27/01/2012
L'ultimo Capolavoro? Leonard Cohen - Old Ideas
Old Ideas – Leonard Cohen – Columbia/Sony Music 31-01-2012
Ritorno in grande stile, a quasi otto anni di distanza dal precedente disco registrato in studio Dear Heather, questo Old Ideas, dodicesimo in totale sempre per la Columbia, del grande poeta-cantautore canadese Leonard Cohen. Confesso che, personalmente, l’attesa per queste dieci canzoni era spasmodica, in quanto consapevole dei tempi abituali dell’autore mi sono chiesto se questo poteva essere l’ultimo lavoro di una carriera leggendaria, consacrata di decennio in decennio da capolavori immortali, capaci di insediarsi ai vertici della musica mondiale. A quarantacinque anni dal suo esordio Songs of Leonard Cohen (1967) il grande canadese si conferma come una delle figure più vere, durature ed intriganti della nostra musica.
Nato da una famiglia ebrea della “middle class” di Montreal nel 1934, Leonard ha iniziato prima come scrittore pubblicando due novelle che gli hanno dato fama mondiale: The Favorite Game e Beautiful Losers, ma intanto scriveva anche canzoni, e la cantautrice Judy Collins incise una versione di Suzanne, che divenne un brano di culto. Dopo aver debuttato come cantante al Festival Folk di Newport (1967), e con la citata Suzanne che entrò nelle classifiche pop americane nella versione di Noel Harrison, figlio dell’attore Sir Rex Harrison, la sua popolarità ed il suo culto sono cresciuti, anno dopo anno, sino a raggiungere vette incredibili.
Il nuovo disco è stato prodotto oltre che dall’autore, anche da Ed Sanders (che come vedete nella foto sopra, non è quello dei Fugs), Patrick Leonard, Dino Soldo (anche al sax), e la storica collaboratrice Anjani Thomas , e lo stile vocale non varia dalle opere precedenti, Leonard declama con la sua voce bassa e calda, non avulsa da un certo fascino, le sue lenti ballate. Tra i musicisti che accompagnano il “maestro” ci sono quelli abituali della sua ultima “touring band”, con uno stuolo di “vocalists” come Dana Glover, Sharon Robison, le Webb Sisters (Hattie e Charley Webb), e una delle sue “muse” preferite Jennifer Warnes ospite in Show Me the Place.
L’iniziale Going Home è lenta quasi parlata, con le coriste che tolgono un po’ di tensione alla composizione, un brano classico che conferma la straordinaria voce dell’autore, capace di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore quasi senza cantare. Amen è il brano più lungo del lavoro (più di sette minuti), brano dall’incedere lento, caldo e sensuale. Show Me the Place è una ballata pianistica di struggente bellezza, dove oltre alla voce della già citata Warnes dà un notevole contributo il violino “delicato” di Bela Santelli, per un brano da brividi, perfetto per le lunghe serate invernali che ancora ci attendono. Un giro di basso introduce The Darkness, altro brano quasi parlato, con le coriste in sottofondo che danno profondità alla canzone. Con Anyhow salgono in cattedra le sorelle Webb con le loro voci, sostenute da un pianoforte che ricorda le atmosfere di Casablanca.
Crazy To Love You è una grande canzone d’amore, declamata con la consueta maestria da Cohen, e i brevi contrappunti di piano e chitarra creano il giusto equilibrio di fondo, e il brano cresce in modo perfetto. Ancora le voci delle Webb Sisters (inconfondibili), introducono una Come Healing, dove la melodia è maestosa e prende sin dalle prime note, con un crescendo lento, quasi ciclico, in cui la voce dell’autore sembra recitare un monologo. Banjo è fresca, leggiadra, spiritosa, una canzone semplice che sembra uscita da un disco degli anni sessanta, arrangiata in modo leggero. Lullaby (già conosciuta dai fans, in quanto eseguita nell’ultimo Tour), una storia profondamente romantica, una melodia intensa, resa tale anche dall’interpretazione vocale, molto sentita del grande cantautore, e al controcanto da una grandissima Sharon Robinson. Il disco si chiude gloriosamente con la dolce Different Sides, un brano che sviluppa un suono tenue ed un bel motivo di fondo lasciando fluire in modo elegante, con vari strumenti, la melodia.
Avviso per i giovani naviganti: non giudicatelo troppo in fretta, Leonard Cohen ha 77 anni, ma è ancora in grado di emozionare nel profondo, di parlare con una voce in grado di toccare qualunque generazione, con le sue ballate poetiche e senza tempo, di straordinario impatto emotivo, con canzoni intense, letterarie, che richiedono tempo ed attenzione, come quando si legge un bel libro, canzoni che danno (a chi scrive) una soddisfazione ed una sensazione di piacere profondo, come ben poche altre. Lunga vita Leonard.
P.S.: Ringrazio Bruno, che conoscendo il mio “innamoramento” musicale per questo artista, mi ha concesso il privilegio di scrivere queste righe. Quando scende a Pavia, cena pagata !
Tino Montanari
19:19 Scritto da: bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, leonard cohen, old ideas, judy collins, ed sanders, anjani thomas, sharon robinson, webb sisters, jennifer warnes, bela santelli, dino soldo, patrick leonard | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
26/01/2012
Una "Viaggiatrice" Particolare. Kathleen Edwards - Voyageur
Kathleen Edwards - Voyageur - Rounder/Universal
La canadese Kathleen Edwards, giunta al suo quarto album con questo Voyageur, come forse saprete per averlo letto, era partita per un "viaggio" alla ricerca di un produttore e di un nuovo suono e l'ha trovato nella persona di Justin Vernon (in arte Bon Iver), ma ha anche trovato l'amore. Questo nuovo album allo stesso tempo si unisce alla nutrita schiera dei "divorce album" in quanto tra metafore varie racconta la storia del collasso del suo matrimonio con il suo precedente produttore e compagno di vita Colin Cripps. Questa è in soldoni la storia della genesi e della realizzazione di questo album che martedì prossimo vedrà la pubblicazione anche sulle lande italiche dopo essere uscito, prima in America e poi in Europa nelle scorse settimane.
Lei, al sottoscritto piace, ma questo album ha scatenato una serie di commenti (forse anche superiori al valore del disco): chi l'ha stroncato senza pietà in Italia, chi l'ha osannato anche troppo in Inghilterra via Stati Uniti (il recensore di Uncut). Secondo me siamo in una onesta via di mezzo. Il disco si ascolta piacevolmente ha più di un punto di contatto con il sound dell'ultimo omonimo album di Bon Iver ma pure qualche reminiscenza (peraltro poche) con il suo passato roots. Alcuni brani sono anche orecchiabili, vogliamo dire, più nobilmente, radiofonici, e non è un'offesa o una degradazione, se ogni tanto alla radio con il piattume che circola, ogni tanto, si possono sentire anche canzoni di chi qualcosa da dire ce l'ha, non può far male alle orecchie e al cuore di chi li ascolta.
Il disco, registrato tra Fall Creek nel Wisconsin e Toronto, Canada si avvale di una piccola pattuglia di collaboratori e ospiti ma il "grosso" del lavoro strumentale lo fanno Justin Vernon che si destreggia tra chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, banjo, basso e "l'odiato" synth pietra dello scandalo (che ad essere onesti un po' rompe la balle ma non troppo) mentre Kathleen Edwards suona molte chitarre acustiche, piano e organo, un evocativo violino nella malinconica ballata A Soft Place To Land, entrambi si alternano al vibrafono in un paio di brani, non proprio uno strumento da musica orecchiabile se proprio vogliamo.
Il collega canadese Jim Bryson (molto bravo, ha fatto cinque album a nome suo), una costante nei dischi della Edwards firma il brano Sidecar e appare costantemente come musicista nel disco. Anche Hawksley Workman altro quotato cantautore canadese pur di partecipare siede alla batteria in un paio di brani (ma è uno dei tanti strumenti che suona). E nel brano finale, la lenta avvolgente e ipnotica For The Record le armonie vocali sono a cura di Norah Jones. Mi piace ricordare anche il folk-pop brioso dell'iniziale Empty Threat e la atmosfere più raccolte di House Full Of Empty dall'impronta più acustica che ricorda i lavori passati di Kathleen Edwards. Mint ha un suono più rockeggiante vagamente (ma molto vagamente) alla Sheryl Crow mentre Pink Champagne potrebbe ricordare le sonorità meno austere della connazionale Sarah McLachlan con un bell'insieme corale. E ricordiamo pure pure Change The Sheets che mi ha fatto rimembrare i Cranberries del primo periodo (qui da David Letterman).
Insomma se vi piacciono le voci femminili di talento, questo Voyageur non è un capolavoro ma nemmeno una "schifezza". Quando si è incerti sui risultati finale si usa estrarre dal cilindro il termine "lavoro di transizione". Si può fare!
Bruno Conti
19:14 Scritto da: bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Disco UFO, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, kathleen edwards, justin vernon, bon iver, jim bryson, hawksley workman, norah jones | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
25/01/2012
Si Ritorna Sempre Sul Luogo Del Delitto, Ovvero Dischi Così Belli Se Ne Fanno Pochi! Richard And Linda Thompson - Shoot Out The Lights
Richard And Linda Thompson - Shoot Out The Lights - Rhino Handmade/Warner - 2 CD
Non è nuovo, la Rhino Handmade lo aveva reso disponibile sul proprio sito l'11 novembre del 2010 per i "soliti" immancabili 40 dollari più spese di spedizione, ma visto che in questi giorni la Warner europea lo rende nuovamente disponibile, se avete in mente di fare una "pazzia finanziaria" (perché sempre caro costa) questo è il momento!
Uno dei più bei "divorce album" di tutti i tempi: brani come Don't Renege On Our Love e Did She Jump Or Was She Pushed la dicono lunga sull'argomento, ma ci sono almeno tre delle più belle canzoni mai scritte da Richard Thompson e interpretate con quella che allora era la moglie Linda (nata Peters), Walking on A Wire, A Man In Need e Wall Of Death. Tra le più belle in assoluto anche nella storia della musica pop(olare) tutta e pure il resto del disco non scherza.
Se ci aggiungete un secondo disco con undici brani dal vivo tratti da quel "mitico" tour direi che è difficile resistere (se non fosse per il prezzo e la non facile reperibilità)! Per darvi un ulteriore stimolo, questa è la lista completa dei brani (alla fine del secondo CD, quello dal vivo, c'è anche una hidden track, una versione di The Price Of Love degli Everly Brothers, tratta da una vecchia cassetta, per il resto il sound è superbo come in tutti i Rhino Handmade):
Disc 1
1. “Don’t Renege On Our Love”
2. “Walking On A Wire”
3. “A Man In Need”
4. “Just The Motion”
5. “Shoot Out The Lights”
6. “Back Street Slide”
7. “Did She Jump Or Was She Pushed?”
8. “Wall Of Death”
Disc 2 – Live
1. “Dargai”*
2. “Back Street Slide”*
3. “Pavanne”*
4. “I’ll Keep It With Mine”*
5. “Borrowed Time”*
6. “Did She Jump Or Was She Pushed?”*
7. “I’m A Dreamer”*
8. “Honky Tonk Blues”*
9. “Shoot Out The Lights”*
10. “For Shame Of Doing Wrong”*
11. “Dimming Of The Day”*
Uomo (e donna) avvisati...! E se vedete le mie liste di fine anno (di ogni anno) sapete perché, il nome Richard Thompson non manca mai, anche quando non ha fatto nulla (le ristampe non mancano mai).
Bruno Conti
19:07 Scritto da: bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, richard and linda thompson, rhino handmade, everly brothers | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
24/01/2012
Toh, Ancora Un Texano! Cory Morrow - Live At Billy Bob's Texas
Cory Morrow – Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group 2012 (CD + DVD)
Esponente di punta di quell’ondata infinita di cantautori usciti nell’ultima decade dal Texas, Cory Morrow è tra i più accreditati talenti del gruppo, insieme a Pat Green, Jack Ingram, Kevin Deal, Roger Creager, Dub Miller, Bleu Edmondson e chissà quanti altri dietro di loro. Se Bruce Springsteen, prima di decidersi ad incidere un “live” ha fatto uscire sette lavori in studio, Tom Petty cinque, e John Mellencamp non si è ancora deciso, il buon Cory invece, la cui carriera è iniziata nel lontano 1997 con l’omonimo The Cory Morrow Band, (e altri sette album in studio), giunge con questo lavoro al quarto live, dopo Double Exposure: Live (2001), Full Exposure: Live (2003), e l’ottimo Live from Austin, Tx (2007), ed è un operazione ambiziosa in quanto al normale CD è anche accoppiato un DVD, una moda che sta prendendo sempre più piede sul suolo Americano.
