E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

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Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi

La Musica E’ Ottima, Ma Per I Testi Tappatevi Le Orecchie! Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler

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Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Torna ad un anno di distanza da Redneck Shit Wheeler Walker Jr., countryman del Kentucky tanto bravo musicalmente quanto sboccato nei testi http://discoclub.myblog.it/2016/04/25/testi-film-porno-musica-bellissima-wheeler-walker-jr-redneck-shit/ ; in realtà Walker non esiste, in quanto è l’alter ego del comico americano Ben Hoffman (un po’ quello che Tony Clifton era per Andy Kaufman), ma il suo talento come musicista è tale che potrebbe tranquillamente proseguire la carriera esclusivamente facendo dischi. Redneck Shit aveva molto fatto parlare si sé, sia per la musica, un outlaw country robusto, elettrico e pieno di ritmo, ma anche per i testi, esageratamente volgari al limite dell’imbarazzo, roba che avrebbe fatto arrossire uno scaricatore di porto, al punto che il disco aveva avuto un’anteprima in streaming sulla piattaforma hardcore Pornhub (e, credo, passaggi radiofonici vicini allo zero). Ol’ Wheeler è il secondo volume delle avventure musicali di Walker/Hoffman, e si conferma molto valido sia dal punto di vista musicale, sia scurrile da quello delle liriche, al punto tale che in America viene considerato quasi una parodia e venduto sia come “country album” che come “comedy album” (ed in copertina uno sticker rivendica quasi con orgoglio il fatto di essere bandito sia da Walmart che da Target che da Best Buy, ovvero le tre catene di vendita più importanti degli States).

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https://www.youtube.com/watch?v=rCC6Etx93-U

Sarà anche un comedy album, ma la musica in Ol’ Wheeler è terribilmente seria: il disco è prodotto, come il precedente, da Dave Cobb, uno che ultimamente lavora come un matto ma sempre in progetti di qualità, ed in studio troviamo gente tosta come Leroy Powell alla chitarra e steel, Brian Allen al basso e Chris Powell alla batteria. Niente violini, mandolini e banjo, solo sano country elettrico e robusto, ad un livello che tanti musicisti professionisti non riescono a raggiungere, mentre per quanto riguarda i testi…beh su quelli stenderei un velo, e badate bene che non mi considero affatto un bacchettone (a proposito, mi scuso in anticipo per i titoli delle canzoni che mi accingo a scrivere, ma come si dice, ambasciator non porta pena). L’iniziale Pussy King è più rock che country, il ritmo è spezzato e le chitarre dure e tignose, ma il brano non è il massimo ed un po’ troppo di grana grossa, senza particolari guizzi. Decisamente meglio Fuckin’ Around, un puro country alla Waylon Jennings, con la doppia voce femminile di Kacey Walker che rende ancora più sconcia l’atmosfera (ma in realtà è la nota country-rocker Nikki Lane nella parte dell’ex moglie di Walker), mentre Puss In Boots è ancora migliore, gran ritmo, refrain godibilissimo, chitarre e piano in grande spolvero e Wheeler che canta con piglio da veterano (testo osceno a parte); la breve Finger Up My Butt velocizza ancora di più il ritmo, un quasi bluegrass elettrico e divertentissimo, che non fa star fermo il piede neanche per un attimo: l’inizio incerto è già dimenticato.

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https://www.youtube.com/watch?v=Mx4IjDVLE2o

Ma il nostro sa destreggiarsi anche nelle ballate, e Summers In Kentucky è una di quelle: motivo fluido e disteso, grande feeling, e se non ascoltate le parole vi sembrerà di avere di fronte qualche oscura outtake degli anni settanta (e nei brani lenti il contrasto tra la musica ed il testo è ancora più stridente); con Drunk Sluts andiamo addirittura nei sixties, un country alla Flying Burrito Brothers di grande impatto, con quell’aria cosmica tipica di Gram Parsons (che però mai si sarebbe sognato di cantare parole del genere): una delle migliori del CD. Ain’t Got Enough Dick To Go Around è un gustoso honky tonk perfetto per i camionisti texani, If My Dick Is Up, Why Am I Down? (davvero, provo quasi imbarazzo a scrivere frasi simili, seppur in inglese) riporta il disco in area Sweetheart Of The Rodeo, dimostrando che dal punto di vista musicale il nostro conosce i classici alla perfezione. Il disco si chiude con Small Town Saturday Night, tra country e rockabilly, gran ritmo e chitarre al vento (uno come Dale Watson ne andrebbe orgoglioso), l’intenso slow Pictures On My Phone, una ballata decisamente bella nonostante il testo da censura, e con Poon (che sarebbe un modo non troppo gentile di chiamare l’organo femminile di una teenager), un brano dal delizioso sapore western morriconiano. Se Wheeler Walker Jr. si mettesse in testa di scrivere canzoni “normali”, potrebbe tranquillamente diventare uno dei leader del nuovo movimento Outlaw Country insieme a Chris Stapleton, Jamey Johnson e compagnia bella (è molto più bravo di Shooter Jennings, tanto per fare un esempio), ma così, pur essendo musicalmente ai confini dell’eccellenza, rischia di essere classificato per sempre come una macchietta.

