Anche Se Thorogood Ed Acustico Sarebbero Due Termini Antitetici, Comunque Un Buon Disco. George Thorogood – Party Of One

george thorogood party of one

George Thorogood – Party Of One – Rounder/Universal

Quando, alcuni mesi fa, hanno cominciato a circolare le voci che parlavano di un disco acustico di George Thorogood, devo ammettere di essere rimasto perplesso: come ricordo nel titolo del Post, “acustico” e Thorogood sono due termini che per definizione fanno a botte. Se uno pensa al musicista del Delaware i termini che vengono in mente sono boogie, R&R, la potenza sonora della sua band, i Destroyers, e quindi “elettricità”, ma naturalmente il minimo comune denominatore è il Blues, con la B maiuscola. Perciò forse anche Party Of One comincia ad assumere un senso: certo nella musica del nostro, oltre ai classici dei grandi delle 12 battute, nel corso degli anni e nei suoi dischi e concerti, c’è sempre stato posto per brani scritti anche da musicisti che non frequentano quei lidi, da Hank Williams Chuck Berry, Carl Perkins, gli Isley Brothers, ovviamente Bob Dylan, ma anche Zappa, John Hiatt, Merle Haggard, e moltissimi altri, visto che il buon George non è mai stato un autore prolifico. Anche del repertorio di Johnny Cash Thorogood era uso eseguire Cocaine Blues dal vivo, ma non ricordo cover di brani dei Rolling Stones suonate dal vivo o in studio dal chitarrista, anche se non escludo che ce ne siano state.

Partiamo proprio dalla cover di No Expectations inserita in questo disco: la canzone è già bella di suo, quindi si parte subito bene, ma la versione di George è comunque bellissima, mantiene lo spirito pastorale ed intimo di questa splendida ballata, suonata su una acustica in modalità slide, forse anche un dobro, Thorogood la canta con dolcezza e grande intensità, mostrando una finezza di tocco che non sempre si accosta al suo stile, il suono è intimo e raccolto, con Jim Gaines, di cui non sempre amo le produzioni, che ottiene un suono limpido e cristallino, per me il pezzo migliore dell’album. Mentre di Johnny Cash viene ripresa Bad News, una delle canzoni non tra le più note del “Man In Black”, di cui George adotta in pieno lo stile vocale, tra country e rock, tipico di Cash, con un arrangiamento incalzante ma non travolgente, chitarra acustica e dobro in evidenza, un pezzo più mosso, ma sempre suonato e cantato con gran classe. Questi sono i due brani al centro di questo Party Of One, ma l’album si apre con una I’m A Steady Rollin’ Man di Robert Johnson, che se non ha la potenza di fuoco tipica dei dischi con i Detroyers mantiene il tipico train sonoro di George, quell’incalzare inesorabile del ritmo, con la chitarra elettrica con bottleneck e la voce, temprata dallo scorrere del tempo, ma ancora gagliarda, che “spingono” la canzone, anche se l’ingresso della sezione ritmica che ti travolge un po’ mi manca.

Quando imbraccia l’acustica, in questo alternarsi di stili che caratterizza l’album, per interpretare Soft Spot, un pezzo del texano Gary Nicholson, l’atmosfera si fa rurale, tra country e folk, quasi da cantautore, per poi tornare al blues tirato di Tallahassee Woman, un brano di John Hammond Jr., che rende omaggio allo stile rigoroso del grande bluesman bianco, manca la sezione ritmica ma non la grinta, e il bottleneck viaggia che è un piacere. Wang Dang Doodle è uno dei super classici di Willie Dixon, pensi subito a Howlin’ Wolf Koko Taylor, ma pure questa versione acustica, con Thorogood impegnato anche all’armonica, ha un suo perché, come pure la cover di Boogie Chillen, un brano che Thorogood ha suonato mille volte, in omaggio ad uno dei suoi maestri, quel John Lee Hooker di cui George è una sorta di discepolo, il tempo boogie è intricato anche nella versione acustica, che mostra ancora una volta l’estrema perizia del nostro pure in versione unplugged, per quanto, mi ripeto, Thorogood elettrico è una vera forza della natura, mentre in questa veste è “solo” un bravo musicista. Detto dei due brani nella parte centrale del CD, il disco prosegue con un inconsueto omaggio al primo Bob Dylan, quello di Freewheelin’, e lo fa con un brano non conosciutissimo, Down The Highway che però ben si sposa con lo stile travolgente del musicista di Wilmington, in definitiva un pezzo blues, che se mi passate il termine, viene “thorogoodato”!

Non poteva mancare un brano di un altro dei “Santi Protettori” di George, Elmore James, di cui viene coverizzata a tutta slide e grinta, la poderosa Got To Move, seguita dalla ancor più nota The Sky Is Crying, uno dei veri classici del blues, un pezzo che hanno suonato tutti, da Clapton a Stevie Ray Vaughan, Albert King, per non dire dello stesso George che l’aveva già incisa sia su Move It On Over che nel Live Thorogood, con il “collo di bottiglia” che fa piangere il cielo e il blues. In mezzo troviamo anche un brano di uno dei maestri del folk-blues, quel Brownie McGhee, di cui viene reinterpretata con gusto e classe una brillante Born With The Blues. Per il gran finale si torna a John Lee Hooker, di cui prima viene ripresa una non notissima, ma assai gradita, The Hookers (If You Miss ‘Im… Got ‘Im”), con il solito boogie di Hook, sospeso e sempre sul punto di esplodere, come pure nel grande cavallo di battaglia di entrambi, una One Bourbon, One Scotch, One Beer, questa volta in versione acustica ( e con tanto di citazione di Stevie Ray Vaughan aggiunta nel testo). In mezzo ai due brani una bella versione di Pictures From Life’s Other Side, una canzone country di Hank Williams che nella versione di George diventa quasi un brano alla Johnny Cash, con acustica e dobro che si intrecciano con brio e garbata finezza. In coda al CD, come bonus, un altro pezzo di Robert Johnson, Dynaflow Blues, ancora le classiche 12 battute che sono l’anima della musica di Thorogood.

Buon disco, come si evince dalla recensione, e ci mancherebbe, ma a parere di chi scrive e per parafrasare una famosa pubblicità, tra liscio e F….lle, lo preferisco comunque “gasato”, in tutti i sensi.

Bruno Conti

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

george thorogood live at rockpalast

George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti

Un Altro Tassello Nell’Infinita Storia Delle 12 Battute. Eddie Taylor – In Session: Diary Of A Chicago Bluesman 1953-1957

eddie taylor in session

Eddie Taylor – In Session – Diary Of A Chicago Bluesman 1953-1957 – Jasmin Records

Dopo l’interessante compilation dedicata alle prime registrazioni di Roy Buchanan The Genius Of The Guitar http://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ , l’etichetta inglese Jasmine ora ne pubblica una dedicata ad un altro chitarrista (e cantante) che in vita non ha ricevuto i riconoscimenti che avrebbe meritato. Pur non essendo stato dello stesso livello tecnico di Buchanan, Eddie Taylor è stato ciò nonostante uno dei solisti più importanti della scena del blues nero elettrico di Chicago, fin dagli inizi degli anni ’50: anche se era nativo di Benoit, Mississippi, Taylor ha dapprima operato come sessionmen in diverse registrazioni di importanti bluesmen (che vediamo fra un attimo) prima di pubblicare il suo primo album per la Testament solo nel 1966, e poi diverse interessanti uscite tra gli anni ’70 e ’80, fino alla sua morte avvenuta a Chicago nel 1985, a soli 62 anni. Il nostro non viene ricordato negli annali del Blues come uno dei nomi basilari, ma è stato fondamentale nello sviluppo dell’opera, ad esempio, di Jimmy Reed, di due anni più giovane di lui, al quale ha insegnato tutti i trucchi della chitarra, e di cui è stato a lungo collaboratore. Senza addentrarci ulteriormente nelle cronache del blues, diciamo anche che queste registrazioni, nonostante la qualità sia variabile a seconda della provenienza originale, è per la maggior parte più che accettabile, spesso sorprendente, considerando gli anni in cui sono stati registrate tutte le canzoni.

Eddie Taylor, con la sua chitarra (e in qualche brano anche voce) è l’unica presenza costante in tutti i pezzi, alcuni, secondo le note, non pubblicati ai tempi della registrazione ed inseriti in stretto ordine cronologico. I primi due brani vengono da un 45 giri del maggio 1953 attribuito a John Brim, anche lui nella storia del blues di Chicago, ma che francamente non ricordavo, poi ascoltando il primo brano, Ice Cream Man, mi sono ricordato che la canzone appariva nel primo disco dei Van Halen, lo stile chitarristico di Taylor è ovviamente meno dirompente di quello di Eddie, ma, grazie anche alla presenza di Little Walter all’armonica, fa la sua bella figura https://www.youtube.com/watch?v=-FXzfXBHXW8 , come pure la successiva Lifetime Blues. Poi c’è il primo brano con Jimmy Reed, You Don’t Have To Go, con Reed all’armonica e voce e Taylor e John Littlejohn alle chitarre, più un certo Albert King alla batteria, ma non credo sia “quel” King. Classico Chicago Blues elettrico degli esordi. Seguono sette brani del febbraio 1954, quattro a nome Sunnyland Slim, che canta e suona il piano, e tre attribuiti a Floyd Jones, ma la formazione è comunque la stessa in tutte le canzoni, con i due artisti citati, più Eddie Taylor, Snooky Pryor all’armonica, Alfred Wallace alla batteria, ottime Going Back To Memphis e The Devil Is A Busy Man (bel titolo) di Sunnyland Slim, e pure la mossa Shake It Baby, mentre quando guida il vocione di Jones, si apprezzano gli  ottimi slow Schooldays On My Mind e Ain’t Times Hard,, che sembrano dei brani perduti di Muddy Waters, con eccellente lavoro di Taylor alla chitarra e Pryor all’armonica.

Ancora due brani di Brim del 1954 e due tracce di Little Willie Foster, un nome che mi “mancava”! Finalmente i primi due pezzi del gennaio 1955 a nome Eddie Taylor, un 45 giri per l’etichetta Vee-Jay, dove già si notano la grinta e la chitarra del musicista di Benoit. A fine ’55 c’è anche la prima collaborazione con John Lee Hooker, una Wheel And Deal dove ci sono sia Reed che Taylor, e del grande Hook più avanti nel CD ci sono altri due brani, tra cui Dimples, uno dei suoi più grandi successi in assoluto, ma solo anni dopo, negli anni ’60 e in Inghilterra, in pieno boom del British Blues,che su questo pezzo ci costruirà un genere, il primo beat inglese https://www.youtube.com/watch?v=lhitRUFOVts . Nel CD ci sono ancora due pezzi di Jimmy Reed, tra cui spicca You Got Me Dizzy, nonché altre otto canzoni a nome Eddie Taylor, tra cui ricordiamo Big Town Playboy, Don’t Knock At My Door e il “lentone” Lookin’ For Trouble dove si apprezza anche la voce del nostro https://www.youtube.com/watch?v=oYWJDzqERKw  e pure Ride ‘Em On Down, che alla luce delle ultime notizie farà parte di Blue And Lonesome, il “nuovo” disco dei Rolling Stones dedicato ad alcuni classici del Chicago blues. Quindi, anche se la registrazione è tipicamente anni ’50, ma buona comunque, non si tratta di un disco per soli archivisti, ma di un altro tassello nell’infinita storia delle 12 battute.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Anteprima Walter Trout – Alive In Amsterdam

walter trout alive in amsterdam

Walter Trout – Alive In Amsterdam – 2 CD Mascot/Provogue 17-06-2016

Il titolo dell’album si riferisce al concerto tenuto da Walter Trout nella capitale olandese il 28 novembre del 2015, al termine del suo comeback tour, dopo la lunga malattia che lo aveva portato a un passo dalla morte, il trapianto di fegato, il ritorno con l’album Battle Scars http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ . Ma si può interpretare anche come “Sopravvissuto in Amsterdam”: il vecchio leone del blues elettrico di nuovo in pista, come dice la presentazione della moglie Marie, sempre presente al suo fianco, “From Los Angeles, California, Walter Trout”, e poi ci gustiamo un paio di ore di musica energica e brillante, nell’ambiente in cui il chitarrista americano è più a suo agio, quello dei concerti dal vivo. Stranamente, per un ottimo performer come lui (che, come detto in altre occasioni, magari non sarà al livello dei grandissimi, la triade Beck/Page/Clapton, Hendrix e molti altri che hanno fatto la storia della chitarra elettrica, ma è comunque un solista più che rispettabile), non ha registrato molti album dal vivo, ne ricordo un paio, uno del 1992 e uno del 2000, più alcuni distribuiti tramite il suo sito, quindi ben venga questo Alive In Amsterdam, per gli amanti del rock-blues.

