Una Voce Meravigliosa Interpreta “Cover” D’Autore. Susan Marshall – 639 Madison

susan marshall 639 madison

Susan Marshall – 639 Madison – Madjack Records

Come già detto in occasione dell’uscita del precedente Decorations Of Red, (uscito sul finire del 2015), il debutto dei Mother Station con Brand New Bag, disco del 1994, fu per certi versi un’opera quasi unica (purtroppo) ed eccezionale, un disco di torrenziale rock-blues al femminile dove primeggiava la voce di Susan Marshall, importante non solo per timbriche e modulazioni, ma anche per una straordinaria duttilità interpretativa, tutti pregi che si riscontrano di nuovo in questo ennesimo album di “cover” 639 Madison, che conclude una “triade” iniziata con Little Red (09).

Il titolo dell’album prende il nome dall’indirizzo dove si trovavano i celeberrimi Sam Phillips Recording Studios di Memphis, nei quali anche questo lavoro è stato registrato, sotto la produzione, come per i precedenti dischi, di Jeff Powell, e che vede la Marshall, piano e tastiere, avvalersi di “turnisti” del luogo, i fidati David Cousar alle chitarre, Mark Edgar Stuart al basso, e Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, per dieci brani, di cui nove sono canzoni d’autore (Phil Spector, Steve Wonder, John Fogerty, Kris Kristofferson, Elvis Presley, Marvin Gaye e altri), mentre un brano inedito è stato scritto appositamente dal figlio di Sam Phillips, Jerry: il tutto è distribuito, come al solito, dalla casa discografica Madjack Records, sempre di Memphis, città dove risiede anche la brava Susan.

Data la bellezza del lavoro (ovviamente a parere di chi scrive), mi sembrava giusto sviluppare una disamina dei brani “track by track”:

Baby, I Love You – Si inizia con un brano di Phil Spector portato al successo dalle The Ronettes con un famoso singolo del lontano 1963,  pezzo che qui viene riproposto da Susan in una versione “funky-rock.

Overjoyed – Meritoriamente viene ripescato questo brano del grande Steve Wonder (lo trovate su Square Circle, un album non trai suoi migliori del 1986), che a dispetto di una versione più classica incisa dalla brava Mary J.Blige, viene riletto per l’occasione in una intrigante chiave “bossa nova”.

Have You Ever Seen The Rain – Questo famosissimo brano di John Fogerty e dei suoi Creedence Clearwater Revival, viene rivoltato come un calzino da Susan Marshall, una canzone dove oltre la bravura dell’interprete si deve rimarcare pure la pulizia del suono di un arrangiamento meraviglioso da parte dei musicisti che suonano nel CD.

Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) –  Marvin Gaye viene giustamente omaggiato con questo classico (tratto dal pluridecorato What’s Going On), in una sussurrata versione “soul-blues”.

When She’s Around – Questo è l’unico brano originale del lavoro, scritto da Jerry Phillips, una dolce ballata che rimanda al periodo Stax Records (buon sangue non mente), interpretata in modo commovente dalla Marshall.

Hound Dog – Dimenticatevi le versioni di Elvis o di Little Richard, qui sentite suoni caraibici che trasformano profondamente  uno dei classici immortali del re del “rock’n’roll”.

Stay – Questa confesso che me la sono persa, una bella canzone di tale Mikky Ekko portata al successo da Rihanna (?!?), e in questa occasione arrangiata con maggior garbo e interpretata con la classe tipica della nostra amica.

Help Me Make It Through The Night – Questa canzone di Kris Kristofferson (ha vinto il premio come canzone dell’anno nel 1970), può vantare illustri interpreti a partire da Willie Nelson, Brenda Lee, Dolly Parton, Elvis Presley e tantissimi altri, e anche in questa commovente rilettura le viene garantito il giusto merito.

Blue Skies – Questo brano proviene del lontano 1926, è stato scritto da Irving Berlin per il Musical teatrale Betsy, e nel tempo è stato reinterpretato da moltissimi artisti tra i quali Frank Sinatra e Doris Day, e la Marshall ne fa una splendida versione un po’ in stile “Cabaret”, diventando un pezzo da cantare in qualsiasi buon Bistrot.

Use Somebody – A dimostrazione che volendo anche le band di “rock alternativo” sanno scrivere grandi canzoni, da Only By The Night dei Kings Of Leon, viene ripescata una Use Somebody di straordinario fascino musicale, dove ancora una volta Susan si dimostra una delle migliori vocalist ” sconosciute” in circolazione.

Come certamente avrete capito sono molto di parte, però è pur sempre un progetto coraggioso e rischioso fare un album di “cover” (di qualsiasi genere), ma devo dire che ancora una volta la sfida mi pare vinta, come è successo in altre occasioni, in quanto ascoltando queste canzoni d’autore l’emozione che trasmette la voce di questa bravissima cantante di Memphis è dirompente, e Susan Marshall conferma ancora una volta che le buone canzoni sono sempre delle buone canzoni, soprattutto se ben interpretate, e in questo 639 Madison ce ne sono in abbondanza.

Tino Montanari

*NDB I video inseriti nel Post ovviamente non corrispondono ai contenuti del disco, ma servono per dare comunque una idea della splendida voce di questa bravissima cantante.

Ogni Tanto Si Rifà Viva Anche Lei! Ronnie Spector – English Heart

ronnie spector english heart

Ronnie Spector – English Heart – 429 CD

E’ di pochi mesi fa il mio post sul Best Of dedicato a Veronica Yvette Bennett, meglio conosciuta come Ronnie Spector, un’ottima antologia con qualche rarità che però non conteneva nulla di nuovo http://discoclub.myblog.it/2015/11/26/darlene-love-ecco-la-piu-famosa-delle-spector-girls-ronnie-spector-the-very-best-of-ronnie-spector/ : l’ultima fatica dell’ex leader delle Ronettes (ed ex moglie del leggendario produttore Phil Spector) risaliva a ben dieci anni fa, il discreto ma non eccelso Last Of The Rock Stars. Ma Ronnie nel corso della sua carriera ha pubblicato davvero poco come solista, e quindi ogni suo disco deve essere considerato come un piccolo evento, essendo lei una delle artiste di punta dei vocal groups tanto in voga nella musica pop degli anni sessanta. English Heart, il suo nuovissimo album, è però un disco particolare: se la quasi totalità dei gruppi e solisti inglesi dei sixties si rifacevano dichiaratamente ad un suono di origine americana (chi blues, chi rock’n’roll, chi soul), con questo lavoro Ronnie ha voluto fare il percorso inverso, omaggiando tutta una serie di artisti e di brani a lei particolarmente cari, dichiarando anche nelle note di copertina il suo smisurato amore per la musica britannica dell’epoca. Quindi un disco di cover, scelte per lo più in maniera personale dalla cantante di origini afro-irlandesi, con pochi pezzi veramente famosi anche se presi dai songbook di band popolarissime: l’album è prodotto da Scott Jacoby, uno con un curriculum non proprio aderente ai gusti abituali di chi scrive su questo blog (Coldplay, Sia, John Legend), ma che qua ha fatto un lavoro impeccabile a livello di suono (tranne un caso), rivestendo i brani di suoni moderni ma nello stesso tempo mantenendo un certo sapore d’altri tempi, utilizzando una lunga serie di sessionmen proprio come faceva l’ex marito di Ronnie (ed i cui nomi, devo confessare, mi sono sconosciuti).

Poi c’è la voce della Spector, sempre bellissima e resa ancora più affascinante da un misto di età, sigarette e chissà cos’altro, che le ha conferito un timbro giusto a metà tra la limpidezza dei brani con le Ronettes ed il tono roco e vissuto di Marianne Faithfull (un’altra che non si è mai fatta mancare niente): il tutto per un dischetto (meno di 35 minuti) che, anche se non imprescindibile, posso tranquillamente definire riuscito, in quanto non annoia e si lascia ascoltare con piacere (e la cosa secondo me non era scontata, in certi casi il pericolo ciofeca è sempre dietro l’angolo). L’album inizia con Oh Me Oh My (I’m A Fool For You Baby), ripresa molto sofisticata e quasi afterhours di un successo minore di Lulu, con un marcato retrogusto soul (una costante nel disco), non malaccio anche se un po’ più di brio non avrebbe guastato. Because è un vecchio pezzo dei Dave Clark Five, B-side in Inghilterra ma lato A in America, proposta con un arrangiamento più vintage (anche se si sente benissimo che è incisa oggi), un botta e risposta tra leader e coro femminile che fa molto Ronettes e melodia squisitamente sixties, e che voce che ha ancora Ronnie.

