Prosegue La “Striscia” Del Blues. Popa Chubby – Two Dogs

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Popa Chubby – Two Dogs – earMusic/Edel

Popa Chubby o se preferite Ted Horowitz, visto che in teoria il nome d’arte dovrebbe appartenere al gruppo (come racconta lui stesso, attribuendo la paternità del nickname al grande tastierista di Parliament/Funkadelic Bernie Worrell), poi, per estensione, è ovvio che essendo Horowitz l’unico membro fisso della band, il nomignolo è rimasto legato a lui. Confesso che non saprei dirvi che numero sia questo nuovo album nella sua discografia, direi almeno 25 in circa altrettanti anni di carriera deve averli pubblicati. Come sempre i migliori sono i primi, e quelli dal vivo, ma Popa Chubby, a parte forse un paio di volte, con l’ex moglie Galea, non è mai andato sotto il livello di guardia, ed i suoi dischi sono sempre abbastanza soddisfacenti, con delle punte di eccellenza. Anche questo Two Dogs non devia dalla regola aurea del “Blues according to Popa Chubby”, che è stato anche il titolo di un suo disco: per l’occasione Horowitz ha inciso solo materiale originale (ma poi non ha resistito, e alla fine dell’album comunque ci sono un paio di cover di pregio). Dopo Catfish dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/ , il primo per la earMusic, quindi dai gatti si passa ai cani, ma il risultato di fondo non cambia: il tastierista è il “solito” Dave Keyes, un nome, una garanzia, da molti anni con il “Chubby”, per il resto, si segnala la presenza alla batteria di Sam Bryant, uno ha che suonato per diversi anni nella band di Kenny Wayne Shepherd, e quindi è abbastanza uso al blues-rock diciamo energico di Popa Chubby, che comunque incorpora anche da sempre elementi soul e R&B.

L’album si apre con It’s Alright, un classico pezzo blues alla Horowitz, chitarra fluida e pungente, un ritmo influenzato, come ricorda lo stesso Chubby nel filmato, dai vecchi ritmi Detroit della Motown, quel pop errebì gioioso che imperava negli anni ’60, con le tastiere di Keyes molto presenti a controbilanciare il lavoro della solista, uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni; Rescue Me dovrebbe essere una vecchia canzone mai incisa in passato per svariati problemi, che questa volta trova la via del nuovo disco, altro brano positivo e vibrante, tra R&R e blues, a tutto riff, con la chitarra sempre pungente del nostro, mentre Preexisting Order un brano che verte sull’health care americana, ha un ritmo quasi da soul revue, con l’intervento di fiati rotondi a dare corpo ad un’altra canzone dove si respira un’aria musicale brillante e positiva. Sam Lay’s Pistol è un altro pezzo che viene dal passato, scritto con l’ex moglie Galea, narra le vicende incredibili e grottesche di Sam Lay, il vecchio batterista che fu con i grandi della Chess e del blues (pure con Butterfield Blues Band e quindi presente alla svolta elettrica di Dylan) che aveva l’abitudine di portare sempre con sé una pistola, con cui una volta si sparò per sbaglio, anche negli zebedei, brano leggero e piacevole ancora una volta, ma suonato con il solito piglio deciso che sembra caratterizzare questo Two Dogs;la cui title-track è un bel esempio del classico blues degli episodi più funky del nostro, giro rotondo di basso, ancora i fiati presenti e chitarrina insinuante con wah-wah in evidenza.

Niente male pure Dirty Old Blues un rock-blues tirato e brioso, con Popa Chubby che va alla grande di slide, un pezzo da “Instant Grat” lo definisce, e in effetti la gratificazione è immediata; e il groove è potente e coinvolgente anche nella successiva Shakedown, un wah-wah hendrixiano incontra un ritmo da Memphis e dintorni e il divertimento è assicurato. Wound Up Getting High è la preferita dello stesso Horowitz, una sorta di southern ballad, solo piano e chitarra acustica, con piccoli interventi dell’elettrica; Clayophus Dupree è il primo dei due strumentali del disco, dove si apprezza tutta la tecnica del nostro che è chitarrista di pregio e dal feeling unico, molto piacevole anche il lavoro dell’organo di Dave Keyes che fa molto Booker T & The Mg’s, mentre lo stesso Popa Chubby siede alla batteria, novello Al Jackson. Me Won’t Back Down  rientra nell’agone più funky-rock della musica del nostro, ma mi sembra uno degli episodi meno convincente del disco, al di là del solito buon lavoro al wah-wah, eecellente Chubby’s Boogie, l’altro pezzo strumentale dell’album, un tributo a Freddie King, ma pure con rimandi alla musica degli Allman Brothers, grazie alle twin guitars suonate dallo stesso Horowitz, notevole anche Keyes al piano, una delle migliori tracce del CD, che comunque segnala in generale un ritorno alla miglior forma del nostro. Come testimoniamo anche le due bonus tracks dal vivo poste in coda all’album: una Symphathy For The Devil, tratta dal tour di Big, Bad And Beautiful, con il classico brano degli Stones che riceve un trattamento Deluxe e una più intima e raccolta Hallelujah, il brano di Leonard Cohen via Jeff Buckley, solo per chitarra e piano, quasi dieci minuti per una versione molto sentita e commovente.

Bruno Conti

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

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Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Nuove E Vecchie Medicine Proposte Dalla D.ssa “Buffy”. Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs

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Buffy Sainte-Marie – Medicine Songs – True North Records/Ird – Deluxe Edition

A distanza di due anni dal precedente Power In The Blood (premiato con il riconoscimento del prestigioso Polaris Music Pride) http://discoclub.myblog.it/2015/06/08/delle-grandi-della-musica-folk-americana-lultima-pellerossa-buffy-sainte-marie-power-the-blood/ , torna questa arzilla “nativa americana” con questo nuovo lavoro Medicine Songs, una raccolta di canzoni recuperate dal suo vecchio e notevole “songbook”, dove il saccheggio più ampio viene dal bellissimo Coincidence And Likely Stories (5 brani), ma anche dal suo album d’esordio It’s My Way con tre brani storici, altre tre canzoni da Running For The Drum, due dal “seminale” Little Wheel Spin And Spin, senza dimenticareil giusto spazio, con un brano a testa, ad album dimenticati ma di grande importanza quali She Used To Wanna Be A Ballerina, Buffy, Sweet America e il recente Power In The Blood, con la meritoria aggiunta di due canzoni inedite. Per questa sorta di retrospettiva “rivisitata” Buffy Sainte-Marie si è affidata alla abituale produzione di Chris Birkett, valente polistrumentista, chitarre acustiche e elettriche, batteria, percussioni e tastiere, e di Jon Levine al basso, batteria e tastiere, che portano negli studi di registrazione 2 Mounties Media di Toronto e ai Buffy’s Home Studios di Kapaa, HL, musicisti di provata bravura come Justin Abedin alle chitarre, Michel Bruyere alla batteria e percussioni, Anthony King al basso, con il contributo alle armonie vocali della collega Tanya Tagaq (anche lei vincitrice del premio Polaris), per una ventina di brani (sette in versione digitale, ma scaricabili con un codice gratuito contenuto all’interno del CD), con intriganti sonorità antiche che confluiscono in un folk “moderno”.

