e l’intreccio di voce maschile e femminile è veramente trascinante, decisamente una bella canzone, con lunghi inserti strumentali, che si ripetono anche in Forget About Georgia, l’altro pezzo forte dell’album, un sontuoso mid-tempo, una sorta di “risposta” al Ray Charles di Georgia on My Mind (nel testo), serena ed avvolgente, di nuovo con le Lucius in bella evidenza, e dove appaiono ancora le influenze di Neil Young, soprattutto nella lunga coda strumentale. Non male anche Four Letter Word e High Times dove si vira verso un country-southern energico, quasi alla Billy Joe Shaver, tutto ritmo e chitarre, e quella specie di ninna-nanna  dolce e fischiettata Breath Of My Baby, dedicata alla prole, forse superflua ma gradevole.

Bruno Conti

Appena In Tempo. Anche Glen Campbell Ci Ha Lasciato: Se “Lungo Addio” Doveva Essere… Questo E’ Stato Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

glen campbell adios

Come forse avrete letto l’8 agosto anche Glen Campbell se ne è andato, aveva 81 anni e dopo una lunga battaglia con l’Alzheimer durata ben sei anni è morto a Nashville l’altro ieri. Prima di lasciarci ha fatto comunque in tempo a regalarci un ultimo album Adios, del quale a seguire mi sembra doveroso riproporre come omaggio alla sua arte la recensione pubblicata circa un mese, recensione che conteneva anche una breve cronistoria della sua carriera musicale.

Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti