20/05/2013

Novità Dvd Maggio E Giugno: Get Up Stand Up, Legends Of The Canyon, Frank Zappa, Garbage, Neil Young & Crazy Horse

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Come già sapete, perché detto in altre pagine virtuali del Blog, il 4 giugno uscirà il box quadruplo di DVD dedicato ai Jethro Tull Around The World Live e l'11 giugno Rockshow dei Wings, ma nel frattempo, tra il 28 maggio e il 4 giugno sono in uscita alcuni altri video musicali (DVD e Blu-ray) molto interessanti.

Partiamo con Get Up! Stand Up!, un singolo DVD (ma anche doppio CD) che uscirà per la Eagle Rock il 28 maggio e che conterrà una selezione di materiale tratta dai vari concerti tenuti a favore di Amnesty International (e trasmessi solo in televisione) tra il 1986 e il 1998. La durata è 152 minuti e ci sono brani da A Conspiracy Of Hope del 1986, Human Rights Now del 1988, An Embrace Of Hope 1990 in Cile (Inti Illimani, Jackson Browne e Sinead O'Connor) e The Struggle Continues a Parigi nel 1998. Il contenuto completo, diviso per i vari concerti, lo leggete qui sotto:

From “A Conspiracy Of Hope” (1986)
1) Bob Geldof & Steven Van Zandt – Redemption Song 2) Third World – Now That We’ve Found Love 3) Joan Armatrading – Love And Affection 4) Ruben Blades (with Carlos Santana & Fela Kuti) – Muevete 5) Miles Davis – Speak / That’s What Happened 6) Lou Reed – Walk On The Wild Side 7) Peter Gabriel – Shock The Monkey 8) Bryan Adams – Run To You 9) Bryan Adams – Summer Of ’69 10) U2 – MLK / Pride (In The Name Of Love) 11) U2 – Sunday Bloody Sunday 12) The Police – Message In A Bottle 13) The Police – Every Breath You Take

From “Human Rights Now!” (1988)
14) Tracy Chapman – Talkin’ ’bout A Revolution 15) Peter Gabriel – Sledgehammer 16) Sting – Don’t Stand So Close To Me 17) Bruce Springsteen & The E Street Band – Born In The USA 18) Bruce Springsteen & The E Street Band – I’m On Fire

From “An Embrace Of Hope” (1990)
19) Inti-Illimani – Bailando, Bailando 20) Wynton Marsalis – Jungle Blues 21) Jackson Browne – Lives In The Balance 22) Sinead O’Connor – Nothing Compares 2 U

From “The Struggle Continues” (1998)
23) Bruce Springsteen – No Surrender 24) Tracy Chapman – Fast Car 25) Alanis Morissette – Hand In My Pocket 26) Peter Gabriel & Youssou N’Dour – Shaking The Tree 27) Jimmy Page & Robert Plant – Rock And Roll 28) Radiohead – Karma Police 29) Radiohead – Bones 30) Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Tracy Chapman & Youssou N’Dour – Get Up, Stand Up

Tenete presente che per ottobre/novembre, quindi il periodo natalizio, Amnesty annuncia un cofanetto che dovrebbe contenere tutti i concerti dell'Human Rights Tour del 1988 di cui quest'anno si festeggia il 25° Anniversario, anche se mi pare strano perché le date di quel tour sono state venti, quindi dovrebbe trattarsi di un box megagalattico (si parlerebbe di quattro concerti però) ma mai dire mai. Gli headliners erano Springsteen, Sting, Peter Gabriel, Tracy Chapman e Youssou n'Dour con vari altri artisti che si aggiungevano nei differenti paesi. Vedremo, quando avrò ulteriori notizie, come sempre, vi terrò informati. Per il momento esce questo, che è anche a prezzo speciale (la versione giapponese, in 2 DVD e 3 CD, contiene 68 brani)!