Le Medicine Songs partono con le due canzoni inedite, una You Got To Run (Spirit Of The Wind) basata su un ritmo tribale e cantata in duetto con la brava Tanya Tagaq, e The War Racket, una poesia musicata che Buffy aveva letto nel lontano 2008 al Native American Museum di Washington, per poi passare al trascinante canto di battaglia Starwalker (lo trovate su Sweet America), seguito da un brano senza tempo come la commovente My Country ‘Tis Of Thy People You’re Dying. Si prosegue con la “patriottica” America The Beautiful, a cui fanno seguito una tambureggiante versione della recente Carry It On, e classici di protesta storici come Little Wheel Spin And Spin e una poderosa No No Keshagesh, che viene rivoltata come un calzino. Con Soldier Blue, forse la sua canzone più celebre, Buffy inizia un percorso a ritroso nei vecchi album, con gemme dimenticate come la bellissima The Priests Of The Golden Bull, la potente forza di denuncia contenuta in una straordinaria Bury My Heart At Wounded Knee (entrambe le trovate su Coincidence And Likely Stories), l’inno pacifista della altrettanto famosa Universal Soldier tratta dal film Soldato Blu (un western revisionista con la presenza abbagliante di Candice Bergen), e la moderna, elettrica (quasi tecno) Power In The Blood. E’ interessante notare che con il materiale bonus, la Sainte-Marie rivisita brani poco noti e celebrati come Disinformation e Fallen Angels, recupera una straordinaria Now That The Buffalo’s Gone (cercatela su It’s My Way), una sempre trascinante Generation, il moderno canto tribale di Working For The Government, per poi passare ad una ballata ariosa come The Big Ones Get Away, e chiudere il cerchio con la versione unplugged di The War Racket (il brano più politico dell’album).

Oggi come ieri Buffy Sainte-Marie (nata in una riserva di nativi americani Cree), nonostante i suoi 76 anni, per molti rimane l’icona e la testimone della dignità dei suddetti popoli, con canzoni e testi che negli anni sono diventati dei veri e propri “inni” del folk americano, con tematiche su guerre, repressione e razzismo, temi purtroppo ancora attuali nella società attuale. Se personalmente, ma sono parziale, devo trovare una piccola pecca a questa ottima retrospettiva, è il mancato inserimento della bellissima e commovente Song Of The French Partisan (cercatela su She Used To Wanna Be A Ballerina https://www.youtube.com/watch?v=ms2oSvejYMQ ), un brano adattato e reso famoso da Leonard Cohen con il titolo The Partisan (cantata anche da Joan Baez e dai bravi ma poco conosciuti Sixteen Horsepower). Augh e lunga vita a Beverly Sainte-Marie detta Buffy.

Tino Montanari

Quest’Uomo E’ Sempre Una Potenza! Tom Jones – Live On Soundstage With Alison Krauss

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Tom Jones – Live On Soundstage w/Alison Krauss – BMG Rights Management CD+DVD

Tra i musicisti, come vogliamo chiamarli, “diversamente giovani”, Tom Jones è sicuramente uno di quelli che negli ultimi anni di carriera ha avuto una metamorfosi qualitativa (soprattutto a livello musicale, la voce è sempre stata strepitosa) veramente notevole: non è l’unico, pensiamo a Johnny Cash o a Neil Diamond, per parlare di due casi evidenti, ma ce ne sono stati altri magari meno conosciuti, come pure, in quantità maggiore, moltissimi che con l’andare del tempo sono invece decisamente peggiorati, ma questo vale anche per i giovani, purtroppo. Il cantante gallese ha avuto diverse fasi nella sua lunghissima carriera: prima il classico cantante pop, nell’Inghilterra degli anni ’60, uno dei rivali in classifica dei Beatles e degli Stones, con una serie di canzoni di successo famosissime, da Delilah a It’s Not Unusual, passando per il tema di Thunderball e Green Grass Of Home, poi c’è stata la fase dei concerti a Las Vegas (che comunque è durata fino al 2011), un lungo declino, soprattutto a livello discografico, e il ritorno, con un paio di “tormentoni” come Kiss e Sex Bomb che lo hanno fatto conoscere anche alle ultime generazioni. Il primo periodo quello del pop singer mainstream, per quanto fatto di canzoni appunto pop, spesso ha raggiunto livelli più che dignitosi, toccando anche il repertorio di Bacharach & David, classici della country music, il tutto sempre nobilitato dalla sua voce calda e potente.

Poi, improvvisamente, alla soglia dei 70 anni, nel 2010, ha deciso di dare una svolta radicale alla sua carriera, pubblicando il primo di una trilogia di album fantastici, aperta da un album come Praise And Blame, prodotto da Ethan Johns, e suonato (e cantato) da una serie di musicisti strepitosi, da Booker T Jones a Benmont Tench, Gillian Welch e David Rawlings, Dave Bronze, Bj Cole e Henry Spinetti, tra i grandi musicisti inglesi degli anni ’60/70; un disco dove gli elementi blues e gospel si fondevano con una certa roots music di qualità, con pezzi anche di Dylan e Billy Joe Shaver. I due dischi successivi, Spirit In The Room, ancora prodotto da Johns, e incentrato soprattutto sul repertorio dei grandi cantautori, e Long Lost Suitcase, un mix dei due precedenti con brani tradizionali e blues, alternati a canzoni dei Los Lobos, degli Stones e di Willie Nelson, hanno cementato questa rinascita. Per completare questo filotto di grandi album ora esce Tom Jones Live On Soundstage, registrato nel Granger Studio di Chicago dove si registra il celebre programma della PBS Soundstage: e lo fa presentandosi con una band da sogno, con Doug Lancio (il chitarrista di John Hiatt e mille altri), Marco Giovino alla batteria e direttore musicale, Tom West, a piano, organo e fisarmonica, Neal Pawley, trombone e chitarre aggiunte, e Viktor Krauss al basso, che si è portato anche la sorella Alison Krauss, voce duettante e violino in tre brani; molto meglio del precedente Live di Jones dove a duettare c’era l’anglo-australiano John Farnham.

Inutile dire che il concerto è bellissimo, da ascoltare, ma anche da vedere, meglio, nel DVD allegato, con Tom Jones che è sempre il consumato performer che tutti conosciamo, veterano di migliaia di concerti e che tiene subito in pugno il pubblico fin dall’apertura: affidata ad una intima ed intensa Tower Of Song di Leonard Cohen, con un bel arrangiamento che privilegia la chitarra acustica di Lancio e il piano elettrico di West, poi entra in modo discreto il resto della band quando il brano si apre sulla melodia della splendida canzone. I ritmi si alzano subito con il gospel tradizionale Run On, un brano che Jones racconta era uno dei preferiti di Elvis e i due la cantavano spesso in privato, senza averla mai incisa insieme, fatta a tempo di rock&blues alza subito la temperatura del concerto, grande versione e che voce; Strange Things di SisteRosetta Tharpe viene fatta tra R&R e blues, tra ritmo e divertimento, con il piano protagonista. Non mancano i vecchi classici di Tom, la prima ad apparire in scaletta è Delilah, in versione 2.0, con elementi rootsy e una fisarmonica malandrina, ma il pezzo rimane una sorta di valzer senza tempo con Lancio che inizia a scaldare la chitarra; Take My Love (I Want To Give It), viene da Long Lost Suitcase ed è un bel rock-blues poderoso di nuovo con Doug Lancio in evidenza, A questo punto, accolta da un grande applauso, sale sul palco Alison Krauss, e i due intonano una deliziosa Opportunity To Cry, un pezzo di Willie Nelson che è country puro, seguita da Raise A Ruckus un traditional dove la Krauss imbraccia anche il suo violino guizzante e si va di bluegrass a tutto tondo, con l’intermezzo dixieland del trombone.

Elvis Presley Blues, il brano della coppia Welch e Rawlings è l’occasione per ricordare un vecchio amico, un episodio dall’atmosfera malinconica e di grande fascino, solo la voce di Jones e la chitarra con riverbero di Lancio. Altro grande brano è Soul Of A Man, un vecchio blues di Blind Willie Johnson con un incisivo Lancio alla slide e pure If I Give My Soul di Billy Joe Shaver non scherza, una bellissima country ballad cantata con passione da Jones, che poi ribadisce la sua serata magica con una sanguigna rilettura di un John Lee Hooker d’annata con una Burning Hell da manuale, di nuovo con Lancio alla slide, sembrano quasi i Led Zeppelin; eccellente anche Don’t Knock, il pezzo degli Staples Singers, che è quasi R&R puro, con il call and response coinvolgente con il resto della band. A questo punto torna Alison Krauss per una folata country-rock-gospel in una  Didn’t It Rain con tocchi stonesiani, ma Tom non può esimersi anche dal cantare un altro dei suoi standard assoluti, con una versione di grande pregio di Green Green Grass Of Home che diventa una country ballad splendida, quasi commovente. ‘Til My Back Ain’t Got No Bone è soul purissimo dal repertorio di Eddie Floyd, molto bluesy e ancora con quella voce incredibile in azione, persino Kiss in questa veste sonora rootsy e rinnovata diventa un funky maligno e divertente (beh, quello lo era già, pero niente Sex Bomb per fortuna, anche se la canta sempre dal vivo). Ci avviamo alla conclusione ma c’è tempo ancora per una potentissima I Wish You Would che in quanto a grinta non ha nulla da invidiare alla versione degli Yardbirds, con Lancio che titillato da Jones strapazza la sua chitarra, e poi, naturalmente per gli altri cavalli da battaglia, Thunderball e It’s Not Unusual, sempre in modalità Deluxe per chitarra acustica, trombone e fisarmonica, per salutare infine il pubblico presente ad un concerto magnifico con una What Good Am I? di Bob Dylan che è la ciliegina sulla torta di una serata da ricordare e questo Live, tra i migliori di questa annata, ne è la documentazione fedele.

Bruno Conti

Alla Fine Insieme, Stephen E Judy “Blue Eyes”, E Forse Valeva La Pena Di Aspettare. Stills & Collins – Everybody Knows

stills & collins everybody knows

Stephen Stills & Judy Collins – Everybody Knows – Wildflower/Cleopatra

Quando, qualche tempo fa, ho letto che sarebbe uscito un disco insieme di Stephen Stills Judy Collins, la cosa mi ha subito incuriosito. Quasi 50 anni dopo il loro primo incontro, ed una breve e travagliata storia d’amore che alla fine ha prodotto una delle più belle canzoni uscite dalla scena magica della West Coast di fine anni ’60 (e tra le più belle in assoluto di sempre) Suite:Judy Blue Eyes, scritta da Stills ed intepretata in modo magistrale da C S N sul loro primo album, con quelle armonie vocali inarrivabili e il lavoro intricato della chitarra di Stephen. Ma il loro sodalizio, almeno a livello musicale, era iniziato con l’album di Judy Collins Who Knows Where The Time Goes, dove Stills suonava chitarre elettiche ed acustiche e basso, in quello che probabilmente è il disco più “rock”, ma anche il più bello (almeno per il sottoscritto, con In My Life, Wildflowers Whales And Nightingales, appena un gradino sotto) della cantante di Washington. Tra l’altro una delle prime riviste on-line a dare in anteprima la notizia è stata Rolling Stone, confermando la mia idea che ormai si tratta di una rivista di gossip ed arte varia (ma ormai da lunga pezza), scrivendo che l’album avrebbe contenuto anche una cover di Who Knows Where The Time Goes, “la prima canzone scritta insieme da Stephen Stills e Judy Collins nel 1968″, una fregnaccia intergalattica che poi altri hanno ripreso, mentre la povera Sandy Denny, la vera autrice del brano, si sta rivoltando nella tomba.

