La Scure Ha Colpito Ancora: Questa Volta (A Soli 46 Anni) E’ Toccato A Dolores O’Riordan.

In primo piano

doloresdolores 2

https://www.youtube.com/watch?v=6Ejga4kJUts

Non sono mai stato un fan dei Cranberries, avevo comprato soltanto all’epoca (era il 1994) il loro secondo album, No Need To Argue, incuriosito dal successo planetario del singolo Zombie, un orecchiabile brano di finto-grunge che quell’anno diventò un vero e proprio tormentone (ed ancora oggi rimane il più grande successo del gruppo irlandese), ma sono comunque rimasto di sasso quando due giorni fa, la sera del 15 Gennaio, ho letto della morte improvvisa di Dolores O’Riordan, cantante solista e front-woman della band. Una morte per certi versi misteriosa, in quanto è stata trovata nel bagno di un hotel di Londra dove nessuno sapeva che fosse (Dolores era nella capitale inglese per incidere dei nuovi brani), senza segni particolari che possano far capire la causa del decesso: l’autopsia chiarirà le cose, ma già qualcuno ha avanzato l’ipotesi del suicidio, già tentato dalla cantante nel 2013. La O’Riordan, nativa di Limerick, nonostante il successo ottenuto ha infatti sempre vissuto in compagnia dei suoi demoni personali, e negli anni ha avuto problemi di vario genere, dalla depressione, all’anoressia, fino a disturbi bipolari della personalità, senza farsi mancare neppure alcool e droghe.

cranberries everybody else

https://www.youtube.com/watch?v=Yam5uK6e-bQ

L’esordio coi Cranberries risale al 1993 con l’album Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? (il loro migliore) https://www.youtube.com/watch?v=G6Kspj3OO0s , trainato dal buon successo del singolo Dreams, ma è l’anno seguente, grazie alla già citata Zombie, che la band diventa una delle più popolari in circolazione (Dolores parteciperà anche al Pavarotti & Friends del 1995, un evento che negli anni ha sempre toccato punte di kitsch notevoli, ma che dava comunque una grande esposizione mediatica ai vari ospiti). Altri tre album con i Cranberries fino al 2001, e se To The Faithful Departed si comporta ancora egregiamente in classifica, altrettanto non si può dire di Bury The Hatchet e Wake Up And Smell The Coffee, dopo il quale Dolores scioglierà il gruppo tentando la via solista con due lavori passati quasi inosservati (ma che venderanno stranamente bene nel nostro paese), per poi tornare insieme ai “Mirtilli Rossi” nel 2012 per Roses, seguito meno di un anno fa da Something Else. Il gruppo, pur non essendo tra i miei preferiti, ha sempre fatto la sua musica senza dare fastidio a nessuno, un rock inizialmente classificato come alternativo, ma con profonde venature pop, fronteggiato da Dolores con stile e compostezza.

cranberries 2018

https://www.youtube.com/watch?v=AUT-wNRKV1c

Divorziata, la O’Riordan lascia tre figli: spero che finalmente adesso possa placare i suoi tormenti, anche se ci ha lasciato decisamente troppo presto.

Marco Verdi

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

tyler bryant & the shakedown

Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

tyler bryant & the shakedown 2

https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti

L’Album Precedente Era Bellissimo, Questo E’ Splendido (Anche Se Dura 28 Minuti Scarsi)! Thom Chacon – Blood In The USA

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Thom Chacon – Blood In The USA – Appaloosa/IRD CD

Nelle mie classifiche dei migliori del 2013 avevo indicato come sorpresa dell’anno Thom Chacon, singer-songwriter del Colorado che con il suo album omonimo (non il suo esordio, ma comunque il primo disco con una reperibilità buona) mi aveva decisamente stupito, un CD di puro cantautorato folk che aveva iscritto di diritto Thom al club dei “nuovi Dylan”, anche se il ragazzo mostrava comunque di avere una spiccata personalità http://discoclub.myblog.it/2013/04/04/a-proposito-di-nuovi-dylan-tom-chacon/ . Poi il silenzio per quasi cinque lunghi anni, al punto che avevo temuto che il nostro fosse stato colpito dalla “sindrome di Will T. Massey”: ora finalmente Thom ha dato un seguito a quel disco, e Blood In The USA non solo non delude le attese, ma si rivela addirittura superiore. Per la verità Chacon aveva pronto questo disco fin dal 2016, ma un po’ il fatto di aver avuto un bambino (ed aver quindi svolto i compiti di papà a tempo pieno), un po’ l’essere senza un contratto discografico, hanno costretto il nostro a rimandare la pubblicazione fino ad oggi: Blood In The USA (prodotto come il precedente da Perry A. Margouleff) esce per l’italiana Appaloosa, e ad oggi non ha ancora una distribuzione americana.

thom chacon 1

https://www.youtube.com/watch?v=X9WTSXWx2d8

Un peccato quasi mortale, in quanto ci troviamo di fronte ad un grande disco, un lavoro che nelle sue nove canzoni (meno di 28 minuti) è di un’intensità stupefacente, nonostante il ragazzo avesse già fatto vedere le sue capacità cinque anni orsono. Blood In The USA è un lavoro forte, duro e drammatico nei testi (anche in italiano nel libretto), con il nostro che canta le difficoltà di vivere in America al giorno d’oggi se non hai un conto in banca importante, mentre dal punto di vista musicale siamo in presenza di nove brani davvero intensi, nonostante la veste spoglia con la quale Thom si presenta. Infatti nella maggior parte dei casi troviamo solo lui con la sua chitarra (e talvolta l’armonica), spesso doppiato solo dall’organo di Tommy Mandel, uno con un curriculum lungo come da qui a Pechino, mentre la sezione rimica (formata da Tony Garnier, bassista e direttore musicale della live band di Bob Dylan da quasi trent’anni, e da Kevin Twigg alla batteria) è usata con parsimonia. Ma già dopo due canzoni non se ne sente la mancanza, tale è la forza ed il feeling che vengono sprigionati dalle storie cantate da Chacon, che tra l’altro in questo lavoro sembra anche staccarsi con decisione dall’ombra dylaniana. L’avvio è subito ottimo con I Am An Immigrant, lenta, meditata, ma dal pathos notevole: Thom canta con voce arrochita una folk song purissima, voce, chitarra ed un’aggiunta discreta di organo e mandolino che lasciano filtrare un raggio di sole. Siamo più dalle parti di Bruce Springsteen e del suo fantasma di Tom Joad che di Dylan.

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https://www.youtube.com/watch?v=sa7ZUuYnVEQ

Con Union Town siamo ancora in territori cari al Boss, ma Chacon ha comunque un suo stile ed una sua personalità: il brano è vivo, vibrante, ancora suonato con tre strumenti in croce ma decisamente intenso; anche la title track è bellissima, un pezzo folk teso come una lama pur essendo basato solo su voce, chitarra ed organo, uno stile nudo e crudo che mi ricorda anche certe cose dello scomparso Calvin Russell. Splendida Easy Heart, voce, chitarra, armonica ed un feeling immenso, una folk song strepitosa per melodia ed intensità, così come la quasi altrettanto bella Something The Heart Can Only Know, in cui Thom è ancora, per dirla con Warren Zevon, in “splendid isolation”, anche se non gli servono orpelli per emozionare. Il disco cresce brano dopo brano, basti sentire la meravigliosa Empty Pockets, una ballata superba, voce chitarra e piano, con un pathos incredibile, come è incredibile che uno che scrive canzoni di questo livello non trovi un cane che gli pubblichi i dischi in America: Empty Pockets è una grande canzone, tra le migliori che ho ascoltato ultimamente, tanto bella musicalmente quanto dura nel testo. A Bottle, Two Guitars And A Suitcase è più interiore e cupa, anche a causa di un contrabbasso suonato con l’archetto, ma ha comunque il suo perché, mentre Work At Hand, ancora pura e cristallina, è una delle più dylaniane del lavoro. Il CD si chiude (troppo presto) con Big As The Moon, il brano in assoluto più strumentato (elettrico è una parola grossa), ed anche uno dei più belli, ancora con Dylan in mente ma con una melodia straordinaria nella sua semplicità.

https://www.youtube.com/watch?v=iXEZ0ewAGVc

Non ho dubbi: Blood In The USA è il primo grande disco del 2018.

Marco Verdi

*NDB

Thom Chacon è in Tour in Italia in questo periodo per promuovere l’album, ecco le date, ancora poche nei prossimi giorni:

TOUR

1/11/2018
Teatro Del Sale
Firenze, Italy
More Information

1/12/2018
La Vecchia Mandragora
Massa (MS), Italy

1/13/2018
Storie di frontiera e
immigrazione w/ The Gang /ingresso libero
Teatro La Vitoria
Ostra, Italy
9:00 PM
Free Admission / Ingresso Liber

1/14/2018
Città di frontiera. Da Istanbul a
Juarez w/ Andrea Parodi, Federico Donelli, Paolo Ercoli, Flaviano
Braga, Alice Marini
Biblioteca
Verano Brianza, Italy
5:30 PM
Free Admission / Ingress Libero

