Appena In Tempo. Anche Glen Campbell Ci Ha Lasciato: Se “Lungo Addio” Doveva Essere… Questo E’ Stato Uno Dei Migliori. Glen Campbell – Adios

glen campbell adios

Come forse avrete letto l’8 agosto anche Glen Campbell se ne è andato, aveva 81 anni e dopo una lunga battaglia con l’Alzheimer durata ben sei anni è morto a Nashville l’altro ieri. Prima di lasciarci ha fatto comunque in tempo a regalarci un ultimo album Adios, del quale a seguire mi sembra doveroso riproporre come omaggio alla sua arte la recensione pubblicata circa un mese, recensione che conteneva anche una breve cronistoria della sua carriera musicale.

Glen Campbell – Adios – 2 CD Deluxe Universal Music Enterprises

Una premessa doverosa, se conoscete le circostanze che hanno dato vita a questo disco: l’album è veramente bello, forse addirittura il migliore, o tra i migliori in assoluto, della carriera di Glen Campbell. Si diceva delle circostanze: all’inizio del 2011 al musicista di Billstown, Arkansas, viene diagnosticata una forma già sviluppata di Alzheimer (che forse era in corso da prima), ma in effetti già l’anno precedente Campbell aveva registrato un disco Ghost On The Canvas, poi pubblicato nell’agosto del 2011, che doveva essere il suo album di addio; a seguito della pubblicazione Glen si imbarca anche nel suo “Tour d’addio”, nel corso del quale viene annunciata pubblicamente la malattia, anche per giustificare le sue perdite di memoria o eventuali discorsi sconnessi sul palco, che sono tra i sintomi dell’Alzheimer. Nel 2013 poi esce See You There, un ulteriore disco con tracce vocali registrate durante le stesse sessions del 2009-2010 a cui è stata aggiunta una nuova base strumentale. Tra l’altro entrambi gli album erano piuttosto piacevoli e ben suonati e cantati; la malattia ha poi proseguito il suo corso e attualmente Campbell è in una clinica in quelle che paiono le fasi finali del suo male, ma, come poi ha rivelato la moglie Kim, dopo il tour di commiato, il cantante era entrato in studio ancora, tra il novembre del 2012 e il gennaio del 2013, per registrare l’album di cui stiamo parlando, il suo vero commiato, questo Adios, per chi non conoscesse Campbell, allegato al CD “nuovo”, c’è anche una raccolta di successi, con 16 brani non in ordine cronologico, che tracciano la storia di uno dei grandi della musica americana.

Chiamiamolo un “crooner country”, ma è stato anche un formidabile chitarrista, uno dei membri della “Wrecking Crew”, Beach Boys onorario (ha sostituito spesso Brian Wilson nei tour e ha suonato su Pet Sounds), con una serie impressionante di dischi di studio registrati nella sua carriera, questo è il n° 64 (neanche Johnny Cash o Dylan credo sono stati così prolifici, nel 1968 il suo anno d’oro sono usciti ben cinque album): nella raccolta troviamo gli splendidi brani scritti da Jimmy Webb, tra cui By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, ma anche il suo più grande successo, Gentle On My Mind, la canzone di John Hartford, in una versione scevra di archi, per un brano che era il diretto antenato di Everybody’s Talkin’ (in cui Campbell aveva suonato la chitarra), e ancora True Grit, il tema di “Il Grinta”, il film di John Wayne, una Southern Nights di Allen Toussaint, che sembra un pezzo della Nitty Gritty o di Loggins & Messina, e anche cover dei Foo Fighters o di Jackson Browne, incise negli ultimi album, il tutto cantato con una voce splendida ed espressiva, calda ed avvolgente, e se ogni tanto gli arrangiamenti di archi sono forse eccessivi, erano comunque un segno dei tempi, le canzoni rimangono bellissime.

Per questo capitolo finale Glen Campbell, aiutato dal suo produttore abituale, l’ottimo cantante e musicista Carl Jackson, ha voluto incidere alcune cover di celebri brani che non aveva mai affrontato nella sua carriera (non è del tutto vero, ma lo vediamo tra un attimo): sono con lui i tre figli, oltre ad un manipolo di ottimi musicisti, tra cui spiccano Aubrey Haynie al violino e mandolino, Mike Johnson alla steel guitar, Catherine Marx al piano, oltre allo stesso Jackson alla chitarra acustica (visto che Campbell non riusciva più a suonarla) ed alcuni ospiti di nome. Il disco ha un suono eccellente, raramente o mai sopra le righe, Glen per essere all’epoca un 76enne malato ha ancora una voce quasi uguale a quella degli anni d’oro e le canzoni sono molto belle: dall’iniziale Everybody’s Talkin’, il tema dell’Uomo Da Marciapiede, di Harry Nilsson (ma scritta da Fred Neil), qui in una versione leggermente accelerata, che non diminuisce il fascino del pezzo, con il banjo della figlia di Glen, Ashley Campbell, in bella evidenza a sottolineare la matura e vissuta voce del babbo, ancora in grado di arditi falsetti.

Il primo brano scelto di Jimmy Webb è la delicata Just Like Always, una romantica ballata con uso di pedal steel, seguita dal duetto con Willie Nelson (poteva mancare?) Funny How Time Slips Away, più di 150 anni in due, ma che classe, non so chi canta meglio; Arkansas Farmboy è un pezzo di Carl Jackson, una specie di biografia della gioventù di Glen, a tempo di valzerone country, con una strumentazione acustica parca, ma ricca di dettagli sonori. Am I All Alone di Roger Miller viene prima presentata in un breve frammento dell’originale e poi nella nuova versione con Vince Gill alle armonie vocali, bellissima pure questa; It Won’t Bring Her Back, il secondo brano di Webb, ancora con una magnifica weeping steel è un’altra country tune di grande fascino, degna dei grandi balladeer americani, avvolgente e ad alto tasso emotivo, sempre con splendide armonie vocali della famiglia Campbell, sembra quasi un pezzo degli Eagles. E pure la versione di Don’t Think Twice, It’s Allright di Dylan è da applausi, ispirata da quella country di Jerry Reed, con dell’ottimo picking dei musicisti; She Tinks I Still Care in effetti l’aveva già incisa in un album del 1972, ma è un classico della country music, con decine di riletture fatte da grandi nomi (da George Jones in giù), talmente bello che una nuova versione, tra l’altro di ottima fattura, ci sta proprio bene.

Anche Postcards From Paris, sempre di Jimmy Webb, era già apparsa su See You There, ma questa nuova versione di una grande canzone, con i figli che intonano “I Wish You Were Here”. manda un groppo giù per la gola, sembra quasi una canzone di James Taylor e pure di quelle belle. Jerry Reed appare anche come autore, di un brano che è stato uno dei grandi successi di Johnny Cash (soprattutto in Europa) A Thing Called Love, altro pezzo dal fascino inalterato nel tempo, ancora con Campbell in pieno controllo vocale ed emotivo. Se deve essere Addio, l’ultimo pezzo di Jimmy Webb scelto, è proprio la title track Adios, una ballata di una bellezza struggente, cantata con grande trasporto da Glen Campbell che pone l’ultimo sigillo alla sua carriera e ci saluta con malinconia ma anche un senso di profonda serenità. Forse solo Warren Zevon con The Wind e la canzone Keep Me In Your Heart in particolare, aveva saputo salutare i suoi fans, conscio della fine imminente, con un testamento sonoro di tale fattura ed intensità. La versione doppia del CD è quasi d’obbligo.

Bruno Conti

Uno Splendido Omaggio Al Country Texano Anni Settanta. Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw

steve earle so you wanna be an outlaw

Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw – Warner CD – Deluxe CD/DVD

Dopo il piacevole ma piuttosto disimpegnato disco di duetti con Shawn Colvin di un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/ , torna Steve Earle con uno degli album più belli della sua ormai più che trentennale carriera. So You Wannabe An Outlaw è un CD di brani originali che, come lascia intuire il titolo, è anche un sentito tributo ad una certa musica country texana dei seventies, meglio conosciuta come Outlaw Music, che aveva i suoi massimi esponenti in Willie Nelson, Waylon Jennings e Billy Joe Shaver, un country robusto ed elettrico e non allineato con i precisi dettami commerciali di Nashville. Ma questo album è anche un omaggio di Steve alla sua gioventù, ed ai suoi primi passi come songwriter, quando venne preso dal grande Guy Clark sotto la sua ala protettiva (e Guy viene ricordato in una delle canzoni più intense del disco). Dal punto di vista sonoro So You Wanna Be An Outlaw è il lavoro più country di Earle da moltissimi anni a questa parte, se escludiamo il disco The Mountain inciso con la Del McCoury Band (che però era molto più legato ai suoni folk appalachiani), ed è forse il primo album a ricollegarsi direttamente ai due suoi fulminanti dischi d’esordio, Guitar Town ed Exit 0. Il suono è robusto, con Waylon come influenza principale, la produzione è dell’ormai inseparabile Richard Bennett, e la band che lo accompagna, oltre a qualche ospite che vedremo, sono i fedeli Dukes, che nella formazione attuale comprendono Chris Masterson alla chitarra solista, Eleanor Whitmore al violino e mandolino, Kelley Looney al basso, Brad Pemberton alla batteria, Ricky Ray Jackson alla steel e Chris Clark alle tastiere e fisarmonica.

E le canzoni di Steve sono, ripeto, tra le migliori che il nostro ha messo su CD da molti anni a questa parte, cosa ancora più significativa dal momento che il musicista texano d’adozione fa parte di quella ristretta schiera di artisti che non ha mai sbagliato un disco. L’album inizia benissimo con la title track, robusta country song che fa molto Waylon & Willie, in cui Earle fa la parte di Jennings e Willie Nelson fa…sé stesso, accompagnati dai Dukes in maniera energica con grande uso di steel e violino, ma anche di chitarre elettriche. Molto bella anche Lookin’ For A Woman, tempo cadenzato, melodia fluida e solare, voce del nostro leggermente arrochita e solito gran gioco di chitarre https://www.youtube.com/watch?v=eaj4iv58s0E ; The Firebreak Line è un delizioso rockabilly elettrico, gran ritmo e Steve pimpante come non lo sentivo da anni, mentre News From Colorado è una delicata ballata di stampo acustico (scritta assieme all’ex moglie Allison Moorer), dominata dalla voce imperfetta ma vissuta del leader. La tonica If Mama Coulda Seen Me ha poco di country, in quanto è un rock’n’roll tra il Texas e gli Stones, anche se il motivo sembra davvero uscire dalla penna di Waylon, Fixin’ To Die non è il classico di Bukka White ma un brano originale dallo stesso titolo, ed anche qui la base è blues, ma ad alta gradazione rock, di sicuro il pezzo meno in linea con le atmosfere del disco, mentre This Is How It Ends è un duetto con Miranda Lambert (che è anche co-autrice del brano), una squisita country ballad dal ritmo spedito e melodia cristallina, tra le più belle del CD.

