Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

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Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

Se Lo Dicono Tutti Sarà Veramente Così Bello? Questa Volta Direi Proprio Di Sì! Conor Oberst – Salutations

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Conor Oberst – Salutations – Nonensuch/Warner

Come sapete al sottoscritto non piace uniformarsi per forza ai giudizi critici (che comunque leggo per documentarmi) relativi ai nuovi dischi in uscita: preferisco sempre adottare l’infallibile metodo “San Tommaso”, o se preferite Guido Angeli, ovvero provare per credere, anzi meglio, ascoltare per credere. E quindi, se posso, compatibilmente con le qualità industriali di dischi che “devo” sentire ogni mese, cerco di ascoltare gli album che per vari motivi hanno stuzzicato la mia curiosità, anche se poi non sempre riesco a scrivere il resoconto delle mie impressioni: ma questa volta, come dico nel titolo, sì! Perché l’album in questione, nello specifico parliamo del nuovo Salutations, a firma Conor Oberst, mi pare proprio un ottimo album. Disco che nasce sulla scia della prova acustica Ruminations, pubblicata solo alcuni mesi or sono e che che conteneva dieci delle canzoni ora riproposte in versione elettrica nel CD, con l’aiuto del grande batterista Jim Keltner, che ha curato anche la co-produzione dell’album insieme a Oberst, e alla band roots-rock dei Felice Brothers, veri spiriti affini di Conor e di cui l’estate scorsa vi avevo segnalato l’eccellente Life In The Dark, un piccolo gioiellino http://discoclub.myblog.it/2016/07/06/antico-dylaniano-sempre-gradevole-felice-brothers-life-the-dark/, che si muoveva, come questo, su territori cari alla Band Bob Dylan, ma non solo. Quindi il solito retro-rock? Direi di sì, ma quando è fatto così bene è difficile resistere, e le 17 canzoni contenute in questo disco (le dieci di Ruminations più altre sette aggiunte per l’occasione) sono tutte veramente belle e non si riscontrano momenti di noia dovuti alla eccessiva lunghezza dell’album.

Oltre ai Felice Brothers e Keltner nell’album appaiono parecchi altri musicisti di pregio: dall’ottimo Jim James Blake Mills, Gillian Welch Maria Taylor alle armonie vocali, nonché M. Ward e il quasi immancabile, in un disco di questo tipo, Jonathan Wilson, a chitarre e tastiere in due dei brani più belli del disco, uno dei due, Anytime Soon, dove è anche coautore del pezzo, con lo stesso Oberst, Taylor Goldsmith dei Dawes, Johnathan Rice, frequente collaboratore di Jenny Lewis, in una sorta di meeting di alcuni dei “nuovi” talenti del suono westcoastiano, considerando pure che il tutto è stato registrato ai famosi Shangri-La Studios di Malibu. Quindi Dylan+Band+California, risultato: ottimo disco, che lo riporta ai fasti dei migliori album fatti con i Bright Eyes. Partiamo proprio con la citata Anytime Soon, un bel pezzo rock di impianto californiano, con la slide pungente di Wilson, che ricorda quella di David Lindley, a percorrerla e una melodia solare che si rifà al sound dei Dawes o del loro mentore Jackson Browne, ma anche con spunti beatlesiani.

Comunque fin dall’apertura deliziosa della valzerata Too Late For Fixate, con in evidenza il violino di Greg Farley e la fisarmonica di James Felice, che uniti all’armonica dello stesso Oberst, crea subito immediati rimandi alla musica del Dylan anni ’70 ( e anche la Band, ovviamente, grazie all’uso della doppia tastiera, affidata spesso a Felice); contribuiscono ampiamente alla riuscita anche i testi visionari e surreali, sentite che incipit: “Tried Some Bad Meditation/ Sittin’ Up In The Dark/They Say To Picture An Island/Cuz That’s One Place To Start/I Guess I Could Count My Blessings/I Don’t Sleep In The Park/With All My Earthly Possessions/In One Old Shopping Cart”, e ditemi chi vi ricorda. Anche la seconda canzone Gossamer Thin mantiene questa atmosfera sonora, con il riff circolare a tempo di valzer, sempre impreziosito dall’uso di violino, fisa ed armonica, oltre alle armonie vocali di Jim James, che rimane poi anche per la successiva Overdue, dove si apprezza il lavoro delle chitarre elettriche e quello di un piano Wurlitzer, molto alla Neil Young anni ’70, con il ritornello che ti rimane subito in testa.

Afterthought in veste full band acquisisce ulteriore fascino, anche grazie al lavoro preciso e variegato di Jim Keltner, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, ancora splendide le armonie vocali corali dei Felice Brothers assortiti, il violino guizzante di Farley e l’armonica insinuante di Conor, sembra quasi di essere capitati in qualche outtake di Blonde On Blonde. Molto coinvolgente anche la delicata ballata Next Of Kin, già presente in Ruminations, che rimanda ai pezzi più belli di un altro cantautore che quando viene colto dall’ispirazione può regalare canzoni stupende, penso a Ryan Adams, e pure in questo testo ci sono deliziose citazioni d’epoca:  “Yeah I met Lou Reed and Patti Smith/It didn’t make me feel different/I guess I lost all my innocence/Way too long ago”. In Napalm il ritmo si fa più incalzante e bluesy, per continuare il parallelo con Dylan ci tuffiamo in Highway 61 con l’organo di Felice e le chitarre di Oberst a ricreare il sound dell’accoppiata Kooper/Bloomfield, con i dovuti distinguo, e senza dimenticare Farley che si dà sempre da fare con il suo violino.

Blake Mills aggiunge il suo guitaron e la baritone guitar per una intima e raccolta Mamah Borthwick (A Sketch), dove si apprezza anche la voce di Gillian Welch, splendida. Mentre nelle successive Till St. Dymphna Kicks Us Out e Barbary Coast (Later) appare anche un quartetto di archi e il pianoforte assurge a ruolo di protagonista, nel primo brano, a fianco degli immancabili violino, fisarmonica e armonica, senza dimenticare la chitarra elettrica di Ian Felice, sempre presente, con un lavoro sia di raccordo quanto solista; Barbary Coast addirittura mi ha ricordato certe cose del primo Van Morrison, quello californiano, con il prezioso apporto della voce di Maria Taylor. Tachycardia è un’altra ballata di ampio respiro, con doppia tastiera e armonica sempre in evidenza (ma è difficile trovare un brano non dico scarso, ma poco riuscito), mentre Conor Oberst canta sempre con grande trasporto e convinzione, mentre il violino e la chitarra di Mills ricamano sullo sfondo. Serena ed avvolgente anche la dolcissima Empty Hotel By The Sea, con mille particolari sonori gettati nel calderone sonoro di una ennesima riuscita canzone, con gli strumenti sempre usati con una precisione quasi matematica.

Del pezzo con Jonathan Wilson abbiamo detto. Counting Sheep è una ulteriore variazione sul tema sonoro dell’album, e nonostante il titolo è meno “sognante” di altri episodi, con le chitarre elettriche più graffianti e la bella voce della Taylor che ben supporta il nostro. Rain Follows The Plows, di nuovo con la presenza del quartetto di archi, assume un carattere quasi più barocco e complesso, grazie all’uso del piano elettrico e della chitarra elettrica di Blake Mills, presente per l’ultima volta, a fianco di violino,, armonica e tastiere, che, l’avrete ormai capito, sono gli strumenti più caratterizzanti dell’album. Di nuovo Gillian Welch a duettare con Oberst in You All Loved Him Once, altra love ballad di elevata qualità e delicatezza, con armonica e chitarra elettrica che deliziano i nostri padiglioni auricolari ancora una volta, una delle più belle canzoni del disco.

A Little Uncanny, con video prodotto dal bassista del disco (e dei Felice Brothers) Josh Rawson è uno dei pezzi più rock e mossi di questo Salutations, chitarristico ed incalzante, prima del commiato, Salutations appunto, dove ritornano il piano, la chitarra ed il synth di Jonathan Wilson, per un altro tuffo nel sound da singer songwriter californiano degli anni ’70, a conferma della qualità di questo lavoro che si candida fin d’ora tra le migliori prove di questo inizio 2017, e che vi consiglio caldamente!

Bruno Conti 

Se La Sono Presa Comoda, Ma Sono Decisamente Migliorati! The Lumineers – Cleopatra

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The Lumineers – Cleopatra – Dualtone CD USA – Decca/Universal Europa

Uno dei singoli più gettonati del 2012 è stato sicuramente Ho Hey, un brano folk-rock dal ritornello molto orecchiabile ad opera di un terzetto originario di Denver, The Lumineers, un successo che ha trascinato nelle classifiche di vendita anche il loro album omonimo di debutto, un buon disco che però dava la sensazione di essere inferiore a prodotti di altre band che si rivolgevano allo stesso bacino d’utenza, come Mumford & Sons, Low Anthem e Decemberists. Ora si rifanno vivi a ben quattro anni di distanza dall’esordio, un tempo molto lungo per una nuova band, ma devo dire che Cleopatra (da non confondersi con la famigerata etichetta californiana tanto amata da Bruno) è di gran lunga superiore al disco precedente: il loro percorso è quasi l’inverso degli Of Monsters And Men (altra band che si può equiparare ai nostri come stile), in quanto gli islandesi hanno esordito nel 2011 con un ottimo album (My Head Is An Animal) che conteneva un singolo, Little Talks, diventato poi un tormentone mondiale, mentre il loro secondo lavoro Beneath The Skin dell’anno scorso non era male ma non altrettanto esplosivo; al contrario, Cleopatra forse non conterrà una canzone spacca classifiche come Ho Hey ma si rivela un lavoro più unitario e riuscito (e le vendite danno ragione ai ragazzi di Denver, in quanto il disco sta già facendo molto bene ed è andato in testa sia in America che in Inghilterra).

Il trio è sempre composto da Wesley Schultz alla voce e chitarra, Jeremiah Fraites alla batteria e piano e Neyla Pekarek al basso e violoncello, ed in questo album si fanno aiutare da pochi ma selezionati amici, a partire da Simone Felice dei Felice Brothers,, che si occupa anche della produzione (*NDB. E anche dei The Duke And The King, tre splendidi dischi, che fine hanno fatto?), ed inoltre Byron Isaacs, Lauren Jacobson e David Baron: il suono non è cambiato molto dal loro esordio, i brani hanno sempre un forte impianto folk-rock con un retrogusto pop, con influenze che vanno da Bob Dylan (soprattutto) a Tom Petty, passando per Leonard Cohen e Bruce Springsteen (questi ultimi due non li ritrovo molto, ma mi inchino in quanto sono gli stessi membri del gruppo a citarli, anche se poi aggiungono anche Guns’n’Roses, Cars e Talking Heads…), canzoni elettroacustiche ma con la sezione ritmica sempre in grande evidenza, voci spesso cariche di eco e melodie dirette ed immediate. Il suono c’è, dunque, e se aggiungiamo che la qualità media delle canzoni è nettamente migliorata si può dire che Cleopatra contribuisce a mettere i Lumineers sullo stesso piano dei gruppi che ho citato all’inizio (anzi, mi sa che i Mumford & Sons ce li siamo giocati, *NDB 2. A giugno è in uscita un EP Johannesburg, con musicisti sudafricani, dove hanno cambiato ancora genere https://www.youtube.com/watch?v=eCIHPdx1OAs!); undici brani, ma quindici nella versione deluxe (che non ho. *NDB 3. E’ quella in MP3, per il download, che entrambi non amiamo molto) e quattordici in un’altra edizione in esclusiva per la catena americana Target, ma con tre canzoni che non sono le stesse della deluxe “normale” (adoro queste cose: ma non potevano fare una edizione sola, dato che quella regolare dura solo 33 minuti?).

Sleep On The Floor inizia con un drumming secco, un riff di chitarra elettrica e la voce di Schultz che canta un motivo suggestivo ma attendista nel primo minuto e mezzo, poi la ritmica sale ed il pezzo si trasforma in una rock song con tutti i crismi, potente e profondamente evocativa: un avvio migliore non poteva esserci. Ophelia (è il primo singolo, ma non è la stessa di The Band) ha un inizio sospeso, con piano, percussioni e voce, poi prende vivacità, la ritmica si fa saltellante ed arriva il classico ritornello orecchiabile, anche se è il pianoforte a mantenere il ruolo di protagonista: non è immediata come Ho Hey (anche se lo stile non è lontanissimo), ma cresce alla distanza. Cleopatra è un folk-rock elettrico dalla splendida melodia dylaniana, un mood trascinante ad ancora gran lavoro di piano, un brano di grande valore; Gun Song, ancora con Dylan in mente, è più acustica anche se la ritmica è sempre molto sostenuta, una costante nel suono del trio, mentre Angela (è il terzo brano su cinque con un nome di donna come titolo) è più tranquilla, inizia solo voce e chitarra (ma l’eco sulla voce non manca mai), poi entra il resto ed il pezzo cresce in pathos, grazie anche ad uno splendido break strumentale dove è ancora il piano a dettare legge. In The Light è una tenue ballata dalla melodia vincente e dall’arrangiamento semplice ma di grande impatto, con un finale maestoso che la catapulta tra le migliori del CD; ancora Dylan, quello dei primi anni, ad ispirare la limpida Long Way From Home, altro brano di notevole potenza emotiva, mentre Sick In The Head è l’unico pezzo un gradino sotto, a causa di uno sviluppo melodico un po’ incartato su sé stesso. L’album però si chiude molto bene con My Eyes, sempre a metà tra folk e rock, di grande forza nonostante il tempo lento, e con Patience, un breve ma suggestivo strumentale per piano solo.

Hanno avuto bisogno di tempo i Lumineers per dare un seguito al loro esordio, ma con Cleopatra hanno decisamente centrato il bersaglio e dimostrato di essere non solo un gruppo con un singolo fortunato al loro attivo, ma una vera band con un suo stile ed una spiccata personalità.