1/15/2018
w/Dave Keyes
1e35
Cantù (CO), Italy
More Information

1/17/2018
Fondazione Cassa Di Risparmio
Bolzano, Italy

1/18/2018
Steindl’s Boutiquehotel
Vipiteno (BZ), Italy

1/19/2018
Cohen
Verona, Italy
More Information

1/20/2018
Folk Club
Via Perrone, 3 Bis, 10122
Torino TO, Italy
21:30
Buy Tickets

Annunciato Tre Mesi Fa, Esce Solo Ora Al 19 Gennaio. Ten Years After – 1967-1974 Box Set

ten years after 1967-1974

Ten Years After – 1967-1974 – 10 CD Chrysalis Records/Warner – 19-01-2018

Era stato annunciato per il 10 novembre dello scorso anno, ma esce solo in questi giorni, al 19 gennaio 2018.

Dei Ten Years After erano già usciti in passato diversi cofanetti, uno della serie Original Album Series con 5 titoli, una Triple Album Collection con tre dischi, più il cofanetto antologico, sempre triplo, Think About The Times:The Chrysalis Years 1969-1972, pubblicato nel 2010, ma già fuori produzione. In seguito diversi album della discografia, in particolare i primi tre su etichetta Deram, sono stati ripubblicati in versione rimasterizzata e con bonus tracks aggiunte. Inoltre sono usciti svariati Live, oltre al classico Recorded Live anche un ottimo doppio CD Live At The Fillmore East 1970. Per la prima volta viene resa disponibile l’intera discografia di studio (ok, Undead è dal vivo) in un cofanetto che raggruppa sia il materiale Deram che quello Chrysalis, e considerando che la loro discografia è complicata perché molti album negli Stati Uniti sono distribuiti dalla Columbia.. Le versioni, come è caratteristica di questa serie del gruppo Warner, sono quelle originali senza bonus, ma a differenza degli altri cofanetti della serie il prezzo non è proprio budget (ho letto di un prezzo indicativo che oscilla tra i 90 e i 100 euro), forse perché questa edizione limitata avrà una tiratura di sole 1.500 copie per tutto il mondo.

Al solito ecco il contenuto completo del box, che comunque comprende un 10° album, The Cap Ferrat Sessions, che raccoglie registrazioni inedite del 1972.

 CD1: Ten Years After [Mono, 1967]
1. I Want To Know
2. I Can’t Keep From Crying, Sometimes
3. Adventures Of A Young Organ
4. Spoonful
5. Losing The Dogs
6. Feel It For Me
7. Love Until I Die
8. Don’t Want You, Woman
9. Help Me

CD2: Undead [Stereo, 1968]
1. I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always
2. (At The) Woodchopper’s Ball
3. Spider In My Web
4. Summertime/Shantung Cabbage
5. I’m Going Home

CD3: Stonedhenge [Stereo, 1969]
1. Going To Try
2. I Can’t Live Without Lydia
3. Woman Trouble
4. Skoobly-Oobly-Doobob
5. Hear Me Calling
6. A Sad Song
7. Three Blind Mice
8. No Title
9. Faro
10. Speed Kills

CD4: Ssssh [Stereo, 1969]
1. Bad Scene
2. Two Time Mama
3. Stoned Woman
4. Good Morning Little Schoolgirl
5. If You Should Love Me
6. I Don’t Know That You Don’t Know My Name
7. The Stomp
8. I Woke Up This Morning

CD5: Cricklewood Green [Stereo, 1970]
1. Sugar The Road
2. Working On The Road
3. 50,000 Miles Beneath My Brain
4. Year 3,000 Blues
5. Me And My Baby
6. Love Like A Man
7. Circles
8. As The Sun Still Burns Away

CD6: Watt [Stereo, 1970]
1. I’m Coming On
2. My Baby Left Me
3. Think About The Times
4. I Say Yeah
5. The Band With No Name
6. Gonna Run
7. She Lies In The Morning
8. Sweet Little Sixteen

CD7: A Space In Time [Stereo, 1971]
1. One Of These Days
2. Here They Come
3. I’d Love To Change The World
4. Over The Hill
5. Baby Won’t You Let Me Rock ‘N Roll You
6. Once There Was A Time
7. Let The Sky Fall
8. Hard Monkeys
9. I’ve Been There Too
10. Uncle Jam

CD8: Rock & Music To The World [Stereo, 1972]
1. You Give Me Loving
2. Convention Prevention
3. Turned Off T.V. Blues
4. Standing At The Station
5. You Can’t Win Them All
6. Religion
7. Choo Choo Mama
8. Tomorrow I’ll Be Out Of Town
9. Rock & Roll Music To The World

CD9: Positive Vibrations [Stereo, 1974]
1. Nowhere To Run
2. Positive Vibrations
3. Stone Me
4. Without You
5. Going Back To Birmingham
6. It’s Getting Harder
7. You’re Driving Me Crazy
8. Look Into My Life
9. Look Me Straight Into The Eyes
10. I Wanted To Boogie

CD10: The Cap Ferrat Sessions 2017
1. Look At Yourself
2. Running Around
3. There’s Somebody Calling Me
4. There’s A Feeling
5. Holy Shit
Recorded in 1972, mixed in 2017

Se non li possedete già varrebbe la pena di farci un pensierino considerando che i Ten Years After di Alvin Lee sono stati una delle migliori formazioni di blues-rock di quell’epoca.