Dopo l’ovazione a prescindere, solo per esistere, tributata ad un commosso Trout, si parte con l’introduzione affidata al suo motto, Play The Guitar e poi subito con un classico come Help Me, dove, come di consueto, Walter divide gli spazi con il suo organista storico quel Sammy Avila che suona con lui da una quindicina di anni, prima di scatenarsi nel primo di una lunga serie di assolo che punteggiano tutto il doppio CD. I’m Back, brano con messaggio, così lo presenta Trout, viene dall’eccellente album in tributo a Luther Allison, quel Luther’s Blues che è uno dei migliori dell’artista californiano, con la chitarra che viaggia spedita, fluida e sicura sul solido tappeto ritmico costruito dalla sua eccellente band, sempre con Avila a spalleggiarlo alla grande https://www.youtube.com/watch?v=Cx6f_Dsdu7E . Say Goodbye To The Blues viene da uno dei primi album, Prisoner Of A Dream del 1990, ed è un fantastico slow blues, oltre dieci minuti di pura magia chitarristica con Walter che rivolta la sua solista manco fosse un calzino, dedicando il brano a quello che considera il più grande bluesman di tutti i tempi, B.B. King, ricordando anche che gli olandesi l’hanno votata tra le più grandi canzoni blues, anzi la più grande di sempre, per cinque anni di fila, e al di là delle esagerazioni (me ne verrebbero in mente un centinaio più belle) ascoltandola ci sta! Almost Gone è il primo di una serie di brani tratti da Battle Scars, quelli che raccontano la sua travagliata vicenda umana degli ultimi anni, sette pezzi in sequenza, praticamente tutta la prima parte dell’ultimo album di studio: a seguire Omaha, la località nel cui ospedale ha passato la lunga attesa di un donatore per il suo fegato malandato, un brano cupo e malinconico, illuminato solo dalle sferzate della sua chitarra, la poderosa Tomorrow Seems So Far Away, memore della sua lunga militanza nei Bluesbreakers di John Mayall, la tiratissima Playin’ Hideaway, una delle canzoni che più crescono nella versione live e l’atmosferica ballata Haunted By The Night.

Si avvia alla conclusione la sequenza di brani dall’album e si apre il secondo CD con  l’ottimistica Fly Away, un brillante pezzo rock con un bel giro di chitarra e qualche influenza southern rock, per poi lasciare spazio ad un’altra bella ballata dall’accattivante melodia, come l’eccellente Please Take Home, con un lirico assolo della chitarra di Walter nella parte finale. E’ di nuovo B.B. King time per una gagliarda Rock Me Baby in una bella jam session con il figlio Jon alla seconda chitarra, e a giudicare dai risultati l’eredità musicale della famiglia pare assicurata. Sempre rimanendo in famiglia, Marie’s Mood, dedicata alla moglie, era uno dei brani migliori tratto dal vecchio album omonimo del 1998, e da sempre è uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, un classico lentone strumentale di quelli senza tempo, con organo e chitarra in bella evidenza, mentre Serves Me Right se gli aggiungi To Suffer, è un altro dei super classici del blues, il pezzo reso celebre da John Lee Hooker e molto amato anche da Van Morrison, qui riceve un trattamento extra lusso, in una lunga, e ricca di improvvisazione, versione da parte di Walter Trout e della sua band, che poi ci lasciano con la conclusiva The Love That We Once Knew, un altro brano che viene dalla “preistoria” della sua musica, quel Prisoner Of A Drean che rimane forse il suo lavoro migliore in assoluto, e la canzone si suona (e si canta) con grande trasporto da parte del pubblico presente.

Grande concerto dal vivo, esce il 17 giugno, ma fatevi un appunto, perché varrà la pena averlo.

Bruno Conti

E Anche Questi Sono Bravi.Tra Blues E Rock, Una Nuova Promessa! The Record Company – Give It Back To You

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The Record Company – Give It Back To You – Concord/Universal 

E anche questi sono bravi! Sembra che le majors, stimolate da un mercato che è diventato strano, tornino a darsi da fare non solo con vincitori e partecipanti a talent vari, ma anche con musicisti di talento vero, se mi passate il piccolo bisticcio di parole, spesso con lunghe gavette alle spalle (ultimamente sembra che si ritorni in parte al vecchio periodo d’oro in cui si pubblicava tutto quello che si trovava e nel mucchio, spesso, si trovano piccole pepite d’oro). Come è il caso di questi The Record Company (visto che di case discografiche si parla): un trio di stanza a Los Angeles, dove operano e registrano la loro musica, ma le cui origini, almeno per Chris Vos, il leader, chitarrista, voce solista, armonicista, si fanno risalire ad una gioventù trascorsa in una fattoria di proprietà della sua famiglia nel Wisconsin, dove tra una mungitura di mucca, una raccolta di fieno e qualche giretto in trattore, il nostro indulge alla sua passione per la musica: blues classico, con un predilezione per Muddy Waters, John Lee Hooker, Jimmy Reed, ma anche per il rock di Stooges e Rolling Stones.

Nel 2010 si trasferisce a LA, dove non conoscendo nessuno, comincia a fare jam sessions con tutti quelli che incontra, finché non trova Alex Stiff, il futuro bassista dei Record Company, da Loz Feliz,  e dopo una notte di epifania passata ascoltando il disco di John Lee Hooker con i Canned Heat, decidono che è quello che vogliono fare e cominciano a registrare la loro versione di ciò che hanno sentito: il risultato viene spedito in giro a tutti quelli che hanno buone orecchie per sentire, e vengono subito invitati al Montreal Jazz Festival e ad un altro Festival in Canada, iniziano ad incidere i primi EP, tre, più un paio di singoli fino ad ora https://www.youtube.com/watch?v=iin9nxjpbpc , oltre ad avere i loro pezzi utilizzati in pubblicità varie e in alcune serie televisive, la più nota CSI: Scena Del Crimine, ma il colpo di fortuna arriva quando Off The Ground diventa la pubblicità della birra Miller Lite nel marzo del 2015.