Nel 2010, per il mercato americano, quindi Zona 1, era già uscito quel DVD Legends Of The Canyon, che vedete effigiato sopra. Ora (il 28 maggio), la Universal, su etichetta Fontana, lo rende disponibile anche per il mercato europeo (ed italiano, dove però non uscirà il Blu-Ray). Si tratta di un documentario con la regia di Jon Brewer di circa 110 minuti che, attraverso filmati ed interviste, racconta la storia della musica che si realizzava nel leggendario Laurel Canyon tra la fine degli anni '60 e i primi '70. I nomi, Crosby, Stills & Nash, Mamas and Papas, Buffalo Springfield, Joni Mitchell, Byrds, Neil Young, America (ed altri), sono quelli che si vedono sulla copertina del DVD: in questa nuova versione Director's Cut doppia, è stato aggiunto un secondo dischetto, con materiale raro ed inedito tratto dagli archivi di Henry Diltz, leggendario fotografo ed amico di tutti i musicisti presenti nel film, che è anche la voce narrante del documentario. Detto che il regista è lo stesso dell'ottimo B.B. King - The Life Of Riley, non aspettatevi mirabilie dal secondo DVD, quello degli extra, che contiene filmati inediti a 8 mm (ma muti) di Crosby, Stills, Nash & Joni Mitchell a Big Bear, CSNY al Balboa Stadium (spero con audio), Stephen Stills nel Regno Unito (sempre muto) e nell'Oklahoma Tour (non meglio identificato bootleg footage), i Byrds al Troubadour di Los Angeles, materiale esclusivo girato a Woodstock da Diltz, oltre a moltissime foto ed interviste ai protagonisti di quel periodo. Comunque interessante e rispettabile anche il contenuto del DVD extra.

Altra scoperta interessante è questo A Token Of His Extreme di Frank Zappa, già uscito in edizioni più o meno legali, ma che ora vede la luce a livello ufficiale, con qualità audi/video eccellente per la Eagle Rock, tra il 28 maggio e il 4 giugno, a seconda dei paesi. Si tratta di un concerto dell'epoca d'oro di Zappa, 27 agosto 1974 al KCET a Hollywood, con questa formazione:

Frank Zappa guitar, percussion, vocals; George Duke keyboards, finger cymbals, tambourine, vocals; Napoleon Murphy Brock sax, vocals; Ruth Underwood percussion; Tom Fowler bass; Chester Thompson drums.

E questi i brani eseguiti nell'occasione:

1/2) The Dog Breath Variations/ Uncle Meat 3) Montana 4) Earl Of Duke (George Duke) 5) Florentine Pogen 6) Stink-Foot 7) Pygmy Twylyte 8) Room Service 9) Inca Roads 10/11) Oh No/ Son Of Orange County 12) More Trouble Every Day 13) A Token Of My Extreme

Per i fans dei Garbage sempre la Eagle Rock (la casa più attiva per i DVD relativi a concerti) pubblica il 28 maggio One Mile...High, il concerto tenuto all'Ogden Theatre di Denver, Colorado nell'ottobre 2012, con questo contenuto:

TRACKLIST 1) Automatic System Habit 2) I Think I m Paranoid 3) Shut Your Mouth 4) Why Do You Love Me 5) Queer 6) Stupid Girl 7) Hammering In My Head 8) Control 9) #1 Crush 10) Cherry Lips 11) Big Bright World 12) Blood For Poppies 13) Special 14) Milk 15) Battle In Me 16) Push It 17) Only Happy When It Rains 18) Supervixen 19) The Trick Is To Keep Breathing 20) Vow 21) Time Will Destroy Everything (End Credits)

E per finire, esce anche in Europa, a livello ufficiale (?) per la Fabulous Films, il DVD del film di Jim Jarmusch dedicato a Neil Young & Crazy Horse, Year Of The Horse, relativo al tour del 1996 ma anche con materiale di archivio tratto dal film Muddy Track del noto regista Bernard Sharkey che è quello che Neil Young vede alla mattina di fronte, nello specchio. Pochi brani, ma molto lunghi:

1. @#$%^&* Up 2. Slip Away 3. Barstool Blues 4. Stupid Girl 5. Big Time 6. Tonight's the Night 7. Sedan Delivery 8. My Girl 9. Like a Hurricane 10. Music Arcade

Il DVD in tutto dura 106 minuti ed esce il 4 giugno e come bonus (rispetto alla vecchia VHS) dovrebbe contenere delle "fantastiche interviste". Scusate l'ironia, ma ogni tanto il vecchio Neil te la ispira.