Bruno Conti

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Forse E’ Un Disco Un Po’ Prevedibile, Ma Il Livello E’ Sempre Alto! Anderson East – Encore

anderson east encore

Anderson East – Encore – Elektra/Warner CD

Le due rivelazioni musicali del 2015 sono stati indubbiamente Anderson East http://discoclub.myblog.it/2016/01/01/recuperi-inizio-anno-3-meraviglioso-disco-soul-bianco-anderson-east-delilah/  e Nathaniel Rateliff http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , titolari di due tra i più bei dischi di quell’anno (e nessuno dei due, va detto, era l’album d’esordio), due lavori splendidi che avevano come comune denominatore uno stile soul e rhythm’n’blues decisamente vintage. Ma i due approcci erano radicalmente diversi, in quanto Rateliff proponeva un errebi molto energico, quasi fisico e direttamente imparentato col rock (come ha confermato il devastante Live At Red Rocks da poco uscito http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ ), mentre la musica di Delilah, l’album di East (vero nome Michael Cameron Anderson) era decisamente più raffinata, di classe, con una maggiore propensione alle ballate, e con l’influenza di Sam Cooke ben presente https://www.youtube.com/watch?v=Z5L4mRGQhJE . E, almeno per il sottoscritto, superiore (anche se di poco) a Rateliff. Delilah ha avuto anche ottimi riscontri di critica e di vendite, dimostrazione che in giro c’è ancora voglia di grande musica, ed Anderson si è goduto il momento, prendendosi tutto il tempo per dare un seguito a quel disco fulminante (nel frattempo si è anche fidanzato con Miranda Lambert).

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https://www.youtube.com/watch?v=Ka1p2Vj5wps

Encore, il suo nuovo lavoro, non cambia le carte in tavola, in quanto prosegue il discorso precedente di musica soul fatta davvero con l’anima, cantata e suonata alla grande, oltre che prodotta splendidamente (l’onnipresente Dave Cobb, già responsabile di Delilah). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, Anderson con questo disco non ha rischiato, in quanto sembra quasi che abbia inciso un appendice all’album precedente (ed il titolo forse non è casuale, gli encores in inglese sono i bis che un artista propone a fine spettacolo), ma sempre meglio così che cambiare totalmente, con il rischio di spersonalizzare il suono e scontentare tutti. Per la verità le avvisaglie non erano rassicuranti, in quanto il primo singolo, All On My Mind (in giro già da qualche mese) non è una grande canzone, troppo monolitica nel suono, piuttosto risaputa dal punto di vista melodico, e soprattutto con un fastidioso synth che non c’entra nulla con East. Ma fortunatamente siamo in presenza di un episodio isolato, in quanto il resto di Encore è bellissimo, con la grande voce “nera” di Anderson che la fa da padrona, ed una serie di canzoni decisamente riuscite (tutte scritte da lui, tranne due cover) e suonate in maniera sopraffina da uno zoccolo duro di musicisti del giro di Cobb (Chris Powell alla batteria, Brian Allen al basso, Philip Towns alle tastiere), una sezione fiati indispensabile nell’economia del suono, e qualche ospite di nome come Chris Stapleton e Ryan Adams alle chitarre in una manciata di pezzi.

Anderson East's Encore comes out Jan. 12.

