Un Gruppo Ormai Tra I Migliori In Circolazione! Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland – Fantasy/Universal 2CD/DVD

Nata dalle ceneri della Derek Trucks Band, e formata da Derek Trucks, grande chitarrista di scuola Allman (nipote tra l’altro del recentemente scomparso Butch Trucks http://discoclub.myblog.it/2017/01/27/lultima-testimonianza-di-un-grande-batterista-great-caesars-ghost-with-butch-trucks/ ) insieme alla moglie, la cantante e chitarrista Susan Tedeschi, la Tedeschi Trucks Band è un gruppo in costante ascesa, che migliora di disco in disco, e penso che si possa affermare che, dopo tre album di studio e due live, è oggi uno dei migliori acts a livello mondiale. Un esordio buono ma non eccezionale nel 2011 (Revelator), al quale aveva fatto seguito due anni dopo il più riuscito Made Up Mind e, lo scorso anno, l’eccellente Let Me Get By, un grande disco di southern rock come si usava fare negli anni settanta, ma con la band che palesava uno stile proprio che si rifaceva anche al suono di gruppi come Derek & The Dominos, Delaney & Bonnie ed a quel meraviglioso carrozzone che erano i Mad Dog & Englishmen guidati da Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2016/01/27/unoretta-pure-delizie-sonore-anche-piu-nella-versione-deluxe-tedeschi-trucks-band-let-me-get-by/ . In mezzo, un album dal vivo splendido, Everybody’s Talkin’ (2012), che mostrava che on stage la band, libera dai vincoli di studio, era veramente capace di suonare qualsiasi cosa. Oggi il gruppo è cresciuto ancora, è ulteriormente maturato, ed è migliorata anche l’intesa tra i molti membri (ben dodici), e questo si palesa alla grande in questo nuovo disco dal vivo, Live From The Fox Oakland, un doppio fantastico che supera anche il già bellissimo Everybody’s Talkin’ http://discoclub.myblog.it/2012/05/20/grande-musica-rock-70-s-style-tedeschi-trucks-band-everybody/ .

Registrato lo scorso 9 Settembre al Fox Theatre di Oakland, California, questo doppio CD con accluso DVD ci presenta una band in stato di grazia, guidata da un chitarrista (Trucks) che non esito e definire tra i migliori (se non il migliore) della sua generazione (magari a pari merito con Joe Bonamassa, ma superiore, ad esempio, a Kenny Wayne Shepherd), un axeman dotato di grandissima tecnica ma anche decisamente creativo e con un feeling enorme; Susan, poi, è una sparring partner perfetta: dotata di un’ottima voce, grintosa ma sensuale all’occorrenza, è anche lei una notevole chitarrista, quasi una sorta di novella Bonnie Raitt (anche se la rossa californiana è ancora qualche gradino più su). Il resto del gruppo, a partire dalla voce solista maschile di Mike Mattison (ex DTB) è un treno in corsa, con una menzione particolare per il tastierista Kofi Burbridge (fratello di Oteil), il basso preciso di Tim Lefebvre, la doppia batteria di Tyler Greenwell e J.J. Johnson e la sezione fiati di tre elementi, che dona ulteriore colore, e calore, ad un suono già di per sé ricco di sfumature. Live From The Fox Oakland presenta le solite differenze nella tracklist tra CD e DVD, anche se devo dire che per una volta è più completo il supporto audio, sebbene solo nella parte video trovino spazio due brani che da soli valgono parte del prezzo richiesto, e cioè una bellissima versione del classico country di George Jones Color Of The Blues (già cantato da Susan lo scorso anno con John Prine nell’album di duetti di quest’ultimo) ed una gradevole You Ain’t Going Nowhere di Bob Dylan eseguita in maniera informale nel backstage e con Chris Robinson come membro aggiunto.

Ma veniamo al concerto: si parte con la potente Don’t Know What It Means, chitarra wah-wah di Derek, fiati, poi entra il resto della band, con Susan che intona una delle melodie più dirette di Let Me Get By, specie nel ritornello, un modo decisamente adatto ad aprire la serata, in cui Trucks fa sentire subito di che pasta è fatto, ed un assolo di sax molto free che ci porta verso una versione scintillante di Keep On Growing (proprio dal classico unico album di Derek And The Dominos), lunga, fluida, dal suono caldo e con Derek che “claptoneggia” alla grande; Bird On The Wire è un sentito omaggio a Leonard Cohen (che all’epoca del concerto era ancora tra noi), una rilettura decisamente soul, quasi gospel, ancora calda e profonda, e cantata in maniera strepitosa da Susan: quasi un’altra canzone. Within You, Without You, proprio il brano di George Harrison incluso in Sgt. Pepper, non mi ha mai entusiasmato, e neppure questa versione con la chitarra al posto del sitar mi convince a cambiare idea, per fortuna dura poco e confluisce nella tonica Just As Strange, un’altra rock song dal suono pieno ed “allmaniano”, con Susan che più va avanti e meglio canta; Mattison non è la Tedeschi, ma se la cava egregiamente nella bella Crying Over You, uno dei pezzi migliori dell’ultimo album, un errebi colorato dai fiati e con la solita prestazione maiuscola di Derek, qui doppiato alla grande dall’organo di Burbridge, per la serie ca…spiterina se suonano! Il primo dischetto termina con la lunga ed intensa These Walls, che ospita il musicista indiano Alam Khan al sarod per un momento di quiete, e con la magistrale Anyhow, molto anni settanta, un vero pezzo di bravura da parte di tutti, un brano disteso e liquido, con uno splendido pianoforte e la solita chitarra spaziale.

Il secondo CD si apre con la deliziosa Right On Time, quasi un brano dixieland, davvero godibile e che mostra la versatilità della TTB; un po’ di sano rock-blues con Leavin’ Trunk (di Sleepy John Estes, ma Taj Mahal, con Jesse Ed Davis Ry Cooder alle chitarre, ne faceva una versione strepitosa), che vede il gruppo compatto e granitico come al solito ed un Derek stratosferico; Don’t Drift Away è una sontuosa ballata ancora soul-oriented, e qui è Kofi al piano ad offrire una prova da applausi. La mossa e vibrante I Want More è un errebi di gran classe, al livello delle cose migliori di Aretha Franklin e, come ciliegina, il brano termina con una ripresa del classico di Santana Soul Sacrifice, tra le cose più belle dello show, un tour de force che da solo vale il disco (ma come suona Derek? Sembra che abbia dieci mani…). Un po’ di sano blues è quello che ci vuole, e I Pity The Fool (Bobby Bland) è il classico pezzo giusto al momento giusto: ottimo uso dei fiati e band che suona in modo sciolto e con la solita classe. Il doppio termina con Ali, un classico di Miles Davis che è anche un perfetto pretesto per improvvisare partendo dal giro melodico originale, divagando in maniera totalmente libera, un altro momento di puro godimento sonoro, e con Let Me Get By, altra fluida e vibrante rock ballad, che chiude il concerto ancora con sonorità tra, rock, soul, gospel e blues. Un live album imperdibile, per un gruppo che è ormai una delle realtà più cristalline nel mondo del southern rock, e non solo.

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Seconda Parte

de gregori canzoni d'amore de gregori il bandito e il campione de gregori bootleg

Ed eccoci alla seconda ed ultima parte dell’articolo.

Canzoni D’Amore (1992): il disco preferito dal sottoscritto, un lavoro ispirato, prodotto e suonato alla grande, dal suono ancora più rock di Miramare, e con un De Gregori in forma strepitosa e più arrabbiato che mai. Infatti il titolo è volutamente fuorviante, in quanto, a parte la tenera Bellamore, le canzoni parlano di attualità, con, per la prima volta, riferimenti precisi a personalità politiche (La Ballata Dell’Uomo Ragno, con la sua strofa in cui fa a pezzi Bettino Craxi) e non (la stupenda Vecchi Amici – la sua Positively 4th Street – in cui letteralmente distrugge qualcuno, alcuni dicono Venditti anche se Francesco non ha mai confermato). Sangue Su Sangue è un rock’n’roll con le contropalle, Adelante! Adelante! è una sontuosa ballata elettrica, la fluida Viaggi e Miraggi ha un testo bellissimo. E poi c’è la straordinaria Povero Me, una rock ballad superba, con un lungo ed ispirato assolo chitarristico finale.

Il Bandito E Il Campione (1993): forse il miglior disco dal vivo di De Gregori, nel quale il nostro rockeggia (Sangue Su Sangue, Vecchi Amici) e dylaneggia (Rimmel, Buonanotte Fiorellino) alla grande, supportato da una band coi fiocchi (Lucio Bardi e Vincenzo Mancuso alle chitarre fanno sfracelli). La title track, unica incisa in studio, è un ruspante country & western scritto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, anche se somiglia un po’ troppo a Billy The Kid di Charlie Daniels. In conclusione, una sorprendente live version di Vita Spericolata di Vasco Rossi, chiaramente migliore dell’originale.

Bootleg (1994): a meno di un anno da Il Bandito E Il Campione De Gregori pubblica un altro live, totalmente senza aggiustamenti o correzioni e con il minimo sindacale di missaggio. Un disco quindi ancora più roccato e diretto del precedente, con il quale ha qualche pezzo in comune, ed una sontuosa Viva L’Italia, oltre all’inedita Mannaggia Alla Musica, un pezzo scritto in origine per Ron.

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Prendere E Lasciare (1996): un album controverso, con una produzione troppo pop e radiofonica, poco adatta al nostro (ad opera di Corrado Rustici), che in parte rovina diversi brani che avrebbero figurato meglio senza troppi orpelli (e le future rese dal vivo di alcuni di essi lo confermeranno). La canzone di punta, L’Agnello Di Dio, ha un arrangiamento che la fa sembrare un pezzo di Zucchero, e buone cose come Rosa Rosae e Stelutis Alpinis, oltre alla splendida Un Guanto (la migliore del lavoro) avrebbero richiesto una mano più leggera. Gli unici due brani che vanno bene così sono la folkeggiante Fine Di Un Killer (con Francesco al banjo) ed una Battere E Levare voce e chitarra inserita come ghost track. Il disco è l’unico del nostro ad essere stato completamente inciso all’estero, per la precisione a Berkeley, sobborgo universitario di San Francisco popolarissimo durante la Summer Of Love.

La Valigia Dell’Attore (1997): doppio CD dal vivo, che ha qua e là delle sonorità un po’ rotonde e mainstream, risentendo in parte dei problemi di Prendere E Lasciare, anche se le canzoni incluse sono talmente belle che dopo un po’ non ci si fa caso. Ci sono anche tre inediti in studio: la maestosa title track, la roccata Dammi Da Mangiare (un brano minore), e soprattutto la splendida Non Dirle Che Non E’ Così, fedele e riuscita traduzione di If You See Her, Say Hello di Bob Dylan.

Amore Nel Pomeriggio (2001): De Gregori inaugura il nuovo millennio con un grande album (è nella mia Top 3 con Canzoni D’Amore e Rimmel), dai suoni stavolta “giusti” e con un mood roots-rock che è un piacere per le orecchie. Non mancano ovviamente le belle canzoni, come l’affascinante Caldo E Scuro, la gustosa country ballad Cartello Alla Porta, l’intensissima ballata pianistica Sempre E Per Sempre, il commosso omaggio a De Andrè con la riproposizione di Canzone Per L’Estate (scritta a quattro mani dai due ed incisa dal cantautore genovese negli anni settanta). Ed i due brani migliori: la fluida ballata rock Condannato A Morte (ispirata a Salman Rushdie) e la discussa, e per qualcuno revisionista, Il Cuoco Di Salò, dalla struttura melodica strepitosa e con la produzione di Franco Battiato.

de gregori fuoco amico de gregori giovanna marini il fischio del vapore de gregori pezzi

Fuoco Amico (2002): altro live, e forse il più bello insieme a Il Bandito E Il Campione. Di sicuro il più rock, con vere e proprie rivisitazioni chitarristiche del repertorio del nostro (solo Generale è voce e chitarra, ma la chitarra è elettrica); Bambini Venite Parvulos è quasi irriconoscibile, Un Guanto è una meraviglia, Condannato A Morte è anche meglio che in studio, c’è perfino l’inatteso recupero di La Casa Di Hilde, in puro stile Americana. Ma potrei citarle tutte.

Il Fischio Del Vapore (2003): sorprendente album in duo con la folksinger Giovanna Marini, nel quale il nostro ripesca vecchi brani della tradizione popolare (molti sono canti di lavoro) e li ripropone a volte con una veste elettrica, altre in maniera forse fin troppo filologica (e un po’ pesantina): canzoni come Sacco E Vanzetti, Il Feroce Monarchico Bava, Nina Ti Te Ricordi, Saluteremo Il Signor Padrone, Bella Ciao (nella versione originale delle mondine). Un’operazione che sarà anche meritoria e lodevole, ma a me questo disco non piace.

Pezzi (2005): Francesco torna a fare ciò che sa fare meglio, e pubblica uno dei suoi album più rock e dal suono più americano. Pezzi contiene una bella serie di canzoni, ancora una volta ispirate dall’attualità, come il singolo portante, la potente e frenetica Vai In Africa, Celestino! Ma c’è anche un rock-blues purissimo (Numeri Da Scaricare), una ballata di rara intensità (Gambadilegno A Parigi), un rock’n’roll trascinante (Tempo Reale), oltre alla splendida Il Panorama Di Betlemme, forse la migliore del lotto.

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Calypsos (2006): a meno di un anno di distanza da Pezzi, ecco a sorpresa un altro album di studio, un disco forse minore ma non privo di motivi di interesse, con un suono molto diverso dal predecessore, e canzoni più melodiche e meditate (l’unico vero rock è la rootsy Mayday), come la pianistica e dolcissima (nonostante il titolo) Cardiologia, l’eterea L’Angelo, la potente ballata anni sessanta La Linea Della Vita (con una struttura ed un botta e risposta voce-coro femminile che a me ricorda non poco certe cose di Leonard Cohen) e la conclusiva e saltellante Tre Stelle, forse in assoluto il brano più disimpegnato dell’intera carriera del nostro.

Left & Right (2007): ennesimo disco dal vivo, ed anche questo va inserito di diritto tra i più godibili di De Gregori, che ormai ha alle spalle una vera e propria rock band, tra le migliori in circolazione in Italia. Il suono è ancora ruspante e vigoroso, e la scaletta predilige gli episodi più recenti, con una strepitosa Numeri Da Scaricare posta in apertura (più di sei minuti di tostissimo blues elettrico), una Mayday decisamente dylaniana, la sempre bellissima Un Guanto, qui in versione country ballad, una Caldo E Scuro che è pura Americana, ed una rilettura quasi hard rock di L’Agnello Di Dio. Gli unici classici sono una rigorosa La Leva Calcistica Della Classe ’68, La Donna Cannone solo voce e piano, ed un arrangiamento di Buonanotte Fiorellino che la trasforma in un saltellante rock-blues.