Tra gli altri brani “nuovi” Judy, un pezzo scritto da Stephen Stills, che in effetti appariva su Just Roll Tapes, il disco di demo inediti registrati dall’artista di Dallas (ebbene sì, anche Stills non è californiano) nel lontano 1968, ma pubblicato nel 2007, e che è stato il miglior disco del nostro da almeno 40 anni a questa parte, come pure quelli della Collins hanno tutti quasi 50 anni, anche se lei ha continuato a fare dischi anche negli anni 2000, almeno una dozzina, sempre di livello più che accettabile con qualche punta di eccellenza. Ebbene devo dire che con queste premesse e con le mie aspettative che erano piuttosto basse, il disco è molto piacevole, ben suonato ed arrangiato, con una strumentazione elettrica, per chi si aspettava un album solo chitarre acustiche e voci, e la produzione curata dagli stessi Stills e Collins, con l’aiuto di Marvin Etzioni, che suona anche vari di tipi di mandolino nel CD, è piuttosto curata e ben definito, con Kevin McCormick al basso (visto di recente con Kenny Wayne Shepherd, ma facente parte anche dei Rides, il gruppo dove Stills ha consegnato le sue migliori performances musicali da svariate decadi a questa parte, CSN a parte), Tony Beard alla batteria (che suona spesso nei dischi di Judy Collins), Russell Walden alle tastiere (anche lui un fedelissimo di Judy). E pure la scelta delle canzoni si è rivelata felice: a partire dalla cover di Handle With Care, il pezzo dei Traveling Wilburys, una canzone che mette subito di buon umore, e se la parte vocale di Stills (che comunque ha recuperato in parte la sua voce, rispetto a dieci, quindici anni fa) forse non può competere con l’originale di George Harrison, la Collins, anche se probabilmente non raggiunge più quegli acuti purissimi del suo periodo migliore, ha ancora una tessitura e un timbro di tutto rispetto, e Roy Orbison dovrebbe essere contento, e poi l’idea di cantare armonizzando spesso e volentieri si rivela vincente, l’organo, le chitarre elettriche di Stills e una sezione ritmica pimpante fanno il resto, con il brano che scorre liscio come l’olio.

Anche So Begins The Task era in versione demo su quel fatidico Just Roll Tapes (ma poi è stata incisa sul disco dei Manassas del 1972), un pezzo molto bello, dove i due cantano ancora all’unisono donando alla canzone uno spirito alla CSN, con intrecci vocali di grande fascino e quel profumo di West Coast mai sopito, con Stills che è sempre un grande chitarrista e lo dimostra. River Of Gold è un brano nuovo scritto per l’occasione da Judy Collins, sul tempo che passa, ma senza rimpianti, con serenità estrema e un pizzico di malinconia, e la voce è sempre incredibile (la signora ha 78 anni) ma il suo soprano è ancora quasi perfetto, senza tracce di vibrato, maturo e cristallino, sentite la nota finale, ed eccellente anche il contributo di Stephen, sia alla seconda voce come alla chitarra elettrica. Everybody Knows, il brano che dà il titolo a questa raccolta, è una composizione di Leonard Cohen, l’ennesima cantata dalla Collins, che nel 1966 ha praticamente lanciato la carriera dello sconosciuto canadese (a parte nei circoli letterari), incidendo Suzanne Dress Rehearsal Rag nel disco In My Life,dove appariva anche un brano di uno sconosciuto Randy Newman, e prima e dopo, ha inciso anche brani di Eric Andersen, Dylan, Gordon Lightfoot e di una sconosciuta Joni Mitchell. Ma Cohen è sempre stato il preferito della Collins, anche se non aveva mai registrato (credo) questo pezzo del 1984 contro la guerra, che porta anche la firma di Sharon Robinson. Versione molto bella, elettrica e sognante, sembra quasi un brano dell’amico di entrambi, David Crosby, sempre con le voci che si intrecciano in modo quasi inestricabile, con Judy che guida. Ma prima nel disco troviamo la poc’anzi ricordata Judy, l’altro brano che ai tempi Stills dedicò alla sua amata, senza inciderla a livello ufficiale, versione cantata con piglio deciso da uno Stills in buona forma vocale, mentre la Collins lavora di fino sullo sfondo, come fa lo stesso Stephen alla chitarra.

Houses è un altro pezzo scritto da “Judy dagli occhi blu”, una delicata ballata pianistica dove si apprezza la voce ancora fresca e senza tempo, quasi “acrobatica” di questa splendida cantante. Anche Reason To Believe di Tim Hardin è una canzone bellissima (ricordo la versione splendida di Rod Stewart su Every Picture Tells A Story): l’approccio di Stills per l’occasione è quasi “compiacente”, molto semplice ma raffinato al tempo stesso, un poco come i primi CSN, con la Collins nel ruolo di Crosby (o di Nash), in ogni caso estremamente piacevole. L’omaggio a Bob Dylan avviene con una canzone che era già stata un duetto, tra Bob e Johnny Cash, su Nashville Skyline, Girl From The North Country, versione intima e folk, solo con una chitarra acustica arpeggiata e le due voci intrecciate. A seguire troviamo Who Knows Where The Time Goes, un brano che è nella mia Top 10 all-time (se ve ne frega qualcosa), splendida nella versione originale di Sandy Denny, dei Fairport Convention in quella della Collins del 1968 (senza dimenticare quella struggente di Eva Cassidy, che vi consiglio di ascoltare), e pure in questa attuale, una canzone di una bellezza sconvolgente, dove Judy dà il meglio di sé come interprete e Stills la illumina ulteriormente nella parte centrale con un assolo che si intreccia con i gorgheggi della cantante. A chiudere l’album, ribadisco, non un capolavoro, ma molto piacevole e superiore alle attese, un’altra composizione di Stephen Stills che viene dal passato, addirittura dai tempi dei Buffalo Springfield, Questions, un pezzo rock vibrante e chitarristico degno delle migliori composizioni del nostro. I due sono anche in tour insieme (meno perfetti che nel disco), come vedete dai video inseriti nel Post. Comunque un buon disco per scaldare le prossime serate autunnali, consigliato.

Bruno Conti

Lui Non Mi Fa Impazzire, Ma Stavolta Non E’ Malaccio! Eric Church – Mr. Misunderstood On The Rocks

eric church mr. misunderstood on the rocks

Eric ChurchMr. Misunderstood On The Rocks: Live And (Mostly) Unplugged – EMI Nashville EP/CD

Non sono un grande fan di Eric Church, country rocker del North Carolina in attività da poco più di dieci anni, ed oggi uno dei musicisti più popolari in USA, perlomeno in ambito country. Eric non era neppure partito male, esordendo con un discreto album di robusto country chitarristico (Sinners Like Me, 2006) e bissando tre anni dopo con l’altrettanto valido Carolina: peccato che, con l’aumentare delle vendite, Church sia scivolato disco dopo disco verso una musica sempre più commerciale, un country finto southern di grana grossa, ma in fin dei conti perfettamente allineato con quello che chiedono a Nashville. Il suo live album del 2013, Caught In The Act, era piuttosto buono, elettrico e roccato al punto giusto, ma sia The Outsiders che Mr. Misunderstood, i suoi due ultimi lavori in studio, non avevano certo le carte in regola per piacere a chi ama il vero country. Mr. Misunderstood tra l’altro ha venduto meno della metà del suo predecessore, segno che anche in America forse un certo tipo di musica fatta per le classifiche comincia a stufare: è forse per questo che Eric ha appena pubblicato un altro disco dal vivo, un EP con solo sette canzoni, che però si candida da subito come una delle sue cose migliori.