https://www.youtube.com/watch?v=252yzYRawM8

Si inizia subito alla grande con King For A Day, splendida soul ballad (scritta da Anderson con Stapleton e sua moglie Morgane), calda, fluida e con una melodia deliziosa, il tutto eseguito con classe sopraffina (e che voce), con uno stile che rimanda a Curtis Mayfield. This Too Shall Last è un altro slow, più intimista del precedente, suonato con estrema raffinatezza e con le chitarre nelle mani di Adams: bellissimo sia l’uso dell’organo che lo sviluppo melodico. House Is A Building, superbamente orchestrata, è un pezzo romantico ancora di gran classe, mentre Sorry You’re Sick (un brano di Ted Hawkins, un musicista ex busker scoperto con colpevole ritardo, ed oggi quasi dimenticato) è trasformata in un vivace errebi dal gran ritmo, alla Ike & Tina Turner, con fiati e chitarre sugli scudi e la solita grande voce. If You Keep Leaving Me è una ballata davvero magnifica dal suono classico, primi anni settanta, un delizioso controcanto femminile ed una linea melodica perfetta, in cui vedo tracce sia di Van Morrison (l’accompagnamento) che di Joe Cocker (l’approccio vocale): ripeto, canzone strepitosa. Girlfriend è decisamente più grintosa e potente, tanto da invadere quasi il territorio di Rateliff, ma è ugualmente godibile dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai fiati che qui la fanno da padroni (e perfino l’assolo di moog ha un sapore vintage), Surrender è ritmata, trascinante e diretta, con il nostro che si supera vocalmente, mentre di All On My Mind ho già detto, un pezzo di cui si poteva fare a meno. Il disco comunque si riprende subito alla grande con Without You, pianistica, vibrante e piena di calore, con un altro motivo emozionante, e con Somebody Pick Up My Pieces, una cover di Willie Nelson che esce idealmente dal Texas per spostarsi in Alabama, diventando una scintillante ballata in puro stile southern soul.

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https://www.youtube.com/watch?v=1zSczaSm60U

Il CD, che è uscito l’altro ieri, venerdì 12 gennaio, si chiude con la lenta e spoglia Cabinet Door, solo voce e piano ma un feeling enorme; ottima conferma quindi per Anderson East: Encore avrà forse il difetto di non essere troppo diverso da Delilah, facendo mancare quindi l’effetto sorpresa del suo predecessore, ma siamo comunque in presenza di un lavoro di notevole livello e che ascolteremo a lungo.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Forse Il Miglior Disco Dal Vivo Ufficiale Del 2017. Christy Moore – On The Road

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road – Yellow Furze/Sony Music Ireland 2 CD

Christy Moore è una leggenda in Irlanda (e non solo nell’isola di Smeraldo), ma è anche uno dei più grandi cantautori attualmente in circolazione, con una produzione sterminata, iniziata con un disco del 1969 che si chiamava Paddy On The Road. Sarà un caso, ma a quasi 50 anni da quel disco esce questo doppio dal vivo che si chiama On The Road: di Moore esistono molti album Live, sia da solo che con Planxty e Moving Hearts.. Anche questa volta il buon Christy centra l’obiettivo, con quello che è il suo primo album Live doppio: registrato nel corso degli ultimi tre anni, tra Inghilterra, Irlanda e Scozia, contiene 24 brani estratti dal suo repertorio, messi in sequenza per costruire una sorta di concerto ideale, con la giusta alternanza tra brani lenti e più mossi, ballate e gighe, brani malinconici, di denuncia, ma anche canzoni briose, spesso salaci, ricche di ironia e umorismo britannico, seguito da platee adoranti pronte a cantare e a battere le mani ad ogni suo comando, ma rispettose ed attente nei momenti più intensi e struggenti, quindi il pubblico ideale per qualsiasi performer. E questa volta Christy Moore non è in solitaria, è accompagnato da un piccolo ma capace gruppo di musicisti che si alterna nelle varie date: guidati all’immancabile, e grande, Declan Sinnott, a chitarra elettrica, acustica e strumenti a corda, Jim Higgins, percussioni e batteria, Cathal Hayden, violino e banjo, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd, chitarra, armonica e mandolino, oltre alle voci aggiunte di Vickie Keating e del figlio di Christy Andy Moore, che da alcuni anni lo accompagna con le sue armonie.