I’d Much Rather Be With The Girls è una canzone poco nota dei Rolling Stones (scritta dall’inedita coppia Keith Richards – Andrew Loog Oldham e pubblicata nella compilation di rarità Metamorphosis), un brano che già in origine era un omaggio a Spector (il marito), e quindi Ronnie non deve cambiare molto per portare a casa il risultato pieno (a parte il titolo, dove Boys viene sostituito da Girls); Don’t Let The Sun Catch You Crying (Gerry & The Pacemakers) è invece ripresa in maniera quasi cameristica, con solo due chitarre acustiche ed un violoncello (ed anche una leggera percussione) ad accompagnare la voce carismatica di Ronnie, una rilettura di classe, parola non abitualmente associata ad una che ha il soprannome di “bad girl of rock’n’roll”. Tired Of Waiting è una (bella) canzone dei Kinks, anche se non tra le più note, e la nostra Veronica la rifà con un approccio rock asciutto e diretto ed un leggero sapore errebi che non guasta; Tell Her No (Zombies) è la più mossa finora, con ancora un arrangiamento in perfetto stile anni sessanta, un blue-eyed soul di presa immediata, mentre con I’ll Follow The Sun (Beatles, of course) non si sforza più di tanto, lasciando intatta la struttura folk dei Fab Four ed eseguendola con due chitarre e poco altro. You’ve Got Your Troubles è un oscuro brano di un’altrettanto oscura band (The Fortunes) ed è il primo e per fortuna unico caso di suono un po’ finto, con drum programming e synth ben in vista, ed anche la canzone non è niente di che, meglio Girl Don’t Come (di Sandie Shaw, la “cantante scalza” molto popolare anche in Italia), che mantiene il gusto pop dell’originale ed è suonata in maniera classica, e pur non essendo un grande brano si lascia ascoltare.

Don’t Let Me Be Misunderstood è invece un capolavoro della nostra musica (ed è anche la più famosa tra le canzoni scelte dalla Spector), ed anch’essa viene rivestita di sonorità tra rock e rhythm’n’blues, dando un sapore nuovo ad un pezzo che ha avuto più di una versione superlativa (Animals e Nina Simone su tutte… e che nessuno si azzardi a dire Santa Esmeralda, a parte Carlo Conti!): gran ritmo e melodia trattata con il dovuto riguardo. Il CD si chiude con l’unico “sconfinamento” negli anni settanta, con la nota How Can You Mend A Broken Heart dei Bee Gees, un pezzo che non ho mai amato particolarmente (ma è un mio problema, Ronnie la rifà bene): quindi, ripeto, un dischetto forse non indispensabile, ma in definitiva ben fatto ed ottimamente interpretato, e vista la (poca) regolarità con la quale incide Ronnie Spector, l’acquisto ci può anche stare.

Marco Verdi

Vecchie Glorie Alla Riscossa! Dion – New York Is My Home/Jack Scott – Way To Survive

dion new york is my home

Dion – New York Is My Home – Instant CD

Jack Scott – Way To Survive – Bluelight CD

Questo post fa parte della serie “due al prezzo di uno”, in quanto questi due arzilli vecchietti appartenenti alla “golden age of rock’n’roll” (per dirla con Ian Hunter, che anche lui ha i suoi annetti) hanno pubblicato quasi in contemporanea i loro due nuovi lavori e, se il primo è sempre stato molto attivo durante tutta la sua carriera, il secondo ritorna a sorpresa dopo una lunghissima assenza dalle scene.

https://www.youtube.com/watch?v=xuqI7yid3ew

Dion Di Mucci, 77 anni a Luglio, non ha mai smesso di fare dischi, dagli esordi newyorkesi (è del Bronx) con i Belmonts, gruppo con il quale mosse i primi passi ed ebbe i primi successi di classifica, fondendo elementi di rock and roll, doo-wop e rhythm’n’blues, passando per i primi anni sessanta (il momento di maggior fama), con singoli di grande popolarità quali Runaround Sue, Ruby Baby e The Wanderer, per poi attraversare lunghe fasi con poche soddisfazioni commerciali, nelle quali si reinventò folksinger, si fece produrre da Phil Spector (Born To Be With You, 1975) e, in seguito ad un’importante crisi mistica, incise anche diversi album a sfondo religioso. Nel 1989 il clamoroso comeback con lo splendido Yo Frankie!, un disco che ci faceva ritrovare un rocker tirato a lucido e ancora capace di fare grandi cose (e con ospiti come Lou Reed e Paul Simon, altri newyorkesi doc e suoi grandi fans); da allora, Dion non ha mai smesso di pubblicare album, tutti di livello dal discreto al buono, con un progressivo avvicinamento negli ultimi anni a sonorità più blues (e ben tre CD dedicati alla musica del diavolo).

New York Is My Home è il suo album nuovo di zecca, un disco che, come suggerisce il titolo, è un sentito e sincero omaggio alla sua città, da lui sempre amata e mai abbandonata: otto nuove canzoni e due cover, il tutto cantato con la solita voce giovanile (davvero, non sembra un quasi ottantenne) e suonato in maniera diretta da una manciata di musicisti tra i quali spicca Jimmy Vivino, grande chitarrista (e pianista), già collaboratore di vere e proprie icone quali Al Kooper, Phoebe Snow, Levon Helm, Laura Nyro, Johnnie Johnson e Hubert Sumlin, e coadiuvato da Mike Merritt al basso, James Wormworth alla batteria e Fred Walcott alle percussioni. Un buon disco, che ci conferma il fatto che Dion ha ancora voglia di fare musica e non ci pensa minimamente a tirare i remi in barca, anche se qualche calo durante i 38 minuti di durata c’è (pur non scendendo mai sotto il livello di guardia) e, cosa strana dato che è nelle mani dell’esperto Vivino, la produzione è un po’ troppo statica e rigida, laddove alcuni brani avrebbero beneficiato di una maggiore profondità del suono.

Aces Up Your Sleeve apre il disco con un rock urbano diretto e potente, una chitarrina knopfleriana e la solita voce chiara e limpida del leader, un bell’inizio; Can’t Go Back To Memphis è un rock-blues solido e chitarristico, con un gran lavoro di Vivino alla slide e Dion (che non è mai stato un bluesman) che risulta convinto e convincente. Ed ecco la tanto strombazzata title track, brano in cui il nostro duetta con Paul Simon, e sinceramente date le attese pensavo a qualcosa di meglio: la canzone è sinuosa, fluida e ben suonata, ma è priva di una melodia che rimanga in testa e, nonostante la voce inconfondibile di Paul, fa fatica ad emergere. The Apollo King è puro rock’n’roll, e anche se non è un brano epocale ha ritmo e groove a sufficienza; Katie Mae è un blues di Lightnin’ Hopkins, uno shuffle di buona fattura, forse un tantino scolastico (anche se uno come Vivino è nel suo ambiente naturale), mentre I’m Your Gangster Of Love torna su territori rock, un brano gradevole e con un’ottima chitarra, anche se è in pezzi come questo che sarebbe servito un maggior lavoro di produzione.

La grintosa e rocciosa Ride With You, un altro rock’n’roll tutto ritmo e slide, precede I’m All Rocked Up, altro saltellante rock tinto di blues, non male; chiudono il CD la bella Visionary Heart, una ballata elettrica molto ben costruita ed evocativa, un pezzo che ci fa ritrovare per un attimo il Dion di Yo Frankie!, e I Ain’t For It (un classico di Hudson Whittaker alias Tampa Red), jumpin’ blues divertente e spigliato, tra i più riusciti del lavoro. Non il miglior disco di Dion quindi, ma un album più che discreto che ci fa comunque apprezzare nuovamente un artista che dovremmo ringraziare solo per il fatto che continui a fare dischi e non sia andato in pensione come altri suoi coetanei ancora in vita.

jack scott way to survive

In pensione era invece dato Jack Scott, rock’n’roller canadese che con Dion condivide le origini italiane (si chiama infatti Giovanni Domenico Scafone), il quale ebbe il suo momento d’oro tra il 1959 ed il 1964, periodo in cui pubblicò sei album ed una serie di singoli che ebbero un buon successo (My True Love, What In The World’s Come Over You, Burning Bridges, oltre alla bellissima The Way I Walk, della quale ricordo una cover strepitosa di Robert Gordon con Link Wray https://www.youtube.com/watch?v=WBa1JPXuWAE ) e che gli fecero guadagnare il soprannome di “miglior cantante rock’n’roll canadese di tutti i tempi” (anche perché Ronnie Hawkins era americano di origine). Oggi, a 80 anni suonati, ed a più di cinquanta dall’ultimo LP (solo pochi singoli negli anni 60/70), Scott torna a sorpresa con un nuovo lavoro, un disco intitolato Way To Survive, che ci riporta un artista dimenticato ma ancora in grado di dire la sua, con una voce calda ed estremamente giovane (altro punto in comune con Dion), ed una serie di canzoni (perlopiù covers) gradevoli e suonate con classe da un manipolo di musicisti sconosciuti ma validi (l’album è inciso in Finlandia, dove a quanto pare Jack è ancora popolare, con sessionmen locali di cui non dico i nomi anche perché sono più degli scioglilingua che altro). Un disco raffinato e volutamente old fashioned, nel quale spiccano maggiormente le ballate, vero punto di forza per Scott anche in gioventù, ma dove non mancano di certo i pezzi più mossi e rock, anche se in molti momenti si respira una piacevole atmosfera country.