The Girl On The Mountain, ancora lenta ed intensa, e con violino e steel più languidi che mai, precede due scintillanti honky-tonk, You Broke My Heart (con Cody Braun dei Reckless Kelly al violino) e la più elettrica Walkin’ In L.A., nella quale partecipa il leggendario countryman texano Johnny Bush con il suo vocione, due pezzi decisamente riusciti e godibili, che verrebbero approvati anche da uno come Dwight Yoakam. Il country elettrico di Sunset Highway, il più vicino come suono ai primi due album di Steve, ed il toccante e sentito omaggio a Guy Clark di Goodbye Michelangelo, chiudono positivamente il CD “normale”: sì, perché esiste anche una versione deluxe che, oltre ad un DVD aggiunto (con dentro il making of, il videoclip della title track ed un commento canzone per canzone da parte di Steve), presenta quattro brani in più, quattro cover scelte appunto nel repertorio dei tre più famosi Outlaws citati prima, ovvero Waylon, Willie e Shaver. Di quest’ultimo Steve propone Ain’t No God In Mexico, mentre di Nelson vengono scelte le poco note Sister’s Coming Home e Down At The Corner Beer Joint (unite in medley), e l’altrettanto oscura Local Memory, mentre di Waylon abbiamo la famosa Are You Sure Hank Done It This Way, rifatta alla grande da Steve, con spirito da vero rocker. L’ho già detto ma è doveroso ripeterlo: So You Wannabe An Outlaw è un grande disco, uno dei migliori di sempre di Steve Earle.

Marco Verdi

Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

chris stapleton from a room vol.1 colter wall colter wall

Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

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Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

Una Grande Serata Di Vero Country In Quel Di Austin! Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings

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Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings – Legacy/Sony CD/DVD

Splendido tributo alla musica di Waylon Jennings, uno dei più importanti musicisti country di tutti i tempi, vera leggenda in Texas, ed esponente di punta insieme a Willie Nelson del cosiddetto movimento “Outlaw Country”, che negli anni settanta si contrapponeva al country più commerciale che veniva prodotto a Nashville. Il concerto si è tenuto quasi due anni fa, il 6 Luglio del 2015, al Moody Theatre di Austin, ed è stata una grande serata, nella quale si sono dati appuntamento una lunga serie di amici e discepoli di Waylon (più i secondi dei primi, purtroppo molti sono da tempo in cielo a far compagnia a Jennings) per suonare alcuni tra i brani più noti del grande texano, la cui influenza si è fatta sentire di più dopo la scomparsa (avvenuta nel 2002 in seguito a complicazioni dovute ad una grave forma di diabete, ma conseguenza di una vita nella quale il nostro non si era fatto mancare niente) che nel periodo di attività, complice una discografia non sempre all’altezza, specie negli anni ottanta. Ora la Legacy pubblica finalmente il resoconto di quella serata, in versione CD con DVD allegato, in modo da far godere anche noi delle performances dedicate a Waylon, un concerto nel quale gli invitati hanno dato veramente il meglio di loro stessi, sia i fuoriclasse (e ce n’erano parecchi), sia quelli che a prima vista poco c’entravano con il barbuto countryman texano; in tutti i brani, poi, troviamo la solita house band da sogno che non manca mai in queste occasioni: Don Was al basso, produzione e direzione musicale (ed ultimamente il riccioluto Don non se ne perde uno di questi tributi), Buddy Miller e Patrick Buchanan alle chitarre, Matt Rollings alle tastiere, l’ottimo Robby Turner alla steel guitar, Mickey Raphael all’armonica (da sempre nella band di Willie Nelson), ben due batteristi (Raymond Weber e Richie Albright) e tre coristi.

Il DVD rispetto al CD contiene due brani in più (curiosamente entrambi con protagonista Sturgill Simpson, che quindi nella parte audio non compare – NDM: la presente recensione è fatta sul CD, sorry Sturgill…) più varie interviste agli ospiti che parlano chiaramente di Waylon; da segnalare purtroppo l’assenza di Billy Joe Shaver, che si può spiegare forse solo con il suo precario stato di salute, anche se è una mancanza che pesa non poco. La serata inizia alla grande con una delle performances migliori, grazie all’ottimo Chris Stapleton che propone una versione mossa e tonica, decisamente rock’n’roll, di Ain’t Living Long Like This, il brano di Rodney Crowell che Waylon fece suo nell’ormai lontano 1979, un avvio potente e trascinante, con ottimi interventi di piano e steel; il figlio di Waylon, Shooter Jennings, non si fa contaminare da sonorità strane come spesso fa ultimamente nei suoi dischi, anzi riesce anche a toccare le corde giuste con Whistlers And Jugglers, uno slow classico e con la giusta dose di pathos (splendido Rollings al piano, e strepitoso il finale chitarristico, molto southern), mentre la riunione di famiglia continua con la moglie di Waylon, e madre di Shooter, Jessi Colter, che emoziona con la sua Mona (se siete veneti non fraintendete quest’ultima frase per favore), solo voce e piano ma tanto feeling.