christy moore 2 declan sinnott

https://www.youtube.com/watch?v=LIh5dUOz824

Il risultato, manco a dirlo, è splendido, se amate la musica folk, irlandese e non, le canzoni d’autore, e in generale la buona musica, questo doppio è imprescindibile, anche considerando che il repertorio estrapolato da ben 16 diverse locations, quindi assai diversificato e completo, è arricchito anche da parecchie cover scelte con grande cura. L’apertura del concerto è spettacolare, con uno dei brani più amati e coinvolgenti appunto del suo repertorio, Ordinary Man, che dava il titolo ad un album del 1987, proposta nel corso degli anni in svariati arrangiamenti, in questo caso la pungente elettrica di Sinnott e il violino sono quasi interscambiabili, mentre la melodia molto cantabile la rende subito preda dei presenti che la cantano a squarciagola con Christy, che si vede costretto ad adeguarsi, con piacere, alla versione del pubblico presente al Barrowland di Glasgow; Ride On, tratta dall’omonimo album che lo stesso Moore considera tra i suoi più popolari (e in Irlanda il nostro è spesso ai vertici delle classifiche), è un brano scritto da Jimmy MacCarthy (che è stato omaggiato di recente anche da Mary Black, che ha inciso un intero disco dell’autore inglese, di cui leggerete sul Blog a breve), reso proprio dall’irlandese nel corso degli anni, sera dopo sera, una di quelle sue splendide ballate, cantate con voce profonda e risonante, dove la voce della Keating e la elegante solista di Sinnott sono elementi portanti della canzone, ascoltata in religioso silenzio dal pubblico. Che può subito scatenarsi di nuovo nella giga salace e incontenibile, a tempo di banjo e percussioni, della divertente Joxer Goes To Stuttgart, ma poi nella perfetta alternanza veloce-lento arriva una splendida Black Is The Colour, un brano tradizionale che ricordo in una altrettanto bella versione di Luka Bloom, il fratello di Christy, quando si chiamava ancora Barry Moore, nel suo primo disco Treaty Stone, con il fratello che dalla sua ha anche la voce inconfondibile e ad alto tasso evocativo, come la canzone, impreziosita dal lavoro di mandolino, armonica e violino.

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https://www.youtube.com/watch?v=uYpgsPB-Bkw

Don’t Forget Your Shovel è un’altra di quelle canzoni che prevedono la partecipazione del pubblico in un crescendo inarrestabile; altra title track The Voyage, malinconica e mesta, con la chitarra di Sinnott che cesella note mentre la voce di Moore sale e scende con dolcezza. Delirium Tremens è un immaginifico ed ironico resoconto sulle gioie e i dolori, nonché sugli effetti, dell’alcol, sostanza che ha avuto un ruolo sostanziale anche nella musica e nella vita di Shane MacGowan, di cui Moore interpreta con rispetto e devozione la meravigliosa Fairytale Of New York in una versione deliziosa. Lisdoonvarna viene ironicamente annunciata come canzone partecipante all’Eurofestival, ma in effetti è una delle più carnali, “sporche”, divertenti, eccessive e travolgenti canzoni del songbook di Christy https://www.youtube.com/watch?v=_SVo9W4QM5A ; The Cliffs Of Doonen è la più vecchia del repertorio, la facevano già i Planxty, altra ballad calda ed avvolgente, subito bilanciata dalla “delirante” Weekend In Amsterdam, cantata accapella e con continui colpi di scena nella narrazione senza limiti di parola nel resoconto delle avventure del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=ZI4W1CyPtT0 . Viva La Quinta Brigada è uno di quei brani sociali, politici, storici, epici e collettivi, che costellano la carriera del cantautore irlandese, cantata coralmente dal pubblico. Si riparte subito con il secondo CD: City Of Chicago è una radiosa canzone del fratello Luka Bloom che l’ha reincisa per il recente Refuge http://discoclub.myblog.it/2017/10/17/dal-suo-rifugio-irlandese-un-lavoro-vibrante-e-intenso-luka-bloom-refuge/ , melodia scintillante, con la fisarmonica che ne sottolinea il tessuto sonoro incantevole; Go Move Shift un brano meno noto di Ewan MacColl (quello di Dirty Old Town e The First Time I Ever Saw Your Face) è ciò nondimeno un’altra canzone di grande spessore, degna della migliore tradizione folk irlandese.

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https://www.youtube.com/watch?v=pJQP-ap88zs

Si rimane in questo ambiente melanconico e raccolto anche con la successiva suggestiva Nancy Spain, cantata ancora una volta in modo evocativo da Moore che si appoggia anche sullo struggente violino di Hayden e sulle armonie corali del pubblico. Torna l’acuto e divertito storyteller per l’intrigante Lingo Politico e poi si passa al puro irish folk di The Raggle Taggle Gypsy, altro pezzo da novanta del songbook di Christy Moore, come pure la successiva St. Brendan’s Voyage, nuovamente estratta da Ordinary Man, sempre tipica del canzoniere più fortemente evocativo e corale di questo splendido musicista. Un altro che scrive canzoni non male è Richard Thompson, di cui Moore riprende Beeswing, una delle sue ballate più belle, interpretata con grande passione https://www.youtube.com/watch?v=zglpXd0gpuA ; McIlhatton francamente non la ricordavo, un brano dedicato a Bobby Sands, noto attivista politico nordirlandese, a lungo nelle prigioni inglesi, una canzone ”affettuosa” e piena di riconoscenza, costruita attorno ad un’aria musicale popolare. Ulteriore brano mesmerico ed ipnotico è la delicata Bright Blue Rose, altro pezzo di Jimmy MacCarthy, con Declan Sinnott splendido alla acustica con botteneck e alla seconda voce; non è da meno la versione da manuale di If I Get An Encore, per certi versi la parafrasi dell’intero concerto e di tutta la carriera di Moore, che comunque ci regala ancora un paio di brani prima di congedarci: North And South (Of the River), scritta con Bono e The Edge,  a cui consiglierei di andarsi a risentire quando scrivevano delle belle canzoni (perché ne hanno scritte tante, in passato), con la solista di Sinnott di nuovo sugli scudi https://www.youtube.com/watch?v=i-EbThBjons  e per ultima The Time Has Come, una delle sue migliori in assoluto, scritta con Donal Lunny e che conclude in gloria questo splendido concerto (virtuale), tra i migliori del 2017.

