Il Meglio Del 2017 In Musica Secondo Il Blogger Di Disco Club: Appendice Finale.

meglio del 2017 2

Mi ero riservato la possibilità di aggiungere una seconda lista di titoli che secondo il sottoscritto meritano di entrare tra i migliori usciti nel 2017 (e ce ne sarebbero molti altri): come per la precedente classifica non è in ordine preciso di preferenza ma in ordine sparso. Nel post dello scorso mese http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-classico-come-tutti-gli-anni-il-meglio-del-2017-in-musica-secondo-disco-club-parte-ii/  l’unico titolo in evidenza era l’album postumo di Gregg Allman Southern Blood che sicuramente occupava la prima posizione: e vi do una anticipazione, è pure al n°1 del Poll annuale della redazione e dei collaboratori del Buscadero di Gennaio che sarà in edicola nei prossimi giorni. Ecco il meglio del resto, partiamo con un trio di cofanetti:

fairport convention come all ye the first ten years inside box

Fairport Convention – Come All Ye/The First Ten Years

https://www.youtube.com/watch?v=5zKpQa_n1E0

natalie merchant the collection

Natalie Merchant – The Collection

https://www.youtube.com/watch?v=_932kTYjRi8

dr. john atco alnum collection

Dr. John – Atco Album Collection

https://www.youtube.com/watch?v=G5zPqgQ67yo

Proseguiamo con il resto, sempre in ordine sparso, partendo da Bruce Cockburn di cui vi ho parlato ieri.

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound in arrivo

carole king tapestry live in hyde park

Carole King – Tapestry: Live In Hyde Park

https://www.youtube.com/watch?v=G5zPqgQ67yo

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way

https://www.youtube.com/watch?v=RpueGuEccIU

father john misty pure comedy

Father John Misty – Pure Comedy

shannon mcnally black irish

Shannon McNally – Black Irish

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo

https://www.youtube.com/watch?v=iRMY_Llzd-I

carrie newcomer - live at the buskirk-chumley theater with friends

Carrie Newcomer – Live At The Buskirk-Chumley Theater With Friends

https://www.youtube.com/watch?v=M1WrNisRhDU

weather station weather station

The Weather Station – The Weather Station

chris hillman bidin' my time

Chris Hillman – Bidin’ My Time prodotto da Tom Petty

https://www.youtube.com/watch?v=uLtLy4u45z0

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live

https://www.youtube.com/watch?v=FXoEnqldH1E

guy davis poggi Sonny & Brownie’s last train”

https://www.youtube.com/watch?v=omyMs__YPgE

Potremmo andare avanti per 50 anni, ma poi diventa una succursale dell’elenco telefonico (ormai in via di estinzione), per cui “last but not least” aggiungo anche l’album di Guy Davis Fabrizio Poggi Sonny & Brownie’s Last Train, entrato pochi giorni fa nella cinquina dei candidati ai Grammy nella categoria Best Traditional Blues Album, disco di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2017/11/28/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ , una bella soddisfazione per un italiano innamorato del Blues!

Per il 2017 è tutto (forse).

Bruno Conti

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Un Trittico Dal Canada 3, Il Migliore Dei Tre! Bruce Cockburn – Bone On Bone

bruce cockburn bone on bone

Bruce Cockburn – Bone On Bone – True North/Ird

Bruce Cockburn è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi talenti espressi dalla scena musicale canadese. Negli anni ’70 la sua produzione rivaleggiava con quella dei grandi di quei tempi (assolutamente alla pari con gente come Tom Petty, Bob Seger, ma anche Van Morrison, Springsteen, Dylan, Joni Mitchell, la Band e pochi altri musicisti di quegli anni). Sull’altro lato dell’oceano anche Joan Armatrading, come Cockburn, non sbagliava un disco: gli album di quella decade, che uscivano con precisa cadenza annuale, spesso erano splendidi, penso a Sunwheel Dance, Night Vision, Joy Will Find A Way, In The Falling Dark, il doppio Live Circles In The Stream, ma un po’ tutti erano dischi superiori alla media della produzione di quasi tutti i suoi contemporanei e con una qualità costante. Forse proprio quello del 1979, Dancing In The Dragon’s Jaws, fu quello ad avere il maggiore successo negli Stati Uniti, arrivando fino al 45° posto delle classifiche americane e il LP conteneva una canzone Wondering Where The Lions Are, che arrivò a sfiorare perfino i Top 20 https://www.youtube.com/watch?v=L6Lpx6JIMmk . Da lì in avanti i dischi successivi, salvo rari casi (penso a Nothing But A Burning Light, Dart To The Heart, forse The Charity Of Night e qualche altro che ora non mi sovviene) non hanno più raggiunto quei picchi qualitativi, ma ci sono miriadi di cantautori pronti a firmare un patto con il diavolo per avere prodotto una serie di dischi comunque così consistenti. Dagli anni 2000 ha ulteriormente diradato le sue uscite discografiche, solo tre album più un Live, e e nell’ultima decade ci ha regalato un solo disco, Small Source Of Comfort. uscito nel 2011, un buon album che lo riavvicinava al sound e ai valori artistici espressi negli anni d’oro, e nel 2014 è uscito anche quello splendido Box da 8 CD più un DVD, Rumours Of Glory, che oltre ad essere una summa della sua produzione, conteneva anche molto materiale raro ed inedito http://discoclub.myblog.it/2014/09/20/altra-bella-notizia-forse-i-portafogli-bruce-cockburn-rumours-of-glory/ .

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https://www.youtube.com/watch?v=vmeZppIah8Y

Ma quando sembrava che Bruce Cockburn avesse quasi metaforicamente appeso la chitarra al chiodo, almeno per ciò che concerne il materiale nuovo, ecco che arriva questo Bone On Bone, un disco (dovrebbe essere il numero 30, antologie escluse) che rivaleggia con il meglio della sua produzione. Prodotto dal vecchio sodale Colin Linden, e registrato tra la California, Nashville e l’amato Canada, con l’aiuto di un eccellente gruppo di musicisti, dove spiccano il bassista John Dymond (che si alterna con l’ottimo contrabbasso di Roberto Occhipinti), il batterista Gary Craig, il nipote di Bruce, Aaron Cockburn alla fisarmonica; in più nella veste di ospiti Mary Gauthier (di cui a fine gennaio attendiamo il nuovo album Rifles And Rosary Beads), la brava cantante Ruby Amanfu, il cornettista e suonatore di flugelhorn Ron Miles, Brandon Robert Young, altro bravo cantautore e infine Julie Wolfe, alla produzione in 3 Al Purdys’ , una delle più belle canzoni, in un disco che è comunque ricco di brani di grandi valore. Il nostro amico anche se non è più un giovanissimo (quest’anno va per i 73 anni), non tradisce la attese. I testi sono sempre complessi e immersi nella realtà del mondo che ci circonda, la voce è più vissuta, ma non troppo dissimile dal suo timbro abituale, come certifica immediatamente l’iniziale States I’m In, tipico folk-rock energico ed incalzante nella sezione ritmica, con la chitarra acustica di Bruce subito in bella evidenza, mentre l’organo di John Whynot aggiunge spessore al sound e la voce della Amanfu sostiene a tratti quella di Cockburn, sembra quasi uno dei suoi classici degli anni ’70. Anche Stab At Matter (che “gioca” nel titolo sullo Stabat Mater latino per ideali religiosi e cristiani sempre presenti nei suoi testi) è un altro brano eccellente e grintoso, sempre elettroacustico https://www.youtube.com/watch?v=kLLE_1CjvKg , con qualche sapore blues, perfino cajun grazie alla fisarmonica del nipote e anche gospel per la presenza del San Francisco Lighthouse Chorus(il coro della parrocchia della città dove vive Cockburn) mentre il contrabbasso di Occhipinti e la slide di Linden si muovono sullo sfondo.