Anzi, diciamo pure che Way To Survive è quasi un country album, a cominciare dalla fluida I Just Came Home To Count The Memories (scritta da Glenn Ray ed incisa, tra gli altri, da Bobby Wright e in anni recenti da John Anderson), per proseguire con la splendida Ribbon Of Darkness (Gordon Lightfoot), arrangiata alla maniera di Johnny Cash, il classico di Hank Williams Honky Tonk Blues, il rockabilly Hillbilly Blues (Little Jimmy Dickens) e l’oscura ma bella You Don’t Know What You’ve Got (unico successo di Ral Donner, un misconosciuto rocker dei primi anni sessanta). Sul versante rock abbiamo l’iniziale Tennessee Saturday Night, un vivace pezzo suonato alla Jerry Lee Lewis (che pure l’ha incisa in passato), il remake di Wiggle On Out, un boogie che Jack aveva già pubblicato in passato, ed una versione di Trouble molto vicina a quella più famosa ad opera di Elvis Presley, anche se più rallentata. Per chiudere con il brano più bello del CD, la sontuosa Woman (Sensuous Woman), di Don Gibson, una fantastica country ballad suonata e cantata alla grande, con un evocativo coro alle spalle di Jack ed una melodia toccante.

In definitiva, due dischi gradevoli, anche se siamo lontanissimi dal capolavoro: meglio Jack Scott di Dion (che però ha scritto quasi tutte le canzoni di suo pugno), e ci mancherebbe dato che ha avuto 50 anni di tempo!

Marco Verdi

I Segreti Di Un Capolavoro! Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection

bruce springsteen the ties that bind cover

Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection – Columbia/Sony 4CD + 3DVD – 4CD + 2BluRay

Per il sottoscritto The River non è solo il disco più bello di Bruce Springsteen, ma, se non fosse per Highway 61 Revisited di Bob Dylan, sarebbe anche il mio disco preferito in assoluto di tutti i tempi: un doppio album leggendario, che veniva al termine di un periodo di incredibile creatività (sembra che il Boss avesse scritto qualcosa come 75 canzoni nuove) e a due anni da quello che già all’epoca sembrava una vetta difficile da superare, cioè Darkness On The Edge Of Town. A 35 anni da quel capolavoro esce finalmente, dopo che era sembrato imminente più di una volta, The Ties That Bind (che oltre alla canzone di apertura di The River era anche il suo titolo originario), un cofanetto che prosegue il discorso di ristampe deluxe del nostro dopo quelle di Born To Run (un tantino deludente) e del già citato Darkness (splendida): un sontuoso box che, oltre ad un bellissimo libro con foto rare di Bruce e della sua E Street Band, contiene i due CD del disco originale (che spero tutti conoscerete, altrimenti che ci fate qui?), la versione che sarebbe dovuta uscire singola nel 1979 (poi fortunatamente annullata in favore del doppio che tutti conosciamo), ed un CD di outtakes delle stesse sessions (22 brani, metà dei quali completamente inediti, altri usciti all’epoca su Tracks e sul terzo dischetto della Essential Collection), oltre a tre DVD (o due BluRay) con un documentario di un’ora scarsa in cui il Boss di oggi racconta in maniera assolutamente rilassata la genesi di quel fondamentale disco, accennandone anche diversi brani con la chitarra acustica, e soprattutto un grandissimo concerto tenutosi a Tempe, Arizona, nel 1980.

bruce springsteen the ties that bind

Un’operazione scintillante dunque, che però non ha mancato di attirare diverse critiche, principalmente per il fatto che il CD di outtakes è composto per metà di brani già noti (ma a mio parere risentirli nel giusto contesto ha perfettamente senso) e anche perché la performance sulla parte video è incompleta (ma in questo caso sono state utilizzate solo le immagini effettivamente girate, e poi sono pur sempre due ore e quaranta di concerto): in questo post non mi metterò certo a ricostruire la storia di The River o la sua importanza nel contesto dell’epoca, per quello ci sono Wikipedia ed altre ottime analisi online fatte da altri e poi chi legge abitualmente questo blog credo che conosca a menadito quel disco, ma mi limiterò ad esaminare brevemente le parti inedite del cofanetto.

CD 3 – The Single Album: il disco originale, con dieci canzoni, era già pronto ad essere messo in commercio con il titolo di The Ties That Bind, ma grazie al cielo Bruce ebbe più di un dubbio sulla sua unitarietà e ritornò in studio per rifarlo da capo a piedi. Non che così fosse un brutto disco (anzi), ma, sapendo cosa sarebbe poi stato The River, risulta effettivamente monco ed in un certo senso inferiore anche a Darkness On The Edge Of Town, anche se comunque l’ascolto è assolutamente gratificante. Quattro dei dieci brani sono le stesse versioni finite poi sul doppio definitivo (Hungry Heart, The River, I Wanna Marry You e The Price You Pay), altri due sono usciti su Tracks (Be True e Loose Ends, quest’ultima incomprensibilmente esclusa da The River, essendo al livello di quelle pubblicate e nettamente superiore a, per esempio, Crush On You), due diverse takes di The Ties That Bind, praticamente identica a quella conosciuta, e di Stolen Car, che preferisco a quella pur bellissima uscita su The River, meno lenta e con una fisarmonica che le dona un sapore più roots. I due inediti assoluti sono la deliziosa Cindy, una pop song urbana molto anni sessanta che sa parecchio di Dion & The Belmonts, ed una You Can Look (But You Better Not Touch) molto diversa da quella nota, meno urgente ma più festosa e rock’n’roll, anch’essa con il suo bel perché.

CD 4 – River Outtakes: come già detto da più parti, le prime undici canzoni delle ventidue totali sono inedite anche per i collezionisti più incalliti, e se forse nessuna di esse è superiore a quelle poi finite sul disco definitivo (con l’eccezione a mio parere della già citata Crush On You e forse anche di I’m A Rocker), almeno quattro-cinque di esse non avrebbero certo sfigurato. Meet Me In The City è una veloce ed ariosa rock song tipica del nostro, con il piano di Roy Bittan a guidare la melodia, ritmo alto e chitarre ruspanti (anche se la voce mi sembra quella di oggi, infatti pare che in alcuni brani ci siano sovraincisioni sia vocali che strumentali). La spedita The Man Who Got Away ha un deciso feeling urbano ed un tocco errebi, graziosa ma non al livello delle migliori, mentre la guizzante Little White Lies è decisamente bella, ancora con il piano che comanda ed un motivo che cattura al primo ascolto; The Time That Never Was ha un piede negli anni ’60 e risente dell’influenza di Phil Spector, ma il suono è tipicamente E-Street, mentre Night Fire (cioè le due parole più frequenti nei titoli di Bruce) è un highlight assoluto, una rock ballad sontuosa che non ha paura di quelle finite su The River, potente, lucida, dall’andatura maestosa. Whitetown è un gradevole pezzo che ci mostra la versione più pop del Boss, e sarebbe potuta essere un ottimo singolo anche se la melodia è abbastanza atipica per il nostro, Chain Lightning è un potente boogie di quelli che Bruce scrive quando decide di divertirsi, anche se è indubbiamente una canzone di secondo piano; Party Lights è sulla stessa lunghezza d’onda, ma decisamente meglio, uno di quei rock’n’roll che dal vivo fanno scintille, ed anche questa è un mistero come non sia finita sul disco originale (ma forse alla fine sarebbe diventato un album triplo), Paradise By The “C” la conoscevamo già (era sul box Live 1975/1985), uno strumentale costruito intorno al sax di Clarence Clemons, divertente ma leggerino. Le ultime due outtakes inedite sono Stray Bullet, un lento notturno e pianistico con tanto di clarinetto, un brano dal pathos notevole che Bruce non avrebbe dovuto dimenticare in un cassetto, e Mr. Outside, praticamente un demo voce e chitarra, un po’ grezzo e tutto sommato trascurabile. Poi, come detto, altre undici canzoni già pubblicate in passato (tutte molto rock’n’roll), che però in questo contesto funzionano benissimo.