Bruno Conti

E’ Proprio Il Caso Di Dire: Tale Padre Tale Figlio! Ned LeDoux – Sagebrush

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Ned LeDoux – Sagebrush – Powder River/Thirty Tigers CD

La scomparsa nel 2005 di Chris LeDoux, a causa di un male incurabile, ha lasciato un vuoto profondo nel cuore degli appassionati di vero country, in quanto non c’era in circolazione un altro autore di cowboy songs con la stessa bravura e credibilità. Chris era infatti un personaggio unico: cowboy di professione, campione del mondo di rodeo negli anni settanta, era anche in possesso di una splendida voce e di un non comune talento compositivo, che usava per produrre dischi di pura western music, intensa, chitarristica e con la capacità di roccare alla grande quando serviva. Arrivato alla celebrità nei primi anni novanta (grazie anche all’amico Garth Brooks), ha continuato a pubblicare dischi fino al momento della sua improvvisa morte, e se negli ultimi anni qualche tentazione radiofonica era emersa, Chris ci ha comunque lasciato in eredità dischi bellissimi come Powder River, Western Underground, Whatcha Gonna Do With A Cowboy?, Under This Old Hat, oltre ad un album dal vivo, Chris LeDoux Live (1997) di raro feeling e potenza. Ora a sorpresa il testimone lasciato da LeDoux viene raccolto, e non da uno qualunque, ma dal figlio Ned LeDoux, che con il suo album d’esordio Sagebrush prosegue idealmente il lavoro del padre, interrottosi all’indomani del suo ultimo disco, Horsepower.

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https://www.youtube.com/watch?v=-XYUJvmZmfE

E Sagebrush è, forse anche un po’ a sorpresa, un bellissimo album di country & western dal deciso sapore rock, proprio nello stile tipico di Chris, e la cosa ancora più impressionante è la voce di Ned, praticamente identica a quella del padre. Sbaglieremmo però a considerarlo un clone: Ned sa benissimo che la musica di suo padre manca da morire ai suoi fans, e non ha fatto altro che donare loro quello che aspettavano da più di dieci anni, cioè un nuovo disco in puro LeDoux style; Ned non ha paura del raffronto, sa perfettamente che la gente lo paragonerà al padre, ma lui ha comunque una sua personalità, è bravo e, cosa più importante, è in possesso di una capacità nel songwriting non inferiore a quella di Chris: per questo Sagebrush è un piccolo grande disco (anche emozionante in certi momenti), a livello dei migliori del suo genitore. L’album è prodotto da Mac McAnally, cantautore a sua volta e partner di lungo corso di Jimmy Buffett, ed al suo interno suona gente del calibro di Greg Morrow, Glenn Worf e Russ Pahl, oltre allo stesso McAnally. L’iniziale Never Change è una potente rock song, il country è un pretesto: chitarre ruggenti (la solista in tutto il CD è dell’ottimo Rob McNelley), sezione ritmica formato schiacciasassi, gran voce e motivo di stampo western. Un inizio di carattere e personalità, in cui il nostro dimostra di avere il pieno diritto di proseguire il discorso del padre.

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https://www.youtube.com/watch?v=tsCj5iaBPIA