Sale sul palco la prima leggenda vivente della serata: Bobby Bare è un contemporaneo di Waylon, ed uno dei grandi del country, e la sua Only Daddy That’ll Walk The Line è piena di ritmo e grinta nonostante l’età avanzata del nostro; la voce limpida di Lee Ann Womack affronta molto bene la melodica Ride Me Down Easy (proprio di Shaver) e, in duetto con Buddy Miller, la cristallina Yours Love, ed anche il bravissimo Jamey Johnson strappa applausi a scena aperta con Freedom To Stay, country ballad classica cantata con il cuore in mano. La brava Kacey Musgraves sembra ferma agli anni sessanta, sia come stile che come look, e con The Wurlitzer Prize mantiene entrambi i piedi ben saldi in quel periodo, mentre Robert Earl Keen è uno dei migliori texani della generazione successiva a quella di Waylon, ma questa sera la sua rilettura di Are You Sure Hank Done It This Way ha qualcosa che non va, troppo elettrica e rock, quasi monolitica, molto meglio l’arrangiamento originale; Kris Kristofferson non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei grandissimi e non solo della musica country, uno che potrebbe cantare qualsiasi cosa: stasera sceglie I Do Believe, uno slow dall’accompagnamento leggero e con al centro la voce vissuta di Kris che, inutile dirlo, la fa diventare quasi una sua canzone. Strepitoso Ryan Bingham con Rainy Day Woman, in un arrangiamento grintoso e rock ma rispettoso della struttura country dell’originale, un brano che la voce ruvida di Ryan affronta senza problemi (e la steel di Turner è monumentale); sale sul palco Alison Krauss per due pezzi, la dolcissima Dreaming My Dreams With You (splendida la voce della bionda cantante e violinista) e, con Jamey Johnson, una mossa, ritmata e coinvolgente I Ain’t The One, dal deciso sapore sudista.

Toby Keith ed Eric Church non sono certo tra i miei countrymen preferiti, ma stasera non deludono, anzi convincono con due riletture serie e sentite di Honky Tonk Heroes e Lonesome, On’ry And Mean rispettivamente. E’ la volta del grande Willie Nelson, che sale sul palco e non scenderà più fino alla fine: Willie non è più quello di qualche anno fa, canta a fatica, in alcuni momenti sembra perfino a corto di fiato, ma ovviamente non poteva mancare, e comunque sopperisce con la sua presenza magnetica ed il suo immenso carisma (e poi chitarristicamente è ancora un portento); inizia da solo con la nota ‘Til I Gain Control Again, ancora di Crowell, e, in duetto rispettivamente con Keith e Stapleton, le mitiche Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys e My Heroes Have Always Been Cowboys, entrambe splendide, tra gli highlights dello show. Finale da urlo con la meravigliosa Highwayman, con Willie e Kris che fanno loro stessi, Shooter al posto del padre e Johnson in luogo di Johnny Cash, e poi tutti sul palco per la celebrazione finale con Luckenback, Texas, una delle canzoni-manifesto di Waylon. Un ottimo tributo: era ora che a tredici anni dalla sua scomparsa qualcuno si decidesse ad omaggiare Waylon Jennings in maniera adeguata.

Marco Verdi

La Quintessenza Del Country Texano! Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray

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Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray – Ameripolitan/Home CD

Dale Watson, texano doc, anche se è nato in Alabama, ormai viaggia al ritmo di due dischi all’anno. Lo avevamo lasciato nel 2016 prima a cantare dal vivo in mezzo alle galline (ed ai loro escrementi) nel bizzarro Chicken Shit Bingo e poi ad affrontare l’immancabile cover album che prima o poi tutti fanno (Under The Influence) http://discoclub.myblog.it/2016/11/25/ecco-altro-che-dischi-ne-fa-pochini-dale-watson-under-the-influence/ , che è già ora di rivederlo tra le nuove uscite. Ma questa volta Dale ha fatto le cose in grande, unendo le forze con Ray Benson, che in Texas è una vera e propria leggenda vivente, grazie alla sua leadership degli Asleep At The Wheel, grande gruppo country e western swing, veri eredi di Bob Wills & His Texas Playboys (ai quali hanno dedicato più di un tributo). I due in passato si erano sfiorati varie volte, ma un disco insieme non erano mai riusciti a farlo, almeno fino all’anno scorso, quando si sono presi il tempo necessario e si sono trovati in uno studio di Austin insieme ad un manipolo di musicisti con la “m” maiuscola, tra cui ben tre membri della band di Watson, i Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo Don Pawlak alla steel), più il figlio di Ray, Sam Seifert, alla chitarra elettrica (Seifert è il vero cognome di Benson), la nostra vecchia conoscenza Lloyd Maines sempre alla steel ed il bravissimo Dennis Ludiker al violino: Dale & Ray è il risultato di queste sessions, un ottimo disco di puro Texas country, ad opera di due musicisti in grande forma, un album che è anche la cosa migliore che hanno fatto da anni a questa parte.