Mr. Misunderstood On The Rocks è intanto registrato nella suggestiva cornice del Red Rocks Amphitheatre in Colorado, un luogo capace di tirare fuori il meglio da chiunque, e poi Church sceglie di presentarsi in una veste spoglia, acustica al 90%, come recita il sottotitolo del CD. Non è da solo sul palco, anzi in un paio di brani c’è la sua band al completo, ma se si eccettua una occasionale chitarra elettrica, il suono è più intimo, più vero, meno legato alle sonorità dei dischi di studio; ed Eric si dimostra un buon performer, in grado anche di emozionare: peccato che il dischetto duri solo poco più di mezz’ora. Apre un medley decisamente interessante che, partendo dalla sua Mistress Named Music, tocca vari classici come Like A Rock di Bob Seger, Danny’s Song di Loggins & Messina, Willin’ dei Little Feat, Piano Man di Billy Joel (accolta da un’ovazione) e Troubadour di George Strait, il tutto eseguito solo con l’ausilio della chitarra acustica, ma senza rinunciare al feeling.

Con Chattanooga Lucy arriva la band, per una robusta canzone dal ritmo sostenuto e potente anche in questa versione stripped-down, con umori southern neanche troppo nascosti; Mixed Drinks About Feelings (bel titolo, molto Jimmy Buffett) vede il nostro in trio con il piano di Jeff Cease ed il controcanto femminile di Joanna Cotten, per una toccante ballata dalla melodia ulteriormente valorizzata dalla veste acustica (e che voce lei), mentre Knives Of New Orleans, ancora con Eric da solo sul palco, è comunque un pezzo con una certa vitalità. Kill A Word è ancora elettroacustica e con il gruppo al completo, maschia, vibrante e soprattutto privata delle diavolerie in studio per renderla commerciale; l’intensa Record Year, ancora in trio (ma con due chitarre ed il piano) e molto amata dal pubblico, conduce al brano conclusivo, una versione voce e chitarra (elettrica) del superclassico di Leonard Cohen Hallelujah, rilettura che tiene presente quella di Jeff Buckley ma rimane comunque personale e soprattutto sentita. Non sto dicendo che questo dischetto sia imperdibile, tutt’altro, ma se anche voi non siete estimatori di Eric Church sappiate che qui troverete solo la parte buona di lui.

Marco Verdi

Un Gruppo Ormai Tra I Migliori In Circolazione! Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

tedeschi trucks band live from the fox oakland

Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland – Fantasy/Universal 2CD/DVD

Nata dalle ceneri della Derek Trucks Band, e formata da Derek Trucks, grande chitarrista di scuola Allman (nipote tra l’altro del recentemente scomparso Butch Trucks http://discoclub.myblog.it/2017/01/27/lultima-testimonianza-di-un-grande-batterista-great-caesars-ghost-with-butch-trucks/ ) insieme alla moglie, la cantante e chitarrista Susan Tedeschi, la Tedeschi Trucks Band è un gruppo in costante ascesa, che migliora di disco in disco, e penso che si possa affermare che, dopo tre album di studio e due live, è oggi uno dei migliori acts a livello mondiale. Un esordio buono ma non eccezionale nel 2011 (Revelator), al quale aveva fatto seguito due anni dopo il più riuscito Made Up Mind e, lo scorso anno, l’eccellente Let Me Get By, un grande disco di southern rock come si usava fare negli anni settanta, ma con la band che palesava uno stile proprio che si rifaceva anche al suono di gruppi come Derek & The Dominos, Delaney & Bonnie ed a quel meraviglioso carrozzone che erano i Mad Dog & Englishmen guidati da Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2016/01/27/unoretta-pure-delizie-sonore-anche-piu-nella-versione-deluxe-tedeschi-trucks-band-let-me-get-by/ . In mezzo, un album dal vivo splendido, Everybody’s Talkin’ (2012), che mostrava che on stage la band, libera dai vincoli di studio, era veramente capace di suonare qualsiasi cosa. Oggi il gruppo è cresciuto ancora, è ulteriormente maturato, ed è migliorata anche l’intesa tra i molti membri (ben dodici), e questo si palesa alla grande in questo nuovo disco dal vivo, Live From The Fox Oakland, un doppio fantastico che supera anche il già bellissimo Everybody’s Talkin’ http://discoclub.myblog.it/2012/05/20/grande-musica-rock-70-s-style-tedeschi-trucks-band-everybody/ .

Registrato lo scorso 9 Settembre al Fox Theatre di Oakland, California, questo doppio CD con accluso DVD ci presenta una band in stato di grazia, guidata da un chitarrista (Trucks) che non esito e definire tra i migliori (se non il migliore) della sua generazione (magari a pari merito con Joe Bonamassa, ma superiore, ad esempio, a Kenny Wayne Shepherd), un axeman dotato di grandissima tecnica ma anche decisamente creativo e con un feeling enorme; Susan, poi, è una sparring partner perfetta: dotata di un’ottima voce, grintosa ma sensuale all’occorrenza, è anche lei una notevole chitarrista, quasi una sorta di novella Bonnie Raitt (anche se la rossa californiana è ancora qualche gradino più su). Il resto del gruppo, a partire dalla voce solista maschile di Mike Mattison (ex DTB) è un treno in corsa, con una menzione particolare per il tastierista Kofi Burbridge (fratello di Oteil), il basso preciso di Tim Lefebvre, la doppia batteria di Tyler Greenwell e J.J. Johnson e la sezione fiati di tre elementi, che dona ulteriore colore, e calore, ad un suono già di per sé ricco di sfumature. Live From The Fox Oakland presenta le solite differenze nella tracklist tra CD e DVD, anche se devo dire che per una volta è più completo il supporto audio, sebbene solo nella parte video trovino spazio due brani che da soli valgono parte del prezzo richiesto, e cioè una bellissima versione del classico country di George Jones Color Of The Blues (già cantato da Susan lo scorso anno con John Prine nell’album di duetti di quest’ultimo) ed una gradevole You Ain’t Going Nowhere di Bob Dylan eseguita in maniera informale nel backstage e con Chris Robinson come membro aggiunto.