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https://www.youtube.com/watch?v=gjOZGihvAVk

Forty Years In The Wilderness è una delle splendide ballate folk-rock che da sempre costellano la carriera del canadese, ancora con l’ottima presenza dell’accordion del nipote John Aaron Cockburn e con la seconda voce della bravissima Mary Gauthier che la impreziosisce ulteriormente, insieme al coro gospel e con un suono d’assieme che ricorda a tratti anche il Jackson Browne più intimista. Non manca anche il blues, un elemento sempre presente nella discografia del nostro, per esempio nella vibrante Café Society, con un bel lavoro delle chitarre sia acustiche che elettriche, dell’armonica di Bruce e della cornetta di Miles che comincia a scaldare lo strumento. La citata 3 Al Purdys, ispirata dal lavoro di quello che viene considerato il massimo poeta canadese del 20° secolo, Al Purdy, è uno dei brani migliori del disco, e ruota attorno ad una sorta di talkin’ blues and jazz, tra poesia e recitar cantando, con la ricorrente cornetta di Ron Miles che si fa protagonista nel lirico finale, mentre le varie chitarre (e strumenti a corda vari, mandoguitar, charango e altro) suonati da Linden e Cockburn cesellano le loro partiDeliziosa anche Looking And Waiting, danzante ed intensa folk song acustica che però si avvale di ottimi interventi anche dell’elettrica, oltre che di un dulcimer, forse e di qualche strumento etnico. Per chi non lo sapesse Bruce Cockburn, oltre che cantautore di vaglia, è anche un eccellente chitarrista come dimostra nella title track strumentale Bone On Bone, dove il suo lavoro all’acustica è assolutamente splendido (e il sottoscritto, se consentite un ricordo personale, può testimoniarlo, visto che per motivi contingenti ero proprio sul palco a vedere il suo concerto al Palalido di Milano nel 1979 e ho visto la sua maestria da pochi centimetri di distanza).

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https://www.youtube.com/watch?v=FhBXirzp3Ic

La jazzata Mon Chemin, con charango e dulcimer in evidenza, si avvale ancora di Aaron alla fisarmonica, di Miles alla cornetta e dell’ottimo lavoro della sezione ritmica, altro brano tipicamente cockburniano (se si può dire), cantato in francese, come succedeva spesso nei primi anni e di tanto in tanto ancora oggi. Eccellente anche la lunga False River, altro pezzo dove si apprezza la fisarmonica, ma anche il contrabbasso di Occhipinti, la slide di Linden, l’acustica di Cockburn e tutta la band in generale, in un brano in lento ma inesorabile crescendo dove tutti i presenti sono al servizio della complessa melodia creata da Bruce per l’occasione, molto belle anche le armonie vocali corali. Jesus Train è l’altro brano decisamente bluesato di questo album, un country-folk-blues nuovamente molto composito e dalle atmosfere sospese ed intriganti, con la voce ancora in grado di reggere la parte senza problemi, ben supportata dal coro, mentre la chitarra cesella come sempre in piena libertà, sembra quasi di sentire i Pentangle. L’ultimo brano Twelwe Gates To The City è un traditional a cui Cockburn ha aggiunto delle parti non snaturando comunque l’aspetto gospel-blues del brano, dove si apprezza ancora il San Francisco Lighthouse Chorus e la “trombetta” di Ron Miles. Che dire ancora? Uno dei migliori dischi di questo 2017 appena concluso.

Bruno Conti

Un Trittico Dal Canada (In Tutti I Sensi) 2. Wailin’ Jennys – Fifteen

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Wailin’ Jennys – Fifteen – True North/Red House/Ird

Spesso non è facile trovare un buon incipit per aprire una recensione o un articolo, e altrettanto difficile a volte è inquadrare lo stile musicale in cui si muovono gli artisti, o le artiste, in questo caso, di cui si parla. Le Wailin’ Jennys non sono certo un nome di punta della discografia mondiale, ma tra gli appassionati giustamente godono di una buona reputazione, acquisita in quindici anni di carriera, da cui il nome dell’album Fifteen, attraverso cinque album, tra cui uno anche registrato dal vivo, e un paio di EP. Ovviamente parliamo di musica di nicchia, tra folk, country e bluegrass e per introdurre questo trio canadese a chi non le conosce, mi scapperebbe che potremmo dire che sono un riuscito mix tra le mai dimenticate sorelle McGarrigle, altri gruppi famigliari come le Roches e le inglesi Unthanks, un pizzico di Emmylou Harris e Dolly Parton, di cui interpretano un pezzo di ciascuna in questo album, e hanno affinità anche con un’altra band che fa delle armonie vocali il proprio vanto, come le Be Good Tanyas. Proprio le armonie vocali, da togliere il respiro per la bellezza e la profondità dell’incrociarsi delle tre voci, sono tra i punti di forza di questo Fifteen, per la prima volta nella loro carriera composto esclusivamente da cover e realizzato anche per esaudire le richieste dei loro fans che avevano chiesto spesso alle tre di cimentarsi in questa non facile arte dell’interpretazione.

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https://www.youtube.com/watch?v=ted12VQ9DRM

Ruth Moody, Nicky Mehta e Heather Masse, hanno attinto dal loro repertorio dal vivo, brani quindi che eseguono da tempo in concerto, aggiungendo alcune gemme pescate dai loro autori (e autrici) preferiti: così scorrono canzoni di Tom Petty, Paul Simon, Warren Zevon, Jane Siberry, le due citate poc’anzi e altri che vado ad illustrarvi tra un attimo. Il disco ha una strumentazione parca ma raffinata, con la Moody a banjo e chitarra, la Mehta sempre alla chitarra acustica, e Heather Masse, l’unica americana, dal Maine, impegnata “solo” come vocalist, il resto lo forniscono Richard Moody, fratello di Ruth, a viola, violino e mandolino, Adam Dobres, chitarre acustiche ed elettriche e mandolino, Adrian Dolan violino e infine Sam Howard al contrabbasso. Comunque ci sono anche un paio di brani completamente a cappella, una splendida Loves Me Like A Rock di Paul Simon, scelta dalla Moody e accompagnata solo da schiocchi di dita e battiti di piede, per ricreare uno spirito doo-wop molto aderente a quello dell’originale e altrettanto trascinante https://www.youtube.com/watch?v=ElWkcqF0VE8 , mentre Light Of A Clear Blue Morning, il brano di Dolly Parton sembra una cristallina gospel mountain song, con intrecci vocali celestiali mozzafiato https://www.youtube.com/watch?v=J-UK7iNJgNo . Ma tutto l’album ha una levità e una qualità veramente notevoli: dal tradizionale iniziale Old Churchyard, quasi “austero” nei suoi delicati interscambi e nelle armonizzazioni vocali splendide delle tre signore, passando per la cover magnifica di Wildlowers di Tom Petty, che in questa versione acustica ci fa ancor più rimpiangere la scomparsa del biondo cantautore della Florida, bastano un banjo, un mandolino e un violino, oltre a tre voci magnifiche per gustare la splendida melodia di questa canzone senza tempo.