Marco Verdi

Dai Foo Fighters Al Country Il Passo (Non Sempre) E’ Breve. Chris Shiflett – West Coast Town

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Chris Shiflett – West Coast Town – SideOneDummy CD

Chris Shiflett è il classico esempio, molto americano, di artista che si costruisce una carriera eseguendo un certo tipo di musica e poi un bel giorno decide di intraprenderne una parallela suonando tutt’altro, un po’ come l’attore noto per i film comici che rilascia una performance drammatica da Oscar (pensate al Jim Carrey di The Truman Show ed avrete più chiaro ciò che intendo dire). Chitarrista dal 2002 dei Foo Fighters, noto gruppo alternative rock di Seattle nato dalle ceneri dei Nirvana e guidato da Dave Grohl, Shiflett ha iniziato nel 2010 ad incidere album di puro country-rock con l’inatteso ed interessante Chris Shiflett & The Dead Peasants, bissato tre anni dopo dall’altrettanto riuscito All Hat And No Cattle http://discoclub.myblog.it/2013/09/18/chissa-cosa-ne-pensa-dave-grohl-chris-shiflett-the-dead-peas/ , due dischi nei quali rivelava influenze che mai avremmo associato a lui, unendole ad un’indubbia capacità di scrittura, due album freschi e godibili nei quali Chris non dimenticava da dove veniva, trattando le sue canzoni di puro country-rock con un approccio molto energico ed un suono decisamente elettrico. West Coast Town è il suo terzo lavoro nello stesso filone, e non esito a definirlo il più importante, sia per l’ormai avvenuta maturazione dal punto di vista artistico, che ormai gli ha fatto guadagnare una certa credibilità, sia per il fatto che dietro la consolle troviamo nientemeno che Dave Cobb, che come ben sapete è il produttore del momento per un certo tipo di musica, e da almeno tre anni a questa parte.

West Coast Town è quindi un riuscito disco di puro country-rock elettrico e vigoroso, con le chitarre del nostro e di Cobb sempre in primo piano, una sezione ritmica tosta (Adam Gardner al basso e Chris Powell alla batteria) e, come unica concessione ad un sound più tradizionale, il pianoforte limpido di Michael Webb e la steel guitar di Robby Turner, sempre molto presente. Un gruppo quindi ristretto, che ha però un suono molto compatto e che riesce a valorizzare al meglio le canzoni di Chris, che non recano nessuna traccia del gruppo principale in cui milita. L’album parte con Sticks & Stones, un rockin’ country che nella melodia ricorda un po’ Help Me Make It Through The Night di Kris Kristofferson, un bel tiro chitarristico e ritmica potente, seguita a ruota dalla trascinante title track, un godibilissimo country-rock dall’impronta texana, che sembra impossibile sia uscito dalla penna di uno dei compagni di viaggio di Grohl. Goodnight Little Rock è puro rockabilly, elettrico, grintoso, vibrante e con un riff insistito, Room 102 è una country ballad dalla strumentazione sempre ricca e con steel e piano a dominare il suono: Shiflett sembra uno che fa questo tipo di musica da almeno vent’anni.

La pimpante The Girl’s Already Gone, sempre chitarristica, ha anche qualche elemento power pop, la cristallina Blow Out The Candles mostra invece influenze byrdsiane con il suo limpido jingle-jangle, e risulta anche melodicamente una delle più riuscite, mentre I’m Still Drunk è più roccata, quasi boogie e con un piglio da garage band. Cherry, ancora dal ritmo irresistibile, è country-rock deluxe, suonato con forza e grande feeling (Chris possiede anche la voce giusta), con parti di chitarra niente male, Tonight’s Not Over è Bakersfield sound riproposto con parecchia energia ed in maniera diretta e potente, mentre Still Better Days, che chiude il CD, è l’ennesimo rockin’ country chitarristico eseguito con la foga di una rock band. Ormai Chris Shiflett ha preso una strada ben precisa, e se i Foo Fighters gli servono per portare a casa la pagnotta, sono dischi come West Coast Town che gli danno le maggiori soddisfazioni artistiche.

Marco Verdi

Crisi Del Terzo Disco? No, E’ Il Più Bello Dei Tre. The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore

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The Secret Sisters – You Don’t Own Me Anymore – New West CD