A questo punto è fatta, la Concord li mette sotto contratto, li spedisce anche in tour come band di supporto dei Blackberry Smoke e questo Give It Back To You è il risultato finale: un esordio eccellente che non ha ceduto neppure una briciola dell’immediatezza delle prime registrazioni, Marc Cazorla, il batterista che nel frattempo si è unito al gruppo, se la cava anche al piano, Vos, ha un armamentario di chitarre, acustiche, elettriche, dobro, lap e pedal steel, spesso usate anche in modalità slide, Stiff ha una ottima padronanza del basso, sia acustico che elettrico, dove a tratti sembra di ascoltare proprio il mitico Larry Taylor dei primi Canned Heat. I due non hanno paura di sperimentare soluzioni sonore semplici ma anche geniali, per esempio nella iniziale Off The Ground, il brano che li ha fatti conoscere, Alex suona il suo basso elettrico in modalità slide, come il suo amico Chris Vos, anche lui impegnato al bottleneck, è il risultato è un brano dal groove ipnotico, dove rock e blues si fondono senza sforzo, con grande potenza, ma anche raffinatezza, grazie alle complesse armonie vocali, con Vos che si lancia anche in arditi falsetti prima di scoccare una serie di riff che ricordano quelli di Hound Dog Taylor, altro nume tutelare della band.

Schioccare di dita e un giro di contrabbasso sono l’abbrivio di Don’t Let Me Get Lonely, un pezzo che mette in luce il loro amore anche per il rockabilly, ma quello primigenio, anni ’50, con chitarre acustiche ed armonica a sostenere il tema della canzone. Una batteria marziale e un basso insinuante e poderoso sono anche gli elementi portanti di Rita Mae Young, dove la slide di Vos ci porta sulle rive del Mississippi per un tuffo nel blues più canonico. L’armonica è lo strumento guida di On The Move, ma Stiff con il suo basso, quasi solista e Cazorla con la batteria,  sono micidiali nel dare grinta e sostanza ad un brano che ti colpisce dritto nel plesso solare. Hard Day, dalla costruzione elettroacustica, sempre con un handclapping quasi arcano a dare il ritmo, ha una struttura più rock, ma di quello sano delle radici, con l’armonica a legarla ai ritmi del R&R e del Blues.

Feels So Good accelera vorticosamente i ritmi verso il boogie, ma siamo sempre in quel mood alla John Lee Hooker, suonato da Thorogood o dai Canned Heat, con call and response dei vari componenti della band e la chitarra che sferraglia alla grande, alla fine stai proprio bene! A proposito del grande Hook, Turn Me Loose potrebbe essere qualche perla perduta del suo repertorio, ipnotica e ripetitiva come richiede il suo canone sonoro, mentre Give It Back To You, di nuovo con il basso micidiale di Stiff pare rievocare certe fucilate di giri armonici del giovane Andy Fraser nei primi Free, perché, nonostante le chitarre acustiche e l’armonica, questo è Rock’n’Roll, con Vos che canta come un disperato. Il momento Rolling Stones è riservato ad una sontuosa ballata come This Crooked City, che tra pedal steel, piano, chitarre acustiche e cori femminili avvolgenti ricorda gli Stones americani di Sticky Fingers, grande brano. Per concludere manca In The Mood, l’anello mancante tra gli Stooges di Iggy Pop, grazie alla voce volutamente distorta e ai ritmi sghembi, sguaiati ma incalzanti, e la quota blues, fornita dall’armonica spesso presente nei loro brani. Ripeto: questi sono bravi! Esce oggi.

Bruno Conti

Le Sorprese Sono Poche, Ma La Musica E’ Sempre Grandissima! Allman Brothers Band – Idlewild South

allman brothers idlewild south 2 cd

Allman Brothers Band – Idlewild South – Mercury/Universal 2CD – Deluxe 3CD/BluRay

Nella mia lista di fine 2015 ho indicato questa ristampa come occasione perduta dell’anno, in quanto, dopo anni in cui si vociferava di una riedizione con tutti i crismi di uno dei più bei dischi in studio della Allman Brothers Band (a mio parere inferiore solo a Eat A Peach – la parte non dal vivo chiaramente – e sullo stesso livello di Brothers And Sisters), ho inizialmente avuto un moto di delusione quando ho verificato la presenza di un solo misero inedito tra le bonus tracks del primo CD, mentre il secondo ed il terzo altro non erano che la riproposizione del Live At Ludlow Garage 1970, già pubblicato nel 1990, anch’esso con un brano in più, e nel Blu-Ray le stesse canzoni presenti sul primo CD, meno una (esiste anche una versione doppia con il meglio del concerto del 1970 sul secondo dischetto, ma non ha senso a mio parere averne solo una parte).

NDB. Mi permetto di inserirmi, lo so ho questo vizio ogni tanto, in questo caso per smentire in parte: nel doppio CD il concerto è comunque completo, anche con la bonus, mentre dalla parte in studio, su cinque bonus, ne mancano solo due, Revival accorciata e l’alternate di In Memory, e in più c’è solo per gli audiofili incalliti la versione 5.1 sul Blu-ray Audio, ma a circa il doppio del prezzo).

allman brothers idlewild south

Passi l’assenza di outtakes (alcune erano già uscite sul bellissimo cofanetto Dreams), ma per quanto riguarda la parte live speravo in un concerto inedito (parlo in generale, in quanto personalmente non possedevo il Ludlow, e quindi a me è andata benissimo), anche se, stando alle parole di Bill Levenson (grande archivista discografico e curatore del progetto), l’unico altro concerto dell’epoca disponibile nella qualità sonora richiesta è di proprietà della band, la quale avrebbe intenzione di pubblicarlo in futuro. In ogni caso, il contenuto di questa ristampa è fantastico: gli Allman, dopo il già buon esordio omonimo dell’anno prima, con Idlewild South avevano trovato il sound che li avrebbe resi immortali (e dal vivo erano già formidabili), con la miglior formazione mai avuta: Gregg Allman alla voce solista, piano e organo, le sensazionali chitarre di Duane Allman e Dickey Betts, il basso di Berry Oakley, la doppia batteria di Jaimoe e Butch Trucks e le percussioni di Thom Doucette, oltre alla produzione del grande Tom Dowd che era il vero elemento in più del gruppo.