Marco Verdi

Da Qui In Poi Il Mondo Del Rock Non E’ Stato Più Lo Stesso! Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Parte II

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Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Columbia/Sony 2CD – 3LP – Deluxe 6CD – Super Deluxe 18CD + 9 45rpm

Parte II

CD 3-8 – Highway 61 Revisited: il miglior disco di Dylan (ma Blonde On Blonde lo segue di un’attaccatura) è anche quello che regala più sorprese tra le outtakes: è incredibile notare come a distanza di pochi mesi anche lo stile di scrittura del nostro sia cambiato, molto più rock e blues che nel disco precedente, dove era ancora legato a stilemi folk. Intanto abbiamo quattro takes complete di If You Gotta Go, Go Now (la migliore è la prima), e non capisco come all’epoca sia stata pubblicata solo come lato B di un singolo uscito soltanto in Benelux (e nel 1967), ma poi ci sono diverse versioni di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, tutte più veloci di quella quasi honky-tonk apparsa sull’album, anche se con arrangiamenti diversi tra loro (splendida la take 6, rock’n’roll allo stato puro, anche se purtroppo si interrompe, e niente male anche la 8, più bluesata https://www.youtube.com/watch?v=sp0AESxrPyk ). Anche la poco nota Sitting On A Barbed-Wire Fence fa la sua bella figura, specie la seconda take, con uno strepitoso Mike Bloomfield alla solista; uno dei momenti più piacevoli è la parte dedicata al singolo Positively 4th Street, dove la primissima take era già secondo me perfetta, più rilassata della versione pubblicata, mentre l’altra canzone uscita nel periodo su 45 giri, cioè Can You Please Crawl Out Your Window?, ha avuto come preferenza una delle versioni incise in seguito durante Blonde On Blonde con The Band, ma non ho problemi ad affermare che preferisco quella uscita da queste sessioni (ed una di queste takes all’epoca era stata messa per sbaglio sul lato B di alcune copie di 4th Street), più cantata e melodica, quasi un’altra canzone. Anche From A Buick 6 ha avuto una versione più veloce e roccata messa per errore sulla prima edizione di Highway 61 (ed io ne possiedo orgogliosamente una copia), e qui la troviamo; la sirena sulla title track originale non mi aveva mai convinto, molto meglio a mio parere la take 3, a tempo di boogie e con un Bloomfield spettacolare. Ma l’highlight lo troviamo sull’ottavo CD: a parte due takes incomplete di Medicine Sunday, un brano rimasto negli archivi, spicca la take 4 della grandissima Desolation Row in versione full band, una strepitosa versione mai sentita prima, una canzone indimenticabile in una veste completamente diversa (ce ne sarebbe un’altra altrettanto bella solo voce e piano, ma dura lo spazio di due minuti). Ho volutamente lasciato per ultimo il quarto CD, cioè quello interamente dedicato a Like A Rolling Stone (inserito anche nella versione sestupla), perché paradossalmente è la parte meno interessante del cofanetto, in quanto, dopo alcune prove iniziali (anche a tempo di valzer https://www.youtube.com/watch?v=fWn5fpr_IwA ) dove Dylan e la band “cercano” la melodia giusta e gli accordi adatti, abbiamo quasi subito la take 4 che è poi quella che tutti conosciamo; ebbene, secondo me si erano accorti anche loro di avere appena fatto la storia, in quanto dopo abbiamo altri nove tentativi suonati senza troppa convinzione e quasi per dovere istituzionale, ma avevano capito che la magia se n’era andata con quell’unica, magnifica take. (NDM: impagabile sentire Tom Wilson, poco prima della versione “giusta”, rivolgersi ad Al Kooper con un divertito “What are you doing out there?”, in quanto il musicista newyorkese, scritturato come chitarrista ritmico, si era seduto all’organo per provare il leggendario riff che contrassegnerà per sempre la canzone in questione e darà di fatto il via anche alla sua carriera di organista).

CD 9-17 – Blonde On Blonde: in realtà il nono dischetto prende in esame una session “spuria” di Dylan con The Band (allora ancora The Hawks e senza Levon Helm), dove vengono suonate diverse takes di I Wanna Be Your Lover, che si pensava di pubblicare come singolo ma poi è rimasta inedita fino a Biograph (non era comunque un grande brano, anche se il riff spaccava), oltre ad una interessante jam strumentale senza titolo e, soprattutto, una prima versione della splendida Visions Of Johanna (ma quella finita sul disco appartiene ad una sessione successiva incisa a Nashville con musicisti locali più Robbie Robertson), con un ritmo decisamente più sostenuto ed indubbiamente intrigante, certamente una delle perle del box (la take 5 è da urlo). Per quanto riguarda Blonde On Blonde, l’album in cui Dylan trovò quello che definì il “sottile e selvaggio sound al mercurio”, voglio limitarmi ai brani imperdibili (cosa che peraltro ho fatto finora, ma il materiale è talmente vasto), tra i quali vi è certamente una She’s Your Lover Now per voce e piano, magari formalmente imperfetta ma con un feeling da brividi: meritava assolutamente di finire sul disco, magari al posto di Pledgin’ My Time o Most Likely You Go Your Way. Poi abbiamo la costruzione passo dopo passo, frammento dopo frammento, della cristallina One Of Us Must Know, un brano letteralmente creato in studio, un’unica take dell’inedita Lunatic Princess, uno spigliato rock-blues dominato dal piano elettrico che meritava di essere approfondito, ed una deliziosa versione strumentale di I’ll Keep It With Mine senza Dylan ma con i Nashville Cats (nello specifico Charlie McCoy, Wayne Moss, Joe South e Kenny Buttrey).  Interessante poi vedere come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again sia diventata quella che conosciamo, e per la quale personalmente non ho mai sbavato, solo alla fine, in quanto per tutte le takes è stata suonata con un ritmo più lento ed un arrangiamento blue-eyed soul secondo me più stimolante (e addirittura nella primissima prova come country ballad nashvilliana). Il tour de force (ma un tour de force di puro godimento), si chiude con la splendida I Want You, cioè quello che più assomigliava al tentativo di Bob di scrivere un singolo pop, la cui take 1 è abbastanza diversa da quella pubblicata ma quasi altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=m_5q-uqNeE4 .

CD 18: ecco la chicca assoluta del box (presente solo in questa edizione), cioè una serie di brani acustici registrati dal nostro in camere d’albergo da solo o in compagnia in tre differenti momenti: otto brani al Savoy Hotel di Londra nel 1965 con Bob Neuwirth e Joan Baez (alcuni frammenti di questa particolare session sono immortalati nel famoso documentario Don’t Look Back https://www.youtube.com/watch?v=5VvHyCy5kDs ), sei al North British Station Hotel di Glasgow nel 1966 con Robbie Robertson e, nello stesso anno, altre sette canzoni in un non meglio specificato hotel di Denver, Colorado, alla presenza del noto giornalista Robert Shelton: tutto è informale al massimo, non si pensava certo ad una pubblicazione, ed anche la qualità del suono varia. I brani del Savoy sono solo cover, e sia sound che performance sono eccellenti: Dylan qui anticipa inconsciamente i Basement Tapes, con punte come la bellissima More And More (Webb Pierce), o il medley di tre classici di Hank Williams (Weary Blues From Waitin’, un’ispirata Lost Highway ed una I’m So Lonesome I Could Cry appena accennata), ma soprattutto il traditional Wild Mountain Thyme, in cui Bob e Joan armonizzano alla grande, facendo pensare che l’avessero provata prima a nastro spento. I brani di Glasgow e Denver sono ancora più interessanti, in quanto troviamo tutte canzoni inedite che Bob non riprenderà mai più: Glasgow è più una songwriting session che altro, con Dylan e Robertson che tentano di trovare la melodia e gli accordi giusti, a volte procedendo per tentativi, e sinceramente dispiace che questi pezzi verranno poi dimenticati, in quanto in almeno due casi (la romantica I Can’t Leave Her Behind e la folkeggiante If I Was A King) c’erano i germogli della grande canzone. A Denver, oltre a due performance in solitario di Just Like A Woman e Sad-Eyed Lady Of The Lowlands e altri due inediti minori (Don’t Tell Him, Tell Me e If You Want My Love) troviamo tre takes della misteriosa Positively Van Gogh, per decenni oggetto del desiderio dei collezionisti più incalliti. Peccato però che qui la qualità di registrazione non sia proprio il massimo, per usare un eufemismo.