Devo fare una doverosa premessa: questa recensione sarà ricca di aggettivi altisonanti, e prima che pensiate che ho esagerato vi confermo che sono tutti meritati. Le sorelle di Muscle Shoals Laura e Lydia Rogers, in arte The Secret Sisters, hanno fatto parlare molto di loro con i primi due album: il primo, omonimo, del 2010 è stato un fulmine a ciel sereno, un bellissimo disco di puro country e folk nel quale le due ragazze rivisitavano diversi brani della tradizione e canzoni di Hank Williams, George Jones, Bill Monroe e Buck Owens, oltre a comporne un paio per conto loro, seguite in studio nientemeno che da Dave Cobb (all’epoca non così “prezzemolo” come oggi) e T-Bone Burnett come produttore esecutivo http://discoclub.myblog.it/2010/10/30/a-dispetto-del-nome-chiaramente-country-the-secret-sisters/ . Un album che ha ricevuto critiche positive quasi ovunque, pur non conseguendo vendite soddisfacenti; ben quattro anni dopo ecco il seguito, Put Your Needle Down, ancora con Burnett in regia e con stavolta la maggior parte dei brani ad opera delle due sisters: il risultato commerciale è stato ancora più deludente, e c’è stata stavolta anche qualche critica qualitativa non positiva, al punto che la Universal ha poi deciso di sciogliere il contratto delle ragazze. A tre anni di distanza, e con un nuovo accordo con la New West, ecco il terzo album delle Sorelle Segrete, You Don’t Own Me Anymore, per il quale è stato chiesto l’aiuto in sede di produzione della brava Brandi Carlile (e anche dei gemelli Tim e Phil Hanseroth, da sempre inseparabili collaboratori della cantautrice di Washington): ebbene, sarà per l’apporto di Brandi (che ha scritto anche diversi brani insieme alle Rogers), la quale ha dato sicuramente nuovi stimoli ed una visione differente da quella di Burnett, sarà per la grande forma compositiva di Laura e Lydia, ma You Don’t Own Me Anymore non solo è il miglior disco delle Secret Sisters, ma è anche un grande album in his own right.

Lo stile di partenza è sempre lo stesso, una musica giusto a metà tra country e folk con uno stile che rimanda a sonorità d’altri tempi, ma qui troviamo anche canzoni dall’approccio più moderno, che in un paio di casi arrivano a sfiorare il rock, il tutto dovuto senz’altro alla presenza tra i musicisti della stessa Carlile e degli Hanseroth Twins (e le Sisters hanno restituito il favore partecipando con una canzone a Cover Stories, il bellissimo tributo all’album The Story della Carlile): ma quello che fa la differenza è certamente la bellezza delle canzoni, ispirate come non mai, e le splendide e cristalline armonie vocali di Laura e Lydia, vero punto di forza del duo. Per avere un’idea di come sarà il CD basta ascoltare l’iniziale Tennessee River Runs Low, con strepitoso attacco a cappella ed atmosfera subito vintage, poi entrano in maniera potente i musicisti (che però usano strumenti acustici, ma la sezione ritmica c’è e si sente), con il banjo a dare un sapore dixieland, ottimo uso del piano, grandi voci e suono splendido. Molto bella anche Mississippi, una ballata dal sapore folk ma con un arrangiamento di grande forza, un drumming secco ed una melodia bellissima, nobilitata da un notevole crescendo; Carry Me è un’altra ballata profonda e toccante, con un arrangiamento più moderno ma non per questo meno emozionante, con le voci purissime delle due ragazze ed una chitarra twang a guidarle, mentre King Cotton è un irresistibile country-folk dal sapore antico, che sembra balzato fuori dalla colonna sonora di O Brother, Where Art Thou?, davvero splendida anche questa.

Kathy’s Song è proprio il classico brano di Simon & Garfunkel, e le ragazze mantengono intatta la bellezza dell’originale, He’s Fine è semplicemente formidabile, una folk song in purezza, dal ritmo sostenuto ma strumentazione parca, melodia cristallina e pathos incredibile; To All The Girls Who Cry è uno slow pianistico di grande intensità, mentre Little Again è giusto a metà tra una western ballad ed una scintillante folk song, anche qui con un motivo di prim’ordine. La title track è una ballata dal delicato sapore anni sessanta, la sinuosa The Damage è invece una raffinata canzone tra country, folk e jazz, davvero squisita, ‘Til It’s Over è toccante, ancora purissima e cantata in maniera eccellente, Flee As A Bird, unico traditional presente, chiude l’album con una folk song incontaminata, solo due voci ed un banjo. Mi rendo conto, come ho scritto all’inizio, che ho speso diversi aggettivi “importanti” per descrivere questo terzo disco delle Secret Sisters, ma non ho dubbi che, se vorrete farlo vostro, la penserete come me.

Marco Verdi

*NDB Anche questo uscirà il prossimo 9 giugno, così concludiamo la trilogia delle anteprime della settimana, domenica un’altra.

Un Gradito Ritorno Alle Loro Atmosfere Più Consone. Zac Brown Band – Welcome Home

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Zac Brown Band – Welcome Home – Southern Ground/Elektra CD

L’ultimo album della Zac Brown Band, Jekyll + Hyde (2015), pur avendo venduto molto, ha rappresentato una grande delusione per parecchi fans della prima ora del gruppo, in quanto, accanto alla consueta miscela di rock, country e musica del Sud, trovavano spazio anche i generi più disparati come pop, hard rock (con la presenza anche di Chris Cornell, a proposito R.I.P. Chris, non eri la mia “cup of tea”, ma la tua scomparsa non mi ha lasciato indifferente), reggae ed addirittura musica dance elettronica: un pasticcio stilistico che aveva fatto temere ai più che, in nome della fama e delle vendite, avessimo perso per strada un altro musicista di talento. Zac deve però essersi ravveduto, in quanto questo suo nuovo disco, dal rassicurante titolo di Welcome Home (ed anche la copertina fa pensare al meglio) è un vero e proprio ritorno alle sonorità grazie alle quali il nostro si è creato un nome, un country-rock dal sapore sudista, con accenni di soul e gospel, e che ci aveva portato dischi molto belli come The Foundation, You Get What You Give ed il live Pass The Jar, oltre alla raccolta di successi http://discoclub.myblog.it/2014/12/14/country-zac-brown-band-greatest-hits-so-far/