Per Brevità Chiamato Artista (2008): altro ottimo disco, meno rock e più da songwriter, ma sempre con sonorità molto “americane”: la poetica ed ironica title track ha un arrangiamento ancora degno di Cohen, Finestre Rotte è un blues ricco di swing, le belle Ogni Giorno Di Pioggia Che Dio Manda In Terra e L’Angelo Di Lyon (traduzione fatta dal fratello Luigi di The Angel Of Lyon di Tom Russell) sono puro folk. E poi c’è il brano che fa più discutere, Celebrazione (nel quale il nostro prende decisamente le distanze dal ’68 e dai suoi significati, proprio nel quarantennale), proposto con una scintillante veste folk-rock byrdsiana.

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Pubs & Clubs (2012): ancora un live, ad oggi l’ultimo (ma il 3 Febbraio, tra pochi giorni dunque, uscirà Sotto Il Vulcano, un doppio CD registrato lo scorso Agosto a Taormina), inciso al The Place, un locale di Roma di appena cento posti. La scaletta è un mix equilibrato tra classici e brani più recenti, e le cose migliori sono una roboante e splendida Il Panorama Di Betlemme, Alice che diventa una deliziosa ballata folk, Battere E Levare trasformato in un trascinante bluegrass elettrico, e per la prima volta in un disco dal vivo la toccante Bellamore. Le chicche sono una rilettura in chiave blues elettrico di A Chi (grande successo di Fausto Leali) ed una Buonanotte Fiorellino suonata con la stessa base di Rainy Day Women # 12 & 35 di Bob Dylan.

de gregori vivavoce de gregori amore e furto de gregori sotto il vulcano

Sulla Strada (2012): ad oggi l’ultimo album di Francesco composto da brani inediti, ed a mio parere un passo indietro rispetto agli ultimi lavori, anche se comunque stiamo parlando di un buon disco. Di rock ce n’è poco (la title track, che non è certo tra le sue cose migliori, e la potente La Guerra, con un suggestivo ritornello corale) e si torna ad atmosfere più “italiane” ed anni settanta (Omero Al Cantagiro, Belle Epoque), ma con l’ispirazione abbastanza in calo. Il pezzo migliore è posto alla fine, la fluida ed avvolgente ballata Falso Movimento. (* NDB Nel 2013 è uscita una nuova limited edition, con diversa copertina e due brani in più. un libro fotografico, oltre a un DVD del backstage).

Vivavoce (2014): De Gregori fa un disco di cover di sé stesso, reincidendo 28 brani (è un doppio CD) più o meno famosi, ma attualizzando il suono ed il più delle volte cambiando gli arrangiamenti, come è solito fare dal vivo: i classici ci sono tutti (tranne Rimmel), ma anche diverse chicche. Ed il disco è splendido, con molti highlights: una toccante Alice eseguita in coppia con Ligabue, due voci e due chitarre, la potente Un Guanto nella sua miglior versione di sempre, Finestre Rotte che diventa un irresistibile rock’n’roll, una Natale ricca di swing, Niente Da Capire con il riff fischiettato (da un’idea di Lucio Dalla), una Vai In Africa, Celestino! che da rock song si trasforma in una sorprendente ballata, ed una Viva L’Italia molto più folk, con un arrangiamento che avrebbe dovuto essere quello originale. Non ci sono brani nuovi, ma trova posto una stupenda Il Futuro, traduzione ad opera del nostro dell’apocalittica The Future di Leonard Cohen.

De Gregori Canta Bob Dylan – Amore E Furto (2015): storia recente, il Principe che rifà il Menestrello (non avevo ancora usato nessun cliché…), anche se Francesco non sceglie la via più facile ed evita i superclassici, preferendo una selezione più personale. Ma per questo CD vi rimando alla mia recensione dell’epoca http://discoclub.myblog.it/2015/11/02/secondo-me-approverebbe-anche-bob-francesco-de-gregori-amore-furto-de-gregori-canta-dylan/

E’ chiaro che se avete già tutti gli album di Francesco De Gregori questo Backpack per voi è superfluo (anche perché, come ho già detto, non ve lo regalano), in caso contrario l’acquisto è quasi d’obbligo, in quanto verreste in possesso in un colpo solo di uno dei songbook migliori in circolazione, e non soltanto in Italia: l’unica pecca grave, visto di chi si sta parlando, è la totale assenza di testi all’interno della confezione.

Marco Verdi

Il Meglio Del 2016, Ultima Appendice. Le Scelte del Buscadero

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Siamo all’inizio del 2017, ma visto che come sapete ci scrivo, mi permetto di aggiungere le scelte della redazione Buscadero per i migliori dischi (e ristampe) del’anno appena passato. Vi propongo le prime quindici posizioni della classifica, considerando che molti titoli sono risultati ex aequo come numero di voti.

Poll 2016

Disco Dell’Anno

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing 21 voti (considerando che la ristampa di It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD ha avuto 6 voti)

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – I Want It Darker 14 voti

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue & Lonesome 10 voti (compresi 2 per il Live Havana Moon)

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness 8 voti

billy bragg joe henry shine a light

Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light 8 voti

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain 7 voti

mudcrutch 2

Mudcrutch – 2 7 voti

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness 6 voti

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings Box Set 6 voti (compresi 2 per Fallen Angels)

vinicio capossela canzoni della cupa

Vinicio Capossela – Le Canzoni Della Cupa 6 voti

tedeschi trucks band let me get by

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By 6 voti

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams – The Ghost Of Highway 20 6 voti

nick cave skeleton tree

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree 6 voti

david bowie blackstar 2

David Bowie – Blackstar 6 voti

ryley-walker-golden-sings-that-have-been-sung

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung 5 voti

E’ tutto, da domani riprendiamo con alcune delle anticipazioni dei dischi più interessanti in uscita a Gennaio.

Bruno Conti

The Best Of 2016, Ancora Classifiche: Un Sito American Songwriter E Una Rivista, Q Magazine

american-songwriter

In effetti ero stato piuttosto ottimista, ad una lettura più approfondita anche le scelte di quest’anno, a mio parere, e per usare un francesismo, fanno abbastanza “cagare”, comunque ecco altre due classifiche sui Best Of 2016: un sito e la rivista inglese Q. Partiamo con https://americansongwriter.com/, un sito con cui spesso, non sempre, mi trovo d’accordo, e dove comunque di solito trattano di “buona musica” e pubblicano notizie interessanti, tipo questa https://americansongwriter.com/2016/12/bob-dylan-writes-speech-for-nobel-prize-ceremony/. Ecco la loro classifica:

    • Angel Olsen – MY WOMAN
    • 56124-my-woman
    • Michael Kiwanuka – Love & Hate
    • 52824-love-hate
    • Margo Price – Midwest Farmer’s Daughter
    • 48022-midwest-farmers-daughter
    • Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide to Earth
    • case/lang/veirs – case/lang/veirs
    • 51025-caselangveirs
    • David Bowie – Blackstar
    • Drive-By Truckers – American Band
    • Leonard Cohen – You Want It Darker
    • A Tribe Called Quest – We got it from Here… Thank You 4 Your service
    • 64923-we-got-it-from-here-thank-you-for-your-service
    • Dori Freeman – Dori Freeman
    • 50115-dori-freeman

q368front

Q Magazine Albums The Year

1. David Bowie – Blackstar

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2. Leonard Cohen – You Want It Darker

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3. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

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4. A Tribe Called Quest – We Got It From Here….Thank You 4 Your Service

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5. Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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6. Radiohead – A Moon Shaped Pool
7. Cass McCombs – Mangy Love

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8. Angel Olsen – My Woman
9. The 1975 – I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful…

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10. Christine And The Queens – Chaleur Humaine

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Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

The Best Of 2016, Il Meglio Delle Riviste Internazionali: Mojo E Uncut

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Ed eccoci come di consueto alla panoramica sulle classifiche di fine anno espresse da riviste cartacee, mensili e quotidiani,  più alcuni siti scelti tra quelli che reputo, secondo un giudizio insindacabile (scherzo!) i più interessanti, ma anche qualcuna di cui non condivido praticamente nulla, prossimamente. Quest’anno mi sembra, seguendo i gusti del Blog, che la qualità delle scelte sia migliorata, ovvero meno rap, hip-hop, musica elettronica ed altre delizie del genere, ma poi rimangono alcuni irriducibili che indicano solo quei tipi di album “irricevibili”, secondo chi scrive (meno degli anni scorsi, ripeto). Partiamo con le scelte di Mojo Uncut, nel caso in cui ne abbiamo parlato sul blog, trovate anche il link del Post relativo al disco in questione, e a seguire anche i link di alcuni video degli album in classifica.

MOJO – Best LPs of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Michael Kiwanuka – Love & Hate
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Lambchop – Flotus
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05 Leonard Cohen – You Want It Darker
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06 Iggy Pop – Post Pop Depression
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07 Frank Ocean – Blonde
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08 Paul Simon – Stranger To Stranger
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09 PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project
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10 Heron Oblivion – Heron Oblivion
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11 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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12 Beyonce – Lemonade
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13 Teenage Fanclub – Here
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14 Charles Bradley – Changes
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15 The Cult – Hidden City
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Uncut‘s Top 15 Albums of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Leonard Cohen – You Want It Darker
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05 Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung
51297-a-sailors-guide-to-earth
07 Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
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08 Anohni – Hopelessness
09 Teenage Fanclub – Here
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11 Thee Oh Sees – A Weird Exits
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12 Brian Eno – The Ship
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13 Drive-By Truckers – American Band
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14 Bon Iver – 22, A Million
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15 Wilco – Schmilco
Per oggi è tutto, alla prossima,

E Anche Quest’Anno E’ Arrivato Quel Momento: Il Meglio Del 2016 In Musica Secondo Disco Club!

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Come tutti gli anni, intorno a questo periodo (anzi quest’anno siamo in ritardo), è giunto il momento di tirare le somme, nel nostro piccolo, su quello che è successo in ambito musicale nel 2016. Ecco le classifiche dei migliori dischi di questa annata dei collaboratori di Disco Club (esatto siamo i tre che vedete sopra). Poi, nei prossimi giorni, sul Blog troverete anche una panoramica su quello che hanno detto riviste e siti musicali in giro per il mondo. La prima lista è quella del titolare, che è poi quella “ufficiale” che troverete anche sul primo numero del Buscadero del nuovo anno, e a cui, come di consueto, ed essendo la più breve delle tre, mi riservo di aggiungere alcune postille in questo countdown verso il 2017. Per il momento però, e in ordine rigorosamente sparso….

Top Of The Year 2016

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing + It’s Too Late To Stop Now Volume II, III, IV & DVD

pink floyd the early years

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

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Beth Hart – Fire On The Floor

pentangle finale

Pentangle – Finale

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings

eric clapton live in san diego

Eric Clapton With JJ Cale – Live In San Diego

musical mojo of dr.john

The Musical Mojo of Dr. John: A Celebration of Mac & His Music

jimmy barnes soul searchin

Jimmy Barnes – Soul Searchin’

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness

christy moore lily 1

Christy Moore – Lily

day of the dead

Various Artists – Day of The Dead

mudcrutch 2

Mudcrutch 2

bonnie raiitt dig in deep

Bonnie Raitt – Dig In Deep

westies six on the outmichael mcdermott willow springs

Westies – Six On The Out/Michael McDermott –  Willow Spring

 bruce springsteen born to run book

Libro: Bruce Springsteen – Born To Run

 rolling stones havana moon cd

Film: Havana Moon Rolling Stones  

La prima postilla, che aggiungo al volo, considerando che come al solito la classifica mi è stata “carpita” al volo ed era quella del nanosecondo in cui l’ho concepita, è il nuovo album degli Stones che nel momento in cui sceglievo non era ancora uscito.

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome

Bruno Conti

Queste, per ora, sono le mie scelte, passiamo agli altri collaboratori, iniziando da Valenza AL.

I BEST DEL 2016.

Disco Dell’Anno: Mudcrutch – 2

mudcrutch 2

Piazza D’Onore: Runrig – The Story

runrig the story

Gli Altri 8 Della Top 10:

phish big boat

Phish – Big Boat

Rolling Stones – Blue And Lonesome

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – You Want It Darker

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain

rides pierced arrow

The Rides – Pierced Arrow

santana iv

Santana – IV

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave – Turf Man Blues

the shelters

The Shelters – The Shelters

I “Dischi Caldi”:

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness

Van Morrison – Keep Me Singing

tedeschi trucks band let me get by deluxe

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

Ristampe:

pink floyd early years box

Pink Floyd – The Early Years 1965-1972

ian hunter stranded in reality

Ian Hunter – Stranded In Reality

Album Dal Vivo Nuovi:

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

VV.AA: Dear Jerry

Eric Clapton – Live In San Diego with JJ Cale

Album Dal Vivo Ristampe:

Van Morrison – It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD

rolling stones totally stripped european version

Rolling Stones – Totally Stripped

DVD/BluRay: Rolling Stones – Havana Moon

Concerto: Bruce Springsteen/San Siro 3 e 5 Luglio

Canzone: Mudcrutch – Trailer

Runrig – Onar

Cover Album: The National & Friends – Day Of The Dead

Cover Song: Karl Blau – Woman (Sensuous Woman)

L’Esordio: The Shelters: The Shelters

La Sorpresa: Santana – IV (dopo duecento anni di dischi non degni, finalmente un grande album per il chitarrista californiano)

La Delusione: Neil Young – Peace Trail

Disco Da Evitare: ce ne sarebbero tanti, ma segnalerei Keith Urban – Ripcord, un album che può provocare anche gravi problemi intestinali

alan parsons tales of mystery

Piacere Proibito: The Alan Parsons Project – Tales Of Mystery And Imagination 40th Anniversary

“Sola” Dell’Anno: The Band – The Last Waltz 40th Anniversary

 Bruce Springsteen – Chapter And Verse

Evento Dell’Anno “Bello”: il Nobel a Bob Dylan

Evento Dell’Anno “Brutto”: le tante, troppe morti eccellenti

Marco Verdi

E per finire trasferiamoci in provincia di Pavia.