Cowboy Life è una country song elettrica davvero eccellente (ho i brividi a sentire la voce di Ned, sembra davvero Chris redivivo), perfetta da sentire in macchina e con un refrain tutto da godere; We Ain’t Got It All è più country, elettroacustica e deliziosa, ancora con una struttura melodica che piace al primo ascolto, mentre Some People Do è una pura western tune, splendida ed evocativa, con un crescendo elettrico da applausi. Molto bella anche Brother Highway, con tutte le chitarre al posto giusto ed un motivo che profuma di spazi aperti e praterie, Better Part Of Leaving è una squisita ballata dalle cadenze western, come solo un vero cowboy può cantare, mentre Forever A Cowboy (scritta a quattro mani con McAnally) è uno slow vibrante che vede ancora Ned assomigliare in maniera impressionante al padre, ma nei suoi giorni migliori (e come vedete dai titoli, anche le tematiche affrontate sono le medesime). By My Side è bella e struggente fin dall’introduzione strumentale: Ned è bravissimo, ed anche nelle ballate sa toccare le corde giuste; la solida Another Horse To Ride sta più sul versante rock, mentre la splendida Johnson County War è proprio quella del padre, anzi è una delle sue più note (era su Powder River): western song strepitosa, con Ned che non deve fare altro che cantare come sa. Il CD si chiude con la tenue The Hawk e con This Cowboy’s Hat (in duetto con Chase Rice), un talkin’ western pieno di pathos anch’esso già inciso dal padre in passato , e con la voce proprio di Chris ad introdurre la canzone.

Ottimo disco, che non può che farmi augurare al suo autore Ned LeDoux ogni fortuna: da lassù papà Chris sorride felice.

Marco Verdi

Una “Suite” Di Diversi Orizzonti Sonori. Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World!

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Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World! – Buzzard Tree Records

Da qualche anno a questa parte, la produzione discografica di Tom McRae (diciamo a partire da The Alphabet Of Hurricanes) si sta muovendo verso orizzonti sonori più rarefatti http://discoclub.myblog.it/2015/06/28/il-miglior-disco-altro-tom-tom-mcrae-did-i-sleep-and-miss-the-border/ , coinvolgendo nella stesura della sua musica uno spazio per l’accompagnamento di un quartetto d’archi, e questo nuovo lavoro Ah, The World! Oh, The World! (titolo preso in prestito dal libro preferito di McRae, il Moby Dick di Hermann Melville), predomina una soffusa malinconia dell’autore su quello che accade nel mondo (tanto per cambiare  i temi sono sempre gli stessi, la Brexit e Donald Trump). La genesi di questo disco è avvenuta in due luoghi molto isolati: una vecchia casa al largo della Norvegia, e una baita sui monti Catskill nello stato di New York, con un risultato che alla fine Tom ha portato negli studi norvegesi e di New York e ha finalizzato attraverso l’utilizzo di diversi musicisti“area”, tra i quali Oliver Kraus al cello, Olli Cunningham all’organo e tastiere, Richard Hammond al basso, Dave Walsh ai piatti, Brad Gordon al trombone, Brian Wright alle chitarre, oltre naturalmente allo stesso McRae, valido polistrumentista al pianoforte e strumenti vari, per una sorta di “suite” della durata di circa 40 minuti di musica.

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https://www.youtube.com/watch?v=OyKsb_zcVuA

Precisiamo subito che i brani del periodo “norvegese” (la prima metà dell’album) a parere di chi scrive sono i più convincenti, a partire dalla bellezza straziante e surreale dell’iniziale Light A Fire In The Darkness, farci commuovere sulle note di un pianoforte con la dolcissima Show Them All, passando poi al non facile connubio archi e voci di una delicata Mend Your Heart, e agli arpeggi chitarristici. con in sottofondo il corno francese di Brad Gordon, di una tenue e sussurrata Forgive Me, Dear. Come detto la qualità scende leggermente a partire dalla title track Ah, The World! Oh, The World!, una sofferta litania che viene accompagnata da cori un po’ vistosi, per poi passare al breve lamento di una sconcertante Coyote, risollevarsi con una ballata tenue e voluttuosa come Never Time Enough, e la canzone più politica dell’album None Of This Really Matters, brano sopra la media per la sua carica emotiva, la strumentazione e il canto appassionato, e andare a chiudere con la breve e quasi recitativa Lucky Man, con in sottofondo una bella melodia sobria e minimale.

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https://www.youtube.com/watch?v=UXThzStPEGE

Con Ah, The World! Oh, The World!, Tom McRae è giunto all’ottavo album in studio della sua carriera, e chi lo conosce riconosce (scusate il bisticcio) che è sempre stato un’artista molto speciale, che ha prodotto e produce musica di altissimo livello (anche se non sempre di facile ascolto, come in questo caso), e questo nuovo lavoro, come già detto, è una specie di “suite” di canzoni da ascoltare come tale, un bel album suonato e cantato con il cuore, che deve essere ascoltato per la musica che contiene.Per chi scrive Tom McRae è senza alcun dubbio uno dei migliori cantautori britannici della sua generazione, e specialmente in questo ultimo lavoro sembra far rivivere le tensioni del grande Nick Drake, il risultato di Ah, The World! Oh, The World sarà solo merito (o demerito) di tutti quanti dovranno promozionare la sua musica, il buon Tom da parte sua ha già dato!

Tino Montanari

Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

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P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc