Vecchi Amici Di Woodstock E Della Band. Professor Louie And The Crowmatix – Crowin’ The Blues

professor louie and the crowmatix crowin' the blues

Professor Louie And The Crowmatix  – Crowin’ The Blues – Woodstock Records          

Professor Louie & The Crowmatix, probabilmente il nome non vi dirà nulla, anche se vantano già dodici album e una lunga ed onorata carriera che li vede calcare i palcoscenici da oltre 15 anni. Se aggiungessi che il vero nome di “Professor Louie” è Aaron Hurvitz potrebbe aiutarvi? Niente eh. E si vi dicessi che in questa guisa, nei quindici anni precedenti, è stato il factotum, pianista e tastierista, vocalist, nonché co-produttore degli album della Band pubblicati negli anni ’90, questo invece mi pare aiuterebbe ad inquadrare il personaggio. Il nomignolo, tra l’altro, glielo ha assegnato proprio Rick Danko, con il quale Hurvitz ha collaborato durante gli anni ’90. Non trascuriamo che i dischi (di non facile reperibilità) del gruppo, vengono pubblicati dalla Woodstock Records, e che i musicisti vengono più o meno tutti da New York e dintorni. Caliamo un altro paio di ulteriori assi: il batterista è Clem Burke (esatto, quello con Dylan nella Rolling Thunder Revue e poi per quindici anni con Joe Jackson) e il chitarrista John Platania (se scorrete le note dei dischi di Van Morrison vi potrebbe capitare di incontrarlo), e, a completare la formazione, l’eccellente bassista Frank Campbell (che ha suonato “solo” con Levon Helm & Rick Danko, poi Steve Forbert e 10 anni con gli Asleep At The Wheel) e “Miss Marie” Spinosa (la trovate nei credits dei dischi della Band, dei Four Men And A Dog, sempre prodotti da Professor Louie), vocalist aggiunta a fianco di Hurvitz e anche pianista.

Comunque se il CV non vi convince del tutto c’è il solito sistema infallibile Guido Angeli, provare per credere: ascoltate questo Crowin’ The Blues e sarete conquistati da questa miscela musicale che, oltre ai nomi citati, rievoca anche le scorribande della Midnight Ramble Band di Levon Helm, ma anche (questo a livello personale) il sound del gruppo di David Bromberg, a cui la voce di Hurvitz mi pare si avvicini: quindi blues, rock, r&b,,un buon uso globale delle voci, visto che oltre a Miss Marie, anche gli altri armonizzano di gusto, e, quello che più conta un’aria di leggero e complice divertissement di fondo nella musica. Music for fun, ma eseguita con classe, semplicità e grande perizia tecnica. Come è immaginabile, vista la notevole sezione ritmica a disposizione, si va molto pure di groove, come esemplifica subito I’m Gonna Play The Honky Tonks, un classico pezzo tra gospel e errebì, dal repertorio di Marie Adams (vecchia cantante nera molto popolare negli anni ’50), comunque la cantava anche Levon Helm: il classico brano che ti aspetti da una band come questa, pianoforte, e la chitarra di Platania, subito sugli scudi, da notare anche un assolo di organo old time che fa molto anni ’60. Prisoner Of Your Sound è uno dei pezzi firmati dalla premiata ditta Hurwitz/Spinosa, un agile R&B misto a Americana Music, con la chitarra slide di Platania che si insinua negli spazi lasciati dal piano del Professor, e un intervento vocale che ricorda molto il miglior Bromberg citato poc’anzi; e anche la loro versione della classica High Heel Sneakers è deliziosa, ci trasporta dalle parti della New Orleans di Dr. John, sempre con un ottimo Platania alla solista e l’immancabile duopolio piano-organo vintage.

Love Is Killing Me, è un altro brano originale della band, cantato all’unisono dal Prof, che poi lascia spazio a Miss Marie, per una ipnotica blues ballad, che si innerva anche per la presenza di ben due chitarristi ospiti, Josh Colow e Michael Falzarano.. Ed estremamente piacevole anche il quasi latineggiante strumentale Blues & Good News, “fischiettato” con grande perizia dalla Spinosa, giuro! Quando le cose si fanno serie la band si rivolge ad un classico di Elmore James come Fine Little Mama per esplorare il blues, Hurvitz va di barrelhouse piano, e canta con intensità, mentre Platania è di nuovo alle prese con il bottleneck, il tutto a tempo di shuffle; I Finally Got You, un successo di Jimmy McCracklin, ci raccontano nelle note che glielo ha insegnato Levon Helm e dalla classe con cui lo eseguono non si fatica a crederlo.

E anche Big Bill Broonzy riceve un trattamento deluxe in Why Did You Do That To Me?, che grazie alla fisarmonica e al piano di Professor Louie ci trasporta quasi d’incanto negli anni ’20 del primo Blues swingante; non poteva mancare un brano di B.B. King con l’eccellente Confessin’ The Blues, cantata da Miss Marie, mentre come al solito il gruppo, e soprattutto Platania e Hurvitz ci danno dentro alla grande. Brights Lights, Bright City sarebbe il classico di Jimmy Reed, ma i Crowmatix la fanno come se fosse On Broadway di George Benson, geniale! That’s Allright di Jimmy Rogers è uno slow blues di quelli duri e puri, cantato con classe da Marie, mentre per il traditional I’m On My Way, con le sue derive gospel e un organo da chiesa, si inventano ritmi di cha cha cha, e cantano alternandosi alla guida. Il finale Blues For Buckwheat è proprio un omaggio a Buckwheat Zydeco, a tutta fisa, divertente ed irriverente come tutto l’album. Sono proprio bravi!

Bruno Conti

Quasi Black Crowes! The Magpie Salute – The Magpie Salute

the magpie salute

The Magpie Salute – The Magpie Salute – Eagle Rock/Universal 09-06-2017

Da una costola dei “Corvi Neri” ora arrivano le “Gazze”, che peraltro in ornitologia risultano essere della stessa famiglia. E anche musicalmente parlando nei Magpie Salute di “vecchi” Black Crowes ce ne sono ben tre, oltre al tastierista Eddie Harsch, scomparso nel novembre del 2016, ma presente tra i membri fondatori della nuova band ed alle registrazioni dell’album, insieme ai due chitarristi Rich Robinson Marc Ford e al bassista Sven Pipien. In effetti, guardando la foto di copertina, che li riprende di spalle, la formazione del gruppo conta su ben dieci elementi (quasi come la Tedeschi Trucks Band, altro riferimento sonoro, ma senza i fiati): oltre ai nomi citati ci sono anche Matt Slocum alle tastiere, il vocalist di colore John Hogg e il batterista Joe Magistro, tutti provenienti dalla band di Rich Robinson, che aveva registrato l’ottimo Flux lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/ . Anzi, da quella band arriva pure la voce femminile di Katrine Ottosen, che insieme a Adrien Reju e Charity White, fornisce il consistente supporto vocale della pattuglia femminile, e per non farsi mancare nulla c’è anche un terzo chitarrista, Nico Beraciartua. Il loro omonimo esordio è stato registrato lo scorso anno dal vivo agli Applehead Studios per la serie delle Woodstock Sessions, mentre il primo brano, un inedito, firmato da Hogg e Robinson, Omission, è stato registrato live in studio, mi pare senza la presenza del pubblico ed il suono è veramente potente, il classico rock alla Crowes, con elementi Led Zeppelin, grazie alla voce di Hogg, e molto southern rock assai robusto robusto, con chitarre e voci ovunque.

Ma è la parte delle “cover” che è il piatto forte del disco, a partire da una Comin’ Home di Delaney & Bonnie che non ha nulla da invidiare all’originale, il classico rock got soul a tutto chitarre, soliste e slide che imperversano, armonie vocali importanti, ritmica solida e le tastiere a “colorare” il sound di Sud, e il pubblico apprezza. A proposito di “casa” What Is Home? era su Before The Frost dei Black Crowes, un altro pezzo tipicamente sudista dove si apprezza il lavoro del piano e dell’organo di Hearsch (o Slocum?), mentre la parte vocale, con molti musicisti impegnati al canto, ha un appeal quasi Westcoastiano, tipo i pezzi più rock di CSNY, con le chitarre più sognanti, ma sempre in tiro ed eccellenti intrecci melodici, d’altronde Ford e Robinson non sono i primi due che passano per strada, e nella lunga parte strumentale lo dimostrano. Wiser Time, da Amorica, in una versione sontuosa, rincara la dose, forse mancano il nome e la voce solista, ma per il resto sono proprio i Black Crowes, e si sente, oltre nove minuti di grande musica a ribadire la classe di questa “nuova” formazione, dove comunque ha sempre molta importanza l’impasto vocale d’assieme, ma l’ugola di Hogg è notevole, però è la parte strumentale che si gode al massimo, con continui assoli e rilanci dei diversi chitarristi, con le tastiere che svolgono un eccellente lavoro di raccordo. Goin’ Down South, una splendida incursione nel jazz, dal repertorio del vibrafonista Bobby Hutcherson, prevede proprio la presenza di questo strumento che apre la lunga parte introduttiva, prima di trasformarsi in una bella jam strumentale, liquida e ricercata, quasi alla Grateful Dead, con le chitarre che conquistano lentamente il proscenio, mentre piano e vibrafono lavorano ancora di fino sullo sfondo, su un eccellente groove della sezione ritmica, mentre il brano sfuma…

E anche War Drums, la cover del pezzo dei War, ha una forte propensione ritmica, con un rotondo giro del basso di Pipien ad introdurre le danze, prima che il tempo latin jazz e precussivo del brano venga sviluppato attraverso gli oltre nove minuti di durata del pezzo, di nuovo con le chitarre in grande spolvero, attraverso una serie di assoli incrociati e triplicati che virano quasi verso il jazz-rock e la fusion e derive santaneggianti. Vista l’aria di Woodstock che si respira nelle sessions non poteva mancare un omaggio alla Band con una ripresa di Ain’t No More Cane, molto rispettosa dell’originale, con gli splendidi intrecci vocali della band di Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel Robbie Robertson (per non parlare di Garth Hudson, ma lui non cantava) rivisti attraverso l’ottica dei Magpie Salute, che in questo brano è molto vicina allo spirito della canzone originale, musica del Sud, registrata nel profondo Nord del continente statunitense, la vera musica “Americana”. E non mancano neppure gli omaggi al lato ispiratore “inglese” dei vecchi Crowes, prima i Pink Floyd, con una bella Fearless, ripresa da Meddle, e di cui viene accentuato lo spirito americano, senza dimenticare il lavoro della slide di Gilmour, qui a cura di Rich Robinson, che canta anche il brano, mentre il lato più “cialtrone” e rock dei “Corvi” è insito nella rivisitazione di Glad And Sorry dei grandi Faces, una sorta di  nostalgica rock ballad che ricordiamo su Ooh La La, nella interpretazione del suo autore, il compianto Ronnie Lane. Come sapete non amo molto il genere, ma la versione di Time Will Tell di Bob Marley & The Wailers, già su The Southern Harmony and Musical Companion dei Black Crowes, in questo Melting Pot di generi musicali ci sta perfettamente e chiude alla grande un ottimo album. Quindi salutiamo la gazza perché Rich Robinson (e la superstizione) ci dicono che non farlo porta male, ma la musica basta e avanza, anche se attendiamo altri capitoli. Esce venerdì 9 giugno anche questo.

Bruno Conti

Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

thomas wynn and the believers wade waist deep

Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

Se Lo Dicono Tutti Sarà Veramente Così Bello? Questa Volta Direi Proprio Di Sì! Conor Oberst – Salutations

conor oberst salutations

Conor Oberst – Salutations – Nonensuch/Warner

Come sapete al sottoscritto non piace uniformarsi per forza ai giudizi critici (che comunque leggo per documentarmi) relativi ai nuovi dischi in uscita: preferisco sempre adottare l’infallibile metodo “San Tommaso”, o se preferite Guido Angeli, ovvero provare per credere, anzi meglio, ascoltare per credere. E quindi, se posso, compatibilmente con le qualità industriali di dischi che “devo” sentire ogni mese, cerco di ascoltare gli album che per vari motivi hanno stuzzicato la mia curiosità, anche se poi non sempre riesco a scrivere il resoconto delle mie impressioni: ma questa volta, come dico nel titolo, sì! Perché l’album in questione, nello specifico parliamo del nuovo Salutations, a firma Conor Oberst, mi pare proprio un ottimo album. Disco che nasce sulla scia della prova acustica Ruminations, pubblicata solo alcuni mesi or sono e che che conteneva dieci delle canzoni ora riproposte in versione elettrica nel CD, con l’aiuto del grande batterista Jim Keltner, che ha curato anche la co-produzione dell’album insieme a Oberst, e alla band roots-rock dei Felice Brothers, veri spiriti affini di Conor e di cui l’estate scorsa vi avevo segnalato l’eccellente Life In The Dark, un piccolo gioiellino http://discoclub.myblog.it/2016/07/06/antico-dylaniano-sempre-gradevole-felice-brothers-life-the-dark/, che si muoveva, come questo, su territori cari alla Band Bob Dylan, ma non solo. Quindi il solito retro-rock? Direi di sì, ma quando è fatto così bene è difficile resistere, e le 17 canzoni contenute in questo disco (le dieci di Ruminations più altre sette aggiunte per l’occasione) sono tutte veramente belle e non si riscontrano momenti di noia dovuti alla eccessiva lunghezza dell’album.

Oltre ai Felice Brothers e Keltner nell’album appaiono parecchi altri musicisti di pregio: dall’ottimo Jim James Blake Mills, Gillian Welch Maria Taylor alle armonie vocali, nonché M. Ward e il quasi immancabile, in un disco di questo tipo, Jonathan Wilson, a chitarre e tastiere in due dei brani più belli del disco, uno dei due, Anytime Soon, dove è anche coautore del pezzo, con lo stesso Oberst, Taylor Goldsmith dei Dawes, Johnathan Rice, frequente collaboratore di Jenny Lewis, in una sorta di meeting di alcuni dei “nuovi” talenti del suono westcoastiano, considerando pure che il tutto è stato registrato ai famosi Shangri-La Studios di Malibu. Quindi Dylan+Band+California, risultato: ottimo disco, che lo riporta ai fasti dei migliori album fatti con i Bright Eyes. Partiamo proprio con la citata Anytime Soon, un bel pezzo rock di impianto californiano, con la slide pungente di Wilson, che ricorda quella di David Lindley, a percorrerla e una melodia solare che si rifà al sound dei Dawes o del loro mentore Jackson Browne, ma anche con spunti beatlesiani.

Comunque fin dall’apertura deliziosa della valzerata Too Late For Fixate, con in evidenza il violino di Greg Farley e la fisarmonica di James Felice, che uniti all’armonica dello stesso Oberst, crea subito immediati rimandi alla musica del Dylan anni ’70 ( e anche la Band, ovviamente, grazie all’uso della doppia tastiera, affidata spesso a Felice); contribuiscono ampiamente alla riuscita anche i testi visionari e surreali, sentite che incipit: “Tried Some Bad Meditation/ Sittin’ Up In The Dark/They Say To Picture An Island/Cuz That’s One Place To Start/I Guess I Could Count My Blessings/I Don’t Sleep In The Park/With All My Earthly Possessions/In One Old Shopping Cart”, e ditemi chi vi ricorda. Anche la seconda canzone Gossamer Thin mantiene questa atmosfera sonora, con il riff circolare a tempo di valzer, sempre impreziosito dall’uso di violino, fisa ed armonica, oltre alle armonie vocali di Jim James, che rimane poi anche per la successiva Overdue, dove si apprezza il lavoro delle chitarre elettriche e quello di un piano Wurlitzer, molto alla Neil Young anni ’70, con il ritornello che ti rimane subito in testa.

Afterthought in veste full band acquisisce ulteriore fascino, anche grazie al lavoro preciso e variegato di Jim Keltner, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, ancora splendide le armonie vocali corali dei Felice Brothers assortiti, il violino guizzante di Farley e l’armonica insinuante di Conor, sembra quasi di essere capitati in qualche outtake di Blonde On Blonde. Molto coinvolgente anche la delicata ballata Next Of Kin, già presente in Ruminations, che rimanda ai pezzi più belli di un altro cantautore che quando viene colto dall’ispirazione può regalare canzoni stupende, penso a Ryan Adams, e pure in questo testo ci sono deliziose citazioni d’epoca:  “Yeah I met Lou Reed and Patti Smith/It didn’t make me feel different/I guess I lost all my innocence/Way too long ago”. In Napalm il ritmo si fa più incalzante e bluesy, per continuare il parallelo con Dylan ci tuffiamo in Highway 61 con l’organo di Felice e le chitarre di Oberst a ricreare il sound dell’accoppiata Kooper/Bloomfield, con i dovuti distinguo, e senza dimenticare Farley che si dà sempre da fare con il suo violino.

Blake Mills aggiunge il suo guitaron e la baritone guitar per una intima e raccolta Mamah Borthwick (A Sketch), dove si apprezza anche la voce di Gillian Welch, splendida. Mentre nelle successive Till St. Dymphna Kicks Us Out e Barbary Coast (Later) appare anche un quartetto di archi e il pianoforte assurge a ruolo di protagonista, nel primo brano, a fianco degli immancabili violino, fisarmonica e armonica, senza dimenticare la chitarra elettrica di Ian Felice, sempre presente, con un lavoro sia di raccordo quanto solista; Barbary Coast addirittura mi ha ricordato certe cose del primo Van Morrison, quello californiano, con il prezioso apporto della voce di Maria Taylor. Tachycardia è un’altra ballata di ampio respiro, con doppia tastiera e armonica sempre in evidenza (ma è difficile trovare un brano non dico scarso, ma poco riuscito), mentre Conor Oberst canta sempre con grande trasporto e convinzione, mentre il violino e la chitarra di Mills ricamano sullo sfondo. Serena ed avvolgente anche la dolcissima Empty Hotel By The Sea, con mille particolari sonori gettati nel calderone sonoro di una ennesima riuscita canzone, con gli strumenti sempre usati con una precisione quasi matematica.

Del pezzo con Jonathan Wilson abbiamo detto. Counting Sheep è una ulteriore variazione sul tema sonoro dell’album, e nonostante il titolo è meno “sognante” di altri episodi, con le chitarre elettriche più graffianti e la bella voce della Taylor che ben supporta il nostro. Rain Follows The Plows, di nuovo con la presenza del quartetto di archi, assume un carattere quasi più barocco e complesso, grazie all’uso del piano elettrico e della chitarra elettrica di Blake Mills, presente per l’ultima volta, a fianco di violino,, armonica e tastiere, che, l’avrete ormai capito, sono gli strumenti più caratterizzanti dell’album. Di nuovo Gillian Welch a duettare con Oberst in You All Loved Him Once, altra love ballad di elevata qualità e delicatezza, con armonica e chitarra elettrica che deliziano i nostri padiglioni auricolari ancora una volta, una delle più belle canzoni del disco.

A Little Uncanny, con video prodotto dal bassista del disco (e dei Felice Brothers) Josh Rawson è uno dei pezzi più rock e mossi di questo Salutations, chitarristico ed incalzante, prima del commiato, Salutations appunto, dove ritornano il piano, la chitarra ed il synth di Jonathan Wilson, per un altro tuffo nel sound da singer songwriter californiano degli anni ’70, a conferma della qualità di questo lavoro che si candida fin d’ora tra le migliori prove di questo inizio 2017, e che vi consiglio caldamente!

Bruno Conti 

Se La Sono Presa Comoda, Ma Sono Decisamente Migliorati! The Lumineers – Cleopatra

lumineers cleopatra

The Lumineers – Cleopatra – Dualtone CD USA – Decca/Universal Europa

Uno dei singoli più gettonati del 2012 è stato sicuramente Ho Hey, un brano folk-rock dal ritornello molto orecchiabile ad opera di un terzetto originario di Denver, The Lumineers, un successo che ha trascinato nelle classifiche di vendita anche il loro album omonimo di debutto, un buon disco che però dava la sensazione di essere inferiore a prodotti di altre band che si rivolgevano allo stesso bacino d’utenza, come Mumford & Sons, Low Anthem e Decemberists. Ora si rifanno vivi a ben quattro anni di distanza dall’esordio, un tempo molto lungo per una nuova band, ma devo dire che Cleopatra (da non confondersi con la famigerata etichetta californiana tanto amata da Bruno) è di gran lunga superiore al disco precedente: il loro percorso è quasi l’inverso degli Of Monsters And Men (altra band che si può equiparare ai nostri come stile), in quanto gli islandesi hanno esordito nel 2011 con un ottimo album (My Head Is An Animal) che conteneva un singolo, Little Talks, diventato poi un tormentone mondiale, mentre il loro secondo lavoro Beneath The Skin dell’anno scorso non era male ma non altrettanto esplosivo; al contrario, Cleopatra forse non conterrà una canzone spacca classifiche come Ho Hey ma si rivela un lavoro più unitario e riuscito (e le vendite danno ragione ai ragazzi di Denver, in quanto il disco sta già facendo molto bene ed è andato in testa sia in America che in Inghilterra).

Il trio è sempre composto da Wesley Schultz alla voce e chitarra, Jeremiah Fraites alla batteria e piano e Neyla Pekarek al basso e violoncello, ed in questo album si fanno aiutare da pochi ma selezionati amici, a partire da Simone Felice dei Felice Brothers,, che si occupa anche della produzione (*NDB. E anche dei The Duke And The King, tre splendidi dischi, che fine hanno fatto?), ed inoltre Byron Isaacs, Lauren Jacobson e David Baron: il suono non è cambiato molto dal loro esordio, i brani hanno sempre un forte impianto folk-rock con un retrogusto pop, con influenze che vanno da Bob Dylan (soprattutto) a Tom Petty, passando per Leonard Cohen e Bruce Springsteen (questi ultimi due non li ritrovo molto, ma mi inchino in quanto sono gli stessi membri del gruppo a citarli, anche se poi aggiungono anche Guns’n’Roses, Cars e Talking Heads…), canzoni elettroacustiche ma con la sezione ritmica sempre in grande evidenza, voci spesso cariche di eco e melodie dirette ed immediate. Il suono c’è, dunque, e se aggiungiamo che la qualità media delle canzoni è nettamente migliorata si può dire che Cleopatra contribuisce a mettere i Lumineers sullo stesso piano dei gruppi che ho citato all’inizio (anzi, mi sa che i Mumford & Sons ce li siamo giocati, *NDB 2. A giugno è in uscita un EP Johannesburg, con musicisti sudafricani, dove hanno cambiato ancora genere https://www.youtube.com/watch?v=eCIHPdx1OAs!); undici brani, ma quindici nella versione deluxe (che non ho. *NDB 3. E’ quella in MP3, per il download, che entrambi non amiamo molto) e quattordici in un’altra edizione in esclusiva per la catena americana Target, ma con tre canzoni che non sono le stesse della deluxe “normale” (adoro queste cose: ma non potevano fare una edizione sola, dato che quella regolare dura solo 33 minuti?).

Sleep On The Floor inizia con un drumming secco, un riff di chitarra elettrica e la voce di Schultz che canta un motivo suggestivo ma attendista nel primo minuto e mezzo, poi la ritmica sale ed il pezzo si trasforma in una rock song con tutti i crismi, potente e profondamente evocativa: un avvio migliore non poteva esserci. Ophelia (è il primo singolo, ma non è la stessa di The Band) ha un inizio sospeso, con piano, percussioni e voce, poi prende vivacità, la ritmica si fa saltellante ed arriva il classico ritornello orecchiabile, anche se è il pianoforte a mantenere il ruolo di protagonista: non è immediata come Ho Hey (anche se lo stile non è lontanissimo), ma cresce alla distanza. Cleopatra è un folk-rock elettrico dalla splendida melodia dylaniana, un mood trascinante ad ancora gran lavoro di piano, un brano di grande valore; Gun Song, ancora con Dylan in mente, è più acustica anche se la ritmica è sempre molto sostenuta, una costante nel suono del trio, mentre Angela (è il terzo brano su cinque con un nome di donna come titolo) è più tranquilla, inizia solo voce e chitarra (ma l’eco sulla voce non manca mai), poi entra il resto ed il pezzo cresce in pathos, grazie anche ad uno splendido break strumentale dove è ancora il piano a dettare legge. In The Light è una tenue ballata dalla melodia vincente e dall’arrangiamento semplice ma di grande impatto, con un finale maestoso che la catapulta tra le migliori del CD; ancora Dylan, quello dei primi anni, ad ispirare la limpida Long Way From Home, altro brano di notevole potenza emotiva, mentre Sick In The Head è l’unico pezzo un gradino sotto, a causa di uno sviluppo melodico un po’ incartato su sé stesso. L’album però si chiude molto bene con My Eyes, sempre a metà tra folk e rock, di grande forza nonostante il tempo lento, e con Patience, un breve ma suggestivo strumentale per piano solo.

Hanno avuto bisogno di tempo i Lumineers per dare un seguito al loro esordio, ma con Cleopatra hanno decisamente centrato il bersaglio e dimostrato di essere non solo un gruppo con un singolo fortunato al loro attivo, ma una vera band con un suo stile ed una spiccata personalità.

Marco Verdi

Da Qui In Poi Il Mondo Del Rock Non E’ Stato Più Lo Stesso! Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Parte II

bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12bob dylan the cutting edge bootleg series vol.12 18 cd

Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Columbia/Sony 2CD – 3LP – Deluxe 6CD – Super Deluxe 18CD + 9 45rpm

Parte II

CD 3-8 – Highway 61 Revisited: il miglior disco di Dylan (ma Blonde On Blonde lo segue di un’attaccatura) è anche quello che regala più sorprese tra le outtakes: è incredibile notare come a distanza di pochi mesi anche lo stile di scrittura del nostro sia cambiato, molto più rock e blues che nel disco precedente, dove era ancora legato a stilemi folk. Intanto abbiamo quattro takes complete di If You Gotta Go, Go Now (la migliore è la prima), e non capisco come all’epoca sia stata pubblicata solo come lato B di un singolo uscito soltanto in Benelux (e nel 1967), ma poi ci sono diverse versioni di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, tutte più veloci di quella quasi honky-tonk apparsa sull’album, anche se con arrangiamenti diversi tra loro (splendida la take 6, rock’n’roll allo stato puro, anche se purtroppo si interrompe, e niente male anche la 8, più bluesata https://www.youtube.com/watch?v=sp0AESxrPyk ). Anche la poco nota Sitting On A Barbed-Wire Fence fa la sua bella figura, specie la seconda take, con uno strepitoso Mike Bloomfield alla solista; uno dei momenti più piacevoli è la parte dedicata al singolo Positively 4th Street, dove la primissima take era già secondo me perfetta, più rilassata della versione pubblicata, mentre l’altra canzone uscita nel periodo su 45 giri, cioè Can You Please Crawl Out Your Window?, ha avuto come preferenza una delle versioni incise in seguito durante Blonde On Blonde con The Band, ma non ho problemi ad affermare che preferisco quella uscita da queste sessioni (ed una di queste takes all’epoca era stata messa per sbaglio sul lato B di alcune copie di 4th Street), più cantata e melodica, quasi un’altra canzone. Anche From A Buick 6 ha avuto una versione più veloce e roccata messa per errore sulla prima edizione di Highway 61 (ed io ne possiedo orgogliosamente una copia), e qui la troviamo; la sirena sulla title track originale non mi aveva mai convinto, molto meglio a mio parere la take 3, a tempo di boogie e con un Bloomfield spettacolare. Ma l’highlight lo troviamo sull’ottavo CD: a parte due takes incomplete di Medicine Sunday, un brano rimasto negli archivi, spicca la take 4 della grandissima Desolation Row in versione full band, una strepitosa versione mai sentita prima, una canzone indimenticabile in una veste completamente diversa (ce ne sarebbe un’altra altrettanto bella solo voce e piano, ma dura lo spazio di due minuti). Ho volutamente lasciato per ultimo il quarto CD, cioè quello interamente dedicato a Like A Rolling Stone (inserito anche nella versione sestupla), perché paradossalmente è la parte meno interessante del cofanetto, in quanto, dopo alcune prove iniziali (anche a tempo di valzer https://www.youtube.com/watch?v=fWn5fpr_IwA ) dove Dylan e la band “cercano” la melodia giusta e gli accordi adatti, abbiamo quasi subito la take 4 che è poi quella che tutti conosciamo; ebbene, secondo me si erano accorti anche loro di avere appena fatto la storia, in quanto dopo abbiamo altri nove tentativi suonati senza troppa convinzione e quasi per dovere istituzionale, ma avevano capito che la magia se n’era andata con quell’unica, magnifica take. (NDM: impagabile sentire Tom Wilson, poco prima della versione “giusta”, rivolgersi ad Al Kooper con un divertito “What are you doing out there?”, in quanto il musicista newyorkese, scritturato come chitarrista ritmico, si era seduto all’organo per provare il leggendario riff che contrassegnerà per sempre la canzone in questione e darà di fatto il via anche alla sua carriera di organista).

CD 9-17 – Blonde On Blonde: in realtà il nono dischetto prende in esame una session “spuria” di Dylan con The Band (allora ancora The Hawks e senza Levon Helm), dove vengono suonate diverse takes di I Wanna Be Your Lover, che si pensava di pubblicare come singolo ma poi è rimasta inedita fino a Biograph (non era comunque un grande brano, anche se il riff spaccava), oltre ad una interessante jam strumentale senza titolo e, soprattutto, una prima versione della splendida Visions Of Johanna (ma quella finita sul disco appartiene ad una sessione successiva incisa a Nashville con musicisti locali più Robbie Robertson), con un ritmo decisamente più sostenuto ed indubbiamente intrigante, certamente una delle perle del box (la take 5 è da urlo). Per quanto riguarda Blonde On Blonde, l’album in cui Dylan trovò quello che definì il “sottile e selvaggio sound al mercurio”, voglio limitarmi ai brani imperdibili (cosa che peraltro ho fatto finora, ma il materiale è talmente vasto), tra i quali vi è certamente una She’s Your Lover Now per voce e piano, magari formalmente imperfetta ma con un feeling da brividi: meritava assolutamente di finire sul disco, magari al posto di Pledgin’ My Time o Most Likely You Go Your Way. Poi abbiamo la costruzione passo dopo passo, frammento dopo frammento, della cristallina One Of Us Must Know, un brano letteralmente creato in studio, un’unica take dell’inedita Lunatic Princess, uno spigliato rock-blues dominato dal piano elettrico che meritava di essere approfondito, ed una deliziosa versione strumentale di I’ll Keep It With Mine senza Dylan ma con i Nashville Cats (nello specifico Charlie McCoy, Wayne Moss, Joe South e Kenny Buttrey).  Interessante poi vedere come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again sia diventata quella che conosciamo, e per la quale personalmente non ho mai sbavato, solo alla fine, in quanto per tutte le takes è stata suonata con un ritmo più lento ed un arrangiamento blue-eyed soul secondo me più stimolante (e addirittura nella primissima prova come country ballad nashvilliana). Il tour de force (ma un tour de force di puro godimento), si chiude con la splendida I Want You, cioè quello che più assomigliava al tentativo di Bob di scrivere un singolo pop, la cui take 1 è abbastanza diversa da quella pubblicata ma quasi altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=m_5q-uqNeE4 .

CD 18: ecco la chicca assoluta del box (presente solo in questa edizione), cioè una serie di brani acustici registrati dal nostro in camere d’albergo da solo o in compagnia in tre differenti momenti: otto brani al Savoy Hotel di Londra nel 1965 con Bob Neuwirth e Joan Baez (alcuni frammenti di questa particolare session sono immortalati nel famoso documentario Don’t Look Back https://www.youtube.com/watch?v=5VvHyCy5kDs ), sei al North British Station Hotel di Glasgow nel 1966 con Robbie Robertson e, nello stesso anno, altre sette canzoni in un non meglio specificato hotel di Denver, Colorado, alla presenza del noto giornalista Robert Shelton: tutto è informale al massimo, non si pensava certo ad una pubblicazione, ed anche la qualità del suono varia. I brani del Savoy sono solo cover, e sia sound che performance sono eccellenti: Dylan qui anticipa inconsciamente i Basement Tapes, con punte come la bellissima More And More (Webb Pierce), o il medley di tre classici di Hank Williams (Weary Blues From Waitin’, un’ispirata Lost Highway ed una I’m So Lonesome I Could Cry appena accennata), ma soprattutto il traditional Wild Mountain Thyme, in cui Bob e Joan armonizzano alla grande, facendo pensare che l’avessero provata prima a nastro spento. I brani di Glasgow e Denver sono ancora più interessanti, in quanto troviamo tutte canzoni inedite che Bob non riprenderà mai più: Glasgow è più una songwriting session che altro, con Dylan e Robertson che tentano di trovare la melodia e gli accordi giusti, a volte procedendo per tentativi, e sinceramente dispiace che questi pezzi verranno poi dimenticati, in quanto in almeno due casi (la romantica I Can’t Leave Her Behind e la folkeggiante If I Was A King) c’erano i germogli della grande canzone. A Denver, oltre a due performance in solitario di Just Like A Woman e Sad-Eyed Lady Of The Lowlands e altri due inediti minori (Don’t Tell Him, Tell Me e If You Want My Love) troviamo tre takes della misteriosa Positively Van Gogh, per decenni oggetto del desiderio dei collezionisti più incalliti. Peccato però che qui la qualità di registrazione non sia proprio il massimo, per usare un eufemismo.

In definitiva un box che definire strepitoso è il minimo: facendo le debite proporzioni, è come tornare indietro di centinaia di anni ed assistere dal vivo a Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda; ho però troppo rispetto per i portafogli altrui per consigliare l’acquisto di questa versione, ma almeno quella sestupla è obbligatoria.

Questa non è solo musica: è storia.

Marco Verdi

Un Musicista Che Si “Compromette”, Ma Solo Nel Titolo Del Disco! Steve Forbert – Compromised

steve forbert compromised

Steve Forbert – Compromised – Rock Ridge Music

Sono passati 37 anni da quando un giovane di belle speranze, Steve Forbert cantautore del Mississippi trasferito a New York, esordiva con Alive On Arrival (78), seguito da un altro album ben riuscito come Jackrabbit Slim (79), da cui fu tratto un singolo, Romeo’s Tune (un piccolo gioiello) che varcò subito la soglia delle Top 20 delle classifiche americane, e da quel momento il buon Steve (come tanti altri) ricevette il “bacio della morte” dalla critica musicale, destinato ai cantautori etichettati come “ il nuovo Dylan”. Ma Forbert non ha mai mollato, ha superato vari periodi di crisi grazie alla sua grande voglia di fare musica, e ripensando a una carriera quasi” infinita”  (con16 album in studio e vari Live), il suo disco migliore (per chi scrive) rimane On The Streets Of  This Town (88), senza dimenticare però il successivo The American In Me (91) e Mission Of The Crossroad Palms (95), e in tempi più recenti Any Old Time (02), un bel tributo appassionato e riuscitissimo delle canzoni di Jimmie Rodgers (uno dei padri della musica country), nominato anche per un Grammy nel 2004. Per questo nuovo lavoro, Compromised,  prodotto dallo stesso Forbert con l’aiuto di John Simon, uno che nella sua lunga carriera ha messo lo zampino in dischi di artisti del calibro di Janis Joplin, The Band, Simon & Garfunkel e Leonard Cohen (nel suo disco d’esordio), il nostro si avvale di musicisti di grande esperienza quali Robbie Kondor alle tastiere (già presente in Alive On Arrival), Joey Spampinato degli NRBQ al basso, Lou Cataldo alla batteria, Tad Price alle chitarre e il bravo polistrumentista Kami Lyle piano e tromba, che danno vita a 15 brani (comprese 4 bonus tracks)  che potremmo definire folk-roots, da sempre il genere di Steve.

Le canzoni di Compromised si muovono su binari ormai familiari all’artista, a partire dall’iniziale title track che strizza l’occhio ad un pop di facile ascolto, a cui fa seguito un “uptempo” di notevole vigore come A Big Comeuppance con il magistrale uso dei fiati (la tromba di Kami Lyle), l’incedere di When I Get To California, dal gradevole ritornello, passando per un brano quasi tex-mex come la ritmata Drink Red Wine, omaggiare una grande band con Welcome The Rolling Stones, con il marchio di fabbrica dell’artista che si fa sentire, rendendo il brano piacevole e ben strutturato. Alcuni brani ricordano il Forbert più tipico, come l’incantevole ballata Rollin’ Home To Someone You Love, dove spunta un bellissimo intermezzo strumentale accarezzato dall’uso dell’armonica, mentre la seguente Send In The Clowns è una cover pescata dal Musical A Little Night Music, per poi ritornare alla ballata confidenziale e romantica con I Don’t Know If You Know e la semi-acustica Devil (Here She Comes Now). La qualità del lavoro non scende di un millimetro anche negli ultimi due pezzi, la solare Time Seemed So Free, e una Whatever Man dalla bella linea melodica, cantata con grande trasporto da Steve. Come non sempre accade le bonus tracks sono un valore aggiunto, a partire da You’d See The Things That I See (The Day John Met Paul), un piccolo gioiello di eleganza con di nuovo la spolverata finale di una sapiente armonica, mentre Devil (Here She Comes Now), When I Get California e Whatever Man, vengono riproposte in una versione “americana” ancora più roots degli originali, e questo potrebbe essere il “nuovo corso” dei prossimi lavori di questo artista.

Steve Forbert, oggi come ieri, si conferma un cantautore gentile e intimista, che spazia nell’ambito di un folk-rock tradizionale e genuino, con qualche accenno pop (nella sua migliore accezione), un sound elettroacustico che raggiunge i migliori risultati nelle ballate costruite con garbo e cantate con classe da vendere, a dimostrazione che anche in questo campo, si può invecchiare con stile. Esce il 6 novembre

Tino Montanari

Secondo Me Approverebbe Anche Bob! Francesco De Gregori – Amore E Furto: De Gregori Canta Dylan

de gregori amore e furto

Francesco De Gregori – Amore E Furto:  De Gregori Canta Dylan – Caravan/Sony CD

Per una grande maggioranza della stampa italiana che procede per stereotipi, e sempre gli stessi, Francesco De Gregori è il Bob Dylan italiano, come se ce ne fosse anche uno spagnolo, tedesco o cinese. Intendiamoci, il cantautore romano non ha mai nascosto il suo amore per il menestrello di Duluth (definizione da me usata in maniera volutamente ironica), ma da qui a farlo sembrare un apostolo del Bardo ce ne vuole: De Gregori ha infatti sempre avuto uno stile suo, anche se i riferimenti dylaniani nelle sue opere sono molteplici, ed anche lui secondo me qualche volta ci ha un po’ giocato, nel modo di cantare, nel riarrangiare le sue canzoni dal vivo, perfino nel modo di suonare l’armonica (nel live Il Bandito E Il Campione c’è un assolo, mi sembra in Rimmel, che ricalca pari pari quello di Bob in It Ain’t Me, Babe tratta da Real Live). A molti è parso quindi normale che, a questo punto della sua carriera, il nostro abbia deciso di pubblicare un album intero di sole cover dylaniane, arrivando anche a mutuarne il titolo, Amore E Furto, da un lavoro del leggendario cantautore americano (Love And Theft, appunto); De Gregori però ci ha tenuto a specificare, a mio parere giustamente, che il suo amore per Dylan è più assimilabile alla (sconfinata) ammirazione di un collega che all’adorazione di un fan, tanto più che, nell’ormai famosa serata dello scorso Luglio in cui lui e Bob hanno suonato sullo stesso palco a Lucca, Francesco ha volutamente evitato di incontrarlo, lasciando con un palmo di naso tutti quei giornalisti pronti a scrivere un articolo del tipo “L’allievo incontra il maestro”.

de gregori canta dylan

Amore E Furto è stato inciso nelle varie pause dell’ultimo tour di De Gregori, con la sua ormai abituale band (Guido Guglielminetti, che è anche il produttore, al basso, Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Arianti all’organo e tastiere, Stefano Parenti alla batteria, Alessandro Valle alla steel, mandolino e banjo, Elena Cirillo al violino, oltre al consueto ensemble di cori femminili): in questo disco il Principe (uno dei soprannomi affibbiati dai fans al nostro) ha scelto undici canzoni, optando per alcuni episodi anche minori del repertorio dylaniano, ed evitando i superclassici del calibro di Like A Rolling Stone, Blowin’ In The Wind, Mr. Tambourine Man, ecc. Ebbene, De Gregori ha avuto un grande rispetto per Dylan, sia nella scelta degli arrangiamenti (in quasi tutti i casi tranne un paio assolutamente aderenti agli originali, in quanto non si è sentito in diritto, e questo dimostra umiltà, di stravolgere le canzoni del più grande songwriter di sempre), sia nelle traduzioni: un lavoro certosino con il quale il nostro è pienamente riuscito a mantenere il senso dei brani originali, pur con inevitabili adattamenti dovuti più che altro a problemi di metrica, rime e anche per la presenza di espressioni tipicamente americane ma che da noi non avrebbero significato nulla.

Intelligente infine l’idea di riportare sull’elegante libretto incluso nel CD anche i testi originali, in modo da offrire un confronto con la traduzione a fronte, comprendendo anche le parti non tradotte per ragioni di minutaggio e di impossibilità oggettiva (De Gregori ha ammesso di aver provato anche con altre canzoni, tra cui My Back Pages, ma di aver rinunciato proprio per la complessità dei versi in inglese). L’album si apre con Un Angioletto Come Te (uscita anche come singolo), versione tradotta da Sweetheart Like You, un brano preso da Infidels e di cui all’epoca era stato fatto anche un video ma che oggi è piuttosto dimenticato: Francesco lo ripropone con un suono solido, dove le chitarre si sentono chiaramente, mantenendo lo spirito dell’originale ma nello stesso tempo dandole quel tocco personale tale da farla sembrare quasi sua. Servire Qualcuno è il più celebre dei brani “a elencazione” di Dylan, cioè Gotta Serve Somebody (altri esempi in tal senso possono essere No Time To Think e Everything Is Broken), e quindi quello che dovrebbe aver dato a De Gregori la maggior libertà di movimento senza alterare il senso della canzone: particolarmente apprezzabili il verso autobiografico “You may call me Bobby, you may call me Zimmy” che diventa “Puoi chiamarmi Ciccio, puoi chiamarmi Generale” e l’intuizione di tradurre high-degree thief (ladro d’alto grado) con “senatore”. Non Dirle Che Non E’ Così (If You See Her, Say Hello) era già stata pubblicata dal nostro come bonus track di studio sul live La Valigia Dell’Attore (e scelta da Bob in persona per la colonna sonora del bizzarro Masked And Anonymous), ma per questo album è stata reincisa ex novo, ed ascoltarla è sempre un piacere, grazie anche alla voce carismatica del nostro, alla quale l’età ha conferito maggior calore. https://www.youtube.com/watch?v=D9AmQQo4jGU

contenuto-cofanetto-edizione-autografata-amore-e-furto

Ed ecco a mio parere l’highlight del disco: Via Della Povertà è la versione di Desolation Row, un brano che farebbe tremare le gambe a chiunque, eppure Francesco cambia totalmente l’arrangiamento con una disinvoltura disarmante, facendola diventare una ballata rock elettrica, vibrante ed appassionata, avendo avuto l’intelligenza di capire che ricreare l’atmosfera intima ed acustica dell’originale apparso su Highway 61 Revisited sarebbe stato impossibile, e dandoci una canzone praticamente rinnovata, un capolavoro che assume un aspetto inedito ma non per questo meno stimolante. (NDM: Francesco l’aveva già tradotta nel 1974, con il medesimo titolo, per l’album Canzoni di Fabrizio De André, anche se con parole completamente diverse e molto meno aderenti all’originale) https://www.youtube.com/watch?v=KaecBjAbqlA .

Anche Come Il Giorno, cioè I Shall Be Released, era già stata incisa una volta da De Gregori (per il semi-antologico Mix), e questo arrangiamento si rifà molto di più alla versione di The Band che a quella di Dylan (anche le armonie vocali ricalcano volutamente quelle del gruppo di Robbie Robertson), ma l’accompagnamento elettrico ed il cantato teso è più in linea con l’adattamento live di The Last Waltz che con quello in studio di Music From Big Pink. Mondo Politico e Non E’ Buio Ancora vengono dal Dylan prodotto da Daniel Lanois (Political World e Not Dark Yet), e De Gregori riesce a ricreare alla perfezione le atmosfere del musicista canadese e, mentre la prima è quasi un copia-incolla (voluto, si intende), ma non è tra i miei brani preferiti da Oh, Mercy, la seconda è uno dei più bei testi dylaniani sul tempo che passa e sulla vecchiaia che avanza, e l’interpretazione del musicista romano è semplicemente toccante.

Acido Seminterrato vede il nostro cimentarsi con Subterranean Homesick Blues, cioè uno dei pezzi di Dylan che credevo più intraducibili, ma De Gregori se la cava alla grande, riuscendo anche a riproporre il suono elettrico vintage degli anni sessanta, anche se il famoso verso “You don’t need the weatherman to know which way the wind blows” tradotto con “Non ti serve un calendario per sapere qual è il mese” perde a mio parere gran parte della sua forza. Sono molto contento della presenza di Una Serie Di Sogni, dato che Series Of Dreams è nella mia Top Three personale delle canzoni di Dylan (anche qui Franceco l’aveva già tradotta per l’album Il Futuro di Mimmo Locasciulli, ma di nuovo con qualche differenza): è sempre una goduria, ma forse lo sarebbe anche se fosse cantata in giapponese (però non credo…). Tweedle Dum & Tweedle Dee (titolo originale quasi uguale, con Dum e Dee invertiti) non mi è mai piaciuta molto, ma si vede che De Gregori la pensa diversamente (e poi doveva pur prenderne una da Love And Theft), mentre Dignità, che chiude il CD, è una delle grandi canzoni di Bob (Dignity, ovviamente), cantata e suonata benissimo da Francesco e band, senza le sovraincisioni superflue di Brendan O’Brian nella versione pubblicata per prima da Dylan, sul suo terzo Greatest Hits, ed altro brillante lavoro di traduzione per un testo assolutamente non facile.

Piccola considerazione personale: è chiaro che è dura scegliere una manciata di brani dall’immenso songbook dylaniano, ma non nascondo che avrei ascoltato volentieri una versione in italiano di Positively 4th Street, forse il pezzo più velenoso della carriera di Bob (a parte il verso finale di Masters Of War), dato che al Principe la vena polemica non manca di certo. Un gran bel disco dunque, che evita l’effetto karaoke (ma con De Gregori non c’era questo pericolo), e dimostra tutto il rispetto del cantautore nostrano per il “maestro” d’oltreoceano, il quale, se verrà in possesso di una copia di Amore E Furto, non potrà che apprezzare.

Marco Verdi

Non Sembrano Particolarmente Morti, Anzi! Deadman – The Sound & The Fury

deadman the sound

Deadman – The Sound & The Fury – Rootsy.nu/Ird

Nella moltitudine di bands sparse in ogni parte del globo terrestre, è davvero difficile sorprendersi all’ascolto di un (presunto) debutto: ebbene al sottoscritto era successo, circa tre anni fa, con Take Your Mat And Walk (11) dei Deadman https://www.youtube.com/watch?v=3nQYbK9-Iew , seguito a breve distanza da un buon Live At The Saxon Pub (12) registrato nello storico locale di Austin https://www.youtube.com/watch?v=As-hY-FibNI , e quindi da allora seguo ogni loro uscita con interesse, la successiva è questo nuovo The Sound & The Fury. I Deadman vengono da Austin, Texas e nascono dalle ceneri di un precedente gruppo, con lo stesso nome, che il barbuto leader Steven Collins dovette sciogliere in seguito alla crisi matrimoniale con la compagna Sherilyn ( tre ottimi album insieme e forse io un’idea di chi fosse la colpa ce l’ho!?); poi ha (ri)formato la nuova band arruolando alcuni tra i migliori veterani in circolazione, fra i quali Jacob Hildebrand e Kevin McCollough alle chitarre, Matthew Mollica (parente americano di Vincenzo?) alle tastiere, Kyle Schneidser alla batteria, Lonnie Trevino Jr. al basso, raccogliendo nuovamente il plauso della critica di settore e del pubblico che li seguiva nei loro numerosi concerti “on stage”.

deadman take up deadman live

Per questo lavoro, registrato al Troubadour Studio, Lockhart in Texas, e prodotto dallo stesso Collins, il buon Steven cambia ancora le carte assemblando una nuova line-up che vede  Matt Johnson alla batteria, Greg Vanderpool alle chitarre e il bravo Austin Holler al piano, e lui stesso che, oltre a scrivere tutti i brani, suona il basso, tutte le chitarre, e si diletta anche alla drum machine, con il tutto che conferisce al lavoro una chiara impronta di matrice rock. Con The Sound & The Fury Collins ritorna alle proprie radici scavando dalla sua anima il rock duro, cosa che si nota soprattutto nella triade iniziale con la title track https://www.youtube.com/watch?v=OxinNgiLqUs , con No Sugar e The Rich Man And The Poor Man, dove tutta la band picchia duro con batteria, tastiere e chitarre a dettare il ritmo, per poi rallentare nella ballata crepuscolare Is This The World We Want?, e affrontare sorprendentemente sonorità psichedeliche con la torrida Ozymandias, che sembra uscita dai solchi di storici dischi targati anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=1t8u-pBFzGc .

deadman 1 deadman 2

La seconda parte del lavoro è più omogenea, a partire dai docili arrangiamenti di I Will Tremble https://www.youtube.com/watch?v=PCRbzVDmSTQ  e Raise Up!, raggiungendo il massimo livello con la splendida Catch Me If I Should Fall, l’onirica e pianistica A Ghost Upon The Water, e andando a chiudere con un’altra ballata da “suonare in paradiso” come Heaven’s Burning. Non tutto è perfetto come nel precedente Take Your Mat And Walk, ma è chiaro per chi ama gente del passato, come The Band, oppure del presente come i Band Of Heathens, che i texani Deadman si sono conquistati “un posto al sole” nel circuito “americana” di Austin con brani forti e intensi, ed è pure indubbio che la vera anima del gruppo rimane il leader Steven Collins ( nonostante le traversie sentimentali, e non), lui risorge puntualmente dalle ceneri come un “araba fenice”. Da tenere d’occhio!

Tino Montanari

Lungo I “Sentieri” Del Texas – Jimmy LaFave – Trail Two And Trail Three

jimmy lafave trail 2 jimmy lafave trail 3

Jimmy LaFave – Trail Two & Trail Three – Music Road Records

Alcuni anni fa Jimmy LaFave aveva pubblicato un disco, destinato ai fans, una sorta di bootleg, con molte covers, canzoni dal vivo ed inediti, Trail (98), una sorta di retrospettiva parallela della sua carriera, che ora viene riproposta in questi due nuovi CD Trail Two e Trail Three, inizialmente  venduti solo ai concerti, ma ora, fortunatamente, qualche copia circola pure dalle nostre parti. La cosa negativa di questi “Official Bootlegs” è che nessuna nota informativa, inerente alla provenienza delle varie registrazioni, trovi posto nei due dischi “cartonati”, che, come al solito, su 24 brani, danno grande spazio alle cover di materiale del suo “mentore” Bob Dylan.

jimmy lafave trail

Accompagnato da splendidi musicisti come Darcie Deaville al violino, Stewart Cochran al piano, tastiere e organo, Herb Belofsky alla batteria, Kevin Carroll alle chitarre, Randy Glines al basso e armonica, e naturalmente lo stesso LaFave, voce e chitarra, i “sentieri”, volume due, tanto per cambiare, iniziano con la splendida Buckets Of Rain ( che chiudeva Blood On The Tracks) del grande Bob http://www.youtube.com/watch?v=K5XyFdyRQm8 , seguita dalla propria River Road http://www.youtube.com/watch?v=g9IjvSGdVq8 , struggente ballata da notti texane, e da un classico blues (di Big Bill Broonzy) Key To The Highway (reso celebre da Eric Clapton), mentre Last Train e Never Be Mine sono pescate dall’eccellente Buffalo Return To The Plains.Tore Down di Freddie King viene ripresa dal vivo ed è un blues sofferto, a seguire una superba rilettura dell’ennesimo Dylan di turno, una Not Dark Yet per chitarra e pianoforte http://www.youtube.com/watch?v=ky-NbkW-wBo , il Woody Guthrie di Oklahoma Hills, il Jackson Browne di Bright Baby Blues (da Love Is Strange, avete già provveduto a prendere lo splendido Looking Into You, il tributo a Browne pubblicato dalla sua etichetta, Music Road?), fino ad arrivare alle armonie pianistiche inconsuete di un brano di J.J.Cale, Don’t Go To Strangers, (con la “chicca” che nella parte finale si trasforma nella famosissima While My Guitar Gently Weeps di George Harrison), e ancora la dolcissima Never Is A Moment  (da Texoma), e una I’m Ready (accelerata e dal vivo) del grande Muddy Waters, suonata al meglio da Jimmy e soci.

jimmy lafave 1

Una breve pausa (il tempo di cambiare il CD nel lettore) e i “sentieri”,  volume tre, proseguono con un’altra scorpacciata di brani di Dylan, a partire dall’iniziale Meet Me In The Morning, a Loves Minus Zero No Limits, Sweetheart Like You http://www.youtube.com/watch?v=Oe5IWPKqzrY , Dusty Old Fairground e una Mr. Tambourine Man in versione acustica (rivoltata come un calzino), passando poi per Secret Garden (un singolo di Springsteen inserito nella colonna sonora del film Jerry Maguirehttp://www.youtube.com/watch?v=q5JsHS9fjTU , una torrida versione del classico Blues Power (firmata da Eric Clapton e Leon Russell), versioni alternative di suoi brani come Deep South 61 Delta Highway Blues, Long Ago With Miles Between (da Road Novel), Rain Falling Down (da Blue Nightfall), e una strepitosa e dilatata versione (11 minuti) di The Weight / Rainy Day Women # 12&35, sincero omaggio ai suoi idoli di sempre, Bob Dylan e The Band http://www.youtube.com/watch?v=DMH_iYPtwAE .

jimmy lafave

Con questi dischi, si sono completati (per il momento)  gli “archivi” di Jimmy LaFave, uno dei figli prediletti di Dallas e una delle più belle voci d’America, che oltre ad appagare la sete dei “fans” più accaniti, può fare riscoprire un autore, ultimamente un po’ troppo sottovalutato.

Tino Montanari