DVD/BluRay – Live In Tempe, AZ: un concerto straordinario (peccato sia monco), registrato la sera dopo l’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli USA (e da un commento che fa Bruce non mi sembrava granché entusiasta), con una qualità di immagine più che discreta visto che stiamo parlando del 1980 ed un suono eccellente. In quel periodo Bruce e la E Street Band erano all’apice della forma: i concerti del biennio 1980-1981 sono quasi unanimemente considerati come lo zenith del Boss, sono ancora grandissimi oggi per carità, ma assomigliano più ad una big band, con tutti quei fiati e coristi, mentre allora erano “solo” in sette (neppure Nils Lofgren e Patti Scialfa facevano ancora parte del gruppo) ed avevano un suono più compatto e puro. Dei 24 pezzi presenti (più altri cinque tratti da un soundcheck) Bruce e compagni affrontano diversi brani da The River, ma anche highlights dai due album precedenti (mentre i primi due lavori sono rappresentati solo da Rosalita, festosa come sempre), per concludere più di due ore di grandissimo rock’n’roll (ma anche di superbe ballate, su tutte Drive All Night ed una epica Jungleland) con l’imperdibile Detroit Medley. Gli E-Streeters girano veramente a mille, Clarence Clemons non era ancora il paracarro degli ultimi anni, Little Steven una valida spalla e non la presenza folcloristica di oggi (mentre Max Weinberg, Roy Bittan e Garry Tallent sono ancora immensi adesso, come sono convinto sarebbe anche il povero Danny Federici, se fosse ancora tra noi), ma la differenza più sostanziale è proprio in Bruce: ai giorni nostri è ormai un artista maturo ed esperto, in pace con sé stesso, che suona ancora dal vivo perché si diverte a farlo, ed ogni suo concerto è una sorta di celebrazione con i fans, ma a Tempe si notano la fame e gli occhi della tigre, come se la sua carriera futura dipendesse dall’esito di quello show. CD di outtakes a parte, un concerto che vale il prezzo del cofanetto.

Marco Verdi

P.S: ecco le tracklist complete del CD di outtakes e del BluRay/DVD:

[CD4 – The River: Outtakes]
1. Meet Me In The City
2. The Man Who Got Away
3. Little White Lies
4. The Time That Never Was
5. Night Fire
6. Whitetown
7. Chain Lightning
8. Party Lights
9. Paradise By The C
10. Stray Bullet
11. Mr. Outside
12. Roulette
13. Restless Nights
14. Where The Bands Are
15. Dollhouse
16. Living On The Edge Of The World
17. Take ‘em As They Come
18. Ricky Wants A Man Of Her Own
19. I Wanna Be With You
20. Mary Lou
21. Held Up Without A Gun
22. From Small Things (Big Things One Day Come)

DVD 2
The River Tour, Tempe 1980 Part 1
“Born to Run”
“Prove It All Night”
“Tenth Avenue Freeze-Out”
“Jackson Cage”
“Two Hearts”
“The Promised Land”
“Out in the Street”
“The River”
“Badlands”
“Thunder Road”
“No Money Down”
“Cadillac Ranch”
“Hungry Heart”
“Fire”
“Sherry Darling”
“I Wanna Marry You”
“Crush on You”
“Ramrod”
“You Can Look (But You Better Not Touch)”

DVD 3
The River Tour, Tempe 1980 Part 2
“Drive All Night”
“Rosalita (Come Out Tonight)”
“I’m a Rocker”
“Jungleland”
“Detroit Medley”
“Where the Bands Are” (Credits)

Bonus: The River Tour Rehersals
“Ramrod”
“Cadillac Ranch”
“Fire”
“Crush on You”
“Sherry Darling”

E Dopo Darlene Love, Ecco La Più Famosa Delle “Spector Girls”! Ronnie Spector – The Very Best Of Ronnie Spector

ronnie spector the very best of

Ronnie Spector – The Very Best Of Ronnie Spector – Sony Legacy CD

A dire il vero lei è la più “Spector Girl” di tutte, in quanto il buon Phil se lo era pure sposato…

Solitamente in questo blog non vengono trattate le antologie, cofanetti a parte, ma, siccome di recente ho parlato del nuovo, e pure bello, album di Darlene Love, mi è parso doveroso citare questa retrospettiva uscita da poco che si occupa dell’altra punta di diamante della Phillies Records negli anni sessanta, cioè Veronica Yvette Bennett in arte Ronnie Spector, primo perché è ben fatta (è la ristampa potenziata e migliorata di una raccolta uscita lo scorso anno per la collana economica Playlist) e secondo perché anche di Ronnie, come della Love, oggi non si parla quasi più. La cantante afro-cherokee ha avuto nei sixties una bella serie di successi a 45 giri come leader delle Ronettes, uno dei vocal groups più in voga all’epoca, mentre ha parecchio diradato la sua produzione nei decenni successivi: negli anni settanta (oltre alla separazione con il celebre marito) solo qualche singolo, mentre come LP dobbiamo attendere il 1980 (Siren), seguito fino ad oggi soltanto da altri tre full-length, dei quali l’ultimo, Last Of The Rock Stars, risale ormai al 2006. The Very Best Of Ronnie Spector è quindi il disco giusto per scoprire (o ri-scoprire) il talento di quella che per il suo comportamento non proprio irreprensibile è stata definita la “prima bad girl del rock’n’roll”: diciannove canzoni che ripercorrono tutta la carriera della cantante, tra le quali non mancano chicche e rarità.

I primi nove brani sono tutti appannaggio delle Ronettes, e se Be My Baby è splendida anche la millesima volta che la si ascolta, anche You Baby, Baby I Love You e la bellissima versione di I Can Hear Music sono delle pop songs coi fiocchi, ma qui abbiamo anche la rara Paradise (incisa negli anni sessanta ma rimasta nei cassetti per dieci anni), una squisita ballata scritta da Phil Spector con Harry Nilsson, e la fresca e godibile Lover, Lover, un singolo inciso da Ronnie nel 1975 con una nuova configurazione delle Ronettes. Nel mezzo c’è anche il singolo del 1973 scritto e prodotto da George Harrison Try Some, Buy Some, un brano tipico dell’ex Beatle https://www.youtube.com/watch?v=R0xHx-6WmNg , ma che preferisco nella versione incisa dal suo autore per Living In The Material World; You Mean So Much To Me è invece una trascinante versione dal vivo (introvabile) da parte di Southside Johnny And The Asbury Jukes, dove Johnny duetta alla grande con Ronnie in questo brano ricco di groove https://www.youtube.com/watch?v=WZD-9mIfrIg , scritto appositamente da Bruce Springsteen (*NDB In effetti si trova nel Best di Southside Johnny). A proposito del Boss, a seguire troviamo lati A e B di un singolo del 1977 accreditato a Ronnie Spector & The E Street Band (Bruce compreso, ed è l’unico caso in cui il nome del suo gruppo compare su un disco di qualcun altro), con lo slow scritto da Little Steven Baby Please Don’t Go (ed il suono degli E Streeters è riconoscibilissimo) e soprattutto la splendida cover di Say Goodbye To Hollywood di Billy Joel (meglio dell’originale), che il pianista di Brooklyn aveva scritto proprio con Ronnie in mente https://www.youtube.com/watch?v=yascVLup7FI . Gli ultimi cinque pezzi sono storia più recente: Love On A Rooftop, un successo minore del 1987 scritto dalla coppia di hitmakers Desmond Child e Diane Warren, una buona canzone ma con un suono troppo eighties, il gradevole power pop Something’s Gonna Happen, scritto da Marshall Crenshaw, due brani presi da Last Of The Rock Stars, cioè l’emozionante cover di Johnny Thunders You Can’t Put Your Arms Around A Memory (con Joey Ramone ai cori in una delle sue ultime incisioni) e la deliziosa All I Want, con Keith Richards alla solista; al termine, un pezzo tratto da Tycoon, un oscuro musical del 1992, intitolato Farewell To A Sex Symbol, che però è la meno interessante della raccolta.

Il CD esce in una pratica confezione in digipak, con esaurienti note brano per brano: un dischetto perfetto da regalare (o regalarsi) a Natale.