Intanto alla produzione troviamo l’uomo del momento, cioè Dave Cobb, uno che sta facendo passare come un fannullone anche Joe Bonamassa, che riporta Brown e soci nel giusto alveo, con sonorità magari un filo più “rotonde” e radio friendly, ma senza l’uso di computer, sintetizzatori, drum machines e diavolerie varie, e dando un sapore leggermente più country del solito, anche se stiamo parlando di un country robusto e suonato con il piglio da rock band da Zac e compagni, gli inseparabili Coy Bowles, Clay Cook, Daniel De Los Reyes, Matt Mangano, Jimmy De Martini, Chris Fryar e John Driskell Hopkins, che creano un vero e proprio muro del suono perfetto per le canzoni del leader, che in questo disco tornano ad essere ai livelli dei dischi citati sopra, e superiori quindi anche a quelle del discreto, ma non imprescindibile, Uncaged. Già l’iniziale Roots promette bene: introdotta da uno splendido pianoforte, vede poi l’entrata prepotente della sezione ritmica subito seguita dalla voce di Zac che intona un motivo molto interessante, con un crescendo elettrico e potente che trasforma il brano in una luccicante e tonica rock ballad. Real Thing è un’ottima rock song corale e dalla strumentazione molto ricca ma non ridondante (Cobb sa il fatto suo), con uno spirito soul che aleggia qua e là, spirito che si fa più concreto nella fluida Long Haul, altra canzone piena di suoni “giusti”, cantata benissimo e con una melodia decisamente vincente, un’altra conferma del fatto che la vera Zac Brown Band è tornata tra noi.

La tenue Two Places At One Time è più country, quasi bucolica, un brano vibrante che cresce ascolto dopo ascolto fino a diventare uno dei migliori, Family Table è sudista al 100%, sembra un incrocio tra la Charile Daniels Band e la Marshall Tucker Band più country, un pezzo terso e godibile, mentre My Old Man è un delicato e toccante bozzetto acustico che Zac ha dedicato a suo padre. Start Over è diversa, almeno per lo stile dei nostri, in quanto è una vera e propria Mexican song con un tocco anni sessanta, un brano molto carino che però ricorda più i Mavericks che la ZBB; la bella Your Majesty è caratterizzata da un’altra melodia diretta e vincente, un potenziale singolo, mentre Trying To Drive, ancora molto southern e suonata alla grande (e con la seconda voce femminile di Aslyn Mitchell, che è anche co-autrice del pezzo), va messa anch’essa tra le più riuscite, ed è perfetta per essere rifatta dal vivo (ed infatti era già presente su Pass The Jar, ma la versione in studio mancava all’appello). Il CD si conclude con l’unica cover, All The Best, uno splendido brano di John Prine (era sul bellissimo The Missing Years del 1991, uno dei migliori album del baffuto cantautore), riletto in maniera rispettosa ma personale allo stesso tempo, con l’aiuto della doppia voce di Kacey Musgraves.

Un bel disco, che ci fa ritrovare un gruppo che, personalmente, avevo dato in grave crisi creativa, se non proprio per perso.

Marco Verdi

Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

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Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Lunga Vita Agli Anni ’70! Rival Sons – Hollow Bones

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Rival Sons – Hollow Bones – Earache Records

Siete in crisi di astinenza per i Led Zeppelin da una quarantina di anni? Vivete a pane e hard-rock anni ’70? Non andate a cercare altrove, il quartetto californiano dei Rival Sons è la vostra panacea. Sono già al quinto album, il quarto prodotto da Dave Cobb (in un paio di brani coinvolto anche come autore), che regala come sempre brillantezza di suoni e ricchezza di particolari nei suoi lavori (anche se la produzione del disco degli Europe del 2015 ce la poteva risparmiare): la copertina, molto bella, questa volta è di Martin Wittfooth, artista canadese, ma residente a Brooklyn, specializzato in singoli ritratti di animali colti nella loro essenza, mentre nell’album del 2011 Pressure and Time avevano utilizzato Storm Thorgerson, quello delle copertine dei Pink Floyd. Il sound si ispira non solo ai Led Zeppelin,  comunque fonte primaria, ma anche ai Deep Purple,  con qualche tocco di Black Sabbath, tra i contemporanei ricordiamo i Cult, i Black Keys più duri, i Soundgarden, e sempre dal passato gli Humble Pie di Steve Marriott, di cui riprendono una cover di Black Coffee, un pezzo del 1972 di Ike & Tina Turner che era su Eat It, ma suonata come avrebbero fatto gli Zeppelin di Plant, ma anche viceversa (non dimentichiamo che You Need Loving degli Small Faces era un diretto antenato di Whole Lotta Love quanto You Need Love di Muddy Waters, ma diciamo che Page e Plant si “ispiravano” spesso ad altri, anche se il risultato finale poi era solo loro).

I Rival Sons arrivano qualche generazione dopo, ma la grinta e l’attitudine giusta ci sono, come dimostra il soul-blues “bastardizzato” del brano, che ci permette di gustare l’ottima voce di Jay Buchanan, cantante dai mezzi notevoli, e il solismo variegato di Scott Holiday, chitarrista di quelli “cattivi”. Come dite? Potrebbero ricordare anche i Black Crowes più duri? Certo, le coordinate sonore sono quelle. Se poi aggiungiamo che hanno pure un eccellente batterista di scuola Bonham come Michael Miley, non vi resta che andarvi a sentire la lunga e poderosa Hollow Bones Pt.2  https://www.youtube.com/watch?v=LtaGtmL5F7E (ma anche la parte 1 non scherza https://www.youtube.com/watch?v=93KFbeGzQAc ) o una Thundering Voices il cui riff assomiglia “leggermente” a Moby Dick, ma senza scomodare i “Corsi e ricorsi storici” di Giambattista Vico, c’è sempre qualcuno che prende e poi rilascia, con piccole modifiche, ma proprio piccole! Però il disco si ascolta volentieri, non è per nulla tamarro o esagerato, loro hanno stamina e grinta, non sono originali? Ce ne faremo una ragione, in fondo chi lo è? Per la serie le”citazioni” non finiscono mai (come pure gli esami) anche il blues elettrico di Fade Out ha più di un legame di parentela con la Beatlesiana I Want You, il lungo brano che chiudeva il primo lato di Abbey Road https://www.youtube.com/watch?v=vQ1uqK13WIA , pur se Buchanan canta come un “disperato” e l’assolo è degno del Page più ispirato e indiavolato. Insomma se la serie televisiva “Vinyl” vi ha ingrifato, qui troverete pane per i vostri denti, o se preferite, trippa per gatti. In conclusione c’è anche une delicata All That I Want, ballata acustica dal leggero crescendo finale che stempera il rock duro e puro di brani come Tied Up, Baby Boy e Pretty Face https://www.youtube.com/watch?v=0G0NUgabdMU . Lunga vita agli anni ’70!

Bruno Conti

Recuperi Estivi. Un Gruppetto Di Voci Femminili 2: Lori McKenna – The Bird & The Rifle

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Lori McKenna – The Bird And The Rifle – CN Records/Thirty Tigers

Nel caso di questo disco ammetto di avere un poco ciurlato nel manico, perché in effetti non si tratta di un recupero, l’album è appena uscito il 29 luglio e non mi sembra che in Italia lo abbia già recensito qualcuno, ma anche se fosse, visto che non è una gara di velocità su chi arriva primo, vale assolutamente la pena di parlarne, in quanto si tratta di uno dei migliori dischi di una cantautrice che mi sia capitato di ascoltare da qualche tempo a questa parte. Lori McKenna non è una novellina, questo è già il suo decimo album, in una carriera iniziata nel lontano 2000 con Paper And Halo, proseguita con l’ottimo Pieces Of Me l’anno successivo, e che ha avuto delle punte qualitative (ma tutti i dischi sono piuttosto belli) con Bittertown del 2004, Unglamorous del 2007, l’unico ad entrare nelle classifiche di vendita, non ai primi posti, più o meno appena dopo il 100° posto, Lorraine del 2011 (quello con la tazzina da caffè in copertina) e ancora Massachusetts del 2013, dedicato al suo stato di origine, dove vive ancora, nei pressi di Boston, a Stoughton, una piccola cittadina, con il marito e cinque figli. Ma la McKenna è anche una delle più fortunate autrici di canzoni country per altri artisti, recente vincitrice del Grammy 2016 per la migliore canzone con Girl Crush, scritta insieme ai Little Big Town, e in passato le sue canzoni sono state cantate da Tim McGraw, per esempio Humble & Kind, numero uno nelle classifiche e qui presente nella sua versione, ma anche Faith Hill, Mandy Moore e altri artisti che magari non mi fanno impazzire.

Ma niente paura, se vi sembra una storia già sentita, al maschile, non avete le traveggole, è proprio la stessa trafila che ha fatto Chris Stapleton, prima di arrivare al grande successo. E vi pare che una così potesse sfuggire a Dave Cobb? Certo che no, e infatti il produttore è lui, con il suo classico sound naturale, privo di inutili orpelli, solo poche chitarre, una tastiera qui e là, l’immancabile mellotron che fa le veci di una sezione di archi, per un suono caldo, avvolgente, che evidenzia la voce, non straordinaria ma molto gradevole della McKenna, un leggero contralto quasi conversazionale, molto partecipe verso i protagonisti delle sue storie, spesso autobiografiche, piccole storie della provincia americana, con i suoi controversi aspetti, come evidenzia anche il disegno di copertina, con un uccellino posato sulla canna di un fucile, uomini e donne, spesso genitori ma anche sognatori all’inizio della loro vita (e molti sin dal suo apparire sulle scene hanno visto dei parallelismi con le canzoni del miglior Springsteen, quello della fase centrale di carriera, ma anche con Mary Gauthier, che l’ha incoraggiata ad inizio carriera), piccoli quadretti dove i protagonisti sono ben delineati da piccoli particolari; la coppia di We Were Cool, che sono la McKenna e il marito giovani (o forse no, un altro amore giovanile), con un  versetto degno del miglior Bruce “Duran Duran on the radio, those wild boys would never know we had a baby on the way the year our friends started school.” o ancora la donna sposata da tanti anni nella splendida iniziale Wreck You, “I get dressed in the dark each day/You used to think that was so sweet.”, tra rimpianti e la vita che prosegue. Ma anche più divertita e maliziosa come nella citata Girl Crush, “I want to taste her lips, because they taste like you”.