Ma veniamo al concerto: si parte con la potente Don’t Know What It Means, chitarra wah-wah di Derek, fiati, poi entra il resto della band, con Susan che intona una delle melodie più dirette di Let Me Get By, specie nel ritornello, un modo decisamente adatto ad aprire la serata, in cui Trucks fa sentire subito di che pasta è fatto, ed un assolo di sax molto free che ci porta verso una versione scintillante di Keep On Growing (proprio dal classico unico album di Derek And The Dominos), lunga, fluida, dal suono caldo e con Derek che “claptoneggia” alla grande; Bird On The Wire è un sentito omaggio a Leonard Cohen (che all’epoca del concerto era ancora tra noi), una rilettura decisamente soul, quasi gospel, ancora calda e profonda, e cantata in maniera strepitosa da Susan: quasi un’altra canzone. Within You, Without You, proprio il brano di George Harrison incluso in Sgt. Pepper, non mi ha mai entusiasmato, e neppure questa versione con la chitarra al posto del sitar mi convince a cambiare idea, per fortuna dura poco e confluisce nella tonica Just As Strange, un’altra rock song dal suono pieno ed “allmaniano”, con Susan che più va avanti e meglio canta; Mattison non è la Tedeschi, ma se la cava egregiamente nella bella Crying Over You, uno dei pezzi migliori dell’ultimo album, un errebi colorato dai fiati e con la solita prestazione maiuscola di Derek, qui doppiato alla grande dall’organo di Burbridge, per la serie ca…spiterina se suonano! Il primo dischetto termina con la lunga ed intensa These Walls, che ospita il musicista indiano Alam Khan al sarod per un momento di quiete, e con la magistrale Anyhow, molto anni settanta, un vero pezzo di bravura da parte di tutti, un brano disteso e liquido, con uno splendido pianoforte e la solita chitarra spaziale.

Il secondo CD si apre con la deliziosa Right On Time, quasi un brano dixieland, davvero godibile e che mostra la versatilità della TTB; un po’ di sano rock-blues con Leavin’ Trunk (di Sleepy John Estes, ma Taj Mahal, con Jesse Ed Davis Ry Cooder alle chitarre, ne faceva una versione strepitosa), che vede il gruppo compatto e granitico come al solito ed un Derek stratosferico; Don’t Drift Away è una sontuosa ballata ancora soul-oriented, e qui è Kofi al piano ad offrire una prova da applausi. La mossa e vibrante I Want More è un errebi di gran classe, al livello delle cose migliori di Aretha Franklin e, come ciliegina, il brano termina con una ripresa del classico di Santana Soul Sacrifice, tra le cose più belle dello show, un tour de force che da solo vale il disco (ma come suona Derek? Sembra che abbia dieci mani…). Un po’ di sano blues è quello che ci vuole, e I Pity The Fool (Bobby Bland) è il classico pezzo giusto al momento giusto: ottimo uso dei fiati e band che suona in modo sciolto e con la solita classe. Il doppio termina con Ali, un classico di Miles Davis che è anche un perfetto pretesto per improvvisare partendo dal giro melodico originale, divagando in maniera totalmente libera, un altro momento di puro godimento sonoro, e con Let Me Get By, altra fluida e vibrante rock ballad, che chiude il concerto ancora con sonorità tra, rock, soul, gospel e blues. Un live album imperdibile, per un gruppo che è ormai una delle realtà più cristalline nel mondo del southern rock, e non solo.

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Seconda Parte

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Ed eccoci alla seconda ed ultima parte dell’articolo.

Canzoni D’Amore (1992): il disco preferito dal sottoscritto, un lavoro ispirato, prodotto e suonato alla grande, dal suono ancora più rock di Miramare, e con un De Gregori in forma strepitosa e più arrabbiato che mai. Infatti il titolo è volutamente fuorviante, in quanto, a parte la tenera Bellamore, le canzoni parlano di attualità, con, per la prima volta, riferimenti precisi a personalità politiche (La Ballata Dell’Uomo Ragno, con la sua strofa in cui fa a pezzi Bettino Craxi) e non (la stupenda Vecchi Amici – la sua Positively 4th Street – in cui letteralmente distrugge qualcuno, alcuni dicono Venditti anche se Francesco non ha mai confermato). Sangue Su Sangue è un rock’n’roll con le contropalle, Adelante! Adelante! è una sontuosa ballata elettrica, la fluida Viaggi e Miraggi ha un testo bellissimo. E poi c’è la straordinaria Povero Me, una rock ballad superba, con un lungo ed ispirato assolo chitarristico finale.

Il Bandito E Il Campione (1993): forse il miglior disco dal vivo di De Gregori, nel quale il nostro rockeggia (Sangue Su Sangue, Vecchi Amici) e dylaneggia (Rimmel, Buonanotte Fiorellino) alla grande, supportato da una band coi fiocchi (Lucio Bardi e Vincenzo Mancuso alle chitarre fanno sfracelli). La title track, unica incisa in studio, è un ruspante country & western scritto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, anche se somiglia un po’ troppo a Billy The Kid di Charlie Daniels. In conclusione, una sorprendente live version di Vita Spericolata di Vasco Rossi, chiaramente migliore dell’originale.

Bootleg (1994): a meno di un anno da Il Bandito E Il Campione De Gregori pubblica un altro live, totalmente senza aggiustamenti o correzioni e con il minimo sindacale di missaggio. Un disco quindi ancora più roccato e diretto del precedente, con il quale ha qualche pezzo in comune, ed una sontuosa Viva L’Italia, oltre all’inedita Mannaggia Alla Musica, un pezzo scritto in origine per Ron.

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Prendere E Lasciare (1996): un album controverso, con una produzione troppo pop e radiofonica, poco adatta al nostro (ad opera di Corrado Rustici), che in parte rovina diversi brani che avrebbero figurato meglio senza troppi orpelli (e le future rese dal vivo di alcuni di essi lo confermeranno). La canzone di punta, L’Agnello Di Dio, ha un arrangiamento che la fa sembrare un pezzo di Zucchero, e buone cose come Rosa Rosae e Stelutis Alpinis, oltre alla splendida Un Guanto (la migliore del lavoro) avrebbero richiesto una mano più leggera. Gli unici due brani che vanno bene così sono la folkeggiante Fine Di Un Killer (con Francesco al banjo) ed una Battere E Levare voce e chitarra inserita come ghost track. Il disco è l’unico del nostro ad essere stato completamente inciso all’estero, per la precisione a Berkeley, sobborgo universitario di San Francisco popolarissimo durante la Summer Of Love.