Ma quello che spicca in questa edizione aggiornata di Idlewild South è la qualità della rimasterizzazione: Levenson è uno che non delude mai, ma qui si è superato, in quanto un sound così nitido, pulito e cristallino raramente l’ho sentito in un disco con quasi cinquanta anni sulle spalle (ed anche in lavori più recenti), quasi come se fosse stato inciso un mese fa. L’album, poi, si riascolta con grande piacere, a partire dall’iniziale Revival, un brano liquido e fluido che mette subito a proprio agio, uno dei tipici brani di Betts quando scriveva canzoni “da singolo” (ad esempio, Ramblin’ Man e Seven Turns), subito grande musica anche se il testo hippie oggi può sembrare un po’ ingenuo e datato. Ma Idlewild South è anche il disco della signature song di Gregg, cioè quella Midnight Rider che il biondo cantante e pianista riproporrà anche sul suo primo (e migliore) album solista Laid Back, o della mitica In Memory Of Elizabeth Reed, qui in versione stringata (ma pur sempre sette minuti), o della guizzante Don’t Keep Me Wonderin’, con Duane che ci fa rimpiangere una volta di più la sua prematura scomparsa, o ancora della lenta e soulful Please Call Home, mentre la quota blues è rappresentata dal classico di Muddy Waters (scritta però da Willie Dixon) Hoochie Coochie Man, cantata da Oakley, e da Leave My Blues At Home (di Gregg), dalla ritmica molto annerita e quasi funky. Come bonus abbiamo le versioni in studio di due futuri classici live, Statesboro Blues e One More Ride (già presenti su Dreams), un mix alternativo di Midnight Rider, la single version di Revival senza l’intro strumentale (che però è la parte più bella), e soprattutto una take diversa, più lunga e sinuosa (ed inedita) di In Memory Of Elizabeth Reed, che curiosamente ha uno stile molto simile a quello del Santana dell’epoca.

Anche il Live At Ludlow Garage è inciso in maniera spettacolare, e ci dimostra che gli Allman Brothers erano la miglior live band del periodo, già pronti per il Fillmore East dell’anno seguente: il primo dei due dischetti inizia con la lunga e jazzata Dreams (più di dieci minuti), nella quale Duane e Dickey si sfidano a suon di assoli, poi c’è molto blues, dall’uno-due micidiale Statesboro Blues e Trouble No More, una rara Dimples (John Lee Hooker), la tonica Every Hungry Woman, una splendida I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town (di Ray Charles  forse la versione più nota), con un suono caldo ed avvolgente che ci accompagna per nove minuti, e la conclusiva Hoochie Coochie Man. Ma è il secondo CD a rendere questo concerto imperdibile: solo due canzoni, una Elizabeth Reed inedita da leccarsi i baffi, una performance incredibile di quindici minuti, nel quale la band arriva a livelli impensabili, ed ancora di più una leggendaria Mountain Jam di tre quarti d’ora, un tour de force formidabile che supera perfino quella pubblicata su Eat A Peach, un pezzo che, nonostante la durata monstre, non annoia neppure per un attimo ma anzi alla fine ti fa desiderare di sentirne ancora.

Se vi mancano Idlewild South o il Ludlow Garage (o anche uno solo di essi), questa ristampa è semplicemente imperdibile, mentre se già li possedete entrambi, considerate lo stesso l’acquisto, ma, più che per i pochi inediti, per la qualità del suono superlativa.

Marco Verdi

L’Ultima Ristampa Dell’Anno: Le Origini Di Uno Dei Migliori! Them – The Complete Them 1964-1967

them the complete

Them – The Complete Them 1964-1967 – Exile/Sony Legacy 3CD

A mio modesto parere (e so che anche Bruno è d’accordo con me) Van Morrison è uno dei più grandi songwriters di sempre: personalmente è nella mia Top Three subito dopo Bob Dylan e prima di Paul Simon (dal punto di vista della pura scrittura di canzoni, poi per una serie di altri motivi preferisco gente come Bruce Springsteen, Neil Young e John Fogerty) *(NDB Come sanno i lettori del Blog aggiungerei Richard Thompson). Credo però che anche il più sfegatato dei fans debba ammettere che il buon Van abbia un carattere piuttosto difficile (eufemismo), che lo ha portato, specie negli ultimi anni, a cambiare case discografiche con la stessa frequenza con cui io mi cambio le calze. Ho quindi reagito con più diffidenza che entusiasmo quando ho letto dell’acquisizione da parte della Sony di tutto il catalogo dell’irlandese (tranne la splendida trilogia Astral Weeks, Moondance e His Band & The Street Choir, non di sua proprietà, ma che ha beneficiato di recente di ristampe potenziate, ed il parzialmente rinnegato Blowin’ Your Mind), con l’intento di pubblicarlo a blocchi con l’aggiunta di bonus tracks: infatti un’operazione simile era cominciata nel 2008 con la Universal ma, dopo alcune ristampe dove peraltro le tracce aggiunte erano pochine, il nostro aveva deciso di interrompere tutto lasciando l’opera monca.

Il tempo farà chiarezza, ma l’inizio di questa nuova operazione promette alquanto bene: infatti Van ha deciso di cominciare proprio dal principio, cioè dai Them, band da lui fondata nel 1964 a Belfast insieme a Billy Harrison, Alan Henderson, Eric Wrixon (poi rimpiazzato da Pat McAuley) e Ronnie Millings, pubblicando The Complete Them 1964-1967, un’antologia nuova di zecca che comprende i primi due LP del quintetto (The Angry Young Them e Them Again) oltre ai singoli ed EP nei primi due CD, ma soprattutto un terzo CD con ben venti brani inediti (su 24 totali), cosa inaudita per uno come Morrison così geloso dei propri archivi; se aggiungiamo che Van in persona ha scritto le esaurienti note del libretto accluso è facile capire perché questo triplo CD manda in soffitta tutte le precedenti antologie del gruppo (ed aggiungerei la rimasterizzazione quasi perfetta).

Riascoltando i brani dei primi due dischetti balza subito all’occhio (anzi, all’orecchio) come i Them fossero ben più di una semplice band di gioventù: Morrison aveva già una voce formidabile (non me ne vogliano li altri, ma il gruppo è 98% Van, lo dimostra il fatto che quando hanno provato a continuare senza di lui non se li è filati più nessuno), è le canzoni ci mostrano le influenze blues, soul ed errebi del nostro, il quale se le porterà dietro durante tutta la carriera. Tra le molte cover, abbiamo infatti canzoni di Ray Charles, Jimmy Reed, John Lee Hooker, Fats Domino, James Brown ed altri, autori da sempre indicati da Van come alcuni dei suoi ispiratori principali. Grande merito va poi riconosciuto a Bert Berns, molto più che un semplice produttore: Berns ha infatti aiutato molto Van ad approfondire certe conoscenze musicali, gli ha dato innumerevoli consigli, ed in più ha scritto per il gruppo alcune tra le loro più belle canzoni (Here Comes The Night su tutte, ma anche I Gave My Love A Diamond, Go On Home Baby, la splendida (It Won’t Hurt) Half As Much, My Little Baby) https://www.youtube.com/watch?v=TLkPlLpWh7o .

Il resto però è puro merito di Morrison e soci, un misto di rock, blues e soul di alto livello e dal suono molto americano, che in certi momenti ricorda il sound dei primi Stones (Go On Home Baby) e degli Animals (I’m Gonna Dress In Black); Van, poi, non ci ha messo molto ad imparare a comporre, se già al secondo brano autografo (dopo l’elettrica e quasi psichedelica One Two Brown Eyes https://www.youtube.com/watch?v=Y68xQfBn3kU ) ha tirato fuori l’immortale Gloria, ancora oggi suonata come bis finale in molti suoi concerti. Ma le belle canzoni si sprecano, dal rock blues di Baby Please Don’t Go (con un non accreditato Jimmy Page alla chitarra ritmica) https://www.youtube.com/watch?v=d7qNnyF3wtQ , alla meravigliosa Here Comes The Night (un brano che uno come Willy DeVille deve aver ascoltato fino alla nausea), la strepitosa Don’t Look Back (John Lee Hooker), la potente Bright Lights, Big City (Jimmy Reed), l’irresistibile rock’n’roll di (Get Your Kicks On) Route 66 (Nat King Cole). Nel secondo CD, dove Tommy Scott sostituisce Berns, assistiamo alla maturazione di Morrison come autore: sue sono infatti la bellissima Could You Would You, la splendida My Lonely Sad Eyes https://www.youtube.com/watch?v=XHPRCaXEd5M , un folk-rock solare dalla melodia sopraffina, Bad Or Good, un errebi che sfiora la perfezione, la fluida Hey Girl, nella quale si intravedono le atmosfere che renderanno sensazionale Astral Weeks https://www.youtube.com/watch?v=eyUKCB45dPU , o la grandissima Friday’s Child, ancora oggi una delle composizioni più belle dell’irlandese https://www.youtube.com/watch?v=NY3ltdG9vBQ . E’ bello confrontare anche la raffinata versione di I Put A Spell On You, sinuosa e seducente, con quella più roccata e “fisica” dei Creedence Clearwater Revival, oppure bearsi davanti all’eterea resa di una splendida It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan (Van affrontava anche autori contemporanei, c’è pure un’intrigante Richard Cory di Paul Simon).

Ma, come già detto, è il terzo CD che offre un’inattesa pioggia di inediti: non ci sono canzoni mai sentite, “solo” demo, alternate takes e versioni dal vivo di brani noti, ma per un fan è la manna dal cielo. Si parte con quattro demo: una Don’t Start Crying Now diretta ed ancora grezza, una Gloria già sulla buona strada per diventare il classico che sappiamo, una One Two Brown Eyes meno incisiva dell’originale ed una Stormy Monday Blues già notevole; poi abbiamo una versione alternata e più lenta (ma niente male) di Turn On Your Lovelight, una Baby Please Don’t Go grintosa ma non molto diversa dall’originale ed una Here Comes The Night con delle sfumature differenti che me la fanno apprezzare quasi di più. E’ quindi la volta di tre pezzi dal vivo alla BBC, Gloria e All For Myself, ottime, ed ancora Here Comes The Night, che se non si è capito mi piace assai. Altre sette versioni alternate, tra le quali spiccano (It Won’t Hurt) Half As Much e My Little Baby, che non arrivo a dire che sono meglio degli originali ma se la battono, una sontuosa How Long Baby ed una sempre bellissima One More Time https://www.youtube.com/watch?v=7WtHplp_57I . Completano il dischetto altri tre brani live (le solite Gloria e Here Comes The Night, più One More Time), le single versions di Call My Name e Brimg’Em On In, la bella Mighty Like A Rose (non pubblicata all’epoca ma edita in una precedente compilation del gruppo) https://www.youtube.com/watch?v=MAtEx-cbpZ4  ed un’altra take di Richard Cory https://www.youtube.com/watch?v=DIh978OR7X8 .

Nell’attesa di vedere nel 2016 gli sviluppi del catalogo morrisoniano, godiamoci questo triplo CD: Van era già un grande, e questi 69 brani sono qui a dimostrarlo.

Marco Verdi

Ancora Uno Che Di Slide Se Ne Intende! Roy Rogers – Into The Wild Blue

roy rogers into the wild blue

Roy Rogers – Into The Wild Blue – Chops Not Chaps Records 

Lo avevo lasciato un paio di anni fa alle prese con l’ultimo disco registrato in collaborazione con Ray Manzarek (il terzo della serie http://discoclub.myblog.it/2013/07/08/ray-manzarek-roy-rogers-atto-finale-twisted-tales-5497222/ ) e ora Roy Rogers si ripresenta con questo nuovo album Into The Wild Blue, pubblicato come di consueto dalla sua etichetta Chops Not Chaps (che era anche il titolo del suo primo album solista uscito nel lontano 1986), ma in mezzo, e anche prima, c’è tutta una vita di blues (e non solo). Il musicista californiano, è nato a Redding, quasi un destino nel nome, muove i primi passi a metà degli anni ’70, poi forma la sua prima band, i Delta Rhytm Kings, viene “scoperto” da John Lee Hooker che lo vuole nel suo gruppo dei tempi, la Coast To Coast Band, dove passa quattro anni, prima di iniziare la carriera solista con l’album citato prima. Ma la sua collaborazione con il grande “Hook” non finisce lì, infatti Rogers gli produrrà quattro album, The Healer, Mr. Lucky, Boom Boom e Chill Out, non un granché l’ultimo, ma gli altri tre sono strepitosi, prima di lasciare a Van Morrison la produzione dell’ultimissimo Don’t Look Back. Comunque Mr. Rogers è un ottimo chitarrista (e cantante) anche in proprio: uno dei maestri della slide guitar delle ultime generazioni, assolutamente alla pari con gente come Ry Cooder, Sonny Landreth, Derek Trucks, anche se meno pirotecnico e virtuosistico nel suo approccio, quindi forse più vicino a Cooder; anche per lui, come quasi per tutti, i suoi album migliori risalgono al passato, tutti quelli con la parola Slide nel titolo, ma anche i due pubblicati dalla Point Blank negli anni ’90, e non è male, tra i più recenti, Split Decision, uscito per la Blind Pig nel 2009, il suo ultimo come solista prima di questo Into The Wild Blue, senza dimenticare quello registrato in coppia con il compianto Norton Buffalo.

 

Il nuovo album propone la solita formula dei dischi di Roy Rogers, un misto di stili, dove confluiscono varie forme di blues, irrobustite da innesti rock e funky, con una serie di brani strumentali, quattro questa volta e il suo stile chitarristico spesso in evidenza, ma senza esagerare. Rogers è anche un buon vocalist, niente di memorabile, si scrive le proprie canzoni e ha un buon gruppo dove spiccano il tastierista Jim Pugh, vecchio sodale di Robert Cray e anche il batterista Kevin Hayes, pure lui in passato con Cray, oltre a Carlos Reyes che con i suoi violino e arpa aggiunge sonorità inconsuete al tutto. Si parte alla grande con Last Go Round, un brano dove si gusta subito la slide di Roy Rogers, in bella evidenza con il suo sinuoso fluire, mentre la band gira a mille, con abilità e tecnica, senza strafare. Don’t You Let Them Win, con un bel groove ritmato tra Buddy Holly e Bo Diddley, la voce pacata e gradevole di Rogers, con Reyes all’arpa che appoggia le fluide evoluzioni chitarristiche di Rogers, per una volta non alla slide, e Pugh che con l’organo aggiunge quel tocco soul-rock in più, molto piacevole.

Got To Believe, ha un’aura latineggiante, ma anche un vago sentore di tango, con il violino di Reyes e la voce di supporto di Omega Rae ad aggiungere quel tocco esotico di cui si diceva qualche riga fa, poi ci pensano la slide sognante di Roy e il piano di Pugh a fare il resto https://www.youtube.com/watch?v=CW9jqlKzHeU . Losin’ You è uno dei pezzi più tirati e rock dell’album, con un tiro non dissimile dalle prove soliste dei dischi di Sonny Landreth e anche con pari virtuosismo, qui la slide viaggia alla grande, mentre She’s A Real Jaguar ricorda certe cose più rilassate, laid-back, di Ry Cooder, magari nelle collaborazioni con Hiatt e nei Little Village, sempre con il piacevole dualismo tra violino e chitarra https://www.youtube.com/watch?v=jrUCll6Cr9s . Dackin’ è il primo dei quattro strumentali, qui si va di groove funky, una voglia di jam tra la chitarra slide decisa di Rogers e l’organo di Pugh e anche Love Is History, di nuovo cantata in coppia con la Rae, rimane in territori funky-soul, questa volta con Pugh al piano a sostenere il solismo di Rogers. Into The Wild Blue, altro strumentale, più sognante, con i florilegi dell’arpa di Reyes a sostenere il leader, con High Steppin’ che ricorda nuovamente le scorribande al bottleneck di Landreth, ricche di tecnica anche se non particolarmente eccitanti. Dark Angels torna  al blues-rock deciso dei brani iniziali e la conclusiva Song For Robert, dedicata al fratello scomparso, è l’ultimo strumentale, questa volta un lento d’atmosfera dove si apprezza il lato più riflessivo della musica di Roy Rogers https://www.youtube.com/watch?v=7ihaCZYmDh8 . In definitiva un buon album, per amanti dei chitarristi, ma non solo!

Bruno Conti

Una Serata Da Ricordare! John Lee Hooker & Friends – The House Of Blues

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John Lee Hooker & Friends – The House Of Blues – Klondike 

Il titolo potrebbe essere fuorviante, perché in effetti John Lee Hooker appare solo negli ultimi tre pezzi, ma il concerto è veramente fantastico. Si tratta della registrazione di una serata alla famosa House Of Blues di West Hollywood, Los Angeles, uno dei locali della catena di proprietà di Elwood Blues (ovvero Dan Aykroyd, qui impegnato solo come presentatore, vista la presenza di un paio di armonicisti niente male, di cui tra un attimo): siamo nel giugno del 1995, il concerto viene trasmesso dall’emittente radiofonica WLUP-FM e dovrebbe far parte anche della serie TV Live From House Of Blues che andò in onda sulla TBS (il network di Ted Turner) per 26 puntate e un paio di anni e di cui recentemente hanno festeggiato il 20° Anniversario. Da non confondere con un DVD con lo stesso titolo John Lee Hooker And Friends che però riporta, sempre in modo non ufficiale, una serata con Ry Cooder e Bonnie Raitt. Intanto diciamo che il CD è pubblicato dalla Klondike (due diverse copertine), ma secondo me guardando le grafiche più o meno identiche del retro dei vari dischetti relativi ai broadcast più disparati, non solo per questo concerto, li fa tutti la stessa casa, usando nomi diversi: dicevo comunque che il CD questa volta non è inciso solo abbastanza bene, è perfetto, come un disco ufficiale, la particolarità che lo contraddistingue come “Historic Radio Recordings” (o così è scritto) è il fatto che si tratta proprio della registrazione completa della trasmissione radiofonica, con tanto di presentazioni, annunci, perfino qualche sponsor, riportati nell’esatta sequenza in cui ascoltarono il concerto alla radio in quel lontano 1995.

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Ed è un gran bel ascoltare: la house band della serata è quella di Duke Robillard, in gran forma e in uno dei suoi migliori periodi a livello discografico, quello degli album per la Point Blank/Virgin, particolare che lo unisce ad altri partecipanti della serata, oltre al festeggiato John Lee Hooker, anche John Hammond e Charlie Musselwhite, incidevano tutti per la stessa etichetta. Ovviamente il fatto, anche se significativo, non inficia o eleva la qualità del concerto: si parte, dopo l’introduzione di Elwood Blues, con Zakiya Hooker, la figlia del grande Hook, alle prese con una poderosa Look Me Up, una ballata soul mid-tempo di ottimo spessore, e Robillard scalda subito l’attrezzo (la chitarra, cosa avete capito!) che rimane incandescente con una scintillante versione di Too Hot The Handle, il brano che dava il titolo al suo disco di esordio, con Duke che all’epoca era veramente in gran forma, ragazzi se suonava! E anche l’omaggio a Albert Collins con una lunga e sofferta Dyin’ Flu è da manuali del perfetto bluesman, un lento di quelli da sballo. La band rimane per accompagnare uno degli “originali” come Lazy Lester che propone una pimpante Sugar Coated Love, il suo successo per la Excello del 1958, che anche i Fabulous Thunderbirds avevano in repertorio la voce è ancora quella dei vecchi tempi e anche l’armonica viene soffiata con vigore.

John Hammond poi sale sul palco per proporre una versione fantastica di Come On In My Kitchen, solo voce e chitarra bottleneck acustica e si unisce con la band di Duke Robillard per proporre una Found Love che avrebbe trovato posto nel disco registrato insieme e che verrà pubblicato da lì a poco, ottimi gli interventi di Hammond all’armonica e di Duke alla solista. Altro armonicista incredibile è Charlie Musselwhite, ottimo anche il suo segmento di concerto con Blues Overtook Me e con una stellare rilettura di Help Me, il celeberrimo brano di Sonny Boy Williamson, oltre otto minuti di grande blues. A questo punto arriva Taj Mahal, pure lui in grande serata, prima da solo, accompagnato da una tastiera, propone una divertente e salace Big Leg Mama, poi con la Duke Robillard Band altri lati del suo enorme talento, la jazzata Strut dove si concede anche qualche accenno di scat e infine una versione di She Caught The Katy, dal suo capolavoro The Natch’l Blues, che lo mette in concorrenza con Otis Redding e non so chi vince. Nel disco originale alla chitarra suonava Jesse Ed Davis, ma in precedenza Taj aveva diviso i palchi con Ry Cooder che a questo punto sale sul palco con la sua slide per accompagnare John Lee Hooker in una magica versione di Crawling King Snake, fantastica l’intensità della accoppiata con il Maestro, in gran forma con il suo vocione che incita Ry a estrarre dalla sua chitarra l’essenza del blues, poi riproposta in una versione full band più la slide di Cooder, di nuovo con Robillard e soci, del classico One Bourbon One Scotch One Beer e a concludere i poco più di  dodici essenziali minuti della presenza di Hooker non poteva mancare una esplosiva Boom Boom, fine, titoli di coda, grande serata, assolutamente da avere!

Bruno Conti

Come Direbbe Lui: “Thank You Dave”! Boo Boo Davis – Oldskool

boo boo davis oldskool

Boo Boo Davis – Oldskool – Black & Tan/Ird

Questo signore viene da Drew, Mississippi, dal cuore della zona del Delta, una delle zone più ricche per la coltivazione del cotone nel Sud degli Stati Uniti e, ovviamente, una delle patrie del Blues: il nostro James Davis (ma per tutti Boo Boo) è nato lì nel settembre del 1943, ed è considerato uno degli ultimi personaggi che hanno imparato a suonare e cantare mentre lavorava nelle piantagioni, per distrarsi dal durissimo lavoro. Ma non ha imparato a leggere e scrivere, o così narrano le leggende (non ho contatti di prima mano per verificare, ma così dicono le sue biografie e anche le note del dischetto), comunque in qualità di figlio di Sylvester, che anche lui coltivava il cotone, ma era appassionato di blues, Davis sin da bambino ricorda di aver visto passare nella sua casa gente come John Lee Hooker, Elmore James e Robert Pete Williams. E a quella età suonava già l’armonica e aveva sviluppato una voce potente, sia per essere sentito nei campi, quanto per cantare in chiesa. Negli anni ’60 e ‘70 Boo Boo e i suoi fratelli se ne andarono a nord verso St Louis e come Davis Brothers Blues Band per 18 anni accompagnarono nei club i musicisti che gravitavano intorno a quell’area, anche gente importante come Chuck Berry, Albert King, Ike Turner e molti altri.

Come parecchi bluesmen è stato un “late starter”, i primi dischi a nome proprio escono negli anni 2000, e da allora ne ha pubblicati una decina, nove per la precisione, tutti per la olandese Black & Tan (un paio con titoli che fanno riferimento alla sua biografia, East St. Louis e Drew, Mississippi), caratterizzati da uno stile molto semplice ma efficace, spesso basati sulla formula classica della tradizione, come è anche per questo nuovo album, fin dal titolo, Oldskool. Nuovo album che potrebbe essere il suo migliore in assoluto, undici pezzi registrati dal vivo in studio, in una unica sessione di registrazione, cinque ore e tutte le canzoni della serie buona la prima, anche perché la seconda non ci sarà. Una delle cose che mi ha incuriosito (e penso anche a voi, so lo ascolterete, cosa che vi consiglio) è cercare di capire chi sia questo Dave che viene ringraziato a piena voce al termine di quasi tutti i brani, considerando che i musicisti che suonano con lui sono John Gerritse alla batteria e Jan Mittendorp alla chitarra, produttori, visto l’approccio minimale, non ce ne sono, e quindi? E quindi “Dave” è una sorta di spirito guida benevolo, un alter ego di Davis, che riceve i ringraziamenti del nostro per l’ispirazione che gli ha fornito in ogni brano.

E l’ispirazione, la freschezza, la semplicità assoluta dei suoni sono l’asset vincente di questo Oldskool, che partendo dalle radici di Charley Patton e dei primi grandi bluesmen, approda a un suono comunque elettrico e vibrante, perché i tre ci danno dentro alla grande, Boo Boo Davis con il suo vocione potente e la sua armonica lineare, gli altri due con un approccio che a tratti potrebbe ricordare quello degli Houserockers di Hound Dog Taylor, per esempio nel boogie scatenato di Call Me A Clown, che parte a tutta velocità e poi accelera ulteriormente, riproducendo il sound del grande musicista di Chicago (che però era nato anche lui a Natchez, una piccola cittadina lungo il Mississippi), con una armonica a sostituire la seconda chitarra, ma lo spirito è quello, niente basso, solo tanta grinta e divertimento https://www.youtube.com/watch?v=C9PRpFLPluI . Anche Elmore James riceve un omaggio nella cavalcata slide della tiratissima Lucky Man, ma non manca il classico groove del blues urbano elettrico di Chicago nell’iniziale Hold Your Head Up, dal sound primigenio alla John Lee Hooker (con “Dave” come di consueto ringraziato profusamente a fine brano) https://www.youtube.com/watch?v=ZO0ho2R-c8E .

Poderosi esempi di blues elettrico sono anche la divertente Boo Boo Fool e Got My Love, con Davis che all’inizio dice agli altri musicisti “Sapete cosa fare!”, e i tre eseguono, suonando un blues ruvido e senza pietà che non prende ostaggi, voce catturata dallo stesso microfono che amplifica l’armonica, quindi un filo lontana e leggermente e volutamente distorta e grezza, ogni tanto un minimo di eco, il tutto per catturare lo spirito del momento. Oldskool, la canzone, con i ritmi dello slow blues, mentre Where We Gonna Go è più ritmata e ipnotica, ma lo spirito è quello sciamanico e ripetitivo del John Lee Hooker citato o dei predecessori che suonavano il blues acustico nei Juke Joints lungo il Mississippi. In fondo i titoli non sono importanti, perché come si può immaginare i testi sono semplici e ridotti al minimo, ma lo spirito e il suono che escono da queste registrazioni, tutto groove e feeling, sono quelli di uno degli ultimi grandi praticanti del blues classico. Come direbbe Boo Boo “Thank You Dave”!

Bruno Conti