Una (Bella) Via Di Mezzo Tra Country E Soul. Adam Hood – Somewhere In Between

adam hood somewhere in between

Adam Hood – Somewhere In Between – Southern Songs CD

Adam Hood è un musicista nativo dell’Alabama attivo dai primi anni del secolo, ed è uno che se l’è sempre presa comoda, uscendo con un nuovo disco solo quando si sentiva veramente pronto: solo quattro album (ed un paio di EP) dal 2002 al 2014. Da buon uomo del sud, Adam è uno che bada al sodo, non incide tanto per farlo, magari ci mette un po’ di più del normale ma non vuole lasciare nulla al caso: Welcome To The Big World aveva ottenuto critiche lusinghiere (ed anche al sottoscritto era piaciuto da subito), ma con Somewhere In Between, il suo nuovissimo lavoro, Hood sale ulteriormente di livello. La sua musica è classificata come country, ma il termine nel suo caso è quanto mai riduttivo, in quanto nel suo sound troviamo decise tracce di southern soul, sia per l’accompagnamento classico basato sul suono caldo di chitarre ed organo, sia per la sua voce ricca di sfumature. D’altronde venendo dall’Alabama ed amando la vera musica non si può fare a meno di venire influenzati dal suono di quella terra.

Prodotto da Oran Thornton, Somewhere In Between contiene undici scintillanti esempi di puro country-soul, musica americana in maniera totale, canzoni che evidenziano l’ottima capacità di scrittura del nostro, suonate con estrema finezza da un gruppo di sessionmen coi fiocchi, tra i quali spicca il noto chitarrista Pat McLaughlin, già titolare di una carriera in proprio come musicista e songwriter e collaboratore, tra i tanti, di Rosanne Cash, John Prine, Cowboy Jack Clement e Neil Diamond. Le canzoni sono arrangiate con semplicità, due o tre chitarre al massimo, la sezione ritmica sempre presente, e l’organo a tessere sullo sfondo: il resto lo fa Adam con la sua bravura interpretativa. L’album inizia splendidamente con Heart Of A Queen, una fulgida e rilassata ballata giusto a metà tra il country classico ed il suono bucolico di The Band (sicuramente il gruppo di Robbie Robertson è una delle influenze principali del nostro), con una melodia dal pathos notevole e la bella voce del leader in primo piano. She Don’t Love Me è più ritmata ed elettrica, ma il timbro vocale di Hood ha sempre un approccio molto soulful, e qui si alterna con il tono più nasale dell’ospite Brent Cobb, altra bella canzone che il contrasto tra le due ugole migliora ulteriormente; la limpida Alabama Moon è tutta giocata su un gustoso intreccio di chitarre elettriche ed acustiche, un organo caldo ed un deciso sapore country got soul anni settanta (qualcuno ha detto Johnny Rivers?).

Molto bella anche Downturn, altra ballata dal passo lento, un country crepuscolare da ascoltare al tramonto, mentre con The Weekend il disco si sposta su territori decisamente rock-soul, un pezzo cadenzato ed annerito che il nostro conduce in porto con grande sicurezza, ed il suono è sudista al 100%; Bayou Girl è country come si farebbe in Louisiana, chitarra e dobro sugli scudi ed atmosfera decisamente laidback, in contrapposizione con la solare ed ariosa Easy Way, puro country-rock, che sarebbe già godibile di suo ma la voce soulful di Hood porta su un livello superiore. Locomotive è una pimpante rock’n’roll song, orecchiabile e diretta, che mostra la disarmante facilità di Adam nel proporre canzoni semplici ma di impatto immediato; Keeping Me Here aumenta il mood elettrico, l’attacco è quasi alla Tom Petty, ed il brano è ottimo da sentire sulle highways americane: tra i più riusciti del lotto. Il CD volge al termine, ma c’è ancora tempo per la tenue ed evocativa Real Small Town, senza dubbio la più country di tutte, e per la folkeggiante Confederate Rose, chiusura intima con accompagnamento della band decisamente sul versante rock.

Probabilmente Adam Hood non assaporerà mai il successo di pubblico, ma questo non gli impedirà di certo di continuare a fare musica con il cuore e con l’anima.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 6. Prima Di Essere Gli Hot Tuna Erano Già Formidabili: Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live June 28 1969

Jorma Kaukonen & Jack Casady - Bear’s Sonic Journals Before We Were Them

Jorma Kaukonen & Jack Casady – Bear’s Sonic Journals: Before We Were Them Live 28-6-1969 – Owsley Stanley Records Foundation

Prima della nascita “ufficiale” degli Hot Tuna, sancita dalla settimana di concerti alla New Orleans House di Berkeley, nel settembre del 1969, da cui sarebbe stato estratto il primo omonimo album della band, Jorma Kaukonen e Jack Casady, avevano già fatto alcuni concerti in tarda primavera, nel periodo in cui i Jefferson Airplane erano fermi a causa della operazione per rimuovere i noduli alla gola subita da Grace Slick. Quindi, prima di riprendere l’attività concertistica, anche per promuovere il futuro album Volunteers, in uscita a novembre, ma già registrato, e pure la partecipazione al Festival di Woodstock, alcuni membri del gruppo, oltre a Kaukonen e Casady, anche Kantner, e ogni tanto Marty Balin, e con l’aiuto di Joey Covington, che aveva partecipato come percussionista alle registrazioni di Volunteers, ma non faceva ancora parte in pianta stabile dei Jefferson (dove c’era Spencer Dryden come batterista), si esibirono, come detto, in alcune serate speciali tra cui quella del 28 giugno del 1969 al Veterans Memorial Building di Santa Rosa, California, per un evento che venne registrato da Owsley Stanley, il leggendario soundman dei Grateful Dead, e che ora diventa il terzo capitolo in questa serie di pubblicazioni dai suoi archivi, dopo quelli dedicati agli Allman Brothers, Fillmore East 1970 (CD singolo e box triplo) https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , e il cofanetto da 7 CD  di Doc & Merle Watson.

Anche questa volta la qualità sonora è sorprendente, grazie al lavoro di masterizzazione effettuato da Jeffrey Norman, attuale addetto alle “restaurazioni soniche” degli archivi dei Dead. E pure la qualità musicale è notevole: il suono è elettrico e vibrante, un power trio che rivaleggia con Cream e Jimi Hendrix Experience come potenza di fuoco, senza dimenticare che in fondo, a ben vedere, anche i Jefferson Airplane erano un trio rock-blues con elementi psych e acid rock, sia pure con due grandi cantanti e un autore visionario, a guidarli. A mio parere si tratta di un gran disco Live, probabilmente superiore a tutti quelli ufficiali della band, orientato verso lo spirito più improvvisativo e jam degli Hot Tuna, solo sette brani, tutti piuttosto lunghi, di cui quattro mai ascoltati prima e quindi inediti sotto questa forma. Quindi anche se era “prima che fossero loro”, erano già Loro, con Joey Covington perfettamente integrato nella formazione, che poi come abbiamo visto, avrebbe preso altre strade. L’interscambio tra i tre è fantastico, soprattutto Kaukonen e Casady sono formidabili nelle loro evoluzioni sonore, ma anche il batterista si dimostra uno strumentista di tutto rispetto; come è palese sin dalla partenza con il classico blues Rock Me Baby, suonato con un impeto, una grinta, una capacità tecnica che lasciano quasi senza fiato, Jorma è un chitarrista formidabile, in grado di improvvisare assoli su assoli all’impronta, il suono è muscolare e da jam band ante litteram, con continui rilanci e le parti vocali (quando ci sono), molto brevi, i paragoni con Cream ed Hendrix non sono per nulla azzardati, anzi: il pedale del wah-wah è spesso pigiato a manetta, il “rigore” del bluesman Kaukonen è accantonato a favore di un edonismo sonoro dove il rock segna sovrano.