La Valigia Dell’Attore (1997): doppio CD dal vivo, che ha qua e là delle sonorità un po’ rotonde e mainstream, risentendo in parte dei problemi di Prendere E Lasciare, anche se le canzoni incluse sono talmente belle che dopo un po’ non ci si fa caso. Ci sono anche tre inediti in studio: la maestosa title track, la roccata Dammi Da Mangiare (un brano minore), e soprattutto la splendida Non Dirle Che Non E’ Così, fedele e riuscita traduzione di If You See Her, Say Hello di Bob Dylan.

Amore Nel Pomeriggio (2001): De Gregori inaugura il nuovo millennio con un grande album (è nella mia Top 3 con Canzoni D’Amore e Rimmel), dai suoni stavolta “giusti” e con un mood roots-rock che è un piacere per le orecchie. Non mancano ovviamente le belle canzoni, come l’affascinante Caldo E Scuro, la gustosa country ballad Cartello Alla Porta, l’intensissima ballata pianistica Sempre E Per Sempre, il commosso omaggio a De Andrè con la riproposizione di Canzone Per L’Estate (scritta a quattro mani dai due ed incisa dal cantautore genovese negli anni settanta). Ed i due brani migliori: la fluida ballata rock Condannato A Morte (ispirata a Salman Rushdie) e la discussa, e per qualcuno revisionista, Il Cuoco Di Salò, dalla struttura melodica strepitosa e con la produzione di Franco Battiato.

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Fuoco Amico (2002): altro live, e forse il più bello insieme a Il Bandito E Il Campione. Di sicuro il più rock, con vere e proprie rivisitazioni chitarristiche del repertorio del nostro (solo Generale è voce e chitarra, ma la chitarra è elettrica); Bambini Venite Parvulos è quasi irriconoscibile, Un Guanto è una meraviglia, Condannato A Morte è anche meglio che in studio, c’è perfino l’inatteso recupero di La Casa Di Hilde, in puro stile Americana. Ma potrei citarle tutte.

Il Fischio Del Vapore (2003): sorprendente album in duo con la folksinger Giovanna Marini, nel quale il nostro ripesca vecchi brani della tradizione popolare (molti sono canti di lavoro) e li ripropone a volte con una veste elettrica, altre in maniera forse fin troppo filologica (e un po’ pesantina): canzoni come Sacco E Vanzetti, Il Feroce Monarchico Bava, Nina Ti Te Ricordi, Saluteremo Il Signor Padrone, Bella Ciao (nella versione originale delle mondine). Un’operazione che sarà anche meritoria e lodevole, ma a me questo disco non piace.

Pezzi (2005): Francesco torna a fare ciò che sa fare meglio, e pubblica uno dei suoi album più rock e dal suono più americano. Pezzi contiene una bella serie di canzoni, ancora una volta ispirate dall’attualità, come il singolo portante, la potente e frenetica Vai In Africa, Celestino! Ma c’è anche un rock-blues purissimo (Numeri Da Scaricare), una ballata di rara intensità (Gambadilegno A Parigi), un rock’n’roll trascinante (Tempo Reale), oltre alla splendida Il Panorama Di Betlemme, forse la migliore del lotto.

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Calypsos (2006): a meno di un anno di distanza da Pezzi, ecco a sorpresa un altro album di studio, un disco forse minore ma non privo di motivi di interesse, con un suono molto diverso dal predecessore, e canzoni più melodiche e meditate (l’unico vero rock è la rootsy Mayday), come la pianistica e dolcissima (nonostante il titolo) Cardiologia, l’eterea L’Angelo, la potente ballata anni sessanta La Linea Della Vita (con una struttura ed un botta e risposta voce-coro femminile che a me ricorda non poco certe cose di Leonard Cohen) e la conclusiva e saltellante Tre Stelle, forse in assoluto il brano più disimpegnato dell’intera carriera del nostro.

Left & Right (2007): ennesimo disco dal vivo, ed anche questo va inserito di diritto tra i più godibili di De Gregori, che ormai ha alle spalle una vera e propria rock band, tra le migliori in circolazione in Italia. Il suono è ancora ruspante e vigoroso, e la scaletta predilige gli episodi più recenti, con una strepitosa Numeri Da Scaricare posta in apertura (più di sei minuti di tostissimo blues elettrico), una Mayday decisamente dylaniana, la sempre bellissima Un Guanto, qui in versione country ballad, una Caldo E Scuro che è pura Americana, ed una rilettura quasi hard rock di L’Agnello Di Dio. Gli unici classici sono una rigorosa La Leva Calcistica Della Classe ’68, La Donna Cannone solo voce e piano, ed un arrangiamento di Buonanotte Fiorellino che la trasforma in un saltellante rock-blues.

Per Brevità Chiamato Artista (2008): altro ottimo disco, meno rock e più da songwriter, ma sempre con sonorità molto “americane”: la poetica ed ironica title track ha un arrangiamento ancora degno di Cohen, Finestre Rotte è un blues ricco di swing, le belle Ogni Giorno Di Pioggia Che Dio Manda In Terra e L’Angelo Di Lyon (traduzione fatta dal fratello Luigi di The Angel Of Lyon di Tom Russell) sono puro folk. E poi c’è il brano che fa più discutere, Celebrazione (nel quale il nostro prende decisamente le distanze dal ’68 e dai suoi significati, proprio nel quarantennale), proposto con una scintillante veste folk-rock byrdsiana.

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Pubs & Clubs (2012): ancora un live, ad oggi l’ultimo (ma il 3 Febbraio, tra pochi giorni dunque, uscirà Sotto Il Vulcano, un doppio CD registrato lo scorso Agosto a Taormina), inciso al The Place, un locale di Roma di appena cento posti. La scaletta è un mix equilibrato tra classici e brani più recenti, e le cose migliori sono una roboante e splendida Il Panorama Di Betlemme, Alice che diventa una deliziosa ballata folk, Battere E Levare trasformato in un trascinante bluegrass elettrico, e per la prima volta in un disco dal vivo la toccante Bellamore. Le chicche sono una rilettura in chiave blues elettrico di A Chi (grande successo di Fausto Leali) ed una Buonanotte Fiorellino suonata con la stessa base di Rainy Day Women # 12 & 35 di Bob Dylan.