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https://www.youtube.com/watch?v=XdgY-CQsbKU

C’è anche una bella versione di The Valley di Jane Siberry, una delle cantautrici canadesi più sottovalutate, cantata dal mezzosoprano vellutato di Nicky Mehta, forse la meno conosciuta delle tre, che rimanda immediatamente alle immense distese del Canada e nella parte dove vocalizzano sembra di ascoltare le Roches dei tempi d’oro che furono, ma anche Boulder To Birmingham, il brano di Emmylou Harris scelto da Ruth Moody, convoglia l’impatto malinconico ed emotivo di quella incantevole canzone. Notevole anche la cover di Not Alone, radiosa ballata scritta da Patty Griffin, altra primadonna del cantautorato americano, brano presente nel suo debutto del 1996 https://www.youtube.com/watch?v=cVVs4sOdOYQ  Living With Ghosts, e che qui scivola sul delicato e fine lavoro del violino mentre non possiamo dimenticare l’omaggio a Warren Zevon, presente con la struggente Keep Me In Your Heart, la supplica a non dimenticarci mai di lui, scritta poco prima della morte e la dolcezza di questa complessa versione preserva quel messaggio dolente, con le sue intricate armonie vocali che ancora una volta colpiscono con forza l’ascoltatore non distratto. A chiudere un brano scritto da Hank Williams Weary Blues From Waitin’ nuovamente cantata splendidamente  a cappella. Va bene, ho barato sono tre le canzoni senza accompagnamento strumentale, ma il disco rimane molto bello e godibile comunque.

Bruno Conti

Braveheart Billy Bragg Torna A Riscaldare I Nostri Cuori. Billy Bragg – Bridges Not Walls EP

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Billy Bragg – Bridges Not Walls EP – Cooking Vinyl

God save, non The Queen stavolta, ma tutti gli artisti e, in particolare i cantautori, che, come Billy Bragg,  hanno il dono di toccare i nostri cuori e risvegliare le nostre menti, spesso un po’ intorpidite, riguardo a ciò che di importante sta accadendo nel mondo. Si può più o meno essere d’accordo con le sue idee, ma certo non si può rimanere indifferenti ascoltando i testi delle sue canzoni. Da sempre schierato con la sinistra radicale inglese e convinto oppositore di ogni forma di razzismo, sessismo od omofobia, Billy ha portato avanti con coerenza, fin dai suoi esordi nei primi anni ottanta, la sua personale lotta contro le ingiustizie sociali. Trentacinque anni fa c’era la Thatcher con le sue odiose politiche economiche che opprimevano i lavoratori (ricordate la drammatica vicenda dei minatori inglesi?), oggi il becero neonazionalismo che ha portato alla Brexit, senza contare la sciagurata elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ora come allora Billy Bragg non poteva evitare di prendere posizione e di mettere in musica le sue riflessioni. Dalla scorsa estate ha cominciato a mettere online nuovi singoli, che ha poi raccolto in un EP intitolato in modo assai significativo Bridges Not Walls.

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https://www.youtube.com/watch?v=pkNN81Ta2ik

Il primo dei sei brani contenuti in questa mini raccolta porta il nome di un dipinto di Goya che Billy ha potuto ammirare a Madrid nel museo del Prado. The Sleep Of Reason racconta degli effetti nefasti che possono determinarsi quando addormentiamo la nostra capacità di valutare gli eventi che succedono, vicini o lontani che siano. L’arrangiamento è ridotto al minimo: chitarra elettrica graffiante e una percussione martellante sullo sfondo, per dare ancora più risalto alle parole del testo. King Tide And The Sunny Day Flood è una intensa ballata acustica impreziosita dalla pedal steel suonata da C. J. Hillman che ci richiama ai rischi concreti che tante popolazioni stanno vivendo a causa dei cambiamenti climatici che buona parte del mondo industrializzato, con la complicità dei rispettivi governi, sta provocando https://www.youtube.com/watch?v=lWPZeQzN_Ws . La brava cantautrice americana Anais Mitchell è l’autrice della successiva Why We Built The Wall (tratta dall’ottimo Hadestown del 2010), che Bragg riprende nella classica modalità chitarra e voce, attualizzandone il significato contro chi, come Trump, pensa di risolvere i problemi dell’immigrazione erigendo muri https://www.youtube.com/watch?v=d0EOVt9WzJk . Una sconosciuta ragazza di nome Saffiyah Khan è l’ispiratrice della delicata Saffiyah Smiles. Fu immortalata da un fotografo nell’attimo in cui sorrideva sicura fronteggiando il volto minaccioso di un attivista del movimento neofascista English Defence League, durante una manifestazione dello scorso aprile a Birmingham. Bragg la prende come esempio della forza che scaturisce dalla solidarietà, opposta alla debolezza del bieco razzismo.

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https://www.youtube.com/watch?v=07X_yk1v8S4

Nelle note disponibili sul suo sito http://www.billybragg.co.uk/home.php Billy racconta che, durante un dibattito politico televisivo a cui era stato invitato, il conduttore chiese ad un ministro del governo Cameron se avrebbero aumentato i benefit a favore dei bambini in difficoltà economiche. La risposta del ministro fu: prima dobbiamo vedere come sarà l’andamento dei bond sul mercatoCapite allora da cosa scaturisce la bellissima Not Everything That Counts Can Be Counted,, polemica risposta a quei politici che subordinano le decisioni a favore della collettività, piegandosi alle imposizioni dei poteri forti dell’economia e della finanza. Da ultima, Full English Brexit chiude efficacemente il cerchio ideologico che ha originato questo EP. Le amare parole del suo testo, cantato con tono dolente dal suo autore con il solo accompagnamento del piano, ribadiscono lo smarrimento di fronte a questi tempi in cui la divisione, l’indifferenza o gli abusi sembrano prevalere. Billy Bragg richiama se stesso e i suoi colleghi alla responsabilità di saper proporre, attraverso la musica, messaggi che uniscano e che sappiano creare empatia tra la gente, al di là delle differenze di razze e culture. A parer mio, merita solo applausi.