Ma quello che ci interessa è la musica, un country-folk-pop, in mancanza di un termine migliore, ho dimenticato rock, acustico magari, che scivola via con semplicità nella delicata ballata d’apertura Wreck You, dove gli arpeggi delle acustiche di Cobb, di Luke Laird e della stessa McKenna, si innesta sul tappeto sonoro provvisto dal mellotron dello stesso Cobb e di Mike Webb, sul gentile rollare della sezione ritmica affidata ai fedelissimi del produttore di Nashville, Brian Allen al basso e Chris Powell alla batteria. Sembra di ascoltare il suono dello Springteen meno bombastico di Born In The Usa, o di quello malinconico di Tunnel Of Love. Non so se l’album avrà lo stesso successo del disco di Stapleton (non credo, anche se glielo auguro) ma canzoni come la title track The Bird And The Rifle, giocata sempre sulla voce della McKenna e sull’impianto sonoro delizioso creato da Cobb, una sorta di asciutto blue collar folk-rock (se mi passate il termine), semplice e disadorno, ma efficace, lo meriterebbero. Sempre continuando il parallelo con il Boss, in questo caso nei testi, Giving Up On Your Hometown potrebbe essere una risposta indiretta ad uno dei pezzi più celebri di Bruce, anche su musicalmente siamo dalle parti di una splendida ballata country-roots, con la voce di Lori sempre partecipe e brillante, attorniata dalle chitarre tintinnanti confezionate da Cobb & Co. O le delusioni d’amore di una tenue e malinconica Halfway Home, delicato quadretto acustico folk con tocchi di chitarra d’acustica che rimandano quasi a Simon & Garfunkel. O ancora la hit Humble & Kind che racconta le raccomandazioni di una mamma al figlio (sii sempre umile e gentile), a tempo di leggero valzer e con una intro di nuovo springsteeniana che poi si apre su una bella melodia che fa capire perché la canzone sia stata un grande successo commerciale, ma in questa versione perde tutto il glamour del lato commerciale di Nashville a favore di quello che più ci piace, grazie alla produzione di Cobb, sempre attenta ai dettagli.

La già citata We Were Cool non perde il bandolo sonoro della matassa, con un sound che mi ricorda quello della prima Shawn Colvin o al limite anche di Mary Chapin Carpenter, Patty Loveless, la ricordata Mary Gauthier, tutte fautrici di un country non country, con elementi cantautorali e folk, ma anche una facilità di scrittura quasi disarmante per questa signora che ha iniziato la sua carriera quando aveva già 27 anni e tre figli. E tornando alla produzione, Dave Cobb non ha certo inventato l’acqua calda, perché in passato la McKenna aveva avuto ottimi produttori, come Lorne Entress in Bittertown, uno che ha lavorato con la brava e sottovalutata Catie Curtis e con Mark Erelli, per cui ha adattato il suo lavoro sonoro alle attitudini di Lori, ogni tanto magari eccedendo nell’uso del mellotron-sezione archi, come nella “lavorata” Old Men Young Women che si riprende però grazie ad una melodia cristallina ed accattivante ed alla bella voce dell’autrice. All These Things nell’attacco ci riporta al sound da Springsteen in gonnella, un pezzo heartland rock al femminile, una sorta di Badlands tra la provincia di Boston e le lusinghe della Music City per eccellenza, Nashville. Splendida Always Want You, un valzer di nuovo tenue e smorzato, degno delle canzoni più belle di Emmylou Harris Nancy Griffith, o, come controparte maschile, di John Prine. Per poi lasciarci con la metafora neppure troppo velata di If Whiskey Were A Woman, altro quadretto di tipica vita americana, che assume musicalmente una struttura country-blues quasi austera, ma sempre di grande pathos grazie all’interpretazione accorata di Lori McKenna, che conferma anche in questo brano la sua statura di autrice di vaglia.

Cosa aggiungere? Un bel disco, una piacevole sorpresa per chi già non lo conosceva, una conferma per tutti gli altri.

