E Questa Invece E’ Brava: Se Lo Dice Anche Bonamassa Sarà Vero! Joanne Shaw Taylor – Wild

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Joanne Shaw Taylor  – Wild – Axehouse Music

La regola, ricordata in un famoso detto, dovrebbe essere, “chi si loda si imbroda” e una come Joanne Shaw Taylor che nel suo sito viene presentata come “the finest female blues rock singer and guitarist” (ma Susan Tedeschi e Bonnie Raitt, per citarne due, saranno contente?) potrebbe rientrare nella categoria delle “montate”, ma visto che invece non siamo molto lontani dalla verità, se aggiungiamo “one of” all’inizio della frase ci siamo, e poi la nostra amica, è giovane (30 anni nel 2016, ops mi è scappata l’età, non si dovrebbe), bionda, carina e pure brava. La sua crescita qualitativa è esponenziale, prima l’ottimo Live Songs From The Road http://discoclub.myblog.it/2013/12/16/bella-brava-bionda-suona-il-blues-joanne-shaw-taylor-songs-from-the-road/ , poi il trasferimento negli States (la Shaw Taylor è inglese, se non lo avevamo detto) per un primo album, The Dirty Truth http://discoclub.myblog.it/2014/11/23/porti-la-chitarra-bella-bionda-joanne-shaw-taylor-the-dirty-truth/ , registrato a Conce, Tennessee, con la produzione di Jim Gaines e l’aiuto di alcuni eccellenti musicisti locali; ora per il nuovo Wild, quinto disco di studio, trasferta di poche miglia ai Grand Victor Sound Studios di Nashville, dove opera abitualmente Kevin Shirley, il produttore di Joe Bonamassa, che ha espresso più volte il suo apprezzamento per Joanne, definendola una delle migliori cantanti, autrici e chitarriste del blues contemporaneo, utilizzandola anche come opening act nel suo recente tour dedicato alla British Blues Explosion e addirittura “prestandole” una parte della sua band per la registrazione del nuovo album.

Infatti nel disco appaiono il bassista Michael Rhodes, la sezione fiati di Paulie Cerra e Lee Thornburg, oltre alle tre splendide coriste Mahalia Barnes, Juanita Tippins e Jade MacRae, con l’aggiunta di Rob McNelley alla seconda chitarra, Steve Nathan alle tastiere e Greg Morrow alla batteria. Ma protagoniste assolute sono le canzoni dell’album, incanalate attraverso la voce roca e la Gibson della Shaw Taylor. Dying To Know è una bella partenza, tra boogie e classico british blues alla Rory Gallagher, ma pure vicina ovviamente al sound dell’ultimo Bonamassa, con la chitarra subito in azione, fluida ed aggressiv ; Ready To Roll, anche se le coriste ci mettono del loro nel call and response, è un rock-blues funky ed energico, ma più scontato nello svolgimento, anche se la chitarra fa sempre il suo dovere, e Get You Back, sempre con i dovuti distinguo, sembra comunque ispirarsi di nuovo alle atmosfere del Rory Gallagher più aggressivo, con le linee della solista sempre interessanti e le coriste scatenate https://www.youtube.com/watch?v=yRQbOd_1h1c . No Reason To Stay, con una atmosferica introduzione di piano, tastiere e chitarra, poi si sviluppa come un brano dei primi Dire Straits, incalzante e con un bel crescendo chitarristico  https://www.youtube.com/watch?v=bsVfuKSjdqg. Wild Is The Wind è il classico pezzo di Dimitri Tiomkin, la facevano anche Nina Simone e David Bowie, qui diventa una sorta di moderna soul ballad, cantata con passione dalla Shaw Taylor che sfodera anche un paio dei suoi migliori assoli del disco, lirici ed avvolgenti.

Wanna Be My Lover torna al rock-blues potente ed aggressivo che è una delle prerogative della bionda inglese, con tutta la band ben evidenziata dalla produzione nitida di Shirley. I’m In Chains vira verso un hard-rock made in the 70’s, con potenti riff alla Deep Purple, ma anche derive boogie sudiste, chitarre taglienti e le coriste che tornano più agguerrite che mai. I Wish I Could Wish You Back, titolo da scioglilingua amoroso, è una bella ballata, impreziosita dalla voce roca della Shaw Taylor, molto presa da questa canzone di rimpianti di amore, arrangiamento comunque di raffinata complessità. A sorpresa poi arriva My Heart’s Got A Mind Of Its Own, un brano tra swing con fiati, soul e il classico sound pianistico di Leon Russell, che è il co-autore del brano, una canzone dove Kevin Shirley applica le variazioni sonore utilizzate negli album di Bonamassa in coppia con Beth Hart, mentre in conclusione la Shaw Taylor si inventa un assolo alla BB King. Nothing To Lose torna al miglior blues-rock, potente e vigoroso, con notevoli fiammate chitarristiche.

In conclusione un classico di Gershwin con cui già in passato si sono confrontati colossi del rock, Summertime (penso alla versione di Janis Joplin a cui chiaramente si rifà questa della Shaw Taylor): niente male, con inserti pianistici ad impreziosirla ed una buona prestazione vocale della nostra amica, molto impegnata anche alla solista con una serie di assoli notevoli. Come è ormai diventata (pessima) usanza, visto quanto le fanno pagare, c’è anche una Deluxe edition singola, con due tracce aggiunte, Sleeping On A Bed Of Nails e Your Own Little Hell, due ulteriori buoni pezzi che confermano la qualità complessiva di questo Wild e il talento della bionda Joanne Shaw Taylor.

Bruno Conti

Un Altro Talento In Azione, Giovane Di Nome E Di Fatto! Austin Young Band – Not So Simple

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Austin Young Band – Not So Simple – VizzTone Label Group

Il nostro amico Austin, oltre che di cognome, è giovane anche di fatto: quando usciva il suo primo album Blues As Can Be del 2013, come Austin Young & No Difference, di anni ne aveva addirittura 17, ma anche oggi non è che sia particolarmente anziano. Guardando le foto, si direbbe che il bassista Alex Goldberg, di quella che nel frattempo è diventata la Austin Young Band, di anni ne abbia ancora meno, e pure il batterista Forrest Raup, per quanto già insegni “drumming” quando non è impegnato con il gruppo, non sembra particolarmente anziano. Nella prima versione della band il batterista era Tim Young, il babbo di Austin, genitore e mentore, scomparso all’inizio dell’anno a 57 anni, sono un poco quelle storie da libro Cuore che riscaldano i sentimenti. Vengono dal Colorado, non il primo stato a cui si pensa parlando di blues, ma l’etichetta che pubblica i loro lavori è la VizzTone di Chicago, quella di Bob Margolin, Cathy Lemons, Debbie Davies, in passato dei Trampled Under Foot e della James Montgomery Band, quindi i nostri sono portatori sani delle 12 battute classiche e nello stesso tempo un nome nuovo che si affaccia sulle scene: lui cita tra le sue influenze Albert King e Hubert Sumlin, ma anche Gary Clark Jr., Eric Gales e Joe Bonamassa, e nel primo album c’era un brano Miss You Moore che era dedicato a Gary Moore.

Quindi Austin potrebbe aggiungersi alla lista degli artisti che si sono fatti un nome da molto giovani, oltre al citato Bonamassa, Monster Mike Welch, Johnny Lang, Kenny Wayne Shepherd, Eric Steckel e molti altri: poi vedremo se manterrà le promesse, per il momento questo Not To Simple è un ottimo biglietto da visita. Tutti i brani sono firmati dalla band e dimostrano che la guida spirituale affidata al babbo scomparso (a cui è dedicata la conclusiva struggente Angel Flying Home) e a Stevie Ray Vaughan (non lo avevamo ancora citato), è ben riposta. Le tracce sono dodici in tutto ed il sound, a differenza di quello abituale della Vizztone, è bello tosto e tirato, un rock-blues vigoroso da power trio, che si apprezza subito fin dall’iniziale Take Me Away, dove Young comincia subito a strapazzare la sua solista, con uno stile da consumato performer, suoni pieni ed atmosfere gagliarde anche per l’insieme della band, con la chitarra, ma anche la voce, sicure e degne di nota, ricche di tecnica ma dal tocco elegante e con continue dimostrazioni del suo virtuosismo nell’ambito rock-blues dell’album, come dimostrato  nella successiva Barren Road Blues, che rimanda anche al sound di Robben Ford o Jeff Healey, come pure di gruppi di classico 70’s hard rock, ben coadiuvati da un organista non citato nelle note, sentite come rilanciano il groove del brano di continuo. Non manca anche un sapore sudista, come nella brillante Something More, dove entra in scena anche una sezione fiati, e la lezione di Albert King sembra più evidente, con il suono rotondo del basso e l’agile lavoro della batteria molto godibili, mentre accompagnano le eleganti evoluzioni della chitarra, insomma forse niente di nuovo, potremmo rientrare nella sezione inventori dell’acqua calda, ma il suono, anche per questo, ti scalda.

La voce è ancora a tratti acerba, specie quando si cimenta con ballate come la title track Not So Simple, dove comunque la chitarra scorre fluida e gentile, ma, ripeto, la stoffa c’è, se amate il genere ovviamente, se no passate oltre. Sets Me Free, Heal My Heart, Letting Me Go, nella loro varietà di stili, confermano che c’è un talento in azione, da costruire, ma dal notevole potenziale, se non altro godibile per l’indubbia freschezza dell’approccio. Non mancano il classico shuffle, Moving On, con uso di slide e lo slow blues intenso e lancinante, ma anche ricco di melodia, di Mountains On Fire e di nuovo il suono rock 70’s della mossa Free, poi replicato in un potente strumentale come Whirlwind (forse il pezzo migliore), che dimostra che nella discoteca del nostro amico ci deve essere anche qualche disco degli Zeppelin, o in difetto di Joe Bonamassa. A concludere la delicata Angel Flying Home dedicata al padre, un brano solo voce e chitarra acustica arpeggiata, poi arricchita da un assolo di elettrica toccante e molto sentito. Se insisterà possiamo aspettarci buone cose anche per il futuro.

Bruno Conti

Finché Fa Dischi Così Belli, Può Farne Quanti Ne Vuole! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray – 3 LP – Mascot/Provogue

Credo che per Joe Bonamassa il disco dal vivo sia come una religione (o forse vuole battere i record assoluti di uscite, ma gente come Grateful Dead, Phish o gli stessi Gov’t Mule saranno difficilmente superabili, anche se a questi ritmi potrebbe farcela): in fondo è ancora giovane, 39 anni quest’anno, e fino ad oggi a nome suo ne già ha pubblicati 13, compreso quello con Beth Hart (14 con questo) più la collaborazione con i Rock Candy Funk Party. Comunque al di là dei fattori numerici quello che conta è la qualità degli album, e quella ultimamente non manca mai, e dietro questi album dal vivo c’è spesso una idea intrigante: il disco acustico alla Vienna Opera House, la collaborazione con una grande vocalist come la Hart, il disco nell’anfiteatro di Red Rocks, che è anche un omaggio alla musica di Howlin’ Wolf e Muddy Waters, nel caso di Live At The Greek Theatre, l’oggetto del concerto è la musica dei tre grandi King del blues, B.B., Freddie e Albert, in una selezione dei loro brani migliori, più qualche chicca, estratti dal tour di 14 date negli anfiteatri americani dell’estate del 2015. E per sapere cosa ci/vi aspetta per il futuro, nel 2016 Bonamassa ha girato i palcoscenici europei (compresa una data italiana) con uno spettacolo incentrato sui grandi della British Blues Invasion, ovvero Beck, Clapton e Page, non aggiungo altro.

Ma concentriamoci su questo doppio CD ( e nel DVD doppio ci sono vari extra musicali, oltre ad una intervista con i genitori di Joe): Bonamassa è accompagnato dalla sua fantastica band, Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso, Reese Wynans, tastiere, oltre a Lee Thornburg, Paulie Cerra e Ron Dziubla, alla sezioni fiati, Kirk Fletcher, chitarra aggiunta e le coriste Jade Mcrae e Juanita Tippins, guidate dalla bravissima Mahalia Barnes (la figlia di Jimmy, che duetta anche con Joe in una spumeggiante versione di Let The Good Times Roll, uno dei super classici di B.B. King). Brano che troviamo solo verso metà concerto, l’apertura è affidata a See See Baby, dal repertorio del forse meno noto, ma sempre grandissimo, dei tre re, Freddie King, versione compatta e swingante, con i fiati a manetta, Dziubla e Cerra anche al proscenio e il piano di Wynans subito sul pezzo, poi entra la solista di Joe, limpida ed inventiva, come richiede il repertorio. Anche Some Other Day Some Other Time era di Freddie, Federal 1964, forse meno conosciuta della precedente, la cantava pure Tony Bennett, ma qui Bonamassa comincia a scaldare le mani con un paio di soli dei suoi e il ritmo ha tocchi latineggianti. Ormai si sarà capito che la prima parte del concerto è dedicata a Freddie King, Lonesome Whistle Blues è un lento di quelli atmosferici e sofferti, tutto chitarra lancinante e torrida e piano, ma Joe canta anche bene e con voce sicura in tutto il concerto, ben spalleggiato a richiesta da Mahalia, per esempio in Sittin’ On The Dock Boat di nuovo danzabile e R&B, con formidabili inserti di chitarra, che poi assurge a protagonista assoluta in You’ve Got To Love Her With A feeling, uno slow dove la solista vi fa il pelo e il contropelo, e Going Down l’avrà anche scritta Don Nix ma la versione di riferimento era quella di Freddie, blues e rock a braccetto.

Cambia il soggetto, si passa ad Albert King, ma partendo da I’ll Play The Blues For You si rimane in quel blues misto soul di cui l’omone di Indianola era maestro assoluto nelle sue incisioni Stax, con tanto di Flyng V sfoderata da Joe https://www.youtube.com/watch?v=qoX0Olfqziw , e anche I Get Evil era uno dei classici assoluti del blues, qui rifatto con grinta da leone e assolo di organo di Wynans da sballo. Breaking Up Somebody’s Home è in una versione lunga e torrida, con la band che crea un train sonoro dove Bonamassa può scaricare la solista alla grande e in Angel Of Mercy la febbre sale ancora, il concerto comincia a scaldarsi, il blues si tinge di rock e si comincia a godere https://www.youtube.com/watch?v=kUJsi4vuGjY , mentre il funky-jazz-soul di Cadillac Assembly Line, ancora Albert, conclude la prima parte https://www.youtube.com/watch?v=bSLXTxKHDS4 .

Per il secondo CD è B.B. King time, ma all’inizio del dischetti c’è ancora una Oh Pretty Woman di Albert King da manuale del blues, di Let The Good Times Roll abbiamo detto, ma non vogliamo parlare di una Never Make Your Move Too Soon bella cattiva https://www.youtube.com/watch?v=HW9qLOfHabI ? Poi tocca allo spiritual meets blues di Ole Time Religion, che uno di solito non assocerebbe a lui, ma era su un disco del 1959 B.B. King Sings Spirituals e qui le tre coriste prima di lasciare il proscenio alla solista di Joe ci danno dentro di gusto.. Poi a seguire una versione in crescendo torrenziale di Nobody Loves Me But My Mother, quattro minuti di assolo da spellarsi le mani per gli applausi prima della parte cantata, una divertente Boogie Woogie Woman per stemperare la tensione, prima di una colossale Hummingbird, dieci minuti di pura magia sonora, dove Bonamassa dà fondo a tutte le sue riserve di feeling, splendida versione. E i tre bis diciamo pure che non sono malaccio neanche quelli: Hide Away, velocissima e fulminante, Born Under A Bad Sign, in una versione da “Creaminologo”, ma con fiati, coriste e tastiere aggiunte ad allargarne lo spettro sonoro, e per finire in gloria The Thrill Is Gone, che fin che verrà fatta così bene il brivido non se ne andrà mai. Riding With The Kings, posta in coda come bonus è un adattamento del pezzo di John Hiatt, una versione sapida cantata a due voci con Mahalia Barnes. Fino a che fa dei dischi così  belli come si fa a rimproverarlo, forse per la copertina un po’ pacchiana!

Bruno Conti

A Proposito Di Ritorni: Ancora Lui, Eccolo Di Nuovo! Joe Bonamassa – Live At The Greek Theater

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Joe Bonamassa – Live At The Greek Theatre – 2 CD – 2 DVD – Blu-Ray Mascot/Provogue EU JR Adventures USA – 23/09/2016

Ormai non vi propongo più il giochino del “Eravate preoccupati?”: puntuale come un orologio svizzero, almeno due volte all’anno Joe Bonamassa ci propone una nuova uscita discografica. Dopo il notevole Blues Desperation, uscito ad inizio primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/, questa volta tocca ad un album (o video) dal vivo: solo per citare i luoghi più famosi dove Bonamassa ha suonato, dopo la Royal Albert Hall, il Beacon Theatre, la Vienna Opera House, il Carré Theatre di Amsterdam con Beth Hart, le quattro venue di Londra del tour 2013, Red Rocks, con il tributo a Muddy Waters e Howlin’ Wolf, la Radio City Music Hall, questa volta tocca al Greek Theatre di Los Angeles. Una sorta di giro del mondo in alcune delle più grande locations concertistiche sparse per il globo terracqueo, che probabilmente nei prossimi anni si arricchirà di nuovi capitoli. Come nella serata al Red Rocks a due passi da Denver, in Colorado, anche in questo caso si tratta di un concerto evento, dedicato ai tre grandi “King” del Blues, Albert, Freddie B.B, tre vere leggende che Joe omaggia rileggendo il loro repertorio, con la consueta grande perizia tecnica, ma anche con passione e devozione, da parte di quello che è ormai considerato l’ultimo grande “guitar hero” del blues (e del rock).

Io, per essere sincero, mi aspettavo qualcosa di nuovo delle sue collaborazioni con Beth Hart, magari un disco nuovo di studio, oppure estratti dalla serie di concerti registrati in crociera per la Keeping the Blues Alive at Sea, ma probabilmente è solo questione di tempo. E per non farsi mancare nulla Joe Bonamassa, questa estate, nel nuovo tour, ha dedicato una serie di concerti alla British Blues Explosion, ovvero Eric Clapton, Jeff Beck Jimmy Page, in ordine di apparizione. E questo sarà presumo uno dei prossimi progetti del nostro https://www.youtube.com/watch?list=PLe1oL2lSY_Fv2zNaya13D8jZLhn-B8bnk&v=n_KLvqPVuGQ

Ma nel frattempo prepariamoci a gustarci il nuovo Live At The Greek Theatre, registrato nel suo tour Three Kings durante l’estate del 2015, accompagnato dalla sua fantastica band: Anton Fig (drums), Michael Rhodes (bass), Reese Wynans (Keys), Lee Thornburg (trumpet), Paulie Cerra (saxophone), Ron Dziubla (saxophone), Kirk Fletcher (Guitar), Mahalia Barnes  (la figlia di Jimmy, che è quella che canta con Joe nel primo video all’interno del Post), Jade MaCrae e Juanita Tippins (Vocals). Il concerto uscirà nei consueti formati: doppio CD, doppio DVD, con un secondo dischetto bonus, che contiene vari dietro le quinte registrati durante le prove, un video intitolato Riding With The Kings e una inedita conversazione con i genitori di Bonamassa. Stesso discorso per il Blu-Ray. Naturalmente tutti i formati contengono i 22 brani che sono stati registrati per il concerto:

Tracklist
[CD1]
1. See See Baby
2. Some Other Day, Some Other Time
3. Lonesome Whistle Blues
4. Sittin’ On The Boat Dock
5. You’ve Got To Love Her With A Feeling
6. Going Down
7. I’ll Play The Blues For You
8. I Get Evil
9. Breaking Up Somebody’s Home
10. Angel Of Mercy
11. Cadillac Assembly Line

[CD2]
1. Oh, Pretty Woman
2. Let The Good Times Roll
3. Never Make Your Move Too Soon
4. Ole Time Religion
5. Nobody Loves Me But My Mother
6. Boogie Woogie Woman
7. Hummingbird
8. Hide Away
9. Born Under A Bad Sign
10. The Thrill Is Gone
11. Riding With The Kings

[DVD or Blu-ray]
1. Beginnings
2. See See Baby
3. Some Other Day, Some Other Time
4. Lonesome Whistle Blues
5. Sittin’ On The Boat Dock
6. You ve Got To Love Her With A Feeling
7. Going Down
8. I’ll Play The Blues For You
9. I Get Evil
10. Breaking Up Somebody’s Home
11. Angel Of Mercy
12. Cadillac Assembly Line
13. Oh, Pretty Woman
14. Let The Good Times Roll
15. Never Make Your Move Too Soon
16. Ole Time Religion
17. Nobody Loves Me But My Mother
18. Boogie Woogie Woman
19. Hummingbird
20. Hide Away
21. Born Under A Bad Sign
22. The Thrill Is Gone
23. Riding With The Kings (Credits)

Quindi non ci resta che attendere il prossimo 23 settembre per godere ancora una volta come ricci!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Favoloso “Vero Soul” Australiano! Jimmy Barnes – Soul Searchin’

jimmy barnes soul searchin

Jimmy Barnes – Soul Searchin’ –  Liberation Music (2 CD Deluxe Edition)                    

Jimmy Barnes è uno dei rocker più gagliardi mai prodotti dal continente australiano: nel 2014 ha festeggiato con 30:30 Hindsight 30 anni di carriera discografica come solista http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ . Ma prima ancora, dal 1973, e dal 1978 discograficamente parlando, è anche il leader dei Cold Chisel, il gruppo a cui deve la sua fama, e che nel 2015 si sono ritrovati per un secondo album, The Perfect Crime, dopo la reunion del 2012. Ma una delle altre principali passioni del musicista di origini scozzesi (oltre al rock) è sempre stata la musica nera, rivista attraverso la sua particolare ottica rock, ma sempre con un sano rispetto per i musicisti ed i brani originali: il nostro amico ha dedicato una tetralogia a questa passione, Soul Deep del 1991, Soul Deeper…Songs From The South del 2000, The Rhythm And The Blues del 2009 e ora il nuovo Soul Searchin’, di cui ci occupiamo tra un attimo, oltre a molti album Live dove ha sviscerato ulteriormente l’argomento. Inutile dire che, assieme ad alcune prove con i Cold Chisel, questi dischi sono probabilmente i migliori della sua carriera. E l’ultimo è forse il migliore in assoluto.

Anche se questi album vengono sempre pubblicati solo per il mercato australiano (e raramente poi su quello americano) e quindi la reperibilità è difficoltosa e il costo elevato, vale assolutamente la pena di effettuarne la ricerca. Soul Searchin’ esce addirittura anche in una versione Deluxe in 2 CD, con 8 brani aggiunti, registrati nelle stesse sessions a Nashville dello scorso anno, sotto la produzione di Kevin Shirley, e con la partecipazione in studio dei Memphis Boys, i leggendari musicisti che hanno partecipato ad alcune registrazioni di Elvis Presley degli anni d’oro, tra cui In The Ghetto e Suspicious Minds, ma anche ai dischi di Aretha Franklin, Dusty Springfield, Box Tops, Bobby Womack, Wilson Pickett e molti altri artisti, anche country, all’American Sound Studio di Memphis. Come detto, questa volta sono tutti in trasferta a Nashville, a un altro celebre studio, il Grand Victor, quello costruito da Chet Atkins nel 1965, oltre ai Memphis Boys (Cogbill. Leech, Reggie Young, Bobby Emmons, Bobby Wood eccetera), presenti in quattro brani e che veleggiano verso gli 80 anni, ma da come suonano non si direbbe, ci sono anche Steve Cropper, Dan Penn, una pimpante sezione fiati e un piccolo gruppo di background vocalists e, ad abbassare la media, come età, anche Joe Bonamassa, alla chitarra, in una poderosa rilettura di In A Broken Dream il famoso brano dell’australiano Python Lee Jackson, nella cui versione originale cantava Rod Stewart https://www.youtube.com/watch?v=aGA96kM7-CU .

Per il resto sono tutti pezzi soul o quasi, molti oscuri, cercati appositamente da Barnes, altri celeberrimi, ma tutti bellissimi ed eseguiti veramente bene, con gusto e feeling, oltre ad avere un suono splendido. Ed ecco scorrere She’s Looking Good, che apre l’album, un classico minore di Wilson Pickett, Hard Working Woman, uno splendido brano del recentemente scomparso Otis Clay (l’8 gennaio di quest’anno, lo stesso giorno di Bowie, e quindi non lo ha ricordato quasi nessuno), più avanti, nelle bonus, c’è anche I Testify, e ancora una fantastica A Woman Needs To Be Loved del carneade Tyrone Fettson, incorniciata da uno splendido assolo di chitarra e da una interpretazione magnifica di Barnes. Cry To Me di Solomon Burke la conoscono tutti ed è sempre bellissima, come la giri https://www.youtube.com/watch?v=d4WNRCv05iI , mentre If Loving You Is A Crime (I’ll Always Be Guilty), il primo pezzo con i Memphis Boys, è una deep soul ballad emozionante, anche questa di uno sconosciuto, Lee Moses, seguita da It’s How You Make It Good, un altro uptempo con fiati scritto da Paul Kelly, anche questo con solo lancinante di chitarra e classici urletti R&B di Jimmy.

I Worship The Ground You Walk On è un brano firmato dalla premiata ditta Dan Penn/Spooner Oldham, con Steve Cropper alla chitarra, e Barnes racconta che Penn era presente alla registrazione di questo e di altri due brani, e di come fosse “strano” ed emozionante, mentre si registrava, avere qualcuno che ti diceva “questa l’ho scritta io, e anche questa”. Per esempio The Dark End Of The Street, versione splendida, con Penn che duetta con Jimmy Barnes https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg . Insomma per farla breve, tutto il disco è di grande spessore, ci sono anche Lonely For You Baby, una splendida Mercy Mercy di Don Covay (la facevano anche gli Stones), ancora due brani di Wilson Pickett, Mustang Sally e In The Midnight Hour, Drowning In The Sea Of Love e l’omaggio a Elvis di Suspicious Minds. Ma non c’è un brano scarso. Grande disco, super consigliato a tutti, non solo per gli amanti della soul music.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Anteprima Nuovo Joe Bonamassa, Ormai Una Certezza! Blues Of Desperation In Uscita il 25 Marzo

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Joe Bonamassa – Blues Of Desperation – J&R Records Mascot/Provogue 

Prima di lasciarvi alla lettura della recensione, vi ricordo, anzi vi mostro, che il disco esce in due versioni differenti, con lo stesso contenuto musicale comunque, quella “normale”, che vedete sopra, anche nel prezzo, e quella Deluxe Silver Edition, che ovviamente costerà tra i 2 e i 3 euro in più, che vedete sotto, stessi brani ripeto, 11 per entrambe, quindi, vedete voi, ma mi pare la solita “fregatura” delle case, libretto molto bello (il Bona-Seum?), per l’amor di Dio, ma si compra la musica o il contenuto? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Eccoci al consueto appuntamento con il nostro amico Joe Bonamassa: no, non è in ritardo, e neppure, al contrario, fuori media, il precedente disco di studio Different Shades of Blue era uscito a settembre del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/09/10/ebbene-si-eccolo-joe-bonamassa-different-shades-of-blues/ , e in fondo nel 2015 ha pubblicato “solo” due Live, uno strepitoso http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/ e il CD del side project Rock Candy Funk Party http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Prossimamente, sempre per il 2016, è annunciato un disco dal vivo alla Carnegie Hall; e sempre nel corso dell’anno potrebbe uscire anche un nuovo disco con Beth Hart, visto che i due hanno appena partecipato insieme ai concerti della serie Keeping The Blues Alive At Sea.

Nel frattempo godiamoci questo Blues of Desperation, il suo dodicesimo album di studio, in uscita il 25 marzo. Come al solito prodotto da Kevin Shirley, registrato in quel di Nashville, Joe annuncia che per questo album ha cambiato i soliti amplificatori Marshall per passare agli ampli Fender, per ottenere un tipo di suono differente e Shirley ricorda anche che nel disco, in molti brani, sono impiegati due batteristi contemporaneamente per ottenere un sound più corposo e grintoso (pensavo fosse difficile), senza tralasciare momenti più acustici come negli album precedenti. Anche i musicisti sono i soliti, Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes al basso, Anton Fig alla batteria, affiancato sempre ai tamburi da Greg Morrow, non manca la sezione fiati, Lee Thornburg, Paulie Cerra e Marc Douthit, oltre ad un terzetto di backing vocalists, capitanato da Mahalia Barnes, la figlia di Jimmy, al cui disco Joe aveva partecipato, alzando la quota delle partecipazioni del 2015.

Veniamo alle canzoni, undici in tutto: This Train ti viene addosso come un treno a tutta velocità, la batteria fila veloce, il piano quasi barrelhouse sottolinea il mood del brano e Bonamassa lavora di fino con le sue chitarre, una in modalità slide, l’altra con accordatura normale e le coriste si limitano a sottolineare https://www.youtube.com/watch?v=H-PD7EekUtI . Mountain Climbing, con doppia batteria, è rocciosa, a tutto riff, molto Led Zeppelin style, con la chitarra in primo piano, quasi tirata in faccia all’ascoltatore https://www.youtube.com/watch?v=5jd_jHu97rY , in un solo di cui Jimmy Page sarebbe stato orgoglioso, con Joe che se la cava egregiamente anche nel reparto vocale, ben sostenuto dalle tre voci femminili. Drive, sempre con doppia batteria, è un brano elettroacustico, molto più complesso e raffinato, dall’atmosfera soffusa e ricercata che poi acquista vigore con il dipanarsi della canzone in un bel crescendo, tra rock e blues, come nei migliori pezzi del chitarrista newyorkese, eccellente la sezione ritmica con Michael Rhodes che è un bassista di gran tecnica in grado di interagire con le evoluzioni della solista di Bonamassa, molto misurato in questo brano, mentre l’arrangiamento con voci e organo sullo sfondo è sempre ben equilibrato, grazie anche alla produzione di Shirley che evidenzia tutti gli strumenti.

In un disco con un titolo così qualche escursione nelle 12 battute classiche non può mancare, No Good Place For The Lonely è la prima, una blues ballad lunga e sinuosa, quasi alla Gary Moore, con archi soffusi ad ampliare lo spettro sonoro, tutto finalizzato per l’immancabile solo di Joe, che parte piano e poi diventa lancinante ed urgente nel suo dipanarsi, di nuovo con agganci agli Zeppelin migliori nella parte con wah-wah, grande pezzo! Blues Of Desperation, nonostante il titolo, sta più dalle parti di Kashmir che del Mississippi, anche geograficamente oltre che musicalmente, con influenze orientali inserite su un bel pezzo rock di quelli tosti e quando i due batteristi innestano un ritmo alla Bonzo sul quale Bonamassa strapazza le sue chitarre si gode.

Con The Valley Runs Low ci infiliamo in una oasi di tranquillità, una sorta di soul ballad con contrappunti vocali molto piacevoli e doppia chitarra acustica ben supportata da un piano elettrico intrigante, mentre You Left Me Nothin’ But The Bill And The Blues è un bel pezzo tra blues e R&R, semplice ed immediato, con un breve assolo di piano di Wynans alternato alla solista di Joe; con Distant Lonesome Train che reintroduce di nuovo il tema del viaggio in questo caso si va verso territori blues-rock, sempre sottolineati dal preciso lavoro dei musicisti, veramente bravi a costruire un perfetto groove per le divagazioni della chitarra, che, diciamocelo, in fondo sono il motivo per cui si prendono i dischi di Bonamassa. How Deep This River Runs di nuovo rallenta i tempi, che rimangono comunque intensi e pronti ad infiammarsi con improvvise vampate chitarristiche, mentre quasi alla fine, in Livin’ Easy, arrivano anche i fiati per un blues di quelli duri e puri, molto classico nelle sue sonorità, poi ribadito in uno slow blues à la B.B. King di quelli grandiosi, sempre con uso di fiati, e What I’ve Known For A Long Time va a chiudere in bellezza una ennesima buona prova di Bonamassa, suonacene ancora uno Joe!

Bruno Conti  

In Attesa Del Nuovo Live Ecco “L’Altro” Bonamassa. Rock Candy Funk Party – Groove Is King

rock candy funk party groove is king

Rock Candy Funk Party Featuring Joe Bonamassa – Groove Is King – J&R Adventures/Provogue

Forse, anzi sicuramente, il pubblico non è lo stesso che segue i suoi album blues, e magari neppure quelli più rock, ma uno dei motivi di interesse dei Rock Candy Funk Party è quel termine featuring, con la partecipazione di…Joe Bonamassa. Non per nulla l’album, come il primo di studio e l’ottimo Live At Iridium, esce per la J&R Adventures, l’etichetta di Joe. Possiamo definire questo progetto un “divertissement” per il chitarrista newyokese? Naturalmente, ma come tutte le cose che fa Bonamassa è sì un album creato per divertire, ma suonato, come di consueto, con tutti i crismi della grande professionalità. Poi il risultato finale è pure piacevole all’ascolto, il famoso groove del titolo non manca, se nel primo disco era un omaggio al We Want Groove di Miles Davis, in questo Groove Is King dovrebbe essere più legato al funky, perfino alla disco meno bieca, perché se la traduzione letterale di “groove” è solco, quella più vicina al senso che interessa noi è di tipo ritmico, l’equivalente, più o meno, di riff, in ambito melodico, o swing in quello jazzistico. Prima di perdermi in un cul de sac (il doppio senso è voluto) diciamo che i fattori ritmo e divertimento hanno una notevole importanza in questi progetti, ma il tutto visto in un’ottica ricercata!

Mi rendo conto che mi sto incasinando sempre di più, per cui diciamo che poco cambia rispetto agli album precedenti, Tal Bergman, il batterista e produttore, Joe Bonamassa il chitarrista, Ron DeJesus, il secondo chitarrista e Mike Merritt, il bassista (nonché figlio di Jymie, che era ai tempi il bassista dei Jazz Messengers di Art Blakey, un altro che di ritmo se ne intendeva), sempre affiancati da Renato Neto e Fred Kron alle tastiere, con l’aggiunta di una sezione fiati, guidata e arrangiata dal trombettista Randy Brecker,  con Daniel Sadownick alle percussioni (quest’ultimo e Neto, anche nei dischi precedenti), e tale Zia, alla voce. Maestro di Cerimonie è Mr. Funkadamus, ovvero un Billy Gibbons degli ZZ Top completamente calato nella parte, mentre le influenze musicali, che i vari componenti del gruppo citano alla rinfusa, andrebbero dai Daft Punk ai Brecker Brothers, da Mark Ronson ai Massive Attack, passando per i Led Zeppelin!

Sarà vero? Verifichiamo! Dopo la prima introduzione da parte di Mr. Funkadamus ci tuffiamo nella title-track Groove Is King, che diversamente da quanto ci raccontano viaggia sempre dalle parti di quel jazz-rock alla Herbie Hancock Headunters, Stratus di Billy Cobham, Return To Forever, con chitarre “cattive”, tastiere e ritmi sonori sostenuti, come usava nel primo disco e nel live. Poi Low Tide ammorbidisce leggermente i suoni, entrano i fiati, il groove si fa più funky, il basso si arrotonda, le chitarrine sono più ammiccanti e siamo dalle parti di Rufus, Earth, Wind And Fire, Average White Band,  con un vecchio synth a conferire quel flavor anni ’70. Uber Station fonde la chitarra “cattiva”  e rock di Bonamassa con dei fiati alla Brecker Brothers, perché, diciamocelo tra noi, questo disco, nonostante le influenze citate dubito fortemente che sia indirizzato ai fan di Daft Punk e Ronson (forse Mick più che Mark!) https://www.youtube.com/watch?v=gWGxjmt-9tw . East Village addirittura profuma di jazz, con il piano elettrico che si intreccia alle evoluzioni delle soliste (se no Bonamassa che ci starebbe a fare?), insomma siamo sempre dalle parti del Miles Davis “grooveggiante” https://www.youtube.com/watch?v=UH88BuNz8Bc .

If Six Was Eight (uno meno di Hendrix) è un festival di percussioni varie, mentre Cube’s Brick potrebbe passare addirittura per un brano dei Weather Report con le chitarre aggiunte (e che chitarre, qui Bonamassa ci dà dentro di gusto) https://www.youtube.com/watch?v=vJQgpVJdA6M . Torna lo sponsor Mr.Funkadamus per la presentazione del singolo Don’t Be Stingy with the SMTPE, che grazie anche al video con il gruppo di “gnoccolone” che sostituiscono i RCFP, ha quell’aura funky e danzereccia anni ’70 e anche C You On The Flip Side è puro funky con fiati. Digging In The Dirt, che è proprio quella di Peter Gabriel, già di suo si prestava al genere, ma qui, stranamente, è meno ritmata e più ricercata dell’originale, con la citata “Zia” che vocalizza nel finale https://www.youtube.com/watch?v=yYid5Do1UM0 . Don’t Funk With Me è più rockeggiante di quanto farebbe supporre il titolo, con un bel solo della tromba “trattata” di Brecker e poi i chitarristi che prendono il possesso del brano https://www.youtube.com/watch?v=OCjf9yD1AhQ , The 6 Train To The Bronx, di nuovo con tromba e chitarra in bella evidenza è più jazz che funky, e ancora di più Rock Candy, che è un pezzo di cool jazz quasi puro, anzi togliete il quasi, Rock appare solo nel titolo del brano https://www.youtube.com/watch?v=mT4gUC7sxHc . Ultimo “commercial” di Gibbons e siamo alla conclusione con The Fabulous Tales Of Two Bands, l’unica traccia che in effetti sembra una qualche outtake dei Prodigy, con intrusioni rock dei Led Zeppelin, per rovesciare le parti! Per il resto solo del sano buon vecchio jazz/rock/funky suonato come si dovrebbe!            

Bruno Conti

Eravate Preoccupati? Finalmente il 2 Ottobre Il Nuovo Joe Bonamassa – Live At Radio City Music Hall

joe bonmassa live at radio city musici hall

Joe Bonamassa – Live At Radio City Music Hall – CD/DVD o CD/Blu-Ray J&R Adventures/Mascot/Provogue 02-10-2015

Non è passato neppure un mese dall’uscita del nuovo album dei Rock Candy Funk Party (devo ancora pubblicare la recensione, decisamente positiva, tra l’altro) e poco più  di cinque mesi dall’uscita dello splendido Muddy Wolf At Red Rocks ( per chi scrive il disco dal vivo dell’anno http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/) e già siamo in rampa di lancio per un nuovo album (e video) Live di Joe Bonamassa. L’ironia ovviamente si spreca ma il soggetto ci mette del suo, anche se poi tutti i suoi dischi a livello qualitativo sono più che buoni. Prendete questo nuovo Live At Radio City Music Hall la cui uscita è prevista per il prossimo 2 ottobre, conterrà il meglio dei due concerti tenuti al leggendario teatro di New York nel mese di gennaio del 2015, con 2 canzoni nuove, registrate per l’occasione, 9 brani inediti nelle versioni dal vivo ed il seguente contenuto della parte audio e video:

CD TRACK LISTING:

  1. I Can’t Be Satisfied 
  2. One Less Cross To Bear **
  3. Living On The Moon * 
  4. I Gave Up Everything For You, ‘Cept The Blues *
  5. Dust Bowl
  6. Trouble Town *
  7. Still Water **
  8. Different Shades Of Blue *
  9. Happier Times *
  10. Never Give All Your Heart *
  11. Hidden Charms 
  12. Love Ain’t A Love Song 
  13. So, What Would I Do? *

** Newly recorded song * Previously Unreleased live track

VIDEO TRACK LISTING:

  1. Joe Bites The Big Apple (titles)
  2. Dust Bowl
  3. Trouble Town *
  4. Still Water **
  5. Different Shades Of Blue *
  6. The Huckleberries – Introducing the acoustic band
  7. Black Lung Heartache 
  8. Happier Times *
  9. Never Give All Your Heart *
  10. Hidden Charms 
  11. Living On The Moon *
  12. I Can’t Be Satisfied 
  13. Double Trouble 
  14. One Less Cross To Bear **
  15. Love Ain’t A Love Song 
  16. Introducing the Electric Band
  17. “Happy Birthday Mom!”
  18. I Gave Up Everything For You, ‘Cept The Blues *
  19. So, What Would I Do? *

** Newly recorded song * Previously unreleased live track BONUS FEATURETTE:

    • Joe Bites The Big Apple (behind-the-scenes) 45 Mins

75 minuti di musica nel compact disc, due ore e mezzo di materiale video, comprensivo di 45 minuti di materiale girato dietro le quinte, un libretto di 40 pagine con foto esclusive, e questo è un piccolo assaggio del tutto (formazione con i fiati):

Se ne parla più diffusamente dopo l’uscita.

Bruno Conti

Ecco Di Nuovo Bonamassa (& Co.)! Rock Candy Funk Party – Groove Is King

rock candy funk party groove is king

Rock Candy Funk Party – Groove Is King – CD+DVD/ 2 LP J&R Adventures/Mascot/Provogue 31-07-2015

Lo avevamo lasciato nel mese di Aprile http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/ , data di pubblicazione del suo Live dedicato alla musica blues e lo ritroveremo al 31 luglio quando uscirà il nuovo capitolo, il terzo, della sua collaborazione con i Rock Candy Funk Party, la band americana dedita al funky-jazz-rock che, come lascia intendere il titolo, Groove Is King, vira in questo nuovo album verso un sound ancora più vicino al modern funk. Quindi meno jazz funk è ancora più groove, o così lasciano intendere le notizie del comunicato stampa e il divertente (ancorché sessista, o così l’ha interpretato qualcuno) video che annuncia la pubblicazione del nuovo disco per fine mese. Quattro mesi tra le due uscite per Joe Bonamassa, è stato clemente!

La formazione del nuovo CD (+DVD) dovrebbe essere (anzi dalle info in mio possesso, sarà): Tal Bergman (drums), Joe Bonamassa (guitar), Ron DeJesus (guitar) e Mike Merritt (bass), ma con l’aggiunta di Randy Brecker alla tromba, che cura anche gli arrangiamenti dei fiati e Billy Gibbons degli ZZ Top, maestro di cerimonie con lo pseudonimo di “Mr. Funkadamus”, nel video che avete appena visto, oltre al nuovo tastierista Fred Kron, che sostituisce Renato Neto, e a Daniel Sadownick alle percussioni. Il gruppo, come dimostra quest’altro video https://www.youtube.com/watch?v=Xtcedtk7hJ4 , ripreso nel febbraio del 2015 al Keeping the Blues Alive At Sea Festival, con Robben Ford ospite alla chitarra (in competizione con Joe per chi ha il cappellino più ridicolo), è sempre una macchina da guerra!

Non ci resta che armarvi di pazienza, se amate il genere, o il musicista, e attendere un mesetto, per il bollettino del Bonamassa è tutto, al prossimo numero!

Bruno Conti

Un Chitarrista Per Chitarristi (Non Solo)! Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here

mike henderson if you think

The Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here – Eller Soul Records

Questo signore, partito dal natio Missouri per recarsi a Nashville, dove sarebbe diventato uno stimato sessionman, prima come mandolinista e chitarrista slide, poi anche armonicista (e se serve, violinista), nel corso degli anni ha sviluppato una carriera solista parallela che lo ho portato ad essere uno degli artisti “indipendenti”  più amato dai colleghi. Mark Knopfler, che ha firmato le note per il suo album del 1996 First Blood (uno dei migliori di Mike, il secondo album uscito per la Dead Reckoning, etichetta fondata insieme a Kieran Kane, Kevin Welch, Tammy Rogers) gli valse poi, anni dopo, la chiamata a far parte della Band di Knopfler nel Sailing to Philadelphia Tour. Recentemente lo si è visto e sentito, come armonicista, nel fantastico Muddy Wolf At Red Rocks di Bonamassa e il chitarrista newyorkese, nello scrivere le brevi note di questo nuovo If You Think it’s Hot Here, si è chiesto perché non gli abbia chiesto di cantare almeno un brano in quella serata (e di suonare la chitarra, magari slide, aggiungiamo noi, infatti attualmente fa parte della touring band di Joe). Ma Mike Henderson, anche se non incideva un disco solista dal 1999, è veramente un uomo per tutte le stagioni, country, blues e rock sono stati il suo pane quotidiano, è un ottimo autore, tanto che Adele ha interpretato la sua If It Hadn’t Been For Love per il Live At The Royal Albert Hall; con la band bluegrass Steeldrivers di cui fu uno dei membri fondatori nel 2008, insieme all’amica Tammy Rogers, ha inciso due album, anche se nel nuovo CD firma solo tre brani, insieme ad un paio di rivisitazioni di classici e alcune cover di stampo decisamente blues.

Perché, in effetti, pur con tutte le influenze musicali citate, stiamo parlando di un gagliardo disco di blues elettrico. I Bluebloods, con cui ha firmato l’ultimo Thicker Than Water nel 1999, non ci sono più (e parliamo di gente del calibro di Reese Wynans e Glen Worf), e neppure Kingsnakes e Bel Airs, con cui pure ha suonato, ma nella nuova formazione troviamo Kevin McKendree, uno dei migliori tastieristi attualmente in azione, al basso c’è Michael Rhodes e alla batteria Pat O’Connor, meno conosciuto, già vecchio socio di Mike dai tempi dei Bel Airs, che a giudicare dal disco ha comunque un bel drive. Se aggiungiamo che Henderson ha pure una bella voce, era quasi inevitabile che il risultato sarebbe stato ottimo. Si passa dall’iniziale I Wanta Know Why, un solido rockin’ blues dove Henderson scalda subito voce e chitarra slide, ben coadiuvato dal piano di McKendree, anche produttore dell’album, subito grintoso e dal ritmo scandito https://www.youtube.com/watch?v=BnDECpKNVbk , poi seguito da ben due cover estratte dal songbook di Hound Dog Taylor, una vorticosa Send You Back To Georgia, dove il classico boogie blues di Taylor è ben segnato dalla batteria di O’Connor, mentre Henderson, dopo un intermezzo travolgente del pianino di McKendree, continua ad esplorare il fretboard della sua Fender, con un’altra sventagliata di bottleneck guitar devastante https://www.youtube.com/watch?v=KWT0GJMNuJs  e poi raddoppia con le classiche 12 battute di una It’s Alright dove il blues è ancora il padrone assoluto, sempre con la slide in evidenza. R.S. Field, recente produttore del Terraplane di Steve Earle, gli dà una mano a livello compositivo, per una title-track che ha profumi soul e gospel, anche grazie alla presenza di due vocalist aggiunti, bella ballata di stampo sudista questa If You Think It’s Hot Here, mentre McKendree si divide tra piano e organo Hammond con risultati eccellenti.

mike+henderson+other+side mike henderson 1

Un altro brano notevole di  Henderson è Weepin’ And Moanin’, slow blues di quelli torridi con la chitarra sugli scudi, e anche la voce non scherza https://www.youtube.com/watch?v=yGAtjuxUzHQ , pezzo che non ha nulla da invidiare alla ripresa di Mean Red Spider, un Muddy Waters “minore”, se mai ne ha fatti, dove il ritmo funky della batteria ben si sposa con l’intensità della traccia, per non parlare della versione di If I Had Possession di Robert Johnson, che parte sulle ali di una slide acustica e poi diventa un fantastico blues elettrico in crescendo con gli altri strumenti che entrano a canzone già sviluppata e la rendono travolgente https://www.youtube.com/watch?v=6k1KEkcErqk . Notevole anche Unseen Eye, dal repertorio di Sonny Boy Williamson, dove Henderson inchioda uno dei soli più fluidi e passionali del disco, prima di dedicarsi al puro R&R, via blues, di una Matchbox nuovamente travolgente anche grazie al piano di McKendree https://www.youtube.com/watch?v=lPMXQCgQ0LA  e Gamblin’ Blues ci spinge più a Sud, verso il Texas, sulle note di un poco noto brano di Melvin Jackson, con Mike Henderson di nuovo sugli scudi, istigato dal groove eccellente della sua sezione ritmica deluxe. Conclude Rock House Blues, l’unico brano dove il nostro si esibisce all’armonica, accompagnato solo dal piano di McKendree. Degna conclusione di un ottimo album di uno dei migliori gregari in circolazione, per una volta ancora protagonista assoluto.

Bruno Conti