Marco Frosi

Un Trittico Dal Canada 1. Downchild – Something I’ve Done

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*NDB Iniziamo casualmente questi primi giorni del 2018 con un terzetto di album di artisti canadesi che erano rimasti ancora da pubblicare tra quelli usciti nel 2017 (insieme a svariati altri che leggerete a breve), ma la fine dell’anno scorso e i primi giorni di quello iniziato, come al solito, non sono ricchi di uscite discografiche, per cui recuperiamo.

Downchild – Something I’ve Done – Linus/Ird

Che li vogliate chiamare semplicemente Downchild, come appare sulla copertina del CD, o Downchild Blues Band, come forse sono più noti, sempre di loro si tratta. Una delle più longeve e migliori band di blues e dintorni canadese, in pista dal lontano 1969, anche se il primo disco Bootleg in effetti risale al 1971 https://www.youtube.com/watch?v=EUkvTvUFtj4 : leggenda vuole che tra le tante fonti di ispirazione per i Blues Brothers ci siano pure loro, e probabilmente anche qualcosa di più della leggenda, visto che nel primo disco della band di Belushi ed Aykroyd Briefcase Full Of Blues c’erano ben tre brani che provenivano dal repertorio della Downchild (per comodità li chiameremo così), due originali e la loro versione di Flip, Flop And Fly. Non basta perché il gruppo all’origine prevedeva la presenza di due sassofonisti (ora un sax e una tromba), un armonicista, il leader della band Donnie “Mr. Downchild” Walsh, pure ottimo chitarrista; per molti anni il fratello di Donnie Rick (The Hock) Walsh è stato la voce solista, ma nella formazione sono transitati anche Kenny Neal, Gene Taylor (anche con Blasters, Fabulous Thunderbirds e James Harman) è stato a lungo il pianista, ora alle tastiere c’è Michael Fonfara, che forse qualcuno ricorda con Lou Reed nella seconda metà degli anni ’70, e prima ancora con i Rhinoceros; tra gli attuali membri del gruppo c’è l’ottimo cantante Chuck Jackson, ormai da inizio anni ’90, l’attuale sassofonista Pat Carey, che con il trombettista Peter Jeffrey forma la sezione fiati, e una sezione ritmica dove il bassista Gary Kendall è anche uno dei principali autori delle canzoni.

DownchildBluesBand_1

https://www.youtube.com/watch?v=FQ0FUcFMMB8

Abbiamo saltato di palo in frasca nell’introdurre vecchi e nuovi membri del gruppo, ma è per segnalare una sorta di comunità di intenti che attraverso una ventina di album (questo dovrebbe essere il n°18, mi pare se non ricordo male, una ventina di anni fa di avere recensito sul Buscadero Lucky 13, che era appunto il tredicesimo). In Canada hanno vinto una infinità di Maple Blues Awards e se la battono tuttora con i Fathead come miglior band di blues dello stato http://discoclub.myblog.it/2014/09/14/cinque-simpatici-canadesi-abbronzato-viene-dalla-georgia-fathead-fatter-than-ever/ . Ovviamente Chuck Jackson, anche se così riporta erroneamente il sito AllMusic, non è il grande cantante soul, a meno che non lo abbiano smacchiato con la candeggina, visto che è un bianco, ma rimane un ottimo vocalist, come dimostra sin dall’iniziale propria composizione la briosa Albany, Albany, molto R&B e R&R, dove brillano la sezione fiati e anche il piano di Fonfara, poi protagonisti con la chitarra di Walsh, oltre all’armonica, altro strumento fondamentale nell’economia del sound del gruppo, del secondo brano Worried About The World, classico blues elettrico. Quindi il menu è vario e coinvolgente, da tipica blues revue (come i “Fratelli del Blues”). Michael Fonfara, che scrive il terzo brano Can’t Get Mad At You, oltre che brillante pianista, se la cava anche egregiamente al dobro, strumento che dà un suono inconsueto a questa canzone, per il resto punteggiata dalla slide di Walsh e dai fiati; Mississippi Woman, Mississauga Man, bel titolo, nuovamente firmata da Jackson, viaggia su un travolgente giro di armonica suonata dal cantante, divertente e dal ritmo ondeggiante come tutta la canzone.

DownchildBluesBand_2

https://www.youtube.com/watch?v=ZJISRv3pkts

Take A Piece Of My Heart scritta dal bassista Kendall è una deliziosa ballata soul, costruita intorno alle tastiere di Fonfara che gli conferiscono un’aura deep south che si accentua con l’entrata dei fiati, mentre Jackson la canta come usava fare il compianto Joe Cocker, e un bel assolo di sax è la ciliegina sulla torta. Kendall firma anche la travolgente Mailbox Money, tra jump blues, boogie e R&R, che fa muovere il piedino anche ai più scontrosi, e poi l’assolo di “Mr. Downchild” è ottimo, mentre She Thinks I Do è una composizione del vecchio cantante della band, lo scomparso John Witmer, un altro delizioso brano dal piglio anni ’60, con Fonfara e Walsh ancora eccellenti a piano e chitarra. La title track Something I’ve Done, tra barrelhouse, honky-tonk e jump è un’altra travolgente cavalcata nel blues delle origini, quello ricco di R&B e Rock’n’Roll, con fiati, armonica e piano che tirano la volata all’ottimo vocalist Chuck Jackson, sembrano quasi i Blues Brothers, ops. E per non farsi mancare nulla pure il batterista del gruppo Mike Fitzpatrick firma una felpata Into The Fire, che mi sembra abbia qualche parentela con le ultime avventure di Mr.Van Morrison, magari a parte la voce (per quanto Jackson abbia una voce potente ed espressiva), ma l’organo di Fonfara e i fiati ci stanno tutti. A chiudere un disco che regala parecchie buone vibrazioni, lo strumentale conclusivo Evelyn, dove Donnie Walsh si può scatenare all’armonica, ben coadiuvato dalla propria band.

Bruno Conti

Un Addio All’Ennesima Potenza! Black Sabbath – The End

black sabbath the end

Black Sabbath – The End – Eagle Rock/Universal 2CD – DVD – BluRay – DVD/CD – BluRay/CD – 3LP – Deluxe 3CD/DVD/BluRay

*NDB Visto che è l’ultimo dell’anno mi sembrava giusto pubblicare per l’occasione un Post su un album che si chiama The End. Buon Anno e ci rivediamo comunque domani.

Il “lungo addio” dei Black Sabbath, storica formazione hard rock britannica (componenti di una ideale triade che comprendeva anche Led Zeppelin e Deep Purple), è iniziato nel 2013 con il loro ottimo album di studio 13, e pare essersi esaurito il 4 Febbraio di quest’anno, allorquando i nostri hanno suonato quello che dovrebbe essere il loro ultimo show a Birmingham, loro città d’origine. Questa volta il congedo sembrerebbe essere definitivo, un po’ per la carta d’identità dei vari membri, un po’ per i problemi di salute di Tony Iommi, affetto da un melanoma che fortunatamente pare sotto controllo (e problemi di salute hanno impedito anche al loro batterista originale, Bill Ward, di partecipare alla reunion, anche se sotto sotto si vocifera di questioni legate ai soldi), ed anche perché il frontman Ozzy Osbourne ha fatto sapere che vuole tornare ad occuparsi della sua carriera da solista (ma Iommi ha già insinuato che potrebbero anche suonare uno show per il loro cinquantenario, che sarà l’anno prossimo, o il 2020 se cominciano a contare dalla data del loro primo album). The End è il resoconto completo della serata conclusiva del tour, un documento che esce in una marea di configurazioni diverse (vi dico subito che l’unica con dentro tutto sia in versione audio che video è il deluxe box, con circa 50 euro ve la cavate), e vede i nostri in forma smagliante, aiutati anche da una qualità di registrazione perfetta: un live che è decisamente migliore di quello uscito a fine 2013, Live…Gathering In Their Masses, in quanto offre una panoramica più ampia del repertorio del gruppo e vede comunque all’opera una band più rodata. I

black sabbath the end deluxe

n The End i classici della band ci sono praticamente tutti, anche se in questa configurazione vengono da sempre presi in considerazione solo i primi dieci anni (e per la serata finale io un piccolo omaggio almeno al periodo con Ronnie James Dio lo avrei previsto, ma si sa che tra Ozzy ed il piccolo cantante americano non è mai corso buon sangue): i tre, aiutati dal tastierista Adam Wakeman (figlio di Rick, storico membro degli Yes) e dal poderoso batterista Tommy Clufetos, sono in serata di grazia, e suonano in maniera potente e fluida nello stesso tempo, con Iommi che si conferma ancora una volta una formidabile macchina da riff (e pure gli assoli sono da paura), Geezer Butler un bassista tonante ma dal fraseggio mai scontato e banale, quasi come se il suo fosse un altro strumento solista, mentre Ozzy è Ozzy, non cambia: non è mai stato un grande cantante, fa e dice le stesse cose da quasi cinquant’anni, ma ha un carisma indiscutibile e poi è comunque un simpaticone che copre eventuali magagne con la sua esuberanza (e comunque in questa serata è in palla anche lui). Rock duro potentissimo quindi, una colata di lava lunga due CD, ma con la creatività tipica delle band che hanno inventato questo tipo di suono: diciamo che, come già detto per il mancato omaggio a Dio, essendo la serata finale un’ospitata in un paio di pezzi per Ward ci poteva anche stare.

Black-Sabbath-The-End-of-The-End

https://www.youtube.com/watch?v=zY5nYmTUfnQ

Dopo il prevedibile inizio di Black Sabbath, in assoluto la canzone più inquietante del gruppo (ma con una parte finale in cui Tony fa i numeri), abbiamo la roboante Fairies Wear Boots, tutta giocata sulla chitarra di Iommi e sulla batteria granitica di Clufetos, e lo strepitoso medley Under The Sun/Everyday Comes And Goes, con Tony letteralmente scatenato. Durante il concerto vengono presi in esame brani da tutti di dischi con Ozzy alla voce, tranne Never Say Die! e, stranamente, 13: non dà tregua neppure la meno nota After Forever, con Osbourne che come d’abitudine canta seguendo il riff, oppure la potentissima Into The Void, dall’intro strumentale lunghissimo, mentre Snowblind (la neve di cui si parla non è esattamente quella che cade dal cielo) vede uno dei migliori assoli di Iommi. Il primo CD termina con il superclassico War Pigs, un pugno nello stomaco ma non privo di feeling, con la cupa ma fluida Behind The Wall Of Sleep e con un assolo di basso di Butler che sfocia in N.I.B., da sempre una delle mie preferite, granitica ma con un riff tra i più godibili del gruppo (e caspita se suonano) https://www.youtube.com/watch?v=Zxjz6VhUOr8 . Nel secondo dischetto troviamo altre sette brani che danno il colpo di grazia finale all’ascoltatore, con una menzione speciale per un fantastico  medley che comprende la classica Sabbath Bloody Sabbath e le rare Supernaut e Megalomania, l’applauditissima Iron Man https://www.youtube.com/watch?v=7-thChxjcVw , uno dei brani in cui l’arte “riffatoria” di Iommi tocca le vette più alte, ed il gran finale con una incredibile Dirty Women, dove Tony sembra avere dieci mani, la poderosa Children Of The Grave e l’immancabile chiusura con la travolgente Paranoid.

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https://www.youtube.com/watch?v=pTHeY0-P4MY

Qualche giorno dopo questo show, i nostri si sono riuniti agli Angelic Studios di Brackley (una cittadina non lontana da Oxford) per una session in cui hanno inciso in presa diretta altri cinque pezzi del loro repertorio passato, per quella che dovrebbe in teoria essere la loro ultima testimonianza in studio. The Angelic Sessions è il titolo del terzo CD del box (ma è anche la parte audio nel CD incluso nell’edizione DVD – o BluRay – mentre quella con solo 2CD è l’unica a parte il box che contiene il concerto in versione audio, ma omette le Angelic Sessions…se siete confusi non siete i soli) e presenta nell’ordine The Wizard, che sarà anche per l’uso dell’armonica ma ha perfino elementi blues (ok, hard blues), la cadenzata Wicked World che vede chitarra e basso suonati all’unisono, Sweet Leaf che è un filo ripetitiva (ma Iommi comunque non perde un colpo), e si chiude con la solida Tomorrow’s Dream e con Changes, una delle rare ballate dei nostri. La storia del rock è piena zeppa di finti addii, ma questa volta l’epopea dei Black Sabbath sembra davvero arrivata al capolinea, e se sarà così con The End i nostri si saranno congedati, come dicono gli inglesi, “on a high note”.

Marco Verdi

Best Of 2017: Alcuni Siti Musicali Internazionali. American Songwriter, NPR Music, Paste, Pitchfork, Pop Matters

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Ultima puntata dedicata al meglio del 2017 in musica (mancherebbe la mia “appendice” sui migliori dischi dell’anno, ma conto di pubblicarla nei prossimi giorni), serve anche, o soprattutto, per segnalarvi qualche titolo interessante per i vostri ascolti che poteva esservi sfuggito, e qualcosa si trova sempre. Comunque considerando che nell’insieme, peraltro ormai da qualche anno, non è che i gusti del Blog coincidano molto con la cosiddetta stampa specializzata, ma visto che ci rivolgiamo sia al colto che all’inclito, c’è spazio per tutti. I vari siti riportatati hanno diritto solo ai primi cinque posti delle liste di fine anno, tanto più o meno i titoli, scontati e “bruttarelli” aggiungo io, sono sempre quelli. Fa eccezione solo il sito di http://americansongwriter.com/2017/12/american-songwriters-top-25-albums-2017-presented-daddario/ , uno dei pochi che leggo abbastanza regolarmente e che vi consiglio di visitare, qui ci siamo, molti li trovate nel Blog!

American Songwriter Top 10 Of 2017

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1. Margo Price, All American Made

https://www.youtube.com/watch?v=3W4-6R54xdg

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https://www.youtube.com/watch?v=ivYkyC8J29M

2. Jason Isbell & The 400 Unit, The Nashville Sound

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3. Angaleena Presley, Wrangled

http://discoclub.myblog.it/2017/05/24/a-parte-il-cognome-pericoloso-un-bel-dischetto-angaleena-presley-wrangled/

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4. Sharon Jones & the Dap-Kings, Soul Of A Woman

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5. JD McPherson, Undivided Heart And Soul

http://discoclub.myblog.it/2017/12/08/quando-il-vintage-diventa-alternativo-jd-mcpherson-undivided-heart-and-soul/

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6. The National, Sleep Well Beast 

http://discoclub.myblog.it/2017/09/07/musica-indie-di-classe-per-orecchie-mature-the-national-sleep-well-beast/

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7. Robert Plant, Carry Fire

http://discoclub.myblog.it/2017/11/15/il-vecchio-sciamano-si-e-un-po-perso-per-strada-robert-plant-carry-fire/

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8. St. Vincent, MASSEDUCTION

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9. Rhiannon Giddens, Freedom Highway

http://discoclub.myblog.it/2017/02/22/un-viaggio-affascinante-lungo-strade-per-la-liberta-rhiannon-giddens-freedom-highway/

https://www.youtube.com/watch?v=KUdNZ7kHea8

10. Kendrick Lamar, DAMN.

 

 

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NPR Top 5

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1. Kendrick Lamar – Damn.

2. SZA – CTRL

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3. Big Thief – Capacity

https://www.youtube.com/watch?v=oacUgWXrqwc

4. Sampha – Process

5. Lorde – Melodrama

 

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Paste Best 5 Albums Of 2017

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1. Jay Som – Everybody Works

https://www.youtube.com/watch?v=cRES6Af_Wyg

2. Kendrick Lamar – Damn.

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3. Father John Misty – Pure Comedy

https://www.youtube.com/watch?v=0trfwUJQbG4

4. Run The Jewels – Run The Jewels 3

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5. Courtney Barnett & Kurt Vile – Lotta See Lice

https://www.youtube.com/watch?v=c0_cqoKNOng

 

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Pitchfork Top 5 Best Albums 2017

1. Kendrick Lamar – Damn.

2. SZA – CTRL

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3. King Crule – The Ooz

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4. Kelela – Take Me Apart

5. Lorde – Melodrama

 

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Pop Matters Best Of 2017

1. Kendrick Lamar – Damn.

2. Lorde – Melodrama

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3. Fever Ray – Plunge

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4. Zola Jesus – Okovi

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5. LCD Soundsystem – American Dream

Questo passa il convento, alla prossima volta.

Bruno Conti

Una Splendida Notte Svedese Di Mezza Estate! Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Sweden 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Stockholms Stadion, Stockholm, Sweden July 3 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’ultimo episodio degli archivi live di Bruce Springsteen (in realtà nel frattempo ne sono usciti altri due, dei quali mi occuperò in seguito) torna negli anni ottanta, ma non è inerente né ad uno dei mitici concerti europei del 1981 (che ancora mancano dalla serie) né al celebrato tour di Born In The U.S.A., bensì ad una serata della tournée del 1988 nel vecchio continente, in seguito alla pubblicazione dell’album Tunnel Of Love. La scelta è sorprendente per due motivi: primo perché c’è già tra le uscite passate un documento di questo tour (L.A. Forum, Aprile 1988) e poi perché questa serie di concerti è forse ad oggi la più criticata di tutte quelle che il Boss ha intrapreso con la E Street Band, in quanto lo vedevano meno esplosivo del solito, più trattenuto nelle performance, quasi come se le atmosfere intimiste di Tunnel Of Love avessero influenzato anche il suo modo di porsi dal vivo (e la serata di Los Angeles riflette in pieno questo stato delle cose, infatti è una delle meno imperdibili della serie). Nella parte europea del tour qualcosa però era cambiato, Bruce era più sciolto, le scalette più vicine ai gusti del pubblico, ed uno degli apici di quella serie di serate fu senz’altro quella del 3 Luglio a Stoccolma, di cui all’epoca fu mandato in onda per radio un estratto (anche in Italia, ed io ricordo nitidamente la sera in cui mi ero sintonizzato all’ascolto): questo triplo CD offre per la prima volta la serata intera, e devo dire che la performance è strepitosa, all’altezza di quelle leggendarie del nostro, quasi come se fosse stata registrata in un altro tour (allora possedevo un bootleg dello show di Torino, e l‘intensità della prestazione era più simile a quella di Los Angeles che a quella svedese https://www.youtube.com/watch?v=rvmZQB5tUoc ).

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https://www.youtube.com/watch?v=4aLRyzxETKc

Quasi tre ore e mezza di grande rock’n’roll, con il nostro che dà meno spazio al suo ultimo album dell’epoca ed offre una panoramica su tutta la sua carriera fino a quel momento (ignorando però i primi due album), aggiungendo diverse chicche. Il concerto in realtà parte maluccio, con i suoni sintetizzati della mediocre Tunnel Of Love (gratificata però da un ottimo assolo chitarristico), ma si risolleva subito con una energica cover di Boom Boom (John Lee Hooker), con il muro del suono fornito dalla sezione fiati presente on stage, e da una Adam Raised A Cain davvero potente. The River arriva forse troppo presto, anche se è sempre un immenso piacere ascoltarla, ed il brano che la segue, All That Heaven Will Allow, è uno dei migliori di quelli tratti da Tunnel Of Love. Dall’allora ultimo album vengono comunque prese meno canzoni del solito, oltre alle due già citate, soltanto altre tre: la gradevole Brilliant Disguise, la trascinante Spare Parts, unico “rocker” del disco, e soprattutto la magnifica Tougher Than The Rest, da sempre uno dei pezzi che preferisco del Boss. Born In The U.S.A. è ancora fresco di successo, e Bruce ne suona una buona parte, ben sette brani su dodici, tra cui una roboante Cover Me, una title track più coinvolgente che mai e la spesso sottovalutata, ma bellissima, Downbound Train. Altri highlights di una serata speciale sono l’inedita e splendida Roulette (altri brani presenti fra quelli all’epoca non pubblicati, ma più “normali”, sono Seeds, I’m A Coward e Light Of Day, che è sì potente ma non è una grande canzone), le sempre trascinanti Because The Night (con un grande Nils Lofgren) e Cadillac Ranch, due pezzi che vorrei sempre sentire in un concerto del nostro, ed una Born To Run insolitamente per sola voce, chitarra ed armonica.

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https://www.youtube.com/watch?v=XBjyssboSfU

Un capitolo a parte sono le cover: se War non mi ha mai entusiasmato né nella versione di Bruce né in quelle “originali” di Edwin Starr e dei Temptations, la dylaniana Chimes Of Freedom è una meraviglia, anche meglio dell’originale di Bob (all’epoca questa rilettura uscì su un EP dal vivo di quattro canzoni); c’è anche uno sguardo al passato, con un’energica Who Do You Love di Bo Diddley ed una toccante Can’t Help Falling In Love di Elvis Presley. Finale pirotecnico ed entusiasmante a tutto rock’n’soul con Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd), Quarter To Three (Gary U.S. Bonds) e la solita esplosiva Twist And Shout, quattro brani sparati uno in fila all’altro senza pause, un concentrato irresistibile di feeling, energia e grande musica, che da solo vale il prezzo. Alla prossima, con la serata inaugurale del tour con la Seeger Sessions Band.