In definitiva un box che definire strepitoso è il minimo: facendo le debite proporzioni, è come tornare indietro di centinaia di anni ed assistere dal vivo a Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda; ho però troppo rispetto per i portafogli altrui per consigliare l’acquisto di questa versione, ma almeno quella sestupla è obbligatoria.

Questa non è solo musica: è storia.

Marco Verdi

Un Musicista Che Si “Compromette”, Ma Solo Nel Titolo Del Disco! Steve Forbert – Compromised

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Steve Forbert – Compromised – Rock Ridge Music

Sono passati 37 anni da quando un giovane di belle speranze, Steve Forbert cantautore del Mississippi trasferito a New York, esordiva con Alive On Arrival (78), seguito da un altro album ben riuscito come Jackrabbit Slim (79), da cui fu tratto un singolo, Romeo’s Tune (un piccolo gioiello) che varcò subito la soglia delle Top 20 delle classifiche americane, e da quel momento il buon Steve (come tanti altri) ricevette il “bacio della morte” dalla critica musicale, destinato ai cantautori etichettati come “ il nuovo Dylan”. Ma Forbert non ha mai mollato, ha superato vari periodi di crisi grazie alla sua grande voglia di fare musica, e ripensando a una carriera quasi” infinita”  (con16 album in studio e vari Live), il suo disco migliore (per chi scrive) rimane On The Streets Of  This Town (88), senza dimenticare però il successivo The American In Me (91) e Mission Of The Crossroad Palms (95), e in tempi più recenti Any Old Time (02), un bel tributo appassionato e riuscitissimo delle canzoni di Jimmie Rodgers (uno dei padri della musica country), nominato anche per un Grammy nel 2004. Per questo nuovo lavoro, Compromised,  prodotto dallo stesso Forbert con l’aiuto di John Simon, uno che nella sua lunga carriera ha messo lo zampino in dischi di artisti del calibro di Janis Joplin, The Band, Simon & Garfunkel e Leonard Cohen (nel suo disco d’esordio), il nostro si avvale di musicisti di grande esperienza quali Robbie Kondor alle tastiere (già presente in Alive On Arrival), Joey Spampinato degli NRBQ al basso, Lou Cataldo alla batteria, Tad Price alle chitarre e il bravo polistrumentista Kami Lyle piano e tromba, che danno vita a 15 brani (comprese 4 bonus tracks)  che potremmo definire folk-roots, da sempre il genere di Steve.

Le canzoni di Compromised si muovono su binari ormai familiari all’artista, a partire dall’iniziale title track che strizza l’occhio ad un pop di facile ascolto, a cui fa seguito un “uptempo” di notevole vigore come A Big Comeuppance con il magistrale uso dei fiati (la tromba di Kami Lyle), l’incedere di When I Get To California, dal gradevole ritornello, passando per un brano quasi tex-mex come la ritmata Drink Red Wine, omaggiare una grande band con Welcome The Rolling Stones, con il marchio di fabbrica dell’artista che si fa sentire, rendendo il brano piacevole e ben strutturato. Alcuni brani ricordano il Forbert più tipico, come l’incantevole ballata Rollin’ Home To Someone You Love, dove spunta un bellissimo intermezzo strumentale accarezzato dall’uso dell’armonica, mentre la seguente Send In The Clowns è una cover pescata dal Musical A Little Night Music, per poi ritornare alla ballata confidenziale e romantica con I Don’t Know If You Know e la semi-acustica Devil (Here She Comes Now). La qualità del lavoro non scende di un millimetro anche negli ultimi due pezzi, la solare Time Seemed So Free, e una Whatever Man dalla bella linea melodica, cantata con grande trasporto da Steve. Come non sempre accade le bonus tracks sono un valore aggiunto, a partire da You’d See The Things That I See (The Day John Met Paul), un piccolo gioiello di eleganza con di nuovo la spolverata finale di una sapiente armonica, mentre Devil (Here She Comes Now), When I Get California e Whatever Man, vengono riproposte in una versione “americana” ancora più roots degli originali, e questo potrebbe essere il “nuovo corso” dei prossimi lavori di questo artista.

Steve Forbert, oggi come ieri, si conferma un cantautore gentile e intimista, che spazia nell’ambito di un folk-rock tradizionale e genuino, con qualche accenno pop (nella sua migliore accezione), un sound elettroacustico che raggiunge i migliori risultati nelle ballate costruite con garbo e cantate con classe da vendere, a dimostrazione che anche in questo campo, si può invecchiare con stile. Esce il 6 novembre

Tino Montanari

Secondo Me Approverebbe Anche Bob! Francesco De Gregori – Amore E Furto: De Gregori Canta Dylan

de gregori amore e furto

Francesco De Gregori – Amore E Furto:  De Gregori Canta Dylan – Caravan/Sony CD

Per una grande maggioranza della stampa italiana che procede per stereotipi, e sempre gli stessi, Francesco De Gregori è il Bob Dylan italiano, come se ce ne fosse anche uno spagnolo, tedesco o cinese. Intendiamoci, il cantautore romano non ha mai nascosto il suo amore per il menestrello di Duluth (definizione da me usata in maniera volutamente ironica), ma da qui a farlo sembrare un apostolo del Bardo ce ne vuole: De Gregori ha infatti sempre avuto uno stile suo, anche se i riferimenti dylaniani nelle sue opere sono molteplici, ed anche lui secondo me qualche volta ci ha un po’ giocato, nel modo di cantare, nel riarrangiare le sue canzoni dal vivo, perfino nel modo di suonare l’armonica (nel live Il Bandito E Il Campione c’è un assolo, mi sembra in Rimmel, che ricalca pari pari quello di Bob in It Ain’t Me, Babe tratta da Real Live). A molti è parso quindi normale che, a questo punto della sua carriera, il nostro abbia deciso di pubblicare un album intero di sole cover dylaniane, arrivando anche a mutuarne il titolo, Amore E Furto, da un lavoro del leggendario cantautore americano (Love And Theft, appunto); De Gregori però ci ha tenuto a specificare, a mio parere giustamente, che il suo amore per Dylan è più assimilabile alla (sconfinata) ammirazione di un collega che all’adorazione di un fan, tanto più che, nell’ormai famosa serata dello scorso Luglio in cui lui e Bob hanno suonato sullo stesso palco a Lucca, Francesco ha volutamente evitato di incontrarlo, lasciando con un palmo di naso tutti quei giornalisti pronti a scrivere un articolo del tipo “L’allievo incontra il maestro”.

de gregori canta dylan

Amore E Furto è stato inciso nelle varie pause dell’ultimo tour di De Gregori, con la sua ormai abituale band (Guido Guglielminetti, che è anche il produttore, al basso, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Arianti all’organo e tastiere, Stefano Parenti alla batteria, Alessandro Valle alla steel, mandolino e banjo, Elena Cirillo al violino, oltre al consueto ensemble di cori femminili): in questo disco il Principe (uno dei soprannomi affibbiati dai fans al nostro) ha scelto undici canzoni, optando per alcuni episodi anche minori del repertorio dylaniano, ed evitando i superclassici del calibro di Like A Rolling Stone, Blowin’ In The Wind, Mr. Tambourine Man, ecc. Ebbene, De Gregori ha avuto un grande rispetto per Dylan, sia nella scelta degli arrangiamenti (in quasi tutti i casi tranne un paio assolutamente aderenti agli originali, in quanto non si è sentito in diritto, e questo dimostra umiltà, di stravolgere le canzoni del più grande songwriter di sempre), sia nelle traduzioni: un lavoro certosino con il quale il nostro è pienamente riuscito a mantenere il senso dei brani originali, pur con inevitabili adattamenti dovuti più che altro a problemi di metrica, rime e anche per la presenza di espressioni tipicamente americane ma che da noi non avrebbero significato nulla.