Bruno Conti

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Testi Da Film Porno, Ma Musica Bellissima! Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit

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Wheeler Walker Jr. – Redneck Shit – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Nel vasto panorama hard rock statunitense c’è una band chiamata Steel Panthers che ripropone il classico look e le sonorità del cosiddetto hair metal degli anni ottanta (per intenderci, band come Motley Crue, Poison, Cinderella, ecc.), abbinando il tutto ad un repertorio di canzoni talmente sboccate da sfiorare quasi la parodia (credo volutamente) di un certo stile di vita Sex, Drugs & Rock’N’Roll tipico di quegli anni. Si sa che però il pubblico di quel tipo di musica è aperto ad un certo tipo di testi, mentre è risaputo che viceversa i fruitori di musica country, anche qualora prediligenti il filone più progressista, hanno gusti ed abitudini molto più tradizionali. Immagino quindi lo sconquasso che provocherà l’album di debutto di Wheeler Walker Jr., musicista del Kentucky, che già dal titolo, Redneck Shit, lascia ben poco all’immaginazione: l’album è formato infatti da undici brani di una volgarità inaudita, con titoli inequivocabili e testi (non inclusi, ma si capiscono benissimo lo stesso) che farebbero arrossire anche il più rozzo dei camionisti texani. Chiaramente in America le recensioni ed i commenti saranno tutti per il linguaggio usato da Walker, ed è un vero peccato, in quanto la musica presente in Redneck Shit è quanto di meglio si possa trovare oggi in ambito country: innanzitutto va detto che il produttore è l’ormai nostro beniamino Dave Cobb (e comincio ormai a sospettare che le sue giornate siano formate da più di 24 ore), uno che è una garanzia di qualità, ma il merito principale va riconosciuto a Walker, un countryman davvero con le palle, che coniuga country elettrico, rock’n’roll e boogie in una miscela irresistibile e con un senso del ritmo e della melodia non da tutti.

I suoi eroi sono un po’ i soliti, da Waylon Jennings a Willie Nelson passando per Merle Haggard, ma Wheeler riesce a non essere derivativo per nulla, mettendo nei suoi pezzi una freschezza ed un feeling che non sentivo da tempo: Cobb poi ci mette il suo tocco, e la band che accompagna il nostro suona che è un piacere (oltre a Cobb stesso, ci sono i fratelli Leroy e Chris Powell rispettivamente alle chitarre e batteria, oltre a Bryan Allen al basso), pochi musicisti ma con un tiro notevole, tanto da farci spesso dimenticare i testi da censura. Apre la title track, veloce e spigolosa, con un riff ripetuto ed un ritornello scorrevole (anche se sboccatissimo), seguita a ruota da Beer, Weed, Cooches, molto più country (bella la steel), un ritmo saltellante, arrangiamento d’altri tempi ed un refrain decisamente orecchiabile: Wheeler dimostra di non essere un bluff, e la mano di Cobb inizia a sentirsi. La languida Family Tree è una malinconica ballad dallo splendido ritornello (con però un testo da censura pesante), mentre Can’t Fuck You Off My Mind è puro rockabilly, voce chiara, gran ritmo e due belle chitarrine che lavorano sullo sfondo.

Fuck You Bitch (non vi serve la traduzione, vero?) è una bellissima ballata in puro stile cosmic country, quasi un pezzo sullo stile di Gram Parsons, con Cobb che la veste alla perfezione: peccato per le parole, di una volgarità quasi fastidiosa (e ve lo dice uno che è tutto meno che moralista, anzi non li posso vedere) più che altro perché  rischiano di far passare in secondo piano un talento musicale non indifferente. Drop ‘Em Out è un breve divertissement con un irresistibile refrain corale, Eatin’ Pussy/Kickin’ Ass è un boogie tosto e granitico sullo stile di La Grange (giuro), con un’armonica tagliente sullo sfondo, una chitarrona pressante ed il nostro che mostra di sapersi muovere anche in territori diversi https://www.youtube.com/watch?v=vlq9UWWqe44 ; Fightin’, Fuckin’, Fartin’ è un’allegra country song molto Buddy Holly, davvero godibile anche se è meglio non parlare del testo. Better Off Beatin’ Off  ha un’ottima melodia ed un accompagnamento scintillante, una country ballad elettrica di notevole spessore, la guizzante Sit On My Face ha reminiscenze wayloniane, mentre Which One O’ You Queers Gonna Suck My Dick? (provo imbarazzo solo a scriverli certi titoli) è un altro boogie’n’roll scatenato, che chiude positivamente un piccolo grande disco.

Peccato per i testi volgarissimi, più che altro perché rischiano di mettere in cattiva luce sia Wheeler Walker Jr. che l’ottima musica da lui proposta.

Marco Verdi

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti… Ma In Questo Caso Non E’ Del Tutto Un Complimento! Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth

sturgill simpson a sailor's guide to earth

Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth – Atlantic CD

I primi due album di Sturgill Simpson, musicista del Kentucky di grande talento, mi erano piaciuti molto: il suo esordio del 2013, High Top Mountain, era un perfetto album di Outlaw Country moderno, pieno di ritmo, grinta ed ottime canzoni, con uno stile ed una voce che si rifacevano chiaramente a Waylon Jennings (e Simpson ebbe i compimenti anche dal figlio di Waylon, Shooter), e l’anno dopo Metamodern Sounds In Country Music era anche meglio, con il nostro che introduceva nel suono elementi più rock e perfino psichedelici https://www.youtube.com/watch?v=mlYgTU1QAjE&list=PL8c2CQ3JiUNFt4-q3JiMlppKCuUTYeDot . Il produttore di quei due album era l’ormai onnipresente Dave Cobb, che oltre ad aver dato il suono giusto ai brani di Simpson era probabilmente riuscito anche a contenerne la personalità vulcanica, che si intuiva da alcune pieghe del suono, dai testi ma anche dalle copertine dei CD, non proprio tipicamente country. Per questo nuovo A Sailor’s Guide To Earth (dedicato a suo figlio, con titolo e copertina a tema marinaresco, ma più sullo stile di una band rock anni settanta che di uno come Jimmy Buffett) Sturgill decide di prodursi da solo, e la scelta, se dal punto di vista tecnico può risultare anche azzeccata, da quello artistico è discutibile: il nostro infatti decide di cambiare completamente il suo stile, lascia affiorare in molti brani una vena rhythm’n’blues e soul che non pensavamo avesse (ed il fatto che il CD esca per la Atlantic può non essere casuale), ma se si fosse limitato a questo avrei applaudito lo stesso in quanto la bravura nel songwriting è rimasta la stessa di prima.

Il “problema” è che Sturgill ha voluto andare oltre, ha aggiunto anche elementi puramente pop, ma un pop molto romantico e super arrangiato come si usava fare negli anni sessanta, ed inoltre in mezzo ci ha pure ficcato sonorità rock e ancora psichedeliche, dando a mio parere l’impressione di confusione (ed utilizzando un numero di musicisti e di strumenti impressionante, quando la fortuna dei suoi primi due dischi l’avevano fatta anche la compattezza del suono ed il numero limitato di sessionmen). Un disco che non posso definire brutto, le buone canzoni ci sono eccome, ma spesso annacquate in sonorità che a mio giudizio appartengono poco al suo autore: non dico che deve ripetere alla nausea lo stesso tipo di country-rock (anche se Waylon lo faceva e nessuno ci trovava da ridire, dopotutto chiunque ha un suo stile), ma qui ci sono cambiamenti a 360 gradi che non so quanto gli gioveranno. Un esempio calzante può essere il brano iniziale, Welcome To Earth (Pollywog), con un avvio quasi psichedelico, poi arriva un pianoforte malinconico, e la bella voce del nostro che intona una melodia forte, con un arrangiamento quasi cameristico da pop band sixties, un big sound che ad un certo punto cambia di botto, il ritmo aumenta, arrivano i fiati (il gruppo funk-soul Dap-Kings) ed il pezzo si tramuta in un errebi molto energico, sullo stile di Nathaniel Rateliff: un inizio spiazzante, con il nostro che non si capisce dove voglia andare a parare.

Breakers Roar è una ballata acustica, sognante ed eterea, ancora con archi a profusione e leggero accompagnamento ritmico, non è male ma sembrano più i Bee Gees dei primi dischi (quelli belli, comunque) che un countryman definito il nuovo Outlaw; Keep It Between The Lines è un funky molto annerito, con i fiati protagonisti ed un marcato sapore New Orleans, un cocktail di suoni e colori accattivante, mentre con Sea Stories Sturgill torna per un momento sui suoi vecchi passi, una solida ballata country-rock elettrica dal sapore sudista, suono diretto e melodia vincente, con ottimi interventi della steel di Dan Dugmore e della slide di Laur Joamets (?): sarò scontato, ma questo e lo Sturgill Simpson che preferisco. In Bloom dei Nirvana è la cover che non ti aspetti, ma chiaramente Simpson non è Kurt Cobain e la canzone assume tonalità pop d’altri tempi, quelle canzoni d’atmosfera avvolgenti tipiche degli anni a cavallo tra i sessanta e settanta ed echi, perché no, di Van Morrison (compreso l’uso dei fiati nella seconda parte, anche se l’irlandese aveva arrangiamenti più sobri); Brace For Impact (Live A Little) è il singolo estratto https://www.youtube.com/watch?v=BlOk5wV0DRo , una rock song elettrica e cadenzata, suonata e cantata con grinta ma poco creativa dal punto di vista dello script, ed inoltre troppo lunga e con soluzioni sonore un po’ discutibili: è ormai chiaro che il Simpson dei primi due dischi qui non c’è, ma abbiamo un artista che vuol dimostrare di saper tenere i piedi in più scarpe, ma secondo me lo fa a discapito dell’unitarietà. All Around You è comunque un ottimo blue-eyed soul, un pezzo altamente godibile e suonato alla grande, che non ha nulla da invidiare al bravissimo Anderson East: certo che se tutto il disco fosse stato su questi livelli avrei comunque applaudito al riuscito cambio stilistico del nostro, che però ha voluto strafare perdendo un po’ il filo conduttore.

Con Oh Sarah torniamo in territori country-pop gradevoli ma un po’ demodé, sembra Waylon, ma quello pre-Outlaw degli anni sessanta; chiude il CD (38 minuti) l’energica Call To Arms, gran ritmo, ancora a metà tra rock, southern e soul e con basso e batteria che sembrano quasi andare fuori giri (ma c’è un breve ma irresistibile assolo di Jefferson Crow al pianoforte).

Non so se A Sailor’s Guide To Earth segni l’inizio di una nuova fase della carriera di Sturgill Simpson, certo è che se voleva spiazzare gli ascoltatori c’è riuscito alla perfezione.

Marco Verdi