IL MEGLIO DEL  2016

Disco Dell’Anno

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen @ You Want It Harder

Canzone Dell’Anno

Love Sweet Love @ Archie Roach

Cofanetto Dell’Anno

Van Morrison @ …It’s Too Late To Stop Now… (Volumes II-III-IV & DVD)

Ristampa Dell’Anno

john cale fragments of a rainy

John Cale @ Fragments Of A Rainy Season

Tributo Dell’Anno

a tribute to jack hardy

Jack Hardy & Friends @ A Tribute To Jack Hardy

Disco Rock

Van Morrison @ Keep Me Singing

Disco Folk

runrig the story

Runrig @ The Story

Disco Country

dwight yoakam swimmin' pools

Dwight Yoakam @ Swimmin’ Pools, Movie Stars…

Disco Soul

michael kiwanuka love & hate

Michael Kiwanuka @ Love And Hate

Disco Blues

Rolling Stones @ Blue & Lonesome

Disco Jazz

charlie haden time life

Charlie Haden & Liberation Music Orchestra @ Time/Life (Song For The Whales And Other Beings)

Disco World Music

bombino azel

Bombino @ Azel

Disco Rhythm & Blues

nathaniel rateliff a little something more

Nathaniell Rateliff @ A Little Something More From

Disco Oldies

otis redding live at the whisky a go go

Otis Redding @ Live At The Whisky A Go Go

Disco Live

joe grushecky american babylon live

Joe Grushecky & The Houserockers @ American Babylon Live At The Stone Pony

Artista Italiano

michele gazich la via del sale

Michele Gazich @ La Via Del Sale

Disco Italiano

townes van zandt's last set

Lowlands @ Play Townes Van Zandt’s Last Set

Colonna Sonora

nick cave hell or high water

NickCave & Warren Ellis @ Hell Or High Water

Dvd Musicale

Rolling Stones @ Havana Moon

 GLI ALTRI

 marlon williams

Marlon Williams @ Marlon Williams

Luther Dickinson @ Blues & Ballads – A Folsinger’s Songbook Volumes I & II

grant-lee phillips the narrows

Grant-Lee Phillips @ The Narrows

nick cave skeleton tree

NickCave @ Skeleton Tree

Peter Wolf @ A Cure For Loneliness

Archie Roach @ Let Love Rule

Jimmy Barnes @ Soul Searchin’

https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg

dirk hamilton touch and go

Dirk Hamilton @ Touch And Go

Ryan Bingham @ Live

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Beth Hart @ Fire On The Floor

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams @ The Ghosts Of Highway 20

janiva magness love wins again

Janiva Magness @ Love Wins Again

mary chapin carpenter

Mary Chapin Carpenter @ The Things That We Are Made Of

chris pureka back in the ring

Chris Pureka @ Back In The Ring

Thalia Zedek Band @ Eve

Marianne Faithfull @ No Exit

melissa etheridge MEmphis rock and soul

Melissa Etheridge @ Memphis Rock And Soul

Dana Fuchs @ Broken Down Acoustic Sessions

mavis staples livin' on a high note

Mavis Staples @ Livin’ On A High Note

 

Tindersticks @ The Waiting Room

pines above the prairie

Pines @ Above The Prairie

goats don't shave turf man

Goats Don’t Shave @ Turf Man Blues

richmond fontaine you can't go back

Richmond Fontaine @ You Can’t Go Back If There’s…

blue rodeo 1000 arms

Blue Rodeo @ 1000 Arms

Mystix @ Live Rhythm And Roots

Solas @ All These Years

national park radio the great divide

National Park Radio @ The Great Divide

okkervil river away

OkkervilRiver @ Away

Whiskey Myers @ Mud

Tino Montanari

Direi che per il momento, ma solo per il momento, è tutto, almeno per quanto mi riguarda e anche per le classifiche internazionali.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica. Leonard Cohen 1934-2016: Un Ultimo Sentito Tributo. Ecco La Discografia “Mirata” Di Un Gigante Della Musica.

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Quando ho appreso la notizia della morte di Leonard Norman Cohen ero in viaggio per Savona e sono stato contattato dall’amico Bruno per un eventuale commento in merito (cosa che è stata fatta puntualmente e meritoriamente su queste pagine virtuali dal collaboratore Marco Verdi http://discoclub.myblog.it/2016/11/11/volevamo-giornata-piu-buia-si-spento-sorpresa-anche-leonard-cohen/), e vista la mia nota passione musicale per questo poeta, scrittore e cantautore Canadese, mi è sembrato giusto e doveroso, per chi vuole approfondire, ripercorrere album per album la sua straordinaria carriera, quindi ecco cosa è successo in questi cinquanta leggendari anni.

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The Songs Of Leonard Cohen (1968) – Con questo fondamentale e brillante esordio, il romanziere Leonard Cohen si fa conoscere al mondo intero come cantautore raffinato e sensibile, in un disco dove spiccano i testi e la sua voce profonda, ad accompagnare ballate che rimarranno nella storia come Suzanne e So Long, Marianne, e piccoli gioielli quali Sisters Of Mercy e Hey, That’s No Way To Say Goodbye.

Songs From A Room (1969) – Il secondo capitolo (registrato stranamente a Nashville) conferma la statura del personaggio: con la famosissima e poetica Bird On The Wire (sul retro del disco si può notare la sua “musa” e amante Marianne Ihlen, morta recentemente a cui è dedicata la canzone), e altri brani di valore come Story Of Isaac, Seems So Long Ago, Nancy e la struggente The Partisan.

Songs Of Love And Hate (1971) –  Con questo lavoro (per chi scrive il punto più alto della sua produzione), Cohen entra nel “gotha” dei cantautori: un album dove accanto a poesie musicali come Famous Blue Raincoat, Diamonds In The Mine e Joan Of Arc (tradotta in italiano da Fabrizio De Andrè), si trovano gli scarni arpeggi di Avalanche, il canto di rabbia di Dress Rehearsal Rag e una perla poco conosciuta come la dolcissima Love Calls You By Your Name.

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Live Songs (1973) – Questo è il primo disco dal vivo di Leonard (con vecchie registrazioni del 1970), dove accanto ai classici troviamo la tenue You Know Who I Am, Nancy e la biblica Story Of Isaac.

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New Skin For The Old Ceremony (1974) – Dopo anni trascorsi sull’isola greca di Idra, pubblica un disco di nuove canzoni tra cui spiccano la famosa Chelsea Hotel #2 (dedicata a Janis Joplin), con la tambureggiante Lover Lover Lover, la militaresca Field Commander Cohen, e la dolce Who By Fire

Death Of A Ladies’ Man (1977) – Questo è sicuramente l’album più controverso della produzione di Cohen (non tanto per le liriche, ma per la “spericolata” produzione affidata a Phil Spector), con arrangiamenti “pomposi” dove si salvano una trascinante Memories, una Dont Go Home With Your Hard-On (con la “chicca” di un certo Bob Dylan e Allen Ginsberg ai cori), e con il particolare che sulla cover del disco si intravede Suzanne Elrod (la madre dei suoi due figli, Adam e Lorca).

Recent Songs (1979) –  Fortunatamente con questo lavoro Cohen ritrova un repertorio folk-pop più adatto alla sua fama, a partire dall’iniziale The Guest, l’intrigante tradizionale The Lost Canadian (Un Canadien Errant) cantata in francofono con un orchestra “mariachi”, una superba e straziante The Gypsy’s Wife (dedicata all’attrice Natalie Wood), e una lunga Ballad Of The Absent Mare (dove per chi scrive ci sono forti analogie con Una Storia Sbagliata musicata da Massimo Bubola con testo di Fabrizio De Andrè).

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Various Positions (1984) –  Questo album (stranamente) non fu accolto positivamente dalla critica, pur contenendo la canzone manifesto (e la sua hit più nota) del cantautore, quella Hallelujah che è divenuta una delle più famose ballate planetarie, senza dimenticare Dance Me To The End Of Love, la pianistica Coming Back To You, Heart With No Companion, e le note melodiose della bellissima If It Be Your Will (con ai cori la bella voce di Jennifer Warnes).

I’m Your Man (1988) –  Con questo lavoro, che annovera canzoni di spessore come Ain’t No Cure For Love, First We Take Manhattan, Everybody Knows (scritta con Sharon Robinson), I’m Your Man, Tower Of Song, e il meraviglioso valzer Take This Waltz, Cohen torna ai livelli migliori del decennio precedente, confermandosi ai vertici delle voci poetiche del cantautorato.

The Future (1992) –  L’accompagnamento musicale di questo disco (ispirato alla Genesi e anche alla Apocalisse) non è più quello essenziale dei primi tempi, con Leonard che lascia la chitarra e passa alle tastiere varie, certificate dall’iniziale title track The Future, e dalle riuscite Closing Time, Democracy, e la religiosa Anthem.

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Cohen Live (1994) – A corollario ella precedente eccellente prova, arriva questo Live registrato in parte  nel ’88 e in parte nel ’93, dove le sue canzoni (o poesie) più significative vengono riproposte con arrangiamenti più raffinati, valorizzate dai cori dalle bravissime vocalist Julie Christensen e Perla Batalla, supportate da magnifici musicisti (che negli anni saranno parte integrante delle varie band).

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Field Commander Cohen (2001) – Negli anni ’90 Cohen (come è noto) si ritira in un monastero Buddista sulle colline di Los Angeles, e al suo rientro la Columbia mette sul mercato questo Live registrato durante il Tour del 1979 (all’Hammersmith Odeon di Londra), dove vengono ripescate splendide pagine minori quali The Window, The Smokey Life e Why Don’t You Try.

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Ten New Songs (2001) – Abbandonato il monastero Leonard esce con dieci brani inediti (come sempre intensi e personali) scritti e cantati con la corista storica Sharon Robinson, dove spiccano In My Secret Life, A Thousand Kisses Deep, il moderno gospel di Boogie Street, e una meravigliosa Alexandra Leaving.

Dear Heather (2004) – L’accoppiata Robinson – Cohen viene bissata con questo lavoro fragile e crepuscolare, cantato a mezza voce, che trova i punti di forza nella declamata The Letter, nella lenta e pianistica On That Day, e nella traccia finale (ripresa dal vivo) Tennessee Waltz.

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Live At The Isle Of Wight 1970 (CD+DVD) – Questo live testimonia meritoriamente il famoso e formidabile raduno post-Woodstock nel 1970 all’isola di Wight, dove un giovane Leonard Cohen incantò una platea entusiasta dei gruppi rock con “perle”  che a distanza di anni diventeranno brani immortali.

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Live In London (2009) –  Questo è il primo concerto che il grande canadese estrae dai numerosi tour in giro per l’Europa, venticinque canzoni splendide per oltre due ore di grandissima musica, suonate in modo impeccabile, e cantate dal “maestro” con passione e cuore.

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Songs From The Road (2010) CD+DVD Registrato in vari paesi (America, Canada, Inghilterra, Germania e Israele), questo disco è l’ideale seguito dello splendido Live In London, con ballate senza tempo a comporre una scaletta leggermente diversa e intrigante.

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Old Ideas (2012) –  A distanza di otto anni dal precedente lavoro in studio, Cohen ritorna con dieci nuove canzoni (con temi che spaziano dall’amore, al sesso e politica), a partire dalla commovente Going Home, l’intensa preghiera Amen, la meravigliosa malinconia di una Show Me The Place, e la toccante Darkness, con la partecipazione di Jennifer Warnes, Sharon Robinson e Dana Glover, che con le sorelle Hattie e Charley Webb regalano dolcezza e malinconia negli onnipresenti cori.

Popular Problems (2014) – Contrariamente ai suoi tempi di lavoro (Cohen ci ha abituato a lunghe attese), a distanza di solo due anni dal disco precedente Leonard festeggia i suoi splendidi 80 anni pubblicando nove brani inediti come sempre poetici e innovativi, con una menzione particolare per la suadente Slow, la struggente Samson In New Orleans (a ricordare l’uragano Katrina), una ballata coinvolgente come My Oh My, e finire con la crepuscolare You Got Me Singing.

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Live In Dublin (2014) 3 CD+DVD –  Dopo lo straordinario successo di Live In London, Cohen fa uscire questo splendido concerto registrato nella capitale Irlandese (per chi scrive il suo migliore di sempre, accompagnato da una delle sue band, anche in questo caso,  migliori di sempre), con una scaletta composta da 30 canzoni (oltre 3 ore di musica elegante e raffinata), dove oltre ai classici (che tutti sconosciamo), sono stati inseriti alcunii brani recenti di Old Ideas, con Leonard impegnato in una “performance” unica. Imperdibile.

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Can’t Forget (A Souvenir Of The Grand Tour 2015) – A giustificare l’intensa attività in concerto del maestro Canadese negli ultimi anni, il tutto è da catalogare sotto la voce “problemi finanziari” (come noto la sua ex-manager Kelley Linch, poi condannata a soli 18 mesi di prigione, ha sottratto al pensionato Leonard circa 5 milioni di dollari), e questo ennesimo live è l’occasione per riproporre brani meno conosciuti e abituali del suo grande repertorio come Choices, cover del countryman George Jones, e la famosa canzone d’amore del Quebec dell’icona locale Georges Dor La Manic, e presentare due inediti, come il blues soffuso di Never Gave Nobody Trouble e il “funky-groove” di Got A Little Secret, eseguite impeccabilmente.

leonard cohen you want it darker

You Want It Darker (2016) – E siamo arrivati (purtroppo) al capitolo finale, uscito poche settimane prima della sua scomparsa, e come al solito  un capolavoro: nove canzoni che affrontano i temi di sempre, Dio, l’amore, la sessualità, la perdita, la morte come nella splendida Leaving The Table, le sofferte e dolorose Traveling Light e Steer Your Way, e salutare il mondo con la voce del tenore Gideon Zelermyer, che canta in ebraico gli ultimi versi di una profetica You Want It Darker, per un lavoro fragile, crepuscolare, un“testamento spirituale” per un elegante commiato. Sipario.!

Alla fine di questo straordinario percorso (tralasciando i numerosi “bootleg”, i vari tributi dedicati alle sue canzoni,  i video, le sue poesie e naturalmente i due romanzi Il Gioco Preferito e Beautiful Losers), rimane la sensazione che il Canadese è l’unico, con Bob Dylan, che sia riuscito ad elevare a poesia il vocabolario della sua musica, il tutto certificato in quasi sessant’anni di carriera (tra letteratura, poesia e canzone), regalandoci splendide pagine che rimarranno per sempre nei nostri cuori.

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Leonard Norman Cohen, si è spento nel sonno nella sua casa di Los Angeles, la morte che tutti si augurano di avere (anche se, pare, a seguito di una caduta avvenuta durante la notte, particolare reso noto solo parecchi giorni dopo e non nel comunicato iniziale del decesso). perfettamente consapevole che la si può comunque accogliere attraverso l’accettazione della fede, con la serenità che passeggiando per il Paradiso se allungherà la mano, la prima che troverà, ci potete scommettere, sarà quella della “sua” Marianne. Riposa in pace Leonard.!

NDT: Per noi “coheniani” il pensiero corre a chi può sostituire il “maestro” (sapendo benissimo che sarà comunque impossibile), io comunque un nome da proporre l’avrei: nel suo piccolo, andatevi ad ascoltare Gregory Alan Isakov!

Tino Montanari

Ancora Il 2016 Maledetto! Questa Volta Se Ne E’ Andato Leon Russell!

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Ancora non si è spenta l’eco della scomparsa del grande Leonard Cohen, che purtroppo dobbiamo registrare un’altra grave perdita nel mondo del rock: si è infatti spento ieri, all’età di 74 anni, Claude Russell Bridges, meglio conosciuto come Leon Russell, musicista di lungo corso e giustamente considerato uno dei più grandi pianisti bianchi della musica rock, vero e proprio idolo per esempio di “colleghi” dello strumento quali Randy Newman ed Elton John, ma anche vera e propria figura di riferimento nell’ambito di un certo rock di matrice sudista e ricco di contaminazioni con soul e gospel.

Nativo dell’Oklahoma, Russell iniziò a muovere i primi passi come membro degli Starlighters (in cui militava anche un giovanissimo J.J. Cale) e poi come sessionman per conto terzi negli anni cinquanta, fino ad arrivare a Los Angeles nei sessanta e ad entrare a far parte di quell’enorme ensemble di musicisti di studio conosciuto come The Wrecking Crew, arrivando ad incidere anche con Phil Spector, i Byrds (suonava su Mr. Tambourine Man), i Beach Boys, perfino Frank Sinatra e molti altri. Il suo esordio discografico si ebbe nel 1968 con Inside The Asylum Choir, inciso insieme al musicista texano Marc Benno, ma in quegli stessi anni iniziò a frequentare il giro di Eric Clapton (suonando anche sul debutto solista omonimo di Manolenta e scrivendo con lui la classica Blues Power) e di Delaney & Bonnie, partecipando ai loro primi album ed accompagnandoli anche in tour. Fu poi il direttore musicale di quell’allegro e splendido carrozzone che fu Mad Dogs & Englishmen, forse la prova più convincente della carriera di Joe Cocker, e nel 1971 fu chiamato da George Harrison, suo grande estimatore, per suonare il piano nella house band del famoso Concert For Bangladesh (durante il quale ebbe anche un eccellente momento come solista, con un medley fra Young Blood dei Coasters e Jumpin’ Jack Flash degli Stones).

Nel 1969 aveva anche contribuito a fondare la Shelter Records, etichetta in seguito fallita, ma che negli anni pubblicò, oltre ai suoi lavori, anche album di J.J. Cale, Don Nix, Phoebe Snow, Freddie King, oltre a far esordire Tom Petty & The Heartbreakers. Ovviamente Leon in quegli anni (ed anche in seguito), portava avanti anche la sua carriera solistica, che però era piuttosto avara di soddisfazioni (le sue canzoni più note, Delta Lady e A Song For You, ebbero più successo in versioni di altri, la prima con Joe Cocker e la seconda con una moltitudine di artisti, dei quali il maggior successo lo ebbero i Carpenters, ma la incise anche una leggenda come Ray Charles), ed anche i suoi album, inappuntabili dal punto di vista musicale, non vendettero mai molto (con l’eccezione del bellissimo Carney del 1972, che salì fino al secondo posto, ed il seguente Leon Live, al nono), facendo di lui uno degli artisti di culto per antonomasia della storia del rock, ma sempre richiestissimo come musicista per conto terzi; nel 1979 il suo ultimo successo per decenni, con l’album One More For The Road condiviso con Willie Nelson.

Per tutti gli anni ottanta, novanta e la prima decade dei duemila Leon ha continuato ad incidere, pur diradando la sua produzione, finché nel 2010 il suo grande fan Elton John decise di tirarlo letteralmente fuori dalla naftalina incidendo con lui il bellissimo The Union (prodotto da T-Bone Burnett), album che ebbe un ottimo successo e contribuì a far conoscere la figura di Russell anche alle generazioni più giovani, e facendogli assaporare finalmente un meritatissimo istante di popolarità. Ancora un disco molto bello nel 2014, Life Journey, poi più nulla fino alla morte avvenuta ieri in seguito a complicazioni sopraggiunte dopo un intervento al cuore.

Leon Russell era il classico musicista che non ebbe mai neanche un decimo della fama che avrebbe meritato, ma credo che lui sia stato felice così, di aver suonato la musica che gli piaceva di più insieme ai migliori al mondo; io vorrei ricordarlo con un toccante brano contenuto in The Union, nel quale oltre a Leon ed Elton partecipa anche il “Bisonte” Neil Young.

Addio, Leon.

Piccola considerazione conclusiva: come nei thriller il cui finale “aperto” lascia presagire un seguito, l’inquietante domanda da porsi è “A chi toccherà adesso?”.

Marco Verdi

Non Volevamo Una Giornata Ancora Più Buia! Si E’ “Spento” A Sorpresa Anche Leonard Cohen1934-2016

leonard cohen death

Il titolo del post paragrafa quello dell’ultimo disco del grande cantautore, poeta e scrittore canadese, uscito da meno di un mese, You Want It Darker, e mi è sembrato il modo migliore per commentare la morte di Leonard Cohen all’età di 82 anni, avvenuta il 7 Novembre (l’annuncio è stato dato solo oggi), e che va ad appesantire ulteriormente il bollettino di questo pesantissimo 2016.

La sorpresa del titolo riguarda però noi che non lo conoscevamo personalmente, secondo me lui se lo sentiva (o, forse, lo sapeva), visti i riferimenti neanche troppo velati ad una sua prossima dipartita nella missiva indirizzata alla sua ex musa ed amante Marianne Ihlen, scomparsa lo scorso Luglio ed alla quale aveva dedicato nel 1967 la bellissima So Long, Marianne, e soprattutto notando i testi cupi del suo album appena uscito, con un’aria di morte che aleggiava un po’ dappertutto, insieme a musiche altrettanto scure. Ma la notizia è comunque di quelle sconvolgenti, in quanto Cohen era uno dei maggiori songwriters mondiali, per il quale la parola “poeta” non era spesa invano: i suoi testi sono infatti sempre stati fra i più belli in circolazione, anzi secondo me nessuno scriveva canzoni d’amore come sapeva fare lui (ed il fatto che avesse sempre avuto un grande ascendente sulle donne non è un caso, secondo me sapeva parlare al sesso femminile come nessun altro), al punto che più di uno, quando hanno assegnato il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, ha asserito che anche Leonard lo avrebbe meritato.

Cohen era anche in possesso di una voce calda, profonda e suadente, migliorata tra l’altro col passare degli anni, e di un gusto melodico non comune, il tutto legato da una classe e raffinatezza senza eguali, che gli permetteva di affrontare qualsiasi tema con una leggerezza incredibile (anche la sua ironia era proverbiale, pari quasi al suo tocco poetico): non vedo, per esempio, chi altri se non lui avrebbero potuto parlare in una canzone di sesso orale (Chelsea Hotel) o anale (The Future) con una tale leggiadria, oppure porgere un testo agghiacciante come quello di First We Take Manhattan o apocalittico come quello della stessa The Future con un distacco simile, quasi avesse sempre un mezzo sorriso ironico pronto all’uso. I suoi dischi e la sua musica sono stati d’ispirazione per una serie interminabile di cantautori (anche in Italia, De Gregori e De André su tutti), fin dai primi album, la famosa trilogia Songs Of Leonard Cohen, Songs From A Room e Songs Of Love And Hate, che contenevano capolavori assoluti come Suzanne, Sisters Of Mercy, la già citata So Long, Marianne, Bird On The Wire (la cui prima frase è stata scelta da Kris Kristofferson come suo futuro epitaffio), la meravigliosa The Partisan, canto della resistenza francese riadattato da Leonard ed interpretato in maniera mirabile, Famous Blue Raincoat, Joan Of Arc.

Con il suo quarto album, il magnifico New Skin For The Old Cerimony del 1974, Leonard abbandona le sonorità spoglie dei primi tre lavori per una strumentazione più articolata (rock sarebbe un termine inadatto al nostro), ed al suo interno troviamo altri capolavori come la già citata Chelsea Hotel (che contiene una frase secondo me memorabile: We Are Ugly, But We Have The Music), Lover Lover Lover, la splendida Who By Fire (Leonard affrontava l’argomento della morte anche in gioventù), Take This Longing, ecc. Dopo un disco criticatissimo non per le canzoni ma per le pesanti orchestrazioni del produttore Phil Spector (Death Of A Ladies’ Man, un titolo che andrebbe bene per la giornata odierna), ecco il ritorno alle “sue” atmosfere con l’ottimo Recent Songs (1979), che non contiene superclassici ma è decisamente unitario e si apre con The Guests, uno dei suoi più bei testi in assoluto.

