E’ Proprio Il Caso Di Dire: Tale Padre Tale Figlio! Ned LeDoux – Sagebrush

ned ledoux sagebrush

Ned LeDoux – Sagebrush – Powder River/Thirty Tigers CD

La scomparsa nel 2005 di Chris LeDoux, a causa di un male incurabile, ha lasciato un vuoto profondo nel cuore degli appassionati di vero country, in quanto non c’era in circolazione un altro autore di cowboy songs con la stessa bravura e credibilità. Chris era infatti un personaggio unico: cowboy di professione, campione del mondo di rodeo negli anni settanta, era anche in possesso di una splendida voce e di un non comune talento compositivo, che usava per produrre dischi di pura western music, intensa, chitarristica e con la capacità di roccare alla grande quando serviva. Arrivato alla celebrità nei primi anni novanta (grazie anche all’amico Garth Brooks), ha continuato a pubblicare dischi fino al momento della sua improvvisa morte, e se negli ultimi anni qualche tentazione radiofonica era emersa, Chris ci ha comunque lasciato in eredità dischi bellissimi come Powder River, Western Underground, Whatcha Gonna Do With A Cowboy?, Under This Old Hat, oltre ad un album dal vivo, Chris LeDoux Live (1997) di raro feeling e potenza. Ora a sorpresa il testimone lasciato da LeDoux viene raccolto, e non da uno qualunque, ma dal figlio Ned LeDoux, che con il suo album d’esordio Sagebrush prosegue idealmente il lavoro del padre, interrottosi all’indomani del suo ultimo disco, Horsepower.

Ned-LeDoux

https://www.youtube.com/watch?v=-XYUJvmZmfE

E Sagebrush è, forse anche un po’ a sorpresa, un bellissimo album di country & western dal deciso sapore rock, proprio nello stile tipico di Chris, e la cosa ancora più impressionante è la voce di Ned, praticamente identica a quella del padre. Sbaglieremmo però a considerarlo un clone: Ned sa benissimo che la musica di suo padre manca da morire ai suoi fans, e non ha fatto altro che donare loro quello che aspettavano da più di dieci anni, cioè un nuovo disco in puro LeDoux style; Ned non ha paura del raffronto, sa perfettamente che la gente lo paragonerà al padre, ma lui ha comunque una sua personalità, è bravo e, cosa più importante, è in possesso di una capacità nel songwriting non inferiore a quella di Chris: per questo Sagebrush è un piccolo grande disco (anche emozionante in certi momenti), a livello dei migliori del suo genitore. L’album è prodotto da Mac McAnally, cantautore a sua volta e partner di lungo corso di Jimmy Buffett, ed al suo interno suona gente del calibro di Greg Morrow, Glenn Worf e Russ Pahl, oltre allo stesso McAnally. L’iniziale Never Change è una potente rock song, il country è un pretesto: chitarre ruggenti (la solista in tutto il CD è dell’ottimo Rob McNelley), sezione ritmica formato schiacciasassi, gran voce e motivo di stampo western. Un inizio di carattere e personalità, in cui il nostro dimostra di avere il pieno diritto di proseguire il discorso del padre.

ned ledoux 1

https://www.youtube.com/watch?v=tsCj5iaBPIA

Cowboy Life è una country song elettrica davvero eccellente (ho i brividi a sentire la voce di Ned, sembra davvero Chris redivivo), perfetta da sentire in macchina e con un refrain tutto da godere; We Ain’t Got It All è più country, elettroacustica e deliziosa, ancora con una struttura melodica che piace al primo ascolto, mentre Some People Do è una pura western tune, splendida ed evocativa, con un crescendo elettrico da applausi. Molto bella anche Brother Highway, con tutte le chitarre al posto giusto ed un motivo che profuma di spazi aperti e praterie, Better Part Of Leaving è una squisita ballata dalle cadenze western, come solo un vero cowboy può cantare, mentre Forever A Cowboy (scritta a quattro mani con McAnally) è uno slow vibrante che vede ancora Ned assomigliare in maniera impressionante al padre, ma nei suoi giorni migliori (e come vedete dai titoli, anche le tematiche affrontate sono le medesime). By My Side è bella e struggente fin dall’introduzione strumentale: Ned è bravissimo, ed anche nelle ballate sa toccare le corde giuste; la solida Another Horse To Ride sta più sul versante rock, mentre la splendida Johnson County War è proprio quella del padre, anzi è una delle sue più note (era su Powder River): western song strepitosa, con Ned che non deve fare altro che cantare come sa. Il CD si chiude con la tenue The Hawk e con This Cowboy’s Hat (in duetto con Chase Rice), un talkin’ western pieno di pathos anch’esso già inciso dal padre in passato , e con la voce proprio di Chris ad introdurre la canzone.

Ottimo disco, che non può che farmi augurare al suo autore Ned LeDoux ogni fortuna: da lassù papà Chris sorride felice.

Marco Verdi

Finalmente Fuori Dall’Anonimato! Tim Easton – American Fork

tim easton american fork

Tim Easton – American Fork – Last Chance CD

Nativo dello stato di New York, cresciuto in Ohio ed oggi residente a Nashville, tutto si potrà dire di Tim Easton tranne che non abbia fatto la gavetta. Infatti, ben prima di incidere il suo album di debutto nel 1998, Tim ha girato mezza Europa, da Londra a Parigi finendo nella Repubblica Ceca (e passando anche dall’Italia) facendo il busker, cioè il suonatore ambulante. Una vita dura, che però ha forgiato il suo carattere e lo ha fatto crescere molto dal punto di vista professionale. Tornato in America, Easton ha pubblicato nell’ultimo ventennio una decina di album, otto da solista e due come componente del trio Easton, Stagger & Phillips. Si è sempre mantenuto indipendente (ma ha inciso anche per la New West, e la Blue Rose in Europa per i dischi in trio), e ha portato avanti negli anni con molta coerenza un percorso musicale a base di vero rock cantautorale, con elementi pop, folk, alternative country e blues nel suono, ed influenze decisamente eterogenee (da Elmore James a Doc Watson passando per i Rolling Stones), e, anche se si è sempre mantenuto ad un livello discreto, non ha mai fatto il disco che spiccava sugli altri: album piacevoli sì, in alcuni casi anche più diretti di altri (come Not Cool del 2013), ma forse senza quel quid che lo facesse emergere dalla massa.

American Fork, il suo nuovo CD (il nono da solista) cambia però le carte in tavola, in quanto si dimostra fin dalle prime note un lavoro più riuscito, con un artista decisamente più convinto ed una serie di canzoni più rock del solito e senza grandi sbavature: un disco molto diretto e compatto, solo otto canzoni per poco più di mezz’ora di musica, ma proprio per questo senza momenti di stanca. Tim è accompagnato da pochi ma validi strumentisti, tra i quali spiccano Russ Pahl alla steel (gia con John Hiatt e Ray LaMontagne) e l’eclettico Robbie Crowell che suona dall’organo al piano al sassofono, mentre Tim stesso si occupa di tutte le parti di chitarra e della produzione (insieme a Patrick Damphier), oltre che naturalmente del songwriting. Che la musica sia cambiata lo si capisce subito dall’iniziale Right Before Your Own Eyes, una rock ballad molto classica guidata da chitarre e piano elettrico, con un bel refrain ed il sax a dare più colore al suono: Tim canta con voce chiara e sicura e mette in chiaro che questo disco può essere quello buono. Killing Time è una ballata molto melodica, con un drumming pressante ed una steel che la rende delicatamente country, un brano intenso nobilitato da un buon ritornello che vede la partecipazione di un coro femminile.

Elmore James ha un titolo che fa pensare subito al blues, ma in realtà è più un boogie dal sapore southern, con un motivo fluido ed ottimi interplay tra chitarra e piano, ed un finale in crescendo. Forse è più blues Gatekeeper, anche se strettamente imparentata col rock, un pezzo sporco ed insinuante, dominato da una slide acustica e con un’atmosfera minacciosa, mentre Burning Star è un bellissimo slow crepuscolare con voce, piano, steel e poco altro, servito da una delle migliori melodie del CD, una canzone avvolgente e toccante, che ci mostra la crescita del nostro come autore. La mossa Alaskan Bars, Part 1 è ancora tra rock’n’roll, boogie e blues, un pezzo diretto, chitarristico e, perché no, coinvolgente, mentre Now Vs. Now sposta di nuovo il disco su territori più rarefatti, per un’altra ballata di spessore, dall’arrangiamento classicamente anni settanta, con il piano come strumento guida.Il CD si chiude con la tenue e suggestiva On My Way, un brano costruito intorno a voce e chitarra, appena sfiorato da una steel nel buio e con la sezione ritmica che entra dopo quasi due minuti. Forse Tim Easton non sarà la next big thing, in quanto non è esattamente un esordiente (50 anni già compiuti) e forse il treno lo ha perso già da tempo, ma American Fork è un disco capace di regalare emozioni, e questo basta ed avanza.

Marco Verdi