Marco Verdi

Finalmente Il Giusto Riconoscimento! Darlene Love – Introducing Darlene Love

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Darlene Love – Introducing Darlene Love – Sony CD

Un paio di anni fa è uscito un bel film-documentario intitolato 20 Feet From Stardom https://www.youtube.com/watch?v=F9PXdv3mLhc , che si occupava di dare il giusto tributo ad una lunga serie di cantanti femminili che avevano sempre, o quasi, lavorato come backing vocalist di artisti famosi, vivendo quindi all’ombra di qualcun altro e dunque a pochi passi dalla celebrità: tra i volti noti e meno noti (tra i primi, Merry Clayton e Lisa Fisher) una delle protagoniste del film era indubbiamente Darlene Love. Nata Darlene Wright 74 anni fa, la cantante di colore ha avuto una carriera abbastanza particolare: all’inizio degli anni sessanta figurava nel roster di artisti patrocinati da Phil Spector, con il quale incise diversi singoli a suo nome, o come componente dei Blossoms e di Bob B. Soxx & The Blue Jeans, anche se il suo più grande successo, He’s A Rebel, fu commercializzato a nome delle Crystals, che con la canzone non c’entravano un tubo ma, avendo un nome molto più famoso, promettevano vendite maggiori (in quei tempi succedevano anche queste cose).

Il suo momento migliore la Love lo ebbe comunque nel 1963, quando uscì il mitico A Christmas Gift For You, album stagionale che presentava il meglio della “scuderia Spector” alle prese con materiale tradizionale a tema natalizio https://www.youtube.com/watch?v=9k7RBkOMNOY , e nel quale Darlene interpretava ben quattro brani come solista e due con Bob B. Soxx (tra cui la celebre Christmas (Baby Please Come Home), unico pezzo originale della raccolta). Dagli anni settanta, la stella di Darlene iniziò ad eclissarsi, e lei cominciò una lunga carriera come backup singer (per, tra gli altri, Elvis Presley, Aretha Franklin e Frank Sinatra) e più avanti anche come attrice (nella serie di Arma Letale era la moglie di Danny Glover, poliziotto collega di Mel Gibson), senza però pubblicare alcunché a suo nome: pensate che il suo primo album, Paint Another Picture, risale al 1988 (non male per una che ha iniziato nel 1961), e non è che dopo abbia continuato ad incidere con continuità. Darlene non ha comunque mai smesso di avere molti estimatori anche tra i suoi colleghi: tra questi c’è Steven Van Zandt, più noto come Little Steven, che già la volle nel 1985 nel supercast coinvolto per il singolo Sun City (ottima iniziativa, pessima canzone), e che ora l’ha riportata in studio per farle incidere finalmente l’album della vita, il giusto tributo ad una carriera vissuta nelle retrovie, dal titolo significativo di Introducing Darlene Love, quasi come se questo fosse il suo primo vero disco (devo dire la verità: quando ho letto il titolo per la prima volta ho pensato all’ennesima antologia. *NDB. Anch’io!)

Per questo album sono state fatte le cose in grande: Van Zandt stesso, oltre a produrre ed arrangiare il tutto, ha scritto tre canzoni nuove di zecca, e lo stesso ha fatto gente del calibro di Bruce Springsteen (due brani), Elvis Costello (idem), l’ex Four Non Blondes Linda Perry ed il grande Jimmy Webb (un pezzo a testa), e si è riformata persino (come songwriting team, in quanto nella vita privata sono ancora sposati) la leggendaria coppia composta da Barry Mann e Cynthia Weil per Sweet Freedom; il resto sono covers. Infine, Steven ha fatto un gran lavoro di produzione, rivestendo l’ancora grande voce della Love con sonorità decisamente spector-oriented, utilizzando (come faceva Phil) una serie infinita di musicisti, ma mantenendo un equilibrio ed una leggerezza invidiabili, e mettendo al centro l’ugola potente di Darlene, senza mai dare l’impressione di lascarsi scappare il suono dalle mani: il risultato è un disco al quale inizialmente davo poco credito, ma già al primo ascolto mi ha letteralmente conquistato, nonostante la durata superiore all’ora.

L’album è stato preceduto dal singolo Forbidden Nights (scritta da Costello), una splendida e solare pop song dal feeling spectoriano, accompagnata da un divertente video nel quale, oltre al suo autore e a Van Zandt, compaiono Springsteen con la moglie Patti Scialfa, Joan Jett, un David Letterman barbuto ed il suo (ex) direttore musicale Paul Schaffer (che suona nel disco, ma non in questa canzone). Among The Believers, di Little Steven, apre l’album: uno scintillante errebi, pieno di ritmo e con un feeling rock neanche troppo nascosto, e l’orchestrazione usata in maniera intelligente https://www.youtube.com/watch?v=8qbQQf_DrOY . Anche Love Kept Us Fooling Around non è da meno, un delizioso soul dal mood coinvolgente ed accompagnamento di gran classe: sorprende il fatto che sia scritta dalla Perry. Little Liar, cover di un brano del 1988 di Joan Jett, cambia registro, le sonorità sono un po’ da power ballad AOR anni ottanta, ma il ritornello epico e maestoso ci fa perdonare qualche eccesso. Still To Soon To Know è l’altro pezzo di Costello (che suona anche la chitarra), e vede Darlene duettare con Bill Medley (il titolare dei Righteous Brothers con Bobby Hatfield), uno slow da mattonella con una melodia toccante, due grandi voci ed un feeling enorme: un plauso a Little Steven, che ha fatto un lavoro davvero notevole come arrangiatore. Who Under Heaven è un lento pianistico tipico del suo autore (Jimmy Webb), con un refrain di grande impatto emotivo e la solita orchestrazione dal sapore sixties.

Night Closing In è il primo dei due brani di Springsteen, e suona come se Spector avesse deciso di produrre la E Street Band: aggiungeteci una melodia di valore assoluto ed avrete uno dei pezzi più belli del CD. Painkiller è un pezzo di Michael Des Barres, un rock-pop-funky ben eseguito ma di valore inferiore alle precedenti canzoni, anche se un calo ci può stare (e comunque la prestazione vocale di Darlene è super); Just Another Lonely Mile è il secondo brano del Boss, e si sente, un brano rock veloce e godibile che starebbe bene anche in un disco del rocker del New Jersey, uno di quelli che dal vivo fanno saltare tutti. Last Time (Van Zandt) è una rock ballad potente e fluida nello stesso tempo, ed è l’unica in cui l’arrangiamento orchestrale è forse superfluo; ed ecco una travolgente versione del classico di Ike & Tina Turner River Deep, Mountain High, molto più roccata dell’originale, ma che ne mantiene intatto lo spirito: grande cover https://www.youtube.com/watch?v=qyjnnTjiNGY . La già citata Sweet Freedom è un perfetto rhythm’n’blues dal gran ritmo, ottimi cori e suonato con una grinta da rock’n’roll band; Marvelous, un veccho brano del gospel singer Walter Hawkins, mantiene intatta l’anima dell’originale, ma che voce e che classe! Il CD si chiude alla grande con il terzo pezzo scritto da Steven, Jesus Is The Rock (That Keeps Me Rollin’), un trascinante gospel-rock che ci proietta all’istante in una chiesa del sud degli Stati Uniti, quasi impossibile tener fermo il piede, un finale strepitoso.

Era ora che qualcuno si ricordasse di Darlene Love, e questo disco è il modo migliore per celebrarla.

Marco Verdi

Una Questione Di Rispetto! Se Ne E’ Andato Ben E. King 1938-2015, Uno Dei Grandi Della Musica Nera

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Quando leggi certe cose ti cascano le braccia (e anche qualcos’altro); non mi riferisco solo alla notizia in sé, ma anche al modo in cui è stata riportata dal servizio pubblico televisivo italiano, di cui leggete a fine Post, per cui ho deciso di scrivere un breve ricordo dell’artista di Harlem (anche se era nato a Henderson, nel North Carolina il 28 settembre del 1938).

Oggi, all’età di 76 anni, se ne è andato Benjamin Earl Nelson, conosciuto da tutti come Ben E. King, uno dei “grandissimi” del R&B, del soul e prima ancora del doo-wop, cantante dalla voce sopraffina e vellutata. Già al successo come voce solista dei Drifters agli inizi del 1959, con un proprio brano di stampo doo-wop, There Goes My Baby https://www.youtube.com/watch?v=i3HXy9mGPpI, firmato anche da Patterson, Treadwell e dalla coppia Leiber & Stoller, successo bissato l’anno dopo con Save The Last Dance For me https://www.youtube.com/watch?v=n-XQ26KePUQ , prodotto sempre da Leiber & Stoller e scritta da Pomus & Shuman, King ebbe anche altri successi con i Drifters, This Magic Moment e I Count The Tears, non male considerando che nei due anni in cui rimase con il gruppo incise con loro solo tredici brani. A maggio del 1960, per i soliti motivi finanziari la sua avventura con il gruppo era già finita, ma prese subito una spinta ancora più accentuata, prima con la bellissima Spanish Harlem, scritta da Leiber in coppia con Phil Spector

e sempre nel 1961 con quella che è considerata la sua canzone più famosa (e forse anche la più bella), Stand By Me, nuovamente firmata dalla coppia Leiber e Stoller e considerata una delle canzoni più importanti dello scorso secolo, non per niente interpretata nel corso degli anni in centinaia di versioni: la più famosa sicuramente quella di John Lennon, mentre in Italia, come Pregherò rimane uno dei brani più conosciuti di Adriano Celentano. Ovviamente l’originale rimane inarrivabile

Nel corso degli anni Ben E. King ha collezionato ancora decine di canzoni di successo, le più conosciute, forse, Don’t Play That Song del 1962 (cantata anche in una versione fantastica da Aretha Franklin su Spirit In The Dark, era il primo brano di quel LP), parente stretta di Stand By Me https://www.youtube.com/watch?v=d9N0tosre9oI (Who Have Nothing), versione inglese di un brano di Joe Sentieri scritto da Donida e Mogol  ,https://www.youtube.com/watch?v=1gQY9lt2-zw  e poi, a metà anni ’70, tornò nei Top 10 con una canzone Supernatural Thing, un brano funky del 1975 che fu tra gli anticipatori della Disco Music che sarebbe arrivata da lì a poco https://www.youtube.com/watch?v=1PxuCjMoFkQ. Fino al ritorno in classifica nel 1986 di Stand By Me, che fu usata nel film con lo stesso nome e in una pubblicità della Levi.

Comunque Ben E. King ha continuato ad esibirsi dal vivo fino al 2014, nonostante avesse problemi di salute che poi sono sfociati in un attacco alle coronarie, la probabile causa della morte avvenuta ieri 30 aprile e ricordata in video dalla testata del TG2, nella edizione delle 20.30 così: “Morto Ben E. King leggenda della chitarra rock e blues”, mah (autorizzo il grande B.B. a toccarsi)!?! Per fortuna che Mollica su Raiuno aveva altro da fare. Riposa in pace, nonostante tutto.

Bruno Conti

Cantautori E “Discepoli” A Confronto! Greg Ashley – Another Generation Of Slaves + Death Of A Ladies’ Man

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Greg Ashley – Another Generation Of Slaves – Trouble In Mind Records

Greg Ashley – Death Of A Ladies’ Man – Guitars and Bongos Records LP- Cassette – MP3

Greg Ashley viene dal profondo Texas, e stranamente il suo percorso musicale si è sviluppato inizialmente con una band garage-punk The Strate-Coats, per poi passare allo psych-rock dei The Mirrors e infine raggiungere un discreto successo con il quartetto dei Gris Gris. Terminato il percorso con il gruppo, il buon Greg pubblica intriganti album solisti, a partire dall’esordio con Medicine Fuck Dream (03) dove ritorna musicalmente agli esordi delicatamente sperimentali http://www.youtube.com/watch?v=Phyr-BbMNO0 , mentre con i seguenti Painted Garden (07) http://www.youtube.com/watch?v=fq21W2K1T6M  e Requiem Mass & Other Experiments (10) http://www.youtube.com/watch?v=AcsXVHvgDCs , i brani si sviluppano su un ritmo ipnotico mentre esplorano suoni diversi, ma con melodie ricche e dolci.

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In questo nuovo lavoro Another Generation Of  Slaves, Ashley (basso e chitarra) si avvale di un organico di musicisti d’impronta jazz, che vede Garrett Goddard e Jimi Marks alla batteria, Thatcher Boomer al clarinetto, Wallace Lafont Jr. al sassofono, John S.Morgan al vibrafono e piano, Graham Patzner al violino, Ario Peristein alla tromba, con il contorno di delicate armonie vocali che rispondano al nome di Ali Rose, Rosemary Steffie e l’asiatica Yea-Ming Chen.

Il brano iniziale East Texas Plain è una ballata brillante con pianoforte e un soffio di percussioni, che rimanda al magnifico Shuffletown di Joe Henry (se non ne siete in possesso, fatelo vostro), mentre nelle seguenti Brother Raymond e Awkward Affections imperversano clarinetti e vibrafoni.

Il pianoforte si riaffaccia nella ballata Medication #7, sussurrata dalla voce di Greg, a cui fa seguito il duetto con Ali Rose nella spensierata Bruises, mentre un clarinetto malandrino e le armonie vocali di Misery Again e poi la sensuale Patterns Of Days,  ti trasportano in un fumoso piano bar di New Orleans. Si chiude con la dolce Prisoner #1131267 (un omaggio a Cohen) con il piano di Morgan ad assecondare il canto di Greg e la bossanova quasi jazzata di December Melodies, con la tromba alla Chuck Mangione di Ario Peristein.

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Quello che non sapevo (e mi ha piacevolmente sorpreso) è il fatto che Greg Ashley fosse un insospettabile fan del grande Leonard Cohen, tanto da rifare traccia per traccia il controverso album (prodotto da Phil Spector) Death Of A Ladies’ Man (77), per pubblicarlo in edizione limitata (*NDB 1. solo download, vinile e una tiratura di 50 copie in musicassetta!), rivoltandolo come un calzino (mi viene il dubbio che l’originale non gli piacesse) http://www.youtube.com/watch?v=-AaAexKfs1g . (*NDB 2. L’usanza della copertina, donna, uomo, donna, come vedete, è abbastanza ricorrente.)

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La rivisitazione dell’album è altamente attraente http://www.youtube.com/watch?v=_DenFf6ImxY , fin dalla geniale copertina, che sostituisce le donne reali con due manichini (nella cover originale per chi non lo sapesse, la signora a destra è la moglie Suzanne Elrod), e Greg, come al solito, lo rifà alla sua maniera, rileggendo le pagine del disco con la propria sensibilità http://www.youtube.com/watch?v=NtbYi3i7gRQ , assistito da ospiti quali Kimberly Morrison, Josh Miller, Matt Montgomery, e dove spicca la tenerezza di una Paper-Thin Hotel che anche il “maestro” avrebbe potuto apprezzare.

Tino Montanari

Una Estate Lunga 50 Anni (E Passa)! The Beach Boys – Made In California

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The Beach Boys – Made In California – Capitol/Universal 6CD Box Set

C’era da aspettarselo che come capitolo finale delle pubblicazioni per celebrare i 50 anni dei Beach Boys (anche se nel frattempo Mike Love ha ricominciato la sua personale guerra verso il resto del gruppo), dopo la sequenza disco nuovo-tour mondiale-DVD live-Greatest Hits-CD live, la Capitol (label storica del gruppo) pubblicasse l’obbligatorio supercofanetto retrospettivo. A dire il vero quando ho letto la notizia che un cofanetto di 6CD era in preparazione ho storto un po’ il naso, dato che nel 1993 (per il trentennio) Brian Wilson e compagni pubblicarono Good Vibrations, un box set quintuplo molto ben fatto e decisamente esauriente (e non è che i ragazzi negli ultimi vent’anni siano stati discograficamente molto attivi come band): paventavo quindi quello che è successo con i Byrds, che fecero uscire un meraviglioso box quadruplo nel 1990, pieno di inediti e con addirittura una reunion estemporanea per registrare quattro brani nuovi, per poi rovinare tutto nel 2006 con un altro cofanetto, There Is A Season, meno interessante e praticamente inutile.

Ebbene, ora che ho tra le mani il prodotto finito devo (con piacere, visto quello che costa) ricredermi: Made In California è senza dubbio la retrospettiva definitiva del leggendario gruppo californiano, che rende semmai Good Vibrations un oggetto non più necessario. Certo, ci sono parecchie ripetizioni, i classici della band ci sono proprio tutti (e ci mancherebbe), ma la selezione, ripartita su sei CD di lunga durata, è molto più accurata che sul box precedente (nel quale era compresa nei primi quattro dischetti, essendo il quinto più che altro una serie di prove di studio).

Si va dunque da Surfin’, il primo singolo uscito nel 1961, fino al loro ultimo album That’s Why God Made The Radio, passando in rassegna tutti i periodi della carriera, e lasciando per fortuna da parte le ciofeche (che, specie negli anni ottanta, non mancavano). Ma quello che è il fiore all’occhiello dell’operazione sono i più di sessanta inediti strillati anche sullo sticker in copertina: per l’esattezza sarebbero 64, anche se io tenderei a considerarne come tali “solo” una cinquantina, dato che non sarò mai d’accordo nel considerare inediti le versioni remixate di canzoni note.

E comunque quello che c’è basta ed avanza: partendo dal quinto CD, che contiene quindici perfomances dal vivo mai sentite, che vanno dal 1965 al 1993 (con vere chicche come Runaway di Del Shannon, The Letter dei Box Tops, una I Can Hear Music del 1975 e due brani anche dalla tournée acustica del 1993) ed arrivando al sesto, con ben 26 registrazioni totalmente “unreleased”, prese dai loro archivi, più alcuni pezzi incisi per la BBC, una vera e propria manna per ogni fan dei ragazzi, non sto ad elencarvi i brani perché ci vorrebbe un post a parte.