Negli anni ottanta solo due dischi, ma straordinari: Various Positions del 1984 e I’m Your Man del 1988, che ospitano futuri classici come Hallelujah, che oggi è diventato il suo brano più popolare grazie anche alle numerose cover versions, Jeff Buckley su tutte https://www.youtube.com/watch?v=y8AWFf7EAc4 , Dance Me To The End Of Love, futura apertura dei suoi concerti, If It Be Your Will, Everybody Knows, Ain’t No Cure For Love, Tower Of Song; tra l’altro nel secondo dei due album Leonard comincia ad utilizzare sintetizzatori e programmazioni, ma ancora una volta con grande gusto e misura, e senza mai risultare pomposo od invasivo. L’eccellente The Future del 1992 sarà il suo ultimo disco per anni, in quanto il nostro si ritirerà in meditazione zen e si prenderà cinque anni sabbatici (che poi diventeranno nove), ritornando nel 2001 con il discreto (e un po’ soporifero) Ten New Songs.

Gli ultimi anni di carriera diventano quasi frenetici, almeno per uno della sua età e che sempre stato tendenzialmente pigro, a causa di un grave problema con la sua ex manager, Kelley Lynch, che in sua assenza gli ha “mangiato” quasi tutti i risparmi, riducendolo praticamente sul lastrico: tre nuovi album di studio tra il 2004 ed il 2014 (Dear Heather, discreto, Old Ideas, molto bello, Popular Problems, splendido) e ben quattro dal vivo, tratti dalle sue lunghe tournée e con concerti di tre ore l’uno, tra i più belli degli ultimi anni (ancora mi ricordo la grandissima serata di qualche anno fa agli Arcimboldi di Milano): almeno Live In London e Live In Dublin, pur con le molte ripetizioni, sono imperdibili, grazie anche al gruppo strepitoso che accompagna il nostro sul palco, ma anche per gli esilaranti monologhi tra una canzone e l’altra, dove veniva fuori la sua geniale ironia.

You Want It Darker è storia recentissima (devo dire che il disco non mi ha convinto più di tanto, l’ho trovato un po’ “statico”, ma credo che necessiti di ulteriori ascolti): come d’abitudine, un po’ troppo frequente un questo 2016, voglio ricordare Cohen con una scelta personale, un brano che forse non è il suo più bello, di certo non è famosissimo, ma anche alla milionesima volta che lo ascolto mi fa venire la pelle d’oca.

Addio Lenny, ora potrai davvero cantare Hallelujah con gli angeli.

E salutaci Marianne…e anche Jeff.

Marco Verdi

Una Intrigante Ed Inconsueta Antologia Di Canzoni Da Funerale. Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night

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Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night – Cooking Vinyl

E’ indubbio che nell’attuale panorama musicale certi dischi nascono per delle coincidenze strane e questo di cui mi accingo a parlarvi, Death’s Dateless Night, rientra sicuramente in questa casistica. Paul Kelly (di cui abbiamo parlato ampiamente su queste pagine virtuali, l’ultima volta per il disco su Shakespeare http://discoclub.myblog.it/2016/04/30/memoria-william-shakespeare-succedeva-400-anni-fa-paul-kelly-seven-sonnets-song/ ), mentre si dirigeva ad un funerale in auto con un suo amico, appunto il polistrumentista e produttore australiano Charlie Owen, si sia chiesto (come molti di noi) quale canzone vorremmo che suonassero al nostro funerale (il sottoscritto per esempio si è già prenotato per Hallelujah di Leonard Cohen): come conseguenza, a questi due mancati rappresentanti delle pompe funebri, è venuta l’idea di registrare un album di tali canzoni, in parte rispolverate dal repertorio di Kelly, altre da brani tradizionali e piccoli “classici” australiani, e alcune cover d’autore (Cohen, Townes Van Zandt, Beatles, Hank Williams).

Detto fatto i due “compari” si sono messi al lavoro nella casa di Owen (un tipo che nella sua carriera ha fatto parte di gruppi dai nomi poco conosciuti, ma amati da chi segue il rock australiano, quali New Christs, Tex, Beasts Of Bourbon) e con Paul alle chitarre acustiche e Charlie che suona di tutto, dal dobro alla lap-steel, dal pianoforte al sintetizzatore, con l’aggiunta occasionale dei membri della famiglia Kelly, con alle parti vocali le figlie Maddy e Memphis, e la sorella Mary,  hanno registrato 12  canzoni affidatie alla  produzione di “padre” Greg Walker (Herbie Hancock, Kenny G. e altri). I “Salmi”, se così vogliamo chiamarli, iniziano in gloria con la pianistica e delicata Hard Times scritta da Stephen Foster, accompagnata da una seducente armonica, a cui fanno seguito una solare cover di To Live Is To Fly, pescata dal repertorio di Townes Van Zandt; ci fanno poi conoscere uno sconosciuto autore australiano come LJ Hill, con la tenue e dolcissima Pretty Bird Tree, rispolverano un vecchio pezzo tradizionale “ blues Make Me A Pallet On Your Floor, rivisitato in chiave “bluegrass” dove si nota la bravura di Owen, per poi recuperare da Wanted Man (94) di Paul Kelly, una nuova versione di Nukkunya con l’armonica in evidenza.

Dopo un attimo di “raccoglimento” si riparte con una vecchia canzone irlandese The Parting Glass (dei fratelli Clancy e Tommy Makem), cantata in modo meraviglioso da Paul “a cappella”, seguita da un’altra sua composizione Meet Me In The Middle Of The Air (questa era sul suo album “bluegrass” Foggy Highway (05), dove vengono riportate le parole del Salmo 23 (spesso recitate ai funerali), mentre la versione dello “standard” Don’t Fence Me In con l’apporto di Maddy Kelly e il coro di Memphis (con la lap-steel di Charlie), è dolce e gentile. Pochi accordi di chitarra e un pianoforte accompagnano e rendono omaggio a Leonard Cohen, con la sempre dolce melodia di Bird On A Wire, senza dubbio la versione migliore del lavoro, e ancora Good Things a ricordare un loro amico scomparso Maurice Frawley (suonava con Paul in uno dei suoi primi gruppi, i Dots), mentre il coro di Memphis e la figlia Maddy si uniscono a papà Paul e Charlie per una educata cover di Let It Be del duo di autori minori britannici tali Lennon-McCartney, e in chiusura di cerimonia viene rivisitata in forma acustica, solo chitarra (Charlie) e voce (Paul) la nota e triste Angel Of Death di un Hank Williams d’annata.

Con questo Death’s Dateless Night prosegue l’interesse di Kelly nel fare dischi a tema (all’inizio di quest’anno ha pubblicato, come ricordato, un EP dedicato ai sonetti di  William Shakespeare Seven Sonnets & A Song), e anche se il rischio che da questa unione con Owen potesse uscire un lavoro “deprimente” era alta, la scelta delle canzoni, scritte da artisti con cui Paul ha condiviso un percorso personale e musicale, si è dimostrata invece un punto di forza (nonostante la particolare tematica del disco), e il risultato finale è quello di un lavoro ben fatto, suonato e cantato bene, con una forte risonanza emotiva, per quanto minore e “carbonaro”.

Gira voce che i due “becchini”, entusiasti del risultato, stiano pensando di fare un sequel. Amen!

Tino Montanari