Intelligente infine l’idea di riportare sull’elegante libretto incluso nel CD anche i testi originali, in modo da offrire un confronto con la traduzione a fronte, comprendendo anche le parti non tradotte per ragioni di minutaggio e di impossibilità oggettiva (De Gregori ha ammesso di aver provato anche con altre canzoni, tra cui My Back Pages, ma di aver rinunciato proprio per la complessità dei versi in inglese). L’album si apre con Un Angioletto Come Te (uscita anche come singolo), versione tradotta da Sweetheart Like You, un brano preso da Infidels e di cui all’epoca era stato fatto anche un video ma che oggi è piuttosto dimenticato: Francesco lo ripropone con un suono solido, dove le chitarre si sentono chiaramente, mantenendo lo spirito dell’originale ma nello stesso tempo dandole quel tocco personale tale da farla sembrare quasi sua. Servire Qualcuno è il più celebre dei brani “a elencazione” di Dylan, cioè Gotta Serve Somebody (altri esempi in tal senso possono essere No Time To Think e Everything Is Broken), e quindi quello che dovrebbe aver dato a De Gregori la maggior libertà di movimento senza alterare il senso della canzone: particolarmente apprezzabili il verso autobiografico “You may call me Bobby, you may call me Zimmy” che diventa “Puoi chiamarmi Ciccio, puoi chiamarmi Generale” e l’intuizione di tradurre high-degree thief (ladro d’alto grado) con “senatore”. Non Dirle Che Non E’ Così (If You See Her, Say Hello) era già stata pubblicata dal nostro come bonus track di studio sul live La Valigia Dell’Attore (e scelta da Bob in persona per la colonna sonora del bizzarro Masked And Anonymous), ma per questo album è stata reincisa ex novo, ed ascoltarla è sempre un piacere, grazie anche alla voce carismatica del nostro, alla quale l’età ha conferito maggior calore. https://www.youtube.com/watch?v=D9AmQQo4jGU

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Ed ecco a mio parere l’highlight del disco: Via Della Povertà è la versione di Desolation Row, un brano che farebbe tremare le gambe a chiunque, eppure Francesco cambia totalmente l’arrangiamento con una disinvoltura disarmante, facendola diventare una ballata rock elettrica, vibrante ed appassionata, avendo avuto l’intelligenza di capire che ricreare l’atmosfera intima ed acustica dell’originale apparso su Highway 61 Revisited sarebbe stato impossibile, e dandoci una canzone praticamente rinnovata, un capolavoro che assume un aspetto inedito ma non per questo meno stimolante. (NDM: Francesco l’aveva già tradotta nel 1974, con il medesimo titolo, per l’album Canzoni di Fabrizio De André, anche se con parole completamente diverse e molto meno aderenti all’originale) https://www.youtube.com/watch?v=KaecBjAbqlA .

Anche Come Il Giorno, cioè I Shall Be Released, era già stata incisa una volta da De Gregori (per il semi-antologico Mix), e questo arrangiamento si rifà molto di più alla versione di The Band che a quella di Dylan (anche le armonie vocali ricalcano volutamente quelle del gruppo di Robbie Robertson), ma l’accompagnamento elettrico ed il cantato teso è più in linea con l’adattamento live di The Last Waltz che con quello in studio di Music From Big Pink. Mondo Politico e Non E’ Buio Ancora vengono dal Dylan prodotto da Daniel Lanois (Political World e Not Dark Yet), e De Gregori riesce a ricreare alla perfezione le atmosfere del musicista canadese e, mentre la prima è quasi un copia-incolla (voluto, si intende), ma non è tra i miei brani preferiti da Oh, Mercy, la seconda è uno dei più bei testi dylaniani sul tempo che passa e sulla vecchiaia che avanza, e l’interpretazione del musicista romano è semplicemente toccante.

Acido Seminterrato vede il nostro cimentarsi con Subterranean Homesick Blues, cioè uno dei pezzi di Dylan che credevo più intraducibili, ma De Gregori se la cava alla grande, riuscendo anche a riproporre il suono elettrico vintage degli anni sessanta, anche se il famoso verso “You don’t need the weatherman to know which way the wind blows” tradotto con “Non ti serve un calendario per sapere qual è il mese” perde a mio parere gran parte della sua forza. Sono molto contento della presenza di Una Serie Di Sogni, dato che Series Of Dreams è nella mia Top Three personale delle canzoni di Dylan (anche qui Franceco l’aveva già tradotta per l’album Il Futuro di Mimmo Locasciulli, ma di nuovo con qualche differenza): è sempre una goduria, ma forse lo sarebbe anche se fosse cantata in giapponese (però non credo…). Tweedle Dum & Tweedle Dee (titolo originale quasi uguale, con Dum e Dee invertiti) non mi è mai piaciuta molto, ma si vede che De Gregori la pensa diversamente (e poi doveva pur prenderne una da Love And Theft), mentre Dignità, che chiude il CD, è una delle grandi canzoni di Bob (Dignity, ovviamente), cantata e suonata benissimo da Francesco e band, senza le sovraincisioni superflue di Brendan O’Brian nella versione pubblicata per prima da Dylan, sul suo terzo Greatest Hits, ed altro brillante lavoro di traduzione per un testo assolutamente non facile.

Piccola considerazione personale: è chiaro che è dura scegliere una manciata di brani dall’immenso songbook dylaniano, ma non nascondo che avrei ascoltato volentieri una versione in italiano di Positively 4th Street, forse il pezzo più velenoso della carriera di Bob (a parte il verso finale di Masters Of War), dato che al Principe la vena polemica non manca di certo. Un gran bel disco dunque, che evita l’effetto karaoke (ma con De Gregori non c’era questo pericolo), e dimostra tutto il rispetto del cantautore nostrano per il “maestro” d’oltreoceano, il quale, se verrà in possesso di una copia di Amore E Furto, non potrà che apprezzare.

Marco Verdi

Non Sembrano Particolarmente Morti, Anzi! Deadman – The Sound & The Fury

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Deadman – The Sound & The Fury – Rootsy.nu/Ird

Nella moltitudine di bands sparse in ogni parte del globo terrestre, è davvero difficile sorprendersi all’ascolto di un (presunto) debutto: ebbene al sottoscritto era successo, circa tre anni fa, con Take Your Mat And Walk (11) dei Deadman https://www.youtube.com/watch?v=3nQYbK9-Iew , seguito a breve distanza da un buon Live At The Saxon Pub (12) registrato nello storico locale di Austin https://www.youtube.com/watch?v=As-hY-FibNI , e quindi da allora seguo ogni loro uscita con interesse, la successiva è questo nuovo The Sound & The Fury. I Deadman vengono da Austin, Texas e nascono dalle ceneri di un precedente gruppo, con lo stesso nome, che il barbuto leader Steven Collins dovette sciogliere in seguito alla crisi matrimoniale con la compagna Sherilyn ( tre ottimi album insieme e forse io un’idea di chi fosse la colpa ce l’ho!?); poi ha (ri)formato la nuova band arruolando alcuni tra i migliori veterani in circolazione, fra i quali Jacob Hildebrand e Kevin McCollough alle chitarre, Matthew Mollica (parente americano di Vincenzo?) alle tastiere, Kyle Schneidser alla batteria, Lonnie Trevino Jr. al basso, raccogliendo nuovamente il plauso della critica di settore e del pubblico che li seguiva nei loro numerosi concerti “on stage”.

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Per questo lavoro, registrato al Troubadour Studio, Lockhart in Texas, e prodotto dallo stesso Collins, il buon Steven cambia ancora le carte assemblando una nuova line-up che vede  Matt Johnson alla batteria, Greg Vanderpool alle chitarre e il bravo Austin Holler al piano, e lui stesso che, oltre a scrivere tutti i brani, suona il basso, tutte le chitarre, e si diletta anche alla drum machine, con il tutto che conferisce al lavoro una chiara impronta di matrice rock. Con The Sound & The Fury Collins ritorna alle proprie radici scavando dalla sua anima il rock duro, cosa che si nota soprattutto nella triade iniziale con la title track https://www.youtube.com/watch?v=OxinNgiLqUs , con No Sugar e The Rich Man And The Poor Man, dove tutta la band picchia duro con batteria, tastiere e chitarre a dettare il ritmo, per poi rallentare nella ballata crepuscolare Is This The World We Want?, e affrontare sorprendentemente sonorità psichedeliche con la torrida Ozymandias, che sembra uscita dai solchi di storici dischi targati anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=1t8u-pBFzGc .

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La seconda parte del lavoro è più omogenea, a partire dai docili arrangiamenti di I Will Tremble https://www.youtube.com/watch?v=PCRbzVDmSTQ  e Raise Up!, raggiungendo il massimo livello con la splendida Catch Me If I Should Fall, l’onirica e pianistica A Ghost Upon The Water, e andando a chiudere con un’altra ballata da “suonare in paradiso” come Heaven’s Burning. Non tutto è perfetto come nel precedente Take Your Mat And Walk, ma è chiaro per chi ama gente del passato, come The Band, oppure del presente come i Band Of Heathens, che i texani Deadman si sono conquistati “un posto al sole” nel circuito “americana” di Austin con brani forti e intensi, ed è pure indubbio che la vera anima del gruppo rimane il leader Steven Collins ( nonostante le traversie sentimentali, e non), lui risorge puntualmente dalle ceneri come un “araba fenice”. Da tenere d’occhio!

Tino Montanari

Lungo I “Sentieri” Del Texas – Jimmy LaFave – Trail Two And Trail Three

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Jimmy LaFave – Trail Two & Trail Three – Music Road Records

Alcuni anni fa Jimmy LaFave aveva pubblicato un disco, destinato ai fans, una sorta di bootleg, con molte covers, canzoni dal vivo ed inediti, Trail (98), una sorta di retrospettiva parallela della sua carriera, che ora viene riproposta in questi due nuovi CD Trail Two e Trail Three, inizialmente  venduti solo ai concerti, ma ora, fortunatamente, qualche copia circola pure dalle nostre parti. La cosa negativa di questi “Official Bootlegs” è che nessuna nota informativa, inerente alla provenienza delle varie registrazioni, trovi posto nei due dischi “cartonati”, che, come al solito, su 24 brani, danno grande spazio alle cover di materiale del suo “mentore” Bob Dylan.

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Accompagnato da splendidi musicisti come Darcie Deaville al violino, Stewart Cochran al piano, tastiere e organo, Herb Belofsky alla batteria, Kevin Carroll alle chitarre, Randy Glines al basso e armonica, e naturalmente lo stesso LaFave, voce e chitarra, i “sentieri”, volume due, tanto per cambiare, iniziano con la splendida Buckets Of Rain ( che chiudeva Blood On The Tracks) del grande Bob http://www.youtube.com/watch?v=K5XyFdyRQm8 , seguita dalla propria River Road http://www.youtube.com/watch?v=g9IjvSGdVq8 , struggente ballata da notti texane, e da un classico blues (di Big Bill Broonzy) Key To The Highway (reso celebre da Eric Clapton), mentre Last Train e Never Be Mine sono pescate dall’eccellente Buffalo Return To The Plains.Tore Down di Freddie King viene ripresa dal vivo ed è un blues sofferto, a seguire una superba rilettura dell’ennesimo Dylan di turno, una Not Dark Yet per chitarra e pianoforte http://www.youtube.com/watch?v=ky-NbkW-wBo , il Woody Guthrie di Oklahoma Hills, il Jackson Browne di Bright Baby Blues (da Love Is Strange, avete già provveduto a prendere lo splendido Looking Into You, il tributo a Browne pubblicato dalla sua etichetta, Music Road?), fino ad arrivare alle armonie pianistiche inconsuete di un brano di J.J.Cale, Don’t Go To Strangers, (con la “chicca” che nella parte finale si trasforma nella famosissima While My Guitar Gently Weeps di George Harrison), e ancora la dolcissima Never Is A Moment  (da Texoma), e una I’m Ready (accelerata e dal vivo) del grande Muddy Waters, suonata al meglio da Jimmy e soci.

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Una breve pausa (il tempo di cambiare il CD nel lettore) e i “sentieri”,  volume tre, proseguono con un’altra scorpacciata di brani di Dylan, a partire dall’iniziale Meet Me In The Morning, a Loves Minus Zero No Limits, Sweetheart Like You http://www.youtube.com/watch?v=Oe5IWPKqzrY , Dusty Old Fairground e una Mr. Tambourine Man in versione acustica (rivoltata come un calzino), passando poi per Secret Garden (un singolo di Springsteen inserito nella colonna sonora del film Jerry Maguirehttp://www.youtube.com/watch?v=q5JsHS9fjTU , una torrida versione del classico Blues Power (firmata da Eric Clapton e Leon Russell), versioni alternative di suoi brani come Deep South 61 Delta Highway Blues, Long Ago With Miles Between (da Road Novel), Rain Falling Down (da Blue Nightfall), e una strepitosa e dilatata versione (11 minuti) di The Weight / Rainy Day Women # 12&35, sincero omaggio ai suoi idoli di sempre, Bob Dylan e The Band http://www.youtube.com/watch?v=DMH_iYPtwAE .

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Con questi dischi, si sono completati (per il momento)  gli “archivi” di Jimmy LaFave, uno dei figli prediletti di Dallas e una delle più belle voci d’America, che oltre ad appagare la sete dei “fans” più accaniti, può fare riscoprire un autore, ultimamente un po’ troppo sottovalutato.

Tino Montanari  

Il Meglio Del 2013: Best Of The Rest E “Riserve Indiane” Dal Vostro Blogger Preferito (Spero)!

Come promesso (e minacciato) ecco il resto del meglio del 2013,  ripensamenti e aggiunte e una decina di “riserve indiane”, ovvero dischi di autori e cantanti che rischiano seriamente l’estinzione, se non adeguatamente protetti. Sempre in ordine “rigorosamente” sparso.

blue rodeo in our nature

Blue Rodeo – In Our Nature Di questo avevo già detto che era l’11° della lista quando ho presentato la mia Top 10 a inizio mese. http://www.youtube.com/watch?v=Z9Awbt0ysu0

patty griffin american kidpatty griffin silver bell

Patty Griffin – American Kid Nelle mie liste di fine anno (e nel Blog) ci sono sempre parecchie voci femminili, ma nella prima stesura dei migliori c’era solo Linda Thompson (e gli Over The Rhine), rimedierò abbondantemente in questo extra time. http://www.youtube.com/watch?v=jnFCBNNHsg8 (la trasmissione da cui arriva questo video, e il precedente, Studio Q, è eccellente, una occasione per farvela conoscere, se già non la frequentate su YouTube). E all’inizio di ottobre la Universal ha pubblicato anche Silver Bell, un disco registrato nel 2000 per la A&M e mai pubblicato prima, quasi altrettanto bello, Sooner Or Later http://www.youtube.com/watch?v=VcFFmXUheEg

elton john the diving boardelton john the diving board deluxe

Elton John – The Diving Board Il vecchio Reginald, T-Bone Burnett e una manciata di belle canzoni, un ulteriore grande ritorno. http://www.youtube.com/watch?v=UttbDHa1uSg

J&R ADVENTURES ALBUM COVERjoe bonamassa an evening dvd

Beth Hart Joe Bonamassa – Seesaw

Joe Bonamassa – An Acoustic Evening At The Vienna Opera House

Doppia razione per Bonamassa, prima come chitarrista nel secondo disco in coppia con la bravissima cantante di Los Angeles http://www.youtube.com/watch?v=3Qf_aytrlpQ e nel live acustico nella casa dei Wiener Philarmoniker http://www.youtube.com/watch?v=NKE3itL4ApY. Essendo il solito esagerato Joe di Live ne ha pubblicati altri quattro a fine ottobre, della serie Tour De Force http://www.youtube.com/watch?v=2V8eIWvk1Lc

tedeschi trucks band made up mindgov't mule shout

Tedeschi Trucks Band – Made Up Mind

Gov’t Mule – Shout! Da soli, o con gli Allman Brothers, i dischi di Derek Trucks (e Susan Tedeschi)  http://www.youtube.com/watch?v=VEL2wardk5s e Warren Haynes http://www.youtube.com/watch?v=aoDQUw3wOJY raramente mancano nelle liste dei migliori dell’anno, un altro double shot anche nel 2013.

laura marling once i was an eagle

Laura Marling – Once I Was An Eagle Come avrete letto a Marco non è piaciuto per niente, ma per chi scrive (e non solo) è uno dei miglior dischi dell’anno, saranno un par di ciufoli (come ha detto Marco con espressione colorita), ma forse, Laura potrebbe essere proprio l’erede di Joni Mitchell http://www.youtube.com/watch?v=KCnK3FMuMAs

Un terzetto di ristampe da leccarsi i baffi!

band academy of music

The Band – Live At The Academy Of Music 1971

duane allman skydog

Duane Allman – Skydog

ry cooder 1970-87

Ry Cooder – 1970-1987

john fogerty wrote a song

John Fogerty (& Friends) – Wrote A Song For Everyone Più una rilettura che una ristampa, ma siamo da quelle parti, diciamo la “ristampa” di una carriera di autore di bellissime canzoni http://www.youtube.com/watch?v=SSWnUP8Pj7E

paul mccartney new deluxe

Paul McCartney – New Il vecchio “Macca” non finisce mai di stupire (come diceva Arbore a Bracardi “Ma quanti anni ha?”), con le sue “nuove” canzoni è entrato in parecchie liste dei migliori di fine anno, anche se quelle vecchie… http://www.youtube.com/watch?v=lmTSwwgFdzQ

mavis staples one true vine

Mavis Staples – One True Vine Un’altra arzilla “giovanotta”, sempre in forma, prodotta da Jeff Tweedy dei Wilco, con figlio batterista al seguito.

HUMBLEPIEperformanceCOVER

Humble Pie – Performance Rockin’ The Fillmore Complete Recordings Forse quattro CD con più o meno le stesse canzoni, anche se in differenti versioni, alla lunga possono stancare il non iniziato, ma la band di Steve Marriott (e Peter Frampton) è stata una delle più grandi nell’ambito rock (blues), lo sto riascoltando proprio in questi giorni, sentite come suonavano http://www.youtube.com/watch?v=agV6tpknnnI

roy harper man & myth

Roy Harper – Man & Myth Il quasi “gemello” di Fanfare di Jonathan Wilson (che produce e suona in quattro dei brani del disco), secondo alcuni addirittura superiore al disco del musicista californiano. Harper è uno dei grandi “sconosciuti” della musica “non solo folk” inglese, come diceva negli anni ’80, Guido Angeli, noto filosofo e maitre à penser della televisione italiana, “provare per credere” http://www.youtube.com/watch?v=INVei_1Wu7Y

nick cave push standard ed.nick cave live from kcrw

Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away

Nick Cave & The Bad Seeds – Live From Kcrw Altra doppietta di uscite, una all’inizio e una alla fine dell’anno, che entrano di diritto tra il meglio dell’anno 2013 http://www.youtube.com/watch?v=1GWsdqCYvgw

E per finire le dieci “riserve indiane”:

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Jason Isbell – Southeastern

bill callahan dream river

Bill Callahan – Dream River

james cotton cotton mouth

James Cotton – Cotton Mouth Man

diana jones museum

Diana Jones – Museum Of Appalachia Recordings

david bromberg only slightly mad

David Bromberg – Only Slightly Mad Copertina orribile (scuda David!), ma disco bellissimo!

israel nash gripka rain plains

Israel Nash Gripka – Nash’s Rain Plans

dana fuchs bliss avenue

Dana Fuchs – Bliss Avenue Lei e Beth Hart se la battono come migliori “nuove” voci del Rock!

basia bulat tall

Basia Bulat – Tall Tall Shadow

holly williams highway

Holly Williams – The Highway “Nipote” d’arte bravissima, anche lei aumenta le quote rosa delle mie liste.

tom jans loving armstom jans & mimi farina

Tom Jans – Loving Arms (Raven)

Tom Jans & Mimi Farina/Take Heart (Real Gone Music) E per finire un’altra accoppiata, questa volta di ristampe; uscite nel 2013, di un personaggio negletto che non mi stancherò mai di magnificarvi http://discoclub.myblog.it/2013/02/15/era-ora-finalmente-in-cd-tom-jans-loving-arms-the-best-of-19/ e http://discoclub.myblog.it/2013/04/08/adesso-si-ragiona-tom-jans-mimi-farina-take-heart-continua-l/

Sono circa 25 titoli (senza contare alcuni artisti che raddoppiano) e ce ne sarebbero decine di altri che mi controllano con sguardo accusatorio dagli scaffali e dalle pigne di CD vicino al PC, ma li ho citati nel corso dell’anno e, se volete, scorrendo a ritroso il Blog, li troverete tutti (o quasi)!

E’ tutto, ma la ricerca continua. Con i miei migliori auguri!

Bruno Conti

Signore E Signori: La Storia Della Musica! Bob Dylan – The Complete Album Collection Vol. One – Seconda Puntata

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*NDB Come promesso ecco la nuova rubrica, per il momento provvisoria, del Blog, “La Domenica Del Disco Club”, questa settimana la seconda puntata sull’opera omnia di Bob Dylan a cura di Marco Verdi, si riparte da Blood On The Tracks, buona lettura!

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Blood On The Tracks (1975): il miglior disco di Dylan degli anni settanta ed uno dei suoi migliori in assoluto, un’opera ispiratissima ed eseguita magistralmente, influenzata dal suo divorzio con la moglie Sara.

Canzoni come Tangled Up In Blue, Idiot Wind, Shelter From The Storm, Simple Twist Of  Fate, If You See Her, Say Hello e Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts sono di un livello inarrivabile per chiunque. E Bob canta pure bene, dimostrando che quando vuole è ancora il numero uno.

 

The Basement Tapes (1975): inciso nel 1967 con The Band nella sua casa di Woodstock, è un doppio album di grande livello ma monco, visto che quelle sessions hanno prodotto una quantità di brani sufficiente a riempire sei o sette dischi: molti sperano che uno dei prossimi Bootleg Series si occupi finalmente di queste incisioni leggendarie.

 

Desire (1976): un altro grande disco, con perle come la celebre (e stupenda) Hurricane, Romance In Durango, Sara, Isis e la malinconica Oh, Sister (oltre alla controversa Joey), con Emmylou Harris alla doppia voce in tutti i brani, il meraviglioso violino gypsy di Scarlet Rivera ed un Dylan che canta bene come non mai.

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Hard Rain (1976): bellissimo live tratto dal tour con la Rolling Thunder Revue, purtroppo solo singolo. Contiene versioni infuocate di Maggie’s Farm, Shelter From The Storm e soprattutto Idiot Wind, che Bob canta con una cattiveria da pelle d’oca (pare che nel pubblico fosse presente Sara). Il video del concerto, purtroppo mai pubblicato ufficialmente (ma proposto varie volte da Rai 3), mostra un Dylan con gli occhi della tigre, che lancia certi sguardi che farebbero paura anche a Hannibal Lecter.

 

Street-Legal (1978): un disco molto amato dai fans (me compreso), inciso con un’ottima band e con capolavori come Senor, Is Your Love In Vain? (che si apre con l’immortale frase “Mi ami o stai soltanto estendendo benevolenza?”, solo un genio può iniziare così una canzone d’amore) e la stratosferica Changing Of The Guards. Purtroppo all’epoca il disco uscì mixato malissimo e con un suono indecente. Nuova rimasterizzazione per questo box, ma quella del 1999 andava già benissimo.

 

Bob Dylan At Budokan (1978): dal vivo in Giappone con la band di Street-Legal, questo doppio offre un vero e proprio greatest hits live di Dylan, anche se alcuni arrangiamenti sono un po’ gonfi e Bob tende ad infilare il reggae un po’ ovunque. Qualcuno lo paragona al periodo Las Vegas di Elvis, anche per gli orrendi costumi che Bob indossa sul palco.

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*NDB. C’è un “intruso”, a livello di copertine, perché Saved è stato ristampato anche con un altra cover art.




Slow Train Coming (1979): il primo disco della famosa (e per alcuni famigerata) trilogia cristiana di Dylan, piombato in crisi mistica. Inciso nei mitici Muscle Shoals Studios in Alabama e prodotto alla grande dai luminari Jerry Wexler e Barry Beckett, con Mark Knopfler alla chitarra solista, contiene splendide cose come Gotta Serve Somebody (che gli frutta il primo Grammy della carriera), Precious Angel, I Believe In You e When He Returns, cantate dal nostro con rinnovata passione.

 

Saved (1980): Dylan entra negli anni ottanta con un disco criticatissimo per la copertina e per le tematiche da predicatore televisivo, ma Saved è in realtà un ottimo album di musica rock-gospel, con brani trascinanti come la title track e Solid Rock, una grande ballata come Covenant Woman ed la potente Pressing On, dal crescendo irresistibile. Un disco da rivalutare, specie in questa nuova versione rimasterizzata.

 

Shot Of Love (1981): più solare del precedente, con le tematiche religiose un po’ più blande, ma anche senza una reale produzione. Every Grain Of Sand, un capolavoro assoluto, vale da sola il prezzo, ma anche Heart Of Mine, Property Of Jesus e Lenny Bruce, tributo al dissacrante comico (noi abbiamo Beppe Grillo…) sono di qualità superiore. Senza dimenticare il trascinante rock-blues The Groom’s Still Waiting At The Altar, pubblicato inizialmente come lato B di un singolo ma incluso nelle successive ristampe. Per contro, due banalità come Watered-Down Love e Trouble non dovevano finire sul disco, data la qualità delle molte outtakes. Incomprensibilmente non rimasterizzato per questo box.

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Infidels (1983): fino a Oh, Mercy, questo è il miglior Dylan degli anni ottanta, con Bob in grande forma ed un suono compatto, merito anche della solida produzione di Mark Knopfler. Otto brani senza cadute di tono, con una menzione per Jokerman, I And I, Man Of Peace e License To Kill. E se Bob non avesse escluso alcune perle (Blind Willie McTell su tutte), poteva essere ancora meglio. Se dovessi votare per l’argomento che vorrei trattato nel prossimo Bootleg Series, sceglierei queste sessions complete.

 

Real Live (1984): ancora un disco dal vivo solo singolo (prodotto con la mano sinistra da Glyn Johns) che documenta il tour europeo di Bob con una band di grandi nomi (tra cui l’ex Stones Mick Taylor e l’ex Faces Ian McLagan, più Carlos Santana ospite in Tombstone Blues) ma non molto affiatata. Molto belle comunque una Highway 61 Revisited mai così rock’n’roll ed una Tangled Up In Blue acustica meglio dell’originale. Un disco finalmente rimasterizzato, ne aveva bisogno.

 

Empire Burlesque (1985): Dylan decide di diventare “cool”, inizia a vestirsi come Don Johnson in Miami Vice e chiama Arthur Baker per dare al suo nuovo disco un sound anni ottanta. Il risultato non è disastroso perché ci sono canzoni valide come Tight Connection To My Heart (nel cui videoclip si tenta di far sembrare Bob un sex symbol), I’ll Remember You, Trust Yourself, Emotionally Yours e l’acustica Dark Eyes, ma sentire Bob in mezzo a sintetizzatori e drum machines non è bello.

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Knocked Out Loaded (1986): un disco raffazzonato e figlio di sessions slegate e con poco costrutto (e la produzione è assente), si salva per l’epica Brownsville Girl, una zampata da vero fuoriclasse. Ma il resto, tra covers e brani scritti svogliatamente, vale poco, con una nota di biasimo speciale per la versione di They Killed Him di Kris Kristofferson, con il suo terribile coro di bambini. Sembra quasi che Bob per scegliere i brani da mettere sul disco abbia estratto a sorte o tirato i dadi.

 

Down In The Groove (1988): il punto più basso della carriera di Bob, un disco concepito come il precedente (cioè male) ma senza un brano di punta come Brownsville Girl: la canzone migliore è Death Is Not The End, che però proviene dalle sessions di Infidels. Il resto è indegno, si salvano solo una discreta cover del traditional Shenandoah e la nuova Silvio. Bob Dylan sembra davvero alla frutta, forse anche al caffè.

 

Dylan & The Dead (1989): album live (ancora singolo!) tratto dai concerti estivi di due anni prima con i Grateful Dead. Solo sette canzoni, con Bob che appare quasi svogliato ed i Dead che non sembrano la sua backing band ideale (in quegli anni Dylan era in tour con Tom Petty & The Heartbrakers, con ben altri risultati). Solo I Want You reca tracce dell’antico smalto (*NDB, Mi intrometto di nuovo, in qualità di Bruno in questo caso: il disco di Dylan con i Dead ricordo di averlo recensito anche io ai tempi per il Buscadero, anche perché era una recensione doppia, e il giudizio era stato tutto sommato buono, ma ai tempi parlare male, o così così, di siffatti artisti era come sparare sulla Croce Rossa! Ora, purtroppo, si possono fare entrambe le cose).

Marco Verdi

segue…