E non è che i nostri si siano rivolti a songwriters esterni, in quanto, delle dieci canzoni totali, ben otto sono state scritte a quattro mani appositamente per questo progetto dai due texani (Benson è di Philadelphia, ma ormai è più texano di uno nato a Dallas) e solo due sono covers. Solo mezz’ora di musica, ma mezz’ora davvero intensa, all’insegna della miglior Texas music: gran ritmo, chitarre in tiro (Watson è un bravo chitarrista), honky-tonk scintillanti e grande uso di steel e violino. Niente di rivoluzionario, ma quello che c’è è fatto benissimo, con la ciliegina delle splendide voci baritonali dei due leader, entrambe profonde e carismatiche. Il classico disco just for fun, ma allo stesso tempo decisamente professionale e godibile dalla prima all’ultima nota. The Ballad Of Dale & Ray è perfetta per aprire il disco, uno scintillante honky-tonk elettrico con le due voci che si alternano con consumato mestiere, un brano divertente che è anche una dichiarazione d’intenti, con i due che elencano tutta una serie di cose che amano (dalla Lone Star Beer, al fumare erba, fino a Merle Haggard e Johnny Cash). Feelin’ Haggard è proprio un commosso omaggio al grande Hag, un brano che parla delle loro reazioni sconvolte alla notizia della morte del leggendario countryman avvenuta lo scorso anno, una languida ballata nel cui testo i due leader giocano ad inserire titoli di canzoni di Merle (e che voci); I Wish You Knew è un’energica cover di un antico brano dei Louvin Brothers, ritmo acceso con i due texani che si trovano nel loro ambiente naturale (e gran lavoro di steel e violino), mentre Bus’ Breakdown è un gioioso pezzo dal ritmo forsennato, con i nostri che mostrano di divertirsi non poco.

Write Your Own Songs, preceduta da un’introduzione parlata, è una strepitosa cover di un classico dell’amico Willie Nelson, una versione formidabile che rimanda più ai brani lenti degli anni settanta di Waylon che a quelli di Willie; Cryin’ To Cryin’ Time Again è invece un omaggio a Buck Owens (il brano è originale, ma Cryin’ Time era un classico di Buck), con i due che portano un pezzo di Texas a Bakersfield, un altro honky-tonk limpido e suonato con classe sopraffina, mentre Forget About Tomorrow Today è puro Lone Star country, ancora gran ritmo, voci perfette e notevoli assoli, ancora di steel e fiddle. A Hungover Ago è l’ennesimo brillante honky-tonk della carriera di Watson, un vero specialista in materia, con Benson che si adegua più che volentieri, e nella fattispecie uno dei pezzi più riusciti del CD; finale a tutto ritmo con la spedita e swingata Nobody’s Ever Down In Texas, nella quale la classe del duo fuoriesce alla grande (e questo è il brano più vicino allo stile degli Asleep At The Wheel), e con la deliziosa Sittin’ And Thinkin’ About You, una vera country song d’altri tempi. Dale Watson è una forza della natura (ma la qualità nei suoi dischi non manca mai), ed ora che ha coinvolto anche Ray Benson ci auguriamo che Dale & Ray non resti un episodio isolato.

Marco Verdi

Tra Country E Letteratura, Alla Maniera Texana! Zane Williams

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Zane Williams – Bringin’ Country Back – Texas Like That CD

Nel mondo della musica country, texana e non, solitamente i testi non hanno un’importanza determinante: il più delle volte le canzoni girano intorno agli stessi argomenti, che siano cowboys, donne, macchine, bevute in compagnia o da soli, cuori infranti e, nei casi più estremi, bad boys. Per questo un artista come Zane Williams, texano di Abilene, è visto come un’anomalia, in quanto coniuga ad una musica molto diretta ed elettrica, al 100% riconducibile al Lone Star State, una serie di testi poetici, letterari, spesso introspettivi e proprio per questo decisamente contrastanti con il tipo di suono proposto. Zane non incide per una major, è nato e probabilmente morirà indipendente, troppo vera e ruspante la sua musica e troppo poco omologati i suoi testi per poter interessare il dorato, ma anche vuoto, mondo di Nashville: ma al nostro va bene così, ha sempre inciso con regolarità dal 2006 in poi ed è sempre riuscito a pubblicare i suoi lavori, oltre ad ottenere ingaggi per poter suonare dal vivo.

Bringin’ Country Back è il suo sesto album, un anno dopo Texas Like That (in mezzo anche un’antologia, intitolata Snapshot, con un brano nuovo) e, se possibile, preme ancor di più l’acceleratore su un tipo di musica molto texana, un country rock intenso, ritmato, maschio e vibrante, con un ristretto gruppo di musicisti non famosi ma che badano al sodo, e la produzione asciutta di Erik Hearst (Josh Abbott Band, Eli Young Band). Piccola curiosità: il titolo del CD, Bringin’ Country Back, gli è venuto in mente dopo aver assistito ad un concerto di Cody Jinks, altro countryman con le palle ed autore di un disco tra i più belli dell’anno nel suo genere, I’m Not The Devil. Il disco si apre proprio con la title track, una country song decisamente texana, figlia di Waylon e con un accompagnamento robusto ed elettrico (anche violino e steel suonano guizzanti e per nulla languidi), e Zane ha la voce giusta. La saltellante Honkytonk Situation ha nel titolo quello che potete aspettarvi, con la memoria del miglior George Jones (che, non dimentichiamo, era texano pure lui), mentre Slow Roller è limpida e distesa, con il canto più rilassato del nostro ed un buon refrain.