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Sulla Strada (2012): ad oggi l’ultimo album di Francesco composto da brani inediti, ed a mio parere un passo indietro rispetto agli ultimi lavori, anche se comunque stiamo parlando di un buon disco. Di rock ce n’è poco (la title track, che non è certo tra le sue cose migliori, e la potente La Guerra, con un suggestivo ritornello corale) e si torna ad atmosfere più “italiane” ed anni settanta (Omero Al Cantagiro, Belle Epoque), ma con l’ispirazione abbastanza in calo. Il pezzo migliore è posto alla fine, la fluida ed avvolgente ballata Falso Movimento. (* NDB Nel 2013 è uscita una nuova limited edition, con diversa copertina e due brani in più. un libro fotografico, oltre a un DVD del backstage).

Vivavoce (2014): De Gregori fa un disco di cover di sé stesso, reincidendo 28 brani (è un doppio CD) più o meno famosi, ma attualizzando il suono ed il più delle volte cambiando gli arrangiamenti, come è solito fare dal vivo: i classici ci sono tutti (tranne Rimmel), ma anche diverse chicche. Ed il disco è splendido, con molti highlights: una toccante Alice eseguita in coppia con Ligabue, due voci e due chitarre, la potente Un Guanto nella sua miglior versione di sempre, Finestre Rotte che diventa un irresistibile rock’n’roll, una Natale ricca di swing, Niente Da Capire con il riff fischiettato (da un’idea di Lucio Dalla), una Vai In Africa, Celestino! che da rock song si trasforma in una sorprendente ballata, ed una Viva L’Italia molto più folk, con un arrangiamento che avrebbe dovuto essere quello originale. Non ci sono brani nuovi, ma trova posto una stupenda Il Futuro, traduzione ad opera del nostro dell’apocalittica The Future di Leonard Cohen.

De Gregori Canta Bob Dylan – Amore E Furto (2015): storia recente, il Principe che rifà il Menestrello (non avevo ancora usato nessun cliché…), anche se Francesco non sceglie la via più facile ed evita i superclassici, preferendo una selezione più personale. Ma per questo CD vi rimando alla mia recensione dell’epoca http://discoclub.myblog.it/2015/11/02/secondo-me-approverebbe-anche-bob-francesco-de-gregori-amore-furto-de-gregori-canta-dylan/

E’ chiaro che se avete già tutti gli album di Francesco De Gregori questo Backpack per voi è superfluo (anche perché, come ho già detto, non ve lo regalano), in caso contrario l’acquisto è quasi d’obbligo, in quanto verreste in possesso in un colpo solo di uno dei songbook migliori in circolazione, e non soltanto in Italia: l’unica pecca grave, visto di chi si sta parlando, è la totale assenza di testi all’interno della confezione.

Marco Verdi

Il Meglio Del 2016, Ultima Appendice. Le Scelte del Buscadero

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Siamo all’inizio del 2017, ma visto che come sapete ci scrivo, mi permetto di aggiungere le scelte della redazione Buscadero per i migliori dischi (e ristampe) del’anno appena passato. Vi propongo le prime quindici posizioni della classifica, considerando che molti titoli sono risultati ex aequo come numero di voti.

Poll 2016

Disco Dell’Anno

van morrison keep me singingvan morrison it's too late 3cd+dvd

Van Morrison – Keep Me Singing 21 voti (considerando che la ristampa di It’s Too Late To Stop Now II, III, IV & DVD ha avuto 6 voti)

leonard cohen you want it darker

Leonard Cohen – I Want It Darker 14 voti

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue & Lonesome 10 voti (compresi 2 per il Live Havana Moon)

avett brothers true sadness

Avett Brothers – True Sadness 8 voti

billy bragg joe henry shine a light

Billy Bragg & Joe Henry – Shine A Light 8 voti

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain 7 voti

mudcrutch 2

Mudcrutch – 2 7 voti

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness 6 voti

bob dylan 1966live-480x480

Bob Dylan – The 1966 Live Recordings Box Set 6 voti (compresi 2 per Fallen Angels)

vinicio capossela canzoni della cupa

Vinicio Capossela – Le Canzoni Della Cupa 6 voti

tedeschi trucks band let me get by

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By 6 voti

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams – The Ghost Of Highway 20 6 voti

nick cave skeleton tree

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree 6 voti

david bowie blackstar 2

David Bowie – Blackstar 6 voti

ryley-walker-golden-sings-that-have-been-sung

Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung 5 voti

E’ tutto, da domani riprendiamo con alcune delle anticipazioni dei dischi più interessanti in uscita a Gennaio.

Bruno Conti

The Best Of 2016, Ancora Classifiche: Un Sito American Songwriter E Una Rivista, Q Magazine

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In effetti ero stato piuttosto ottimista, ad una lettura più approfondita anche le scelte di quest’anno, a mio parere, e per usare un francesismo, fanno abbastanza “cagare”, comunque ecco altre due classifiche sui Best Of 2016: un sito e la rivista inglese Q. Partiamo con https://americansongwriter.com/, un sito con cui spesso, non sempre, mi trovo d’accordo, e dove comunque di solito trattano di “buona musica” e pubblicano notizie interessanti, tipo questa https://americansongwriter.com/2016/12/bob-dylan-writes-speech-for-nobel-prize-ceremony/. Ecco la loro classifica:

    • Angel Olsen – MY WOMAN
    • 56124-my-woman
    • Michael Kiwanuka – Love & Hate
    • 52824-love-hate
    • Margo Price – Midwest Farmer’s Daughter
    • 48022-midwest-farmers-daughter
    • Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide to Earth
    • case/lang/veirs – case/lang/veirs
    • 51025-caselangveirs
    • David Bowie – Blackstar
    • Drive-By Truckers – American Band
    • Leonard Cohen – You Want It Darker
    • A Tribe Called Quest – We got it from Here… Thank You 4 Your service
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    • Dori Freeman – Dori Freeman
    • 50115-dori-freeman

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Q Magazine Albums The Year

1. David Bowie – Blackstar

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2. Leonard Cohen – You Want It Darker

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3. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

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4. A Tribe Called Quest – We Got It From Here….Thank You 4 Your Service

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5. Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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6. Radiohead – A Moon Shaped Pool
7. Cass McCombs – Mangy Love

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8. Angel Olsen – My Woman
9. The 1975 – I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful…

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10. Christine And The Queens – Chaleur Humaine

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Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti