Supplemento Della Domenica Bis: Prima Che Sia Troppo Tardi! Dr. John – The Atco Albums Collection

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Dr. John – The Atco Albums Collection – 7 CD Rhino/Warner      

Dr. John, a.k.a Mac Rebennack, è sicuramente uno dei musicisti più importanti generati dalla scena di New Orleans: rimanendo in un ambito contemporaneo, e senza tornare troppo indietro nel tempo, lo si può accostare a Professor Longhair, Fats Domino (e forse James Booker), tra quelli in azione dagli anni ’50, Allen Toussaint, la famiglia Neville, sia come Meters che come Neville Brothers, probabilmente anche Irma Thomas (nel passato Jelly Roll Morton, Sidney Bechet e Louis Armstrong, ma anche Mahalia Jackson, tanto per non fare nomi), fino ad arrivare ai vari Marsalis, la Dirty Dozen Brass Band, i Radiators tra i bianchi, Trombone Shorty e così via, ne ho dimenticati sicuramente molti. Ma Dr. John è certamente uno di quelli che meglio è riuscito a fondere le radici jazz e blues, con il R&B e il soul, il rock, il boogie woogie, in modo magistrale: la sua carriera discografica, per certi versi parte tardi, il suo primo album solista è del 1968, quando Rebennack aveva già 28 anni, ma poi è stata ricca e feconda, con tantissimi dischi pubblicati negli anni, e a livello di ristampe del catalogo è sempre stata servita discretamente bene. Gli album principali sono raccolti nel boxettino economico della Original Album Series, tuttora in produzione, che ne riporta 5 dei primi 6 (manca solo Remedies)e anche gli album singoli sono stati spesso editi in passato in edizione singola, anche se attualmente la maggior parte non sono reperibili facilmente, per usare un eufemismo.

Quindi questo cofanetto della Rhino che raccoglie i sette dischi del periodo Atco, quello migliore, cade proprio a fagiolo, prima  che sia troppo tardi, per una volta si festeggia la carriera di un grande da vivo: ci sono Gris – Gris, Babylon, Remedies, The Sun Moon & Herbs, Dr. John’s Gumbo, In The Right Place, Desitively Bonaroo, tutti di elevato valore qualitativo con la punta di eccellenza di Gumbo, per molti il suo capolavoro assoluto. Sono usciti, con cadenza abbastanza regolare, nel periodo che va dal 1968 al 1974, vediamoli, abbastanza velocemente., ma non troppo. I primi tre escono come Dr. John, “The Night Tripper”, lo pseudonimo adottato agli inizi, quando si presentava visivamente come un incrocio tra Screamin’ Jay Hawkins con i suoi copricapi eccentrici, un santone voodoo e qualche personaggio del Mardi Gras, mentre musicalmente fondeva il R&B di New Orleans con rock psichedelico e qualche abbondante spruzzata di jazz molto personalizzato: Gris-Gris, registrato nel 1967, esce a gennaio del 1968, prodotto da Harold Battiste, una delle leggende della scena locale, e usando una pattuglia di musicisti della Crescent City che avevano tutti il prefisso Dr. nel nome, a parte Bob West, che era Senator, all’inizio non fu accolto molto bene a livello critico, ma poi, grazie anche alla presenza di  una “misteriosa” I Walk On Guilded Sprinters (di cui ricordiamo, tra le tante, le versioni poderose degli Humble Pie e di Paul Weller) ma anche Gris-Gris Gumbo Ya-Ya che introduceva in pochi tratti il suo personaggio, tra ritmi tribali e voodoo jazz, Mama Roux, una sorta di ondeggiante boogaloo (come lo chiamò Ahmet Ertegun, il presidente della Atlantic, che non voleva pubblicare l’album), o Danse Frambeaux ,tutte firmate Dr. John Creaux, e che definire bizzarre ed avventurose significa non fargli torto; tradotto, l’ascolto non è facilissimo.

Babylon, il secondo album, esce un anno esatto dopo, stesso produttore, qualche nuovo musicista, e lo stesso Dr. John che si esibisce anche alla chitarra, i tempi musicali sono sempre abbastanza strani, ma il R&B è più accentuato, per esempio nell’iniziale title-track o nella mossa Glowin’, con sonorità a tratti zappiane o alla Captain Beefheart, per la voce particolare, roca e vissuta di Rebennack; Black Widow Spider è rock psichedelico, come anche The Lonesome Guitar Strangler, mentre la lunga Twilight Zone, ha degli elementi del futuro Dr. John balladeer confidenziale.

Remedies del 1970 è l’ultimo disco come Night Tripper, prodotto da Tom Dowd e Charles Greene, contiene la lunghissima Angola Anthem, ispirata da una brutta esperienza nella celebre prigione americana, un brano dove le percussioni di Jessie Hill giocano un ruolo molto importante, con il sound che ruota intorno a un classico chitarra, basso e batteria, molto funky e continui cambi di tempo, mentre il piano è assente; in Loop Garoo, What Goes Around Comes Around, Wash, Mama, Wash, e Chippy Chippy già impera il classico suono di Dr. John, tipicamente New Orleans, mentre la lunga Mardi Gras Day è più frammentaria.

Un disco di transizione, prima di arrivare a The Sun, Moon & Herbs l’album del 1971, dove ci sono i Memphis Horns in tre brani e i fiati anche in altri pezzi, ma pure moltissimi i musicisti impiegati, tra cui nomi celeberrimi come Eric Clapton alla chitarra in molti pezzi, che si porta dietro altri componenti di Derek And The Dominos, Mick Jagger alle armonie vocali, ma pure Bobby Whitlock e Doris Troy, il suono è molto espansivo e brani come la complessa Black John The Conqueror, la deliziosa Where Ya At Mule, il voodoo blues di Caney Crow, il puro New Orleans sound di Familiar Reality e Pots On Fiyo, sono gli antenati del sound di Meters e Neville Brothers, mentre la “funerea” Zu Zu Mamou è più dispersiva. Il disco arriva ben al 184° posto delle classifiche e fa da apripista per quello che per molti forse è il suo capolavoro assoluto.

Dr. John’s Gumbo, il disco del 1972 che è un tuffo nella tradizione musicale della sua città natale, composto tutto (meno un pezzo a firma Mac Rebennack) da brani classici come Iko Iko, trascinante e con fiati e voci femminili di supporto scatenate, mentre il Dottore lavora di fino sulla tastiera del piano, e poi Blow Wind Blow di Huey Piano Smith, Big Chief un brano, anche fischiettato, di Earl Gaines, dove si apprezza l’organo di Ronnie Barron; c’è anche Somebody Changed The Lock del “Dottore”, che è una anticipazione di Such A Night o Right Place, Wrong Time, per non dire di Let The Good Times Roll, Junco Partner, Stack-A-Lee e pure Tipitina, ma vi sfido a trovare un brano scarso.

Come pure nel successivo In The Right Place, uscito nel 1973, che fu il suo disco di maggiore successo, ben 33 settimane nelle classifiche di Billboard, per il sottoscritto anche il suo suo migliore, un disco dove suonano Allen Toussaint, che è anche il produttore, i Meters, Ralph McDonald, David Spinozza, e una sezione fiati guidata da Gary Brown: la trascinante Right Place, Wrong Time, con l’assolo di Spinozza https://www.youtube.com/watch?v=fvxJxLwGOMI , Same Old Same Old, e ancora Life, firmata da Toussaint, Such A Night (che nella versione del grande fan italiano di Dr. John, Renzo Arbore, diventerà Smorza ‘è Lights), ma pure la ballata Just The Same, la super funky I’ve Been Hoodood (su cui Willy De Ville ha costruito mezza carriera, l’altra metà è grande rock), e che dire del R&B di Qualified, insomma non c’è un brano scarso, neppure a cercarlo con il lanternino.