Hello World, ancora mossa, è puro country rock, sapido e godibile, la ritmatissima Church Of Country Music è un gustoso swing elettrico, una modernizzazione con un pizzico di rock della lezione di Bob Wills; That’s Just Me ha un leggero retrogusto southern, sia per l’uso del piano elettrico che per il sapore errebi, I Don’t Have The Heart è invece una ballata dai toni comunque non smorzati, anzi nel ritornello il ritmo è sempre alto, mentre la bella You Beat All I’ve Ever Seen è uno slow di stampo western e condito dalla solita melodia diretta. Keep On Keepin’ On, caratterizzata da un bel uso del violino, è grintosa quanto basta, Goodbye Love è il pezzo più lento del CD, non è male ma io preferisco quando Zane fa il texano dal pelo duro, come nella conclusiva Willie’s Road, uno dei pezzi più riusciti, vibrante, cadenzata e coinvolgente come è giusto che sia un brano dedicato al grande Willie Nelson. Gli americani, in quanto di madre lingua, avranno magari anche la possibilità di godere delle capacità letterarie di Zane Williams, a noi comunque basta la sua musica.

Marco Verdi

Ancora Il 2016 Maledetto! Questa Volta Se Ne E’ Andato Leon Russell!

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Ancora non si è spenta l’eco della scomparsa del grande Leonard Cohen, che purtroppo dobbiamo registrare un’altra grave perdita nel mondo del rock: si è infatti spento ieri, all’età di 74 anni, Claude Russell Bridges, meglio conosciuto come Leon Russell, musicista di lungo corso e giustamente considerato uno dei più grandi pianisti bianchi della musica rock, vero e proprio idolo per esempio di “colleghi” dello strumento quali Randy Newman ed Elton John, ma anche vera e propria figura di riferimento nell’ambito di un certo rock di matrice sudista e ricco di contaminazioni con soul e gospel.

Nativo dell’Oklahoma, Russell iniziò a muovere i primi passi come membro degli Starlighters (in cui militava anche un giovanissimo J.J. Cale) e poi come sessionman per conto terzi negli anni cinquanta, fino ad arrivare a Los Angeles nei sessanta e ad entrare a far parte di quell’enorme ensemble di musicisti di studio conosciuto come The Wrecking Crew, arrivando ad incidere anche con Phil Spector, i Byrds (suonava su Mr. Tambourine Man), i Beach Boys, perfino Frank Sinatra e molti altri. Il suo esordio discografico si ebbe nel 1968 con Inside The Asylum Choir, inciso insieme al musicista texano Marc Benno, ma in quegli stessi anni iniziò a frequentare il giro di Eric Clapton (suonando anche sul debutto solista omonimo di Manolenta e scrivendo con lui la classica Blues Power) e di Delaney & Bonnie, partecipando ai loro primi album ed accompagnandoli anche in tour. Fu poi il direttore musicale di quell’allegro e splendido carrozzone che fu Mad Dogs & Englishmen, forse la prova più convincente della carriera di Joe Cocker, e nel 1971 fu chiamato da George Harrison, suo grande estimatore, per suonare il piano nella house band del famoso Concert For Bangladesh (durante il quale ebbe anche un eccellente momento come solista, con un medley fra Young Blood dei Coasters e Jumpin’ Jack Flash degli Stones).

Nel 1969 aveva anche contribuito a fondare la Shelter Records, etichetta in seguito fallita, ma che negli anni pubblicò, oltre ai suoi lavori, anche album di J.J. Cale, Don Nix, Phoebe Snow, Freddie King, oltre a far esordire Tom Petty & The Heartbreakers. Ovviamente Leon in quegli anni (ed anche in seguito), portava avanti anche la sua carriera solistica, che però era piuttosto avara di soddisfazioni (le sue canzoni più note, Delta Lady e A Song For You, ebbero più successo in versioni di altri, la prima con Joe Cocker e la seconda con una moltitudine di artisti, dei quali il maggior successo lo ebbero i Carpenters, ma la incise anche una leggenda come Ray Charles), ed anche i suoi album, inappuntabili dal punto di vista musicale, non vendettero mai molto (con l’eccezione del bellissimo Carney del 1972, che salì fino al secondo posto, ed il seguente Leon Live, al nono), facendo di lui uno degli artisti di culto per antonomasia della storia del rock, ma sempre richiestissimo come musicista per conto terzi; nel 1979 il suo ultimo successo per decenni, con l’album One More For The Road condiviso con Willie Nelson.

Per tutti gli anni ottanta, novanta e la prima decade dei duemila Leon ha continuato ad incidere, pur diradando la sua produzione, finché nel 2010 il suo grande fan Elton John decise di tirarlo letteralmente fuori dalla naftalina incidendo con lui il bellissimo The Union (prodotto da T-Bone Burnett), album che ebbe un ottimo successo e contribuì a far conoscere la figura di Russell anche alle generazioni più giovani, e facendogli assaporare finalmente un meritatissimo istante di popolarità. Ancora un disco molto bello nel 2014, Life Journey, poi più nulla fino alla morte avvenuta ieri in seguito a complicazioni sopraggiunte dopo un intervento al cuore.

Leon Russell era il classico musicista che non ebbe mai neanche un decimo della fama che avrebbe meritato, ma credo che lui sia stato felice così, di aver suonato la musica che gli piaceva di più insieme ai migliori al mondo; io vorrei ricordarlo con un toccante brano contenuto in The Union, nel quale oltre a Leon ed Elton partecipa anche il “Bisonte” Neil Young.

