Un Gruppo Ormai Tra I Migliori In Circolazione! Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland

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Tedeschi Trucks Band – Live From The Fox Oakland – Fantasy/Universal 2CD/DVD

Nata dalle ceneri della Derek Trucks Band, e formata da Derek Trucks, grande chitarrista di scuola Allman (nipote tra l’altro del recentemente scomparso Butch Trucks http://discoclub.myblog.it/2017/01/27/lultima-testimonianza-di-un-grande-batterista-great-caesars-ghost-with-butch-trucks/ ) insieme alla moglie, la cantante e chitarrista Susan Tedeschi, la Tedeschi Trucks Band è un gruppo in costante ascesa, che migliora di disco in disco, e penso che si possa affermare che, dopo tre album di studio e due live, è oggi uno dei migliori acts a livello mondiale. Un esordio buono ma non eccezionale nel 2011 (Revelator), al quale aveva fatto seguito due anni dopo il più riuscito Made Up Mind e, lo scorso anno, l’eccellente Let Me Get By, un grande disco di southern rock come si usava fare negli anni settanta, ma con la band che palesava uno stile proprio che si rifaceva anche al suono di gruppi come Derek & The Dominos, Delaney & Bonnie ed a quel meraviglioso carrozzone che erano i Mad Dog & Englishmen guidati da Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2016/01/27/unoretta-pure-delizie-sonore-anche-piu-nella-versione-deluxe-tedeschi-trucks-band-let-me-get-by/ . In mezzo, un album dal vivo splendido, Everybody’s Talkin’ (2012), che mostrava che on stage la band, libera dai vincoli di studio, era veramente capace di suonare qualsiasi cosa. Oggi il gruppo è cresciuto ancora, è ulteriormente maturato, ed è migliorata anche l’intesa tra i molti membri (ben dodici), e questo si palesa alla grande in questo nuovo disco dal vivo, Live From The Fox Oakland, un doppio fantastico che supera anche il già bellissimo Everybody’s Talkin’ http://discoclub.myblog.it/2012/05/20/grande-musica-rock-70-s-style-tedeschi-trucks-band-everybody/ .

Registrato lo scorso 9 Settembre al Fox Theatre di Oakland, California, questo doppio CD con accluso DVD ci presenta una band in stato di grazia, guidata da un chitarrista (Trucks) che non esito e definire tra i migliori (se non il migliore) della sua generazione (magari a pari merito con Joe Bonamassa, ma superiore, ad esempio, a Kenny Wayne Shepherd), un axeman dotato di grandissima tecnica ma anche decisamente creativo e con un feeling enorme; Susan, poi, è una sparring partner perfetta: dotata di un’ottima voce, grintosa ma sensuale all’occorrenza, è anche lei una notevole chitarrista, quasi una sorta di novella Bonnie Raitt (anche se la rossa californiana è ancora qualche gradino più su). Il resto del gruppo, a partire dalla voce solista maschile di Mike Mattison (ex DTB) è un treno in corsa, con una menzione particolare per il tastierista Kofi Burbridge (fratello di Oteil), il basso preciso di Tim Lefebvre, la doppia batteria di Tyler Greenwell e J.J. Johnson e la sezione fiati di tre elementi, che dona ulteriore colore, e calore, ad un suono già di per sé ricco di sfumature. Live From The Fox Oakland presenta le solite differenze nella tracklist tra CD e DVD, anche se devo dire che per una volta è più completo il supporto audio, sebbene solo nella parte video trovino spazio due brani che da soli valgono parte del prezzo richiesto, e cioè una bellissima versione del classico country di George Jones Color Of The Blues (già cantato da Susan lo scorso anno con John Prine nell’album di duetti di quest’ultimo) ed una gradevole You Ain’t Going Nowhere di Bob Dylan eseguita in maniera informale nel backstage e con Chris Robinson come membro aggiunto.

Ma veniamo al concerto: si parte con la potente Don’t Know What It Means, chitarra wah-wah di Derek, fiati, poi entra il resto della band, con Susan che intona una delle melodie più dirette di Let Me Get By, specie nel ritornello, un modo decisamente adatto ad aprire la serata, in cui Trucks fa sentire subito di che pasta è fatto, ed un assolo di sax molto free che ci porta verso una versione scintillante di Keep On Growing (proprio dal classico unico album di Derek And The Dominos), lunga, fluida, dal suono caldo e con Derek che “claptoneggia” alla grande; Bird On The Wire è un sentito omaggio a Leonard Cohen (che all’epoca del concerto era ancora tra noi), una rilettura decisamente soul, quasi gospel, ancora calda e profonda, e cantata in maniera strepitosa da Susan: quasi un’altra canzone. Within You, Without You, proprio il brano di George Harrison incluso in Sgt. Pepper, non mi ha mai entusiasmato, e neppure questa versione con la chitarra al posto del sitar mi convince a cambiare idea, per fortuna dura poco e confluisce nella tonica Just As Strange, un’altra rock song dal suono pieno ed “allmaniano”, con Susan che più va avanti e meglio canta; Mattison non è la Tedeschi, ma se la cava egregiamente nella bella Crying Over You, uno dei pezzi migliori dell’ultimo album, un errebi colorato dai fiati e con la solita prestazione maiuscola di Derek, qui doppiato alla grande dall’organo di Burbridge, per la serie ca…spiterina se suonano! Il primo dischetto termina con la lunga ed intensa These Walls, che ospita il musicista indiano Alam Khan al sarod per un momento di quiete, e con la magistrale Anyhow, molto anni settanta, un vero pezzo di bravura da parte di tutti, un brano disteso e liquido, con uno splendido pianoforte e la solita chitarra spaziale.

Il secondo CD si apre con la deliziosa Right On Time, quasi un brano dixieland, davvero godibile e che mostra la versatilità della TTB; un po’ di sano rock-blues con Leavin’ Trunk (di Sleepy John Estes, ma Taj Mahal, con Jesse Ed Davis Ry Cooder alle chitarre, ne faceva una versione strepitosa), che vede il gruppo compatto e granitico come al solito ed un Derek stratosferico; Don’t Drift Away è una sontuosa ballata ancora soul-oriented, e qui è Kofi al piano ad offrire una prova da applausi. La mossa e vibrante I Want More è un errebi di gran classe, al livello delle cose migliori di Aretha Franklin e, come ciliegina, il brano termina con una ripresa del classico di Santana Soul Sacrifice, tra le cose più belle dello show, un tour de force che da solo vale il disco (ma come suona Derek? Sembra che abbia dieci mani…). Un po’ di sano blues è quello che ci vuole, e I Pity The Fool (Bobby Bland) è il classico pezzo giusto al momento giusto: ottimo uso dei fiati e band che suona in modo sciolto e con la solita classe. Il doppio termina con Ali, un classico di Miles Davis che è anche un perfetto pretesto per improvvisare partendo dal giro melodico originale, divagando in maniera totalmente libera, un altro momento di puro godimento sonoro, e con Let Me Get By, altra fluida e vibrante rock ballad, che chiude il concerto ancora con sonorità tra, rock, soul, gospel e blues. Un live album imperdibile, per un gruppo che è ormai una delle realtà più cristalline nel mondo del southern rock, e non solo.