Non è che nei primi quattro CD non ci siano delle sorprese: versioni di gruppo di California Feelin’ e Soul Searchin’, due brani ripresi in seguito da Brian Wilson da solo (e nella seconda la voce solista è del fratello scomparso Carl), la bellissima e malinconica (Wouldn’t It Be Nice To) Live Again, ad opera di Dennis, altro fratello di Brian passato a miglior vita, una innocua ma piacevole Goin’ To The Beach ed una divertente rilettura di Da Doo Ron Ron di Phil Spector (e portata al successo dalle Crystals).

Se a tutto aggiungiamo la confezione lussuosa, un libro ricco di notizie e di foto inedite, note accurate brano per brano (con anno di uscita, album di appartenenza e posizione in classifica) ed una impressionante lista di sessionmen che hanno collaborato durante tutti i 50 anni (rigorosamente in ordine alfabetico), oltre chiaramente al valore artistico del contenuto musicale,  non esiterei a definire Made In California un’opera imperdibile.

Non è solo musica, è cultura.

Marco Verdi

*NDB Questa è la tracklist completa:

Disc 1:
1. Home Recordings / “Surfin'” Rehearsal Highlights (2012 Edit – Mono)
2. Surfin’ (with Session Intro – Mono)
3. Their Hearts Were Full Of Spring (Demo – Mono)
4. Surfin’ Safari (Original Mono Long Version)
5. 409 (Original Mono Long Version)
6. Lonely Sea (Original Mono Mix)
7. Surfin’ U.S.A.
8. Shut Down (2003 Stereo Mix)
9. Surfer Girl
10. Little Deuce Coupe
11. Catch A Wave
12. Our Car Club
13. Surfers Rule (with Session Intro)
14. In My Room
15. Back Home
16. Be True To Your School (Mono Single Version)
17. Ballad Of Ole’ Betsy
18. Little Saint Nick (Stereo Single Version)
19. Fun, Fun, Fun (Mono Single Version)
20. Little Honda
21. Don’t Worry Baby (2009 Stereo Mix)
22. Why Do Fools Fall In Love (2009 Stereo Mix)
23. The Warmth Of The Sun
24. I Get Around (with Session Intro – Mono)
25. Wendy (2007 Stereo Mix)
26. All Summer Long (2007 Stereo Mix)
27. Girls On The Beach
28. Don’t Back Down
29. When I Grow Up (To Be A Man) (2012 Stereo Mix)
30. All Dressed Up For School (Mono)
31. Please Let Me Wonder (2007 Stereo Mix)
32. Kiss Me, Baby (2000 Stereo Mix)
33. In The Back of My Mind (2012 Stereo Mix)
34. Dance, Dance, Dance (2003 Stereo Mix)

Disc 2:
1. Do You Wanna Dance (2012 Stereo Mix)
2. Help Me, Rhonda (Mono Single Version)
3. California Girls (2002 Stereo Mix)
4. Amusement Parks USA (Early Version)
5. Salt Lake City (2001 Stereo Mix)
6. Let Him Run Wild (2007 Stereo Mix)
7. Graduation Day (Session Excerpt and Master Take, 2012 Mix)
8. The Little Girl I Once Knew (Mono)
9. There’s No Other (Like My Baby) (2012 “Unplugged” Mix with Party Session Intro)
10. Barbara Ann (2012 Stereo Mix)
11. Radio Spot “Wonderful KYA” (Mono)
12. Sloop John B (1996 Stereo Mix)
13. Wouldn’t It Be Nice (2001 Stereo Mix)
14. God Only Knows (1996 Stereo Mix)
15. I Just Wasn’t Made For These Times (1996 Stereo Mix)
16. Caroline No (1996 Stereo Mix)
17. Good Vibrations (Mono)
18. Our Prayer (2012 “Smile Sessions” Stereo Mix)
19. Heroes And Villains: Part 1 (“Smile Sessions” Mix – Mono)
20. Heroes And Villains: Part 2 (“Smile Sessions” Mix – Mono)
21. Vega-Tables (“Smile Sessions” Stereo Mix)
22. Wind Chimes (“Smile Sessions” Stereo Mix)
23. The Elements: Fire (Mrs. O’Leary’s Cow) (“Smile Sessions” Mix – Mono)
24. Cabin Essence (“Smile Sessions” Mix – Mono)
25. Heroes And Villains (2012 Stereo Mix)
26. Wonderful (2012 Stereo Mix)
27. Country Air (2012 Stereo Mix)
28. Wild Honey (2012 Stereo Mix)

Disc 3:
1. Darlin’ (2012 Stereo Mix)
2. Let The Wind Blow (2001 Stereo Mix)
3. Meant For You (Alternate Version)
4. Friends
5. Little Bird
6. Busy Doin’ Nothin’
7. Sail Plane Song (2012 Stereo Mix)
8. We’re Together Again (2012 Stereo Mix)
9. Radio Spot “Murray The K” (Mono)
10. Do It Again (2012 Stereo Mix)
11. Old Man River (Vocal Section)
12. Be With Me
13. I Can Hear Music
14. Time To Get Alone
15. I Went To Sleep
16. Can’t Wait Too Long (A Cappella)
17. Break Away (Alternate Version)
18. Celebrate The News
19. Cotton Fields (The Cotton Song) (Single Version, 2001 Stereo Mix)
20. Susie Cincinnati (2012 Mix)
21. Good Time
22. Slip On Through
23. Add Some Music To Your Day
24. This Whole World
25. Forever
26. It’s About Time
27. Soulful Old Man Sunshine
28. Fallin’ In Love (2009 Stereo Mix)
29. Sound Of Free (Mono Single Version)
30. ‘Til I Die
31. Surf’s Up

Disc 4:
1. Don’t Go Near The Water
2. Disney Girls (1957)
3. Feel Flows
4. (Wouldn’t It Be Nice To) Live Again
5. Marcella
6. All This Is That
7. Sail On Sailor
8. The Trader
9. California Saga (On My Way To Sunny Californ-I-A)
10. Rock And Roll Music (2012 Mix w/Extra Verse)
11. It’s OK (Alternate Mix)
12. Had To Phone Ya
13. Let Us Go On This Way
14. I’ll Bet He’s Nice
15. Solar System
16. The Night Was So Young
17. It’s Over Now (Alternate Mix)
18. Come Go With Me
19. California Feelin’
20. Brian’s Back (Alternate Mix)
21. Good Timin’
22. Angel Come Home
23. Baby Blue
24. It’s A Beautiful Day (Single Edit) (2012 Mix)
25. Goin’ To The Beach

Disc 5:
1. Goin’ On
2. Why Don’t They Let Us Fall In Love
3. Da Doo Ron Ron
4. Getcha Back
5. California Dreamin’
6. Kokomo
7. Soul Searchin’
8. You’re Still A Mystery
9. That’s Why God Made The Radio
10. Isn’t It Time (Single Version)
11. Runaway (Live – Chicago 1965 — w/Concert Promo Intro – Mono)
12. You’re So Good To Me (Live – Paris 1966 – Mono)
13. The Letter (Live – Hawaii Rehearsal 1967)
14. Friends (Live – Chicago 1968 – Mono)
15. Little Bird (Live – Chicago 1968 – Mono)
16. All I Want To Do (Live – London 1968)
17. Help Me, Rhonda (Live – New Jersey 1972)
18. Wild Honey (Live – New Jersey 1972)
19. Only With You (Live – New York 1972)
20. It’s About Time (Live – Chicago 1973)
21. I Can Hear Music (Live – Maryland 1975)
22. Vegetables (Live – New York 1993)
23. Wonderful (Live – New York 1993)
24. Sail On Sailor (Live – Louisville 1995)
25. Summer In Paradise (Live – Wembley 1993)

Disc 6:
1. Radio Spot (1966 — Mono)
2. Slip On Through (A Cappella Mix)
3. Don’t Worry Baby (Stereo Session Outtake w/ Alternate Lead Vocal)
4. Pom Pom Play Girl (Vocal Session Highlight)
5. Guess I’m Dumb (Instrumental Track w/Background Vocals)
6. Sherry She Needs Me (1965 Track w/1976 Vocal)
7. Mona Kana (Instrumental Track)
8. This Whole World (A Cappella)
9. Where Is She?
10. Had To Phone Ya (Instrumental Track)
11. SMiLE Backing Vocals Montage (from “The Smile Sessions”)
12. Good Vibrations (Stereo Track Sections)
13. Be With Me (Demo)
14. I Believe In Miracles (Vocal Section)
15. Why (Instrumental Track)
16. Barnyard Blues
17. Don’t Go Near The Water (Instrumental Track)
18. You’ve Lost That Lovin’ Feeling
19. Transcendental Meditation (Instrumental Track)
20. Our Sweet Love (Vocals w/Strings)
21. Back Home (1970 Version)
22. California Feelin’ (Original Demo)
23. California Girls (“Lei’d In Hawaii” Studio Version)
24. Help You, Rhonda (“Lei’d In Hawaii” Studio Version)
25. Surf’s Up (1967 Version) (2012 Mix)
26. My Love Lives On
27. Radio Spot (1964 – Mono)
28. Wendy (BBC — Live in the Studio 1964 – Mono)
29. When I Grow Up (To Be A Man) (BBC — Live in the Studio 1964 – Mono)
30. Hushabye (BBC — Live in the Studio 1964 – Mono)
31. Carl Wilson: Coda (2013 Edit)

Un Altro Dei Dischi Dell’Anno? Arcade Fire – The Suburbs

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Arcade Fire – The SuburbsMerge/Universal CD/2 LP

Già cominciano a circolare voci sul “tradimento” dell’etica indie da parte del gruppo di Montreal unite ad altre voci (la maggior parte) che parlano di questo The Suburbs, il loro terzo, come del migliore della loro discografia.