Addio, Leon.

Piccola considerazione conclusiva: come nei thriller il cui finale “aperto” lascia presagire un seguito, l’inquietante domanda da porsi è “A chi toccherà adesso?”.

Marco Verdi

Forse L’Ultima Occasione Per Un “Cantante Vero”! Frankie Miller’s Double Take

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Frankie Miller – Frankie Miller’s Double Take – Universal CD – CD+DVD

Per chi non lo sapesse, e purtroppo temo siano in molti, soprattutto tra i più giovani, Frankie Miller è stato uno dei più grandi cantanti inglesi della storia del rock (e pure del soul, non solo quello blue eyed, ma in generale), un interprete ed autore assolutamente alla pari, anche superiore per certi versi, a gente come Rod Stewart o Paul Rodgers, ma anche andando a ritroso, Eric Burdon, Joe Cocker, Chris Farlowe, Steve Marriott, uno in grado di interpretare brani di Otis Redding e Marvin Gaye, infondendo nelle canzoni il fuoco dell’interprete sublime o del rocker selvaggio, ma anche autore di splendide canzoni, che se non hanno infiammato le classifiche nel suo periodo aureo, sono state apprezzate da tutti gli amanti della musica più genuina, grazie a una potenza vocale inaudita, un phrasing perfetto ed una grinta incredibile, soprattutto nei concerti dal vivo (andatevi a recuperare il triplo CD o doppio DVD del Rockpalast, è fenomenale), ma anche i dischi in studio, soprattutto i sette incisi tra il 1973e il 1980, e raccolti nello splendido cofanetto That’s Who: Complete Chrysalis Recordings 1973-1980, sono tra le migliori cose di sempre prodotte dal rock britannico (anzi scozzese, perché il nostro viene da Glasgow).

Tra le sue collaborazioni sono famose quelle con Phil Lynott dei Thin Lizzy per Still In Love With You e quelle dal vivo con Rory Gallagher, un altro genuino e istintivo come lui  https://www.youtube.com/watch?v=OUAM66Oc-ck. Un paio di brani nei top 10 inglesi, alcune canzoni in film e serie televisive, i suoi pezzi sono stati incisi anche da Ray Charles, Rod Stewart, Etta James, Johnny Cash, Roy Orbison e i Traveling Wilburys, qualche apprezzata esperienza come attore, poi i suoi brani hanno cominciato ad avere successo in ambito country, ma dal 1985 non riusciva più ad incidere un album nuovo. Nel 1994 si era trasferito a New York per formare un nuovo gruppo, con Joe Walsh alla chitarra, Nicky Hopkins al piano e Ian Wallace alla batteria, quando improvvisamente una notte, il 25 agosto del 1994, la luce si è spenta, Miller ha avuto una emorragia cerebrale per cui ha rischiato di morire, è rimasto molti mesi in coma, ma caparbiamente, anche se dicevano che non avrebbe più camminato e recuperato l’uso delle sue funzioni vitali, ha ripreso la vita per i capelli, e anche se non ha più potuto cantare e scrivere canzoni, come racconta l’ottimo documentario della BBC Stubborn Kinda Fella https://www.youtube.com/watch?v=DI24jV1AxwE , comunque si è impegnato per riavere quello che era possibile.

E ora, dopo molti anni e molti tributi, tramite l’interessamento di Rod Stewart, suo grande ammiratore, che lo ha definito l’unico cantante bianco “in grado di portare una lacrima al mio occhio”, e che ha contattato il produttore australiano David Mackay chiedendogli se era a conoscenza di materiale inedito di Frankie Miller, il quale a sua volta lo ha chiesto alla moglie di Miller Annette, sempre rimasta al suo fianco in questi anni difficili, che gli ha spedito due sacchettoni pieni di demos, dal quale sono emersi i diciannove pezzi che compongono questo Frankie Miller’s Double Take. Come direbbe Fantozzi, paventavo “una cagata pazzesca” e invece l’album, che ho sentito ripetutamente in streaming prima dell’uscita e di nuovo in questi giorni, è decisamente buono, non un capolavoro, ma assolutamente degno delle glorie passate di Frankie. Canzoni interpretate nell’album sotto forma di duetto con ospiti illustri: dal rock iniziale di Blackmail, con l’amico Joe Walsh alle chitarre, anche slide, passando per Where Do The Guilty Go, che sembra una canzone perduta del Elton John anni ’70, con Steve Cropper alla chitarra. Way Past Midnight, un poderoso rock’n’soul faitistico con Huey Lewis, True Love, una bella ballata con Bonnie Tyler, seconda voce meno “pomposa! del solito, perché comunque la protagonista assoluta del disco è la voce di Miller, forte e potente come sempre, e il contorno musicale creato è assolutamente all’altezza. In Kiss Her For Me, il duetto con Rod Stewart, è difficile distinguere le voci dei due, stesso timbro, stesso phrasing, ottima canzone, Gold Shoes, il pezzo con Francis Rossi, sembra uno di quelli belli degli Status Quo, deliziosa anche la canzone con Kiki Dee e Jose Antonio Rodriguez (?), e persino Kid Rock fa un figurone in Jezebel Jones, un pezzo che ricorda moltissimo Bob Seger (che ha ammesso le influenze di Miller nella sua musica).

Grande tiro in When It’s Rockin’, il duetto con Steve Dickson, che rievoca le vecchie glorie dei Full House, la sua band dell’epoca, tra fiati e slide a manetta. Frankie Miller e Delbert McClinton sono due gemelli separati alla nascita nella tirata Beginner At The Blues, e Kim Carnes ha lampi del vecchio splendore nella ballata To Be With You Again; Willie Nelson aggiunge la sua classe e un assolo di Trigger nello splendido country-soul che risponde al nome di I Want To Spend My Life With You. Se il disco si fosse limitato a queste dodici canzoni sarebbe stato un album da tre stellette e mezzo, delle altre sette aggiunte, con vecchie glorie perlopiù bollite, si salvano ancora i duetti con Paul Carrack e quello con Lenny Zakatek, della band inglese funky anni ’70 Gonzalez, oltre alla conclusiva I Do, in solitaria e un’altra ballata The Ghost, con Tomoyasu Hotel (?!?), che a tratti sembra Purple Rain di Prince. A dispetto delle premesse, un vero disco per un cantante “vero”.

Bruno Conti

“Vecchissimi Cowboy Sudisti”, Non Ancora Stanchi! Charlie Daniels – Night Hawk

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Charlie Daniels – Night Hawk – CDC Records CD

Alla bella età di ottanta anni, Charlie Daniels, vera e propria icona della musica americana, non ha ancora perso la voglia di fare musica. A due anni dall’ottimo album di covers dylaniane Off The Grid (probabilmente il miglior disco del barbuto countryman da trant’anni a questa parte) http://discoclub.myblog.it/2014/04/04/cover-cover-charlie-daniels-band-off-the-grid-doin-it-dylan/ , e dopo l’ottimo album Live pubblicato lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/11/23/piu-che-gagliardo-dal-vivo-charlie-daniels-band-live-at-billy-bobs-texas/  il nostro sfrutta l’eccellente momento di forma e pubblica questo Night Hawk, una sorta di excursus nel mondo delle cowboy songs, con riproposizioni di veri e propri classici del genere e rivisitazioni di suoi brani del passato. Daniels, nonostante la veneranda età, ha ancora una voce strepitosa, e la sua voglia di intrattenere è rimasta intatta: Night Hawk lo vede poi nel suo ambiente naturale, le cowboy songs, che il nostro riprende con grande classe e naturalezza, scegliendo arrangiamenti semplici ed acustici, quasi da old-time bluegrass band.

Infatti il musicista originario del North Carolina, che si accompagna con l’inseparabile violino, non si esibisce con l’usuale band elettrica, ma con un piccolo combo che cuce intorno alla sua voce un tappeto sonoro semplice ma di grande purezza: Chris Wormer alla chitarra acustica, Charlie Hayward al basso, Casey Wood alle percussioni, e soprattutto Bruce Brown, che suona un po’ di tutto, dalla chitarra al banjo all’armonica al dobro al mandolino, rivelandosi il vero band leader del disco. E Night Hawk, pur nella sua esigua durata (32 minuti) si rivela un album piacevole e riuscito, forse non allo stesso livello di Off The Grid, ma decisamente superiore a certi lavori altalenanti del passato di Daniels. Big Balls In Cowtown è una gioiosa interpretazione di un classico tratto dal repertorio, tra gli altri, di Bob Wills, Asleep At The Wheels e George Strait: nonostante gli anni Charlie ha ancora una gran voce, ed il tappeto musicale dietro di lui è perfetto, con strepitosi assoli di chitarra acustica, dobro e naturalmente violino. Billy The Kid è la rivisitazione di un vecchio pezzo del nostro (del 1976), atmosfera western, melodia tipica e gran sottofondo di strumenti a corda, una versione stripped-down ma non certo inferiore all’originale, mentre Night Hawk è un toccante slow dominato dal vocione di Charlie, e con un accompagnamento scarno ma robuste dosi di feeling.

Stay All Night (Stay A Little Longer) è nota soprattutto per la versione di Willie Nelson (ma l’hanno fatta anche Merle Haggard e di nuovo Bob Wills), una rilettura ricca di ritmo e swing, anche se Willie è due spanne più in alto; Goodnight Loving Trail, di Bruce “Utah” Phillips, è una cowboy ballad pura e cristallina, mentre (Ghost) Riders In The Sky, il grande classico portato al successo da Johnny Cash, è strepitosa in tutte le salse, e Charlie la rifà come se fosse sua, senza la drammaticità dell’Uomo in Nero ma con grinta e passione. Running With The Crowd, ancora Charlie Daniels Band d’annata, è un pezzo che anche spogliato degli strumenti elettrici mantiene la sua anima southern (ed il dobro la fa da padrone), mentre il celebre traditional Old Chisholm Trail è un divertente pretesto per far sentire il violino del leader, con l’armonica di Brown che lo doppia da par suo; l’album si chiude con la lenta ed intensa Can’t Beat The Damned Ole Machine, un inedito scritto dallo scomparso Joel “Taz” Di Gregorio, storico tastierista della CDB, e con la bella Yippie Ki Yea, una vibrante ballata western di stampo classico, anch’essa già presentata da Charlie in passato ma in veste differente.

Charlie Daniels non ha ancora appeso il cappello (ed il violino) al chiodo, anzi, direi che è più in forma adesso di vent’anni fa.

Marco Verdi