Registrato al “mitico” Billy Bob’s Texas – Fort Worth il 17 Giugno 2011, settanta minuti intensi in cui Morrow ripassa le miglior pagine del suo “songbook”, infilando alla fine anche un paio di azzeccate “covers”, superando a pieni voti la prova con una band tosta che sa stare sul palco con disinvoltura, composta da John Carroll alle chitarre, Jon Cearley al basso, il pluristrumentista Kim Deschamps pedal steel, lap steel, dobro, mandolino, Clint Litton alla batteria e Brendon Anthony al violino, per un repertorio tutto sudore, grinta e ritmo.
Si parte subito con le “rockeggianti” Ramblin’ Man e Nothing Better, gran ritmo e chitarre in tiro, mentre Lonesome è un country piuttosto sostenuto ed efficace, che può contare su un invitante assolo di pedal steel e fiddle. Good Intentions è un brano che sembra uscito dalla penna del grande Billy Joe Shaver (una delle maggiori influenze di Cory , insieme a Steve Earle), cui segue una Lead Me On più country, che mantiene la sua anima texana. Spinning Around the Moon Fly è una palpitante ballad dalla bella melodia chitarristica, mentre Brand New Me è un country sostenuto ed efficace. Hold Us Together è strepitosa, parte come una folk song tradizionale solo voce e chitarra, poi entra la band ed il brano si trasforma in una ballata elettrica di turgida bellezza. Splendida. Il concerto prosegue disinvolto e ruspante più che mai, con tracce intense ed irrequiete come All Said and Done un country-boogie molto trascinante, che il pubblico mostra di gradire, mentre Drink One More Round è spensierata con continui cambi di tempo.
Relativamente ai brani elettrici si fa notare Restless Girl con cadenze honky tonky, mentre 21 Days uno dei suoi cavalli di battaglia è una perfetta road song dal ritornello epico che richiama certe cose di Joe Ely. Ci si avvia alla fine con la poderosa A Love Like This, mentre nella seguente Gettin’ Ready to Rain la band è precisa e puntuale come un orologio svizzero, e riveste la canzone di un sound compatto e senza fronzoli. Tra le covers una edizione tutta grinta della bella ballata di Darrell Scott It’s A Great Day to be Alive, che è da considerarsi un omaggio al suo bravissimo autore, e una convintissima revisione di Let My Love Open the Door di Pete Townshend, resa velocissima e con uno smagliante arrangiamento elettrico. La conclusione viene affidata a Beer, suonata a tutto ritmo sudore e divertimento.
Cory Morrow è maturato, canta bene, le sue canzoni sono strutturate su temi classici, con una ritmica sempre sul pezzo, arrangiamenti poderosi ed un bel gioco chitarristico dietro alla voce. Se amate il genere, soprattutto quello più vicino al rock, nelle cui storie i fuorilegge sono sempre più simpatici degli sceriffi e il bourbon scorre a fiumi, è inevitabile innamorasi prima o poi di Cory, un artista di vaglia, di quelli di cui il Texas va fiero. Provare per credere.
Tino Montanari
18:45 Scritto da: bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, cory morrow, country, billy bob's texas, billy joe shaver, darrel scott, pete townshend, joe ely, steve earle | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook
23/01/2012
Semplice, Fresco, Efficace Ma Anche Raffinato! Craig Finn - Clear Heart Full Eyes
Craig Finn - Clear Heart Full Eyes - Full Time Hobby/Distr. Self/Vagrant negli States
Ho iniziato a seguire Craig Finn, nella sua qualità di leader degli Hold Steady, dal disco Boys And Girls In America del 2006. Un disco che mi ha veramente colpito per potenza e qualità, uno dei dischi di rock classico americano più bello dell'ultimo decennio e degno erede di quella lunga sequenza di musicisti che da Springsteen passando per Graham Parker, Paul Westerberg (e i Replacements), direi anche Jim Carroll e tornando indietro nel tempo Lou Reed ha saputo coniugare musica e testi in un tutt'uno indivisibile (tanto per citarne qualcuno, i primi che mi vengono in mente, ma ce ne sono mille altri). La potenza del rock e delle immagini visionarie, delle storie di tutti i giorni, dei personaggi ricorrenti, delle iperboli e dei riferimenti criptici, del riff malandrino e della ballata strappacuore sono tra le armi vincenti della musica di Finn.