Un giorno mi diranno quale è questo cosidetto filone indie o alternative (ma rispetto a cosa?): in ogno caso io mi unisco al gruppo dei “favorevoli”, non sara un capolavoro assoluto, (ma quanti ne escono in un anno?) ma mi pare un ottimo CD proprio nella vecchia ottica dell’album, inteso come vinile, che sarebbe doppio.

Ci sono tutti i piccoli escamotages del caso, tipo il disco che esce con otto copertine diverse tra cui scegliere, il vinile con copertina gatefold, ma c’è anche sostanza.

Una delle solite critiche è che è troppo lungo. Ma benedetti uomini e donne, il vostro lettore CD è fornito della funzione skip, tac e si passa al brano successivo, al limite ci si ritorna in un altro momento quando l’umore è quello giusto, non per fare un discorso alla “Catalano”, ma meglio avere un album con sedici tracce da ascoltare ed eventualmente tre o quattro da scartare, piuttosto che uno con dieci o dodici brani che se ne trovi quattro o cinque che non ti piacciono son c… amari.

Ma comunque devo dire che il disco funziona proprio nella sua interezza: sentito parecchie volte, e in questi giorni l’ho fatto per il piacere dell’ascolto e non per il “dovere” della recensione, regge sia nell’insieme che nei singoli brani.

Al sottoscritto ha ricordato qualcosa di Spectoriano (nel senso di Phil Spector), quel “wall of sound”, muro del suono, che ha sempre caratterizzato il settetto di Montreal (intesa come “casa” del gruppo, ma i due fratelli Butler sono nativi della California del nord e hanno vissuto per molti anni nei “suburbs” di Houston, Texas da cui il titolo dell’album), quel di più è meglio si diceva, la tendenza di “caricare” i suoni il più possibile, senza mai esagerare (ma ogni tanto ci sta pure) e diversificare molto le atmosfere dei brani. Era una caratteristica che avevano anche alcuni artisti britannici dei primi anni ’70 e penso al primo David Bowie o ai Roxy Music dei primi dischi, la capacità di mescolare sonorità elettroniche non eccessive al meglio del rock classico, con quei “lustrini” del glam a stemperare le atmosfere.

Il co-produttore Marcus Dravs, che è lo stesso del precedente Neon Bible e che ha lavorato anche con James, Coldplay e Brian Eno, ha saputo unire questo presunto stadium rock, il rok classico degli anni ’70 e l”anima indie e alternative (e ridagli!) degli Arcade Fire per plasmare questo The Suburbs che accontenterà palati più raffinati e amanti del buon pop.

Il disco si apre, nella title-track, sul mellifluo falsetto di Wim Butler e su atmosfere che ricordano il Bowie di Hunky Dory, il perfetto singolino d accoppiare a Month Of May come hanno fatto nel 12″ pubblicato a maggio. Il suono è semplice e complesso al tempo stesso, con le tastiere di Regine Chassagne, la signora Butler a interagire con archi, intesi come violini, viole, violoncelli e contrabbassi suonati dai vari componenti del gruppo che anche dal vivo si scambiano le varie strumentazioni.

Ready to start è un altro singolo potenziale, con una ritmica urgente di stampo rock e un sound radiofonico “moderno”, con chitarre ruggenti, sintetizzatori e tastiere varie che accompagnano la voce filtrata di Butler, glam rock futuribile, i vecchi Roxy con le tastiere di Eno.

Modern Man ricorda vagamente Learning to Fly di Tom Petty con il suo ritmo incalzante e le sue atmosfere orecchiabili, e non è inteso come un’offesa, meno complessa nei suoni dei brani precedenti anche se definirla semplice è esagerare.

Qualcuno ha paragonato questo disco nel suo insieme al ciclo di poemi di William Blake, Songs Of Innocence and Experience ma mi sembra un po’ esagerato, e perchè non la Divina Commedia o Romeo e Giulietta, in fondo trattasi di canzonette. Rococo, con la voce di Regine a doppiare quella del marito ricorda certi eccessi pop, ma quelli più gloriosi, degli ELO, tamto bistrattati e poi rivalutati, strati su strati di strumenti per un suono iper-raffinatissimo e un finale con chitarra in feedback.

Empty Room con la sottile voce di Regine Chassagne a guidare le danze ha comunque una energia synth-rock di grande appeal, con il solito muro di chitarre e tastiere e la ritmica in overdrive. City with no children aldilà del titolo visionario è uno dei brani più classici di rock dell’album, potrebbe essere su un album di Springsteen o degli Hold Steady e farebbe la sua bella figura. Half light, ancora con la voce della Chassagne a guidare il gruppo, si apre con un fade-in ed è un brano piacevole ma non memorabile, funzionale all’album nel suo insieme e qui ha un senso, ma non fondamentale, forse superfluo è eccessivo, magari ai prossimi ascolti potrei rivalutarla, gli arrangiamenti sono sempre maestosi e con quei crescendi tipici degli Arcade Fire.

Il battito elettronico di Half Light II ci introduce ad atmosfere che ricordano i Depeche Mode o gli U2 (che sono dei grandi fans e usavano Wake Up come brano intro dei loro concerti) fase 2 della produzione Eno/Lanois, “moderna ma con giudizio”. Suburban War con una bella chitarra con riverbero in evidenza è uno dei brani migliori dell’album, malinconica e appassionata ricorda certe cose più intimiste dei R.E.M. di Automatic for The People o dei primi Smiths, ma riviste nell’ottica inconfondibile degli Arcade Fire, con continui cambi di tempo e aperture orchestrate quasi eccessive ma vincenti all’ascolto.

Month of May è l’altro singolo e unisce un ritmo veloce quasi punk alla Ramones a sonorità electro-pop, tipo i primi Roxy Music di Virginia Plain, una strana alchimia che però funziona.

Wasted Hours è uno dei pochi brani lenti, visto che nella musica degli Arcade Fire non c’è posto per le ballate questo brano è la massima approssimazione ad un brano del “connazionale” Neil Young che ci potremo mai aspettare e questo si ricollega a certi giudizii che hanno paragonato questo album ad un incontro tra Neil Young e Depeche Mode. Altri lo hanno definito il loro OK Computer, ma superiore, confontato con i Radiohead oltre ai già citati R.E.M. di Automatic. Deep Blue è un altro dei brani definiti non indispensabili dalla critica ma al sottoscritto non dispiace, semplice e con un coretto pop nel ritornello.

We used to wait ricorda molto, ma molto da vicino, sarà il pianino insinuante, i Supertramp. ebbene sì, ma quelli migliori di Crime of the century, proprio il gruppo che era bello “odiare” negli anni ’70 e che periodicamente fanno capolino nella musica di qualche gruppo contemporaneo, anche loro maniaci della perfezione sonora e vocale e che ricevono un “omaggio” inatteso in questo brano. Sprawl è il secondo brano diviso in due parti, distinte e molto diverse tra loro, il primo è una ballata (no, non si può dire!) malinconica e raccolta, mentre la parte II, cantata dalla Regine Chassagne, sembra una traccia perduta della produzione dei Blondie, anche vagamente danzereccia, che sicuramente avrà i suoi estimatori ma non il sottoscritto.

Per concludere rimane The Suburbs (Continued) che riprende il tema del brano iniziale in un breve intramuscolo che nulla aggiunge e nulla toglie al disco nel suo insieme, fine della track-by-track.

Da domani nei negozi!

Capolavoro o disco normale? Ai posteri l’ardua sentenza! E con questa sentenza Pilatesca me ne lavo le mani. Anzi no, normale capolavoro potrebbe andare?

Bruno Conti