Come conferma il lungo strumentale Turnaround, oltre dieci minuti, dove il trio imperversa in pieno trip free form, partendo da un giro rock che ricorda molto i contemporanei Allman Brothers, peraltro ancora ben lungi dall’avere acquisito la loro reputazione, le mani di Casady volano sul suo basso, Covington costruisce un muro di suoni sul quale la chitarra improvvisa con una fluidità magnifica, alla ricerca di sempre diverse soluzioni sonore. Anche Star Track, il pezzo tratto dal repertorio dei Jefferson Airplane (era su Crown Of Creation), è solo un pretesto per le continue divagazioni dei tre che qui ricordano parecchio qualcosa della psichedelia dei Quicksilver Messenger Service, con qualche deriva hendrixiana; Through The Golden Gate, con i suoi oltre tredici minuti, prima attendista e suadente, poi in continuo crescendo. ci permette di apprezzare ulteriormente un Jorma Kaukonen in serata di grazia, con la sua chitarra fluente ed acidissima in grado di aggredire i confini del rock dell’epoca, come e più di altri solisti magari più celebrati di lui.

Il futuro cavallo di battaglia Come Back Baby in questa veste sonora elettrica ha di nuovo quell’afflato allmaniano, con il drive rock innestato con ferocia su un brano blues con grande maestria, anche qui in una lettura che supera i dieci minuti, poi reiterata negli oltre undici della “inedita” Through The Grove, che parte lentamente ma  poi entra subito nuovamente nelle spire della improvvisazione strumentale pura da parte di Kaukonen e soci. L’ultimo brano, un altro inedito, Inspirations In The Hall Of Arrivals, è di nuovo uno strumentale acido che rivaleggia con le improvvisazioni sonore psichedeliche più estreme dei Quicksilver, con Jorma Kaukonen che distilla nuovamente dalla sua chitarra una serie di sonorità che profumano appunto della California più acida e “sballata” della fine anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=mrGJtM-JE0o , con gran finale ferocissimo dove il gruppo va quasi in overdrive. Una domanda sorge spontanea: ma dove li avevano tenuti nascosti questi nastri per così tanto tempo?

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 5. Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home

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Good Old Boys – Live: Drink Up And Go Home – RockBeat 2CD

E’ ben noto che Jerry Garcia non amasse starsene con le mani in mano, e anche quando era in pausa dai Grateful Dead riusciva a trovare il tempo per suonare ed incidere con altri musicisti, fossero essi Merl Saunders, Howard Wales, i New Riders Of The Purple Sage, gli Old And In The Way o più semplicemente quando era a capo della Jerry Garcia Band, sia acustica che elettrica. Un episodio meno conosciuto della carriera del chitarrista californiano è però quello dei Good Old Boys, un gruppo estemporaneo a carattere bluegrass guidato da David Nelson, leader dei già citati New Riders Of The Purple Sage, e dal fenomenale mandolinista Frank Wakefield, ai quali Jerry produsse l’unico album, Pistol Packin’ Mama, inciso nel ranch del drummer dei Dead Mickey Hart e pubblicato nel 1976. Prima di quel disco però i Good Old Boys fecero qualche serata in piccoli locali, non una vera e propria tournée ma pochi concerti in posti selezionati, dove alla chitarra di Nelson ed al mandolino di Wakefield, si univano il violinista Brantley Kearns, già con David Bromberg ed in seguito con Dwight Yoakam e Marty Stuart, il bassista Pat Campbell e lo stesso Garcia al banjo (e tutti quanti cantavano anche, come nella vera tradizione della mountain music).

Ora esce per la RockBeat un documento che non esiterei a definire eccezionale, cioè un live registrato dai nostri nel 1975 al Margarita’s Cantina di Santa Cruz in California da John Cutler utilizzando un registratore a due piste appartenente a Owsley Stanley (il mitico sound engineer meglio noto come “Bear”): Live: Drink Up And Go Home è un doppio CD inciso in maniera decisamente buona e godibile dalla prima all’ultima canzone, un documento ripeto notevole perché ha il merito di farci ascoltare una band durata pochissimo. Il repertorio è composto quasi unicamente da cover, siano essi brani tradizionali o appartenenti ai songbook di leggende del bluegrass (e non solo) come Bill Monroe, Roy Acuff, Kitty Wells, i McCoury Brothers, la Carter Family, Flatt & Scruggs, Jimmie Rodgers, Charlie Poole e gli Everly Brothers. Musica gioiosa, fatta per il piacere di suonare, spontanea, con qualche imperfezione tecnica ma vera, reale, non costruita. Prendete l’iniziale Ashes Of Love, si percepisce la voglia di suonare del quintetto e di dare il meglio, non importa se qualcuno a volte stona, sbaglia un’entrata o perde una battuta: il pubblico lo capisce e si lascia coinvolgere senza problemi. Deep Elem Blues la facevano anche i Dead (ma qui non canta Garcia), un bluegrass che più tradizionale non si può, con assoli continui tra i quali spiccano banjo e mandolino; Dim Lights, Thick Smoke (And Loud Loud Music) è un classico del country che hanno fatto in cento, ed i nostri la propongono in maniera rilassata e fluida, facendo risaltare la nota melodia.

Non sto a citare tutti i 24 pezzi della raccolta, mi limito a segnalarne alcuni lasciando a voi il piacere di scoprire il resto: la lenta I’ll Never Make You Blue, con un fantasmagorico Wakefield, la deliziosa She’s No Angel, una monumentale Wildwood Flower (sentite come suonano), l’irresistibile Long Gone, con Jerry che strimpella il banjo come se non ci fosse domani, una saltellante versione del superclassico T For Texas, i bluegrass-gospel Jerusalem Moan ed il gran finale con la famosa Orange Blossom Special, quasi sei minuti tiratissimi all’insegna del ritmo e con il mandolino di Wakefield suonato in maniera incredibile. Lo stesso Wakefield porta in dote due brani scritti da lui, Jesus Loves His Mandolin Player e New Camptown Races, due strumentali in cui il suo strumento è letteralmente in trance agonistica. Anche Garcia ha i suoi momenti: canta da solista nella splendida All The Good Times (una hit per Flatt & Scruggs) e nella pura e limpida Drink Up And Go Home, e si scatena al banjo nello strumentale di Roy Acuff Fireball Mail, una forza della natura. In uno degli ultimi post ho bacchettato la RockBeat, rea di aver fatto la “furba” con il live Late At Night di Mike Bloomfield, ma per questa doppia testimonianza dei Good Old Boys non posso che farle i complimenti.

Marco Verdi

Tra Canada E Texas Ancora Della Ottima Musica. Craig Moreau – A Different Kind Of Train

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Craig Moreau – A Different Kind Of Train – Craig Moreau Music

Craig Moreau è un artista canadese, viene da Calgary, Alberta, ma ha svolto parte della sua (breve) carriera discografica anche negli Stati Uniti, soprattutto nell’area di Nashville, come autore di canzoni prima, e poi come interprete anche ad Austin, Texas e dintorni. Si diceva di una carriera breve, perché il nostro amico aveva esordito discograficamente nel lontano 2001 con un disco, Every Now And Then, che aveva anche avuto buone critiche, ma poi per formare una famiglia e mantenerla si era ritirato quasi subito dalle scene, tornando solo nel 2014 con l’ottimo The Daredevil Kid, registrato in quel di Austin, con la produzione di Mark Hallman, pure lui eccellente cantautore in proprio, e la partecipazione, tra gli altri di  Kevin Welch, Gurf Morlix, Kimmie Rhodes, Kim Deschamps, Ben Tagseth e Andre Moran, un disco dove i profumi del country texano si sposavano con quello meno becero di Nashville, grazie anche alla voce di Moreau che è stata avvicinata come timbro ed approccio musicale a quella di George Strait.

Per questo nuovo A Different Kind Of Train si è pensato di ripetere l’operazione, e anche se i nomi più noti non sono presenti, Hallman, che suona anche quasi tutti gli strumenti, Moran e Deschamps sono ancora della partita, mentre per alcuni brani, quelli più elettrici, registrati live in studio a Lehtbridge, Alberta, e suonati con la Craig Moreau Band, la produzione è affidata al compatriota Leeroy Stagger, altro profondo conoscitore del country, con un risultato finale più che soddisfacente sia per chi ama il buon country che l’Americana di pregio, sia per chi apprezza i suoni cantautorali , mediati con lo spirito texano. Proprio Off The Rack, la canzone che apre l’album è uno dei pezzi più rockeggianti, con la band che sciorina un rockin’ country vibrante, ma anche elegante, con fini intrecci vocali e le due chitarre di Ben Tagseth e Orlando Agostino (è uno dei nostri?) che interagiscono gustosamente tra loro e con il piano di Michael Ayotte. I brani sono tutti firmati dallo stesso Moreau (meno uno), e The Best Of Me, il primo di quelli prodotti da Hallman, ha un sound decisamente più raffinato, da cantautore classico, una bella ballata dal suono avvolgente, dove si apprezzano  le delicate armonie vocali di Barbara Nesbitt e le chitarre di Andre Moran, oltre alle tastiere di Hallman, veramente una splendida canzone da gustare appieno https://www.youtube.com/watch?v=fQLHLytaaq0 .

Molto bella anche l’elettroacustica Another Fence To Mend, più intimista e raccolta, sempre con una piacevole melodia cantabile, con quelle atmosfere tra roots e vecchi e nuovi outlaws (Guy Clark, Tom Russell, Billy Joe Shaver, Waylon Jennings e Darrell Scott vengono citati tra le sue influenze, mica male); l’unica cover, The L & N Don’t Stop Here Anymore di Jean Ritchie, è un altro dei pezzi “canadesi”, e viene presentato in un incalzante arrangiamento elettrico che rimanda a Lee Clayton o al JJ Cale più mosso, tra chitarre e batteria che viaggiano alla grande, sorprendente e decisamente riuscito, lui poi la canta veramente bene https://www.youtube.com/watch?v=HhQNM8P9Sdo . A Different Kind Of Train Song è aperta dal suono di una malinconica armonica, poi entra il vocione di Moreau accompagnato solo dall’arpeggio di una chitarra acustica e di un dobro appena accennato, con risultati ancora una volta vincenti, The Muse, sulle ali della pedal steel di Kim Deschamps, è una radiosa country ballad che ricorda quelle migliori di Michael Martin Murphey https://www.youtube.com/watch?v=eO4X01ItpTk , mentre la lunga The Old Man And The Fiver, l’ultimo brano “canadese” è un southern boogie blues di notevole intensità, giocato sugli intrecci tra organo e chitarre, con eccellenti parti strumentali https://www.youtube.com/watch?v=4s7GPrpa9NE . Shadows Left Behind è un’altra ballata sontuosa, stile nel quale il nostro eccelle, con Thirsty Soul che vira verso un outlaw honky-tonk energico, con pedal steel in spolvero e le ottime armonie della Nesbitt, per andare a chiudere con una ulteriore ballata di splendida fattura come Missing You In Texas, con vaghi rimandi anche ai brani di Jim Croce, a conferma della bravura di Craig Moreau: se lo trovate potrebbe essere veramente una bella sorpresa.

Bruno Conti

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 4. Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977

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Mike Bloomfield – Late At Night: McCabe’s January 1, 1977 – RockBeat CD

A parte lo splendido cofanetto retrospettivo del 2014 From His Head To His Heart To His Hands, negli ultimi anni sono usciti numerosi concerti postumi del grande Mike Bloomfield, quasi tutti di ottima qualità anche se molti di essi dalla legalità dubbia, l’ultimo dei quali è questo Late At Night: McCabe’s January 1, 1977, pubblicato circa tre mesi fa. Se il nome del luogo vi suona familiare, è perché nel 2017 era uscito Live At McCabe’s Guitar Shop, January 1, 1977, che prendeva in esame un concerto pomeridiano che il grande chitarrista di Chicago aveva tenuto nel famoso negozio di strumenti musicali di Santa Monica (un sobborgo di Los Angeles), mentre quello di cui mi accingo a parlare documenta lo show serale (una volta era pratica comune per gli artisti suonare due spettacoli al giorno). C’è da dire che i due set non sono sovrapponibili, in quanto Bloomfield aveva suonato due scalette completamente diverse, e lo show pomeridiano era perlopiù elettrico, mentre questo Late At Night ha una prima parte acustica.

mike bloomfield i'm with you always

C’è però una magagna, e neanche tanto piccola: i musicofili più attenti, o i fans di Mike, avranno già sentito puzza di bruciato, e ciò è dovuto al fatto che questo spettacolo serale era già uscito ufficialmente alcuni anni fa con il titolo di I’m With You Always, stesse canzoni ma poste in ordine diverso, e la RockBeat (etichetta che spesso si muove ai confini della legalità, un po’ come la label preferita da Bruno, la Cleopatra) non ha fatto altro che ripubblicarlo cambiando il titolo, ma guardandosi bene da specificarlo nelle note del CD (*NDB Edizioni in CD della Demon o della americana Benchmark, ancora disponibile, per chi vuole l’originale). Per me non è un problema, dato che non possiedo I’m With You Always, ma per chi ce l’ha questo Late At Night è un acquisto perfettamente inutile, anche se sul retro di copertina viene annunciato in pompa magna che i nastri sono stati restaurati digitalmente (ho qualche dubbio, anche se il suono è comunque ottimo). Dal punto di vista artistico, il CD è comunque di quelli da non perdere (se non avete già I’m With You Always, ripeto), in quanto siamo di fronte ad uno dei migliori chitarristi di sempre, uno che suonava davvero con l’anima, e lo ha sempre fatto in tutte le sue configurazioni (The Paul Butterfield Blues Band, The Electric Flag, nelle collaborazioni con Al Kooper, Barry Goldberg ed altri, da solista e come sessionman), fino alla tragica scomparsa per overdose nel 1981 a soli 38 anni.

E tutto ciò viene confermato da questo breve concerto (tre quarti d’ora circa), nel quale Mike dimostra di non essere solo un grande della chitarra elettrica, ma anche abilissimo con l’acustica: la prima parte infatti vede Bloomfield da solo sul palco che fa vedere la sua maestria anche con la spina staccata, sette brani di stampo più folk che blues, con il pubblico che ascolta rapito ed in religioso silenzio. Basta sentire il brano d’apertura per rendersene conto: Hymn Tune (tradizionale come tutte le canzoni di questa parte “unplugged”, tranne una) è uno strumentale dal delizioso sapore folk, in cui Mike si mette sullo stesso piano di grandissimi della chitarra acustica come John Fahey e Leo Kottke, pura poesia musicale. La famosa Frankie And Johnny, un brano che hanno fatto in mille, è resa in maniera vivace anche se in “splendid isolation”, e Mike mostra di non essere male neanche come cantante (ma sentite le sue dita), I’m With You Always è un altro splendido pezzo tra folk e blues, sembra Mississippi John Hurt, mentre Some Of These Days ha il sentore di una canzone presa da un vecchio padellone degli anni trenta, con il nostro che sembra avere sei mani.

La parte acustica si chiude con l’antica Stagger Lee, rilettura pura, cristallina e dal feeling formidabile, il country-blues Darktown Strutter’s Ball e la divertente I’m Glad I’m Jewish, un brano autoironico scritto da Mike e accolto con risate e applausi. Nella seconda parte dello show Bloomfield viene raggiunto dal grande Mark Naftalin al pianoforte, da Buell Neidlinger (Frank Zappa, Gil Evans e Tony Bennett) al basso e Buddy Helm (Tim Buckley) alla batteria: quattro pezzi in totale, che iniziano con un medley tra Jockey Blues e Old Folks Boogie, solo Mike e Mark, chitarra elettrica in tiro e Naftalin che spolvera la tastiera del piano con classe sopraffina. La sezione rimica si unisce ai due a partire dalla nota Eyesight To The Blind (di Sonny Boy Williamson ma resa popolare dagli Who che l’avevano inclusa in Tommy), versione strepitosa, grandissimo blues con chitarra e piano ancora protagonisti indiscussi, una goduria. Il finale è appannaggio della gradevole Don’t You Lie To Me, blues di gran classe e dal mood quasi jazzato, con i quattro che suonano in scioltezza, e di una solida resa di A-Flat Boogaloo, puro Chicago blues elettrico ancora con un sontuoso Naftalin.

Nonostante la “furbata” della RockBeat di cui vi dicevo prima, Late At Night è un live imperdibile: ma controllate comunque di non possederlo già con un altro titolo.

Marco Verdi

Jeff Beck, Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia! Parte Terza

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Jeff Beck, Uno Dei Tre Più Grandi Chitarristi Del British Rock (Blues),  Il Più Eclettico Ed Estroso. Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia!

Terza e conclusiva parte.

Gli anni del Jazz-rock e dei dischi strumentali.

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Dopo lo scioglimento del sodalizio con Bogert e Appice, e senza completare un secondo disco di studio, Jeff Beck realizza alcune collaborazioni con David Bowie, prima di decidere di esplorare nuove strade, con una lunga serie di dischi strumentali, anche in parte ispirati dal jazz-rock e dalla fusion imperanti in quegli anni, ma rivisitati alla luce delle sue caratteristiche personali, e impiegando, almeno agli inizi, un produttore di grande nome ed esperienza come George Martin (che curò anche gli arrangiamenti orchestrali), insieme al quale realizzerà Blow By Blow, un disco appunto completamente strumentale, che stranamente (o forse no) sarà il suo massimo successo commerciale, arrivando fino al 4° posto delle classifiche di vendita nel 1975: un album comunque splendido, con pezzi memorabili come le sue cover di Cause We’ve Ended As Lovers, un languido brano di Stevie Wonder, una ballata magnifica dedicata al grande chitarrista Roy Buchanan, in cui il suo uso del vibrato è praticamente perfetto, e anche She’s A Woman dei Beatles è deliziosa, con la parte vocale realizzata ancora una volta con il talk-box, senza dimenticare una serie di brani solidi come You Know What I Mean, scritta con Max Middleton, che era rimasto come tastierista, e firma anche la scoppiettante e funambolica Freeway Jam, dove oltre alle evoluzioni strabilianti della chitarra di Beck, si apprezza anche una sezione ritmica notevole come quella composta dall’esplosivo Richard Bailey alla batteria (ancora in pista ai giorni nostri con Steve Winwood) e Phil Chen al basso.

Air Blower attribuita a tutta la band, un pezzo funky fusion di grande appeal, Scatterbrain, che sembra quasi un brano di Billy Cobham, Thelonius, un omaggio trasversale al pianista Monk e la liquida e sognante Diamond Dust dove gli archi di George Martin supportano con classe la solista di Beck. L’anno successivo esce l’ancora notevole Wired, dove arrivano dalla Mahavishnu Orchestra l’ottimo batterista Narada Michael Walden e Jan Hammer, che si aggiunge a Middleton con il suono del suo synth che quasi duplica la solista di Jeff in pezzi come Led Boots, Sophie o Blue Wind, anche se il pezzo più bello del disco, ancora prodotto da George Martin, con Bailey alla batteria, è una versione delicata e splendida di Goodbye Pok Pie Hat, uno dei capolavori di Charles Mingus, con Come Dancing un pezzo di Walden che rivaleggia invece con il repertorio più funky degli Headhunters di Herbie Hancock.  L’anno dopo, nel 1977, esce Jeff Beck with the Jan Hammer Group Live, il cui titolo sintetizza (in tutti I sensi) i contenuti, Jeff Beck in teoria è ospite del gruppo di Jan Hammer, ma poi si rivela il protagonista assoluto con una serie di assoli  in cui spinge la sua ricerca di sonorità sempre più ricercate quasi ai limiti delle possibilità di una chitarra, ben coadiuvato dal synth del compagno di avventura, dal basso di Fernando Saunders e dalla batteria di Tony Smith.

A questo punto Beck si prende una lunga pausa sabbatica per cercare nuovi compagni di avventura e si ripresenta nel 1980 con l’album There And Back, dove in metà dei brani appare ancora Jan Hammer, mentre negli altri alle tastiere c’è Tony Hymas che a tutt’oggi fa parte della band i Beck, e alla batteria arriva Simon Phillips, per un disco ancora di buona fattura, dove spiccano le deflagrazioni sonore di Star Cycle, You Never Know, El Becko e Space Boogie.

Gli Anni Bui, Poche Luci E Molte Ombre

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Nel 1985 esce Flash,  un disco per me di una bruttezza senza limiti, una vera tavanata, con un suono disco dance anni ’80 orribile, dove forse l’unico brano che si salva è una cover di People Get Ready di Curtis Mayfield, dove Jeff si riunisce con il vecchio pard Rod Stewart per una dignitosa rilettura di questo classico, ma il sound eighties pompato è sempre da dimenticare. Decisamente meglio l’ultimo album degli anni ’80, Jeff’s Beck Guitar Shop (che proprio in questo periodo è stato ristampato in un vinile di colore blu): niente di memorabile, ma l’accoppiata Hymas alle tastiere e Terry Bozzio alla batteria, niente basso, a tratti funziona, per questo ritorno al rock e al blues, come nell’iniziale, cadenzata Guitar Shop , dove la chitarra ricerca le solite sonorità impossibili, nella cavalcata blues and roll di Savoy , nella possente Big Block e in un brano sognante alla Buchanan come Where Were You, fino al southern boogie di  Stand On It. Crazy Legs del 1993, con i Big Town Playboys, è un disco di tributo alle canzoni di Gene Vincent e dei suoi Blue Caps, in particolare il chitarrista Cliff Gallup, idolo della giovinezza di Beck, un ritorno al R&R e al rockabilly delle origini, il suono è impeccabile e quando canta il pianista Mike Sanchez sembra di sentire i vecchi dischi di Vincent, inutile ricordare i titoli, tutte le canzoni sono godibili.

Ma quando esce,  ancora dopo una lunga pausa, il disco del 1999 Who Else, Jeff Beck ricade in parte nei vecchi vizi e il disco, nuovamente interamente strumentale e influenzato dalla musica elettronica, almeno per chi scrive diciamo che non convince, escluse le parti di chitarra e la scintillante Brush With The Blues.

La Rinascita (Parziale) Degli Anni 2000.

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Nel 2001 esce You Had It Coming, altro esperimento di “rock elettronico” che anche se vince il Grammy, dimostra che spesso questo premio lo danno a capocchia: si salvano forse, ma forse, per stima, Dirty Mind, dove il duetto con l’altra chitarrista Jennifer Batten è travolgente, e la rivisitazione futuribile di Rollin’ And Tumblin’ cantata da Imogen Heap. Grammy che Beck rivince nel 2003 con Jeff, altro disco di rock “moderno” incomprensibile per il sottoscritto, benché animato dalla solita incontenibile ed ammirevole furia chitarrista fatico a trovare dei brani decenti, forse Hot Rod Honeymoon. Poi a partire dal 2006 il nostro amico comincia a pubblicare una serie di album dal vivo, prima in versione bootleg, poi ufficiali, come il Live At Ronnie Scott’s, dove Jeff, aiutato da una serie di amici e ospiti, e sostenuto da una band formidabile, nella quale scopriamo i talenti della giovanissima e prodigiosa bassista Tal Wilkenfeld e con Vinnie Colaiuta alla batteria, inizia a rivisitare il meglio del suo catalogo passato, soprattutto i brani strumentali,

ma anche People Get Ready cantata da Joss Stone, e nuove perle come Stratus di Billy Cobham e soprattutto una rilettura spaziale di A Day In The Life dei Beatles, che gli fa vincere un altro Grammy, questa volta meritato, per la migliore versione strumentale di un brano musicale.

Nel 2010 esce Emotion And Commotion, che segna un ritorno ai primi posti delle classifiche di vendita ed è anche un buon disco, tra alti e bassi, ottimi soprattutto i brani cantati dalla Stone e da Imelda May, di effetto, benché un po’ tamarra la sua versione di Nessuna Dorma, meglio Over The Rainbow; tanto per cambiare il disco vince addirittura due Grammy, uno proprio per Nessun Dorma (mah!). Lo stesso anno esce l’ottimo Live and Exclusive from the Grammy Museum,  con versioni dal vivo di molti dei  brani di Emotion, bissato nel 2011 da  Rock ‘n’ Roll Party (Honoring Les Paul), ennesimo tributo Live ad uno dei miti della giovinezza di Beck, sia in CD che DVD, dove Jeff è accompagnato da Imelda May e dalla sua band, oltre a Gary U.S. Bonds, Trombone Shorty e Brian Setzer, altro eccellente tuffo negli anni ’50 e ’60.

Il Live+ è un altro buon disco dal vivo, ma le due canzoni in studio aggiunte come bonus non si possono sentire. E anche l’ultimo Loud Hailer del 2016, presenta un 72enne Jeff Beck dai capelli sempre più neri corvini, ma dalle idee un po’ confuse forse anche a causa della tintura dei capelli, e il gruppo londinese Bones, che lo accompagna in alcuni pezzi , non risulta tra le sue scoperte più brillanti di talent scout.

L’ultimo ad uscire è l’ottimo Live At The Hollywood Bowl, che festeggia, con un leggero ritardo, i 50 anni di carriera di  Beck, con la presenza di parecchi ospiti di vaglia, da Jimmy Hall dei Wet Willie, già compagno di avventura di Jeff in passato, a Billy F. Gibbons, passando per Buddy Guy, Jan Hammer, Steven Tyler e Beth Hart. Comunque se ancora nel 2015 la rivista Rolling Stone lo poneva al n° 5 dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, subito dopo Hendrix, Clapton, Page e Keith Richards, un motivo, e forse più di uno, ci sarà pure. La storia continua!

Bruno Conti

Jeff Beck, Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia! Parte Seconda

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Jeff Beck, Uno Dei Tre Più Grandi Chitarristi Del British Rock (Blues),  Il Più Eclettico Ed Estroso. Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia!

Seconda parte, segue…

Il primo Jeff Beck Group: Truth e Beck-Ola

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E’ nato prima l’uovo o la gallina? Chi lo sa? E’ nato prima il Jeff Beck Group o i Led Zeppelin? Il lato A di Beck’s Bolero, sempre del marzo 1967, era Hi Ho Silver Lining, con John Paul Jones al basso, Clem Cattini alla batteria, Beck chitarra e voce , e Rod Stewart come backing vocals. Quindi si direbbe che il primo ad avere pensato alla formula sia stato Jeff Beck, visto che Truth, registrato a maggio, esce negli USA ad agosto, mentre il primo disco dei Led Zeppelin fu registrato tra settembre ed ottobre (quindi dopo l’uscita di Truth) anche se sarà nei negozi solo a gennaio del 1969: ma Page e soci, prima come New Yardbirds e poi come Zeppelin erano già in tour da fine ’68, e quindi se l’idea fu di Beck , Page fu più veloce a realizzarla e sfruttarla e Jeff all’epoca si “incazzò” non poco per essere stato “fregato” dall’amico Jimmy. Poi sulla qualità di entrambe le band non si discute. Truth è comunque un grandissimo album risentito anche oggi: un cantante fantastico come il giovane Rod Stewart, Ronnie Wood, ex chitarrista dei Creation, che suona il basso con uno stile aggressivo e risonante, l’ottimo Micky Waller alla batteria, come “ospiti” Nicky Hopkins al piano in quattro brani e John Paul Jones al piano e all’organo in altri quattro, oltre a Moon, accreditato come “You Know Who” alla batteria in una versione leggermente diversa di  Beck’s Bolero, nonché in Tallyman sempre dalle sessions del 1967.

La critica a posteriori lo ha presentato, come fecero per i Led Zeppelin, come un diretto antenato dall’heavy metal e dell’hard rock, ma qui come classe siamo su un altro pianeta grazie al lavoro di un chitarrista stratosferico come Jeff Beck e ad una manciata di canzoni veramente gagliarde: Stewart canta alla grande, sentite gli assoli di El Becko in alcuni classici del blues rivisitati, ma mentre nel caso degli Zeppelin, Page e Plant per non “affaticare” i bluesmen come Willie Dixon che li avevano scritti e che quindi poi avrebbero dovuto assumere dei contabili per gestire gli incassi delle royalties , avevano pensato di firmarli loro direttamente, Beck e soci cambiano “solo” i titoli e gli arrangiamenti, con l’eccezione di You Shook Me, che in entrambi i casi mantiene autore ed arrangiamento molto simili alla versione di Muddy Waters, più corta e stringata quella di Beck, più lavorata quella degli Zeppelin, grande brano comunque.

Let Me Love You firmata da Jeffrey Rod (ma allora avevano anche loro il vizietto!) è molto simile a quella di Buddy Guy, Rock My Plmsoul è “ispirata” da Rock Me Baby di B.B. King e Blues Deluxe, un lento fantastico, mutuato da un altro pezzo di King (e ne ricordo una versione notevole di Bonamassa sul suo disco omonimo). Tutte queste canzoni hanno comunque il sound duro e potente del miglior rock-blues “bianco”, con Beck che mulina la sua Fender in modo travolgente anche in Shapes Of Things, in una versione più tirata di quella degli Yardbirds, in Morning Dew e anche in I Ain’t Superstitious. Nella versione Deluxe del CD del 2005, che è ancora in catalogo a special price, ci sono la bellezza di 8 bonus, tra cui versioni differenti di You Shook Me e Blues Deluxe senza gli applausi fasulli presenti nella versione dell’album, oltre a ai due lati del singolo del ’68, Love Is Blue e I’ve Been Drinking, e altre chicche, che lo rendono ancora più indispensabile di quello che sia già.