Marco Verdi

Un’Altra Bella Coppia, Musicale. John Ginty Feat. Aster Pheonyx – Rockers

john ginty feat. aster pheonyx

John Ginty Feat. Aster Pheonyx – RockersAmerican Showplace Music                

Forse il nome John Ginty non dirà molto ai più, ma il nostro amico non è un novellino: in pista da più di 20 anni Ginty, che suona organo, piano e altre tastiere, appariva già negli anni ’90 in tutti i dischi di Neal Casal (e anche in quelli degli anni 2000), come pure in Strangers Almanac dei Whiskeytown, con i Blind Boys Of Alabama, nella prime versioni della Family Band di Robert Randolph, ha suonato anche in Shaman di Carlos Santana, nel primissimo disco di Dana Fuchs Lonely For A Lifetime, con Kathleen Edwards: io personalmente lo ricordo come produttore e musicista insieme a Todd Wolfe e con le Court Yard Hounds, con Albert Castiglia, e moltissimi altri, insomma un bel CV. Ha registrato anche alcuni album a nome suo, tra cui un buon doppio dal vivo Fireside Live, e recentemente ha deciso di unire le forze con Aster Pheonyx, che al di là di nome e cognome bizzarri (credo una storpiatura di un personaggio dei Manga giapponesi), ha già un album al suo attivo, pubblicato nel 2011. Il risultato, come si può forse intuire, per certi versi, ricorda quello dell’accoppiata Bonamassa/Beth Hart, con un tastierista al posto di un chitarrista (ma pure le 6 corde nel disco si apprezzano), la citata Dana Fuchs, e anche, andando indietro nel passato, Brian Auger & Julie Driscoll, visto che l’organo è spesso lo strumento solista. Ad esempio nei due strumentali posti in apertura e chiusura di questo Rocker: The Shark, su un groove funky e corposo creato da Justine Gardner al basso e Maurice “mOe” Watson alla batteria, l’organo Hammond B3 di Ginty sembra quello di Auger ai tempi degli Oblivion Express https://www.youtube.com/watch?v=j_wbibie_wk , mentre nella conclusiva Rockers pare addirittura di ascoltare le evoluzioni prog-rock di Keith Emerson negli E L & P.

Il resto dei brani dell’album portano la firma unita di Ginty E Pheonyx e svoltano decisamente verso un rock-blues energico, ma di qualità, grazie alla bella voce di Aster, che a tratti rivaleggia con i nomi citati in precedenza, ma nella raffinata Mountains Have My Name pare emulare Susan Tedeschi, in un gospel-rock di grande intensità, grazie anche al tocco di classe di piano e organo, suonati magistralmente dal bravo Ginty. Altrove il rock è decisamente più energico, come nella vorticosa Lucky 13, ancora con le svisate dell’organo ben controbilanciate comunque dalle chitarre tirate di Mike Buckman e Jimmy Bennett, e pur sempre con elementi soul ben presenti. Entrambi nativi del New Jersey, Ginty ha scoperto Aster mentre cantava in un bar di Asbury Park (!?!), e i due hanno creato una bella alchimia, come confermano i brani dell’album: dalla gagliarda Believe In Smoke, molto vicina al sound della Fuchs, a Target On The Ground, con un bel dualismo piano elettrico/urgano e un’aria soul che ricorda addirittura lo stile raffinato di Janiva Magness, e pure Captain Hook mixa lo stile della Tedeschi con quello di Beth Hart (con cui condivide anche una passione per i tauaggi), con ottimi risultati. Mr. Blues tiene fede al suo nome https://www.youtube.com/watch?v=7gxeipAjq8Y , su un vorticoso giro creato dall’organo, si inseriscono chitarre dal suono rock e grintoso, e la voce sempre soulful della Pheonyx che mantiene il suo aplomb, mentre Ginty sfoggia un prodigioso solo di organo degno dei grandi dello strumento.

Dopo uno strano intermezzo con un DJ di una radio locale, l’album ci presenta uno dei brani più “morbidi”, una bella ballata pianistica come Priscilla, dove si apprezza ancora la calda vocalità di Aster, di nuovo molto vicina a Susan Tedeschi (e per affinità vocale anche a Bonnie Raitt) https://www.youtube.com/watch?v=cMySu3zgs3c , con Ginty che si cimenta anche alla Melodica. Electric si regge parimenti sulla forte attitudine vocale della ragazza, forgiata da anni di musica on the road e non da qualche improbabile talent show, con John che al solito fa i numeri all’organo, ben spalleggiato in questo caso da un bel lavoro della chitarra in modalità slide. Manca solo Maybe If You Catch Me, dove si vira quasi verso uno stile decisamente jazzy, da torch singer, per confermare la validità e la varietà di questo album, dove una bella voce convive con un pugno di ottimi musicisti che ne evidenziano la qualità con classe e mestiere. Se mi sono spiegato bene ed avete afferrato il genere, e lo amate, non lasciatevi sfuggire questo Rockers, potrebbe rivelarsi una bella sorpresa.

Bruno Conti

Recuperi Di Fine Stagione: Un Altro Album Di Duetti, Molto Meglio Del Primo! John Prine – For Better, Or Worse

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John Prine – For Better, Or Worse – Oh Boy CD

Sono sempre stato un grande estimatore di John Prine, uno dei più brillanti cantautori americani degli ultimi quaranta anni che, ad inizio carriera, ha pagato oltremisura il fatto di essere stato inserito dai media nella categoria dei “nuovi Dylan”, una specie di bacio della morte per gli artisti in questione (penso ad Elliott Murphy, Steve Forbert o Dirk Hamilton *NDB Anche Sammy Walker, che forse era quello che assomigliava di più al vecchio Bob) al quale l’unico ad essere sopravvissuto alla grande (nel senso di aver avuto successo di pubblico e commerciale) è stato Bruce Springsteen. Prine ha comunque sempre proseguito per la sua strada, costruendosi un bello zoccolo duro di fans, con il sue stile pacato ma profondamente ironico, e la sua capacità di scrivere grande canzoni con pochi accordi, attingendo al suo background folk e country. Ma John non è mai stato considerato un country artist vero e proprio, i suoi dischi andavano oltre le categorizzazioni (The Missing Years del 1991, uno dei suoi lavori più belli in assoluto, era invero abbastanza rock): il primo disco totalmente country John lo ha pubblicato nel 1999, In Spite Of Ourselves, un album nel quale collaborava con una serie di colleghe ed amiche, nella più pura tradizione dei duetti country tra uomo e donna (ed i brani erano tutte covers di classici). In Spite Of Ourselves era un buon disco, ma a mio parere non un grande disco: mancava la scintilla, la zampata, ed i duetti erano più o meno proposti in maniera scolastica e senza guizzi particolari, rendendo l’album un esercizio alla lunga abbastanza sterile.

A distanza di diciassette anni Prine decide di dare un seguito a quel disco, ma For Better, Or Worse è tutta un’altra cosa: c’è più passione, più convinzione, ed anche più feeling, e le alchimie fra John e le sue partners funzionano alla grande, facendo di questo album uno dei migliori country records dell’anno (e ve lo dice uno che non ama alla follia i dischi di duetti). Prine è in buona forma, la voce è diventata più fragile, un po’ per l’età ma anche per i seri problemi di salute che ha avuto (pare superati al meglio), ma la differenza la fanno proprio le performances delle cantanti invitate a far parte del progetto, tra l’altro in numero maggiore rispetto al precedente episodio (undici contro nove, e con solo due di loro in comune nei due dischi: Iris DeMent e la moglie Fiona Prine). Di nuovo il repertorio è costituito da covers (l’ultimo album di Prine con canzoni nuove risale ormai al 2005, il peraltro bellissimo Fair & Square), e John è assistito alla produzione dal veterano Jim Rooney, e con un’ottima band, che comprende tra gli altri il fedele (a John) chitarrista Jason Wilber, il noto steel guitarist Al Perkins e l’ottimo pianista Pete Wasner, un gruppo con un suono molto classico e discreto, senza interventi sopra le righe, anche perché giustamente le protagoniste del disco sono le voci di John e delle sue colleghe.

Il CD si apre con Who’s Gonna Take The Garbage Out, in origine un duetto tra Ernest Tubb e Loretta Lynn, proprio con la DeMent ospite (perché non proprio la Lynn invece? Dopotutto è ancora viva ed in ottima forma), una country song pimpante e fresca, con un bel contrasto tra la voce limpida di Iris e quella segnata dal tempo di John. Storms Never Last è un brano di Jessi Colter la cui versione originale era proposta con il marito Waylon Jennings: qui c’è Lee Ann Womack, ed il pezzo, una western ballad coi fiocchi, è riletta in maniera molto pacata dal duo. La tenue Falling In Love Again (Don Williams) vede la brava Alison Krauss al microfono, che impreziosisce la dolcissima melodia con il suo timbro cristallino; Color Of The Blues, di George Jones, è il capolavoro del disco, uno scintillante honky-tonk con una splendida Susan Tedeschi, che si adatta invero in maniera straordinaria ad un genere che non è il suo, al punto che mi viene da chiedermi come sarebbe tutto un disco country da parte sua. La brava Holly Williams si alterna con John nella frizzante e godibile I’m Tellin’ You, uno swing d’altri tempi che originariamente era cantato da sua nonna, Audrey Williams, moglie del grande Hank. Remember Me (Scott Wiseman) vede l’intervento di Kathy Mattea, una delle voci più belle tra quelle coinvolte nel progetto, per un brano malinconico e molto cantautorale, ma dal pathos notevole, mentre Look At Us, con Morgane Stapleton (moglie di Chris), è un honky-tonk che più classico non si può, anche se forse è il pezzo più recente tra quelli presenti, essendo parte del songbook di Vince Gill.

Dim Lights, Thick Smoke And Loud, Loud Music, pezzo che ha avuto decine di versioni, da Flatt & Scruggs a Dwight Yoakam (qui c’è Amanda Shires, l’attuale signora Isbell) , è ancora gustosa e swingata, una delle più mosse del CD, e molto bella è anche Fifteen Years Ago (Conway Twitty), ancora con la Womack protagonista. Cold Cold Heart è la canzone più famosa tra quelle presenti, essendo uno dei superclassici di Hank Williams, e John la interpreta in maniera rigorosa in compagnia di Miranda Lambert; anche Dreaming My Dreams è molto nota, una ballata tra le più belle di Waylon Jennings, con ancora la brava Kathy Mattea ad alternarsi con Prine. Kacey Musgraves è una delle country-rockers più dinamiche tra le emergenti del panorama attuale, e la vivace Mental Cruelty, di Buck Owens, è perfetta per lei, mentre Mr. & Mrs. Used To Be, ancora di Tubb & Lynn ed ancora con Iris DeMent, è un altro country tune terso e profondamente melodico, con un eccellente Wasner al piano. Il CD si conclude con la fluida My Happiness (Jim Reeves), nella quale John è raggiunto dalla moglie Fiona (che non è una cantante professionista ma se la cava egregiamente), e con Just Waitin’, un pezzo tra i meno noti di Hank Williams, che vede John chiudere in solitudine, con un talkin’ ironico che sembra più un brano suo che un classico del grande Hank.

Se In Spite Of Ourselves non vi aveva convinto del tutto, fate vostro senza problemi questo For Better, Or Worse, è tutta un’altra cosa. Adesso però mi piacerebbe rivedere John Prine alle prese con un album composto interamente da lui.

Marco Verdi

Eric Clapton & Guests – Crossroads Revisited. Dopo I DVD Ecco Il Cofanetto Triplo Con I CD!

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Eric Clapton And Guests – Crossroads Revisited – 3 CD Rhino/Warner

Questo cofanetto esce ora anche in formato CD, e quindi a eventuali fans di Eric Clapton (e di tutti gli altri grandi artisti coinvolti) si pone il quesito se si debbano eventualmente ricomprare, per collezione, anche questa edizione in un formato diverso dai DVD e Blu-Ray in cui erano stati pubblicati in origine, ma il manufatto, peraltro molto bello esteticamente, come vedete qui sopra, e con un prezzo contenuto, si rivolge anche a quella platea che non ama il formato video come supporto di queste uscite (e vi assicuro che, stranamente, sono molti). Quindi ben venga pure questa versione audio, ancorché delle varie edizioni, quella del 2013, era già uscita in un doppio CD,  sia pure solo con una selezione di brani estratti da quel concerto. Quindi direi che ora ci manca solo Neil Young che ne faccia la versione in Pono. Per completare la disamina dei contenuti in questo caso parliamo di una selezione di pezzi scelti dagli eventi del 2004, 2007 e 2010, e anche 2013, per cui bando alle ciance e vado a (ri)ascoltare e rivedere (come ripasso) cosa troviamo in questi favolosi festival della chitarra. Sotto trovate la tracklist completa dei contenuti:

[CD1]
1. Sweet Home Chicago Eric Clapton, Robert Cray, Buddy Guy, Hubert Sumlin, & Jimmie Vaughan (2004)
2. Rock Me Baby Eric Clapton, Buddy Guy, B.B. King, & Jimmie Vaughan (2004)
3. Steam Roller James Taylor with Joe Walsh (2004)
4. What The Cowgirls Do Vince Gill with Jerry Douglas (2004)
5. After Midnight J.J. Cale with Eric Clapton (2004)
6. Green Light Girl Doyle Bramhall II (2004)
7. Hell At Home Sonny Landreth with Eric Clapton (2007)
8. City Love John Mayer (2004)
9. Funk 49 Joe Walsh (2004)
10. Drums Of Passions (Jingo) Carlos Santana with Eric Clapton (2004)
11. Cause We’ve Ended As Lovers Jeff Beck (2007)
12. Have You Ever Loved A Woman (Blues In C) Eric Clapton (2004)
13. Layla Eric Clapton (2004)

[CD2]
1. Little By Little Susan Tedeschi with The Derek Trucks Band (2007)
2. Poor Johnny The Robert Cray Band (2007)
3. Paying The Cost To Be The Boss B.B. King with The Robert Cray Band, Jimmie, Vaughan, & Hubert Sumlin (2007)
4. Tulsa Time Sheryl Crow with Eric Clapton, Vince Gill, & Albert Lee (2007)
5. On The Road Again Willie Nelson with Sheryl Crow, Vince Gill, & Albert Lee (2007)
6. Isn’t It A Pity Eric Clapton (2007)
7. Belief John Mayer (2007)
8. Mas Y Mas Los Lobos (2007)
9. Big Block Jeff Beck (2007)
10. Presence Of The Lord Steve Winwood & Eric Clapton (2007)
11. Cocaine Eric Clapton (2004)
12. Waiting For The Bus/Jesus Just Left Chicago ZZ Top (2010)
13. Don’t Owe You A Thing Gary Clark Jr. (2010)
14. Bright Lights Gary Clark Jr. (2010)

[CD3]
1. Our Love Is Fading Sheryl Crow with Eric Clapton, Doyle Bramhall II, & Gary Clark Jr. (2010)
2. Lay Down Sally Vince Gill with Sheryl Crow, Keb Mo , Albert Lee, James Burton, & Earl Klugh (2010)
3. Space Captain Derek Trucks & Susan Tedeschi Band with Warren Haynes, David Hildago, Cesar Rosas, & Chris Stainton (2010)
4. Hammerhead Jeff Beck (2010)
5. Five Long Years Buddy Guy with Jonny Lang & Ronnie Wood (2010)
6. Hear My Train A Comin’ Doyle Brahmhall II (2010)
7. Dear Mr. Fantasy Steve Winwood & Eric Clapton (2010)
8. Born Under A Bad Sign Booker T. with Steve Cropper, Keb’ Mo’, Blake Mills, Matt “Guitar” Murphy, & Albert Lee (2013)
9. Everyday I Get The Blues The Robert Cray Band with B.B. King, Eric Clapton, & Jimmie Vaughan (2013)
10. Please Come Home Gary Clark Jr. (2013)
11. Tumbling Dice Vince Gill with Keith Urban & Albert Lee (2013)
12. I Shot The Sheriff Eric Clapton (2010)
13. Crossroads Eric Clapton (2013)

L’apertura è affidata ad uno dei super classici del blues, parliamo di Sweet Home Chicago, con Eric che incrocia subito la sua chitarra con Robert Cray, Hubert Sumlin, Jimmie Vaughan e Buddy Guy, che è anche la voce solista, ed è subito goduria estrema, in una jam da brividi, anno 2004, come quasi tutto il primo CD. Vi segnalo solo i brani più interessanti, ma ce ne sono ben 40 nel triplo, e tutti validi: Rock Me Baby, con il vecchio B.B. King in gran forma, che si unisce a Guy e Vaughan, è in una grande versione, e anche James Taylor, in versione bluesman, alle prese con Steamroller, con Joe Walsh alla chitarra, è una bella sorpresa. Le varie serate, oltre al blues e al rock, che fanno la parte del leone, ospitano anche altri stili, per esempio il country di What The Cowgirls Do con Vince Gill che canta ( e suona, capperi se suona!) e Jerry Douglas che lo spalleggia da par suo al dobro, mentre After Midnight, è “genere” JJ Cale, e il suo autore inizia a cantare e suonare, poi arriva Eric. Hell At Home, anno 2007, con Clapton che accompagna il maestro della slide Sonny Landreth; Drums Of Passions (Jingo) è l’incontro con il latin rock di Carlos Santana, in un duello titanico di soliste, con Eric che poi lascia il palcoscenico a Jeff Beck per una splendida Cause We’ve Ended As Lovers, il tributo a Roy Buchanan dal concerto del 2007. A seguire Clapton sale al proscenio con due suoi cavalli di battaglia, una lunghissima Have You Ever Loved A Woman, il brano più lungo del triplo CD e Layla, la più bella canzone mai scritta da Enrico (ma anche Presence Of The Lord, che però è legata alla voce di Steve Winwood).

Il secondo CD si apre con il rock got soul eccitante di Little By Little, cantata da Susan Tedeschi, accompagnata dalla Derek Trucks Band, annata 2007, dallo stesso anno una eccellente Paying The Cost To Be The Boss, di nuovo B.B. King, con Robert Cray, Hubert Sumlin e Jimmie Vaughan. Ottima anche la versione, tutti insieme appassionatamente, di Tulsa Time, Sheryl Crow, Eric Clapton, Albert Lee e Vince Gill, che rimangono poi per accompagnare Willie Nelson in On The Road Again. Altro momento topico una splendida versione di Isn’t It A Pity, il bellissimo brano di George Harrison, cantato dal padrone di casa, che inchioda anche un assolo magnifico. Gagliardi anche i Los Lobos con Mas y mas e John Mayer che con Belief dedicata a BB King, dimostra di non essere solo un belloccio, ma anche un grande chitarrista. Jeff Beck viene da un altro pianeta, e in Big Block ci introduce per la prima volta ai grandi talenti della allora giovanissima bassista Tal Wilkenfeld. A questo punto c’è Presence Of The Lord con Winwood che cede all’inizio il microfono a Clapton, poi scatenato al wah-wah e pure Cocaine, di nuovo dall’annata 2004, non è male come canzone, potrebbe avere successo.

Gli ZZ Top dal vivo sono sempre micidiali, il medley Waiting For The Bus/Jesus Just Left Chicago del 2010 lo testimonia, Billy Gibbons non ha più voce ma alla chitarra se la “cava” ancora. Come pure Gary Clark Jr. con l’uno-due di Don’t Owe You A Thing e Brights Light, uno dei nuovi talenti. Terzo CD che si apre con Sheryl Crow Our Love Is Fading, poi Lay Down Sally, Vince Gill, di nuovo la Crow, e per il reparto chitarre Keb’ Mo’, Albert Lee, James Burton e Earl Klugh.  Bellissima Space Captain, l’omaggio a Joe Cocker, con Derek Trucks e Susan Tedeschi Band insieme a Warren Haynes, David Hildago, Cesar Rosas e Chris Stainton. Jeff Beck (presente in tutti e tre i CD) in Hammerhead e Buddy Guy, con Jonny Lang e Ron Wood, in Five Long Years, strapazzano le chitarre da par loro. E Steve Winwood dimostra di essere anche un grande chitarrista con una versione siderale di Dear Mr. Fantasy, insieme a Clapton, che rimane anche per una notevole Everyday I Have The Blues, guidata da Robert Cray, di nuovo con BB King e Jimmie Vaughan, uno dei cinque pezzi estratti dall’annata 2013. Ricorderei altri due altri classici di Clapton, I Shot The Sheriff, dal 2010, e a chiudere il tutto, non poteva mancare, una potente versione di Crossroads! Ma sono belle tutte, ripeto, anche quelle non citate. Una annata non male per uno che si è “ritirato”, il disco nuovo di studio, fra poco il Live con JJ Cale, e ora anche questo.

Bruno Conti

Un’Oretta Di Pure Delizie Sonore (Anche Di Più Nella Versione Deluxe)! Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

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Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By – Fantasy/Universal CD o Deluxe 2CD 29-01-2016

Anche se in alcuni siti e riviste è stato già recensito, la data ufficiale di uscita del nuovo disco della Tedeschi Trucks Band Let Me Get By è il 29 gennaio (e il 5 febbraio, in Europa, per la versione Deluxe doppia), quindi ne parliamo nell’immediatezza della pubblicazione che sarà in questo fine settimana. Si tratta solo del terzo disco di studio della band, oltre al bellissimo doppio Live: Everybody’s Talkin’ del 2012: potrebbe essere quello della consacrazione, anche se pure i precedenti Revelator Made Up Mind avevano avute ottime critiche ed erano entrati nelle Top 20 delle classifiche di vendita americane, ma questo nuovo album sembra avere quel quid in più. Derek Trucks non fa più parte dell’Allman Brothers Band, che si è sciolta, e quindi ha più tempo per il gruppo di famiglia, che è la diretta prosecuzione della Derek Trucks Band che aveva operato dal 1997 al 2010, e utilizza anche un paio di musicisti che avevano fatto parte del primo gruppo. Susan Tedeschi, la moglie di Derek, con una eccellente carriera solista alle spalle, è la vocalist del gruppo, ma anche Mike Mattison nel nuovo album, oltre ad essere presente come co-autore di parecchi brani, è utilizzato come voce solista in un paio di canzoni.

Canzoni che sono proprio quelle che sembrano fare la differenza rispetto ai dischi passati (che peraltro al sottoscritto erano piaciuti parecchio, infatti non a caso Made Up Mind era entrato nella mia lista dei migliori del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/23/grande-chitarrista-grande-cantante-altri-nove-ottimi-musicis/): infatti il nuovo album sembra ancora più organico e le canzoni, che al solito spaziano nei vari generi cari alla band, dal rock al blues, dal soul al gospel, aggiungiamo R&B, funky e jazz e otteniamo tutto lo spettro sonoro che è possibile ascoltare in questo Let Me Get By, perfettamente amalgamato, ma allo stesso tempo lasciando percepire tutte le componenti che confluiscono nel sound finale https://www.youtube.com/watch?v=VgKNleCaTcs . Si diceva delle canzoni che sembrano più organiche, ancora meglio costruite che in passato, con spazio per melodia e grooves, la solita quota di improvvisazione dedicata a Derek Trucks, meno accentuata che in passato e che sicuramente verrà ampliata nelle esibizioni live, per cui occupiamoci proprio delle canzoni, con una track by track completa dell’album.

Prima di tutto vediamo il secondo disco della Deluxe Edition, che in questo caso è quella da aversi, sia per la confezione, come per i contenuti e anche per il prezzo contenuto, se mi passate il gioco di parole, meno di quanto vengano fatte pagare abitualmente le edizioni speciali singole con una o due bonus (sto ancora imprecando per il prezzo assurdo del nuovo Elton John in uscita il 5 febbraio, che costerà 5 o 6 euro in più, per 2 brani extra). Nel caso di Let Me Get By nel secondo CD abbiamo ben otto tracce aggiunte: 3 versioni demo alternative di brani contenuti nell’album, un inedito Satie Groove, una cover di Oh! You Pretty Things, la canzone di David Bowie e tre pezzi dal vivo registrati al Beacon Theatre di New York Laugh About It, I Pity The Fool Keep On Growing, quasi 45 minuti di musica).

Passiamo ai brani del disco:

Anyhow, firmata dal trio Trucks/Tedeschi/Mattison si avvale della presenza di Doyle Bramhall II, alla chitarra e alle armonie vocali, e si apre con la vocalità soffusa di Susan e con la slide di Derek per poi trasformarsi in una bellissima canzone, calda ed avvolgente, tipica del songbook della bionda signora Tedeschi, sempre più brava come cantante, a tratti sensuale in altri languida, in altri ancora travolgente, con un perfetto phrasing che si integra con le armonie vocali di Mattison Mark Rivers, il contrappunto dei tre fiatisti, Kebbi Williams, Maurice Brown Saunders Sermons, gli svolazzi del piano e dell’organo di Kofi Burbridge, fino alla conclusione strumentale dove la chitarra slide di Trucks disegna un assolo dei suoi, grazie anche al poderoso supporto della sezione ritmica di Tim Lefevbre, bassista di pregio che continua una teoria di grandi musicisti che si sono succeduti negli anni nel suo ruolo, e la doppia batteria di J.J. Johnson Tyler Greenville, così abbiamo nominato tutti i musicisti di questa grande band che giustamente viene considerato uno dei migliori ensemble in assoluto attualmente in circolazione nel mondo.

Laugh About It, scritta coralmente dai principali componenti, tra blues e soul di Memphis, è un altro esempio della maestria dei nostri, sezione fiati avvolgente, armonie vocali deliziose, chitarra e tastiere che a tratti si distinguono, la voce ancora stupenda e poi gran finale strumentale con Trucks che lavora di fino su un arrangiamento complesso e ricco di groove, già provato dal vivo, come dimostra il bonus disc.

Don’t Know What It Means è decisamente più funky, tra clavinet e wah-wah si viaggia su ritmi decisamente più sincopati, nel giusto equilibrio degli assetti, con Derek Trucks che fa quello che Duane Allman faceva in molte tracce classiche di soul primi anni ’70, pennellate di classe su un telaio solido e finale super funky con la band in gran spolvero.

Right On Time, scritta da Trucks Mattison, che la canta in coppia con la Tedeschi, è più cadenzata, a tratti jazzata e di scuola new Orleans, grazie anche alla tromba con sordina di Sermons e al pianino insinuante di Burbridge, che contribuisce ad una atmosfera quasi vaudeville grazie anche alla Resonator Guitar di Trucks; forse un episodio minore, gradevole ma non memorabile.

Let Me Get By, ancora un frutto collettivo della band, grazie alla vocalità calda di Susan a tratti ricorda alcune cose di Bonnie Raitt, alla cui voce la Tedeschi assomiglia in modo impressionante, ma mantiene gli spunti funky-rock grazie ad un assolo di organo Hammond di Burbridge che si situa tra Jimmy Smith Brian Auger, poi il resto lo fanno le chitarre di Trucks, taglienti ed espressive come di consueto, soprattutto in modalità slide.

Just As Strange, scritta dai coniugi Trucks insieme a Doyle Bramhall, è un duetto tra Susan e sé stessa, che si sdoppia nei due canali dello stereo, con un suono più elettroacustico, senza fiati, e con una quota blues più marcata, anche se la band rolla sempre di gusto.

Crying Over You, cantata da Mike Mattison, è soul music anni ’70, tra Philly Sound e le ultime propaggini pre-disco di Stax e Motown, oltre ai fiati c’è anche una sezione archi e Mattison canta con voce melliflua e suadente sui coretti dei background vocalist e con i soliti inserti solisti di Trucks e Burbridge, molto coinvolgente e con un gran finale strumentale dove la band innesta ancora la quinta e ci diverte con le sue improvvisazioni, soprattutto un Derek Trucks veramente incontenibile alla chitarra. Brano che poi diventa Swamp Raga for Holzapfel, Lefebvre, Flute and Harmonium, un breve intermezzo pastorale tra John Fahey e musica orientale, con il nostro alla 12 corde acustica e Kofi Burbridge al flauto.

Hear Me è la classica ballata che ti aspetti in un disco così, dolce e suadente è la voce di Susan Tedeschi, per un brano tra soul e pop, mi ha ricordato alcune delle cose migliori dello Stevie Wonder più ispirato dei primi anni ’70, con la chitarra slide di nuovo Allmaniana di Trucks a punteggiare le deliziosi evoluzioni vocali della consorte, bellissima canzone,

I Want More con un piglio decisamente più rock, grazie al drive di batteria e fiati, potrebbe ricordare certe cose del “soul bianco” della grande Janis, e le chitarre, che qui sono tre, Tedeschi, Trucks Doyle Bramhall, co-autore con Mattison del pezzo, viaggiano alla grande, sembra anche un pezzo alla Delaney & Bonnie o del Clapton amante delle soul revue, altra gran canzone con coda strumentale travolgente.

Si chiude con In Every Heart, altra lunga ballata, oltre i sei minuti, con una intro di fiati che ricorda certe cose simil New Orleans della Band, per poi diventare una magnifica deep soul ballad dal profondo Sud dei loro studi Swamp Raga di Jacksonville, Florida, dove è stato registrato il disco. Inutile dire che Susan Tedeschi la canta divinamente e Derek accarezza la sua slide per un doppio struggente, e ricco di tecnica, assolo nella parte centrale e finale.

Gran disco!

Bruno Conti

Giovani Talenti Si Affermano! Samantha Fish – Wild Heart

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Samantha Fish – Wild Heart – Ruf Records/Ird 07-07-2015

Recentemente, recensendo l’ultimo disco di Laurence Jones http://discoclub.myblog.it/2015/05/05/lo-shakespeare-del-blues-magari-laurence-jones-whats-it-gonna-be/ , avevo tirato in ballo anche tutti gli altri giovani, perlopiù inglesi, che sono suoi compagni di etichetta alla Ruf, ma il nome di Samantha Fish, in parte a ragione, visto che è americana, Kansas City, la sua città di origine, non era stato fatto tra i talenti da tenere d’occhio https://www.youtube.com/watch?v=zDvhSGtaRBs . Rimedio, subito dopo l’ascolto di questo Wild Heart, che mi pare veramente un ottimo disco di rock-blues e dintorni. Già i primi due, Runaway (http://discoclub.myblog.it/2011/09/14/giovani-talenti-crescono-samantha-fish-runaway/)  e Black Wind Howlin’, entrambi prodotti da Mike Zito https://www.youtube.com/watch?v=0dO0tmBO9vQ , sembravano dei buoni dischi, ma, sempre per citarmi, concludevo la recensione del primo disco (che leggete al link) così: “ Globalmente la ragazza se la cava brillantemente e le consiglierei di insistere su quello stile rock and soul dei due brani citati all’inizio” (uno dei due, una cover di Lousiana rain di Tom Petty). Non solo la brava Samantha ha insistito ma ha allargato la sua linea d’orizzonte sonoro a ballate alla Susan Tedeschi e Bonnie Raitt, ma anche a brani decisamente tirati, che suonano molto rock & roll, grazie alla presenza della seconda solista di Luther Dickinson, che è pure il bassista e produttore di Wild Heart, ed in alcuni brani rispolvera il vecchio gusto per il rock-blues del periodo in cui suonava con i Black Crowes (e quindi per proprietà transitiva un sound à la Stones e Led Zeppelin). Sicuramente contribuisce pure la presenza alla batteria di Brady Blade, uno che ha una lista di collaborazioni impressionante, dai Dukes di Steve Earle agli Spyboy di Emmylou Harris, ma anche Indigo Girls, Buddy Miller, Anders Osborne e Tab Benoit.

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Proprio con quest’ultimo e Tommy Castro, la Fish ha condiviso il Six Strings Down Tour, vera palestra di miglioramento per lei e alla riuscita del disco contribuiscono anche le locations dove sono stati incisi i vari brani, dai Brady Studios di Shreveport, Lousiana, gli Ardent e i Royal Studios di Memphis; Tennesse, nonché il Zebra Ranch dei North Mississippi Allstars, ognuno ha contribuito a donare quell’atmosfera che caratterizza i vari brani. Si parte sparatissimi con Road Runner, con un dualismo slide/solista che spinge subito il brano verso una grinta rock-blues che mancava nei dischi precedenti, grazie anche alle ottime armonie vocali di Shontelle Norman-Beatty e Risse Norman, di nuovo presenti con belle armonizzazioni nella ballata sudista Place To Fall, che non ha nulla da invidiare a certi brani di Susan Tedeschi (forse solo la voce, certo  la Fish è migliorata, ma non fino a quel punto, il resto è un dono di natura) e anche la lap steel di Dickinson è fondamentale nell’atmosfera sonora della canzone, di grande coinvolgimento emotivo https://www.youtube.com/watch?v=an9g70oklvk . Blame In On The Moon, con un ritmo diddleyano, le solite slide e steel di Luther, aggiunte alla solista della Fish, confermano la qualità di questo brano, grande impianto sudista ribadito nella jam finale, mentre Highway’s Holding Me Now, con il basso pompato di Dickinson, una chitarra acidissima e la voce grintosa, ha quello spirito rock tra Crowes e Zeppelin citato prima.

Go Home viceversa è una bellissima ballata di stampo quasi acustico, ricca di belle melodie e con un arrangiamento sontuoso, tipo le cose migliori della Raitt, che ribadisce la crescita della Fish anche come autrice (tutti suoi i brani, meno le due cover): una Jim Lee’s Blues Pt.1, a firma Charley Patton, un blues arricchito dal mandolino di Dickinson e dalla seconda chitarra di Lightnin’ Malcolm, altro compagno di avventura della brava Samantha. Turn It Up, con il volume delle chitarre alzato a manetta, ricorda quel sound alla Black Crowes citato in apertura, con le due soliste che si fronteggiano gagliardamente su un groove quasi kudzu blues https://www.youtube.com/watch?v=VBi-JvFvlaw . Anche Show Me, l’unico brano dove non c’è Dickinson, non abbassa la tensione sonora, sempre quasi minacciosa e pronta ad esplodere in scariche chitarristiche micidiali alla Jimmy Page https://www.youtube.com/watch?v=8jlmEw2FALE . Poi riaffiora il lato più gentile e ricercato, nella lunga Lost Myself, nuovamente impreziosita dalla lap steel del NMA nel finale in crescendo del brano, con la title-track Wild Heart, di nuovo un violentissimo boogie-rock zeppeliniano di grande impatto e ricco di riff,  con accenni di jam chitarristiche, riservate per l’eccellente Bitch On The Run, altro ottimo esempio di rock-blues quasi stonesiano con i due che si lasciano andare https://www.youtube.com/watch?v=31Tg95EuDTA . L’ultimo brano è l’altra cover, I’m In Love With You, scritta da Junior Kimbrough, un insolita ballata acustica e gentile per l’inventore dell’Hill Country Blues, assolutamente deliziosa e che chiude in gloria un disco veramente bello. Esce ufficialmente il 7 luglio, ma lo trovate già in circolazione.

Bruno Conti

Quelle Brave (E Anche Belle) Non Bastano Mai! Sena Ehrardt – Live My Life

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Sena Ehrardt – Live My Life – Blind Pig

Sena Ehrardt fa parte delle nuove generazioni del blues, quelle che hanno probabilmente assorbito le loro influenze tramite la famiglia, non per nulla nei due dischi precedenti il chitarrista della band e co-autore di parecchi brani era il babbo Edward, gran chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=2FZV7lFdE90 . Lo stesso che nella sua infanzia ed adolescenza l’aveva portata a vedere i concerti di musicisti come BB King, Koko Taylor, i Fabulous Thunderbirds, tutti di passaggio nella sua nativa Minneapolis. Anche se poi, secondo le sue stesse parole, a scatenare la decisione di diventare una musicista è stato un concerto di Luther Allison (uno che dal vivo è sempre stato considerato una sorta di controparte nera di Springsteen, per l’incredibile intensità e durata dei suoi concerti). Ma a cementare questa decisione sono apparsi anche personaggi come Susan Tedeschi o Jonny Lang. Diciamo che sin dall’esordio nel 2011, con Leave The Light On, Sena si è rivelata vocalist di pregio e buona autrice, anche se non suona nessuno strumento, è in possesso di una voce agile e coinvolgente, diciamo della categoria delle Beth Hart o Dana Fuchs, pur non avendo quella potenza vocale. La sua casa discografica le ha affiancato, prima Jim Gaines, per il secondo album All In, ed ora David Z, per questo Live My Life. Come ho scritto molte volte si tratta di due produttori, al di là della fama e dei musicisti con cui hanno lavorato, soprattutto il secondo, che non mi hanno mai fatto impazzire per il tipo di suono che realizzano nei loro dischi.

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Anche in questo caso David Z, in parecchi brani, impone questa patina radiofonica, ma per una volta, in lunghi tratti, il suo lavoro non mi dispiace https://www.youtube.com/watch?v=uyxJhwm63Rg . Affiancata da un gruppo dove spicca il suo collaboratore, chitarrista, fidanzato e spalla musicale, non necessariamente nell’ordine, Cole Allen, la Ehrardt ci propone un disco di rock, blues, pop e soul, con una netta preponderanza del primo, ma con abbondanti razioni anche degli altri tre e qualche occasionale caduta di stile. Il suono all’inizio è vivo, pimpante ed elettrico, come dimostra subito Stakes Have Gone Up, firmata dal tastierista Bruce McCabe, un buon esempio di contemporary blues (che non è una parolaccia), con un sound che può ricordare certe cose di Robert Cray o del primo Jonny Lang, ma anche delle sue citate controparti femminili Tedeschi, Fuchs e Hart, bella voce, la chitarra di Allen subito tagliente, ritmica sul pezzo, tastiere non invadenti, tutto ben miscelato.Things You Shouldn’t Need To Know è anche meglio, ancora più bluesata, scritta in coppia dalla Ehrardt (un nome che è uno scioglilingua) e da Allen, con un sostanzioso contributo dalla slide di Smokin’ Joe Kubek che inchioda un assolo fumante https://www.youtube.com/watch?v=Z5XdkR2p7f4 . Slow Down è proprio il vecchio classico di Larry Williams, un brano che è stato cantato anche dai Beatles, una via di mezzo tra R&R e blues, qui modernizzato su tempi rock’n’soul, sia pure leggermente snaturato e reso quasi irriconoscibile, con risultati finali comunque non malvagi, grazie a Cole Allen, che è chitarrista di pregio e sostanza e alla buona vocalità di Sena https://www.youtube.com/watch?v=-exNr2mapm0 .

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Help Me Through The Day è un vecchio brano di Leon Russell, una ballata di buon spessore dove David Z comincia ad inserire qualche tastierina non ancora troppo fastidiosa, ma la solita chitarra porta a casa il risultato. Fin qui tutto bene, ma Live My Life vira verso un funky rock più commerciale e di maniera, molto radiofonico, sembra un brano anni ’80 di Pat Benatar, fin nell’assolo di Allen che replica quelli di Neil Giraldo; anche Chilled To The Bone è un rock-poppettino teleguidato da David Z (però nella versione unplugged https://www.youtube.com/watch?v=eF_FFXCjdss, ormai il blues è un lontano ricordo e puree Too Late To Ask cantata a due voci con Cole Allen, rimane da quelle parti, ricordando molto le ultime cose di Jonny Lang, non proprio le più esaltanti. Everybody Is You è funky allo stato puro, molto seventies, anche se non memorabile, assolo escluso, ma quando tutto sembra prendere questa brutta china sbuca dal nulla una cover di If Trouble Was Money di Albert Collins che è un grande slow blues, dove sia la Ehrardt che Cole Allen, e anche Bruce McCabe alle tastiere, dimostrano tutto il loro valore, discreto il rocker Did You Ever Love Me At All, un altro duetto dei due piccioncini e non male anche la conclusiva Come Closer, con qualche elemento country. La stoffa e la voce ci sono, la ragazza ha anche dalla sua una notevole avvenenza, bionda, occhi azzurri, ma musicalmente non sempre tutto è di mio gradimento,  però come sempre trattasi di parere personale.

Bruno Conti

Grande Chitarrista, Grande Cantante, Altri Nove Ottimi Musicisti (E Qualche Amico): Che Disco! Tedeschi Trucks Band – Made Up Mind

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Tedeschi Trucks Band – Made Up Mind – Sony Masterworks

Sarà un caso che il disco esca per il ramo Masterworks della Sony, quello dedicato alla musica classica? Ovviamente no, in quanto l’album è già un piccolo “classico” nel suo genere. Già ma quale genere? Direi rock, blues, soul (tra Stax e Motown, con una spruzzata Muscle Shoals), funky e jazz, quindi di tutto un po’. Come facevano Delaney & Bonnie & Friends (con Eric Clapton) più di 40 anni fa. Ma la musica non risente del tempo che passa, anzi, come il buon vino, migliora. La fusione dei gruppi di Derek Trucks e della moglie Susan Tedeschi, che all’inizio poteva sembrare un azzardo, si è rivelata una mossa azzeccata: al di là del fatto che sicuramente non deve essere facile mantenere e portare in giro una band di 11 elementi, i risultati, prima con Revelator nel 2011, poi con l’eccellente doppio dal vivo Everybody’s Talkin’, che esplorava il lato più improvvisativo del gruppo e ora con questo eccellente Made Up Mind, confermano che la Tedeschi Trucks è una delle migliori entità musicali attualmente in circolazione sull’orbe terracqueo.

Come dice il titolo, un grande chitarrista, Derek Trucks, soprattutto alla slide, degno erede di Duane Allman e che rivaleggia con Ry Cooder per la maestria all’attrezzo, ma ottimo chitarrista anche complessivamente, nel lato ritimico e solista, e anche come compositore. Una grande cantante, Susan Tedeschi, in possesso di una voce bellissima, roca e sensuale, dolce e potente al tempo stesso, degna erede di voci come quella di Bonnie Raitt, di cui in questo disco, leggo da qualche parte, si sarebbe affrancata dalle, diciamo, affinità elettive, manco si parlasse di madonna o kylie minogue, non di una delle più grandi cantanti e chitarriste bianche nell’ambito blues e rock e quindi si tratta di un complimento, non certo di una critica. Senza dimenticare gente come Bonnie Bramlett, tanto per non fare altri nomi, vera diva, con il marito Delaney, nell’arte di fondere soul, R&B e rock. Mi pare invece che le similitudini tra gli stili delle due Bonnie e Susan Tedeschi siano ancora più evidenziate in questo nuovo album, che è un disco di canzoni ancora più rifinite, ma al contempo fresche e frizzanti, rispetto ai predecessori.

Non dimentichiamo che la band ha anche una sezione fiati di tre elementi, piccola ma compatta, Maurice Brown alla tromba, Kebbi Williams al sax e Saunders Sermons al trombone, che si applica con profitto anche alle armonie vocali, doppia batteria, J.J. Johnson e Tyler Greenville, come nella band di zio Butch Trucks, quattro diversi bassisti, ma solo in l’occasione di questo CD, e alternati nei vari brani, dal vivo, per il tour, hanno annunciato, il nuovo addetto allo strumento,sarà Eric Krasno, presente nel disco come chitarrista aggiunto e autore, uno dei “friends”. Chi manca? Kofi Burbridge, il tastierista, anche ottimo flautista e i due vocalist aggiunti, Mike Mattison (già cantante della Derek Trucks Band e leader degli Scrapomatic, qui forse un po’ sacrificato) e Mark Rivers. Tutti costoro, se serve, si danno da fare anche alle percussioni e, soprattutto, ci regalano undici canzoni, una più bella dell’altra.

A partire dal boogie rock blues dell’iniziale title-track dove Derek Trucks si divide tra slide e wah-wah, la moglie innesta un ottimo ritmo alla seconda chitarra e canta all grande, mentre il pianino di Burbridge e i fiati aggiungono pepe alle operazioni, ottima partenza. Do I Look Worried, scritta con John Leventhal, uno dei tanti ospiti, è un mid tempo sincopato ed emozionale, perfetto esempio di quel blues-rock got soul che è uno dei manifesti del disco, un paio di soli brevi ed incisivi di Derek, contrappuntati alla perfezione dai fiati e dalla voce partecipe di Susan. idle Wind è scritta con Gary Louris dei Jayhawks, un brano elettroacustico, dall’arrangiamento complesso, quasi jazzato, con il flauto di Kofi Burbridge a farsi largo tra gli altri fiati, la doppia batteria molto felpata e le armonie vocali soffuse, un perfetto esempio di jazz & soul revue, esplicato dall’assolo quasi modale di Trucks (la chitarra sembra quasi un sitar).

Sonya Kitchell (bravissima cantautrice) e il già citato Eric Krasno scrivono il super funky di Misunderstood, che con il suo clavinet e fiati, voci, chitarre wah-wah nel finale, organo e percussioni in libertà, sembra un brano dei tempi d’oro di Sly & Family Stone. Part Of me, scritta con Doyle Bramhall II e Mike Mattison, è anche meglio, pura Motown della più bella acqua, fino al falsetto fantastico di Sermons, che accoppiato con l’ottimo contralto di Susan, rievoca le armonie dorate di Tempations e Jackson 5, una piccola magia fin dalle chitarrine ritmiche e dalle sinuose linee della solista di Derek Trucks qui ispiratissimo, che trasporta parti del brano in zona Muscle Shoals, ovvero Stax, un matrimonio in Paradiso, in una parola, anzi due: una meraviglia!

Torna Louris come autore per una poderosa Whiskey Legs e qui le cose si fanno serie, la Tedeschi imbraccia la sua Gibson e risponde colpo su colpo alle bordate del marito Derek, in un brano di impianto rock-blues, dove anche l’organo si ritaglia i suoi spazi e che dal vivo probabilmente diventerà territorio di battaglia per gagliarde jam nella migliori tradizioni del genere, e del gruppo. La prima delle ballate del disco, It’s So Heavy, scritta da Trucks, ancora con Kitchell e Krasno, è un’altra meraviglia sonora, toccante ed emozionante, deep soul e melodia intrecciati, con i due solisti, Derek e Susan, in stato di grazia, lui alla chitarra e lei alla voce, a dimostrazione che la buona musica, quella genuina, è ancora viva e vegeta. All That I Need, con i suoi ritmi latini, vagamente santaneggianti, è nuovamente una collaborazione con Bramhall, brano forse (ma forse) minore, benché arrangiato sempre con precisione chirurgica, fiati, armonie vocali, tastiere, il tutto piazzato con cura nel tessuto sonoro del brano e le due “stelle” del gruppo che ricamano sull’insieme. Sweet And Low, l’altra ballata, è quasi più bella di It’s So heavy, malinconica e accorata, con la voce vellutata di Susan Tedeschi ancora una volta in spolvero, ma non c’è un brano dove non canti più che bene, quasi fosse un suo disco solista, accompagnata da una band da sogno e con una manciata (abbondante) di canzoni, tra i quattro e i cinque minuti, che rasentano la perfezione.

The Storm, scritta dai due con Leventhal, è l’unico pezzo che supera i sei minuti, e qui la coppia indulge nel proprio lato rock-blues e improvvisativo, dopo una lunga introduzione cantata da Susan, la parte strumentale imbocca anche percorsi jazz e jam, con le due soliste spesso all’unisono e Derek Trucks che fa i numeri di fino con la sua chitarra, sul solito tappeto di organo, fiati e una ritmica consistente, confermandosi uno dei migliori chitarristi attualmente in circolazione, come testimonia anche la sua militanza negli Allman Brothers. Qui c’è trippa per gli amanti della chitarra, dura 6 minuti e 35 ma dal vivo probabilmente si espanderà fino a quindici o venti. Finale minimale, acustico, solo la National steel di Derek, una seconda chitarra e la voce carezzevole e tenera di Susan per una dolce Calling Out To You. Per concludere, e anche questo non guasta, il disco è co-prodotto da Jim Scott (e non da Doyle Bramhall II, a parte un brano, come avevo erroneamente scritto nella anticipazione): è proprio quello di Wilco, Jayhawks, Court Yard Hounds, Crowded House e dei due dischi precedenti della band. Il sound è caldo, delineato, umano, respira con l’ascoltatore

Uno dei migliori dischi del 2013, fino ad ora, ma non ce ne saranno molti altri così belli.

Bruno Conti

Musica Dal Profondo Sud E Da New Orleans. Gran Bella Voce! Beth McKee – Next To Nowhere

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Beth McKee – Next To Nowhere – Swampgirl Music

Ho già incrociato la sua strada (come recensore per il Busca), un paio di volte:  la prima, molti anni fa, nella prima parte degli anni ’90, quando faceva parte delle Evangeline, un gruppo di New Orleans (ma lei è di Orlando, Florida) sotto contratto per la Margaritaville di Jimmy Buffett e con uno stile musicale intriso degli umori della Crescent City, quindi swamp music, cajun, country, roots e americana.

L’avventura non era finita bene, il gruppo si sciolse nel 1996 e da allora Beth McKee aveva fatto perdere le sue tracce. Poi, lentamente, nel corso degli anni, anche con lo stimolo e l’incoraggiamento del marito, Juan Perez, musicista pure lui, batterista per la precisione, ha ripreso la sua avventura nel mondo della musica incisa. In possesso di una bella voce (un giornalista della rivista Nashville Scene l’ha definita una “Bonnie Raitt giovane”), e di una notevole abilità musicale, suona piano, organo, synth, piano elettrico e accordion, riprende a incidere.

E qui avviene il secondo incontro con chi vi scrive, all’uscita del suo esordio da solista un I’m That Way dedicato alla musica di Bobby Charles, una delle leggende della musica di New Orleans. Un disco molto piacevole, tutte cover ma eseguite con gran classe e con lo sfoggio di una voce che è il suo migliore strumento e che la inserisce in quel filone dove navigano anche Susan Tedeschi, Kelley Hunt e altre cantanti di nicchia ma che regalano piaceri sopraffini agli amanti delle belle voci. Questo Next To Nowhere è il passo successivo: un album tutto di materiale originale firmato dalla stessa McKee con l’aiuto di alcuni dei musicisti che suonano con lei nell’album, tra i quali Tommy Malone dei Subdudes nella conclusiva Already Mine, ma che suona una tagliente slide guitar in parecchi brani dell’album.

Il nome dell’etichetta vi dice già che musica aspettarvi ma il suono è molto eclettico e variato: dall’errebi screziato di cajun della title-track con la fisarmonica della McKee a disegnare le sue evoluzioni tra chitarrine, tastiere e una sezione ritmica agile e preziosa. Ma anche l’eccellente funky meets Carole King di On The Verge (che poteva essere l’altro titolo del CD) dove appare anche una piccola sezione fiati, delle voci femminili che supportano alla grande la voce sicura della brava Beth e dei continui inserimenti di una solista intrigante. La successiva Shoulda Kept On Walkin’, quasi identica nel groove alla New Orleans con un organo hammond molto presente a destreggiarsi tra sax e ritmi sensuali. Not Tonight, Josephine fin dal titolo è un omaggio alle musiche e ai ritmi di Professor Longhair, di Fats Domino e degli altri grandi musicisti di quella città, con la stessa Mckee che si doppia nei due canali dello stereo per duettare con sé stessa mentre il suo pianino maliziosamente si impone nell’arrangiamento. Poi rincara la dose con una bellissima ballata come New Orleans To Jackson che si aggiunge ad una lista di brani dedicati alla città della Louisiana: un delizioso violino suonato da Jason Thomas impreziosisce l’arrangiamento mentre lei canta veramente come un incrocio tra “due giovani” Bonnie Raitt e Carole King, molto bello, le piccole delizie della musica di “culto”.

River Rush avrebbe fatto un figurone in Tapestry e la voce assume delle tonalità anche à la Joni Mitchell del periodo elettrico mentre coretti e piano elettrico duettano con la sua fisarmonica. Ma la nostra Beth sa anche maneggiare il blues elettrico e grintoso di un brano come Tug Of War dove la chitarra di Malone sale al proscenio. Someone Came Around è un un brano rock/R&B degno della migliore Susan Tedeschi (con o senza consorte al seguito), con un basso martellante, chitarre e piani impazziti nella migliore tradizione delle revue anni ’70. Same Dog’s Tail è nuovamente puro New Orleans Style con la bella fisa (correttore di bozze, occhio) della protagonista in evidenza. Return To Me scritta con i tre produttori dell’album è un’altra grintosa ballata dall’ampio respiro mentre la conclusione è affidata allo swamp blues della già citata Already Mine scritta con Tommy Malone e dove la McKee esegue un assolo “vecchio stile” al synth come non sentivo da secoli.

Non salverà le sorti della musica mondiale ma se cercate della bella musica non andate troppo lontano!

Bruno Conti 

Un Altro Grande Talento Che Non C’é Più! Sean Costello – At His Best Live

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Sean Costello – At His Best Live  – Landslide Records

Ultimamente mi è capitato spesso di occuparmi di “artisti che non ci sono più!”, Lester Butler e i suoi 13 (un-vero-peccato-ma-non-e-mai-troppo-tardi-13-featuring-leste.html) , Jeff Healey (un-adeguato-testamento-sonoro-jeff-healey-band-full-circle.html), ma anche Gary Moore (un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010.html) e a parte Healey si tratta di musicisti che ci hanno lasciato per problemi legati ad alcol o droga. Anche Sean Costello se ne è andato per una overdose, nel 2008, il 16 aprile, un giorno prima del suo compleanno. Avrebbe compiuto 29 anni! Un vero peccato, perché si trattava di un vero talento, di cui mi ero occupato per il Buscadero recensendo (se non ricordo male) un paio di suoi dischi.

Uno dei migliori chitarristi della sua generazione e, caso raro, anche un eccellente cantante, con un voce ora calda e suadente, nel repertorio vicino a soul e R&B, più rauca e vissuta quando si dedicava al Blues, forse l’unico a cui potrei avvicinarlo, di quelli ancora in circolazione, sia come stile e passione per i due generi, sia per le qualità vocali (ma Costello cantava anche meglio) direi che sia l’ottimo Tommy Castro. Nativo di Philadelphia ma cresciuto a Atlanta, Georgia (come ricorda lo speaker nell’intro al 1° brano), Sean ha iniziato la sua carriera discografica da giovanissimo, un altro enfant prodige che ha pubblicato il suo primo disco, Call The Cops, a 16 anni. Ma la fama è arrivata con la partecipazione, come chitarra solista, a Just Won’t Burn di Susan Tedeschi, con la quale, band al seguito, ha condiviso i palchi americani per un breve periodo facendo la giusta gavetta. Dal 2000 sono usciti altri 4 album a nome proprio, tutti molto buoni, che sono culminati nel 2008 con la pubblicazione del migliore di tutti, We Can Get Together, un disco veramente bello che fondeva le sue varie passioni, soul, blues e rock, unite ad una tecnica chitarristica eccezionale e una voce veramente coinvolgente.

E arriviamo a questo At His Best Live, che raccoglie materiale registrato nel corso della sua intera carriera, alternando brani di buona qualità sonora ad altri più ruspanti a livello sound, ma sempre notevoli per l’intensità della musica dal vivo. Si dice sempre che il meglio dei grandi musicisti (se c’è talento) si ascolta dal vivo e anche in questo caso non veniamo delusi. Dalla partenza Blues con il fulminante brano strumentale San-Ho-zay di Freddie King registrato nel 2000 passando per lo slow Blue Shadows (uno di quelli con suono “ruspante) registrato al locale di Buddy Guy a Chicago nel 2002 e nel quale lo spirito del titolare si impadronisce di Costello per un blues veramente torrido. E ancora, una formidabile T-Bone Boogie, registrata in Florida nel 2007, per non dire di una All Your Love di Magic Sam che fa rivivere lo stile del grande Bluesman di Chicago e dei suoi dischi per la Cobra e la Delmark. Ma c’è spazio per il funky di I get a feeling, uno dei cavalli di battaglia di Johnny Guitar Watson e l’errebi fantastico di Check It Out di Bobby Womack propelso da un giro di basso micidiale e in cui la voce di Sean Costello acquista coloriture “black” impressionanti e la chitarra scorre fluida e ricca di inventiva.

Bellissima anche Can I Change My Mind dove c’è spazio pure per l’organo di Matt Wauchope nell’accompagnare la voce super confidente di Costello. Suono ai limiti della decenza in You’re Killing My Love in cui Sean si cimenta con il repertorio di Mike Bloomfield, ma la chitarra viaggia alla grande. Stesso discorso per Reconsider Me, suono scarso ma grande performance. A Doing My Own Thing di Johnnie Taylor (altra passione mai nascosta) applica un trattamento alla Steve Marriott dei tempi d’oro degli Humble Pie, di cui ricorda moltissimo la voce, rock-blues ad altissima gradazione.

The Hucklebuck un duetto chitarra-organo pimpante può ricordare anche il sound di Ronnie Earl o Robillard a dimostrazione della sua ecletticità. Motor Head Baby è un altro brano di Johnny Guitar Watson notevole, peccato per il suono. Bellissima anche Hold On This Time un brano Stax scritto da Homer Banks per Johnnie Taylor, e qui si gode. The Battle Is Over But The War Goes On (che titolo!) non la ricordavo, ma siamo di nuovo in territori rock-blues con la chitarra tiratissima. Merita anche Peace Of Mind di Robert Ward dove anche il gruppo pompa alla grande dietro a voce e chitarra assatanate di Sean Costello. Si conclude con una Lucille ricca di energia. Se questo doveva essere il suo testamento sonoro dal vivo direi che, scontati i problemi tecnici di alcuni brani, ci ha lasciato della grande musica e il titolo del disco, per una volta, è conforme ai contenuti.

Bruno Conti