Per i video è tutto: dal vostro Bruno "Breadcrump" (Mollica, un parente alla lontana, spero più informato), un saluto e alla prossima.

Bruno Conti

19/05/2013

Reload - Sono Solo Tre Parole: Gran Bel Disco. Beth Hart & Joe Bonamassa - Seesaw

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Beth Hart & Joe Bonamassa – Seesaw -  Mascot/Provogue 21-05-2013

Questa recensione era apparsa sul Blog all'incirca un mese fa, ma ora, nell'imminenza dell'uscita, il prossimo martedì, la ripropongo per chi non l'aveva letta o, giustamente, l'ha dimenticata. Il disco merita, è uno dei migliori di questo scorcio di stagione: confermo i musicisti e gli autori ed interpreti dei brani originali.Ho anche aggiunto dei video che nel frattempo si sono resi disponibili.

Per avere un incipit di “classe” ormai è usanza citare qualche estratto dal “Paradiso perduto” di Milton o dal Siddharta, oppure fare riferimento all’opera di registi o scrittori emergenti, meglio se oscuri, ma trattandosi di canzonette, come era solito dire quel chirurgo e chansonnier milanese, o se preferite It’s Only Rock and Roll, dall’opera dei Glimmer Twins, noti maestri di pensiero, preferisco aprire questa recensione con una citazione colta (?!?) mutuata da un tormentone di qualche estate orsono, “Sono solo tre parole”: gran bel disco. Perché anche questo secondo capitolo della collaborazione tra Beth Hart e Joe Bonamassa ruota intorno ad un ingrediente indispensabile per fare della buona musica: le canzoni, meglio se belle e durature nel tempo. In Don’t explain, la fatica precedente, ce ne erano parecchie, direi quasi tutte, e anche in questo nuovo Seesaw la coppia è andata pescare nel songbook internazionale con un mix di brani celebri e proposte inconsuete. Il risultato è assolutamente garantito. Prendete una cantante “esagerata” ma dotata di gran classe e con una voce fantastica - probabilmente anche lei, da piccina, come Van Morrison, ha inavvertitamente inghiottito un microfono e le è rimasta questa voce incredibile, tra le più potenti ed espressive in circolazione al momento, come posso testimoniare di persona, avendola vista recentemente nella sua unica data a Milano – di nome fa Beth Hart e viene dalla California, lui, Joe Bonamassa, è un chitarrista con una tecnica incredibile, in grado di spaziare dall’hard rock più selvaggio al Blues, dalla musica acustica al funky jazz, passando, come in questo album, per il soul, il jazz classico e la canzone d’autore, con una facilità disarmante.

Premetto che sto ascoltando questo album in netto anticipo sulla sua data di uscita e quindi non ho nessuna informazione sulle note relative a musicisti, produttori, autori dei brani e quant’altro (nel frattempo però ho recuperato i musicisti: Anton Fig (drums, percussion), Blondie Chaplin (guitar), e Carmine Rojas (bass), Arlan Schierbaum (keyboards), Lenny Castro percussion e Michael Rhodes basso in I'll Love You More Than You'll Ever Know, produce Kevin Shirley, registrato a gennaio in California), ma le orecchie per sentire ce le ho e quello che sto ascoltando mi piace, e non poco. Il disco precedente aveva una qualità media molto elevata, con una punta di eccellenza nella cover incredibile di I’d Rather Go Blind (ripresa dal vivo anche con Jeff Beck al tributo a Buddy Guy, ma che a Milano, purtroppo, non ha eseguito, concerto bellissimo comunque), cantata in modo sublime dalla Hart. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’occhio, o meglio all’orecchio, è la presenza costante dei fiati che aggiungono ulteriore vivacità ad un sound che pesca molto dai classici e lo fa in modo brillante ma rispettoso della tradizione.

Prendiamo l’iniziale Them There Eyes, l’immancabile omaggio all’arte della inarrivabile Billie Holiday (già rivisitata nel precedente album con la title-track): in un tripudio swingante di fiati Beth estrae dal cilindro una “vocina” maliziosa ed ammiccante, mentre Bonamassa fa il Les Paul o il Charlie Christian della situazione, con una chitarra ad impatto zero ed il risultato è divertente e divertito, con i musicisti che godono della loro complicità. Close To My Fire è una scelta spiazzante, si tratta di un brano scritto da due DJ tedeschi, tali Slackwax e salito agli onori della cronaca per uno spot di una nota marca di automobili tedesche un paio di anni fa, questa versione sembra presa di sana pianta dagli anni d’oro del R&B e del soul, arrangiamento con fiati all’unisono, chitarrina old fashioned, la solita voce piena di confidenza, misurata ma al contempo libera di esprimere la sua gioia di cantare (il tratto più evidente della personalità della Hart), una canzoncina semplice semplice ma che non puoi fare a meno di apprezzare proprio per questo.

Quando partono le prime note di Nutbush Bush City Limits e soprattutto l’attacco della voce, non si può evitare, ancora una volta, di meravigliarsi della potenza vocale di questa cantante, che fa impallidire anche quella di una Tina Turner dei tempi d’oro e Bonamassa comincia a scaldare le corde della sua chitarra mentre tutto il gruppo, fiati e voci di supporto incluse, infiamma questa poderosa esecuzione. Per il primo album dei Blood, Sweat & Tears, Child Is Father To The Man, Al Kooper scrisse una bellissima slow ballad con uso di fiati, I Love You More Than You’ll Ever Know, un blues atmosferico (famoso anche nella interpretazione di Donny Hathaway) che si adatta come un vecchio calzino (citazione claptoniana) alla voce e alla chitarra della coppia in questione, una versione di grande spessore con la Hart a livelli stratosferici, che voce ragazzi e che interpretazione (lei dice che l'ha riscoperta tramite Amy Winehouse che spesso la cantava dal vivo)! Versione sontuosa anche per un brano di Lucinda Williams, una Can’t Let Go che diventa un blues a trazione slide con Bonamassa a fare il Ry Cooder della situazione e una fisarmonica (Arlan Schierbaum?) a spalleggiarlo in modo adeguato, mentre Beth canta come se lo spirito di Bonnie Raitt si fosse impossessato del suo corpo ma non delle corde vocali, che sono in piena forma jopliniana. Miss Lady è un tiratissimo rock-blues con i fiati di Buddy Miles dove Bonamassa fa i numeri con il wah-wah mentre If I Tell You I Love You è un nuovo incontro con il repertorio vagamente valzer musette di Melody Gardot, una fisarmonica e il cantato mitteleuropeo rievocano paragoni con la grande irlandese Mary Coughlan.

Rhymes, dal repertorio di Al Green e nuovamente Etta James, diventa un altro potente brano rock-blues, sia pure screziato da fiati soul, e con un sound vocale molto à la Delaney & Bonnie o Tedeschi Trucks Band con Bonamassa che per una volta non si trattiene. Prosegue la accoppiata soul e rock, dove la voce di Beth Hart ha modo di splendere: prima una A Sunday Kind Of Love dal repertorio di Etta James, misurata e splendida e poi un salto ad ugola spianata nel repertorio della Queen Of Soul, con una Seesaw scritta da Clarence Carter ma che tutti ricordiamo nella versione di Aretha Franklin, con Bonamassa che fa il Clapton o il Duane Allman della situazione. Conclude uno splendido disco la versione deliziosa di uno dei classici della canzone all time, la seconda interpretazione di un brano di Billie Holiday presente nel CD, l’immortale Strange Fruit, proprio in un disco dove la Canzone con la C maiuscola è la protagonista e la voce della Hart si conferma come delle più credibili dell’attuale panorama musicale, se ben accompagnata, una delle poche in grado di reggere i paragoni con le grandi del passato!

Ci sarà anche la solita versione Deluxe con il DVD con Making Of di oltre 40 minuti e tre video di Nutbush, Rhymes e Strange Fruit, poi a giugno la coppia farà un mini tour europeo e in Olanda le due date verranno incise per un futuro CD/DVD Live  (per non abbassare, giustamente, la media di uscite di Joe Bonamassa)!

Bruno Conti     

Meglio Tardi Che Mai! Steve Earle & The Dukes (& Duchesses) - The Low Highway

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Steve Earle – The Low Highway – New West Records 2013 – Deluxe Edition CD/DVD

Per un disguido con il titolare di questo pregevole blog (Bruno), colpevolmente mi accingo a parlarvi solo ora di questo The Low Highway, quindicesimo lavoro nella ormai quasi trentennale carriera discografica di Steve Earle. Originario della Virginia, ma cresciuto a San Antonio, Texas, Earle è certamente uno dei più importanti nomi della scena country-rock-roots americana. Il suo stile musicale, per i pochi che ancora (spero) non lo conoscono, si collega ai grandi della canzone di Nashville, in special modo al compianto Johnny Cash (alle origini), ma successivamente si “abbevera” da rocker come Fogerty, Mellencamp e naturalmente Springsteen. Il buon Steve aveva cominciato a suonare intorno ai vent’anni (apparendo già nel 1975 nel famoso film Heartworn Highways, a fianco di Townes Van Zandt, Guy Clark e dei giovani, come lui, Rodney Crowell e John Hiatt) e ad esibirsi poi con un proprio gruppo, The Dukes (ancora oggi la sua backing band), e nel lontano ’86 firmava per la famosa MCA, esordendo con Guitar Town (ma prima erano uscite le prime registrazioni come Early Tracks), cui fa seguito uno dei suoi capolavori, Copperhead Road (88) che annovera fra gli ospiti i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan ela brava Maria McKee.

Nel successivo decennio accentua la sua inclinazione per il rock con The Hard Way (90), centrando il bersaglio nuovamente con il magnifico live Shut Up And Die Like An Aviator (91), dove oltre ai suoi classici, rivisita Dead Flowers dei Rolling Stones, She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet e Blue Yodel # 9 di Jimmie Rodgers, regalando un “sound” di purissimo rock americano (per merito anche dei fidi Dukes). In seguito incappa in un brutto periodo artistico e personale e viene arrestato per tentata rapina a mano armata (indotta dall’incessante bisogno di denaro per droga e alcol), e passa più di un anno in carcere. Il ritorno discografico avviene con Train A Comin’ (95), un album totalmente acustico, mentre la sua ritrovata vena artistica è confermata anche dal seguente I Feel Alright (96) dove spicca You’re Still Standin’ There in duetto con la grande Lucinda Williams. Con The Mountain (99, realizzato con l’ensemble bluegrass della Del McCoury Band, inizia il decennio folk-rock, che trova l’apice nel seguente Transcedental Blues (2000) e in particolare con Jerusalem (2002) e The Revolution Starts Now (2004) dai forti contenuti politici e saltiamo gli ultimi dieci anni per non farla troppo lunga, ma Townes, il doveroso tributo al suo mentore almeno una citazione la merita!

Questo The Low Highway prodotto dallo stesso Earle con Ray Kennedy, vede il determinante apporto dei nuovi Dukes (Chris Masterson alle chitarre e pedal steel, Will Rigby alla batteria, Kelley Looney al basso) e una nutrita rappresentanza femminile, le cosiddette Duchesses, la moglie Allison Moorer alle tastiere, fisarmonica e voce, Eleanor Whitmore moglie di Chris (ovvero The Mastersons) al violino e mandolino, e Lucia Micarelli e Siobhan Kennedy (moglie del produttore) alle armonie vocali, e il disco ci riconsegna un cantautore ancora in grado di scrivere grandi canzoni, partendo dall’iniziale title track The Low Highway, dal folk blues della conclusiva Remember Me, prima di spaziare con disinvoltura fra il rock di 21st Century Blues, il country di Down The Road Pt II, il blues-rock di Calico County, per poi passare alla fisarmonica zydeco di That All You Got? (in duetto con la moglie) al piano old-style di Pocket Full Of Rain, al trascinante violino irlandese e banjo nel bluegrass di Warren Hellman’s Banjo, e riproponendo Love’s Gonna Blow My Way e After Mardi Gras, brani comparsi nella serie televisiva americana Treme (ambientata nella New Orleans post Katrina), il secondo scritto proprio per Lucia Micarelli, anche ottima violinista classica e presente con lui nel tributo a Dylan per Amnesty, Chimes of Freedom.

Steve Earle (58 anni, sette mogli e tre figli se non ho perso il conto), nonostante una vita vissuta sempre sopra le righe (la dipendenza dalla droga, gli arresti, la detenzione e una difficile e sofferta disintossicazione), di album davvero sbagliati non ne ha mai fatti, e in questo The Low Highway c’è materiale a sufficienza per confermarlo come uno dei personaggi più rappresentativi  della musica “Americana” degli ultimi trent’anni.

Tino Montanari

*NDT: Questa Deluxe Edition, esce, come al solito in una versione ampliata con il DVD che include il “making of” del disco e il video di Invisible. 

18/05/2013

E Dopo I Chitarristi Una "Pioggia" Di Armonicisti - Remembering Little Walter

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Various Artists – Remembering Little Walter – Blind Pig Records

Il dibattito su chi sia stato il più grande armonicista nella storia del Blues è ancora aperto, ma quasi tutto convengono che Marion Walter Jacobs, per la storia Little Walter, sia il candidato più accreditato. E’ sempre difficile fare graduatorie, ma se Jimi Hendrix vince, giustamente, tutte quelle in cui si parla di chitarra elettrica, Little Walter, uno dei primi ad elettrificare il suo strumento nella Chicago del dopoguerra e ad avere quel suono quasi da sassofono, una sorta di Charlie Parker del blues, per citare un altro che ha avuto una influenza incredibile sulla musica del ventesimo secolo, vince quella del più piccolo strumento a fiato (importante). Senza stare a farla troppo lunga, anche Walter (Little per non confonderlo con Big Walter Horton, venuto poco prima di lui e che molti considerano il più grande come tecnica pura allo strumento e ricordando anche i Sonny Boy Williamson, tra le influenze di Jacobs) si pone tra gli innovatori perché oltre a usare semplicemente l’amplificazione, come facevano altri, l’aveva fatta diventare uno strumento in sé, come era stato per Jimi con la chitarra, lavorare a volumi altissimi (per l’epoca) concedeva possibilità che altri non avevano saputo sfruttare.

Nato a Marksville, Lousiana Little Walter era già a Chicago nel primissimo dopoguerra, 1945, e nel 1948 entrava a far parte della band di Muddy Waters. Dopo poco più di venti anni vissuti pericolosamente, il 15 febbraio del 1968 moriva per le conseguenze di una rissa avvenuta la sera prima in un locale di Chicago (probabilmente l’ultima di una serie che si sommò ad altre avvenute in precedenza): non aveva ancora compiuto 38 anni. Jacobs, oltre ad essere stato “l’armonicista” per eccellenza, era anche un ottimo cantante ed autore e ha realizzato, oltre alle innumerevoli collaborazioni, anche una serie di album e canzoni a nome proprio. Per l’occasione di questo tributo, Remembering Little Walter, Mark Hummel ha radunato un gruppo di armonicisti che sono alcuni tra i migliori ancora in attività (direi che mancano James Cotton e Kim Wilson, così a occhio, tra i top players), ma non essendo un raduno degli alpini e suonando tutti i musicisti nella stessa occasione e non in una serie di registrazioni in diverse date, possiamo ritenerci più che soddisfatti per gli artisti presenti.

In quella serata del dicembre 2012 all’Anthology di San Diego, in aggiunta al citato Hummel ci sono Charlie Musselwhite, Billy Boy Arnold, Sugar Ray Norcia, James Harman e (Little) Charlie Baty, che oltre ad essere uno dei chitarristi della serata si cimenta anche all’armonica, Nathan James dei Rhythm Scratchers (che non conosco benissimo, ma prima era con Harman)) è l’altra chitarra (quella con la forma à la Bo Diddley), Jun Core il batterista,viene dalla band di Musselwhite e il bassista, RW Grigsby suona nei Blues Survivors di Hummel. Un gruppo compatto e solido e poi naturalmente, armonicisti come piovesse, 5+1 per la precisione. Prevalgono i bianchi,ma non è una critica, una semplice constatazione, sette bianchi, due neri e uno “abbronzato”, come ha detto qualcuno di nostra conoscenza, il risultato è più che soddisfacente, direi ottimo. Scorrono molti dei cavalli di battaglia di Jacobs: si parte con una I Got To Go dove il primo dei solisti a prendere il centro della scena è Mark Hummel, e via con i primi assolo, che peraltro sono il motivo di questa serata e quindi aspettiamone tanti. Poi è il turno di Charlie Musselwhite, con la lunga ed intensa Just A feeling, una delle migliori del concerto. Billy Boy Arnold, con una travolgente You’re So Fine, dimostra di essere ancora in grande forma, sia vocale che allo strumento e anche James Harman non scherza, con una vibrante It’s Loo Late Brother, uno dei pochi brani che non porta la firma di Little Walter.

Mean Old Frisco, uno dei preferiti di Eric Clapton, grande estimatore, che ricorda nelle note che “Little Walter è stato una molto, molto potente influenza sulla mia musica”, chiude il primo giro, nell’interpretazione di Sugar Ray Norcia. Si riparte con una ondeggiante e tipica One Of These Morning affidata a Charlie Musselwhite, che a dispetto dei quasi 70 anni è sempre in gran forma (ma non dimentichiamo che il decano della serata, Billy Boy Arnold va per i 78, e non si direbbe). A seguire una riflessiva e delicata Blue Light “pennellata” da un ottimo Hummel, con la sua armonica che riverbera dalle casse dell’impianto in questo favoloso brano strumentale e da Crazy Mixed Up World, uno dei due brani firmati da Willie Dixon, con James Harman che guida con brio il manipolo di musicisti. Up The Line di Sugar Ray Norcia è una di quelle con i tempi più “strani” ma sempre compatibile con il classico electric Chicago Blues della serata. Ancora un grande Arnold con Can’t Hold Out Much Longer che ricordo su 461 Ocean Boulevard di Clapton e poi, tutti insieme appassionatamente, per una corale My Babe, l’altro brano di Dixon, che era la canzone più famosa di Little Walter, sei assolo, dicasi sei, in sequenza, per un gran finale di un ottimo disco, super consigliato agli aficionados dell’armonica ma, in generale, per tutti gli amanti del Blues classico.

Bruno Conti 

17/05/2013

Epigoni Canadesi. Matt Mays - Coyote

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Matt Mays – Coyote – Sonic Records/Warner Canada

Matt Mays è un onesto e vibrante cantautore e rocker canadese, questo Coyote è il suo quinto album, nel nativo Canada è già uscito da alcuni mesi e nella primavera Mays è andato negli States a promuoverlo, come opening act per i Gaslight Anthem. Forse, anzi sicuramente, non è uno di quelli di prima fascia, ma dalle canzoni di Coyote si percepisce una capacità di scrittura quasi innata, un amore per il rock classico e per la musica della sua terra, Neil Young in primis, quando le chitarre sono lasciate libere di viaggiare. Anche le influenze della musica californiana, West Coast e rock sono presenti, come è stato per altri suoi compatrioti che lo hanno preceduto.

Il disco è stato concepito e realizzato tra Canada, Stati Uniti (New York) e Messico e si lascia ascoltare con grande piacere. Accompagnato da una piccola pattuglia di musicisti che lo seguono fedelmente da alcuni anni, Matt Mays si destreggia con uguale abilità tra pezzi rock come l’iniziale Indio che ha quel sound tipicamente 70’s del rock californiano più classico, tornato di moda con Jonathan Wilson, i Dawes e molti altri gruppi della Bay Area, chitarre spiegate, ritmi serrati, belle armonie vocali, tastiere appena accennate, un pizzico di psichedelia morbida e qualche tocco di latin rock che lo avvicina più a Stills che a Young, ma le coordinate sonore sono quelle. Airstrike è un breve intermezzo psicofunky tra chitarre e percussioni che introduce la sinuosa Ain’t That The Truth dove acustiche e organo cercano di farsi largo tra le elettriche e il cantato riverberato di Mays che ha un che di epico nel suo svilupparsi. Take It On Faith, altro singolo potenziale come la precedente, è tipicamente alla Neil Young, fino alle pieghe più recondite dell’assolo di chitarra, che viene dai dischi del canadese con i Crazy Horse, la classe è minore ma la grinta non manca. Come nel caso di Jonathan Wilson anche Matt Mays deve avere una passione nascosta per i Pink Floyd più acustici, l’inizio sembra preso da Wish You Were Here, ma anche il country-rock cosmico, ben rappresentato dalla pedal steel avvolgente, ha un suo perché in Loveless, bella ballata dolente.

Dull Knife ha di nuovo il groove tipico dei brani di Young, questa volta quelli mid-tempo e scanditi tipici del Neil di metà anni ’70, On the beach e Zuma, e anche se la voce è diversa, ricca di echi e “doppiata”, ci sono punti in comune, piccolo tocco di genio nel solo in punta di wah-wah, molto suggestivo. Drop The Bombs, fin dal titolo, ha quel pizzico di rock sound alla U2, ma non convince troppo, Rochambo è un altro di quei brevi intermezzi sperimentali che Mays semina nel disco, ma non ha molto senso, spezza solo il ritmo. Slow Burning Luck è viceversa un altro bel brano rock, ricco di grinta e di belle armonie, mi ha ricordato i brani dei primi BoDeans o del T-Bone Burnett cosmico dell’Alpha band, altri hanno intravisto qualcosa dei Blue Rodeo, non male comunque, anche se una bella coda chitarristica ci sarebbe stata bene, magari dal vivo.

Nuovamente un breve intermezzo, questa volta alla Beatles dell’album Bianco, meno di due minuti per una “strana” Madre e Padre che precede un’altra bella canzone come Zita , rock solare alla Fleetwood Mac targati Buckingham. Fresca e divertente anche Stoned, tipicamente da highway, questa sì, per il sottoscritto, tra Blue Rodeo e il Tom Petty solo, con un breve break di armonica molto pertinente. Armonica che rimane anche per la successiva Queen Of Portland Street,un brano acustico cantato molto bene da Mays che non sempre mi persuade nelle sue evoluzioni vocali, ma in questo brano ha la giusta convinzione e il tono più appropriato, che dire, bella! Chase The Light, nuovamente con una chitarra acustica appena accennata, una pedal steel di supporto e poco altro, è una folk ballad semplice semplice ma di grande fascino e conclude degnamente un album che gli amanti del buon rock apprezzeranno.

Bruno Conti       

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