In Beck-Ola dell’anno successivo, uscito a giugno del 1969, la formula viene ripetuta, con un nuovo batterista Tony Newman e Nicky Hopkins che fa parte in pianta stabile della band: sono solo sette brani (più le quattro bonus dell’edizione in CD) che confermano la forza e la grinta di una band che, purtroppo, forse delusa dal mancato successo di vendita (anche se comunque arrivano nei Top 20 americani), se confrontato con quello dei Led Zeppelin, decide di abbandonare dopo questo album, con cui qualche critico dell’epoca non fu molto tenero, nello specifico, per fare i nomi, Robert Christgau, rispettata firma del Village Voice, sostenendo che la presenza di Hopkins era troppo preponderante, ma sono pareri personali e il disco, benché inferiore a Truth fa sempre la sua porca figura. In copertina un dipinto di René Magritte, “La Chambre D’Ecouté” (citazione colta) e all’interno del disco una serie di brani notevoli, tra cui spiccano All Shook Up e Jailhouse Rock,  due  brani di Elvis, in versioni veramente poderose, con assoli torcibudella di Beck e Stewart che canta come se non ci fosse futuro, Spanish Boots che ricorda molto i rivali Led Zeppelin, come pure The Hangman’s Knee (sempre con il dubbio di chi copiava chi, ammesso che fosse vero), Plynyh (Water Down The Drain), altro brillante esempio del loro hard-blues-rock, come pure il veemente strumentale Rice Pudding, con Beck ed Hopkins a stimolarsi a vicenda, mentre tra le bonus  troviamo una splendida rilettura del grande slow blues di B.B. King Sweet Little Angel, dove il chitarrista mette in mostra tutta la sua tecnica e un feeling mostruoso.

Stewart e Wood fondano i Faces, Hopkins va suonare con i Quicksilver e poi con gli Stones, mentre Jeff Beck è costretto da un incidente automobilistico a restare a riposo per qualche tempo, obbligandolo quindi a posporre di due anni e mezzo il suo nuovo progetto con la sezione ritmica dei Vanilla Fudge, Tim Bogert e Carmine Appice.

Il secondo Jeff Beck Group e Beck Bogert & Appice.

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Non potendo realizzare il power trio con Bogert & Appice, il nostro amico decide di “ripiegare” su un altro quintetto, con nomi meno altisonanti, ma sempre di sicura efficacia:  il batterista Cozy Powell era uno dei migliori su piazza all’epoca, Max Middleton  un tastierista meno brillante di Hopkins, ma forse più solido ed eclettico, Clive Chaman un buon bassista e Bobby Tench un eccellente vocalist mai considerato per il suo giusto valore. Questa formazione registra due dischi, Rough And Ready, uscito nel 1971, più orientato verso il soul, il R&B, da sempre suoi grandi amori, e qualche deriva jazzata, ovviamente “l’amico” Christgau lo stronca, mentre il resto della critica è più benevola, ed alcuni brani, sempre risentiti oggi, sono veramente notevoli: l’iniziale Got The Feeling con Powell e Middleton che imperversano a batteria e piano, e Beck che va alla grande di wah-wah e slide, mentre lo spirito melodico della voce nera di Tench non passa inosservato, Situation con un riff trascinante, e la pregevole New Ways Train Train,con la guizzante solista di Beck sempre sul pezzo.

L’omonimo Jeff Beck Group, registrato a Memphis, Tennesse nel gennaio del 1972, con la produzione di Steve Cropper che firma anche un pezzo con Jeff, esce in primavera, nuovamente un buon album, con una cover a sorpresa di un pezzo di Bob Dylan, Tonight I’ll Be Staying Here With You, sospesa tra country e soul, inizia la sequenza di brani di grandi autori che Beck riprenderà nel corso degli anni a seguire, c’è anche un brano di Stevie Wonder, la poco nota I Got To Have A Song, e soprattutto la sua versione di Going Down di Don Nix, che rimarrà un cavallo di battaglia dei concerti fino ai giorni nostri; il lato rock è rappresentato dalla tagliente Ice Cream Cakes, dal R&R Glad All Over e dallo strumentale Definitely Maybe che anticipa gli album jazz-rock degli anni ’70, con la chitarra moltiplicata, protagonista principale ed unica del sound, e vista la bravura di Beck è un bel sentire.

Ma prima c’è da sbrigare la pratica Beck Bogert & Appice, con la sezione ritmica che terminati gli impegni con i Cactus è libera di registrare, a cavallo tra ’72 e ’73, insieme a Beck, il loro unico album omonimo di studio, co-prodotto con Don Nix, è un buon disco, ma non la bomba che avrebbe potuto essere: classico power trio rock, ma si sente la mancanza di un vero cantante, anche se l’uso delle tre voci spesso all’unisono cerca di ovviare, con parziale successo, al problema; comunque Black Cat Moan, con Jeff al bottleneck, è un poderoso blues-rock, anche Lady con i suoi continui stop e ripartenze è ricca di intensità febbrile con Bogert e Appice gagliardi come sempre, e Superstition, che all’inizio Stevie Wonder, con cui Jeff collaborò alla realizzazione del brano creando uno dei riff più famosi della storia del rock, aveva pensato di donare come premio al chitarrista, si rivelò un’altra solenne “fregatura” a livello commerciale, visto che per vari problemi il singolo di Wonder uscì prima e il nostro Jeff ancora una volta rimase con il cerino tra le  mani.

Tra i brani dell’album ricordiamo anche Why Should I Care e la cover di I’m So Proud di Curtis Mayfield, tutte canzoni che nello splendido doppio dal vivo pubblicato solo per il mercato nipponico Live In Japan, assunsero ben altro nerbo, con il chitarrista in forma strepitosa che esplorava quasi ai limiti le possibilità della sua solista con una serie di effetti prodigiosi, tra cui l’uso del Talkbox che Frampton avrebbe portato al grande successo solo due anni dopo, ma che altri come Steppenwolf, Iron Butterfly e Joe Walsh usavano da tempo, benché le sonorità di Jeff Beck , che chiamava l’effetto voice bag, erano quasi ai limiti del paranormale, sentirne l’uso devastante in Jeff’s Boogie, Superstition e nell’intro di Black Cat Moan. Comunque in tutto il live, che purtroppo si trova a grande fatica, ma è uno dei dischi dal vivo più eccitanti di sempre, i tre suonano come delle “cippe lippe” irrefrenabili in versioni da sballo anche di Morning Dew, Lose Myself With You e Plynth/Shotgun.

Fine seconda parte, segue…

Bruno Conti

Jeff Beck, Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia! Parte Prima

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Jeff Beck, Uno Dei Tre Più Grandi Chitarristi Del British Rock (Blues),  Il Più Eclettico Ed Estroso. Una Vita Per La Chitarra, E Non E’ Ancora Finita: Dai Cori Nelle Chiese Al Rock In Tutte Le Sue Forme, Ecco La Storia!

Visto che il Post è piuttosto lungo l’ho diviso in tre parti.

Geoffrey Arnold Beck nasce a Wallington, nel Surrey, il 24 giugno del 1944 (quindi ancora nel pieno della Seconda Guerra Mondiale). A 10 anni inizia a cantare nel coro della chiesa locale, poi va a scuola a Sutton, ma nel frattempo comincia ad ascoltare la musica e soprattutto i chitarristi: il primo è Les Paul, poi arrivano Cliff Gallup, il solista nella band di Gene Vincent, B.B. King e Steve Cropper, ma anche Buddy Guy e Scotty Moore,  che Beck cita tra le sue principali influenze. Agli inizi, sia per risparmiare che per sperimentare, le chitarre se le assembla da assolo, iniziando a studiare quegli effetti speciali e quelle sonorità insolite che poi lo renderanno quel solista unico che conosciamo ancora oggi. Già tra il 1962 e il 1963 comincia a suonare con i primi gruppi, come Screaming Lord Sutch And The Savages, che molti considerano solo un personaggio pittoresco, ma nella cui band nel corso degli anni sono passati anche Nicky Hopkins, Ritchie Blackmore, Mick Abrahams, l’arcinemico/amico Jimmy Page e molti altri.

Già nel 1964 arriva il suo primo gruppo, i Tridents, una band embrionale che mescolava R&R, R&B, Blues, dando vita a quello che allora si chiamava beat, e anche se non hanno pubblicato nulla a livello ufficiale, Beck inizia a sperimentare con le sue tecniche chitarristiche che lo renderanno da lì a poco uno dei musicisti più innovativi nel nascente filone rock che inizia a svilupparsi proprio in quegli anni: ovviamente viene notato subito, e nel marzo del ’65, su raccomandazione di Jimmy Page (che allora era un affermato sessionman e non pensava ad entrare in una band in quanto guadagnava molto di più come musicista di studio) viene chiamato a sostituire Eric Clapton negli Yardbirds, visto che Manolenta era insoddisfatto della svolta “commerciale” verso il rock e il pop che stava avvenendo all’interno del gruppo, soprattutto con un brano come For Your Love. Da qui in avanti cominciamo a seguire la carriera di Jeff Beck  soprattutto a livello discografico.

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The Yardbirds Years

La discografia degli Yardbirds è un po’ complicata, considerando che gli album uscivano in versioni completamente diverse per il mercato inglese (dove alcuni dischi non venivano neppure pubblicati) e quello americano, dove la Epic spesso assemblava singoli e brani tratti dagli LP per creare dei prodotti ad hoc per il mercato USA. I CD sono stati ristampati dalla Repertoire, spesso e volentieri con molto materiale aggiuntivo e anche se al momento alcuni titoli non sono disponibili, potrebbero tornare in produzione, visto che periodicamente appaiono e scompaiono: vediamo quelli con Jeff Beck, che rimarrà nel gruppo 20 mesi, dal marzo 1965 al novembre 1966. E in questo periodo, in cui Hendrix non era ancora per nulla conosciuto, “inventa”  o perfeziona gran parte dell’armamentario della futura musica rock: pedale del distorsore, feedback, delay, riverberi, l’uso del wah-wah, dell’hammer-on (non saprei come tradurlo), il tutto applicando anche influenze medio-orientali e nell’ambito dei brani, deviazioni verso il canto Gregoriano, mantenendo però un appeal che permetterà a molte delle loro canzoni di essere successi nelle classifiche di vendita. Il primo album con Beck è For Your Love, parliamo sempre della versione Usa: oltre al pezzo con Clapton, ed altri con Eric, troviamo  tre brani con Jeff I’m Not Talking, I Ain’t Done Wrong e My Girl Sloopy, e nella versione potenziata del CD lo splendido singolo Heart Full Of Soul, dove si sente lo zampino del nostro con influenze raga, l’uso del sitar e una melodia vincente.

Nel Febbraio del 1966 partecipano anche al Festival di Sanremo, con Paff Bum e Questa Volta, e Mike Bongiorno li presenta come “Gallinacci”! Nel frattempo, a novembre 1965, era uscito Having A Rave Up, che nel LP originale aveva una seconda facciata Live con Clapton, ma nella prima si trovava la citata Heart Full Of Soul, oltre a fantastiche versione di Still I’m Sad, I’m A Man e The Train Kept-A-Rollin’, dove Beck comincia ad impazzare alla grande. Tra le bonus del CD un’altra canzone fenomenale come Shapes Of Things. Roger The Engineer, oppure semplicemente The Yardbirds in UK, è il primo (e ultimo) album compiuto con Beck, oltre ad un altro singolo incredibile come Over Under Sideways Down, contiene una serie di brani da album dove si apprezza la tecnica già unica sviluppata da Jeff, Lost Woman, The Nazz Are Blue, Jeff’s Boogie, Hot House of Omagararshid, durano tutte intorno ai tre minuti, ma gli assoli di Beck sono già da antologia della chitarra.

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Alla fine di agosto entra nella band come bassista Jimmy Page(ma in Happenings Ten Years Time Ago c’è John Paul Jones al basso), mentre Psycho Daisies è uno strano garage-psych-punk con Beck in una rara esibizione come cantante e Page al basso,  l’unica canzone con doppia solista è Stroll On, il brano per la colonna sonora di Blow-Up di Antonioni. Poi se volete integrare la discografia degli Yardbirds si trova anche un ottimo doppio Live At The BBC. Nel frattempo, Beck e Page avevano registrato Beck’s Bolero a maggio 1966, con John Paul Jones al basso e Keith Moon alla batteria, più Nicky Hopkins al piano, che esce nella primavera del 1967 e già avrebbe potuto essere un anticipo dei Led Zeppelin o del Jeff Beck Group, ma sarà invece l’inizio dei dissapori tra i due, su chi ha inventato la formula del power trio più cantante (visto che nel frattempo già erano entrati in azione Cream e Jimi Hendrix Experience) e pianista, nel caso di Beck.

Fine prima parte, segue.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 – Bonus Track. Pearls Before Swine – Balaklava

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Pearls Before Swine – Balaklava – Drag City CD

Pensavo che le recensioni riguardanti i dischi che nel 2018 hanno compiuto 50 anni si fossero esaurite con la disamina da parte di Bruno della versione ampliata di Cheap Thrills di Janis Joplin, ma, complice un momento in cui le novità discografiche latitano alquanto, ho voluto cogliere l’opportunità di parlare di un album che, pur non avendo l’importanza né del White Album né di Electric Ladyland (ma neppure di In Search Of The Lost Chord o The Village Green Preservation Society), rimane uno dei dischi più di culto dell’epoca nonché il capolavoro del gruppo che lo ha realizzato: sto parlando di Balaklava, secondo full-length dei Pearls Before Swine, band originaria della Florida e guidata da Tom Rapp, vulcanico e geniale musicista scomparso quasi esattamente un anno fa (l’11 febbraio 2018). I PBS oggi purtroppo sono un gruppo abbastanza dimenticato, ma tra gli anni sessanta e settanta erano fautori di un suono abbastanza unico in America, una sorta di fusione tra folk e psichedelia che non aveva molti termini di paragone: se proprio vogliamo, in certi momenti mi sembra di sentire il Tim Buckley meno sperimentale, mentre artisti contemporanei come Father John Misty e Fleet Foxes devono sicuramente qualcosa a questo tipo di sound.

 

I PBS erano una band i cui componenti venivano cambiati spesso e volentieri da Rapp, che era chiaramente il deus ex machina (e negli anni settanta Tom manterrà attivo il monicker nonostante i suoi lavori saranno sempre di più opere soliste): il loro esordio risale al 1967 con l’apprezzato One Nation Underground, ma è con Balaklava dell’anno seguente che i nostri pubblicano la loro opera unanimemente riconosciuta come la migliore. L’album prende il titolo dalla città della Crimea che fu teatro della famosa battaglia del 1854 tra impero russo da una parte e le forze alleate di Francia, Regno Unito ed impero ottomano dall’altra, ed è un lavoro dai testi profondamente anti-bellici, una sorta di pacifismo alternativo a quello della Summer Of Love della West Coast, mentre dal punto di vista musicale troviamo una serie di canzoni di stampo folk e sfiorate in più punti dalla psichedelia, una miscela intrigante che oggi viene riproposta con il suono opportunamente rimasterizzato per questa bella edizione che ricalca anche nella confezione il disco originale (e One Nation Underground aveva beneficiato dello stesso trattamento, quindi aspettiamoci la stessa cosa quest’anno per These Things Too, terzo album del gruppo), con la bella copertina che riproduce Il Trionfo Della Morte del visionario pittore olandese Pieter Bruegel: l’unico punto a sfavore di questa ristampa è la totale mancanza di bonus tracks, che ci stavano eccome dato che Balaklava durava appena mezz’ora.

In questo album la formazione dei PBS, oltre a Rapp che canta e suona la chitarra, comprende Jim Bohannon al piano, organo e marimba, Wayne Harley al banjo e Lane Lederer al basso, mentre un ridotto gruppo di ospiti (tra cui Warren Smith ed il noto jazzista Joe Farrell) riveste il suono con interventi di batteria, flauto, archi e corno inglese, mentre la produzione è nelle mani di Richard Alderson, già responsabile del suono dal vivo di Nina Simone, Thelonious Monk e Bob Dylan (compreso il mitico tour del 1966 con The Band). Dopo una breve introduzione parlata volta a ricreare un vecchio annuncio radiofonico, il disco si apre in maniera suggestiva con Translucent Carriages, un brano acustico in cui la voce limpida e decisamente da folksinger di Rapp viene doppiata dal suo stesso sussurro sullo sfondo, un’atmosfera bucolica e sognante di sicuro impatto. Il mood campestre prosegue con Images Of April, in cui si sente distintamente un cinguettio di uccelli, mentre un flauto accompagna la voce sospesa di Tom, e comincia a filtrare un certo sentore psichedelico; There Was A Man è semplicemente splendida, altro brano guidato da voce e chitarra e servito da una melodia straordinaria, in assoluto la migliore dell’album: nella gentilezza con la quale Rapp porge la canzone vedo qualcosa di Tim Hardin, altro grande songwriter oggi purtroppo dimenticato.

I Saw The World è tenue ed onirica, ma la strumentazione è più presente e circonda in maniera limpida la voce del leader, con il piano a dominare ed una leggera orchestrazione sul finale, Guardian Angels è un delizioso bozzetto per voce e quartetto d’archi, con un suono low-fi creato volutamente per farlo sembrare un brano uscito da un 78 giri degli anni venti, mentre Suzanne è proprio quella di Leonard Cohen (ed unica cover del disco), un pezzo perfetto per l’approccio di Tom e compagni, versione pulita, cristallina e leggermente più elettrica di quella del poeta canadese. Il CD, trenta minuti di pura bellezza, si chiude con la pacata Lepers And Roses, con una squisita base strumentale per piano, basso, flauto ed organo (e qui la somiglianza con Buckley è più marcata) e con la tesa ed inquietante Ring Thing, in assoluto il brano più psichedelico della raccolta. Un plauso alla Drag City per aver ritirato fuori dalla naftalina un gruppo come i Pearls Before Swine: Balaklava, oltre ad essere un piccolo grande disco, risulta attuale ed innovativo ancora oggi.

Marco Verdi

“Nuovi” Dischi Live Dal Passato 3. Heart – Live In Atlantic City

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Heart – Live In Atlantic City – EarMusic/Edel CD/BluRay

Le Heart, noto duo formato da Ann e Nancy Wilson, non si sono mai tirate indietro quando si è trattato di immettere sul mercato degli album dal vivo. Solo negli ultimi cinque anni ci sono state ben quattro uscite registrate on stage (Fanatic Live, il natalizio Home For The Holidays, Live At The Royal Albert Hall con l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2016/12/24/un-po-di-sano-classic-rock-al-femminile-heart-live-at-the-royal-albert-hall/  ed il Live At Soundstage), ed ora la label tedesca Edel va ad infittire il gruppo con questo Live In Atlantic City, pubblicato nel doppio formato CD/BluRay e registrato nel marzo del 2006 nell’ambito della trasmissione a sfondo rock Decades Live (la stessa da cui è stato tratto il disco dallo stesso titolo dei Lynyrd Skynyrd uscito lo scorso anno). Mercato inflazionato o no, le Wilson Sisters dal vivo sono sempre un bel sentire, dato che stiamo parlando forse del miglior gruppo rock al femminile in circolazione (in realtà un duo, la backing band è sempre stata molto variabile): Nancy è una valida chitarrista ritmica e ha sempre avuto un’eccellente presenza scenica, mentre Ann, a discapito di un fisico non esattamente da pin-up, ha mantenuto negli anni una potenza vocale formidabile, una sorta di versione femminile di Robert Plant, non a caso il cantante che l’ha influenzata di più.

Live In Atlantic City riassume in quattordici canzoni una performance molto solida del gruppo (completato dal chitarrista Craig Bartok, dalla tastierista Debbie Shair e dalla sezione ritmica formata da Mike Inez e Ben Smith), con l’aggiunta di diversi ospiti la cui presenza, va detto, è sempre in secondo piano rispetto a quella delle due sorelle Wilson, che restano indubbiamente le mattatrici della serata. I primi tre pezzi vedono salire sul palco Dave Navarro, chitarrista di Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers: l’inizio è appannaggio di Bébé Le Strange, versione potente e decisamente zeppeliniana, con sezione ritmica granitica, chitarre in gran spolvero ed Ann che “addenta” da subito la canzone con la sua solita grinta. Straight On è un bell’esempio di funky-rock godibile dalla prima all’ultima nota, con un refrain diretto e vincente ed Ann che tira fuori una voce della Madonna, mentre Crazy On You è una delle signature songs del duo, un pezzo rock tirato ed elettrico, grande riff d’apertura e ritornello epico. All’epoca di questo show l’ultimo album delle due sorelle era Jupiters Darling, dal quale viene tratta Lost Angel, elettroacustica e folkeggiante (ma sempre alla maniera dei Led Zeppelin); a proposito di Zeppelin, nel CD troviamo due notevoli cover dello storico gruppo di Page e Plant, e cioè una devastante Rock’n’Roll in cui Ann e Nancy sono raggiunte da Gretchen Wilson e, ancora con Navarro, una altrettanto roboante interpretazione di Misty Mountain Hop, che non sfigura di fronte all’originale.

Gretchen (che porta dunque a tre il numero di Wilson sul palco) è presente anche nella rilettura di Even It Up, possente rock’n’roll con ritmo e chitarre come si non ci fosse domani, mentre Dog And Butterfly, una bellissima ballata acustica, viene cantata a due voci insieme a Rufus Wainwright. Non ho mai amato gli Alice In Chains, e sinceramente non capisco la loro “intrusione” (insieme all’ex Guns’n’Roses Duff McKagan) dato che non interagiscono con le Heart ma si limitano ad eseguire due brani del proprio repertorio (Would? e Rooster); per fortuna subito dopo abbiamo una strepitosa versione lenta ed acustica di Alone, forse la ballata più bella di sempre delle Heart, nella quale Ann duetta con Carrie Underwood regalandoci una prestazione vocale da pelle d’oca. Finale senza ospiti con tre classici assoluti del songbook delle due Wilson: la mossa Magic Man, ancora influenzata dal Dirigibile, una fluida e scintillante Dreamboat Annie, molto folk e con assolo di flauto da parte di Ann, e chiusura con la potentissima e sanguigna Barracuda. Non sono contrario di principio al proliferare di album dal vivo delle Heart: finché la qualità è quella di Live In Atlantic City possono pubblicarne anche uno ogni tre mesi, io non mi stanco di sicuro.

Marco Verdi