Il disco del 2006 e poi il successivo Stay Positive sono i picchi creativi del gruppo di Brooklyn, poi la fuoriuscita del tastierista Franz Nicolay che dava quel tocco in più (abbondante) di classe alla musica della band ha innestato una fase di transizione a livello creativo e qualitativo nell'album del 2010 Heaven Is Whenever che paradossalmente (ma non troppo, perché non è un brutto disco, affatto) è stato il loro maggior successo commerciale. Nel frattempo gli Hold Steady, con il nuovo membro aggiunto Steve Selvidge, ex chitarrista dei Lucero, sono tornati un quintetto e a settembre hanno iniziato a registrare il nuovo album, ma, always in the meantime, il nostro amico Craig Finn, in trasferta in quel di Austin, Texas e con la produzione di Mike McCarthy, noto per i suoi lavori con gli Spoon e con il gruppo con il nome più lungo del mondo (o quasi)...And You Will Know Us By The Trail Of Dead, ha registrato questo Clear Heart Full Eyes.
Finn ha detto che il titolo fa riferimento alla trasmissione televisiva Friday Night Lights (High School Team in Italia, per la malsana abitudine di tradurre in inglese un titolo inglese) serie che non conosco e ha aggiunto che Clear Heart sta per "onestà e trasparenza" e che Full Eyes suggerisce "esperienza". Il suono del disco come indica il titolo del Post è più semplice di quello degli Hold Steady dove la musica è firmata dal chitarrista Tad Kubler ma poi la realizzazione l'ha reso efficace, fresco e raffinato (così mi cito anch'io) con l'aiuto del batterista Josh Block dei White Denim, il bassista Jesse Ebaugh degli Heartless Bastards, Will Johnson dei Centro-Matic che ha contribuito solo alle armonie vocali e, molto importante, la pedal steel (ma anche la solista) di Ricky Jackson dei Phosphorescent che caratterizza il sound dell'album.
Sono 11 brani che evidenziano come di consueto il cantar-parlando di Craig Finn che non sarà mai un grande cantante ma viene messo in bella luce dalla produzione di McCarthy che pone la voce in primo piano e rende i testi più evidenti e godibili che negli Hold Steady. Se poi le canzoni sono tutte belle con qualche punta di eccellenza, il gioco è fatto: abbiamo uno dei dischi migliori di inizio stagione!
Qualche titolo? L'iniziale Apollo Bay con le sue atmosfere sospese e minacciose sulle quali si librano le chitarre, normale e pedal steel del bravissimo Ricky Jackson che mi hanno ricordato, per quegli strani accostamenti di idee che di tanto in tanto ti colgono, le sonorità di Bill Frisell quando si avvicina al rock. Agile e raffinata nella ritmica anche l'eccellente When No One's Watching sempre con la timbrica inconsueta delle chitarre e un contrabbasso pulsante che insinua tra le pieghe della batteria del bravo Block(se non conoscete i White Denim siete sempre in tempo a rimediare)!
No Future ha un taglio rock più vicino al sound degli Hold Steady mentre New Friend Jesus con inserti acustici, chitarre di taglio country e una voce femminile di supporto ha un suono più roots e giustifica il viaggio al Sud. Jackson con chitarre ricche di delay e eco e la voce raddoppiata di Finn è un altro brano molto bello, ma non pare che ce ne siano di mediocri. Terrified Eyes mi è sembrata addirittura un brano del miglior Nick Lowe con Finn che sfodera un cantato alla Graham Parker (che è contiguo a Lowe). Western Pier è una ballatona d'ambiente con una pedal steel avvolgente che ti culla mentre Honolulu Blues è il singolo che era uscito in anteprima in vinile per il Record Store Day a novembre.
Visto che lo ho nominate tutte concludiamo con le ultime tre: Rented Room non ci sarà nella versione del disco in vinile e noi ce ne faremo una ragione, peccato perchè si tratta di un ennesimo brano molto bello. Quasi a tempo di valzerone country, bellissima anche Balcony sempre con quel delizioso suono delle chitarre di Jackson che aleggiano su tutto l'album. Not Much of Us con tanto di falsa partenza è un'altra malinconica ballata country con ampio uso di pedal steel e conclude in gloria un album che già si propone tra i migliori di questo 2012, siamo solo all'inizio ma chi ben comincia...
Bruno Conti
19:02 Scritto da: bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, craig finn, hold steady, mike mccarthy, white denim, heartless bastards, centro-matic, phosphorescent, country | OKNOtizie |
|
del.icio.us
|
|
Facebook