Marco Verdi

Prima Di Vulcani, Squali E Margaritas…C’Era Solo Jimmy! Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1

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Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1 – Mailboat CD – Deluxe CD/DVD

Nonostante la copertina e la veste grafica potrebbero farlo pensare, questo Buried Tresure Vol. 1 non è un bootleg, ma una collezione di tesori letteralmente spuntati dal nulla risalenti agli esordi di Jimmy Buffett, dagli anni settanta di uno dei cantautori più popolari negli USA. E’ successo che, quando qualche anno fa il famoso produttore di Nashville Buzz Cason (che tra l’altro è quello che ha fatto firmare a Buffett il primo contratto discografico) ha venduto il suo studio di registrazione alla nota country singer Martina McBride, è spuntato uno scatolone con dentro ben 125 registrazioni inedite di Jimmy, risalenti al biennio 1969-1970, ed effettuate a Mobile in Alabama ed a Nashville, una mole impressionante di materiale che è stato giudicato meritevole di pubblicazione, al fine di documentare la parte iniziale della carriera del songwriter americano. E Buffett è stato dunque coinvolto in prima persona, nella scrematura dei pezzi, nella produzione ed anche per il fatto di aver prestato la sua voce narrante (odierna) per brevi ed interessanti aneddoti raccontati tra una e l’altra delle undici canzoni finite su questo primo volume, che prende per ora in esame esclusivamente le sessions di Mobile, prodotte da Travis Turk (responsabile anche dei primi due album pubblicati da Buffett) e Milton Brown.

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https://www.youtube.com/watch?v=vzKqXK8Wseg

Ed il disco è sorprendentemente godibilissimo, e dico sorprendentemente in quanto i due lavori di esordio di Jimmy, Down To Earth e High Cumberland Jubilee, erano abbastanza lontani dal livello che il nostro terrà per il resto della carriera. Qui invece viene prepotentemente fuori il Buffett songwriter, con canzoni nella maggior parte dei casi mai più riprese in seguito (tranne che in tre casi), ma che io avrei visto bene su qualsiasi album del nostro: le performances sono quasi tutte acustiche, solo Jimmy voce e chitarra, mentre in due pezzi c’è una scarna backing band, capeggiata dal chitarrista Rick Hirsch, in seguito con i Wet Willie, lo stesso Turk alla batteria e Bob Cook al basso. Le parti narrate non sono per nulla pesanti, tranne forse l’introduzione nella quale Jimmy si dilunga un po’, e servono benissimo a presentare le canzoni che, ripeto, sono una sorpresa: mi ero avvicinato a questo disco quasi per puro completismo, ma devo dire che l’ascolto mi ha convinto pienamente. Per esempio già nell’avvio di Don’t Bring Me Candy (che in veste diversa sarà anche il suo primo singolo), una folk song con la chitarra suonata con grande forza e la voce già formata, e con una bella melodia che contiene i germogli del Buffett futuro. Jimmy dice (ed è vero) che in questo brano si sente fortissima l’influenza di Gordon Lightfoot, del quale viene subito proposta la nota The Circle Is Small, un pezzo tipico dello stile del cantautore canadese, una fluida ballata di grande spessore melodico, rifatta molto bene dal nostro. C’è anche un’altra cover, nientemeno che il superclassico dei The Mamas And The Papas California Dreamin’, cantata dal vivo alle sette del mattino in un bar durante un breakfast concert (!), una versione coinvolgente anche se acustica e con il pubblico che aiuta Jimmy con il famoso botta e risposta voce-coro.

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https://www.youtube.com/watch?v=ycKakWhiG5Q

I Can’t Be Your Hero Today, la seconda della canzoni riprese in seguito, è pura e cristallina, così come Rickety Lane, altro delizioso slow con la chitarra arpeggiata delicatamente ed un motivo gentile; The Wino Has Something To Say è tenue, toccante, con una melodia matura ed il profumo dei brani del folk revival anni sessanta, The Gypsy è vigorosa e solida (ma il nastro si interrompe bruscamente) ed anche Hopelessly Gone è decisamente vibrante e priva delle incertezze tipiche di un esordiente. I due brani con la band sono una splendida versione alternata di Abandoned On Tuesday (secondo rarissimo singolo di Jimmy), una country song semplice ma melodicamente perfetta, con il nostro che aveva già molto dello stile che conosciamo (ricorda un po’ il John Denver meno commerciale), mentre Simple Pleasures ha un mood quasi tra calypso e bossa nova, con l’influenza di Fred Neil (come confermato da Jimmy nell’introduzione), e Hirsh che ricama di fino sullo sfondo. Chiusura con la scherzosa Close The World At Five, che rivela già una delle tematiche preferite da Buffett, cioè il dolce far niente, argomento ripreso negli anni duemila con il singolo numero uno inciso insieme ad Alan Jackson It’s Five O’Clock Somewhere. Esiste anche una versione deluxe di questo primo volume, con un libro aggiuntivo ed un documentario di 20 minuti in DVD: a me basta la variante “povera”, in quanto c’è dentro comunque diversa ottima musica, ancora più gradita perché inattesa.

Marco Verdi

Non Se Ne Può Fare A Meno. Se Amate Tim Buckley (Ma Non Solo): C’Era Due Volte! Greetings From West Hollywood & Venice Mating Call

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Tim Buckley – Greetings From West Hollywood – Edsel

Tim Buckley – Venice Mating Call-  2CD Edsel

Di recente, per motivi che francamente mi risultano ignoti, visto che in teoria non c’era nessuna ricorrenza particolare da festeggiare (a parte forse il 70° Anniversario dalla nascita, ma era comunque a Febbraio), c’è stato un soprassalto di attività, peraltro graditissimo, legato alla eredità musicale di quel grandissimo musicista che risponde al nome di Tim Buckley. Oltre allo splendido cofanetto della Warner contenente tutti gli album di studio di cui vi abbiamo riferito di recente http://discoclub.myblog.it/2017/11/26/supplemento-della-domenica-la-ristampa-dellanno-cera-una-volta-tim-buckley-the-complete-album-collection/ , la Edsel ha ristampato anche Sefronia e Look At The Fool, oltre ad un box con quattro album dal vivo già editi in passato, che comprende anche Live At The Toubadour1969. E proprio ai concerti tenuti in quel fatidico settembre del 1969 al celebre locale californiano fanno riferimento i due album di cui ci occupiamo: si tratta di registrazioni “inedite” recuperate dai nastri originali dai produttori Pat Thomas e Bill Inglot, che pur avendo all’incirca lo stesso repertorio in entrambi i CD, non duplicano a livello di performances quelle già contenute nel Live al Troubadour del 1994.

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https://www.youtube.com/watch?v=7JhBzUme2N4

Buckley, oltre ad essere un artista innovativo, visionario ed unico, come testimoniano i suoi album di studio , era anche un formidabile performer in grado di mettere a frutto l’estensione e la timbrica della sua splendida voce, soprattutto nei concerti dal vivo dove era anche accompagnato da un band di tutto rispetto in grado di improvvisare all’impronta. E seppure di registrazioni di suoi concerti, per fortuna, ne sono uscite moltissime nel corso degli anni (come pure ritrovamenti di materiale di studio inedito http://discoclub.myblog.it/2016/11/23/correva-lanno-1967-tim-buckley-lady-give-me-your-key-the-unissued-1967-acoustic-sessions/), queste due, pur con l’avvertenza della ripetitività del repertorio, sono comunque interessantissime, sia per l’eccellente qualità sonora, non sempre così brillante in altri live della sua discografia, ma anche per il repertorio contenuto: insomma si tratta di materiale forse soprattutto per “maniaci” di Tim Buckley, ma pure chi si avvicina per la prima volta alla sua musica non mancherà di rimanere stupito dalla straordinaria versatilità di questo artista incredibile e mai troppo lodato per i suoi effettivi meriti di innovatore e ricercatore sonoro. Le registrazioni furono effettuate il 3 e 4 settembre del 1969, due set per ogni giorno, più quella che si presume essere stata una data di “riscaldamento”, probabilmente per testare la strumentazione, in uno dei pomeriggi antecedenti ai concerti ufficiali.

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https://www.youtube.com/watch?v=b54sto6t81w

La formazione che suona nel disco è eccellente (la stessa, ovviamente, del Live At Troubadour): Lee Underwood, chitarra elettrica e piano elettrico, John Balkin, basso, Carter Collins, congas e cimbali, e Art Tripp alla batteria; quindi non una formazione “rock” tipo quella successiva che verrà utilizzata per Greetings From L.A., ma neppure quella più “ricercata” ed elettroacustica di Dream Letter, che molti considerano il suo disco dal vivo migliore, direi un giusto mix delle due, senza indulgere troppo nel suono più sperimentale di Lorca o Blue Afternoon. Come la si voglia mettere, un gran bel sentire, Tim Buckley è forse ai suoi massimi livelli, e le versioni dei brani (9 in Greetings From West Holywood e 13 in Venice Mating Call) sono spesso molto lunghe e dilatate, dai 5 fino ai 10-12 minuti, ricche e godibilissime per quanto raffinate e ricercate. Gli intrecci tra l’acustica di Tim e l’elettrica di Underwood sono subito appunto “elettrizzanti” in Buzzin Fly (da Happy/Sad), come pure i vocalizzi di Buckley e quella voce già splendida e matura oltre ogni limite, a dispetto di un cantante che, non dimentichiamolo, aveva poco più di 22 anni all’epoca, il resto del gruppo segue nota per nota i due solisti e il concerto decolla immediatamente. Chase The Blues Away, in una versione di grande intensità, sarebbe uscita su Blue Afternoon solo a novembre di quell’anno, splendido qui il lavoro dell’elettrica di Underwood; I Had A Talk With My Woman sarebbe uscita su Lorca, addirittura solo nel 1970, ma Buckley la canta già come se fosse un brano abituale del suo repertorio, con la sua voce unica, utilizzata come fosse uno strumento aggiunto nella tavolozza sonora.

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https://www.youtube.com/watch?v=TY8FhXjDp8M

Anche la malinconica e delicata Blue Melody sarebbe uscita a breve su Blue Afternoon, mentre Nobody Walkin’ poi su Lorca, viene presentata in una versione di oltre 12 minuti, molto funky e sanguigna e che illustra il lato più carnale e ritmico dell’opera di Buckley, con Underwood che folleggia al piano elettrico, strumento che aveva appena riscoperto su richiesta dell’amico per quei concerti, ma dalla verve delle esecuzioni non si direbbe; anche Tim è in modalità da puro intrattenitore con la voce che sale e scende in modo vorticoso. Venice Mating Call è uno sketch sonoro strumentale improvvisato, breve e jazzato con Underwood ancora al piano; I Don’t Need It To Rain, già su Dream Letter ma in nessuno dei dischi di studio, è un altro brano di chiara impronta jazz, con la voce che viene spinta ai limiti, mentre il resto del gruppo improvvisa in chiave funky. Per Driftin’, una splendida ballata free form da Lorca, Underwood torna alla chitarra, mentre le atmosfere si fanno più sospese e sperimentali, con la voce sempre su tonalità quasi impossibili. A chiudere il primo dischetto, Greetings From West Hollywood, troviamo una versione di Gypsy Woman che è l’unica che non supera quella chilometrica di oltre dodici minuti presente su Happy/Sad, ma non ha nulla da invidiarle, con il basso di Balkin a guidare il groove del brano, mentre il resto della band improvvisa in piena libertà, anche se la chitarra è un po’ nascosta nel mixaggio.

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https://www.youtube.com/watch?v=buWRrlLplJE

Come avrete notato nessun brano dai primi due album “folk” che forse avevano un linguaggio sonoro diverso da quello sperimentato in questi concerti. Nel doppio Venice Mating Call, oltre a diverse canzoni in versioni comunque diverse da quelle di Greetings (era assai difficile che Buckley facesse un brano in modo simile nei diversi concerti) abbiamo anche una qualità sonora che mi pare superiore e forse pure l’esecuzione è più brillante, oltre a presentare alcuni brani assenti nell’altro live: per esempio, dopo una scintillante Buzzin’ Fly ecco una mossa e complessa Strange Feelin’ sempre con la voce spinta verso vette stellari, mentre il resto del repertorio è lo stesso dell’altro album (però le versioni di Blue Melody e Chase The Blues Away sono da incorniciare e preservare per i posteri) , ma nel secondo CD, appaiono una rara (I Wanna) Testify, mai apparsa in nessun disco ufficiale di Buckley, oltre nove minuti di pura goduria sonora, per non parlare dell’uno-due splendido di due  brani sofisticati e unici come la notturna Anonymous Proposition e la sperimentale Lorca, non ancora portata alle estreme conseguenze della versione di studio, ma già di non facile assimilazione, pura improvvisazione, molto giocata sulle percussioni di Carter e sulla chitarra elettrica jazzy di Underwood. A completare l’esecuzione praticamente completa di Lorca, un disco che sarebbe uscito solo nel maggio del 1970, vengono eseguite anche versioni già rifinite e stimolanti di I Had A Talk With My Woman, uno dei brani più vicini al Buckley storyteller dei primi album, dolce ed avvolgente, non troppo dissimile da quella dell’altro Live. e poi di nuovo funky e impetuoso in una travolgente Nobody Walkin’ con Underwood ancora al piano elettrico, molto diversa e più breve di quella su Greetings Form West Hollywood. Se ne può fare a meno se amate Tim Buckley? Per i vostri portafogli temo di no!

Bruno Conti