Tre Album Belli Di Fila Non Sono Un Caso, Ormai E’ Uno Dei “Nostri”! Tom Jones – Long Lost Suitcase

tom jones long lost

Tom Jones – Long Lost Suitcase – Virgin/EMI CD

Thomas Jones Woodward, meglio conosciuto come Tom Jones, a settant’anni suonati (75, per la precisione) si è finalmente deciso a fare musica come si deve. Per più di cinque decenni infatti il cantante gallese ha messo la sua formidabile voce al servizio di canzonette pop di poco conto ( non sempre), che hanno sicuramente contribuito a portare il suo conto in banca a livelli notevoli, ma lo hanno sempre reso indigesto ai veri music lovers, perdendo poi anche una buona parte di dignità a inizio secolo con il suo comeback nelle classifiche grazie allo strepitoso successo della pessima Sex Bomb, dopo che ormai buona parte del pubblico lo riteneva artisticamente sepolto in quel cimitero degli elefanti che può essere per certi artisti Las Vegas. Poi, nel 2010, il clamoroso colpo di coda con l’ottimo Praise & Blame, un bellissimo disco nel quale Tom esplorava le sue radici folk, blues e gospel con un suono spoglio ed in gran parte acustico, con Ethan Johns (figlio del grande Glyn) in cabina di regia: un disco in cui il nostro dava nuova linfa a brani della tradizione più profonda, ai quali affiancava covers (Tom è sempre stato un interprete più che un autore) di gente come Bob Dylan, Billy Joe Shaver e Pops Staples.

Una metamorfosi che aveva dell’incredibile, con Johns nei panni di quello che Rick Rubin è stato per Johnny Cash nell’ultimo periodo della carriera dell’Uomo in Nero (che però non aveva mai smesso di fare buona musica, ma veniva soltanto da uno sfortunatissimo periodo alla Mercury, dopo essere stato lasciato a casa negli anni ottanta dalla Columbia) e, in parte, per Neil Diamond (gli album 12 Songs e Home Before Dark), che invece non aveva mai avuto un problema di vendite o di bontà nel songwriting, ma semmai di arrangiamenti gonfi e ridondanti e attitudine da superstar (del tipo “Io sono Neil Diamond e voi non siete un c****!”). La reazione a Praise & Blame fu tale che Tom nel 2012 bissò con l’altrettanto valido Spirit In The Room, che con lo stesso tipo di arrangiamenti essenziali prendeva in considerazione più che altro autori contemporanei (ancora Dylan, Tom Waits, Leonard Cohen, Paul McCartney, Paul Simon, Richard Thompson) ed anche talenti più recenti del calibro di Joe Henry e dei bravi Low Anthem. Ora Tom completa quella che può sembrare una trilogia con l’eccellente Long Lost Suitcase (che viene proposto come il CD di accompagnamento alla nuovissima autobiografia del gallese), un nuovo, bellissimo lavoro che dopo appena un paio di ascolti si rivela perfino superiore ai due precedenti.

Sempre prodotto da Johns Jr., Long Lost Suitcase vede il solito schema, cioè Jones che riprende classici del presente e del passato che hanno avuto una qualche influenza su di lui, ma stavolta con una maggiore propensione elettrica e diversi omaggi al blues (ma folk e anche qualcosa di country non mancano). Tom ha sempre una voce straordinaria nonostante i 75 anni (e l’età gli ha conferito anche un feeling che, repertorio commerciale a parte, in passato non aveva mai palesato), ha ormai trovato la sua dimensione ideale in queste interpretazioni, e Johns è il suo perfetto alter ego: in questo CD c’è molto blues come ho già accennato, ma anche più chitarre ed una sezione ritmica che si fa sentire in misura maggiore rispetto ai due album precedenti, decisamente più folk oriented. I musicisti presenti nel disco non sono molti: a parte Johns, che suona un po’ di tutto, abbiamo l’ottimo Fiachra Cunningham al violino, il noto chitarrista Andy Fairweather-Low (Eric Clapton, Roger Waters, ecc.) alla ritmica, Jeremy Stacey alla batteria, mentre al basso si alternano Ian Jennings e Dave Bronze.

L’album si apre con un pezzo poco noto di Willie Nelson, Opportunity To Cry (era su Pancho & Lefty, il disco del 1983 con Merle Haggard): la melodia è tipica del barbuto countryman texano, e l’arrangiamento spartano non fa che rendere giustizia al brano, con Tom che vocalmente si allinea alle performance da brivido di Willie. Honey Honey è la prima scelta sorprendente, un brano dei Milk Carton Kids, riproposto come se fosse un bluegrass di quando Tom aveva sì e no dieci anni, con banjo e violino a dettare legge e la brava irlandese Imelda May alla seconda voce; Take My Love (I Want To Give It) è il primo blues del CD (di Little Willie John), un giro classico, cantato in maniera potente dal gallese e la band che lo accompagna in maniera tesa ed elettrica, con un bel assolo centrale di Ethan. La nota Bring It On Home (Sonny Boy Williamson, ma anche Led Zeppelin) mantiene il disco in territori blues, con il gruppo che qui è molto più discreto e lascia campo libero alla voce di Tom, il quale si comporta come il più consumato dei bluesman; Everybody Loves A Train è un’altra bella scelta trasversale, un brano poco noto dei Los Lobos (era su Colossal Head, forse il disco più ermetico dei Lupi): Tom con la voce fa ciò che vuole, inizia parlando, quasi gigioneggia, poi nel refrain si lascia andare in tutta la sua potenza, mentre la band commenta in maniera quasi sporca, in pieno stile Lobos.

Nella sua biografia Jones darà sicuramente spazio anche ad Elvis Presley (nel booklet del CD è ritratto insieme a lui e Priscilla), ma invece di scegliere un brano del King opta per Elvis Presley Blues di Gillian Welch, offrendone un’interpretazione sofferta, drammatica, quasi alla Odetta, con Johns che lo circonda con una chitarra vibrata al limite della distorsione: quasi impensabile pensare che stiamo parlando dello stesso personaggio che cantava Delilah. Ed eccoci all’high point del disco (a mio parere): He Was A Friend Of Mine è un pezzo inciso da molti in passato, soprattutto in ambito folk (di Dave Van Ronk la versione più nota, ma anche Dylan la cantava spesso nelle coffeehouses del Village), e qui troviamo solo Tom ed Ehtan con la slide acustica, con il nostro che tira fuori una performance da pelle d’oca, al limite della commozione, sentire per credere. Factory Girl è proprio quella dei Rolling Stones, e qui Jones rispetta la melodia originale (ma che voce) e Johns la riveste di sonorità decisamente bucoliche, mentre con I Wish You Would (Billy Boy Arnold) si torna al blues ruspante, con una versione spedita e roccata, molto anni sessanta, ed una serie di assoli quasi ipnotici.

‘Til My Back Ain’t Got No Bone (di Eddie Floyd, l’ha fatta anche Albert King) rimane in zona blues, ma in maniera più tranquilla, con la solita voce che si staglia imperiosa; Why Don’ You Love Me Like You Used To Do? è un noto brano di Hank Williams, che vede Tom divertirsi con una interpretazione gioiosa e solare, in linea con l’originale, dandoci una delle prove più godibili del disco, quasi non avesse fatto altro che country nella sua carriera. L’album si chiude con la famosa Tomorrow Night (Lonnie Johnson, ma anche Elvis e Dylan), qui in veste jazz afterhours, molto raffinata, e con la deliziosa e countreggiante Raise A Ruckus, un traditional che hanno rifatto in mille, da Jesse Fuller a Uncle Earl, passando per Bill Kirchen e gli Old Crow Medicine Show.

Tom Jones è definitivamente rinsavito (meglio tardi che mai), e Long Lost Suitcase è indubbiamente uno dei dischi più belli del 2015.

Marco Verdi

Questi Signori Non Fanno Un Disco Brutto Neanche Per Sbaglio! Los Lobos – Gates Of Gold

los lobos gates of gold

Los Lobos – Gates Of Gold – Savoy Jazz/Fontana/Proper CD

Nel mondo della musica rock in pochi possono vantarsi di non avere mai sbagliato un disco, neppure mostri sacri del calibro di Bob Dylan, Paul Simon, Neil Young e John Fogerty (che pure fa un album ogni morte di Papa, ma Eye Of The Zombie era una mezza ciofeca), ma quasi nessuno, forse nemmeno Van Morrison o Richard Thompson riescono a mantenere uno standard alto come i Los Lobos. Infatti, in più di trent’anni di carriera (mi riferisco all’esordio mainstream con l’EP And A Time To Dance del 1983, in realtà gli anni sono quasi quaranta) il quintetto proveniente da East L.A. (al nucleo storico formato da David Hidalgo, Cesar Rosas, Louis Perez e Conrad Lozano si è aggiunto l’ex Blasters Steve Berlin, l’unico non ispanico, a metà anni ottanta) quasi mai ha pubblicato un lavoro che scendesse sotto le fatidiche quattro stelle di giudizio: a parte i divertissements, come il tributo alle canzoni dei film di Walt Disney o il disco di canzoni per bambini inciso insieme a Lalo Guerrero, solo una volta a mio parere sono scesi di mezzo punto, e cioè col pur valido This Time del 1999 (ma quell’anno Rosas aveva tenuto le cartucce migliori per il suo ad oggi unico album solista, Soul Disguise).

La carriera dei Lupi si può dividere in due parti: la prima, con tutta una serie di grandi dischi che hanno contribuito a creare un genere che oggi chiamiamo per brevità Americana, culminata nel 1992 con la pubblicazione dello straordinario Kiko (un cinque stelle da qualunque parte lo si guardi), e tutti i lavori successivi fino ad oggi, nei quali la band ha cominciato ad affiancare alle composizioni negli abituali stili rock, folk, mexican, blues e R&B anche una marcata vena psichedelica e sperimentale, ed alimentando il tutto con esibizioni dal vivo che definire infuocate è persino riduttivo. Una serie di CD di altissimo spessore e con sempre tre-quattro canzoni ciascuno degne di entrare in qualsiasi best of: personalmente, a parte This Time che ho già citato, li giudico tutti (visto che siamo in ballo) da quattro stelle, con punte di merito (i + che si danno a scuola) per Good Morning Aztlan e The Town & The City. Gates Of Gold è il nuovissimo album dei Lupi, che giunge a cinque anni dal precedente Tin Can Trust, e dopo un paio di ascolti posso già metterlo insieme ai loro lavori post-Kiko più riusciti, un disco che in undici canzoni (niente versioni deluxe stavolta) riesce mirabilmente ad esplorare tutto il microcosmo musicale del combo di origine messicana, con l’aiuto di un suono scintillante (si occupano loro stessi della produzione): c’è di tutto in Gates Of Gold, ma i nostri sono diventati una macchina talmente ben oliata che riescono a rendere tutto amalgamato alla perfezione, e a far diventare interessanti anche gli episodi più ostici e meno “radiofonici”. Come al solito, suonano quasi tutto loro (con l’aggiunta di David Hidalgo Jr., figlio di cotanto padre, alla batteria, in pratica il rimpiazzo di Victor Spinetti), con l’aiuto di pochi collaboratori tra i quali spiccano la nota cantautrice Syd Straw alle armonie vocali in un brano ed il loro ex produttore Mitchell Froom che suona qualche tastiera qua e là.

Apre l’album Made To Break Your Heart, una rock song elettrica dal suono pieno e con una solida melodia, che ricorda alla lontana certe cose di Neil Young: la parte centrale, con un potente assolo chitarristico, fa salire di brutto la temperatura. When We Were Free è poco immediata, ma per chi conosce i Lupi direi che è quasi tipica del loro modo di concepire la musica a 360 gradi: percussioni in grande evidenza, la canzone ha un andamento particolare, una via di mezzo tra un errebi sghembo ed un funky ubriaco, con Hidalgo che canta in modo quasi “scazzato” e la parte finale, una mini-jam dove gli strumenti vanno ognuno per conto suo, ha momenti quasi cacofonici. Di sicuro non uscirà come singolo. Mis-Treater Boogie Blues è, per contro, un…indovinate…boogie blues molto diretto e trascinante, con il classico giro chitarristico già sentito mille volte ma sempre coinvolgente, che ci fa capire subito che anche Rosas è in gran forma https://www.youtube.com/watch?v=mFK83BXYOH8 ; There I Go è ancora ermetica e “strana”, e più che ai Lupi mi fa pensare agli esperimenti dei Latin Playboys (l’ex gruppo dopolavoristico formato da Hidalgo e Perez con Froom e Tchad Blake), con gli strumenti che apparentemente vagano senza meta ma alla fine ci si accorge che è tutto un caos programmato.

Too Small Heart è invece puro rock, potente e diretto, un suono quasi da garage band ed una grinta che dopo tutti questi anni resta immutata: dal vivo pezzi come questo possono fare scintille; finora il disco è stato asciutto, teso, elettrico, in certi momenti fruibile ed in altri meno, ma con Poquito Para Aqui inizia la fiesta, con una deliziosa cumbia dal ritmo irresistibile e con la fisarmonica (Josh Baca) in primo piano, un brano decisamente ballabile che vorrei vedere in classifica al posto di quelle porcherie spacciate per musica latina ma che in definitiva sono solo disco music cantata in spagnolo https://www.youtube.com/watch?v=kakHGqVvGmY . La title track fa emergere il lato solare dei Lupi, un brano cadenzato e godibile che rimanda al suono pre-Kiko (sembra un’outtake di The Neighborhood), La Tumba Sera El Final, unico traditional del CD, è la classica ballata messicana che non può mancare in un disco di Hidalgo e soci, ma che fa sempre un gran piacere ascoltare. Song Of The Sun è un’altra bella canzone sullo stile di By The Light Of The Moon: oggi I Lupi amano fare dischi in cui toccano tutti gli stili musicali del loro passato (remoto e prossimo), ma non nascondo che mi piacerebbe ascoltare ancora un album intero solo con brani in stile Americana, come questo https://www.youtube.com/watch?v=zIzds1ZyafI . Gates Of Gold si chiude con I Believed You So, un blues elettroacustico quasi canonico, ma che in mano ai nostri ha sempre quel quid in più, e con la splendida Magdalena, una sontuosa rock ballad, forse il brano più bello del CD, un pezzo che anche su Kiko avrebbe fatto la sua figura, con una parte strumentale superba.

Un altro grande disco: e pensare che ancora oggi in tanti credono che i Los Lobos siano solo quelli di La Bamba https://www.youtube.com/watch?v=fumljcFyvzY .

Marco Verdi

La Via Italiana Al Blues 1. Paolo Bonfanti – Back Home Alive

paolo bonfanti back home alive

Paolo Bonfanti – Back Home Alive – Club De Musique Records/IRD

Lo stato dell’arte del blues (e anche del rock) in Italia è alquanto strano. Ovviamente soprattutto per ciò che riguarda i praticanti in lingua inglese, raramente sui grandi giornali o in televisione, non certo per scarsa qualità quanto per il provincialismo al contrario di certa stampa italiana che li considera prodotti inferiori. E invece ci sono fior di artisti italiani che navigano in questo mare tempestoso del “non solo blues”: penso a gente come Paolo Bonfanti, di cui tra un attimo, la Gnola Blues Band, i Mandolin’ Brothers, in passato Treves (ma anche oggi, non è in pensione), Fabrizio Poggi, che in tempi recenti ci hanno regalato ottimi album tra blues, roots-rock, folk, country, rock vero e proprio, spesso con risultati nettamente superiori a quelli di moltissimi colleghi d’oltreoceano. Prendete questo Back Home Alive, partendo dai credits che riportano: produzione artistica Steve Berlin (proprio quello dei Los Lobos), mixaggio David Simon-Baker (fonico, sempre dal giro Los Lobos) e mastering di David Glasser ( sta curando le ristampe dei Grateful Dead per il cinquantenario), le foto sono di Guido Harari, altro italiano (ok è nato a Il Cairo!), famoso in tutto il mondo per le sue istantanee di Lou Reed, Zappa, in Italia De André, anche lui genovese come Bonfanti. Che tra gli ospiti di questa serata del 28 febbraio al Teatro Comunale di Casale Monferrato ha voluto anche l’appena citato “Puma di Lambrate”, più noto come Fabio Treves.

Il tutto esce per una piccola etichetta di Courmayeur, un prodotto di ottima qualità artistica sin dalla confezione molto curata. Ovviamente quello che conta principalmente è il contenuto musicale e anche in questo caso ci siamo in pieno. Accompagnato dal suo gruppo elettrico, Paolo Bonfanti, voce solista e chitarre, con Alessandro Pelle alla batteria e Nicola Bruno al basso, Roberto Bongianino all’accordion (per i non anglofili sarebbe la fisarmonica), strumento che dà un tocco inconsueto al sound, collocandolo a cavallo tra le paludi della Louisiana e i sobborghi di Los Angeles dei Los Lobos. Quindi tanto blues, “musica delle radici” naturalmente, ma anche rock potente e tirato, come è chiaro fin dall’iniziale The Seeker, un brano che porta la firma di Pete Townshend  e anche se non è tra i brani più famosi degli Who, ha comunque l’imprinting e la grinta della band inglese, granitici power riffs adattati ai suoni dei barrios di LA, con la chitarra di Paolo che corre veloce e ricca di inventiva sulle note di un pezzo che è puro classic rock. E’ un attimo e siamo dalle parti del Sud degli States, A Nickel And A Nail un vecchio pezzo di O.Wright, grande cantante soul della scuderia di Willie Mitchell, ma la canzone la facevano anche Roy Buchanan, Otis Clay, Billy Price (il cantante di Buchanan), Ruthie Foster in tempi recenti, non so Paolo da dove l’ha presa (poi gliel’ho chiesto e mi ha detto che conosceva l’originale) ma il pezzo ha mantenuto il suo spirito tra blues e soul. Terror Time, il primo brano “autoctono”, è un blues di quelli raffinati, alla Robben Ford o se preferite alla Mike Bloomfield, solista jazzy e il tocco della fisa che fa le veci delle tastiere o dell’armonica.

Hands Of A Gambler è una ballata mid-tempo, da storyteller, quasi springsteeniana, ma anche con uno spirito texano, con la fisarmonica alla Ponty Bone di Bongianino, mentre Second World, con la sua insinuante andatura funky-blues viene dal primo album solista di Paolo, On My Backdoor Someday, disco prodotto a Nashville nel 1992. In Takin’ A Break si vira di nuovo verso la forma canzone, mid-tempo, malinconica e struggente il giusto, per tornare al rock misto a blues o viceversa di Route One,  dove viene estratto il “collo di bottiglia” per una bella cavalcata nello slippin’ and slidin’ appunto a tempo di slide. I’m Just Tryin’ era sullo stesso disco ed è un R&R di quelli scatenati, alla Blasters, per non parlare solo dei classici, con la chitarra a pungere come si conviene. Time Ain’t Changed At All è una ballata dylaniana, una sorta di answer song che ci dice che i tempi purtroppo non sono cambiati per niente, ma almeno questo valzerone è una bellissima canzone. Guard My Heart è un omaggio ai Nighthawks di Mark Wenner, altro grande armonicista ed è l’occasione per portare sul palco Fabio Treves per una rimpatriata a tempo di boogie. Slow Blues For Bruno, dall’ultimo eccellente disco Exile On Backstreets non è dedicata al sottoscritto, ma è il classico lentone blues strumentale dove Paolo Bonfanti mette tutto quello che ha nella sua chitarra per dedicarci un assolo che rivaleggia con quelli dei grandi dello strumento e anche Bongianino non scherza con il suo accordion. E per concludere in bellezza, una ottima versione di Franklin Tower, in puro Grateful Dead style, per ricordare i 50 anni della band di Garcia e Co in bello stile: bella musica e bella serata, disponibile per tutti da gustare.

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte V. Los Lobos, Shawn Colvin, Patty Griffin, Colin Linden, Anderson-Ponty Band

los lobos gates of gold

Il 25 settembre tornano anche i Los Lobos con il loro nuovo album di studio Gates Of Gold, etichetta 429 Records negli USA ( qui si possono ascoltare estratti dal disco http://www.429records.com/sites/429records/429details/d_loslobos_gatesofgold.asp e sembra un altro gran disco dei “Lupi”) e Proper per l’Europa, il primo dopo il Live Disconnected In New York City del 2013 che festeggiava i 40 anni di carriera e il precedente disco del 2010 Tin Can Trust, che era stato nominato per il Grammy nel settore “Americana”. Prodotto dalla band al completo, David Hidalgo, Louie Perez, Cesar Rosas, Conrad Lozano and Steve Berlin, contiene undici nuove canzoni:

1. Made to Break Your Heart
2. When We Were Free
3. Mis-Treater Boogie Blues
4. There I Go
5. Too Small Heart
6. Poquito Para Aqui
7. Gates of Gold
8. La Tumba Sera El Final
9. Song of the Sun
10. I Believed You So
11. Magdalena

Questa è la title-track…

https://soundcloud.com/loslobos/gates-of-gold

shawn colvin uncovered

Shawn Colvin aveva già pubblicato un album di cover, oltre 20 anni fa, nel 1994, si chiamava Cover Girl, ed era il suo terzo disco, dopo Steady On, il bellissimo esordio e Fat City. Ora esce questo Uncovered che presumo verrà testato nel tour che la Colvin farà da ottobre, ho letto infatti che sarà lei l’opening act della nuova tournée di Don Henley in molte date. Tornando al nuovo disco, uscirà per la etichetta Fantasy del gruppo Universal e questi sono i brani contenuti nel CD, con i relativi autori:

 1. Tougher Than The Rest (Bruce Springsteen)
2. American Tune (Paul Simon)
3. Baker Street Feat. David Crosby (Gerry Rafferty)
4. Hold On (Kathleen Brenan-Tom Waits)
5. I Used To Be A King (Graham Nash)
6. Private Universe (Neil Finn)
7. Heaven Is Ten Zillion Light Years Away (Stevie Wonder)
8. Gimme A Little Sign Feat. Marc Cohn (Jerry Winn-Alfred Smith-Joseph Hooven)
9. Acadian Driftwood (Robbie Robertson)
10. Lodi (John C. Fogerty)
11. Not A Drop of Rain (Robert Earl Keen Jr.)
12. ‘Till I Get it Right (Red Lane-Larry Henley)

Tra gli ospiti, come riportato nella tracklist, David Crosby Marc Cohn. Lei è bravissima, ricordo di averla vista in solitaria, ad inizio carriera, in un concerto promozionale per stampa ed addetti ai lavori al Sorpasso di Milano, un locale che ha avuto una vita brevissima. Il disco è prodotto da Steuart Smith e Stewart Lerman, con lo stesso Smith, che suona chitarre e tastiere, e il basso in American Tune, lasciando lo strumento a Glenn Fukunaga negli altri brani, David Boyle alle tastiere, Mike Meadows alle percussioni e Milo Deering, pedal steel, lap steel e mandola, a completare la formazione la stessa Shawn Colvin che è una eccellente chitarrista acustica.

Non ci sono ancora video del nuovo album ma durante i concerti della crociera Cayamo ha cantato Acadian Driftwood, il bellissimo brano della Band

https://www.youtube.com/watch?v=5F2_PFzC_eQ

patty griffin servant of love

Proprio con Emmylou Harris, Shawn Colvin Buddy Miller, Patty Griffin aveva fatto un tour che si chiamava Three Girls And Their Buddy trasmesso dalla televisione pubblica americana PBS e di cui circolano parecchi bellissimi video https://www.youtube.com/watch?v=KjX7Z6gyvQg. Però oggi parliamo della Griffin, che pubblica il decimo album solo della sua carriera, Servant Of Love, sulla propria etichetta, con distribuzione Thirty Tigers. Come saprà chi legge abitualmente il Blog secondo me Patty Griffin è una delle più grandi cantautrici e cantanti in circolazione in America http://discoclub.myblog.it/2010/02/12/patty-griffin-downtown-church-o-forse-no/ , ormai da parecchi anni non sbaglia un disco e anche il nuovo CD, con il solito Craig Ross alla guida ha tutte le carte in regola per non deludere.

1. Servant of Love
2. Gunpowder
3. Good and Gone
4. Hurt a Little While
5. 250,000 Miles
6. Made of the Sun
7. Everything’s Changed
8. Rider of Days
9. There Isn’t One Way
10. Noble Ground
11. Snake Charmer
12. You Never Asked Me
13. Shine a Different Way

Anche per questo disco non ci sono ancora video promo e allora andiamo a ripescare una delle ultime apparizioni dal vivo di Patty Griffin con l’ex fidanzato Robert Plant…

Stranamente, in alcuni paesi europei, il disco verrà pubblicato, in anticipo, l’11 settembre.

colin linden rich in love

Colin Linden è uno dei prototipi del musicista perfetto: produttore (Bruce Cockburn, Tom Wilson, Colin James, recentemente Lindi Ortega, disco di cui varrebbe la pena parlare più diffusamente), ma anche componente, nonché produttore, della grande band canadese Blackie And The Rodeo Kings, e soprattutto chitarrista (Bob Dylan, Greg Allman, Bruce Cockburn, Emmylou Harris, e Robert Plant e Alison Krauss solo per citarne alcuni), senza dimenticarsi che è un grande artista anche in proprio. Questo Rich In Love che uscirà per la Stony Plain sempre il 25 settembre, dovrebbe essere il tredicesimo album, live compresi, ma antologie e collaborazioni escluse, potrei sbagliare. Comunque tra gli ospiti presenti annovera Charlie Musselwhite, Reese Wynans e Amy Helm, e questi sono i titoli dei brani:

1. Knob & Tube
2. I Need Water
3. Delia Come For Me
4. The Hurt
5. Everybody Ought To Be Loved
6. Rich In Love
7. Date With The Stars
8. And Then You Begin
9. No More Cheap Wine
10. Luck Of A Fool
11. I Made A Promise
12. Paybacks Are Hell

https://soundcloud.com/stony-plain-records/colin-linden-09-no-more-cheap

Blues, country, folk, musica da cantautore, nei dischi di Colin Linden trovate tutto, unito ad una grandissima perizia alle sue chitarre, acustica ed elettrica e spesso anche in modalità slide. Quindi uno che non è solo ricco in amore ma anche nella propria musica, sentire prego…

anderson ponty band better late than never

Questa era una accoppiata che mancava, APB, sta per Anderson Ponty Band, e ancora più nello specifico Jon Anderson, il cantante degli Yes Jean Luc Ponty, il grande violinista jazz-rock francese, non propriamente due giovanotti ma sulla carta potrebbe essere interessante. Il disco si chiama, non senza ironia, Better Late Than Never, esce in formato CD+DVD, con la parte video formata da 10 tracce registrate dal vivo, oltre ad interviste varie. Nella parte audio 14 brani, questi, credo sempre Live:

1. Intro
2. One In The Rhythms Of Hope
3. A For Aria
4. Owner Of A Lonely Heart
5. Listening With Me
6. Time And A Word
7. Infinite Mirage
8. Soul Eternal
9. Wonderous Stories
10. And You And I
11. Renaissance Of The Sun
12. Roundabout
13. I See You Messenger
14. New New World

Nella band, oltre a Ponty e Anderson, troviamo Jamie Glaser alle chitarre, Wally Minko alle tastiere, Baron Browne al basso, Raymond Griffin alla batteria, non nomi di primissimo piano. E anche l’etichetta, Liaison, è la prima volta che la sento nominare. Mah, vedremo, per il momento

Anche per oggi è tutto. Come detto ci sarà un appendice, con altri dischi interessanti in uscita nel periodo, di cui non si è parlato, per vari motivi.

Bruno Conti

Uno Stevie Ray Vaughan D’Annata! Live At The Spectrum, Philadelphia 23rd May 1988

stevie ray vaughan spectrum philadelphia

Stevie Ray Vaughan – Spectrum, Philadelphia 23rd May 1988 Echoes

Nel 1988 Stevie Ray Vaughan, inconscio di tutto ciò, si avvicinava a grandi passi agli ultimi anni della sua breve vita (sarebbe scomparso, all’età di 35 anni, nel tragico incidente di elicottero del 27 agosto 1990 a East Troy, nel Wisconsin), ma nello stesso tempo, per la prima volta da lunga pezza, era libero dai fantasmi della tossicodipendenza, o almeno così si diceva e si legge nelle sue biografie. Però chi vi scrive si ricorda di essere stato presente ad una delle due date milanesi che SRV tenne al Palatrussardi di Milano nel luglio di quell’anno, ed in particolare, il 7, la serata in cui si esibì insieme a Pogues e Los Lobos. Ora, forse, la memoria mi inganna, sono passati 27 anni, ma non mi pare di ricordare un concerto memorabile, al di là della solita acustica orrida del palazzetto milanese, quella che doveva essere una serata eccezionale per la presenza contemporanea di tre grandi formazioni, alla fine non fu tale. O così ricordo io: Shane MacGowan era l’ombra di sé stesso e anche il musicista texano non fece un set fantastico (altri ricordano diversamente), forse penalizzati dall’acustica pessima e per il tempo ridotto, Los Lobos esclusi, nessuno mi parve all’altezza della propria fama.

Il buon Stevie, dopo la partenza fulminante con Texas Flood, e prima ancora con la esibizione al Festival di Montreux del 1982, dove venne peraltro contestato da alcuni dementi fondamentalisti del jazz festivaliero (ma il filmato in rete e il doppio CD con le due esibizioni dell’82 e dell’85, raccontano una storia diversa) e testimoniano di un musicista in forma strepitosa, poi replicata nel Rockpalast alla rocca di Lorelei dell’agosto del 1984, in una epoca in cui internet era ancora solo un’idea, l’esibizione venne mandata in Eurovisione, anche in Italia su Rai Tre, e permise a chi era rimasto folgorato dal suo primo album, da poco replicato con l’eccellente Couldn’t Stand The Weather, di godere la presenza scenica e sonora di questo “Zorro” della chitarra, un musicista fantastico che convogliava nella sua persona lo spirito di Jimi Hendrix, e di molti altri “eroi” della chitarra, bianchi e neri, che lo avevano preceduto. Non c’è né il tempo né lo spazio in questa breve recensione per ricordarlo, ma probabilmente Stevie Ray Vaughan è stato l’ultimo vero grande chitarrista della storia del rock, scomparso troppo presto, mentre avrebbe potuto dare ancora molto al mondo della musica. Comunque nel 1988, anno in cui viene registrato, e poi trasmesso nell’etere questo concerto radiofonico di Filadelfia, il nostro amico si sta preparando a registrare quello che sarà il suo ultimo album di studio, In Step, probabilmente il migliore della discografia insieme al primo, e regala ai fans accorsi allo Spectrum il 23 maggio del 1988, uno show nettamente superiore a quelli utilizzati per il doppio Live ufficiale Live Alive di due anni prima. La qualità del suono di questo CD è ottima, cruda ma bel delineata, così come il repertorio scelto per l’occasione: Vaughan, accompagnato dai fidi Double Trouble in versione quartetto, con Reese Wynans, Tommy Shannon e Chris Layton, sciorina, con nonchalance e classe immensa, undici brani di notevole spessore, che se non costituiscono un concerto completo, per le restrizioni di tempo applicate al broadcast radiofonico, cionondimeno rimangono un documento notevole del suo enorme talento di chitarrista.

Si parte con un medley di Dust My Blues che si riversa nell’inconfondibile riff di Love Struck Baby, per una versione fantastica, con Shannon che pompa sul basso come ne andasse della sua vita e Wynans e Layton travolgenti ai rispettivi strumenti, mentre Stevie strapazza la sua vecchia Fender e ne estrae citazioni di Johnny Be Goode e altre mirabilie del R&R e del blues. Look At Little Sister, il classico di Hank Ballard da Soul To Soul, è puro Rock’n’blues texano e anche You’ll Be Mine, dallo stesso album, è carica di una energia strabordante, poi veicolata nell’uno-due micidiale dell’accoppiata Mary Had A Little Lamb, dal repertorio di Buddy Guy e Texas Flood, entrambe in versioni dove le mani di SRV sembrano volare sul manico della sua chitarra; Superstition non raggiunge forse i vertici di quelle di Stevie Wonder e Jeff Beck, ma è sempre un bel sentire. Willie The Wimp è una rara esibizione dell’altrettanto raro singolo, scritto dall’amico di Austin Bill Carter, un rock verace e grintoso nella migliore tradizione texana, seguito da una vorticosa Cold Shot, con la sua ciondolante andatura, e poi dall’hendrixiana Couldn’t Stand The Weather, con i classici stop and go, e da una versione lunghissima, oltre i 9 minuti, di Life Without You, uno slow blues atmosferico e scintillante che anticipa la svolta dell’imminente In Step ed è seguita da una sontuosa Voodoo Chile (Slight Return) di mastro Jimi, solo Hendrix la faceva meglio. Grande concerto comunque, sarà anche un ex bootleg, ma che ci frega!

Bruno Conti

Musica Di “Peso”, Non Fate Caso Al Titolo Del CD! Matt Andersen – Weightless

matt andersen weightless

Matt Andersen – Weightless – High Romance/True North/Ird

A giudicare dal titolo e dalla piuma che svolazza senza peso, Weightless, sulla copertina del disco, uno non potrebbe neppure immaginare che siamo di fronte ad una “personcina” che ha più il peso e le dimensioni di un Popa Chubby. Ma il talento, in questo caso, non è inversamente proporzionale: ogni etto contiene talento a profusione! Presentato sullo sticker della copertina come vincitore dell’European Blues Award e dell’International Blues Challenge uno si aspetterebbe un disco sulla falsariga di un Duke Robillard, un Matt Schofield, un Johnny Lang. Ma in effetti, anche se il Blues è presente, sarebbe come dire che i Jethro Tull sono una band di heavy metal? Come dite? Ah, gli hanno dato un Grammy proprio per quello! Strano.

matt_andersen-4

Se dovessi definire lo stile di Matt Andersen. ottimo musicista canadese mi riferirei a gente come John Hiatt, il primo Joe Cocker, il Clapton influenzato da Delaney & Bonnie, la Band. Tutta musica buona: non per nulla il disco è stato prodotto dall’ex Blasters e Los Lobos, Steve Berlin, registrato ad Halifax, nella Nova Scotia canadese, i fiati (elemento integrante del sound) sono stati aggiunti ad Austin, Texas, mixato a Newbury Park, in California e masterizzato da Hank Williams (giuro, non III o Jr.!), in quel di Nashville, Tennessee, Se dovessi sintetizzare, gran bel disco, canzoni notevoli, splendida voce, ottimi musicisti. E qui, se volete, potete smettere di leggere, ma conoscendomi, sapete che non posso esimermi dall’elaborarne un po’ i contenuti, per cui vediamo cosa stiamo per ascoltare, anche se il consiglio sentito è di acquistare questo album https://www.youtube.com/watch?v=SqZtVvziHJA .

matt andersen 1

Dodici brani, tutti firmati dallo stesso Matt Andersen, quasi sempre con diversi parolieri e musicisti, uno migliore dell’altro: oltre alla produzione di Berlin il CD si avvale anche del decisivo lavoro del chitarrista Paul Rigby (quello dei dischi di Neko Case). Questo è l’ottavo album di Andersen, già il precedente Coal Mining Blues, prodotto da Colin Linden, era un bel disco https://www.youtube.com/watch?v=unh4gbcanoI , ma in questo Weightless la qualità migliora ancora, prendete la canzone d’apertura, I Lost My Way, un brano che mescola il meglio di Steve Winwood, John Hiatt e Delbert McClinton, un filo di Joe Cocker, la chitarra lavoratissima di Rigby, una sezione fiati che aggiunge pepe al brano, le vocalist di supporto, guidate da Amy Helm, che donano una patina soul à la Band, un’aria rootsy-rock che ricorda anche le mid-tempo ballads del Marc Cohn più ispirato, tanto per non fare nomi https://www.youtube.com/watch?v=GC8jw0LM_z0 .

matt andersen 2

My Last Day prosegue con questo groove rilassato ed avvolgente, anche le tastiere si fanno sentire, il cantato è sempre delizioso, una voce avvolgente che ti culla e ti scuote al contempo, sembra di essere in quel di Memphis per qualche session dei tempi che furono, una meraviglia https://www.youtube.com/watch?v=WKbht9nKFKI . Paul Rigby, ha un sound chitarristico inconsueto ma affascinante e tutti i musicisti sono al servizio delle canzoni e non viceversa, come ogni tanto accade. Anche So Easy, con una bella intro di chitarra acustica, ruota intorno alla voce espressiva di Andersen, qui ancora più suadente ed emozionante, e alla pedal steel incisiva di Rigby, che sorpresa, un cantante che sa esporre i suoi sentimenti attraverso la voce senza dovere urlare come un ossesso https://www.youtube.com/watch?v=tNEC6NVDRd4 . Per Weightless tornano i fiati e le voci femminili di supporto, il suono è tra la Band più soul e gli Stones di Honky Tonk Women, qui Matt lascia andare un po’ di più la voce e l’amico Mike Stevens aggiunge un gagliardo assolo di armonica. Alberta Gold è un’altra gioiosa ode ai grandi cantautori degli anni ’70, mossa e ritmata, con Rigby sempre magico alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=ek1-swOBYfY , Let’s Go To Bed viceversa è un gioiellino elettroacustico, molto intimista, “canadese” se vale come aggettivo, sempre con la voce sugli scudi e la chitarra che lavora di fino sullo sfondo.

matt andersen 3

The Fight ha un attacco molto pettyano, acustica e organo in evidenza, Berlin al piano (?!), l’elettrica minacciosa subito in primo piano, ma il brano prende quota quando la voce e la chitarra acquistano grinta e stamina per un crescendo entusiasmante, bellissima canzone. Drift away, nuovamente dolce e tranquilla, potrebbe ricordare l’Hiatt più bucolico, ma è solo l’impressione di chi scrive, potete sostituire con chi volete, solo gente brava mi raccomando! Ottima anche Let You Down, dove un mandolino, le armonie vocali avvolgenti e il lavoro di fino del batterista Geoff Arsenault, potrebbero ricordare ancora la Band, ma anche il sound del primo album di Bruce Hornsby, esatto, così bello. Un po’ di country-rock-blues per City Of Dreams, una fantastica ballata tra soul e Cooder, Between The Lines, con la slide di Rigby perfetta, e la conclusione con l‘errebì rauco di What Will You Leave. Cosa volere di più?

Bruno Conti

Una Bella “Signora” Mexicana, E Pure Brava! Patricia Vonne – Rattle My Cage

patricia vonne rattle my cage

Patricia Vonne – Rattle My Cage – Bandolera Records

Tra i tantissimi personaggi di Sin City, il film noir di Robert Rodriguez, c’era pure lei, nel personaggio di Dallas, avvenente e misteriosa autista. La “topona”, al secolo risponde al nome di Patricia Vonne (una vaga somiglianza con la nostra Sabrina Salerno), ma lei non è altri che la sorella di Robert, che l’ha coinvolta in diverse sue avventure (vedi Desperado e  Four Rooms), anche se la grande passione di Patricia è la musica.

patricia vonne 1

Nata a San Antonio (città di confine tra Stati Uniti e Messico), da padre di origine messicana e madre spagnola, proviene da una famiglia numerosa (ben nove fra fratelli e sorelle), Patricia impara ad amare la musica, dalle canzoni folk latine, suonate dai genitori musicisti e dai dischi di buon rock dei fratelli. A 19 anni si trasferisce a New York per coltivare il sogno (di tanti) di lavorare nel mondo dello spettacolo (ballerina e modella), e nella “Grande Mela” si ferma per ben dieci anni prima di tornare ad Austin, Texas, e ritornare alle sue radici culturali e musicali e pubblicare il suo primo album omonimo Patricia Vonne (03) a cui negli anni seguiranno Guitars And Castanets (05), Firebird (07), Worth It (10), tutti con una musica tra country, rock e sonorità latine, con influenze che vanno dal flamenco al tex-mex e un cantato a cavallo tra inglese e spagnolo. Come detto, parallelamente a quella di cantante (si esibisce a fianco di artisti come Los Lobos, Tito & Tarantula, Chris Isaak, Alejandro Escovedo, Joe Ely e tanti altri http://www.youtube.com/watch?v=kbpc8Kw-_mA ), intraprende una carriera di attrice e una sua canzone Traeme Paz http://www.youtube.com/watch?v=mYkxLhYR9Gc , viene inclusa nella colonna sonora del film “C’era una volta in Messico” con la bella e brava Salma Hayek.

patricia vonne firebird

Il “sound” di Rattle My Cage è tendenzialmente e curiosamente bilanciato fra roots-rock e influenze del tex-mex più aggressivo, supportato dalla sua fidata band composta dal marito Robert LaRoche (ex leader dei The Sighs) alle chitarre, Scott Garber al basso, Dony Wynn alla batteria, David Perales al violino e ospiti di valore, da Bukka Allen alla fisarmonica, a Ian McLagan e Michael Ramos alle tastiere, Johnny Reno al sax, assemblati dal produttore e ingegnere del suono Carl Thiel, per dieci tracce scritte con autori importanti come Alejandro Escovedo, Doyle Bramball, Rosie Flores, Alex Ruiz, Peter Kingsbery, Michael Martin e il fratello Robert Rodriguez.

patricia vonne live

Il disco potrebbe essere diviso in due parti, la prima con un robusto rock elettrico a partire dalla title track Rattle My Cage http://www.youtube.com/watch?v=aliEtpnGoCI  (dove sembra di risentire i mai dimenticati Del Fuegos), una Dark Mile che si prenota per il prossimo film di Quentin Tarantino http://www.youtube.com/watch?v=BSQhrkjFJLA , a cui segue Ravage Your Heart che tiene alta la tensione http://www.youtube.com/watch?v=dkRlj-XGkM8 , mentre Que Maravilla è cantata in spagnolo, per poi passare a una This Cat’s In The Doghouse che non ha niente a che fare con quanto ascoltato finora, un disimpegnato rock and roll elettrico con una robusta sezione fiati. La seconda parte, introdotta dalla ballata pianistica Bitter Need  (dove vengono evocate Fiona Apple e Regina Spektor), è fortemente influenzata da canzoni latine a partire dal flamenco di Dulce Refugio, il boogie tex-mex di Paris Trance e un brano come Tequiloros fortemente di tradizione messicana, e chiudere con lo strumentale Mexicali De Chispa, scritta con il fratello Robert, che riporta alla mente le atmosfere classiche alla “spaghetti western”.

patricia vonne live 2

Patricia Vonne Rodriguez (per chi scrive) è una cantautrice assolutamente intrigante, ha una voce grintosa, molto personale (e compone da sola o in coppia tutti i brani dell’album in questione), canta molto bene e la musica che propone viene identificata generalmente come energico roots-rock, ma l’influenza dei suoni che provengono dal “border” (tex-mex e flamenco) e il cantato che si alterna tra inglese e spagnolo, sprigiona indubbiamente un certo fascino.

mag_austinmonthly_newspage

Giusto per capirci: se amate la musica di Joe Ely, Los Lobos, Tito & Tarantula con i quali Pat ha diviso spesso il palco, se amate il cinema di Rodriguez e Tarantino con i quali divide famiglia e set, o se siete semplicemente curiosi, Rattle My Cage è il disco giusto, e una Tequila o una birra ghiacciata vi aiuteranno in questo viaggio attraverso il confine fra Texas e Messico.

Tino Montanari

Il Meglio Del 2013 By Jimmy Ragazzon (Mandolin’ Brothers)…E Qualche News Sul Nuovo Disco!

jimmy ragazzon pensa

Pensa che ti ripensa…ma direi questi…

Jimmy Ragazzon

 

My  Best Of 2013

 band live at the academy 4 cd

The Band: Live at  The Academy Of Music 1971

ry cooder live in san francisco

Ry Cooder & Corridos Famosos: Live In San Francisco

allen toussaint songbook

Allen Toussaint: Songbook

Bob Dylan: Another Self Portrait

los lobos disconnected

Los Lobos: Disconnected In New York City

Allman Brothers Band: Brothers & Sister Reissue

inside-llewyn-davis-original-soundtrack-300

Various Artists: Inside Llewyn Davis

mississippi fred mcdowell

Mississippi Fred McDowell: I Do Not Play No R&R

james cotton cotton mouth

James Cotton: Cotton Mouth Man

mavis staples one true vine

Mavis Staples: One True Vine

duane allman skydog

Duane Allman: Skydog – A  Retrospective

grateful dead sunshine dream front

Grateful Dead: Sunshine Daydream

HUMBLEPIEperformanceCOVER

Humble Pie: Performance Rockin’ The Fillmore

north mississippi allstars world boogie is coming

North Mississippi Allstar: World Boogie Is Coming

 guy davis juba dance

Guy Davis & Fabrizio Poggi: Juba Dance

paolo bonfanti exile

Paolo Bonfanti: Exiled On Backstreets

Concerti: Bob Dylan, Arcimboldi, Milano 2/11/13

                  Greg Trooper, with Alex Valle: da Trapani, Pavia

Libri:

Russel Banks: La Deriva Dei Continenti

Mauro Zambellini: Love And Emotion: Una Storia di Willy Deville

Nick Turse:  Kill Anything That Moves: The Real American War in Vietnam (molto istruttivo)

Perdita  Incolmabile:   JJ Cale

E…come dicono nel loro sito; Coming Soon:

Mandolin Brothers 2014

Sono stato “diffidato” dal dire troppe cose sul nuovo album dei Mandolin’ Brothers Far Out in uscita il 10 gennaio p.v. per la Ultra Sound distribuito da Ird, ma nelle parole dello stesso Jimmy questo è quanto sarà:

Lavorare con Jono (Manson) è stato un vero piacere, sia x le sue indubbie capacità di musicista e  produttore, sia x l’affinità cultural-musicale che ci accomuna. Persona splendida, gentile e puntigliosa, ha avuto la “pazienza” necessaria x sopportare le fisime ed i distinguo di 6 strambe menti pensanti,  ma mettendo paletti e fermezza dove e quando lo  riteneva necessario.
Inoltre con alcuni colpi di genio e qualche trick ha valorizzato tutto il lavoro, del quale siamo molto contenti.
Oltre a noi, partecipano lo stesso Jono, Cindy Cashdollar, John Popper,  Edward Abbiati,  la TPN Horn Section ed altri amici. L’ album, che si intitola “Far Out”  uscirà x  l’etichetta Ultra Sound Record e sarà distribuito dalla IRD. E’ certamente un poco + rock-oriented rispetto a tutti i 4 nostri lavori precedenti, ma questo è il risultato della musica da noi scritta, cioè 13 pezzi originali, senza alcuna cover. Inoltre abbiamo valorizzato le voci a disposizione nella band.

Cosa aggiungere? Comprate, comprate, comprate, salvo quelli che hanno partecipato al Crowd Funding e quindi hanno già ricevuto l’album in anteprima. Ovviamente recensione appena avrò l’OK.

stoned town

Nel frattempo i Mandolin’ Brothers, insieme ai Lowlands e moltissimi altri musicisti della zona del pavese partecipano a Stoned Town, una doppia compilations in CD per festeggiare i 50 anni di carriera dei Rolling Stones (era stato fatto anche con A Day In The Life dedicata ai Beatles). Stasera, come da locandina qui sopra, c’è l’ultima serata di presentazione del disco a Spazio Musica di Pavia.

Per le stranezze della rete, dove tutto si crea e nulla si cancella, se state leggendo questo Post tra due anni nel futuro, tenetene conto solo per il doppio CD, obviously!

Per oggi, that’s all, alla prossima

Bruno Conti

Divertimento Assicurato! Paul Burch – Fevers

paul burch fevers

Paul Burch -Fevers – Plowboy CD

Paul Burch, musicista nativo di Washington ma trapiantato a Nashville, è in giro da quasi vent’anni, ma è uno dei segreti meglio custoditi del panorama musicale Americano.

Ha esordito nel 1996 con l’album Pan-American Flash, e da allora ha pubblicato una decina di album, sempre ottimamente bilanciati tra musica country (la sua base di partenza), folk, rock’n’roll e qualche puntata nel blues. Vera American music quindi: Paul non ha mai conosciuto il successo, non è mai andato oltre uno status di cult artist, ma ha sempre fatto quello che voleva, come voleva e quando voleva. Lo scorso anno ci aveva piacevolmente stupito con l’ottimo Great Chicago Fire, uscito per la Bloodshot http://www.youtube.com/watch?v=OVPG-TOv_UI e nel quale Burch si faceva accompagnare dai Waco Brothers, che come sappiamo è una delle migliori e più longeve band di alternative country, un disco che alternava mirabilmente un country molto vigoroso ad episodi decisamente rock, con l’influenza dei Rolling Stones ben presente.

waco brothers paul burch

Con questo nuovo album, intitolato Fevers, Paul cambia le carte in tavola, richiama la sua band WPA Ballclub (il cui leader, il noto polistrumentista Fats Kaplin, è anche co-produttore del disco), e ci regala un godibilissimo lavoro di pura Americana, con deliziosi arrangiamenti vintage che fanno lo fanno sembrare un vecchio LP di qualche oscuro musicista degli anni 50/60. C’è di tutto in Fevers (country, folk, blues, rock’n’roll, pop, swing), http://www.youtube.com/watch?v=3b2OQHs2b2A ma l’insieme non suona assolutamente dispersivo, ma anzi dimostra che Burch è un musicista di grande talento che non ha mai avuto l’attenzione che avrebbe meritato. I suoni sono semplici, diretti, nulla a che vedere con le produzioni cromate di Nashville, ma da questi solchi viene fuori l’amore del nostro per le tradizioni (anche se dieci canzoni su tredici sono opera sua), e la varietà di stili non è un segnale di dispersività, ma ,al contrario, di compattezza.

paul burch 1

L’iniziale Cluck Old Hen è un traditional folk, e Paul lo ripropone proprio come se fosse uscito dall’Anthology Of Folk Music: voce, violino, mandolino e poco altro. Couldn’t Get A Witness è un rockabilly d’altri tempi, diretto, godibile ed essenziale nei suoni: violino, basso e batteria, con una chitarra mixata talmente bassa che quasi non si sente http://www.youtube.com/watch?v=1gDQ7AaaLsk . Ma il brano funziona lo stesso. La splendida Straight Tears, No Chaser è uno scintillante honky-tonk suonato alla maniera classica, con la doppia voce di Kristi Rose ad impreziosire una gemma già lucente di suo: la steel di Kaplin ed il pianoforte della brava Jen Gunderman (in passato anche con i  Jayhawks al momento nei Last Train Home) fanno il resto.

Two Trains Pullin’ è una classica pop ballad, gradevolissima e molto anni ’50 (mi ricorda certe cose di Nick Lowe), mentre Ocean Of Tears (cover di un classico del grande Tennesse Ernie Ford) http://www.youtube.com/watch?v=CkigmANGaco è uno slow jazzato, sempre a due voci (stavolta con Kelly Hogan), quasi un brano afterhours, di gran classe: sentire per credere. Con Luck Ran Out si cambia decisamente genere: un pezzo con sonorità quasi low-fi, un bluesaccio sudista con accenni swamp, alla Tony Joe White, mentre con il pop-rock Breaking In A Brand New Heartache torniamo decisamente dalle parti di Lowe, anzi quasi mi stupisco di non trovare nei credits del brano il nome del geniale musicista inglese.

paul burch 2

Con la deliziosa (I Love) A Melancholy Baby torniamo negli anni a cavallo tra i cinquanta ed i sessanta, ed anche l’arrangiamento vintage fa la sua parte; Give It Away è invece un rock’n’roll venato di country e dominato dal piano (chi ha detto Jerry Lee?). Sac Au Lait ci porta in territori cajun, non c’è la batteria ma il piedino si muove lo stesso, mentre Sagrada è un pezzo che mi ricorda certe cose dei Los Lobos, non quelli folk tradizionali ma quelli contaminati con il rock un po’ obliquo, come se ci fosse Mitchell Froom dietro alla consolle (è chiaro che qui la produzione è moooolto più artigianale!).

Chiudono un album fresco e stimolante una bella cover di Going To Memphis (un classico di Johnny Cash, era sul mitico Ride This Train), con ospite Richard Bennett al mandolino e Paul che prova a tenere il passo del Man in Black (ma non ne ha la voce, chiaramente), e Saturday Night Jamboree, un gustoso western swing ancora molto vintage.

Date una chance a Paul Burch, non vi deluderà, e probabilmente vi divertirà pure.

Marco Verdi

Dal New Jersey (Via Italia), “On The Road Again”! Greg Trooper – Incident On Willow Street

greg trooper incident.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Greg Trooper – Incident On Willow Street – Appaloosa Records/Ird 2013

Devo ammettere che ho sempre avuto un debole per Greg Trooper, un musicista che è in attività dal 1986 (il suo primo album introvabile è stato We Won’t Dance), che ha scritto tra gli altri per Steve Earle, Robert Earl Keen, Vince Gill, Billy Bragg , Rosanne Cash e la grande Maura O’Connell (di cui purtroppo ho perso le tracce), e da allora è stato tutto un crescendo qualitativo per questo folk singer, precursore del suono che viene etichettato come “americana”. Ottimi infatti i suoi successivi lavori, a partire da Everywhere (92), Noises In The Hallway (96) forse il migliore del primo periodo, Popular Demons (98), Straight Down Rain (2001) il debutto per la Sugar Hill con Floating (2003); in mezzo c’è stato anche uno  live acustico Between A House and A Hard Place: Live At Pine Hill Farm  (venduto purtroppo solo via internet). Il sodalizio con la meritoria indie della North Carolina, prosegue con l’ottimo Make It Through This World (2005), un altro live di difficile reperibilità The Backshop Live (2006), The Williamsburg Affair (2009), Upside-Down Town (2010), fino a questo Incident On Willow Street, distribuito (meritoriamente) dalla nuova Appaloosa Records (indimenticabile creatura del compianto Franco Ratti).

Affiancato da musicisti stellari, a partire dal bravissimo polistrumentista Larry Campbell che suona di tutto, chitarre, pedal steel, mandolino, violino, banjo e bouzuki, Jack Saunders al basso, Oli Rockberger alle tastiere, Kenneth Blevins (dalla band di Hiatt) alla batteria e la brava Lucy Wainwright Roche alle armonie vocali, Greg presenta tredici tracce che spaziano tra folk anglosassone, country, rock e un pizzico di soul, per un suono più variegato rispetto agli ultimi album di studio.

Il viaggio inizia con una delicata All The Way To Amsterdam, mentre il mandolino di Campbell (colonna portante di tutto il disco), spadroneggia in Good Luck Heart, a cui fa seguito la ballata intimista Steel Deck Bridge. Sonorità irlandesi fanno capolino in Mary Of  The Scots In Queens, un folk cadenzato dalla  melodia avvolgente, per poi passare al soul di Everything’s A Miracle  e alle ballate acustiche The Land of No Forgiveness (che si avvale della voce angelica della Roche) e Amelia (dove troviamo alla batteria il figlio Jack). One Honest Man è un bel brano rock valorizzato dalla chitarra di Larry, seguito dalla grintosa Living With You, mentre This Shitty Deal è una ballatona country (alla Los Lobos). Il viaggio si avvia alla fine con la danza campestre di The Girl In The Blue e il country evocativo di Diamond Heart, che sa di vecchio west, con la bella voce di Trooper, che ricorda sapori di altri tempi. La bonus track (solo per il mercato italiano) è una torrida versione dal vivo di Ireland (era sull’album Everywhere), con la fisa a dettare il ritmo alla band (la versione Appaloosa è un bel digipack che contiene una taschina dove c’è il libretto con i testi e traduzione italiana, molto meritorio!).

Greg Trooper è uno di quei rari cantautori che solo l’America sa produrre, ha un talento fuori dalla norma, che lo affianca facilmente a solisti della fama di Steve Earle, Joe Ely e John Hiatt, perché sa scrivere canzoni di grande forza, fa della grande musica che gli sgorga dal profondo dell’anima, non vende illusioni, ma parla d’amore e di speranza.

***NDT: Domenica 27 Ottobre 2013 alle 18,00 suona dalle mie parti, alla Pizzeria Trapani in quel di Pavia, per chi fosse interessato l’ingresso è gratuito, io ci sarò sicuramente. Alla prossima!

Tino Montanari