Conclude il periodo Atco Desitively Bonnaroo il disco del 1974, che è non è affatto un brutto album, anzi, ma confrontato con i due precedenti non può reggere il paragone: Allen Toussaint e i Meters sono ancora in pista, le registrazioni avvengono sempre tra i Criteria Studios di Miami e i Sea-Saint Recording di New Orleans, l’atmosfera trasuda come al solito Funky e il tipico Gumbo sound di Dr. John, non ci sono “classici”, però i buoni brani non mancano: Quitters Never Win, una sorta di James Brown perduto, Stealin’ e What Comes Around (Goes Around) due discrete funky tunes, la ballata pianstica Me –You – Loneliness, sulla stessa lunghezza d’onda del cittadino onorario di NOLA Randy Newman o l’incalzante Mos’Scocious, che diventerà il titolo di una sua antologia del 1993 e ancora le deliziose e contagiose Let’s Make A Better World e Sing Along Song, come pure la ballata gospel-country Go Tell The People e altri brani del CD.

Insomma, per cinque euro scarsi a CD direi che questo cofanetto s’ha da avere, sia se non possedete nulla di Dr. John, ma anche  se ve ne manca solo qualcuno di quelli contenuti in questo Box.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica (Doppio): Dal Texas A New York, E’ Sempre Grande Rock. Bruce Springsteen & The E Street Band – Houston ‘78/MSG 2000

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Summit, Houston, TX, Dec. 8 1978 – nugs.net 3CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden, New York 07/01/2000 – nugs.net 3CD – Download

Oggi doppio appuntamento con gli archivi live di Bruce Springsteen, per due uscite molto ravvicinate tra loro ed entrambe decisamente degne di nota. Per la verità la prima delle due non era inizialmente programmata, ma è stata pubblicata a scopi benefici: infatti il ricavato delle vendite andrà ad un fondo speciale istituito da MusiCares in sostegno di chi ha subito danni a causa del devastante uragano Harvey, che lo scorso mese di Settembre ha infuriato sul Texas. E proprio in Texas, a Houston, si svolge il concerto di questo triplo CD: è il 1978, uno degli anni magici di Bruce, ed è la seconda uscita negli archivi a provenire da quel tour, dopo il leggendario Agora Ballroom di Cleveland. Per la verità questo show non è inedito, in quanto era uscito in DVD nel deluxe box di The Promise, ma è comunque un grande piacere riascoltarlo in versione audio, dato che si tratta di un concerto eccellente, che forse non raggiunge i livelli di Cleveland ma gli si avvicina molto, nonostante una qualità di registrazione non perfetta (ma più che accettabile); il Boss è in forma super, e la E Street Band lo segue di conseguenza, alimentando proprio in quel periodo l’alone di migliore rock’n’roll band del mondo che l’accompagnerà meritatamente fino ai giorni nostri.

Nella setlist c’è molto Darkness On The Edge Of Town (il disco era uscito quello stesso anno), a partire da Badlands, che apre la serata in maniera potente, seguita a ruota da una Streets Of Fire tesa ed affilata, con il primo assolo torcibudella dello show; tra i brani presi dall’allora nuovo album troviamo una scintillante title track, davvero splendida, una grandiosa Prove It All Night (con una strepitosa introduzione per piano e chitarra) ed una Racing In The Street più struggente che mai. C’è ovviamente anche un tributo al primo Springsteen, con una It’s Hard To Be A Saint In The City decisamente frenetica ed urgente ed il travolgente soul urbano di Spirit In The Night; ben tre canzoni anticipano di due anni The River, e cioè la toccante Independence Day, The Ties That Bind già diretta come un pugno ( e leggermente diversa dalla versione definitiva) e la drammatica e bellissima Point Blank. Tra i brani restanti, meritano senz’altro una menzione le straordinarie ballate Jungleland e Backstreets, un concentrato di forza e poesia, la rara The Fever, la sempre irresistibile Because The Night e, nei bis, tanto rock’n’roll con un formidabile Detroit Medley che supera i nove minuti ed un gran finale riservato a You Can’t Sit Down (The Dovells) e Quarter To Three (Gary U.S. Bonds).

Con il secondo triplo CD facciamo un salto in avanti di ben 22 anni: il concerto documenta la tappa finale del cosiddetto Reunion Tour, iniziato nel 1999 e nel quale Bruce riformava la “sua” band dopo ben undici anni, e per la prima volta con in formazione sia Little Steven che Nils Lofgren (il gruppo si era già rimesso insieme brevemente nel 1995 per gli inediti del Greatest Hits springsteeniano, ma non c’erano stati concerti). Anche questo live, tenutosi al Madison Square Garden di New York (l’ultimo di dieci consecutivi), era già uscito in parte sul doppio Live In New York City (insieme a brani tratti dalla serata del 29 Giugno), ma ascoltare lo show completo è tutt’altra cosa, dato che ci troviamo di fronte ad uno spettacolo davvero strepitoso, magico ed entusiasmante, che rende questa uscita tra le migliori della serie. Il Boss spazia in lungo e in largo per tutta la sua carriera con una scaletta formidabile, iniziando con la rara Code Of Silence, una rock song potente e perfetta per dare il via allo spettacolo; ci sono naturalmente molti classici riproposti sia nella maniera conosciuta (Prove It All Night, Two Hearts, The Promised Land, Badlands, Out In The Street, Born To Run, Thunder Road), sia con arrangiamenti diversi (una Born In The U.S.A. acustica e blues, com’era in origine, ed una The River più raffinata e con un leggero tocco jazz, ma sempre stupenda).

C’è poi un omaggio all’allora recente cofanetto Tracks con la scintillante My Love Will Not Let You Down, uno al Greatest Hits con la vigorosa Murder Incorporated, e perfino un assaggio dal futuro The Rising (Further On (Up The Road), splendida), oltre ad inediti come la controversa American Skin (41 Shots), la già nota cavalcata elettrica Light Of Day, la pianistica e toccante The Promise e la fluida Land Of Hope And Dreams, scritta proprio per il Reunion Tour (e che non mi ha mai fatto impazzire). Le chicche sono due riletture elettriche di pezzi tratti da Nebraska (Atlantic City e Mansion On The Hill, che diventa una fulgida ballata), una Youngstown più rock che mai (con uno strepitoso Lofgren), uno splendido doppio tributo agli esordi con The E Street Shuffle, piena di suoni e colori, ed una maestosa Lost In The Flood, ed una irresistibile Ramrod, rock’n’roll come se non ci fosse domani. Come finale, una commovente Blood Brothers, altro brano preso dal Greatest Hits, mai suonato prima dal vivo e con un verso in più scritto apposta per questa serata.

Ancora due concerti imperdibili quindi (e, a sorpresa, più il secondo del primo), in attesa del prossimo volume che ci farà tornare nei “favolosi” anni ottanta.

Marco Verdi

I Luoghi Del Cuore Sono Sempre Quelli. Max Meazza – La Californie

max meazza la californie

Max Meazza – La Californie – La Californie Records/Ird

Ogni tanto Max mi chiama (oppure mi manda una mail) dicendomi” “Bruno, guarda che ho preparato un nuovo album”, e il sottoscritto con impegno (e un pizzico di conflitto di interessi , visto che che conosciamo da tanti anni) decide di parlarne su questo Blog, e spesso anche sul Buscadero, dove nel corso del tempo, dai lontani anni ’80, molte volte le mie recensioni sui suoi dischi sono apparse, agli inizi erano anche musicassette (vi giuro che esistevano) prima ancora LP e poi CD, che escono tuttora anche negli States e in Giappone http://discoclub.myblog.it/2015/05/21/la-california-musicale-altro-vista-dallitalia-max-meazza-charlie-parker-loves-me/ . Agli inizi furono i Pueblo, con Claudio Bazzari (ancora oggi uno dei più bravi e rispettati chitarristi italiani), poi una carriera solista che parte dagli anni ’80 e prosegue fino ai giorni nostri, sostenuta, credo, dalla passione, più che dai risultati economici. La passione (e le influenze) girano soprattutto intorno a quella parola “La California”, che questa volta viene declinata alla francese La Californie (oui), che è anche un famoso locale francese sulla Costa Azzurra, a Cannes, e sta a significare questo amore per una musica raffinata, solare e notturna al contempo, con spruzzate di jazz, un solido amore per il rock (ogni tanto le chitarre ruggiscono) ma soprattutto la West Coast e L.A., evocate ogni tanto nei titoli, come pure il rock americano, quello che si definisce AOR, e anche il blue eyed soul, senza dimenticare il pallino personale di Max per John Martyn, passione per questo cantautore che ci accomuna. Forse l’ho scritto altre volte, comunque, tanto per non fare nomi, siamo dalle parti di Mark Jordan, Michael Franks, Bill LaBounty, James Taylor e gli altri fratelli, gli Steely Dan, Michael McDonald, Ben Sidran Mark Winkler: alcuni di questi di tanto in tanto presenti nei suoi dischi, sia a livello fisico sia come autori di citazioni e commenti. E’ ovvio che tutte queste influenze e rimandi magari sono presenti in modo minimo e impercettibile, in altri casi in maniera più evidente, ma serve per inquadrare la musica di Max Meazza, dove non mancano anche momenti più rock e tirati.

Anche nel caso di La Californie il menu è sempre quello: il nostro amico si produce, scrive testi e musiche, inserisce questa volta ben 6 cover, e si fa aiutare da un manipolo di musicisti, alcuni in Italia, come Nicola Demontis (un giovane chitarrista e polistrumentista sardo, di stanza a Milano, diplomato al Conservatorio, ma anche “allievo” di Bazzari, viene un po’ dalla famiglia Lukather, Gambale e soci) e Enrico Panicucci al basso, altri a Nashville nello studio di Leonard Wolf, produttore, ingegnere del suono e musicista dell’area country-rock, qui impiegato alle tastiere in tre brani. Nei dischi solisti di Max degli ultimi anni ogni tanto prevale un tipo di “sound” sintetico che lui sa non amo particolarmente, ma il gusto per la melodia, anche per la canzone d’amore e la ballata non manca mai. Mark Winkler parlando di questo disco ha detto che la voce di Meazza sembra quasi quella di qualcuno che ha fatto dei gargarismi con le lamette, e l’immagine mi piace, tradotto vuole dire che con il passare degli anni la voce si è arrochita, è diventata più bassa e vissuta, e quindi quando viene spinta su traiettorie più mosse e spinte si ottiene quel risultato sonoro. Come evidenzia il brano d’apertura To Live And Die In L.A.https://www.youtube.com/watch?v=AlzDXtLwQuw (preceduta da un breve preludio strumentale, La Californie, dove si apprezza il suono sempre affascinante del Fender Rhodes, suonato da Neil Cody, ammetto di non conoscere), ma la canzone è proprio quella dei Wang Chung, devo dire non tra i miei preferiti, quel tipico sound pop-rock anni ’80, incalzante e da colonna sonora di Miami Vice e dintorni, la chitarra di Demontis è ficcante, ma le tastiere di Wolf e l’uso del synth sono troppo preminenti per i miei gusti, anche se ad altri piacerà, meglio Dark Stars, scritta da Max, una di quelle sue ballate romantiche, avvolgenti ed evocative, che ricordano la California https://www.youtube.com/watch?v=jt8kySmqlLk , ma anche il blue eyed soul e il John Martyn “elettrico” , con un bel piano appunto elettrico, una chitarra lirica e che colora deliziosamente il suono, mentre paesaggi americani scorrono sullo sfondo, da sentire magari in macchina su una highway, ma va bene anche su una delle nostre autostrade tra Brianza e i laghi lombardi, in qualche bella giornata soleggiata.

Mitsubishi Boy, scritta da Ben Sidran, ha quell’appeal funky-rock-jazz, mellifluo ed insinuante, tipico del pianista americano, con un assolo di synth vecchia scuola che in questo caso ci sta benissimo, ma poi quando entra il piano acustico l’atmosfera si fa più ricercata e definita, anche con un bel assolo di chitarra di Demontis (che si raddoppia alla solista) quasi alla Steely Dan, bel suono, nitido e rotondo. Present At My Door è ancora più blue eyed soul, grazie all’uso di una piccola sezione fiati, Martina e Filippo Daga, a sax e tromba, e qui potete andarvi a ripassare i nomi citati all’inizio, le coordinate sonore sono quelle, il groove è scandito e con tocchi jazz fini e raffinati e qualche rimando ancora agli SD.. Insensitive è un altro di quei pezzi malinconici e delicati che sono nel DNA del suo autore, un brano che scivola sul lavoro di una insinuante chitarra solista che punteggia la melodia della canzone, molto adatta allo spirito autunnale della stagione che stiamo vivendo. Poi arrivano un altro paio di cover: la prima, scritta da David Michael Tyson, Our World Our Times, è un vecchio pezzo di Alannah Myles (quella di Black Velvet), un pezzo rock a tutto riff, con tanto di chitarra con wah-wah, e con la voce solista di Amber Sweeney, bel timbro vocale, anche se non il genere che prediligo, però la grinta non manca e la chitarra si fa sentire nuovamente. Molto più vicina ai miei gusti, anzi è una delle canzoni che più mi piacciono in assoluto, tra quelle degli artisti considerati “minori e perdenti” è Loving Arms di Toms Jans, una delle ballate più belle e struggenti scritte negli anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=c42zPWLAocg  (interpretata da decine di cantanti, da Elvis Kris Kristofferson Rita Coolidge, passando per quelle soul di Dobie Gray, Etta James splendida https://www.youtube.com/watch?v=NT1_V_z22SI  e una altrettanto bella di Irma Thomas su I Believe To My Soul): so che a Max piace, perché me lo ha detto, quella di Livingston Taylor Leah Kunkel, comunque la canzone è talmente bella che come la metti non puoi fare a meno di goderla, anche questa versione molto blue eyed soul cantata in coppia con la giovane Shannon Callihan è deliziosa, mi ha ricordato certe cose molto ricercate quasi à la Anita Baker. 

Sad Clown, l’ultimo pezzo originale della raccolta è un altro pezzo dai sapori westcoastiani e rock, non lontanissimi dagli inizi con i Pueblo, sempre cantata con l’attuale voce scartavetrata di Max, che prova anche qualche breve ed ardito falsetto e con la chitarra di Demontis che cesella alcuni frasi armoniche coinvolgenti; Picture Postcards From L.A: scritta da Joshua Kadison, altro cantautore e pianista originario della Città degli Angeli e tratta dal suo lavoro di esordio del 1993, ha quelle volute soft -rock (non avevamo ancora usato il termine?) tipiche del rock californiano morbido, belle melodie e un ritornello accattivante, oltre ad un bel intreccio di chitarre acustiche ed elettriche, senza dimenticare le onnipresenti tastiere. A chiudere il CD un’altra cover, Devil In You Son, un brano scritto da Gary Hill, tratto da un “oscuro” album in vinile della metà anni ’70, Mountain Man uscito comunque per la Capitol (e che ai tempi possedevo e di cui ammetto di avere vaghissimi ricordi, ma rientrava in quello stile country-rock- west coast che andava per la maggiore ai tempi): nella versione attuale di Max Meazza troviamo Ben Babylon al Fender Rhodes, un musicista giovanissimo, noto forse più per essere il figlio di Guy Babylon, a lungo tastierista nella Elton John Band, forse non in uno dei periodi migliori dell’occhialuto cantante britannico, e la canzone diventa una sorta di ballata notturna, costruita attorno al suono liquido del piano elettrico e con un eccellente break della solista di Demontis che si conferma chitarrista dal tocco vellutato, comunque sempre con quella vena malinconica tipica di certi brani di Max Meazza, con il John Martyn anni ’80 nel cuore https://www.youtube.com/watch?v=H0-UHXPJwqU . Per la serie i “piaceri proibiti”, il genere di questo La Californie non è quello tipico di cui leggete su questo Blog, ma anche al sottoscritto, come ad altri, piace spaziare nei generi più disparati, diciamo che escludendo le canzoni dei Pigmei e in genere lo stile Afro e il reggae, a chi scrive piace ascoltare un po’ di tutto purché sia buona musica e nell’album in questione ne trovate abbastanza, per cui se volete regalarvi o regalare a qualcuno che potrebbe apprezzarlo, un “piccolo dischetto” da macchina, ma anche da pomeriggi e pigre serate in città, questo album potrebbe fare al caso vostro. Scusate se mi sono dilungato, sfiorando il conflitto di interessi.

Bruno Conti

Ci Mancava: (Anche) Dal Vivo E’ Sempre Formidabile! Richard Thompson Band – Live At Rockpalast

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Richard Thompson Band – Live At Rockpalast – WDR/MIG 3CD/2DVD

Come probabilmente saprete Rockpalast è il nome di una famosa trasmissione televisiva tedesca, che iniziò a programmare negli anni settanta e continua ancora oggi, occupandosi di mandare in onda i concerti di alcuni tra i migliori musicisti mondiali: negli anni sono stati pubblicati diversi CD e DVD tratti da quelle serate, tra cui ricordo Ian Hunter, Lee Clayton, Willy DeVille, i Rockpile, Paul Butterfield, John Cipollina, Joe Jackson, George Thorogood e moltissimi altri. Oggi questa benemerita serie decide di omaggiare uno dei più grandi di tutti, cioè Richard Thompson, e lo fa in maniera sontuosa, con una sorta di mini-box contenente ben tre CD e due DVD, controbilanciando in un colpo solo i tre recenti album acustici del musicista britannico. Le serate interessate da questo cofanetto sono quelle di un concerto completo tenutosi nel Dicembre del 1983 alla Markthalle di Amburgo (che occupa i primi due CD ed il primo DVD) ed una parte dello show del Gennaio 1984 al Midem di Cannes (quindi eccezionalmente fuori dai confini teutonici). La tournée in questione è quella a supporto di Hand Of Kindness, secondo album solista di Richard dopo Henry The Human Fly (in mezzo c’erano stati i sei lavori con la moglie Linda) ed uno dei suoi più riusciti in assoluto, anche se stiamo parlando di un artista che non ha mai sbagliato un disco in vita sua. Per questo tour Richard aveva in un certo senso riformato i Fairport Convention di Full House, tranne Dave Swarbrick (giova infatti ricordare che lo storico gruppo folk-rock inglese in quel periodo non era in attività, ma avrebbe ricominciato solo due anni dopo): infatti troviamo assieme a Thompson Simon Nicol, che suona una stranissima chitarra a forma di scatola di Cornflakes, Dave Pegg al basso e Dave Mattacks alla batteria, anche se poi di canzoni dei Fairport non ne verrà suonata nemmeno una.

A completare la lineup, tre elementi determinanti come Pete Zorn e Pete Thomas, entrambi al sassofono, e soprattutto il formidabile fisarmonicista Alan Dunn, che con il suo strumento dona un irresistibile sapore di Louisiana a quasi tutti i pezzi. E poi naturalmente c’è Richard, uno dei migliori songwriters di sempre, ma anche un performer eccezionale, più che valido come cantante e strepitoso come chitarrista, anche se tutto ciò non lo scopriamo certo oggi. Chiaramente (sto parlando del concerto di Amburgo) la parte del leone la fa Hand Of Kindness, con ben sette brani su otto totali: si parte con The Wrong Heartbeat, un pezzo decisamente saltellante e diretto al quale la fisa dona un sapore cajun, seguita dalla quasi bluesata A Poisoned Heart And A Twisted Memory (un blues sui generis, con un songwriting di qualità superiore) e l’irresistibile Tear Stained Letter, dal gran ritmo ed ancora più di un’attinenza con sonorità zydeco (ed anche i sax fanno i numeri), per non parlare della strepitosa performance del nostro alla chitarra, che dà vita ad un finale entusiasmante. Poi abbiamo la bellissima title track, uno degli highlights della serata, cadenzata, coinvolgente e ricca di spunti chitarristici notevoli, la lenta How I Wanted To, una ballata ricca di pathos, la velocissima Two Left Feet, puro cajun al 100%, a cui è difficile resistere, e lo squisito folk elettrificato di Both Ends Burning. E’ molto ben rappresentato anche l’album Shoot Out The Lights (all’epoca ancora recente), l’ultimo ed anche il migliore di quelli incisi con l’ormai ex moglie, un vero capolavoro del rock internazionale e non solo degli anni ottanta: troviamo infatti una title track potente come raramente ho sentito, una Don’t Renege On Our Love solida e chitarristica, la sempre splendida Wall Of Death, una delle più belle del songbook di Richard e qui presente in versione davvero spettacolare, la guizzante Man In Need, favolosa, e la vibrante Back Street Slide.

C’è un’unica concessione di Thompson al suo passato discografico: Night Comes In era uno dei pezzi centrali di Pour Down Like Silver, e qui il nostro ne offre una rilettura straordinaria, fluida ed intensa, di ben undici minuti, con un assolo di chitarra semplicemente inarrivabile. Dulcis in fundo, troviamo ben sette cover: lo strepitoso folk-rock strumentale Amarylus, una vera goduria, il travolgente traditional Alberta con i due sax e la fisa di Dunn (che qui è anche voce solista) grandissimi protagonisti, l’insolita Pennsylvania 6-5000 di Glenn Miller, raffinata e jazzata, un godibilissimo divertissement che Richard dedica a sua madre; il gran finale è strepitoso, con quattro brani a tutto rock’n’roll uno in fila all’altro: il traditional Danny Boy, You Can’t Sit Down (Phil Upchurch, The Dovells) e l’uno-due finale da k.o. con due classici di Jerry Lee Lewis, Great Balls Of Fire e Highschool Hop (più noto come High School Confidential), entrambi suonati ai duecento all’ora. Basterebbe ed avanzerebbe questo concerto, ma è a questo punto molto gradita l’inclusione anche della serata di Cannes che, come ho già accennato è incompleta; c’è anche un cambio nella lineup, con la sezione ritmica di Pegg e Mattacks rimpiazzata da Rory McFarlane al basso e Gerry Conway (anch’egli futuro Fairport) ai tamburi. La scaletta è identica a quella tedesca, anche se si interrompe alla quattordicesima canzone omettendo le ultime sei, e le versioni sono tutte leggermente più brevi di quelle di Amburgo a parte Night Comes In che è più corta di tre minuti abbondanti, ma la qualità della performance è assolutamente analoga (un po’ meno quella della registrazione, specie da Wall Of Death in poi), con una menzione speciale per Tear Stained Letter e Hand Of Kindness che sono forse perfino miglori.

Decisamente un ottimo momento per i fans di Richard Thompson.

Marco Verdi

Eccolo Di Nuovo: Uno Dei Tanti “Figli Di Un Dio Minore”. David Munyon – Clark

david munyon clark

David Munyon – Clark – Mobile Home/Housemaster Records

David Munyon, almeno per il sottoscritto, appartiene a pieno titolo al sempre più ampio “club” menzionato nel titolo, direi con i connazionali Otis Gibbs, Malcolm Holcombe, Kenny White, e i compianti Ted Hawkins, Calvin Russell, John Trudell, Vic Chesnutt, come pure lo scozzese Jackie Leven e James Yorkston, oppure ancora gli inglesi Lee Fardon e Michael J. Sheehy, e gli australiani Ed Kuepper e Archie Roach (ma l’elenco sarebbe più ampio in quanto è naturalmente soggettivo). Di questo signore mi ero già occupato un paio di volte sul Blog, in occasione delle uscite di Pretty Blue (11 e Purple Cadillacs (14) http://discoclub.myblog.it/2014/02/01/poesie-musica-bordo-purpuree-automobili-david-munyon-purple-cadillacs/ , e a dimostrazione di quanto sia stata prolifica la sua discografia a partire da Code Name: Jumper del lontano ’90 (disco da recuperare assolutamente), questo suo ultimo lavoro Clark, è il ventisettesimo di una lunga carriera, confermandolo per certi versi una piccola leggenda per la sua città natale Midland City e per lo stato dell’Alabama. Questo disco è nato durante un tour in Germania nel 2014, da un idea del manager tedesco di Munyon, Sebastian Linke, con dieci poesie acustiche musicate da David, fra brani nuovi e alcuni riproposti in suggestive nuove versioni.

Si parte con Leaving Moscow In A Stolen Car, e subito la voce abrasiva di David mi ricorda le belle sensazioni avute nel lontano ’91 in un concerto a cui ho assistito a Melegnano, brano a cui fanno seguito la lunga e nervosa They Can’t Do That Stuff In A Holy Place, e le consuete storie di vita negli arpeggi dolci e delicate di California Dreamin’s e Like A Runaway Train, per poi riproporre in una versione più accorata una sempre meravigliosa Strawberrys & Wild Honey (dedicata a Eddie Hinton). Le rivisitazioni proseguono con una sincopata She’s Got Tattoos recuperata dall’introvabile The Shade Of The Big Mamosa; David ci commuove ancora con una dolcissima Lincolns Funeral Train, dando finalmente vita e voce ad un brano splendido e triste come Painting Smiles On Old Clowns (la canzone sta circolando su YouTube da anni https://www.youtube.com/watch?v=RMqoLaGZovs ), e facendo rivivere in chiave acustica On The Highway estratta dai solchi di Pretty Blue (11), e  infine terminando con un omaggio a Nelson Mandela, They’re Freeing Mandela This Morning, un’altra magia acustica interpretata da David Munyon con la sua caratteristica voce espressiva, rauca, vissuta ed unica.

Da anni il nostro amico vive e opera prevalentemente in Germania, e come artista di “culto” gode di una incredibile reputazione tra gli amanti della buona musica, e questo Clark è scritto e interpretato come sa fare lui, dal profondo del cuore, in quanto a David Munyon, come detto in altre occasioni, serve poco per far conoscere il suo mondo e la sua musica, un angolo di palco, un amplificatore, la sua chitarra, il calore del pubblico, magari una buona bottiglia di Bourbon (e il Presidente del menzionato Club). *NDT: Questo disco non è recentissimo, la prima data di uscita è stata ad Aprile del 2016, ma data la bravura del personaggio e un certo seguito su questo blog, mi è sembrato giusto proporlo, anche se, come sempre, purtroppo, la reperibilità non è facile, e nel frattempo è anche uscito anche un Live 2014. Provate sul suo sito https://www.davidmunyon.de/cd-vinyl-bestellungen/.

Tino Montanari

Il Tempo Passa Per Tutti Ma Non Per Loro. The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black

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The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black – Severn Records

Le origini dei Blues Brothers ovviamente non partono dal celeberrimo (e bellissimo) film di John Landis del 1980, ma da un paio di anni prima, quando John Belushi e Dan Aykroyd erano due attori comici emergenti che facevano parte del cast dell’altrettanto celebre trasmissione televisiva Saturday Night Live, e accomunati da una passione per il blues, e la musica nera in generale (più Aykroyd, Belushi era legato anche al metal e al punk) assunsero gli alter ego di “Joliet” Jake Blues e Elwood Blues, assecondati da alcuni componenti dalla formidabile house band della trasmissione, che vedeva tra i musicisti in azione Paul Shaffer, l’ex B. S. & T Lou Marini, Tom Malone, entrambi ai fiati, a cui si aggiunsero alcuni luminari della musica americana, come Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, entrambi da Booker T & The Mg’s (vi risparmio i nomignoli che ogni artista si era dato), Matt Murphy, Tom Scott, e molti altri che contribuirono a creare una leggenda, all’inizio sulle ali di un formidabile disco dal vivo (più bello della colonna sonora, se non fosse per gli ospiti) Briefcase Full Of Blues, che arrivò al n°1 della classifica di Billboard, vendendo tre milioni e mezzo di dischi e dando il la al film, la cui colonna sonora stranamente arrivò solo al n°18 delle classifiche, ma poi è diventata un disco di culto. In seguito, come sappiamo, Belushi ci ha lasciato prematuramente, ma ci sono stati vari seguiti, fino a giungere al film Blues Brothers 2000, preceduto da diversi Live e dischi in studio.

Dan Aykroyd nei suoi vari locali House Of The Blues utilizza ancora il nome per dei concerti periodici e quindi è nata una band collaterale, definita The Original Blues Brothers Band, dove Elwood Blues non partecipa, ma il cast dei partecipanti è formidabile. L’ultimo capitolo è questo eccellente disco di studio The Last Shade Of Blue Before Black, dove i due leader Lou Marini al sax e Steve Cropper alla chitarra, entrambi co-produttori del CD, sono affiancati da un gruppo da sogno: i tre “nuovi vocalist, Tommy “Blues Pipes” McDonnell, Rob “The Honeydripper” Paparozzi, entrambi anche all’armonica, e Bobby “Sweet Soul” Harden, oltre a John Tropea alla chitarra, Lee Finkelstein alla batteria e Leon Pendarvis alle tastiere, e sono solo alcuni, ma come ospiti “minori”, si fa per dire, in alcuni brani, ci sono anche Eddie Floyd, Dr John, Joe Morton, Paul Shaffer, Joe Louis Walker, Tom “Bones” Malone, Matt “Guitar” Murphy e David Spinozza. Alla faccia del cucuzzaro: a questo punto il contenuto potrebbe essere ininfluente ma invece è ottimo, con scintillanti versioni di Baby What You Want Me To Do, un blues puro di Jimmy Reed, con i tre cantanti che si alternano e un grande Tropea alla solista, una Cherry Street di Delbert McClinton, a tutto fiati, con l’ottimo McDonnell alla voce, Texas R&B, seguita dal puro soul Stax di On A Saturday Night che ci consegna un Eddie Floyd in grande forma, Itch And Scratch, cantata da Harden, grande voce anche lui, che sembra qualche pezzo perduto di James Brown e invece è di Rufus Thomas, uno che in quanto a funky pure lui non scherzava, e anche i “nuovi Blues Brothers” vanno di brutto di groove.

Don’t Go No Further è un grande blues di Willie Dixon, cantato da Joe Louis Walker, che cede l’onore di un solo fiammeggiante di chitarra a Matt “Guitar” Murphy. You Left The Water Running era una grande soul ballad, scritta da Dan Penn, che cantavano sia Otis Redding che Wilson Pickett, e Bobby “Sweet Soul” Harden non li fa rimpiangere con la sua voce vellutata. Poi Eddie Floyd ci canta di Don’t Forget About James Brown, e come potremmo, visto che poi lo ribadiscono in una torrida Sex Machine, peccato che la canti Paul Shaffer, grande pianista ma solo discreto cantante, però la band pompa di brutto, mentre Your Feet’s Too Big, un “antico” brano di Fats Waller, illustra anche il lato storico della band, con Rob Paparozzi, voce e armonica, che poi si ripete nel suo brano 21st Century, forse l’unica canzone contemporanea, insieme a Blues In My Feet, scritta e cantata da Rusty Cloud, un pianista e vocalist jazz&blues non notissimo ma coinvolgente, che poi passa il microfono al grande Dr. John per una ondeggiante e deliziosa Qualified, suonata veramente da Dio da tutta la band. Ancora una corale I Got My Mojo Working e la conclusiva Last Shade Of Blue Before Black, scritta e cantata da Lou Marini, uno slow blues intimo e notturno, dove i fiati, e un eccellente John Tropea, si qualificano ancora tra i protagonisti assoluti di questo sorprendente album. Il tempo passa per tutti, ma non per loro.

Bruno Conti

Il Vecchio Sciamano Si E’ Un Po’ Perso Per Strada! Robert Plant – Carry Fire

robert plant carry fire

Robert Plant – Carry Fire – Nonesuch/Warner CD

Il titolo del post mi è venuto in mente un po’ osservando la copertina di questo nuovo album Carry Fire, un po’ pensando all’immagine che Robert Plant si è costruito ultimamente, cioè di paladino di un tipo di musica tra folk e blues desertico pesantemente contaminata da sonorità etnico-esotiche, ed abbastanza lontano da un certo rock classico che con i Led Zeppelin aveva contribuito a creare. In realtà il lungocrinito cantante nel corso della sua carriera solista ha quasi sempre preferito prendere le distanze, musicalmente parlando, dal gruppo che lo ha reso celebre, soprattutto negli anni ottanta con una serie di album votati ad un rock moderno e spesso radiofonico, mentre nei nineties (dopo l’ottimo esercizio di pop-rock adulto Fate Of Nations) si è ravvicinato al vecchio partner Jimmy Page per un eccellente live (No Quarter) ed un disco di materiale originale inferiore alle attese ma piacevole (Walking Into Clarksdale). La cosa deve avergli fatto bene, in quanto nel nuovo millennio Plant ha pubblicato i suoi migliori lavori post-Dirigibile, i solidi Dreamland e Mighty Rearranger e gli splendidi Raising Sand in coppia con Alison Krauss (un album che ha avuto un successo clamoroso, di critica e pubblico) e Band Of Joy, disco dell’anno 2010 per il sottoscritto (con la “fidanzata” dell’epoca, la bravissima Patty Griffin). Il suo penultimo lavoro, Lullaby And The Ceaseless Roar, non mi aveva però entusiasmato, un disco nettamente più involuto dei precedenti, con un mix di sonorità un po’ confuso ed una serie di canzoni non particolarmente ispirate, a mio parere senza una direzione musicale ben precisa.

Un mezzo passo falso ci può stare per carità, ma il problema è che secondo me questo nuovo Carry Fire, pur essendo nell’insieme più riuscito, soffre degli stessi problemi del suo predecessore. Ormai Plant non è più un cantante rock nel senso classico del termine, usa il rock ma come parte di un insieme di sonorità che vanno dal blues, al folk, sino alla musica araba ed orientale, ma il problema principale di Carry Fire non è lo stile, ma una carenza generale di ispirazione nel songwriting: in poche parole, non è un brutto disco, ma è comunque un lavoro che si regge più sul mestiere e l’esperienza del suo titolare che su effettivi meriti musicali. Come già per l’album precedente, Robert è accompagnato dai Sensational Shape Shifters (John Baggott, Justin Adams, Billy Fuller, Dave Smith e Liam Tyson), i quali, oltre a dividere con Plant i compiti di songwriting, suonano un gran numero di strumenti, sia classici che “esotici” (più che altro percussioni come il bendir, il djembe ed il t’bal, o a corda come l’oud, una sorta di mandolino di origine persiana); ci sono anche degli ospiti, tra cui il folksinger inglese Seth Lakeman e la front-woman dei Pretenders, Chrissie Hynde. Il pezzo di apertura del CD, The May Queen (personificazione tipicamente britannica della festa del Primo Maggio, già citata da Plant nel testo di Stairway To Heaven), è un brano diretto e forte nonostante la predominanza di strumenti acustici, chitarre suonate con vigore, gioco di percussioni molto pronunciato ed un’aura tra folk e misticismo, con la voce di Robert che funge quasi da raccordo tra le vari parti strumentali: affascinante.

New World è più rock, con i suoi riff elettrici, il ritmo cadenzato ed il nostro che intona un motivo decisamente più immediato: non avrà più la potenza vocale di una volta (e forse è proprio per questo che non vuole sentir parlare di reunion degli Zeppelin, *NDB Ma i pezzi del gruppo dal vivo li fa sempre, come vedete nel video della BBC  che trovate sopra), ma il carisma è rimasto intatto; Season’s Song è una dolce ballata acustica cantata con voce quasi fragile, con una parte centrale strumentalmente elaborata ed un inatteso ma gradevole alone pop. Per contro Dance With You Tonight ha leggere influenze orientaleggianti, anche se il brano sembra sempre sul punto di evolversi in qualcosa di diverso ma ciò non accade mai, la mossa Carving Up The World Again è una via di mezzo tra blues, musica tribale e pop-rock, ben suonata ma senza una linea melodica precisa, così come A Way With Words, dal tempo lentissimo, drumming ossessivo ed un pianoforte un po’ sinistro, con Plant che non si capisce bene dove voglia andare a parare. Tre canzoni buone e tre così così, una discontinuità che era presente anche in Lullaby And The Ceaseless Roar e che prosegue con le due canzoni che seguono: Carry Fire è un brano pieno di fascino con una splendida chitarra flamenco suonata però con uno stile arabeggiante, brano però vanificato dal pezzo che segue, la ripetitiva e monotona Bones Of Saints, ancora con elementi mediorientali (ma con una bella chitarra). Keep It Hid ha una linea di basso molto evidenziata, per un pezzo bluesato e desertico, uno stile nel quale il nostro sguazza che è un piacere; chiudono una cover confusa e sovrastrumentata di Bluebirds Over The Mountain (una vecchia canzone incisa in passato anche dai Beach Boys), che la presenza della Hynde non riesce a raddrizzare, ed una melliflua ed insinuante Heaven Sent, ancora dall’aura mistica ma con più forma che sostanza.

Spero che Robert Plant, se ne avrà voglia, torni presto a fare dischi meno elaborati dal punto di vista sonoro e con canzoni più immediate (che non vuol dire commerciali): ripeto, non è un brutto disco questo Carry Fire ma, per parafrasarne il titolo, qui di fuoco non se ne vede molto.

Marco Verdi

Per La Serie “…E Io Pago”!!! Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition)

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Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition) – Blue Note/Universal

La citazione nel titolo del Principe De Curtis, è giustificata dalla controversa abitudine che da parecchio tempo è praticata dalle case discografiche di ripubblicare CD a distanza di tempo più o meno lungo dalla prima uscita, aggiungendo materiale inedito di studio e, più spesso, dal vivo. Ciò fa giustamente imbestialire i poveri fans che si vedono costretti a spendere ulteriore denaro per qualcosa che in buona parte già possiedono. Spesso il motivo risiede nel voler cercare di rilanciare un prodotto che ha venduto meno delle aspettative e, se è pur vero che nessuno è obbligato a riaprire il portafoglio, trattasi comunque di pratica assai discutibile, soprattutto quando il bonus non vale la spesa. Non è questo, per fortuna, il caso dell’ultimo CD della bella e brava Norah Jones, Day Breaks, pubblicato giusto un anno fa e ora riproposto, arricchito da un secondo dischetto contenente nove tracce dal vivo, un concerto registrato nell’ottobre 2016 presso lo Sheen Center’s Loreto Theater di New York City proprio per il lancio dell’album. Per chi non lo possedesse già, ricordiamo che Day Breaks aveva ottenuto ottime recensioni ed era stato salutato dalla critica internazionale come un ritorno alle origini della cantante e pianista, nonché attrice americana, cioè al quel suono jazzy dannatamente piacevole che aveva caratterizzato i suoi pluripremiati due albums d’esordio, veri bestsellers planetari.

Mi limito ad associarmi ai commenti più che positivi sulla parte in studio, per passare ad analizzare nel dettaglio la sequenza dei brani in concerto. Ad affiancare Norah Jones, che si esibisce con la consueta perizia al pianoforte, ci sono il bassista Chris Thomas, il batterista Brian Blade, Pete Remm che si occupa dell’Hammond B-3 e le due coriste Tarriona Ball e Anjelika Joseph. Come è facile intuire, una band perfetta per ricreare quelle calde, intime e raffinate atmosfere che sono il marchio di fabbrica della protagonista e la ragione principale del suo successo. Si parte con la splendida cover di Horace Silver Peace, una ballad intensa e notturna impreziosita da bei fraseggi pianistici e dal gran lavoro di spazzole di BladePeace is for everyone  ripete nel finale Norah e noi non possiamo che essere in sintonia con quest’idea di relax e di appagamento. I’ve got to see you again viene dal disco d’esordio Come away with me e, dopo una bella apertura che ricorda la Joni Mitchell del periodo Blue, si sviluppa secondo stilemi tipici del blues. Out on the road è tratta dal penultimo Little broken hearts ed è dotata di un’accattivante melodia che conquista subito, con il bel sostegno dell’Hammond ed il pregevole controcanto delle due coriste.

Sunrise la conosciamo tutti, un vero e proprio hit single tratto dal secondo album Feels like home e  che viene qui riproposta in una versione cristallina ed impeccabile. Con la sequenza dei tre brani successivi torniamo a Day Breaks, non dimentichiamoci che questo era, come detto all’inizio, uno show destinato a presentare soprattutto i brani del nuovo lavoro. Burn ha un’atmosfera noir che sembra esplorare i silenzi ed i misteri della notte con sapienti tocchi di piano ed il raffinato supporto dell’intera band, in un finale strumentale ricco di sfumature. It’s a wonderful time for love è intrigante e dall’andatura più ritmata, la Jones cita le grandi del passato, Billie Holiday su tutte, e fa ancora sfoggio delle sue notevoli doti pianistiche. Flipside, con la sua melodia e la sua  ritmica che richiamano a mani basse le grandi composizioni della maestra Carole King, ci porta piacevolmente all’imprescindibile Don’t know why, il brano che ha lanciato il fenomeno Norah Jones sulla ribalta mondiale. Ce la gustiamo anche qui, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere al centoventesimo piano di qualche grattacielo della grande mela, in compagnia di un cocktail e di una rossa stile Jessica Rabbit…A riportarci coi piedi per terra ci pensa l’omaggio finale ad uno dei mostri sacri tanto cari alla protagonista della serata, Duke Ellington, rivisitato brillantemente nella sua Fleurette Africaine, o African flower se preferite.

E mentre le note del piano compiono arabeschi fumosi, accompagnate dai sensuali sussurri di Norah, giungeremo alla conclusione che in questo caso, comprando o ahimè ricomprando, si tratta comunque di soldi ben spesi.

Marco Frosi

Come Walter Trout E Wilko Johnson: Quando La Musica E’ Più Forte Della Malattia! Wade Hayes – Old Country Song

wade hayes old country song

Wade Hayes – Old Country Song – Conabor CD

Ogni nuovo album di Wade Hayes è in sé un piccolo evento, per la semplice ragione che oggi il countryman dell’Oklahoma avrebbe anche potuto non essere più tra noi. Titolare di un avvio di carriera scoppiettante, con quattro album di ottima fattura ed anche buon successo tra il 1995 ed il 2000, Hayes ha rallentato parecchio nel nuovo millennio, pubblicando soltanto altri due lavori, Place To Turn Around nel 2009 e, due anni fa, Go Live Your Life. In mezzo, nel 2011, la tragedia sfiorata: a Wade viene diagnosticato un cancro al colon in fase avanzata, ma, grazie ad un’operazione tempestiva ed a cure mirate, riesce miracolosamente a guarire e a tornare alla vita di tutti i giorni (ed il titolo scelto per l’album del 2015 è emblematico). Oggi Wade è quindi un uomo che ne ha passate di cotte e di crude, ha visto la morte in faccia e ne è uscito, ed il suo nuovo album, Old Country Song, è da considerarsi il lavoro di un uomo maturo e segnato dalla vita, anche se non c’è pessimismo nelle sue canzoni, anzi, al contrario, c’è la gioia di vivere ed assaporare le piccole gioie quotidiane.

Ma Hayes è anche un musicista serio, fa del vero country e, tra brani scritti da lui e da altri, sceglie sempre le canzoni giuste, ed Old Country Song, prodotto da Wade con il batterista Dave McAfee, è ispirato per sua stessa ammissione ai musicisti che lo hanno influenzato in misura maggiore, principalmente Willie Nelson, Waylon Jennings e Merle Haggard. Un album dal suono classico, tra ballate e pezzi più vivaci, con una backing band di ottimo livello (dove spiccano la steel di Steve Hinson, le chitarre di James Mitchell e Brent Mason e le armonie vocali della brava e bella Megan Mullins) e la voce calda ed espressiva del leader. L’inizio è più che buono con Can’t Get Close Enough To You, una suadente country ballad suonata in maniera classica, con chitarre, organo e steel bene in evidenza, un leggero sapore soul ed un cantato quasi confidenziale, alla Ray Price. Full Moon Summer Night, raffinata e con piano e chitarre a creare l’ossatura, è un brano da songwriter con arrangiamento country, un po’ sul genere del recentemente scomparso Glen Campbell; I Wish I Still Drank è invece un rockin’ country decisamente trascinante e quasi texano: ritmo, chitarre (la slide è suonata da Lee Roy Parnell, una nostra vecchia conoscenza) e feeling, mentre What You Need From Me è una ballatona di gran classe, con la Mullins che si alterna alla voce solista con Wade.

Needed The Rain vede Chris Stapleton tra gli autori, ed è un altro slow, anche se maggiormente sostenuto dal punto di vista strumentale, e Old Country Song prosegue con la serie dei brani lenti, un’intensa ballad dall’accompagnamento delizioso, anche se a questo punto del CD vorrei un po’ più di energia. Quasi come se mi avesse letto nel pensiero, Wade propone I Don’t Understand, veloce e guizzante, un country-rockabilly di ottima fattura e bel tiro, mentre Julia, un brano degli anni ottanta del grande Conway Twitty, è una limpida e solare country song di indubbia classe, tra le migliori del disco; She Knows Me, di nuovo mossa e ritmata, e Going Where The Lonely Go, languida e squisita cover di un pezzo poco noto di Merle Haggard (con una notevole performance chitarristica di Mason), chiudono positivamente il lavoro, anche se c’è spazio per una ghost track, un pezzo acustico di ispirazione gospel (il testo, non la musica) ed intitolato In Christ Alone. E’ora che Wade Hayes riassapori almeno un briciolo di popolarità, sarebbe il minimo dopo tutto quello che ha passato.

Marco Verdi

Un Cantautore Anomalo E Pure Il “Bluesman” Non Scherza. Bill Carter – Bill Carter

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Bill Carter – Bill Carter – Forty Below Records

Bill Carter, da non confondere con il semi-ritirato ex leader degli Screaming Blue Messiahs, è un musicista americano, texano per la precisione, la cui reputazione come autore è per certi versi inversamente proporzionale a quella come artista in proprio: infatti il musicista, basato ad Austin, pur avendo una cospicua discografia che conta su una decina di album (compreso questo) viene ricordato soprattutto come colui che ha scritto Why Get Up?, per l’album Tuff Enuff dei Fabulous Thunderbirds, e sempre con la moglie Ruth Ellsworth (nonché con Layton, Shannon e Wynans) Crossfire, apparsa su In Step di Stevie Ray Vaughan, e arrivata al n°1 delle classifiche Mianstream Rock di Billboard. Con la moglie ha firmato pure un redditizio brano per uno spot di una ditta di cereali, che gli ha permesso con il ricavato di campare per diversi anni nel difficile mondo della musica (tutto fa curriculum), ma sempre per SRV anche Willie The Wimp, oltre a brani incisi da  Robert Palmer, Counting Crows, Storyville, Omar and The Howlers, Brian Setzer Orchestra, Ruth Brown, John Anderson e Waylon Jennings.

Lo scorso anno, sempre per la piccola etichetta Forty Below Records (la stessa che pubblica gli ultimi album di John Mayall), aveva rilasciato un buon album come Innocent Victims And Evil Companions, dove apparivano Charlie Sexton, Danny Freeman e Kimmie Rhodes, in quella consueta miscela che fonde blues, rock e roots music texana, sin dai lontani tempi dell’esordio del 1985, disco dove appariva la crema dei musicisti del Lone Star State, a partire da Jimmie Vaughan, poi bissato nel 1988 in Loaded Dice, l’unico pubblicato da una major, la Epic, e con un brano Na Na Ne Na Nay, firmata con Stevie Ray. Da allora si è sempre arrabattato, partecipando anche al progetto West Memphis 3, scrivendo per Damien Echols un brano, Anything Made Of Paper, che poi in coppia con Johnny Depp ha eseguito al David Letterman Show.

Ora, dopo oltre 30 anni di onorata carriera, ha deciso di incidere questo album che è una sorta di summa e riassunto del suo lavoro, disco inciso in solitaria, dove rivisita molti dei brani più celebri del suo repertorio in veste acustica. E devo dire che, anche se lo preferisco in veste elettrica, l’album omonimo giustifica le antiche radici della sua famiglia, proveniente dal Kentucky, che sono legate ad A.P. Carter della leggendaria Carter Family. L’apertura è ovviamente affidata alla celebre Crossfire, e il buon Bill, che è anche un discreto chitarrista acustico e possiede una buona voce, rende giustizia al suo pezzo più famoso, con una versione intensa dagli elementi più roots e folk che blues; a seguire Why Get Up, dove con chitarra e armonica cerca di replicare il drive blues-rock del pezzo dei Fabulous Thunderbirds, in parte riuscendoci, anche se la canzone in veste elettrica aveva ben altro risultato.

Discorso che vale un po’ per tutti i brani di questo CD: un disco onesto e sentito, ma che non ci fa mai sobbalzare sulla poltrona, ribadendo lo status di Carter soprattutto come autore più che come interprete. Comunque la versione, con armonica quasi dylaniana di Anything Made Of Paper, ha molti elementi del miglior cantautorato texano, con una bella melodia e un refrain cantabile, che appassiona l’ascoltatore alla storia “incredibile” che racconta. Jacksboro Highway è un altro brano ambientato nelle vaste distese del Texas, e l’aveva incisa anche John Mayall in un suo disco del 1990, la versione da folksinger di Bill Carter comunque non dispiace. Il disco ha un suono scarno e minimale, ma, ripeto, pur non essendo indimenticabile, si lascia ascoltare con piacere, non è un brutto disco, se amate i dischi di musicisti dall’aria intensa e vissuta qui potreste trovare pane per i vostri denti, come conferma la movimentata vicenda di Willie The Pimp. Sono tutte canzoni che sarebbero ideali per essere interpretate da musicisti diversi. Come dite? Lo hanno fatto. Ah già, è vero!

Anche Paris, ancora con un eccellente lavoro all’armonica, è nuovamente una canzone dall’afflato melodico ed avvolgente, anche in veste acustica, come pure Eva Bible, che invece vira decisamente verso un approccio blues dalle parti del Mississippi. That’s What I’m Doing Here, con qualche piccola percussione sparsa ad integrare il sound, è un’altra buona composizione del nostro, che anche in versione “ridotta” mantiene il suo tocco autorale, poi ribadito di nuovo nella complessa ed incalzante Fire On The Wire, che con una veste elettrica probabilmente farebbe un figurone (se non l’avesse già incisa su Unknown, il disco del 2013). Stesso discorso per la conclusiva Richest Man che era su Loaded Dice, l’album del 1988, anche se le versioni acustiche di Bill Carter pur non avendo l’allure e la classe, che so di un Richard Thompson, non sono per nulla disprezzabili.

Bruno Conti